IL VINCITORELo è davvero?Intorno a lui suonano gli applausi lunghi di tutto un popolo, come ad uno di quegli eroi, che nei tempi antichi riassumevano nella propria vita una epopea e, balzando improvvisamente dalla catastrofe, apparivano quasi nella gloria d'una rivelazione.Perchè con Chamberlain, presso di lui, sotto di lui, ha lungamente trepidato nell'angoscia di un dissolvimento l'anima dell'impero inglese; un impero vasto come un sogno, vario come un mondo, unificato da una piccola isola lontana, dominato da mercanti, illuminato da innumerevoli fari di civiltà, a distanze immense, intorno ai quali rincominciano le originalità di nuovi popoli. Chamberlain fu l'eroe borghese della guerra ai boeri, preparata come un affare, eseguita come una conquista, colla soppressione di una piccola gente così stupefacente nella semplicità primitiva del proprio valore, che oggi ancora la nostra dotta esperienza della storia non sa trovarle un paragone.Il problema era massimo nell'Africa, e due razze colonizzatrici vi lottavano, Olandesi e Inglesi; e la vittoria doveva assegnare col primato la dominazione futura, nello sviluppo della civiltà europea, per l'enorme vastità australe del continente nero.Quindi parve e pare ancora a quasi tutti che l'Inghilterra abbia vinto.Certamente la guerra era inevitabile per l'imperoe qualunque atto remissivo sarebbe sembrato un segno di debolezza, provocando nuovi istinti di ribellione in altre colonie oramai mature ad una vita autonoma. Bisognava profondere il sangue e il danaro, e questo avrebbe pagato quello: nessuna generosità di sentimento o di pensiero era possibile in questa guerra, nella quale l'idealità imperiale spariva dietro al tumulto feroce di interessi immediati: la finanza dominava la politica, ma una finanza volgare ancora più che quella di Roma nei tempi ultimi della repubblica, e palese nelle sue combinazioni più profonde, imprudente nelle sue contraddizioni più infami.Ma la vittoria, come sempre, fu una rivelazione.Il popolo inglese non aveva più le antiche virtù militari: il suo esercito mercenario sembrò composto d'impiegati, nei quali il crescere delle paghe diminuiva naturalmente la tragica passione delle battaglie: nessun generale seppe strappare una vittoria o trarre una qualunque gloria da una sconfitta: a Londra, nelle massime città, i bollettini della morte gittavano a ondate ineffabili paure, e quelli falsi dei trionfi suscitavano gli entusiastici deliri, le affannanti acclamazioni della gente, che non sa più essere severa con sè stessa, nè davanti alla vita, nè davanti alla morte.E dopo Gladstone e Disraeli, il fondatore e il rifornitore dell'impero, Chamberlain ne fu il campione aspro, rigido, ironico, col pensiero lucido come un calcolo, la parola tagliente come una spada: mercante dominatore di mercanti, azionista fra i finanzieri della guerra, insensibile alle accuse e sicuro di vincere gittando tutta la ricchezza inglese sopra un piatto della bilancia, mentre sull'altra il piccolopopolo boero non poteva mettere eroicamente che la propria vita e la propria morte.Ma non si muore forse alla storia quando si sa andare così incontro alla catastrofe: nessuna arra è migliore per l'avvenire che l'abdicarvi superbamente piuttosto che venir meno a sè stessi.I boeri infatti non cedettero che esausti, quando le loro bande non erano più che ombre erranti per deserti, e le loro città silenti come i cimiteri.Oggi trattano ancora mercantilmente col vincitore ministro, che comprò da lungi la vittoria e vorrebbe comprare le loro anime: i retori ghignano scetticamente come all'ultima disfatta dell'ultima virtù umana; i poeti invece, se ve ne sono, attendono pensosi, giacchè fra i libri di ogni epopea vi furono sempre pagine di commedie simili a un velario calato sopra scene incompiute o appena incominciate.La storia è paziente, perché la vita è inesauribile.I boeri hanno ancora un gruppo di prigionieri, che si ricusa all'umiltà dell'amnistia, mentre l'Inghilterra dovette già dimenticare i propri falsi vincitori di ieri e si dibatte, così ricca e così poco guerriera, nella necessità di formare un esercito per difendere nell'infinita lontananza le sue frontiere dai centomila nomi. E intanto la sua finanza, disperatamente trionfatrice in Africa, le dissolve all'interno ciò che ancora le rimaneva di superiore nella politica, quella tradizionale aristocrazia, così simile a quella di Roma antica nella sapienza del comando e nell'orgoglio della vita. Essa solamente per tre secoli rappresentò l'idealità e l'unità dell'impero liberale contro la monarchia e sul popolo, ricca e superiore al danaro, chiusa nei blasoni come dentro a una fortezza inaccessibile guardando lontano, findove il genio marinaro della razza sapeva aprire le vie delle avventure e quelle del ritorno alla ricchezza.Adesso i nomi più alti dell'aristocrazia cadono quotidianamente nel pantano dei più infimi processi, o vengono staccati dagli uscieri dei tribunali come false tabelle e più false insegne dai portoni delle più illustri banche mutate