IL VINTO

IL VINTOLo hanno già dimenticato.Gli osanna salgono ancora, e lungamente dureranno a salire stormendo come un volo di colombe intorno alla fronte del vincitore, ieri soltanto rivelato da una improvvisa elezione alla devota riverenza del mondo. Il vincitore era quasi un ignoto, malgrado il suo grado di patriarca a Venezia, la capitale dei sogni, ancorata nella laguna come una nave fantastica, pronta forse a salpare dietro l'appello di un poeta; il vinto è un illustre, che per venti anni regnò sul mondo dall'ultimo gradino del soglio più alto fra tutti, così alto che le anime affisandovisi aprono inconsciamente le ali al volo. Egli era un principe della propria casa e della Chiesa: gagliardo nel corpo, severo nel volto, austero nella vita, gran signore nel gesto, diplomatico nella parola, uomo di stato nel pensiero. Per venti anni era stato la mente segreta e il segretario palese di Leone XIII, il pontefice quasi divinizzato dalla longevità, e che appariva come un fantasma bianco ai credenti, pei quali un fantasma di Dio è indispensabile forse quanto Dio stesso. Il pontefice non era prima stato un cardinale illustre: anch'egli era conte, ma l'aristocrazia provinciale della sua casa non era bastata a dargli l'altera elettezza di coloro nati al comando: poi la tormenta della rivoluzione italiana l'aveva sorpreso a Perugia, e l'inferiorità dello spirito aveva abbassato il cardinale ad una reazione infelice nell'opera, più infelice nella intenzione. Pio IX parve lungamente dispettarlo,ma alla morte di questo, come spesso accade, il partito di opposizione alzò Pecci al pontificato. Il passo era grande, non l'uomo.Nullameno il papa superò il cardinale. La sua funzione essenzialmente decorativa si compiè attraverso una lunga fortuna di atti politici e religiosi: con lui e per lui il papato, libero dalla zavorra del potere temporale, si innalzò sulle acque, e come sotto un soffio dall'alto riprese il proprio corso trionfale sull'oceano della storia. Il papa rimaneva prigioniero di sè stesso nell'immensa, caotica reggia del Vaticano, ma gli altri sovrani, diversi e talvolta nemici a lui per religione, s'inchinavano riverenti alla sua sovranità, la sola davvero indipendente dall'assenso delle moltitudini, e lo invocavano arbitro delle proprie contese.Egli accettava, giudicava, ma il pensiero forse non era suo.Certamente non è facile, neanche adesso, supporre in quel mediocre (e l'aggettivo è forse ancora indulgente) traduttore di Orazio e cantore di santi, senza che mai un verso bello gli sfuggisse sotto la penna, un ingegno di artista e uno spirito di pensatore. In alcuni scritti volgarmente scolastici, si era affrontato col Gioberti, ma in questo magnifico tribuno della filosofia non aveva indovinato nè la bella originalità degli errori politici, nè la tumultuosa grandezza delle improvvisazioni teoriche: Gioberti non era forse un filosofo, in un secolo che si apriva con Kant e doveva chiudersi con Spencer, ma il cardinale Pecci non poteva nemmeno capire di lui la contagiosa eloquenza e quella affascinante mobilità, per la quale, in una vita così breve e gloriosa, era passato per tutte le antitesi del trionfo e della sconfitta.Papa Pecci invece trionfò sempre nel proprio pontificato.Era un mediocre, e soltanto di questi è il trionfo senza tempeste, la gloria senza battaglie: poi l'isolamento in una immaginaria prigionia, la vecchiezza e la purità della vita, l'apparente santità dell'ufficio, l'incomparabile altezza del grado, il prodigio lungo della vittoria sugli anni, che non scolpivano nemmeno più la sua maschera, già consacrata dalla adorazione, compierono il miracolo, nel quale parve quasi più che un uomo. Indarno tratto tratto il genio ironico della vita sembrava compiacersi a scoprire una volgarità su lui o dentro di lui, qualche cosa di avaro nella sua parsimonia, di pedante nella sua parola, di vacuo nel suo pensiero, d'insufficiente nel suo carattere; invano il cumulo crescente dei problemi, che la modernità gitta sulla religione e sul papato, rendeva ogni giorno più piccola la sua figura; indarno al grido angoscioso dell'Irlanda, agli urli mortali dell'Armenia egli tacque, e il suo fu un silenzio di deserto: il mondo ammirava e adorava.Il papa doveva essere grande, perchè nulla è più grande del papato: Pecci era ieri un mediocre, Sarto è oggi un piccolo, ma il papato, sicuro dell'indomani, è piuttosto abituato a dare la grandezza che a riceverla. Nel secolo passato nessun papa fu grande: forse Gregorio XVI solo, nell'aspra fierezza del carattere e nella guerriera audacia dell'ingegno, avrebbe potuto, se aiutato dai tempi, apparirvi originale. Originale invece la gloria dei nuovi dogmi e delle ultime catastrofi rese Pio IX, amabile temperamento