I MESSAGGERI DELLA MORTEUn vento di gloria e di gioia solleva l'anima d'Italia. Il duca degli Abruzzi è ritornato dal polo dopo un lungo viaggio attraverso l'ultima regione dell'inconoscibile, lungi dagli sguardi e dalla memoria del mondo. Quando partì un fremito corse nei cuori, ma la pubblica opinione, distratta dalla miseria delle vicende parlamentari governate dal ministero Pelloux, parve non sentire la magnifica poesia di tale impresa, per la prima volta guidata da un principe. Eppure il motivo lirico non poteva essere più nobilmente originale. Al polo andavano e sparivano da secoli centinaia di poeti, i più mirabili, perchè cercavano la poesia nell'opera anzichè nell'immagine: partivano da ogni paese, sopra navi di ogni forma e di ogni forza, spiegando al vento bandiere di ogni colore e di ogni stemma, alteri, gravi, silenziosi, nell'eroica sfida al doppio mistero della scoperta e della morte. Nessuna tentazione di guadagno nel loro proposito, nessuna vanità di regno nella conquista dell'impero sconosciuto, lassù, lontano, dove il mare si rapprende in un deserto di cristallo, il giorno e la notte si dividono l'anno a mezzo, e la notte è senza tenebra e il giorno senza luce. La vita vegetale non ha potuto penetrarvi, perchè la terra vi è coperta di una armatura di ghiaccio: appena nell'estate, perchè anche lassù v'è un estate, qualche fiore spunta, sorride e muore.I fiori sono dunque più irrequieti degli alberi, hanno meno paura del gelo, meno bisogno della terra?Forse.Non somigliano essi alla speranza, non sono il desiderio trionfante sempre e dappertutto, dove il sole e il ghiaccio bruciano egualmente nell'ombra sotterranea, che ignora tutto sulla cima impervia che sarà eternamente ignorata?Ma pochi di quei poeti tornavano.Il loro viaggio era lungo come un poema e doloroso come una tragedia, che gli eroi recitavano con orgoglio sublime sopra un teatro vitreo, senz'altro spettatore che Dio, senz'altro suggeritore che il proprio cuore.E un principe d'Italia, mentre in quasi tutte le nazioni la regalità pare così poveramente diminuita e dinastie cadute e dinastie cadenti gareggiano nell'oblio dell'antica eccellenza, aveva pensato che l'Italia risorta così miracolosamente nella storia doveva correrne tutti i campi, tendere a tutte le mete, imprimere un'orma su tutte le vie, cercare, pretendere, ottenere una conquista alla propria bandiera. Questa era caduta nell'Africa fra i morti di Adua, per colpa di generali, del ministero, del parlamento, del paese, di tutti: era caduta, perchè mancava nelle menti il pensiero di Cavour, e nei cuori la virtù di Garibaldi.Dopo la sconfitta, per concludere troppo presto la pace, si era perduto più che la guerra: la nostra preparazione nazionale dopo Roma aveva fallito, la nostra vita diventava una sosta nella nostra storia, la nostra coscienza un enigma per noi stessi. Gli epigoni della rivoluzione, veterani e reclute di tutte le sinistre, predicavano al popolo la viltà della rassegnazione e il senno della fuga; retori del parlamento e di piazza, mendicavano l'applauso della follacon gli insulti a tutti i sogni di una patria grande: false madri schiodavano le rotaie presso la stazione di Pavia per vietare ad un treno di partire con un manipolo di soldati pronti alla riscossa. Fu un'ora lunga di viltà e di dolore.Forse in quell'ora stessa il giovane duca degli Abruzzi, sentendosi riardere dentro la fiamma di un antico orgoglio, pensò ad una vittoria ideale della scienza sulla natura, alla conquista di un impero vuoto nel più terribile fra tutti i misteri della geografia, con una impresa superiore ad ogni vanto di attore e di pubblico.Così fu sempre nella nostra storia millenaria.Scipione difese Roma in Africa; Cavour la conquistò all'Italia in Crimea: e quando la vostra Casa, quasi ignota alla vita italiana nel medio evo, stava per apparirle come l'asilo di tutto il suo futuro, e l'Italia esausta dalla fecondità di tanti secoli sostava finalmente dietro più giovani ed iniziatrici nazioni europee; anche allora nell'esaurimento di ogni azione politica e sotto il peso di una nuova servitù, lanciava Colombo alla conquista d'America e Galileo a quella del cielo.Le solitarie vittorie dei pochi valgono qualunque trionfo del popolo: anzi dalla stanchezza e dallo smarrimento di questo, più audaci e più belli si slanciano gli eroi