IXULTIMA CARICA
FIT VIA VIRicordate il magnifico emistichio di Virgilio nel racconto di Enea, quando alla fantasia dell'eroe si parava ancora dinanzi, nell'orrore notturno, il quadro di Troia presa ed incendiata, fra l'urlo dei combattenti, nei delirio supremo della forza?Adesso, laggiù, nell'estremo Oriente, la oscura forza della storia ha scatenato alla più meravigliosa ed originale delle guerre il massimo impero del mondo, così vasto che la luna non lo supera in estensione, e la più nuova fra tutte le nazioni, quell'impero del Sole Levante, che da pochi anni raggia sull'orizzonte della nostra civiltà. Il problema della guerra, intorno al quale ogni pensiero oggi si affatica, è forse il più profondo del nostro tempo, giacchè prelude a quello di tutta l'Asia, desta oramai dal sonno millenario.Che la Russia distendendosi per la Manciuria ubbidisca alla legge della propria gravitazione, e giunta ai due porti di Arthur e di Vladivostok intenda girare a ponente la Cina per chiuderla entro il proprio immenso monile; che il Giappone, trasformatosi in stato europeo, debba mirare alla penisola della Corea come al più vicino e facile approdo sul continente asiatico: questi non sono che i dati esteriorie militari del problema. Nei due avversari, attraverso le differenze della propria natura politica e dell'immenso spazio interposto, la forza è quasi pari e il valore indiscusso: se la Russia invincibile nella propria massa, e in lontana ma terrestre comunicazione col teatro della guerra, può inesaustamente alimentarla, gettando nelle sue fauci mostruose a centinaia di migliaia vittime e soldati, il Giappone, egualmente sicuro dell'Inghilterra nel proprio impero insulare, gettò pel primo il guanto di sfida coll'orgoglio certo dei vantaggi, che la situazione geografica e politica gli consentono. Così la guerra, anzichè decidere della loro esistenza, non basterà nemmeno a stabilire, per un prossimo futuro, quale dei due avrà davvero il primato dell'influenza nel rinnovamento asiatico. Troppo lunga nei secoli fu la sua incubazione e troppi attori dovranno concorrervi.Comunque la storia abbia potuto davvero incominciare, questo almeno è ben certo, per noi, che essa partiva dall'unità ideale dell'uomo per giungere all'ideale unità delle genti. L'Asia fu la sua matrice e tutto ne uscì: la sua civiltà primigenia produsse i germi di tutte le forme, di tutte le vite, che poi riempirono il caleidoscopio della storia: l'uniformità atomistica della Cina, la differenziazione panteistica dell'India, il dualismo della Persia, il monoteismo della Palestina contennero già ogni religione e ogni politica; sul Mediterraneo, che vide la prima unità storica, si addensò il pensiero dell'Asia passando per l'Egitto e per la Grecia, e Roma potè così diventare il centro del mondo; poi il Cristianesimo ruppe l'orbita romana, e al primo centro del Mediterraneo s'aggiunse il Baltico, e da tutte le coste europee raggiarono gli istinti, le avventure, le creazioni diuna civiltà, che per primo bisogno aveva quello di essere universale. Nel secolo decimosesto l'America entrò nell'orbita europea, in quello decimonono l'Europa, con sforzo sanguinoso e concorde, puntò sull'Africa e ne sfondò il negro mistero.Adesso questo sforzo si ripete sull'Asia. Ma poichè essa sola supera per densità la popolazione d'Europa ed America riunite, nessuna potenza bastava solitaria al problema del suo rinnovamento. Bisognò aspettare che l'America fosse in grado di concorrervi, che l'Australia improvvisata ripetesse non lungi dall'India una nuova Europa, che vapore e telegrafo annullassero quasi le distanze, che tutti i popoli civili avessero raggiunto un inverosimile sviluppo industriale e commerciale, coprendo i mari di navi, le coste di stazioni, forzando i confini colla ricchezza, dopo averli violati coi missionari della scienza