JANUA MORTIS

JANUA MORTISAncora, ancora!Alla negra porta ombre scettrate e ombre illustri arrivano da gran tempo con un segno speciale, e passano come da un mistero ad un altro più profondo, mentre un clamore lungo e sinistro si diffonde per l'impero percosso da una bufera di tenebre e di lampi. E nessuno, forse, da Alessandro II al granduca Sergio, seppe bene il perchè della propria morte, quantunque la tragedia rivoluzionaria la urlasse a tutti i venti in uno spasimo superbo di dolore e di vittoria. Quei morti erano davvero colpevoli? Avrebbero potuto concedere, traendolo dalla propria volontà come da uno scrigno, quanto il pensiero impaziente dei ribelli chiedeva come un diritto già inteso, e quindi violato da qualunque ritardo di riconoscimento?Purtroppo è facile rispondere: no.Una rivoluzione, quale si agita nella coscienza della avanguardia liberale russa, formata da un volontariato di gente culta per influenza di studi o di commerci, e quale fiammeggia negli impeti solitari di morte, dovrebbe, per trionfare, non essere soltanto una verità di antiguardo, ma salire dall'anima della massa ed esprimere l'accordo del suo vecchio costume con una nuova idea, avere in sè medesima quella irresistibile forza di persuasione, che non permette neppure più di discutere, ma si afferma realizzandosi ed inebria gli avversari col suo stesso entusiasmo.Invece non è così.Operai e contadini non s'intendono ancora. Fra il patriarcale socialismo delmire il socialismo occidentale, penetrato nelle nuove officine russe, l'antagonismo è forse ancora più profondo e forte che fra la borghesia liberale e l'autocrazia. Quella non ha radici nè assensi vasti e sinceri nelle due masse proletarie: la concezione della vita e della sua storia non è ancora, dentro l'anima russa, salita al disopra dell'idea ortodossa e imperiale; lo Czar è pontefice e imperatore, simbolo di unità umana e divina, irresponsabile nella propria impersonalità, perchè non è un uomo, ma la Russia, quale i secoli la costrussero, quale il mondo stesso la considera ancora.Il lungo duello fra autocrazia e rivoluzione non è ancora diventato intelligibile alla massa: gli operai insorgono e marciano con dinanzi l'imagine sacra dello Czar, la nobiltà si sente ancora alta sul popolo e divisa da questo per superiorità di vizii e di virtù, la borghesia non anela che alla conquista della burocrazia per passione di interessi e a quella del potere per passione di vanità. La burocrazia, invece, sente di essere il sangue vivo dell'impero, sangue avvelenato forse, ma che nessun sistema di trasfusione potrebbe istantaneamente e utilmente sostituire. Le nazionalità conquistate e prigioniere nell'impero scrollano le catene e attendono da ogni concessione imperiale, da ogni moderna idea, un motivo e una giustificazione di rivolta.Per la Russia il motivo primordiale, essenziale, non ha invece mutato, e per un tempo ancora lungo non muterà: consolidare l'impero in Europa e dilagarlo nell'Asia, imperare colla novità e colla originalità della propria massa sui due continenti, sovrastareall'Asia come massima potenza europea, dominare l'Europa come ultima potenza dell'ultima razza, che può ancora contenere il segreto di una terza civiltà.Tutto in Russia è profondamente, inconciliabilmente originale: lo spirito latino e l'anglo-sassone poco o male lo intendono; la rivoluzione, che vorrebbe svilupparsi trapiantando forme occidentali di parlamentarismo e di ribellione, fuorvia sè stessa, e diventa inintelligibile al popolo.La libertà, la democrazia, la rivoluzione russa, non possono essere dilucidate sui modelli e sugli statuti di New-York o di Parigi: l'astrazione delle teorie, la similarità scolastica degli assiomi, così contagiosa negli spiriti latini, è ancora quasi senza presa sulla grande anima slava: essa soffre, crede, spera, combatte e vincerà per motivi e con armi per noi quasi incomprensibili come gli eroi de' suoi romanzi, l'eroismo de' suoi soldati, il fondo meraviglioso della sua storia e della sua poesia.Ma il duello fra rivoluzione e autocrazia proseguirà ancora. È impossibile alla rivoluzione fermarsi, e siccome non può e non sa accendere nella moltitudine una vera ribellione, che arda città e campagne, sollevando bande contro bande, eserciti contro eserciti, in una vera ed immensa guerra civile, la necessità di operare, per non sparire davanti ai propri occhi e a quelli degli altri, la costringono nella forma tragica del duello, attore contro attore, sconosciuti l'uno all'altro, incapaci di comprendersi, condannati ad uccidersi senza che l'immane problema, che li urta e li sfracella, si riveli al loro pensiero.Per l'eroe o pel martire rivoluzionario la tirannideautocratica s'incarna in un funzionario, in un principe, nello Czar o nel procuratore del santo Sinodo: in questi simboli è la virtù della resistenza imperiale ortodossa, la responsabilità della morte e delle morti, che insanguinano e gelano la vita della povera gente!Pel funzionario e pel principe le reclute della rivoluzione sono gli oppositori della coscienza e della tradizione russa, che poterono colle proprie forze e colle proprie forme costituire il più grande impero del mondo e vi rappresentano ancora la più magnifica promessa di originalità: sono pochi, spiritualmente stranieri, separati dalle necessità della politica nazionale, e vogliono un liberalismo che il popolo non chiede, un mutamento che sarebbe una rinnegazione della personalità russa, e adoperano soltanto le armi dell'assassinio.E la tragedia, col ritmo di Eschilo, coll'accento di Shakespeare, sospinge, urta gli attori: le scene cangiano, il sangue macchia le decorazioni, mentre il coro della moltitudine, a rovescio del coro greco, non spiega il motivo dei personaggi, ma guarda, trema e non si muove.Che importa, infatti, il numero dei morti in così vasta e lunga tragedia? La diversità delle loro parole e dei loro atti, esprimendo l'originalità del loro antagonismo, non è che una gloria della morte: appena un attore è caduto, altri si urtano per sostituirlo: d'ambo i lati l'ostinazione è fatale, irresponsabile, finchè una rivoluzione veramente popolare e veramente russa interrompa la tragedia per alzarla a poema.L'ultima scena fu magnifica d'orrore.La moglie della vittima, accorsa allo scoppio, nelprofetico spasimo della paura, non trovò quasi più nulla: una poltiglia di sangue, di membra, di cenci: lungi i cavalli fuggivano spaventati, irrefrenati, alle porte del Kremlino; e la folla taceva. Alcuni, pallidi di una gioia segreta, si bagnavano le mani nel sangue imperiale, mentre tutti guardavano muti quella donna di principi e di re, vedova da un minuto del marito, vedova del suo cadavere, che non poteva piangere e pregava Dio. Per chi?Forse la pia pregava per tutti.Come Antigone, come Cordelia, essa non comprende e non è compresa: eroina del dolore e dell'amore, è amata dal popolo, che soffre più di lei, ma più forte di lei può attendere dall'ignoto la vittoria.La porta della morte non fu sempre quella stessa della vita?21 febbraio 1905.