teatrale, incaricato di esaurire il più magnifico repertorio senza intendere mai il valore del dramma o il motivo della scena.Dopo lui, Pecci inizia un'epoca nuova: il papato non ha più regno e deve risalire all'impero spirituale raddoppiandolo: tutte le monarchie oscillano, tutti i re non lo sono più che per decreto o tolleranza di popolo: il papato solo rappresenta ancora la sovranità ideale, inaccessibile alla marea dei partiti, non oscurabile da nebbie di opinioni, la più antica nella tradizione, Tunica che parlando a nome di Dio possa identificarsi con lui, cadere soltanto s'egli cada dalla sommità delle anime.La missione era grande.Saprà il nuovo papa adempirla?Di lui adesso troppi parlano e troppo. Come per gli eletti improvvisi della fortuna, si fatica già a fabbricargli un passato: si cerca e si suda a mettere una poesia nell'ordinaria povertà della sua infanzia; si accattano le sue più lontane parole, e si forbiscono e si urtano l'una contro l'altra per trarne una sonorità.Ma il suo passato resiste al presente: niente di quello poteva far presagire questo: il piccolo chierico di Riese, il seminarista, il parroco, il vescovo, il patriarca sono sempre in lui lo stesso uomo e lo stesso prete, coll'animo buono senza impeti eroici e senza squisitezze poetiche: buono come lo è il fieno fra i bicchieri per impedire che si rompano; buono, ma al disotto di ogni originalità nel dolore, al di fuori di ogni modernità nell'opera.Di lui non una parola prima fu nunziatrice di un pensiero di guerra o di pace; non una idea trasparì dal suo silenzio come un lampo di calura nel fondo delle notti estive, una fiamma improvvisa sul fianco lacerato di un vulcano.La sua più preziosa qualità è di essere rimastoquale nacque: un contadino di villaggio, docile ed ostinato, capace di imparare il comando nell'obbedienza a qualunque superiore, senza averne il segreto in sè stesso; semplice e furbo, colto soltanto sino alla decenza, spontaneamente onesto, inetto alle grandi ambizioni per la povertà dell'ingegno e la mediocrità del cuore.Ma in lui, per lui, con lui trionfano i piccoli e gli umili: è Riese che domina Roma, è un contadino che si alza sui re, un ignaro che sovrasterà ai sapienti, un galantuomo che sarà diventato imperatore senza averlo nemmeno desiderato.Basterebbe questo alla gloria del papa e del papato.E io penso al vinto, al cardinale Rampolla principe di Tindaro, entrato quasi papa nel conclave e uscitone meno che cardinale.Egli aveva voluto la tiara, con lunga, muta, tragica passione: il suo volto ne portava già le tracce, e adesso non ne perderà più le stigmate. Per venti anni egli si era quasi annullato dietro Leone XIII, al quale prestava tutto, dal pensiero all'accento: aveva regnato e governato fra una lotta senza requie e senza pietà, preparando nell'ascensione del papato la propria elezione a pontefice.La sua misura era apparsa ammirabile ai più diversi politici e ai più rudi avversarii: chiuso nella propria idea come in una rocca, vi teneva prigioniera la propria ambizione e vi accumulava tutte le armi: odiato sapeva odiare senza colpire, eleggere un amico in un cliente, accettare nell'alleato il nemico.Egli era un forte, dei pochissimi, nei quali l'ambizione diventa castità anche nel pensiero.Dopo Waldek-Rousseau, il più temibile parlamentare d'Europa, sopportò Combes e la violenza aggressiva, stonata, tonante della sua persecuzione, senza che una parola o un atto tradissero in lui il rancore del prete, o l'impazienza dell'avversario. Non voleva perdere la Francia nel conclave, e non la perdette. Invece perdette il papato.E sarà stata tragicamente bella questa suprema battaglia fra il novizio e il veterano, il contadino e il principe, l'aristocratico dell'ingegno e il democratico nel carattere, fra Rampolla e Sarto: un candidato, che non poteva vincere perchè troppo temuto prima, un elettore che doveva essere eletto appunto perchè era soltanto un elettore.Ma i giornali, che hanno inventato a quest'ora tante parole dialettali per comporre i lineamenti psicologici del nuovo papa, non poterono, nè prima nè poi, sfondare il silenzio del cardinale non più segretario. Quel silenzio, come il suo volto, aveva la cupa impenetrabilità del bronzo.Ed egli tace ancora.Domani forse, se muoia quel nonagenario arcivescovo di Palermo, che nemmeno per l'infermità degli anni potè recarsi al conclave, lo manderanno là per non vedere la sua ombra, per non sentire il suo silenzio.Altri occuperà quel seggio, che egli tenne con tacito onore venti anni: non importa: i vinti debbono tacere. E adesso è solo.Ma fossi pure unico in Italia, io m'inchino da lungi, in una solitudine forse più deserta, davanti alla grandezza della sua sconfitta, alla superbia del suo silenzio.12 agosto 1903.