dell'avventura per chiedere alla morte quell'ideale di verità, che la vita non ci potrebbe più dare.Che importa se l'impresa non possa o non debba riuscire?Ogni estate non ebbe forse innanzi una primavera, e il frutto è forse più bello del fiore?Nessuno potè ancora avvicinarsi così al polo da indovinare, attraverso il suo crepuscolo, qual mare,quale terra, quale forma di vita passata, presente, futura vi si nasconda. Ma il mistero sarà vinto.Adesso la bandiera d'Italia, colla bianca croce di Savoia, simbolo di martirio e di conquista, sventola solitaria nella solitudine del polo a 86°, 33′; nessuna bandiera aveva ancora potuto salire così alto, nessun'altra forse la sorpasserà presto, perchè sugli applausi al giovane duca e al suo eroico compagno è già squillata una parola superba di promessa, quasi una nuova sfida all'artica sfinge.L'Italia si risolleva dal lutto regale, così recente e ancora così inaccettabilmente incompreso, nella fede di un altro principe che cercò la prova della propria sovranità dove la vita stessa non aveva osato inoltrare, preparandovisi forse alla necessità di più storica impresa.La poesia è un'infanzia: ma i fanciulli poeti diventano gli uomini eroi.Egli ritornava vittorioso di tutti i rivali morti e vivi, ma vinto lui stesso dal mistero: il suo capitano, come Diomede nell'Iliade era uscito indarno dall'attendamento e per cento giorni aveva camminato nella solitudine superando ogni ostacolo, finchè la fame, più terribile del freddo e della morte, lo aveva costretto ad indietreggiare.Lo aspettavano. Il temerario avrebbe voluto ricominciare, ma la piccola nave dal nome augurale,Stella polare, soffocata dal ghiaccio riposava ancora sullo stesso fianco ferito.Bisognava ritornare, e pur troppo qualcuno si era perduto lassù, che mancherebbe nel giorno della partenza.La sfinge polare aveva voluto un sacrificio. La partenza fu triste; i nuovi argonauti si sentivanodietro le spalle garrire la bandiera italiana, e dentro il cuore l'ultimo saluto dei compagni perduti, sepolti, incorruttibili nel ghiaccio eterno.Ma un'altra novella di morte veniva loro incontro.Due gentiluomini milanesi, i signori Silvestri e Carsis erano partiti d'Italia, mentre più oscuro era il lutto di tutti gli spiriti intorno al cadavere del re assassinato, per recare al duca degli Abruzzi la prima dolorosa parola della sua patria.Ma dove l'avrebbero incontrato? Non lo sapevano.Messaggeri della morte, si erano avviati non visti dalla folla, senza chiedere un salmo, senza pretendere un premio. Come i cavalieri di una leggenda andavano al principe attraverso il mistero, per devozione di sudditi, per virtù di compagni, e lo incontrarono nei paraggi di Hammerfest, nel punto estremo della Norvegia.Compirono il messaggio, la bandiera dellaStella polaresi abbassò a mezz'asta salutando mestamente da lontano. Il re era morto, ma l'Italia gli aveva giurato nuovamente fede come ad un vincitore sotto la volta del Pantheon.L'amore rinasce dalla morte, ogni gloria vera sale da una tragedia.Adesso l'Italia plaude al duca degli Abruzzi, la folla inonda stazioni, stipa le vie, gonfia le piazze sulle quali appare: intorno a lui è una ressa di mani che si tendono, una esultanza di cuori che cantano: a lui e ai suoi eroici compagni l'applauso monta collo scroscio dei torrenti e l'impeto delle tempeste.Però i messaggeri sono scomparsi: nessuno li ha più veduti, appena qualcuno ricorda il loro nome.Tanto meglio!Vi sono dunque ancora dei gentiluomini in Italiaabbastanza nobili per concepire un'impresa di poesia, ed alteri per compirla in silenzio. Tanto meglio per loro e per noi, che la vita quotidiana costringe a soffrire ogni più misera vanità di parole e di opere, di prepotenza plebea e di ipocrisia patrizia, di lusso, di mandati, di ciondoli.Adesso i più tristi cortigiani girano per la piazza; la plebe ha buffoni come una volta i re.Ma poichè la plebe non riconosce più i cavalieri sotto l'eguale assisa moderna, o credendo ravvisarli, impone loro la propria goffaggine pretensiosa, così che debbono nascondersi come i poeti, sia almeno ad essi consentito di barattare da lungi un cenno rapido ed affettuoso.Nel nome di quanti in Italia compresero la magnanimità dell'impresa tentata al polo dal duca degli Abruzzi, e la gentilezza del vostro atto, o messaggeri discreti della morte, io vi saluto!15 agosto 1900.
