ZANARDELLI

ZANARDELLIFu presidente una sola volta e troppo tardi, quando in lui stesso la libra si allentava stanca della lunga tensione, e altre passioni, nuovi interessi, altra gente e altre idee si cacciavano tumultuando nel parlamento.Ed egli non era che un parlamentare.Benchè entrato assai giovane nella politica ed eletto deputato nella prima legislatura italiana, appena la Lombardia potè congiungersi al Piemonte, dopo tanti anni e tanta vicenda di casi e di uomini il suo ingegno non potè crescere all'autorità e alla dominazione dello statista. Avvocato e giurista mediocre, non regnò mai nè dalla cattedra nè sul foro: sdegnò quella e praticò questo, aumentando col l'importanza del grado politico il valore della propria opera professionale; ma avvocato fu poco più di un dilettante, giurista non scrisse ohe un libro sull'avvocatura caldo e sonoro di rettorica, fra eleganze letterarie, pulite prima dal gusto aristocratico di Ferdinando Martini. La sua cultura era classica, il suo ingegno di retore, il suo carattere di parlamentare, la sua ambizione di ministro: aveva la volontà tenace, il pensiero agile, la parola pronta; sapeva sedurre più che conquistare, battersi più che vincere, farsi ascoltare più che persuadere o, persuadendo, rapire le menti ed incatenare le anime. Nel parlamento nessuno, meno il Depretis e adesso Giolitti, lo valse nell'abilità d'incettare i voti e di prepararegli scontri; ma quegli e questi lo superarono di troppo nella potenza di capitani, riuscendo sempre a tener stretto un qualche gruppo anche nella lunga stagione delle rotte, quando la vittoria del nemico o un mutamento nella politica fuori del parlamento, sembrava allontanarli perdutamente dal potere.Zanardelli era con loro, ma sotto di loro.Nel più lungo periodo di attività egli fu sempre subalterno, senza che la vistosa apparenza della sua parola gli valesse l'odio degli avversari e la confidenza degli amici. Nella sinistra dopo il Rattazzi seguì il Depretis, ultimo il Crispi, e in questo tempo fortunoso, così facile alla rivelazione degl'ingegni e dei caratteri, Zanardelli rimase il retore della libertà, cresciuto piuttosto nell'ammirazione dei parlamentari francesi che inglesi: meglio girondino che giacobino, quantunque gli mancasse la poesia degli uni e degli altri: incapace di afferrare le grandi occasioni, di assumere le pericolose responsabilità, d'imporre un pensiero, di estrarre da un avvenimento la formula, di gettare al paese un grido come un'arma. E la storia fu allora faticosa, triste e grande: le miracolose imprese di Garibaldi nel mezzogiorno, la sparizione dei ducati e dei regni, l'Italia male ricomposta, poi Torino e Roma sacrificate ipocritamente a Firenze, Custoza che ci prostrava all'Austria, Mentana che ci degradava alla Francia, e finalmente Roma presa sospingendo corte e governo nella facilità del disastro napoleonico, fra l'indifferenza di tutti.Zanardelli rimase quasi ignorato.Egli non era di coloro che creano e nemmeno che costruiscono. La sua parola aveva come paura dellecose e cercava soltanto le parole; la sua eloquenza si ascoltava al di dentro e aspettava di essere ascoltata al di fuori; la sua passione per la libertà era platonica, senza l'energia dei veri sacrifici, l'impazienza delle prove supreme.Bisognò che tutto in Italia fosse compiuto in quel grande periodo, perchè Zanardelli apparisse dall'oscurità improvvisamente ministro col Depretis, l'uomo di neve come lo chiamava Cavour, il più duttile fra tutti e il più incredulo, venuto ultimo per determinare l'assetto interno sulle rovine ancora fumanti dei partiti caduti fra la loro stessa opera. Depretis fu quindi l'anima di questo tempo breve e non bello; governò, disciolse, ricompose le idee e gli interessi: nella sua mano scarna e scaltra tutti i parlamentari amici e nemici si sentirono egualmente stretti, uno solo eccettuato. Zanardelli, da lui assunto come un retore indispensabile alla scena, non potè diventare contro di lui un poeta nel nome stesso della libertà, che aveva creduto di servire, e pentarca nella pentarchia, allora improvvisata, non fu daccapo che elemento decorativo come Benedetto Cairoli, col quale doveva poi comporre il più inane dei ministeri.Invece l'avvento della sinistra iniziato dal Depretis doveva chiudersi col Crispi: l'uno uomo di governo, l'altro uomo di stato, entrambi ancora vibranti dell'energie, dalle quali era cresciuta l'Italia.La prima grande prova politica a Roma fu l'impresa d'Africa, imposta dalla storia, subita da tutti i ministeri senza intenderne la fatalità, osteggiata quasi ugualmente da tutti i partiti senza impedirne il tragico andare: quindi vi furono ore luminose e giorni tetri, scaramucce in parlamento e battaglie nel deserto, angosce di nazione e di corte, responsabilitàdi ministeri e di partiti, errori di tutti, e non grandezza di qualcuno. Depretis e Crispi vi perirono, Zanardelli non ne sofferse, troppo piccolo sempre nella necessità delle ore grandi, all'opposizione al ministero, per soffiare loro la vita o morire della loro morte.Perchè egli non fu mai che un elemento decorativo, indispensabile per motivi di parlamento o di ministero, rappresentando fra l'incertezza delle idee e il mutevole esperimento dei metodi quasi il principio della libertà e la tradizione del liberalismo, nell'eco di una promessa della monarchia alla democrazia.Così a poco a poco crebbe, e nell'esaurimento dei vecchi partiti, nel disparire dei vecchi uomini, potò finalmente arrivare egli stesso dalla presidenza della camera a quella del ministero, vincitore senza vittorie, presidente senza portafogli, parendo un protettore della corte e della piazza, troppo vecchio per i tempi nuovi, senza altre idee che di ricordi e altra autorità che d'insegna.Ma l'insegna era gloriosa.Se la storia non potrà sapere la sua opera di ministro, giacchè come tale fu sempre un satellite; se quella di riformatore giuridico non è ben sua, quantunque porti il suo nome, e non esprima alcuna vera originalità; alla costanza del suo lavoro, alla immortalità dei suoi principii, alla fatica della sua vita fu premio meritato l'ultima presidenza, e ricompensa anche più bella la breve gloria di ultimo campione liberale.Forse egli non avrebbe saputo difendere la libertà dagli attacchi popolari, come già dalle prepotenze aristocratiche o monarchiche: forse l'urgenza di talenuovo pencolo gettò un'ombra sull'ombre de' suoi giorni estremi, fra le solitudini del lago prediletto, nella lenta aspettazione della morte, e tremò per la libertà e per l'Italia, perchè entrambe furono la sua passione vera, così vera che il suo carattere e il suo spirito di retore ne trassero lampi di eloquenza e nobilità di atteggiamenti.Infatti con lui è morta una magnifica forma di eloquenza parlamentare, letteraria insieme e giuridica, a pieghe accademiche, col ritmo classico, col gesto che è ancora la parola, colla parola che è una musica.Egli si ascoltava parlando; adesso dopo di lui, al suo posto chi saprà farsi ascoltare?10 gennaio 1904.

