IL TESTAMENTO DI CECIL RHODES

IL TESTAMENTO DI CECIL RHODESL'eroe dell'impero, così lo chiamerebbe indubbiamente Carlyle, è morto, e non ancora Rudyard Kipling, il prepotente poeta, lo ha cantato in un'ode dal volo disordinato e sonoro. Lentamente intorno al cadavere s'acqueta la ressa delle calunnie e degli encomi, che la morte improvvisa suscitò come un vento di procella sul mare, mentre la guerra accesa dal suo pensiero pare allentarsi in una stanca speranza di pace. Fino a ieri egli sovrastava alla politica dell'impero come un fantasma balzato dalla torbida immaginazione dei grandi tragedi nell'epoca della regina Elisabetta, quando il dramma moderno, salendo dall'inglese vita rivoluzionaria, apparve finalmente sul palco di un piccolo teatro dinanzi ad un pubblico vibrante di irrefrenabili passioni.Indarno Chamberlain, passando scettico e cinico attraverso la politica liberale di Gladstone, si era rinnovato nell'orgoglio della nuova idea imperiale; indarno Rosebery usciva dall'ozio pomposo dell'immenso castello scozzese per mettersi alla testa di un medio e mediocre partito fra l'antica libertà e il recente impero; invano Baunermann seguitava ad arrochirsi nelle rettoriche proteste contro la guerra transwaaliana senza destare alcuna eco della storica eloquenza parlamentare e senza accendere una sola fiamma d'entusiasmo nella folla; giacchè l'eroe britannico superbo, istintivo, ignaro, al disopra della morale o al di fuori dei partiti, intrattabile nella fede della propria idea e sicuro nella grandezza del suorisultato, rimaneva pur sempre Cecil Rhodes, il figlio d'un povero pastore, il ragazzo fuggito di casa quasi morente di tisi a quindici anni e a trenta già padrone di tutte le miniere nell'Africa australe, capitano trionfante e indiscusso di tutti i più ricchi e provetti finanzieri inglesi.Egli aveva l'anima di un condottiero italiano nella magnifica epoca delle signorie.Come Attendolo Sforza e Niccolò Piccinino, Braccio di Montone e Carmagnola, un istinto di avventura e una visione di gloria lo signoreggiavano: era un lottatore della politica e un sognatore nella vita: uno di quei rarissimi forti, ai quali le donne sorridono trasalendo, poichè sanno di non poterli arrestare, uno di quei superbi enigmatici, che conquistano la ricchezza senza amarla e sembrano serbare nel disprezzo verso gli altri un segreto rancore contro sè medesimi.Cecil Rhodes volle essere ricco subito, immensamente, senza scrupoli e senza misura: volle e vinse superando, rovesciando amici, rivali, nemici, adoperando gli uomini come strumenti per foggiarsi nel danaro un'arma più tremenda che le più micidiali inventate dal moderno genio militare.Mentre nella nostra epoca i più illustri finanzieri rimangono chiusi nell'orbita del danaro, quasi primi prigionieri della propria vittoria, e per sottrarsi a tale oppressione debbono quindi chiedere alle bizzarrie del lusso una visibile superiorità sul volgo invidioso, Cecil Rhodes in mezzo alla dovizia più stupefacente mantenne la rude ineleganza, lo sdegno austeramente superbo dell'uomo, che vuole imporre la propria figura e vi ricusa ogni cornice. La ricchezza, questa necessità e questa gloria della graziafemminile, avrebbe falsato la fisonomia del condottiero.Se nel tramonto del medio evo e nell'alba del Rinascimento i condottieri italiani subirono tutte le leggi della finanza allora regolatrici dei comuni e delle signorie, sino ad annullare nelle loro invincibili esigenze tutto il proprio genio militare dileguando per una serie spaventevole di tragedie, in Cecil Rhodes il condottiero moderno, invece di cominciare colla guerra e di armarsi anzitutto di un esercito, s'iniziò alle temerità delle speculazioni mercantili, imparandone la tattica degli espedienti e la mondiale larghezza della strategia. Il suo sogno (egli è nato dalla nazione più commerciale fra tutte) era di fondare nell'Africa un impero pari a quello delle Indie; la sua ambizione sanguinava dietro ai ricordi e alle visioni della grande Compagnia, che sostituendosi al parlamento nazionale e sconfiggendo gli ultimi decadenti re francesi, stabiliva