Ancora, ancora!

Alla negra porta ombre scettrate e ombre illustri arrivano da gran tempo con un segno speciale, e passano come da un mistero ad un altro più profondo, mentre un clamore lungo e sinistro si diffonde per l'impero percosso da una bufera di tenebre e di lampi. E nessuno, forse, da Alessandro II al granduca Sergio, seppe bene il perchè della propria morte, quantunque la tragedia rivoluzionaria la urlasse a tutti i venti in uno spasimo superbo di dolore e di vittoria. Quei morti erano davvero colpevoli? Avrebbero potuto concedere, traendolo dalla propria volontà come da uno scrigno, quanto il pensiero impaziente dei ribelli chiedeva come un diritto già inteso, e quindi violato da qualunque ritardo di riconoscimento?

Purtroppo è facile rispondere: no.

Una rivoluzione, quale si agita nella coscienza della avanguardia liberale russa, formata da un volontariato di gente culta per influenza di studi o di commerci, e quale fiammeggia negli impeti solitari di morte, dovrebbe, per trionfare, non essere soltanto una verità di antiguardo, ma salire dall'anima della massa ed esprimere l'accordo del suo vecchio costume con una nuova idea, avere in sè medesima quella irresistibile forza di persuasione, che non permette neppure più di discutere, ma si afferma realizzandosi ed inebria gli avversari col suo stesso entusiasmo.

Invece non è così.

Operai e contadini non s'intendono ancora. Fra il patriarcale socialismo delmire il socialismo occidentale, penetrato nelle nuove officine russe, l'antagonismo è forse ancora più profondo e forte che fra la borghesia liberale e l'autocrazia. Quella non ha radici nè assensi vasti e sinceri nelle due masse proletarie: la concezione della vita e della sua storia non è ancora, dentro l'anima russa, salita al disopra dell'idea ortodossa e imperiale; lo Czar è pontefice e imperatore, simbolo di unità umana e divina, irresponsabile nella propria impersonalità, perchè non è un uomo, ma la Russia, quale i secoli la costrussero, quale il mondo stesso la considera ancora.