Fu presidente una sola volta e troppo tardi, quando in lui stesso la libra si allentava stanca della lunga tensione, e altre passioni, nuovi interessi, altra gente e altre idee si cacciavano tumultuando nel parlamento.

Ed egli non era che un parlamentare.

Benchè entrato assai giovane nella politica ed eletto deputato nella prima legislatura italiana, appena la Lombardia potè congiungersi al Piemonte, dopo tanti anni e tanta vicenda di casi e di uomini il suo ingegno non potè crescere all'autorità e alla dominazione dello statista. Avvocato e giurista mediocre, non regnò mai nè dalla cattedra nè sul foro: sdegnò quella e praticò questo, aumentando col l'importanza del grado politico il valore della propria opera professionale; ma avvocato fu poco più di un dilettante, giurista non scrisse ohe un libro sull'avvocatura caldo e sonoro di rettorica, fra eleganze letterarie, pulite prima dal gusto aristocratico di Ferdinando Martini. La sua cultura era classica, il suo ingegno di retore, il suo carattere di parlamentare, la sua ambizione di ministro: aveva la volontà tenace, il pensiero agile, la parola pronta; sapeva sedurre più che conquistare, battersi più che vincere, farsi ascoltare più che persuadere o, persuadendo, rapire le menti ed incatenare le anime. Nel parlamento nessuno, meno il Depretis e adesso Giolitti, lo valse nell'abilità d'incettare i voti e di prepararegli scontri; ma quegli e questi lo superarono di troppo nella potenza di capitani, riuscendo sempre a tener stretto un qualche gruppo anche nella lunga stagione delle rotte, quando la vittoria del nemico o un mutamento nella politica fuori del parlamento, sembrava allontanarli perdutamente dal potere.

Zanardelli era con loro, ma sotto di loro.

Nel più lungo periodo di attività egli fu sempre subalterno, senza che la vistosa apparenza della sua parola gli valesse l'odio degli avversari e la confidenza degli amici. Nella sinistra dopo il Rattazzi seguì il Depretis, ultimo il Crispi, e in questo tempo fortunoso, così facile alla rivelazione degl'ingegni e dei caratteri, Zanardelli rimase il retore della libertà, cresciuto piuttosto nell'ammirazione dei parlamentari francesi che inglesi: meglio girondino che giacobino, quantunque gli mancasse la poesia degli uni e degli altri: incapace di afferrare le grandi occasioni, di assumere le pericolose responsabilità, d'imporre un pensiero, di estrarre da un avvenimento la formula, di gettare al paese un grido come un'arma. E la storia fu allora faticosa, triste e grande: le miracolose imprese di Garibaldi nel mezzogiorno, la sparizione dei ducati e dei regni, l'Italia male ricomposta, poi Torino e Roma sacrificate ipocritamente a Firenze, Custoza che ci prostrava all'Austria, Mentana che ci degradava alla Francia, e finalmente Roma presa sospingendo corte e governo nella facilità del disastro napoleonico, fra l'indifferenza di tutti.

