SULLA CHINAUn «ukase» imperiale annunciava ieri al popolo russo, trepidamente sospeso nella aspettazione della pace, una nuova costituzione politica.Il suo disegno, proposto da un alto funzionario e passato come un infermo attraverso molte sale di consigli clinici e per troppe mani di medici, non ha più nè fisonomia, nè nome: dovrebbe esprimere l'accordo di due sovranità, quella del popolo e quella dello Czar, ed invece ne significa meglio il conflitto; era reclamato come un diritto da tutte le avanguardie intellettuali dell'impero, ed è gittato alla moltitudine ancora indifferente come una grazia; dovrebbe preparare, in questa ora angosciosa di sconfitta, la pace degli spiriti per la preparazione di una nuova, vera, grande epoca russa, e già dentro l'imbroglio de' suoi arti coli più essenziali tumultua la gelosia implacabile dei due poteri: il popolo non vi sarà davvero rappresentato, perchè tale elettorato di classe e di accademia non contiene una sostanza di diritto e non può dare agli eletti una sicura coscienza della propria funzione; lo Czar vi apparirà diminuito, giacchè il suo piccolo pensiero individuale, per superare il pensiero collegiale della Duma, dovrebbe avere in sè stesso la sanzione del genio, e nessuna volontà, anche se ostinata eroicamente, può dargliela: non è quindi uno statuto come noi occidentali l'intendiamo, non è una rivoluzione come ne sognano plebi e poeti, non un organo politico, essendo senza personalità,non una concessione, se la paura della guerra ne decise il momento e le diffidenze della tradizione ne violarono la sincerità.Eppure in questo periodo storico, e nella crisi tragica della guerra, non era possibile fare meglio e soltanto di più. Bisogna conoscere la storia e la fisonomia della Russia ed imporre silenzio alla superiorità e alle abitudini del nostro spirito occidentale per giudicare, anche soltanto grossolanamente, questo ultimo «ukase» dell'impero. L'aristocrazia, associata dello Czar nella politica, non è una classe che abbia una forza e un carattere particolare: può mostrare individui superiori, ma da quando gli Czar costituirono colla potenza propria la Russia, decadde nella loro corte e non si rialzò abbastanza nella burocrazia. Mancava ad essi l'assenso del popolo, pel quale non volle e non seppe mai nè operare nè pensare. La sua coltura crebbe e si raffinò; i suoi modelli furono inglesi o francesi, il suo vanto un assenteismo di saloni o di libri; la sua ricchezza era di latifondi, il suo valore d'individui, i suoi vizii di classe, la sua incapacità fatta di scetticismo morale e di precocità intellettiva. Sotto di essa il popolo si sperdeva nella immensa campagna, organizzato in un socialismo patriarcale, povero e rustico, gagliardo di fibra e sentimentale di cuore, inconscio del proprio genio, ignaro del presente, incapace di prevedere un altro domani: adorava Dio e lo Czar, accettava la miseria come la guerra, offrendo la stessa forza di resistenza alla vita e alla morte: poeta anonimo e meraviglioso, che esprimeva la propria poesia nelle sètte religiose; moltitudine agricola ancora fremente nel vagabondaggio dell'orda; materia e materiale bruto della più immensa fra leminiere, troppo vasto e troppo vario per la unità di una qualunque legislazione, troppo forte per poter essere davvero oppresso, troppo attardato per tentarlo proficuamente colle novità moderne; profondo, misterioso, vergine, destinato a creare la terza epoca europea, ad essere il più formidabile agente della futura mondiale unità storica. E fra esso e l'aristocrazia s'appuntava come un cuneo la classe borghese: ed era il commercio, l'industria, la ricchezza, la cultura: esercito d'avanguardia, mobile, indisciplinato, fervido d'ingegni, fremente di passioni: detestava l'aristocrazia sino ad amare il popolo, al quale per la propria superiorità era più straniera della stessa aristocrazia; negava tutti i limiti nella nostalgia di tutte le libertà; guardava ad occidente non ad oriente; voleva essere più europea che russa, più moderna che nazionale. La coscienza del proprio valore la rendeva intrattabile, credeva soltanto in sè stessa, e in politica bisogna, invece, essere