I RIBELLI DELLA FEDESono essi veramente tali?Da circa un mese il telegrafo segnala ogni giorno piccole vampe e fumacchi d'insurrezioni per tutte le terre di Francia. Un dolore solleva le anime, un odio nuovo esaspera le coscienze offese nelle più oscure profondità, ove la vita comincia e finisce dentro lo stesso mistero. E come nei secoli lontani, quando l'idea religiosa conteneva ancora tutto l'intelletto civile, si veggono i più ingenui e i più timidi, i contadini e le donne levarsi armati di querele e di armi domestiche a minacciare i nuovi nemici della loro fede e a difenderne gli inermi difensori.Perchè?Quale pericolo nuovo, non ancora visto dalla mente dei più acuti pensatori, minacciava la vita della terza repubblica francese, che sorta dalla catastrofe di Sédan aveva potuto in trent'anni riparare i guasti dell'ultima sconfitta napoleonica, rifare esercito ed armata, dilatare l'orbita del proprio dominio coloniale, raddoppiare ogni valore di terre e d'industrie, logorando con una politica abile e tenace tutti i residui delle forme monarchiche sopravvissuti al disastro delle singole dinastie?Da Thiers a Waldek-Rousseau, forse la Francia non vide mai alla sommità del proprio governo più ricca fioritura di uomini illustri e più presto mietuti nelle battaglie parlamentari; ma uno stesso programma si compiva, malgrado ogni rovina personale,risollevando la nazione nel concetto del mondo e mantenendole il nobile e così difficile primato di antesignana nella marcia della democrazia e nell'avvento della libertà.Invano gli avanzi monarchici tentarono in una estrema coalizione l'ultimo sforzo: mancava ad essi la continuità della tradizione, che mantiene nei cuori coll'entusiasmo della fede l'abitudine della credulità, e la gloria di una bandiera nelle mani di un uomo nato alla vittoria; non un principe, fra i pretendenti, aveva mai visto una battaglia, non un generale, fra quelli disposti a vendere la spada, possedeva nemmeno l'anima di un reggimento per gittare all'aria il primo grido di rivolta. Boulanger fu un giullare della reazione, Deroulède un buffone da caserme, nelle quali le sue canzonette militari avevano potuto introdursi fra tutte quelle altre di piazza: entrambi insidiando la repubblica, non poterono contrapporle francamente la monarchia, e decaddero nella estimazione della folla prima ancora che l'impresa avesse arrischiato un uomo ed alzato un labaro.La monarchia non poteva ancora risorgere in Francia; come dunque la repubblica sarebbe stata in pericolo? Ogni esperimento monarchico era stato esercitato nella patria francese dopo la sua grande rivoluzione, che interrompe come una immensa giogaia la storia regia d'Europa: la prima ristorazione legittima era finita all'esilio di Carlo X, ultimo re borbonico nel quale il popolo aveva ancora potuto vedere la nobiltà maestosa di un trono e di un diritto secolare: Luigi Filippo non fu che una transazione e una transizione fra l'abitudine della servilità plebea e l'orgoglio della nuova sovranità popolare, ma il suo diritto non potè mai essere chiarito e il suopotere, costretto a vivere di espedienti, si logorò in un'opera senza virtù di elevazione storica.Così cadde alle prime impazienze repubblicane senza che la repubblica avesse ancora compita la propria assisa, e l'estrema forma cesarea si produsse quindi nell'arringo con Napoleone III. La prova lunga non fu senza qualche gloria, mentre la bandiera francese entrava trionfatrice a Milano fra gli osanna di un popolo liberato e respingeva quella russa dalle mura vinte di Sebastopoli, ma un impero di avventure come quello del primo Napoleone non poteva essere rinnovato fuori della propria bufera, che aveva sconvolto e fecondato tutta l'Europa.Il nipote somigliava allo zio come un'armatura ad un guerriero: il secondo impero dopo il primo pareva quello che era: un fodero senza lama, una corona senza testa, uno scenario romantico per una tragedia classica, nella quale l'attore principale pretendeva di essere anche il poeta.Il poeta era invece a Guernesey e soffiava contro il teatro e contro gli attori i propri versi pieni di tutta la collera del mare, lampeggianti e sonanti come le bufere.Chi avrebbe dunque potuto rovesciare la terza repubblica?Se le bande dell'impero e i banditi della Comune, aiutati dall'immensa invasione prussiana, non erano riusciti ad impedire questo avvento, era facile credere che dopo sarebbe stato loro anche più difficile rovesciare il nuovo governo. E così fu: dalla commedia di Boulanger al dramma di Dreyfus sino alla farsa di Deroulède, ogni tentativo fini egualmente nel ridicolo: i pretendenti apparivano anche minori dei propri partigiani, e in questi la passione dell'avventuranon