in bische di affari. La febbre del danaro è salita ai più alti cuori, mutando la fisonomia e il costume della classe eletta: una rivalità coi principi improvvisati della finanza abbassa anche i principi del sangue agli agguati bancari, e li perde nei meandri più oscuri delle borse, ove le truffe si nascondono a preparare gli affari senza idea, ai quali un gran nome soltanto può dare una garanzia di apparenza.Nell'alterna vicenda della storia, popoli e classi salgono e discendono per l'idea che l'informa: l'aristocrazia francese, composta di tante minime dinastie accantonate nei castelli, si condensò intorno al re e cadde con lui sotto la mannaia della grande rivoluzione; quella spagnuola finì colle guerre di Spagna, senza fede al re e per troppa fede al clero, povera di idee, di sangue, di azione; l'Italia non ne ebbe una che nei comuni, la quale tramontò inosservata lentamente nelle corti indigene e straniere, servile sempre, decorazione inartistica nel paese di tutte le arti; quella inglese si disfà nel danaro, che adesso unifica da solo l'impero, livellando differenze storiche ed etniche, deputati e soldati, e riduce la monarchia ad un rito di increduli, l'aristocrazia ad una superiorità decorativa, la virtù militare ad una compera della vittoria, e quella civile, come in Chamberlain, ad essere il campione cointeressato diuna finanza, la quale nella guerra d'Africa vedeva soltanto una speculazione di miniere.Il gran sogno imperiale di Disraeli si oscura e non è più intelligibile in Inghilterra; il liberalismo di Gladstone vi parrebbe adesso più antiquato di quello di Fox; l'arte inglese decade se Kipling è il massimo poeta, e la vasta, superficiale sintesi di Spencer si sfascia come l'impero. Esso non ha più originalità nemmeno nelle industrie vinte dalla concorrenza americana e germanica; le sue migliori colonie sono già stati, che patteggiano da pari a pari colla vecchia madre dal grembo esausto; tedeschi e italiani la superano nella espansione degli individui capaci di rivivere altrove colla propria fisonomia di razza; la Russia le sovrasta in Asia, l'America e il Giappone le sovrastano nei mari lontani.Ma Chamberlain trionfa nondimeno fra le ovazioni dellaCity, che svegliano gli echi di Birmingham: trionfa aspro, rigido, ironico: egli ha vinto l'affare, nessuno chiede di più. Adesso bisogna salvare la corte nell'ultimo scandalo bancario, e Chamberlain sarà di nuovo vincitore.Ma chi avrà perduto?18 marzo 1903.
Lo è davvero?
Intorno a lui suonano gli applausi lunghi di tutto un popolo, come ad uno di quegli eroi, che nei tempi antichi riassumevano nella propria vita una epopea e, balzando improvvisamente dalla catastrofe, apparivano quasi nella gloria d'una rivelazione.
Perchè con Chamberlain, presso di lui, sotto di lui, ha lungamente trepidato nell'angoscia di un dissolvimento l'anima dell'impero inglese; un impero vasto come un sogno, vario come un mondo, unificato da una piccola isola lontana, dominato da mercanti, illuminato da innumerevoli fari di civiltà, a distanze immense, intorno ai quali rincominciano le originalità di nuovi popoli. Chamberlain fu l'eroe borghese della guerra ai boeri, preparata come un affare, eseguita come una conquista, colla soppressione di una piccola gente così stupefacente nella semplicità primitiva del proprio valore, che oggi ancora la nostra dotta esperienza della storia non sa trovarle un paragone.
Il problema era massimo nell'Africa, e due razze colonizzatrici vi lottavano, Olandesi e Inglesi; e la vittoria doveva assegnare col primato la dominazione futura, nello sviluppo della civiltà europea, per l'enorme vastità australe del continente nero.
Quindi parve e pare ancora a quasi tutti che l'Inghilterra abbia vinto.
Certamente la guerra era inevitabile per l'imperoe qualunque atto remissivo sarebbe sembrato un segno di debolezza, provocando nuovi istinti di ribellione in altre colonie oramai mature ad una vita autonoma. Bisognava profondere il sangue e il danaro, e questo avrebbe pagato quello: nessuna generosità di sentimento o di pensiero era possibile in questa guerra, nella quale l'idealità imperiale spariva dietro al tumulto feroce di interessi immediati: la finanza dominava la politica, ma una finanza volgare ancora più che quella di Roma nei tempi ultimi della repubblica, e palese nelle sue combinazioni più profonde, imprudente nelle sue contraddizioni più infami.
Ma la vittoria, come sempre, fu una rivelazione.
Il popolo inglese non aveva più le antiche virtù militari: il suo esercito mercenario sembrò composto d'impiegati, nei quali il crescere delle paghe diminuiva naturalmente la tragica passione delle battaglie: nessun generale seppe strappare una vittoria o trarre una qualunque gloria da una sconfitta: a Londra, nelle massime città, i bollettini della morte gittavano a ondate ineffabili paure, e quelli falsi dei trionfi suscitavano gli entusiastici deliri, le affannanti acclamazioni della gente, che non sa più essere severa con sè stessa, nè davanti alla vita, nè davanti alla morte.