Un vento di gloria e di gioia solleva l'anima d'Italia. Il duca degli Abruzzi è ritornato dal polo dopo un lungo viaggio attraverso l'ultima regione dell'inconoscibile, lungi dagli sguardi e dalla memoria del mondo. Quando partì un fremito corse nei cuori, ma la pubblica opinione, distratta dalla miseria delle vicende parlamentari governate dal ministero Pelloux, parve non sentire la magnifica poesia di tale impresa, per la prima volta guidata da un principe. Eppure il motivo lirico non poteva essere più nobilmente originale. Al polo andavano e sparivano da secoli centinaia di poeti, i più mirabili, perchè cercavano la poesia nell'opera anzichè nell'immagine: partivano da ogni paese, sopra navi di ogni forma e di ogni forza, spiegando al vento bandiere di ogni colore e di ogni stemma, alteri, gravi, silenziosi, nell'eroica sfida al doppio mistero della scoperta e della morte. Nessuna tentazione di guadagno nel loro proposito, nessuna vanità di regno nella conquista dell'impero sconosciuto, lassù, lontano, dove il mare si rapprende in un deserto di cristallo, il giorno e la notte si dividono l'anno a mezzo, e la notte è senza tenebra e il giorno senza luce. La vita vegetale non ha potuto penetrarvi, perchè la terra vi è coperta di una armatura di ghiaccio: appena nell'estate, perchè anche lassù v'è un estate, qualche fiore spunta, sorride e muore.
I fiori sono dunque più irrequieti degli alberi, hanno meno paura del gelo, meno bisogno della terra?
Forse.
Non somigliano essi alla speranza, non sono il desiderio trionfante sempre e dappertutto, dove il sole e il ghiaccio bruciano egualmente nell'ombra sotterranea, che ignora tutto sulla cima impervia che sarà eternamente ignorata?
Ma pochi di quei poeti tornavano.
Il loro viaggio era lungo come un poema e doloroso come una tragedia, che gli eroi recitavano con orgoglio sublime sopra un teatro vitreo, senz'altro spettatore che Dio, senz'altro suggeritore che il proprio cuore.
E un principe d'Italia, mentre in quasi tutte le nazioni la regalità pare così poveramente diminuita e dinastie cadute e dinastie cadenti gareggiano nell'oblio dell'antica eccellenza, aveva pensato che l'Italia risorta così miracolosamente nella storia doveva correrne tutti i campi, tendere a tutte le mete, imprimere un'orma su tutte le vie, cercare, pretendere, ottenere una conquista alla propria bandiera. Questa era caduta nell'Africa fra i morti di Adua, per colpa di generali, del ministero, del parlamento, del paese, di tutti: era caduta, perchè mancava nelle menti il pensiero di Cavour, e nei cuori la virtù di Garibaldi.
Dopo la sconfitta, per concludere troppo presto la pace, si era perduto più che la guerra: la nostra preparazione nazionale dopo Roma aveva fallito, la nostra vita diventava una sosta nella nostra storia, la nostra coscienza un enigma per noi stessi. Gli epigoni della rivoluzione, veterani e reclute di tutte le sinistre, predicavano al popolo la viltà della rassegnazione e il senno della fuga; retori del parlamento e di piazza, mendicavano l'applauso della follacon gli insulti a tutti i sogni di una patria grande: false madri schiodavano le rotaie presso la stazione di Pavia per vietare ad un treno di partire con un manipolo di soldati pronti alla riscossa. Fu un'ora lunga di viltà e di dolore.
Forse in quell'ora stessa il giovane duca degli Abruzzi, sentendosi riardere dentro la fiamma di un antico orgoglio, pensò ad una vittoria ideale della scienza sulla natura, alla conquista di un impero vuoto nel più terribile fra tutti i misteri della geografia, con una impresa superiore ad ogni vanto di attore e di pubblico.
Così fu sempre nella nostra storia millenaria.
Scipione difese Roma in Africa; Cavour la conquistò all'Italia in Crimea: e quando la vostra Casa, quasi ignota alla vita italiana nel medio evo, stava per apparirle come l'asilo di tutto il suo futuro, e l'Italia esausta dalla fecondità di tanti secoli sostava finalmente dietro più giovani ed iniziatrici nazioni europee; anche allora nell'esaurimento di ogni azione politica e sotto il peso di una nuova servitù, lanciava Colombo alla conquista d'America e Galileo a quella del cielo.
Le solitarie vittorie dei pochi valgono qualunque trionfo del popolo: anzi dalla stanchezza e dallo smarrimento di questo, più audaci e più belli si slanciano gli eroi dell'avventura per chiedere alla morte quell'ideale di verità, che la vita non ci potrebbe più dare.