bastava più ad improvvisare il coraggio della ribellione e la fede della propaganda. Erano dei critici, ai quali gli errori dei governanti potevano dare impunemente ragione, giacchè per ottenere dal popolo il permesso di rovesciare il suo governo bisogna avergli prima inspirato la fede e la speranza in un altro.Invano dunque il recente ministero Combes, per giustificare la nuova persecuzione al clero insegnante, proclama di aver salvato la vita alla repubblica nelle ultime elezioni, per le quali si vide l'estremo sforzo di tutti i residui monarchici. Il vanto è falso, ed è fortuna per la Francia che sia tale: chè se davvero la monarchia fosse stata ieri così forte da rimettere in giuoco l'esistenza della repubblica, nè Waldeck Rousseau, il più illustre continuatore di Gambetta, si sarebbe dimesso con tanta indifferenza per il potere, nè Loubet avrebbe chiamato il signor Combes a succedergli.La repubblica francese è invincibile all'interno soltanto perchè i suoi nemici non hanno nè tradizione, nè uomo, nè bandiere: sono larve di un grande passato vagolanti senza direzione nel presente.La nuova guerra, o meglio forse la nuova battaglia, esprime ancora l'antico odio volterriano e giacobino contro la fede cristiana e lo spirito cattolico da un lato, e dall'altro l'inguaribile antipatia nelle anime rimaste fedeli alla tradizione patria contro lo scetticismo delle coscienze e delle opere, la negazione di ogni idealità religiosa e l'apoteosi della ricchezza e della felicità materiale, pur troppo così caratteristica nelle idee e nei costumi. I conservatori odiano la repubblica ed hanno torto, dacchè la monarchia è morta senza speranza di resurrezione:i repubblicani odiano la religione ed hanno torto egualmente, perchè essa non è nemica alla repubblica e apparve sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, una necessità della vita spirituale.Ma la persecuzione del signor Combes non ha nemmeno la grandezza feroce di quelle antiche: è piccola nel pensiero, meschina nella parola, bassa nell'opera, senza le fiammeggianti passioni dell'odio, senza le austere virtù della necessità.Egli ha assalito il pensiero, e il pensiero lo vincerà: vuole chiudere le scuole delle congregazioni e chiuderà invece alla repubblica e alla democrazia le anime cristiane; espelle gli educatori della vecchia fede, per la quale la Francia potè diventare finalmente la Francia, e dovrà permettere l'educazione di ogni nuova ed antica incredulità, da quella che nega la proprietà, all'altra che nega la patria; teme che il Vaticano possa rovesciare la repubblica e deve accettare per difensori di essa i discepoli della Comune; sfratta le suore votate nella purezza del loro sacrifizio alla cura di tutte le più dolenti ed abbandonate infermità, e subisce le imposizioni di coloro che vantano la perfezione del libero amore e proclamano la scuola proprietà del governo.Ieri un colonnello a Pontivry nel Morbihan ricusò di eseguire gli ordini del proprio generale contro una casa di suore, affermandosi cristiano, e tutti gli spiriti francesi, amici e nemici, furono percossi da questa parola come da un grido di libertà. La parola esprimeva un sentimento giusto ed un'idea falsa: un soldato non discute gli ordini che riceve, un cristiano non si ricusa all'obbedienza contro un altro cristiano e sa che il cristianesimo non dipende da un capriccio di un signor Combes.Ma è triste e bello insieme che il grido della libertà sorga dalle file dei conservatori; è brutto e triste invece che al principio del secolo ventesimo si debba ricominciare la difesa per la libertà del pensiero contro il governo della repubblica prima in Europa. Ma il pensiero vive di libertà, meglio ancora che di aria e di luce ogni altro vivente; ma non vi è più famiglia se i genitori non hanno più diritto di trasmettere ai propri figli la propria fede; non vi è più giustizia se un'opinione del signor Combes basta a sospendere la libertà d'insegnare e di apprendere, la più antica e la più necessaria di tutte le libertà.Faranno il processo a quel colonnello e dovranno giustamente condannarlo: però dalla sua uscirà una ben maggiore condanna per coloro, che nella sicurezza della repubblica, per povertà di pensiero, per miseria di setta, per malattia di coscienza vollero sollevarle contro le anime del popolo più devoto alla riverenza tradizionale di ogni governo.Quel colonnello è troppo piccolo forse per diventare un martire, ma il signor Combes certamente non è abbastanza grande per riapparire, nella millenaria guerra fra il pensiero religioso e il pensiero filosofico, come un pensatore armato a distruggere i templi e le rocche della fede.Sutor, non ultra crepidam; pedone, al passo.18 agosto 1902.