E dopo Gladstone e Disraeli, il fondatore e il rifornitore dell'impero, Chamberlain ne fu il campione aspro, rigido, ironico, col pensiero lucido come un calcolo, la parola tagliente come una spada: mercante dominatore di mercanti, azionista fra i finanzieri della guerra, insensibile alle accuse e sicuro di vincere gittando tutta la ricchezza inglese sopra un piatto della bilancia, mentre sull'altra il piccolopopolo boero non poteva mettere eroicamente che la propria vita e la propria morte.
Ma non si muore forse alla storia quando si sa andare così incontro alla catastrofe: nessuna arra è migliore per l'avvenire che l'abdicarvi superbamente piuttosto che venir meno a sè stessi.
I boeri infatti non cedettero che esausti, quando le loro bande non erano più che ombre erranti per deserti, e le loro città silenti come i cimiteri.
Oggi trattano ancora mercantilmente col vincitore ministro, che comprò da lungi la vittoria e vorrebbe comprare le loro anime: i retori ghignano scetticamente come all'ultima disfatta dell'ultima virtù umana; i poeti invece, se ve ne sono, attendono pensosi, giacchè fra i libri di ogni epopea vi furono sempre pagine di commedie simili a un velario calato sopra scene incompiute o appena incominciate.
La storia è paziente, perché la vita è inesauribile.
I boeri hanno ancora un gruppo di prigionieri, che si ricusa all'umiltà dell'amnistia, mentre l'Inghilterra dovette già dimenticare i propri falsi vincitori di ieri e si dibatte, così ricca e così poco guerriera, nella necessità di formare un esercito per difendere nell'infinita lontananza le sue frontiere dai centomila nomi. E intanto la sua finanza, disperatamente trionfatrice in Africa, le dissolve all'interno ciò che ancora le rimaneva di superiore nella politica, quella tradizionale aristocrazia, così simile a quella di Roma antica nella sapienza del comando e nell'orgoglio della vita. Essa solamente per tre secoli rappresentò l'idealità e l'unità dell'impero liberale contro la monarchia e sul popolo, ricca e superiore al danaro, chiusa nei blasoni come dentro a una fortezza inaccessibile guardando lontano, findove il genio marinaro della razza sapeva aprire le vie delle avventure e quelle del ritorno alla ricchezza.
Adesso i nomi più alti dell'aristocrazia cadono quotidianamente nel pantano dei più infimi processi, o vengono staccati dagli uscieri dei tribunali come false tabelle e più false insegne dai portoni delle più illustri banche mutate in bische di affari. La febbre del danaro è salita ai più alti cuori, mutando la fisonomia e il costume della classe eletta: una rivalità coi principi improvvisati della finanza abbassa anche i principi del sangue agli agguati bancari, e li perde nei meandri più oscuri delle borse, ove le truffe si nascondono a preparare gli affari senza idea, ai quali un gran nome soltanto può dare una garanzia di apparenza.
Nell'alterna vicenda della storia, popoli e classi salgono e discendono per l'idea che l'informa: l'aristocrazia francese, composta di tante minime dinastie accantonate nei castelli, si condensò intorno al re e cadde con lui sotto la mannaia della grande rivoluzione; quella spagnuola finì colle guerre di Spagna, senza fede al re e per troppa fede al clero, povera di idee, di sangue, di azione; l'Italia non ne ebbe una che nei comuni, la quale tramontò inosservata lentamente nelle corti indigene e straniere, servile sempre, decorazione inartistica nel paese di tutte le arti; quella inglese si disfà nel danaro, che adesso unifica da solo l'impero, livellando differenze storiche ed etniche, deputati e soldati, e riduce la monarchia ad un rito di increduli, l'aristocrazia ad una superiorità decorativa, la virtù militare ad una compera della vittoria, e quella civile, come in Chamberlain, ad essere il campione cointeressato diuna finanza, la quale nella guerra d'Africa vedeva soltanto una speculazione di miniere.
Il gran sogno imperiale di Disraeli si oscura e non è più intelligibile in Inghilterra; il liberalismo di Gladstone vi parrebbe adesso più antiquato di quello di Fox; l'arte inglese decade se Kipling è il massimo poeta, e la vasta, superficiale sintesi di Spencer si sfascia come l'impero. Esso non ha più originalità nemmeno nelle industrie vinte dalla concorrenza americana e germanica; le sue migliori colonie sono già stati, che patteggiano da pari a pari colla vecchia madre dal grembo esausto; tedeschi e italiani la superano nella espansione degli individui capaci di rivivere altrove colla propria fisonomia di razza; la Russia le sovrasta in Asia, l'America e il Giappone le sovrastano nei mari lontani.
Ma Chamberlain trionfa nondimeno fra le ovazioni dellaCity, che svegliano gli echi di Birmingham: trionfa aspro, rigido, ironico: egli ha vinto l'affare, nessuno chiede di più. Adesso bisogna salvare la corte nell'ultimo scandalo bancario, e Chamberlain sarà di nuovo vincitore.
Ma chi avrà perduto?
18 marzo 1903.