e delle religioni, unanimi tutti, nella divergenza degli interessi, in questa suprema necessità di aprire alla loro vita il continente giallo.Due o tre anni or sono la prima crociata bianca penetrò a Pekino: il motivo della guerra parve religioso, e la guerra soltanto di saccheggio e di strage; ma invece era il primo accordo e il primo convegno d'Europa nell'immenso problema. L'impero dei draghi fu squarciato e rimase aperto per sempre: nessuna muraglia potrà più chiuderlo, nessuna sua forza antica difenderlo contro la violenza rigeneratrice delle forze nuove. Perchè la Cina può risorgere, e la prova era nel suo nemico più vicino, il Giappone.Adesso la contesa fra questo e la Russia è appena un preludio.L'impero russo, irresistibile nella progressione del proprio peso, non ha forza assimilatrice di civiltànella razza. Già le popolazioni vi sono scarse alla terra e le città alle campagne; la sua emigrazione ancora per secoli sarà all'interno; la Siberia che contiene le varietà di un mondo, è quasi un deserto; la potenza industriale e commerciale russa, malgrado la recente, magnifica improvvisazione, è ancora europeamente troppo inferiore. Il suo ufficio in Asia fu dunque soltanto militare, aprire i confini, frangere le barriere interne, disciplinare momentaneamente colla forza, dissipare l'incantesimo millenario dell'onnipotenza asiatica fatta di numero e di estensione.Mentre la Russia discendeva per la Siberia biforcandosi verso la Persia, l'Inghilterra, vittoriosamente sostituitasi ai portoghesi, agli olandesi, ai francesi nell'oceano Indiano, tentava per il Tibet di giungere al cuore della Cina. La Francia penetrava sino a Pekino con una marcia coreografica, iniziava un impero nell'Indocina; il Giappone mirava alla Corea, d'onde uscì la sua prima civiltà; l'America, ultima, gittava miliardi alla propria avanguardia in una conquista parcellaria del Celeste Impero.Un immenso moto superficiale e latente affatica il continente asiatico: l'ora della sua rinascita è vicina, e, poichè sarà un mondo che nasce, sposterà (chi sa come e sino a quali limiti?) la vita della nostra presente civiltà.Tutte le nostre religioni si troveranno così di fronte al vero problema del primato e dell'universalità, e la battaglia fra Buddhismo e Cristianesimo sarà la più grande di tutte le storie; nel lavoro della terra, della industria e del commercio la nostra razza bianca subirà il confronto colla gialla, e poichè il capitale è impersonale, la lotta per l'esistenzanel lavoro prepara ai nostri operai forse più di una tragica sorpresa; tutti i mercati si sposteranno, e le correnti delle ricchezze e quelle delle strade, e i porti e le stazioni oscilleranno come scossi da lungo terremoto.La storia dovrà ricominciare il proprio lavoro: quella che noi chiamavamo storia universale, non era fatta che di echi mondiali nel Mediterraneo: tutte le nostre storie fin qui furono parziali, e quindi false: in una storia davvero universale, ogni nazione potrà soltanto e finalmente scoprire il proprio segreto.Intanto, ecco un primo immenso problema: fino a ieri noi credevamo che alla nostra attuale coscienza non si poteva giungere che per i gradi della storia bianca. E sapientemente disegnammo il formarsi del nostro spirito su per la scalea delle nazioni, guadagnando un'idea, un carattere ad ogni scalino, e affermammo che il cristianesimo dei due primi apostoli fallì nell'Asia per mancanza della ideale preparazione greco-romana. Ebbene, il Giappone dal 1834 ad oggi ci avrebbe già raggiunto con una improvvisazione ancora più inverosimile che rapida?Se le sue forme politiche, pari alle nostre, contengono davvero il nostro stesso diritto, e se in questo la sua coscienza ci uguaglia, a che si riducono le serie e le categorie millenarie del nostro pensiero e della nostra storia?Punto e a capo, dunque.6 marzo 1904.