credenti; era capace di tutto, estrema in tutto, negli affari e nei libri, nelle idee e negli atti; non era niente e voleva subito essere tutto, pretendeva di contenere la Russia, l'impero, il presente, e non era invece, che la sua modernità.La Russia era l'impero, lo Czar, il popolo fusi nel più enorme ed eterogeneo conglomerato: l'impero dominava e domina ancora l'uno e l'altro colle proprie necessità; l'uno e l'altro quasi sempre egualmente inconsci, si urtano, si percuotono e non possono nè scindersi nè soverchiarsi: un fato superiore li sospinge nella pace e nella guerra, possono perdere invano cento battaglie, perchè nessun nemico li frangerà; hanno avuto tutte le pazienze, superate tutte le antitesi, dilatando sempre i confini dell'impero,assorbendo popoli di tutti i climi e di tutte le razze: lo Czar non è che un simbolo e il popolo è soltanto la Russia, che vuole essere sè stessa, trarre dal proprio fondo, imporre all'avvenire l'impero della propria originalità.Adesso nella Russia i partiti non sono davvero che due, il nazionale e l'europeo: quello sacrifica la libertà alla grandezza della patria, questo immolerebbe tale grandezza alla libertà: l'uno più russo che europeo, l'altro più europeo che russo. Il vecchio partito conservatore, creato da Nicolò I, sopravvissuto alla crisi liberale di Alessandro III, non è quasi più: i suoi uomini maggiori, i Mascerski, i Lovaiski, sono già degli spedati; i nazionalisti, eredi del panslavismo, sono forse la voce che sale dal profondo silenzio del popolo e adesso accettano, colla ingenua fede di tutti i fanatici, la nuova costituzione, questa collaborazione del popolo e dello Czar sulla larga strada della tradizione, nell'orgoglio della propria fisonomia russa e nella superbia di un avvenire che vantano già superiore ai grandi passati di Grecia e di Roma, alle attuali grandezze della Inghilterra e degli Stati Uniti. Essi sentono che un parlamentarismo imperiale è impossibile e niente e nessuno potrebbe adesso sostituire l'impero: quindi lo accettano, lo vogliono grande, e sperano dal suo stesso arbitrio più pronta l'azione del progresso, più rapida l'andatura stessa delle riforme.Hanno torto? Secondo la storia no, ma nemmeno questo è argomento bastevole in tale disputa. Uno dei loro maggiori scrittori, lo Schromiatnikoff, in un libro recente e celebre proclamava l'autocrazia, il più prezioso dono fatto dall'Oriente alla Russia; e lo Schromiatnikoff è un liberale ed un moderno. Maquanti liberali moderni d'Occidente possono intenderlo?Il partito rivoluzionario, denso di poeti, di eroi, di martiri, di sognatori, di delinquenti, accoglierà la nuova costituzione con un riso stridulo di spasimo: esso pensa e soffre troppo al disopra della realtà per avere soltanto la forza paziente di leggere l'«ukase» imperiale: quasi tutta la sua avanguardia è adesso prigioniera nelle carceri, e dai deserti della Siberia, per le notti lunari, manda le legioni dei propri sogni a tormentare le insonnie degli oppressori e degli oppressi.E comunque si compia questo novello esperimento, il partito rivoluzionario non disarmerà.Ma la Duma, semplice organo consultivo, assurda realizzazione di un più assurdo contratto fra autocrazia e parlamentarismo, produrrà nello spirito e nel costume russo una rivoluzione: gli ingegni e i caratteri si tempreranno nella nuova palestra; la parola libera avrà così una tribuna, e nulla resiste alla parola; sorgeranno oratori, tribuni, coi quali bisognerà contare; dietro ad essi si formeranno e riformeranno partiti; nessuna procedura potrà inceppare e soffocare tale primaticcia azione consultiva; dietro la Duma nascerà un piccolo parlamento, che lo Czar dovrà pur battezzare; vi sarà uno sfogo alle idee, un controllo a certe spese, un veicolo a taluni interessi; da quella sala tratto tratto certe parole apriranno le grandi ali di fiamma e si involeranno sino ai confini dell'impero, messaggere di resurrezione: lo Czar sarà ancora, il popolo comincerà ad essere.Non è molto, eppure è quasi tutto.22 agosto 1905.
Un «ukase» imperiale annunciava ieri al popolo russo, trepidamente sospeso nella aspettazione della pace, una nuova costituzione politica.