Lo hanno già dimenticato.

Gli osanna salgono ancora, e lungamente dureranno a salire stormendo come un volo di colombe intorno alla fronte del vincitore, ieri soltanto rivelato da una improvvisa elezione alla devota riverenza del mondo. Il vincitore era quasi un ignoto, malgrado il suo grado di patriarca a Venezia, la capitale dei sogni, ancorata nella laguna come una nave fantastica, pronta forse a salpare dietro l'appello di un poeta; il vinto è un illustre, che per venti anni regnò sul mondo dall'ultimo gradino del soglio più alto fra tutti, così alto che le anime affisandovisi aprono inconsciamente le ali al volo. Egli era un principe della propria casa e della Chiesa: gagliardo nel corpo, severo nel volto, austero nella vita, gran signore nel gesto, diplomatico nella parola, uomo di stato nel pensiero. Per venti anni era stato la mente segreta e il segretario palese di Leone XIII, il pontefice quasi divinizzato dalla longevità, e che appariva come un fantasma bianco ai credenti, pei quali un fantasma di Dio è indispensabile forse quanto Dio stesso. Il pontefice non era prima stato un cardinale illustre: anch'egli era conte, ma l'aristocrazia provinciale della sua casa non era bastata a dargli l'altera elettezza di coloro nati al comando: poi la tormenta della rivoluzione italiana l'aveva sorpreso a Perugia, e l'inferiorità dello spirito aveva abbassato il cardinale ad una reazione infelice nell'opera, più infelice nella intenzione. Pio IX parve lungamente dispettarlo,ma alla morte di questo, come spesso accade, il partito di opposizione alzò Pecci al pontificato. Il passo era grande, non l'uomo.