Ricordate il magnifico emistichio di Virgilio nel racconto di Enea, quando alla fantasia dell'eroe si parava ancora dinanzi, nell'orrore notturno, il quadro di Troia presa ed incendiata, fra l'urlo dei combattenti, nei delirio supremo della forza?
Adesso, laggiù, nell'estremo Oriente, la oscura forza della storia ha scatenato alla più meravigliosa ed originale delle guerre il massimo impero del mondo, così vasto che la luna non lo supera in estensione, e la più nuova fra tutte le nazioni, quell'impero del Sole Levante, che da pochi anni raggia sull'orizzonte della nostra civiltà. Il problema della guerra, intorno al quale ogni pensiero oggi si affatica, è forse il più profondo del nostro tempo, giacchè prelude a quello di tutta l'Asia, desta oramai dal sonno millenario.
Che la Russia distendendosi per la Manciuria ubbidisca alla legge della propria gravitazione, e giunta ai due porti di Arthur e di Vladivostok intenda girare a ponente la Cina per chiuderla entro il proprio immenso monile; che il Giappone, trasformatosi in stato europeo, debba mirare alla penisola della Corea come al più vicino e facile approdo sul continente asiatico: questi non sono che i dati esteriorie militari del problema. Nei due avversari, attraverso le differenze della propria natura politica e dell'immenso spazio interposto, la forza è quasi pari e il valore indiscusso: se la Russia invincibile nella propria massa, e in lontana ma terrestre comunicazione col teatro della guerra, può inesaustamente alimentarla, gettando nelle sue fauci mostruose a centinaia di migliaia vittime e soldati, il Giappone, egualmente sicuro dell'Inghilterra nel proprio impero insulare, gettò pel primo il guanto di sfida coll'orgoglio certo dei vantaggi, che la situazione geografica e politica gli consentono. Così la guerra, anzichè decidere della loro esistenza, non basterà nemmeno a stabilire, per un prossimo futuro, quale dei due avrà davvero il primato dell'influenza nel rinnovamento asiatico. Troppo lunga nei secoli fu la sua incubazione e troppi attori dovranno concorrervi.
Comunque la storia abbia potuto davvero incominciare, questo almeno è ben certo, per noi, che essa partiva dall'unità ideale dell'uomo per giungere all'ideale unità delle genti. L'Asia fu la sua matrice e tutto ne uscì: la sua civiltà primigenia produsse i germi di tutte le forme, di tutte le vite, che poi riempirono il caleidoscopio della storia: l'uniformità atomistica della Cina, la differenziazione panteistica dell'India, il dualismo della Persia, il monoteismo della Palestina contennero già ogni religione e ogni politica; sul Mediterraneo, che vide la prima unità storica, si addensò il pensiero dell'Asia passando per l'Egitto e per la Grecia, e Roma potè così diventare il centro del mondo; poi il Cristianesimo ruppe l'orbita romana, e al primo centro del Mediterraneo s'aggiunse il Baltico, e da tutte le coste europee raggiarono gli istinti, le avventure, le creazioni diuna civiltà, che per primo bisogno aveva quello di essere universale. Nel secolo decimosesto l'America entrò nell'orbita europea, in quello decimonono l'Europa, con sforzo sanguinoso e concorde, puntò sull'Africa e ne sfondò il negro mistero.
Adesso questo sforzo si ripete sull'Asia. Ma poichè essa sola supera per densità la popolazione d'Europa ed America riunite, nessuna potenza bastava solitaria al problema del suo rinnovamento. Bisognò aspettare che l'America fosse in grado di concorrervi, che l'Australia improvvisata ripetesse non lungi dall'India una nuova Europa, che vapore e telegrafo annullassero quasi le distanze, che tutti i popoli civili avessero raggiunto un inverosimile sviluppo industriale e commerciale, coprendo i mari di navi, le coste di stazioni, forzando i confini colla ricchezza, dopo averli violati coi missionari della scienza e delle religioni, unanimi tutti, nella divergenza degli interessi, in questa suprema necessità di aprire alla loro vita il continente giallo.