Il lungo duello fra autocrazia e rivoluzione non è ancora diventato intelligibile alla massa: gli operai insorgono e marciano con dinanzi l'imagine sacra dello Czar, la nobiltà si sente ancora alta sul popolo e divisa da questo per superiorità di vizii e di virtù, la borghesia non anela che alla conquista della burocrazia per passione di interessi e a quella del potere per passione di vanità. La burocrazia, invece, sente di essere il sangue vivo dell'impero, sangue avvelenato forse, ma che nessun sistema di trasfusione potrebbe istantaneamente e utilmente sostituire. Le nazionalità conquistate e prigioniere nell'impero scrollano le catene e attendono da ogni concessione imperiale, da ogni moderna idea, un motivo e una giustificazione di rivolta.

Per la Russia il motivo primordiale, essenziale, non ha invece mutato, e per un tempo ancora lungo non muterà: consolidare l'impero in Europa e dilagarlo nell'Asia, imperare colla novità e colla originalità della propria massa sui due continenti, sovrastareall'Asia come massima potenza europea, dominare l'Europa come ultima potenza dell'ultima razza, che può ancora contenere il segreto di una terza civiltà.

Tutto in Russia è profondamente, inconciliabilmente originale: lo spirito latino e l'anglo-sassone poco o male lo intendono; la rivoluzione, che vorrebbe svilupparsi trapiantando forme occidentali di parlamentarismo e di ribellione, fuorvia sè stessa, e diventa inintelligibile al popolo.

La libertà, la democrazia, la rivoluzione russa, non possono essere dilucidate sui modelli e sugli statuti di New-York o di Parigi: l'astrazione delle teorie, la similarità scolastica degli assiomi, così contagiosa negli spiriti latini, è ancora quasi senza presa sulla grande anima slava: essa soffre, crede, spera, combatte e vincerà per motivi e con armi per noi quasi incomprensibili come gli eroi de' suoi romanzi, l'eroismo de' suoi soldati, il fondo meraviglioso della sua storia e della sua poesia.

Ma il duello fra rivoluzione e autocrazia proseguirà ancora. È impossibile alla rivoluzione fermarsi, e siccome non può e non sa accendere nella moltitudine una vera ribellione, che arda città e campagne, sollevando bande contro bande, eserciti contro eserciti, in una vera ed immensa guerra civile, la necessità di operare, per non sparire davanti ai propri occhi e a quelli degli altri, la costringono nella forma tragica del duello, attore contro attore, sconosciuti l'uno all'altro, incapaci di comprendersi, condannati ad uccidersi senza che l'immane problema, che li urta e li sfracella, si riveli al loro pensiero.

Per l'eroe o pel martire rivoluzionario la tirannideautocratica s'incarna in un funzionario, in un principe, nello Czar o nel procuratore del santo Sinodo: in questi simboli è la virtù della resistenza imperiale ortodossa, la responsabilità della morte e delle morti, che insanguinano e gelano la vita della povera gente!

Pel funzionario e pel principe le reclute della rivoluzione sono gli oppositori della coscienza e della tradizione russa, che poterono colle proprie forze e colle proprie forme costituire il più grande impero del mondo e vi rappresentano ancora la più magnifica promessa di originalità: sono pochi, spiritualmente stranieri, separati dalle necessità della politica nazionale, e vogliono un liberalismo che il popolo non chiede, un mutamento che sarebbe una rinnegazione della personalità russa, e adoperano soltanto le armi dell'assassinio.

E la tragedia, col ritmo di Eschilo, coll'accento di Shakespeare, sospinge, urta gli attori: le scene cangiano, il sangue macchia le decorazioni, mentre il coro della moltitudine, a rovescio del coro greco, non spiega il motivo dei personaggi, ma guarda, trema e non si muove.

Che importa, infatti, il numero dei morti in così vasta e lunga tragedia? La diversità delle loro parole e dei loro atti, esprimendo l'originalità del loro antagonismo, non è che una gloria della morte: appena un attore è caduto, altri si urtano per sostituirlo: d'ambo i lati l'ostinazione è fatale, irresponsabile, finchè una rivoluzione veramente popolare e veramente russa interrompa la tragedia per alzarla a poema.

L'ultima scena fu magnifica d'orrore.

La moglie della vittima, accorsa allo scoppio, nelprofetico spasimo della paura, non trovò quasi più nulla: una poltiglia di sangue, di membra, di cenci: lungi i cavalli fuggivano spaventati, irrefrenati, alle porte del Kremlino; e la folla taceva. Alcuni, pallidi di una gioia segreta, si bagnavano le mani nel sangue imperiale, mentre tutti guardavano muti quella donna di principi e di re, vedova da un minuto del marito, vedova del suo cadavere, che non poteva piangere e pregava Dio. Per chi?

Forse la pia pregava per tutti.

Come Antigone, come Cordelia, essa non comprende e non è compresa: eroina del dolore e dell'amore, è amata dal popolo, che soffre più di lei, ma più forte di lei può attendere dall'ignoto la vittoria.

La porta della morte non fu sempre quella stessa della vita?

21 febbraio 1905.


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