Nullameno il papa superò il cardinale. La sua funzione essenzialmente decorativa si compiè attraverso una lunga fortuna di atti politici e religiosi: con lui e per lui il papato, libero dalla zavorra del potere temporale, si innalzò sulle acque, e come sotto un soffio dall'alto riprese il proprio corso trionfale sull'oceano della storia. Il papa rimaneva prigioniero di sè stesso nell'immensa, caotica reggia del Vaticano, ma gli altri sovrani, diversi e talvolta nemici a lui per religione, s'inchinavano riverenti alla sua sovranità, la sola davvero indipendente dall'assenso delle moltitudini, e lo invocavano arbitro delle proprie contese.

Egli accettava, giudicava, ma il pensiero forse non era suo.

Certamente non è facile, neanche adesso, supporre in quel mediocre (e l'aggettivo è forse ancora indulgente) traduttore di Orazio e cantore di santi, senza che mai un verso bello gli sfuggisse sotto la penna, un ingegno di artista e uno spirito di pensatore. In alcuni scritti volgarmente scolastici, si era affrontato col Gioberti, ma in questo magnifico tribuno della filosofia non aveva indovinato nè la bella originalità degli errori politici, nè la tumultuosa grandezza delle improvvisazioni teoriche: Gioberti non era forse un filosofo, in un secolo che si apriva con Kant e doveva chiudersi con Spencer, ma il cardinale Pecci non poteva nemmeno capire di lui la contagiosa eloquenza e quella affascinante mobilità, per la quale, in una vita così breve e gloriosa, era passato per tutte le antitesi del trionfo e della sconfitta.

Papa Pecci invece trionfò sempre nel proprio pontificato.

Era un mediocre, e soltanto di questi è il trionfo senza tempeste, la gloria senza battaglie: poi l'isolamento in una immaginaria prigionia, la vecchiezza e la purità della vita, l'apparente santità dell'ufficio, l'incomparabile altezza del grado, il prodigio lungo della vittoria sugli anni, che non scolpivano nemmeno più la sua maschera, già consacrata dalla adorazione, compierono il miracolo, nel quale parve quasi più che un uomo. Indarno tratto tratto il genio ironico della vita sembrava compiacersi a scoprire una volgarità su lui o dentro di lui, qualche cosa di avaro nella sua parsimonia, di pedante nella sua parola, di vacuo nel suo pensiero, d'insufficiente nel suo carattere; invano il cumulo crescente dei problemi, che la modernità gitta sulla religione e sul papato, rendeva ogni giorno più piccola la sua figura; indarno al grido angoscioso dell'Irlanda, agli urli mortali dell'Armenia egli tacque, e il suo fu un silenzio di deserto: il mondo ammirava e adorava.

Il papa doveva essere grande, perchè nulla è più grande del papato: Pecci era ieri un mediocre, Sarto è oggi un piccolo, ma il papato, sicuro dell'indomani, è piuttosto abituato a dare la grandezza che a riceverla. Nel secolo passato nessun papa fu grande: forse Gregorio XVI solo, nell'aspra fierezza del carattere e nella guerriera audacia dell'ingegno, avrebbe potuto, se aiutato dai tempi, apparirvi originale. Originale invece la gloria dei nuovi dogmi e delle ultime catastrofi rese Pio IX, amabile temperamento teatrale, incaricato di esaurire il più magnifico repertorio senza intendere mai il valore del dramma o il motivo della scena.

Dopo lui, Pecci inizia un'epoca nuova: il papato non ha più regno e deve risalire all'impero spirituale raddoppiandolo: tutte le monarchie oscillano, tutti i re non lo sono più che per decreto o tolleranza di popolo: il papato solo rappresenta ancora la sovranità ideale, inaccessibile alla marea dei partiti, non oscurabile da nebbie di opinioni, la più antica nella tradizione, Tunica che parlando a nome di Dio possa identificarsi con lui, cadere soltanto s'egli cada dalla sommità delle anime.

La missione era grande.

Saprà il nuovo papa adempirla?

Di lui adesso troppi parlano e troppo. Come per gli eletti improvvisi della fortuna, si fatica già a fabbricargli un passato: si cerca e si suda a mettere una poesia nell'ordinaria povertà della sua infanzia; si accattano le sue più lontane parole, e si forbiscono e si urtano l'una contro l'altra per trarne una sonorità.