Due o tre anni or sono la prima crociata bianca penetrò a Pekino: il motivo della guerra parve religioso, e la guerra soltanto di saccheggio e di strage; ma invece era il primo accordo e il primo convegno d'Europa nell'immenso problema. L'impero dei draghi fu squarciato e rimase aperto per sempre: nessuna muraglia potrà più chiuderlo, nessuna sua forza antica difenderlo contro la violenza rigeneratrice delle forze nuove. Perchè la Cina può risorgere, e la prova era nel suo nemico più vicino, il Giappone.
Adesso la contesa fra questo e la Russia è appena un preludio.
L'impero russo, irresistibile nella progressione del proprio peso, non ha forza assimilatrice di civiltànella razza. Già le popolazioni vi sono scarse alla terra e le città alle campagne; la sua emigrazione ancora per secoli sarà all'interno; la Siberia che contiene le varietà di un mondo, è quasi un deserto; la potenza industriale e commerciale russa, malgrado la recente, magnifica improvvisazione, è ancora europeamente troppo inferiore. Il suo ufficio in Asia fu dunque soltanto militare, aprire i confini, frangere le barriere interne, disciplinare momentaneamente colla forza, dissipare l'incantesimo millenario dell'onnipotenza asiatica fatta di numero e di estensione.
Mentre la Russia discendeva per la Siberia biforcandosi verso la Persia, l'Inghilterra, vittoriosamente sostituitasi ai portoghesi, agli olandesi, ai francesi nell'oceano Indiano, tentava per il Tibet di giungere al cuore della Cina. La Francia penetrava sino a Pekino con una marcia coreografica, iniziava un impero nell'Indocina; il Giappone mirava alla Corea, d'onde uscì la sua prima civiltà; l'America, ultima, gittava miliardi alla propria avanguardia in una conquista parcellaria del Celeste Impero.
Un immenso moto superficiale e latente affatica il continente asiatico: l'ora della sua rinascita è vicina, e, poichè sarà un mondo che nasce, sposterà (chi sa come e sino a quali limiti?) la vita della nostra presente civiltà.
Tutte le nostre religioni si troveranno così di fronte al vero problema del primato e dell'universalità, e la battaglia fra Buddhismo e Cristianesimo sarà la più grande di tutte le storie; nel lavoro della terra, della industria e del commercio la nostra razza bianca subirà il confronto colla gialla, e poichè il capitale è impersonale, la lotta per l'esistenzanel lavoro prepara ai nostri operai forse più di una tragica sorpresa; tutti i mercati si sposteranno, e le correnti delle ricchezze e quelle delle strade, e i porti e le stazioni oscilleranno come scossi da lungo terremoto.
La storia dovrà ricominciare il proprio lavoro: quella che noi chiamavamo storia universale, non era fatta che di echi mondiali nel Mediterraneo: tutte le nostre storie fin qui furono parziali, e quindi false: in una storia davvero universale, ogni nazione potrà soltanto e finalmente scoprire il proprio segreto.
Intanto, ecco un primo immenso problema: fino a ieri noi credevamo che alla nostra attuale coscienza non si poteva giungere che per i gradi della storia bianca. E sapientemente disegnammo il formarsi del nostro spirito su per la scalea delle nazioni, guadagnando un'idea, un carattere ad ogni scalino, e affermammo che il cristianesimo dei due primi apostoli fallì nell'Asia per mancanza della ideale preparazione greco-romana. Ebbene, il Giappone dal 1834 ad oggi ci avrebbe già raggiunto con una improvvisazione ancora più inverosimile che rapida?
Se le sue forme politiche, pari alle nostre, contengono davvero il nostro stesso diritto, e se in questo la sua coscienza ci uguaglia, a che si riducono le serie e le categorie millenarie del nostro pensiero e della nostra storia?
Punto e a capo, dunque.
6 marzo 1904.