Sono essi veramente tali?
Da circa un mese il telegrafo segnala ogni giorno piccole vampe e fumacchi d'insurrezioni per tutte le terre di Francia. Un dolore solleva le anime, un odio nuovo esaspera le coscienze offese nelle più oscure profondità, ove la vita comincia e finisce dentro lo stesso mistero. E come nei secoli lontani, quando l'idea religiosa conteneva ancora tutto l'intelletto civile, si veggono i più ingenui e i più timidi, i contadini e le donne levarsi armati di querele e di armi domestiche a minacciare i nuovi nemici della loro fede e a difenderne gli inermi difensori.
Perchè?
Quale pericolo nuovo, non ancora visto dalla mente dei più acuti pensatori, minacciava la vita della terza repubblica francese, che sorta dalla catastrofe di Sédan aveva potuto in trent'anni riparare i guasti dell'ultima sconfitta napoleonica, rifare esercito ed armata, dilatare l'orbita del proprio dominio coloniale, raddoppiare ogni valore di terre e d'industrie, logorando con una politica abile e tenace tutti i residui delle forme monarchiche sopravvissuti al disastro delle singole dinastie?
Da Thiers a Waldek-Rousseau, forse la Francia non vide mai alla sommità del proprio governo più ricca fioritura di uomini illustri e più presto mietuti nelle battaglie parlamentari; ma uno stesso programma si compiva, malgrado ogni rovina personale,risollevando la nazione nel concetto del mondo e mantenendole il nobile e così difficile primato di antesignana nella marcia della democrazia e nell'avvento della libertà.
Invano gli avanzi monarchici tentarono in una estrema coalizione l'ultimo sforzo: mancava ad essi la continuità della tradizione, che mantiene nei cuori coll'entusiasmo della fede l'abitudine della credulità, e la gloria di una bandiera nelle mani di un uomo nato alla vittoria; non un principe, fra i pretendenti, aveva mai visto una battaglia, non un generale, fra quelli disposti a vendere la spada, possedeva nemmeno l'anima di un reggimento per gittare all'aria il primo grido di rivolta. Boulanger fu un giullare della reazione, Deroulède un buffone da caserme, nelle quali le sue canzonette militari avevano potuto introdursi fra tutte quelle altre di piazza: entrambi insidiando la repubblica, non poterono contrapporle francamente la monarchia, e decaddero nella estimazione della folla prima ancora che l'impresa avesse arrischiato un uomo ed alzato un labaro.
La monarchia non poteva ancora risorgere in Francia; come dunque la repubblica sarebbe stata in pericolo? Ogni esperimento monarchico era stato esercitato nella patria francese dopo la sua grande rivoluzione, che interrompe come una immensa giogaia la storia regia d'Europa: la prima ristorazione legittima era finita all'esilio di Carlo X, ultimo re borbonico nel quale il popolo aveva ancora potuto vedere la nobiltà maestosa di un trono e di un diritto secolare: Luigi Filippo non fu che una transazione e una transizione fra l'abitudine della servilità plebea e l'orgoglio della nuova sovranità popolare, ma il suo diritto non potè mai essere chiarito e il suopotere, costretto a vivere di espedienti, si logorò in un'opera senza virtù di elevazione storica.
Così cadde alle prime impazienze repubblicane senza che la repubblica avesse ancora compita la propria assisa, e l'estrema forma cesarea si produsse quindi nell'arringo con Napoleone III. La prova lunga non fu senza qualche gloria, mentre la bandiera francese entrava trionfatrice a Milano fra gli osanna di un popolo liberato e respingeva quella russa dalle mura vinte di Sebastopoli, ma un impero di avventure come quello del primo Napoleone non poteva essere rinnovato fuori della propria bufera, che aveva sconvolto e fecondato tutta l'Europa.
Il nipote somigliava allo zio come un'armatura ad un guerriero: il secondo impero dopo il primo pareva quello che era: un fodero senza lama, una corona senza testa, uno scenario romantico per una tragedia classica, nella quale l'attore principale pretendeva di essere anche il poeta.
Il poeta era invece a Guernesey e soffiava contro il teatro e contro gli attori i propri versi pieni di tutta la collera del mare, lampeggianti e sonanti come le bufere.
Chi avrebbe dunque potuto rovesciare la terza repubblica?
Se le bande dell'impero e i banditi della Comune, aiutati dall'immensa invasione prussiana, non erano riusciti ad impedire questo avvento, era facile credere che dopo sarebbe stato loro anche più difficile rovesciare il nuovo governo. E così fu: dalla commedia di Boulanger al dramma di Dreyfus sino alla farsa di Deroulède, ogni tentativo fini egualmente nel ridicolo: i pretendenti apparivano anche minori dei propri partigiani, e in questi la passione dell'avventuranon bastava più ad improvvisare il coraggio della ribellione e la fede della propaganda. Erano dei critici, ai quali gli errori dei governanti potevano dare impunemente ragione, giacchè per ottenere dal popolo il permesso di rovesciare il suo governo bisogna avergli prima inspirato la fede e la speranza in un altro.