nella terra sacra al più antico genio dell'epopea e della religione, della metafisica e dell'arte, una conquista maggiore che quella di Alessandro Magno; la sua volontà si tendeva nel delirio di uno sforzo senza nome a stringere nelle immense regioni dell'Africa australe tutte le forme più antiche e moderne, più barbare e più civili di vita in un fascio imperiale, che assicurasse al suo nome la gloria indistruttibile dei fondatori d'imperi.Questo mercante sapeva che ogni secolo ha un'arma propria irresistibile per chi l'adoperi primo, e credette nel nostro quest'arma fosse il danaro. Mentre prima di lui Bismarck aveva detto: Avere delle idee e servirle col potere, o non averne; egli si stimò più vero e moderno del grande cancelliere tedesco rispondendo a Gordon, il mistico generale: Avere del danaro e servirsene per le proprie idee.La sua ambizione troppo personale non gli aveva permesso di scendere sino a diventare deputato al parlamento nazionale, giacchè voleva agire nella storia inglese, ma a parte, libero, sigillando colla propria figura l'opera propria, conquistando e regalando poi la conquista alla patria. Quindi poeta, mercante, condottiero in lui s'ingannarono simultaneamente; se dandole il proprio nome si compose nella Rhodesia un territorio vasto cinque o sei volte l'Inghilterra, esclamando troppo presto trionfalmente: Il territorio è tutto; se col proprio prestigio incantò i selvaggi Matabeles come prima aveva abbacinato tutti i finanzieri delle varie compagnie africane, non si avvide che nella Colonia del Capo, nell'Orange, nel Transwaal erano già i germi e le figure di una civiltà avvenire non mutabile nè coercibile da alcuna potenza di uomo.Quindi la sua incursione con Jameson, donde originò la guerra attuale, fu peggio che ridicola, e in tutta la guerra stessa il suo indiscutibile genio di avventuriero e di mercante non seppe trovare nè un'idea, nè un mezzo per contrastare alla improvvisa ed eroica originalità dei boeri.Egli, inglese, non potè superare l'idea di patria, e questa sua unica virtù scoprì tutta la debolezza del suo sogno: volle sopprimere i boeri per dare all'Inghilterra un immenso territorio, un immenso quadro vuoto da riempire di sè stessa, mentre l'impero inglese, come già quello di Roma, soccombe lentamente al peso della propria vastità. Bisognava rinnegare la patria, ribellare la Colonia del Capo, fonderla coll'Orange e col Transwaal, raddoppiarla colla Rhodesia, e l'impero nuovo invincibile dell'Africa Australe sarebbe balzato dalla sua fantasia nella storia.Ma Cecil Rhodes non era un soldato come Francesco Sforza, e nemmeno un ribelle come Catilina, perchè la poesia del suo sogno, separandolo dal volgo dei finanzieri, potesse innalzarlo sino al gruppo non grande dei conquistatori; credeva abbastanza nella superiorità delle idee sugli interessi, e non sapeva che un'idea per diventare storica deve anzitutto non essere personale.Così nell'Africa volle fondare un impero senza nazione, regnare senza un popolo: inglese, rimase separato nell'opera dal governo, africano, non si fuse in una patria futura; fu un eroe di romanzo e non di epopea, l'estremo forse fra i grandi sognatori del secolo decimonono, e sparve dalla scena come un personaggio di Victor Hugo, sproporzionato nella grandezza e assurdo nell'impotenza.Il suo testamento, aperto ieri, rivela il suo carattere; in esso chiama eredi gli anglo-sassoni, gli americani e i tedeschi, e fonda scuole, istituti, premi e borse; munificenza di miliardario vinto nella privata e nella pubblica vita dal proprio danaro.Ma questo patriottismo purificherà la sua memoria in Inghilterra, imponendo silenzio a qualcuno dei troppi nemici implacabili e volgari, retori e tribuni di plebe, che negano la ricchezza vilipendendone l'origine nell'impurità del guadagno. Forse alcuno fra essi penserà finalmente che nulla è più sciocco del giudicare un uomo dal patrimonio e che il danaro, se non può diventare da solo materia sufficiente ad un impero, si muta nelle forti anime in un materiale di poesia talvolta profonda ed originale quanto nei maggiori poemi.12 aprile 1902.