Zanardelli rimase quasi ignorato.

Egli non era di coloro che creano e nemmeno che costruiscono. La sua parola aveva come paura dellecose e cercava soltanto le parole; la sua eloquenza si ascoltava al di dentro e aspettava di essere ascoltata al di fuori; la sua passione per la libertà era platonica, senza l'energia dei veri sacrifici, l'impazienza delle prove supreme.

Bisognò che tutto in Italia fosse compiuto in quel grande periodo, perchè Zanardelli apparisse dall'oscurità improvvisamente ministro col Depretis, l'uomo di neve come lo chiamava Cavour, il più duttile fra tutti e il più incredulo, venuto ultimo per determinare l'assetto interno sulle rovine ancora fumanti dei partiti caduti fra la loro stessa opera. Depretis fu quindi l'anima di questo tempo breve e non bello; governò, disciolse, ricompose le idee e gli interessi: nella sua mano scarna e scaltra tutti i parlamentari amici e nemici si sentirono egualmente stretti, uno solo eccettuato. Zanardelli, da lui assunto come un retore indispensabile alla scena, non potè diventare contro di lui un poeta nel nome stesso della libertà, che aveva creduto di servire, e pentarca nella pentarchia, allora improvvisata, non fu daccapo che elemento decorativo come Benedetto Cairoli, col quale doveva poi comporre il più inane dei ministeri.

Invece l'avvento della sinistra iniziato dal Depretis doveva chiudersi col Crispi: l'uno uomo di governo, l'altro uomo di stato, entrambi ancora vibranti dell'energie, dalle quali era cresciuta l'Italia.

La prima grande prova politica a Roma fu l'impresa d'Africa, imposta dalla storia, subita da tutti i ministeri senza intenderne la fatalità, osteggiata quasi ugualmente da tutti i partiti senza impedirne il tragico andare: quindi vi furono ore luminose e giorni tetri, scaramucce in parlamento e battaglie nel deserto, angosce di nazione e di corte, responsabilitàdi ministeri e di partiti, errori di tutti, e non grandezza di qualcuno. Depretis e Crispi vi perirono, Zanardelli non ne sofferse, troppo piccolo sempre nella necessità delle ore grandi, all'opposizione al ministero, per soffiare loro la vita o morire della loro morte.

Perchè egli non fu mai che un elemento decorativo, indispensabile per motivi di parlamento o di ministero, rappresentando fra l'incertezza delle idee e il mutevole esperimento dei metodi quasi il principio della libertà e la tradizione del liberalismo, nell'eco di una promessa della monarchia alla democrazia.

Così a poco a poco crebbe, e nell'esaurimento dei vecchi partiti, nel disparire dei vecchi uomini, potò finalmente arrivare egli stesso dalla presidenza della camera a quella del ministero, vincitore senza vittorie, presidente senza portafogli, parendo un protettore della corte e della piazza, troppo vecchio per i tempi nuovi, senza altre idee che di ricordi e altra autorità che d'insegna.

Ma l'insegna era gloriosa.

Se la storia non potrà sapere la sua opera di ministro, giacchè come tale fu sempre un satellite; se quella di riformatore giuridico non è ben sua, quantunque porti il suo nome, e non esprima alcuna vera originalità; alla costanza del suo lavoro, alla immortalità dei suoi principii, alla fatica della sua vita fu premio meritato l'ultima presidenza, e ricompensa anche più bella la breve gloria di ultimo campione liberale.

Forse egli non avrebbe saputo difendere la libertà dagli attacchi popolari, come già dalle prepotenze aristocratiche o monarchiche: forse l'urgenza di talenuovo pencolo gettò un'ombra sull'ombre de' suoi giorni estremi, fra le solitudini del lago prediletto, nella lenta aspettazione della morte, e tremò per la libertà e per l'Italia, perchè entrambe furono la sua passione vera, così vera che il suo carattere e il suo spirito di retore ne trassero lampi di eloquenza e nobilità di atteggiamenti.

Infatti con lui è morta una magnifica forma di eloquenza parlamentare, letteraria insieme e giuridica, a pieghe accademiche, col ritmo classico, col gesto che è ancora la parola, colla parola che è una musica.

Egli si ascoltava parlando; adesso dopo di lui, al suo posto chi saprà farsi ascoltare?

10 gennaio 1904.


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