Invano dunque il recente ministero Combes, per giustificare la nuova persecuzione al clero insegnante, proclama di aver salvato la vita alla repubblica nelle ultime elezioni, per le quali si vide l'estremo sforzo di tutti i residui monarchici. Il vanto è falso, ed è fortuna per la Francia che sia tale: chè se davvero la monarchia fosse stata ieri così forte da rimettere in giuoco l'esistenza della repubblica, nè Waldeck Rousseau, il più illustre continuatore di Gambetta, si sarebbe dimesso con tanta indifferenza per il potere, nè Loubet avrebbe chiamato il signor Combes a succedergli.
La repubblica francese è invincibile all'interno soltanto perchè i suoi nemici non hanno nè tradizione, nè uomo, nè bandiere: sono larve di un grande passato vagolanti senza direzione nel presente.
La nuova guerra, o meglio forse la nuova battaglia, esprime ancora l'antico odio volterriano e giacobino contro la fede cristiana e lo spirito cattolico da un lato, e dall'altro l'inguaribile antipatia nelle anime rimaste fedeli alla tradizione patria contro lo scetticismo delle coscienze e delle opere, la negazione di ogni idealità religiosa e l'apoteosi della ricchezza e della felicità materiale, pur troppo così caratteristica nelle idee e nei costumi. I conservatori odiano la repubblica ed hanno torto, dacchè la monarchia è morta senza speranza di resurrezione:i repubblicani odiano la religione ed hanno torto egualmente, perchè essa non è nemica alla repubblica e apparve sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, una necessità della vita spirituale.
Ma la persecuzione del signor Combes non ha nemmeno la grandezza feroce di quelle antiche: è piccola nel pensiero, meschina nella parola, bassa nell'opera, senza le fiammeggianti passioni dell'odio, senza le austere virtù della necessità.
Egli ha assalito il pensiero, e il pensiero lo vincerà: vuole chiudere le scuole delle congregazioni e chiuderà invece alla repubblica e alla democrazia le anime cristiane; espelle gli educatori della vecchia fede, per la quale la Francia potè diventare finalmente la Francia, e dovrà permettere l'educazione di ogni nuova ed antica incredulità, da quella che nega la proprietà, all'altra che nega la patria; teme che il Vaticano possa rovesciare la repubblica e deve accettare per difensori di essa i discepoli della Comune; sfratta le suore votate nella purezza del loro sacrifizio alla cura di tutte le più dolenti ed abbandonate infermità, e subisce le imposizioni di coloro che vantano la perfezione del libero amore e proclamano la scuola proprietà del governo.
Ieri un colonnello a Pontivry nel Morbihan ricusò di eseguire gli ordini del proprio generale contro una casa di suore, affermandosi cristiano, e tutti gli spiriti francesi, amici e nemici, furono percossi da questa parola come da un grido di libertà. La parola esprimeva un sentimento giusto ed un'idea falsa: un soldato non discute gli ordini che riceve, un cristiano non si ricusa all'obbedienza contro un altro cristiano e sa che il cristianesimo non dipende da un capriccio di un signor Combes.
Ma è triste e bello insieme che il grido della libertà sorga dalle file dei conservatori; è brutto e triste invece che al principio del secolo ventesimo si debba ricominciare la difesa per la libertà del pensiero contro il governo della repubblica prima in Europa. Ma il pensiero vive di libertà, meglio ancora che di aria e di luce ogni altro vivente; ma non vi è più famiglia se i genitori non hanno più diritto di trasmettere ai propri figli la propria fede; non vi è più giustizia se un'opinione del signor Combes basta a sospendere la libertà d'insegnare e di apprendere, la più antica e la più necessaria di tutte le libertà.
Faranno il processo a quel colonnello e dovranno giustamente condannarlo: però dalla sua uscirà una ben maggiore condanna per coloro, che nella sicurezza della repubblica, per povertà di pensiero, per miseria di setta, per malattia di coscienza vollero sollevarle contro le anime del popolo più devoto alla riverenza tradizionale di ogni governo.
Quel colonnello è troppo piccolo forse per diventare un martire, ma il signor Combes certamente non è abbastanza grande per riapparire, nella millenaria guerra fra il pensiero religioso e il pensiero filosofico, come un pensatore armato a distruggere i templi e le rocche della fede.
Sutor, non ultra crepidam; pedone, al passo.
18 agosto 1902.