L'eroe dell'impero, così lo chiamerebbe indubbiamente Carlyle, è morto, e non ancora Rudyard Kipling, il prepotente poeta, lo ha cantato in un'ode dal volo disordinato e sonoro. Lentamente intorno al cadavere s'acqueta la ressa delle calunnie e degli encomi, che la morte improvvisa suscitò come un vento di procella sul mare, mentre la guerra accesa dal suo pensiero pare allentarsi in una stanca speranza di pace. Fino a ieri egli sovrastava alla politica dell'impero come un fantasma balzato dalla torbida immaginazione dei grandi tragedi nell'epoca della regina Elisabetta, quando il dramma moderno, salendo dall'inglese vita rivoluzionaria, apparve finalmente sul palco di un piccolo teatro dinanzi ad un pubblico vibrante di irrefrenabili passioni.

Indarno Chamberlain, passando scettico e cinico attraverso la politica liberale di Gladstone, si era rinnovato nell'orgoglio della nuova idea imperiale; indarno Rosebery usciva dall'ozio pomposo dell'immenso castello scozzese per mettersi alla testa di un medio e mediocre partito fra l'antica libertà e il recente impero; invano Baunermann seguitava ad arrochirsi nelle rettoriche proteste contro la guerra transwaaliana senza destare alcuna eco della storica eloquenza parlamentare e senza accendere una sola fiamma d'entusiasmo nella folla; giacchè l'eroe britannico superbo, istintivo, ignaro, al disopra della morale o al di fuori dei partiti, intrattabile nella fede della propria idea e sicuro nella grandezza del suorisultato, rimaneva pur sempre Cecil Rhodes, il figlio d'un povero pastore, il ragazzo fuggito di casa quasi morente di tisi a quindici anni e a trenta già padrone di tutte le miniere nell'Africa australe, capitano trionfante e indiscusso di tutti i più ricchi e provetti finanzieri inglesi.

Egli aveva l'anima di un condottiero italiano nella magnifica epoca delle signorie.

Come Attendolo Sforza e Niccolò Piccinino, Braccio di Montone e Carmagnola, un istinto di avventura e una visione di gloria lo signoreggiavano: era un lottatore della politica e un sognatore nella vita: uno di quei rarissimi forti, ai quali le donne sorridono trasalendo, poichè sanno di non poterli arrestare, uno di quei superbi enigmatici, che conquistano la ricchezza senza amarla e sembrano serbare nel disprezzo verso gli altri un segreto rancore contro sè medesimi.

Cecil Rhodes volle essere ricco subito, immensamente, senza scrupoli e senza misura: volle e vinse superando, rovesciando amici, rivali, nemici, adoperando gli uomini come strumenti per foggiarsi nel danaro un'arma più tremenda che le più micidiali inventate dal moderno genio militare.

Mentre nella nostra epoca i più illustri finanzieri rimangono chiusi nell'orbita del danaro, quasi primi prigionieri della propria vittoria, e per sottrarsi a tale oppressione debbono quindi chiedere alle bizzarrie del lusso una visibile superiorità sul volgo invidioso, Cecil Rhodes in mezzo alla dovizia più stupefacente mantenne la rude ineleganza, lo sdegno austeramente superbo dell'uomo, che vuole imporre la propria figura e vi ricusa ogni cornice. La ricchezza, questa necessità e questa gloria della graziafemminile, avrebbe falsato la fisonomia del condottiero.

Se nel tramonto del medio evo e nell'alba del Rinascimento i condottieri italiani subirono tutte le leggi della finanza allora regolatrici dei comuni e delle signorie, sino ad annullare nelle loro invincibili esigenze tutto il proprio genio militare dileguando per una serie spaventevole di tragedie, in Cecil Rhodes il condottiero moderno, invece di cominciare colla guerra e di armarsi anzitutto di un esercito, s'iniziò alle temerità delle speculazioni mercantili, imparandone la tattica degli espedienti e la mondiale larghezza della strategia. Il suo sogno (egli è nato dalla nazione più commerciale fra tutte) era di fondare nell'Africa un impero pari a quello delle Indie; la sua ambizione sanguinava dietro ai ricordi e alle visioni della grande Compagnia, che sostituendosi al parlamento nazionale e sconfiggendo gli ultimi decadenti re francesi, stabiliva nella terra sacra al più antico genio dell'epopea e della religione, della metafisica e dell'arte, una conquista maggiore che quella di Alessandro Magno; la sua volontà si tendeva nel delirio di uno sforzo senza nome a stringere nelle immense regioni dell'Africa australe tutte le forme più antiche e moderne, più barbare e più civili di vita in un fascio imperiale, che assicurasse al suo nome la gloria indistruttibile dei fondatori d'imperi.