Ma il suo passato resiste al presente: niente di quello poteva far presagire questo: il piccolo chierico di Riese, il seminarista, il parroco, il vescovo, il patriarca sono sempre in lui lo stesso uomo e lo stesso prete, coll'animo buono senza impeti eroici e senza squisitezze poetiche: buono come lo è il fieno fra i bicchieri per impedire che si rompano; buono, ma al disotto di ogni originalità nel dolore, al di fuori di ogni modernità nell'opera.

Di lui non una parola prima fu nunziatrice di un pensiero di guerra o di pace; non una idea trasparì dal suo silenzio come un lampo di calura nel fondo delle notti estive, una fiamma improvvisa sul fianco lacerato di un vulcano.

La sua più preziosa qualità è di essere rimastoquale nacque: un contadino di villaggio, docile ed ostinato, capace di imparare il comando nell'obbedienza a qualunque superiore, senza averne il segreto in sè stesso; semplice e furbo, colto soltanto sino alla decenza, spontaneamente onesto, inetto alle grandi ambizioni per la povertà dell'ingegno e la mediocrità del cuore.

Ma in lui, per lui, con lui trionfano i piccoli e gli umili: è Riese che domina Roma, è un contadino che si alza sui re, un ignaro che sovrasterà ai sapienti, un galantuomo che sarà diventato imperatore senza averlo nemmeno desiderato.

Basterebbe questo alla gloria del papa e del papato.

E io penso al vinto, al cardinale Rampolla principe di Tindaro, entrato quasi papa nel conclave e uscitone meno che cardinale.

Egli aveva voluto la tiara, con lunga, muta, tragica passione: il suo volto ne portava già le tracce, e adesso non ne perderà più le stigmate. Per venti anni egli si era quasi annullato dietro Leone XIII, al quale prestava tutto, dal pensiero all'accento: aveva regnato e governato fra una lotta senza requie e senza pietà, preparando nell'ascensione del papato la propria elezione a pontefice.

La sua misura era apparsa ammirabile ai più diversi politici e ai più rudi avversarii: chiuso nella propria idea come in una rocca, vi teneva prigioniera la propria ambizione e vi accumulava tutte le armi: odiato sapeva odiare senza colpire, eleggere un amico in un cliente, accettare nell'alleato il nemico.

Egli era un forte, dei pochissimi, nei quali l'ambizione diventa castità anche nel pensiero.

Dopo Waldek-Rousseau, il più temibile parlamentare d'Europa, sopportò Combes e la violenza aggressiva, stonata, tonante della sua persecuzione, senza che una parola o un atto tradissero in lui il rancore del prete, o l'impazienza dell'avversario. Non voleva perdere la Francia nel conclave, e non la perdette. Invece perdette il papato.

E sarà stata tragicamente bella questa suprema battaglia fra il novizio e il veterano, il contadino e il principe, l'aristocratico dell'ingegno e il democratico nel carattere, fra Rampolla e Sarto: un candidato, che non poteva vincere perchè troppo temuto prima, un elettore che doveva essere eletto appunto perchè era soltanto un elettore.

Ma i giornali, che hanno inventato a quest'ora tante parole dialettali per comporre i lineamenti psicologici del nuovo papa, non poterono, nè prima nè poi, sfondare il silenzio del cardinale non più segretario. Quel silenzio, come il suo volto, aveva la cupa impenetrabilità del bronzo.

Ed egli tace ancora.

Domani forse, se muoia quel nonagenario arcivescovo di Palermo, che nemmeno per l'infermità degli anni potè recarsi al conclave, lo manderanno là per non vedere la sua ombra, per non sentire il suo silenzio.

Altri occuperà quel seggio, che egli tenne con tacito onore venti anni: non importa: i vinti debbono tacere. E adesso è solo.

Ma fossi pure unico in Italia, io m'inchino da lungi, in una solitudine forse più deserta, davanti alla grandezza della sua sconfitta, alla superbia del suo silenzio.

12 agosto 1903.


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