Che importa se l'impresa non possa o non debba riuscire?
Ogni estate non ebbe forse innanzi una primavera, e il frutto è forse più bello del fiore?
Nessuno potè ancora avvicinarsi così al polo da indovinare, attraverso il suo crepuscolo, qual mare,quale terra, quale forma di vita passata, presente, futura vi si nasconda. Ma il mistero sarà vinto.
Adesso la bandiera d'Italia, colla bianca croce di Savoia, simbolo di martirio e di conquista, sventola solitaria nella solitudine del polo a 86°, 33′; nessuna bandiera aveva ancora potuto salire così alto, nessun'altra forse la sorpasserà presto, perchè sugli applausi al giovane duca e al suo eroico compagno è già squillata una parola superba di promessa, quasi una nuova sfida all'artica sfinge.
L'Italia si risolleva dal lutto regale, così recente e ancora così inaccettabilmente incompreso, nella fede di un altro principe che cercò la prova della propria sovranità dove la vita stessa non aveva osato inoltrare, preparandovisi forse alla necessità di più storica impresa.
La poesia è un'infanzia: ma i fanciulli poeti diventano gli uomini eroi.
Egli ritornava vittorioso di tutti i rivali morti e vivi, ma vinto lui stesso dal mistero: il suo capitano, come Diomede nell'Iliade era uscito indarno dall'attendamento e per cento giorni aveva camminato nella solitudine superando ogni ostacolo, finchè la fame, più terribile del freddo e della morte, lo aveva costretto ad indietreggiare.
Lo aspettavano. Il temerario avrebbe voluto ricominciare, ma la piccola nave dal nome augurale,Stella polare, soffocata dal ghiaccio riposava ancora sullo stesso fianco ferito.
Bisognava ritornare, e pur troppo qualcuno si era perduto lassù, che mancherebbe nel giorno della partenza.
La sfinge polare aveva voluto un sacrificio. La partenza fu triste; i nuovi argonauti si sentivanodietro le spalle garrire la bandiera italiana, e dentro il cuore l'ultimo saluto dei compagni perduti, sepolti, incorruttibili nel ghiaccio eterno.
Ma un'altra novella di morte veniva loro incontro.
Due gentiluomini milanesi, i signori Silvestri e Carsis erano partiti d'Italia, mentre più oscuro era il lutto di tutti gli spiriti intorno al cadavere del re assassinato, per recare al duca degli Abruzzi la prima dolorosa parola della sua patria.
Ma dove l'avrebbero incontrato? Non lo sapevano.
Messaggeri della morte, si erano avviati non visti dalla folla, senza chiedere un salmo, senza pretendere un premio. Come i cavalieri di una leggenda andavano al principe attraverso il mistero, per devozione di sudditi, per virtù di compagni, e lo incontrarono nei paraggi di Hammerfest, nel punto estremo della Norvegia.
Compirono il messaggio, la bandiera dellaStella polaresi abbassò a mezz'asta salutando mestamente da lontano. Il re era morto, ma l'Italia gli aveva giurato nuovamente fede come ad un vincitore sotto la volta del Pantheon.
L'amore rinasce dalla morte, ogni gloria vera sale da una tragedia.
Adesso l'Italia plaude al duca degli Abruzzi, la folla inonda stazioni, stipa le vie, gonfia le piazze sulle quali appare: intorno a lui è una ressa di mani che si tendono, una esultanza di cuori che cantano: a lui e ai suoi eroici compagni l'applauso monta collo scroscio dei torrenti e l'impeto delle tempeste.
Però i messaggeri sono scomparsi: nessuno li ha più veduti, appena qualcuno ricorda il loro nome.
Tanto meglio!
Vi sono dunque ancora dei gentiluomini in Italiaabbastanza nobili per concepire un'impresa di poesia, ed alteri per compirla in silenzio. Tanto meglio per loro e per noi, che la vita quotidiana costringe a soffrire ogni più misera vanità di parole e di opere, di prepotenza plebea e di ipocrisia patrizia, di lusso, di mandati, di ciondoli.
Adesso i più tristi cortigiani girano per la piazza; la plebe ha buffoni come una volta i re.
Ma poichè la plebe non riconosce più i cavalieri sotto l'eguale assisa moderna, o credendo ravvisarli, impone loro la propria goffaggine pretensiosa, così che debbono nascondersi come i poeti, sia almeno ad essi consentito di barattare da lungi un cenno rapido ed affettuoso.
Nel nome di quanti in Italia compresero la magnanimità dell'impresa tentata al polo dal duca degli Abruzzi, e la gentilezza del vostro atto, o messaggeri discreti della morte, io vi saluto!
15 agosto 1900.