Questo mercante sapeva che ogni secolo ha un'arma propria irresistibile per chi l'adoperi primo, e credette nel nostro quest'arma fosse il danaro. Mentre prima di lui Bismarck aveva detto: Avere delle idee e servirle col potere, o non averne; egli si stimò più vero e moderno del grande cancelliere tedesco rispondendo a Gordon, il mistico generale: Avere del danaro e servirsene per le proprie idee.

La sua ambizione troppo personale non gli aveva permesso di scendere sino a diventare deputato al parlamento nazionale, giacchè voleva agire nella storia inglese, ma a parte, libero, sigillando colla propria figura l'opera propria, conquistando e regalando poi la conquista alla patria. Quindi poeta, mercante, condottiero in lui s'ingannarono simultaneamente; se dandole il proprio nome si compose nella Rhodesia un territorio vasto cinque o sei volte l'Inghilterra, esclamando troppo presto trionfalmente: Il territorio è tutto; se col proprio prestigio incantò i selvaggi Matabeles come prima aveva abbacinato tutti i finanzieri delle varie compagnie africane, non si avvide che nella Colonia del Capo, nell'Orange, nel Transwaal erano già i germi e le figure di una civiltà avvenire non mutabile nè coercibile da alcuna potenza di uomo.

Quindi la sua incursione con Jameson, donde originò la guerra attuale, fu peggio che ridicola, e in tutta la guerra stessa il suo indiscutibile genio di avventuriero e di mercante non seppe trovare nè un'idea, nè un mezzo per contrastare alla improvvisa ed eroica originalità dei boeri.

Egli, inglese, non potè superare l'idea di patria, e questa sua unica virtù scoprì tutta la debolezza del suo sogno: volle sopprimere i boeri per dare all'Inghilterra un immenso territorio, un immenso quadro vuoto da riempire di sè stessa, mentre l'impero inglese, come già quello di Roma, soccombe lentamente al peso della propria vastità. Bisognava rinnegare la patria, ribellare la Colonia del Capo, fonderla coll'Orange e col Transwaal, raddoppiarla colla Rhodesia, e l'impero nuovo invincibile dell'Africa Australe sarebbe balzato dalla sua fantasia nella storia.

Ma Cecil Rhodes non era un soldato come Francesco Sforza, e nemmeno un ribelle come Catilina, perchè la poesia del suo sogno, separandolo dal volgo dei finanzieri, potesse innalzarlo sino al gruppo non grande dei conquistatori; credeva abbastanza nella superiorità delle idee sugli interessi, e non sapeva che un'idea per diventare storica deve anzitutto non essere personale.

Così nell'Africa volle fondare un impero senza nazione, regnare senza un popolo: inglese, rimase separato nell'opera dal governo, africano, non si fuse in una patria futura; fu un eroe di romanzo e non di epopea, l'estremo forse fra i grandi sognatori del secolo decimonono, e sparve dalla scena come un personaggio di Victor Hugo, sproporzionato nella grandezza e assurdo nell'impotenza.

Il suo testamento, aperto ieri, rivela il suo carattere; in esso chiama eredi gli anglo-sassoni, gli americani e i tedeschi, e fonda scuole, istituti, premi e borse; munificenza di miliardario vinto nella privata e nella pubblica vita dal proprio danaro.

Ma questo patriottismo purificherà la sua memoria in Inghilterra, imponendo silenzio a qualcuno dei troppi nemici implacabili e volgari, retori e tribuni di plebe, che negano la ricchezza vilipendendone l'origine nell'impurità del guadagno. Forse alcuno fra essi penserà finalmente che nulla è più sciocco del giudicare un uomo dal patrimonio e che il danaro, se non può diventare da solo materia sufficiente ad un impero, si muta nelle forti anime in un materiale di poesia talvolta profonda ed originale quanto nei maggiori poemi.

12 aprile 1902.


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