Il suo disegno, proposto da un alto funzionario e passato come un infermo attraverso molte sale di consigli clinici e per troppe mani di medici, non ha più nè fisonomia, nè nome: dovrebbe esprimere l'accordo di due sovranità, quella del popolo e quella dello Czar, ed invece ne significa meglio il conflitto; era reclamato come un diritto da tutte le avanguardie intellettuali dell'impero, ed è gittato alla moltitudine ancora indifferente come una grazia; dovrebbe preparare, in questa ora angosciosa di sconfitta, la pace degli spiriti per la preparazione di una nuova, vera, grande epoca russa, e già dentro l'imbroglio de' suoi arti coli più essenziali tumultua la gelosia implacabile dei due poteri: il popolo non vi sarà davvero rappresentato, perchè tale elettorato di classe e di accademia non contiene una sostanza di diritto e non può dare agli eletti una sicura coscienza della propria funzione; lo Czar vi apparirà diminuito, giacchè il suo piccolo pensiero individuale, per superare il pensiero collegiale della Duma, dovrebbe avere in sè stesso la sanzione del genio, e nessuna volontà, anche se ostinata eroicamente, può dargliela: non è quindi uno statuto come noi occidentali l'intendiamo, non è una rivoluzione come ne sognano plebi e poeti, non un organo politico, essendo senza personalità,non una concessione, se la paura della guerra ne decise il momento e le diffidenze della tradizione ne violarono la sincerità.
Eppure in questo periodo storico, e nella crisi tragica della guerra, non era possibile fare meglio e soltanto di più. Bisogna conoscere la storia e la fisonomia della Russia ed imporre silenzio alla superiorità e alle abitudini del nostro spirito occidentale per giudicare, anche soltanto grossolanamente, questo ultimo «ukase» dell'impero. L'aristocrazia, associata dello Czar nella politica, non è una classe che abbia una forza e un carattere particolare: può mostrare individui superiori, ma da quando gli Czar costituirono colla potenza propria la Russia, decadde nella loro corte e non si rialzò abbastanza nella burocrazia. Mancava ad essi l'assenso del popolo, pel quale non volle e non seppe mai nè operare nè pensare. La sua coltura crebbe e si raffinò; i suoi modelli furono inglesi o francesi, il suo vanto un assenteismo di saloni o di libri; la sua ricchezza era di latifondi, il suo valore d'individui, i suoi vizii di classe, la sua incapacità fatta di scetticismo morale e di precocità intellettiva. Sotto di essa il popolo si sperdeva nella immensa campagna, organizzato in un socialismo patriarcale, povero e rustico, gagliardo di fibra e sentimentale di cuore, inconscio del proprio genio, ignaro del presente, incapace di prevedere un altro domani: adorava Dio e lo Czar, accettava la miseria come la guerra, offrendo la stessa forza di resistenza alla vita e alla morte: poeta anonimo e meraviglioso, che esprimeva la propria poesia nelle sètte religiose; moltitudine agricola ancora fremente nel vagabondaggio dell'orda; materia e materiale bruto della più immensa fra leminiere, troppo vasto e troppo vario per la unità di una qualunque legislazione, troppo forte per poter essere davvero oppresso, troppo attardato per tentarlo proficuamente colle novità moderne; profondo, misterioso, vergine, destinato a creare la terza epoca europea, ad essere il più formidabile agente della futura mondiale unità storica. E fra esso e l'aristocrazia s'appuntava come un cuneo la classe borghese: ed era il commercio, l'industria, la ricchezza, la cultura: esercito d'avanguardia, mobile, indisciplinato, fervido d'ingegni, fremente di passioni: detestava l'aristocrazia sino ad amare il popolo, al quale per la propria superiorità era più straniera della stessa aristocrazia; negava tutti i limiti nella nostalgia di tutte le libertà; guardava ad occidente non ad oriente; voleva essere più europea che russa, più moderna che nazionale. La coscienza del proprio valore la rendeva intrattabile, credeva soltanto in sè stessa, e in politica bisogna, invece, essere credenti; era capace di tutto, estrema in tutto, negli affari e nei libri, nelle idee e negli atti; non era niente e voleva subito essere tutto, pretendeva di contenere la Russia, l'impero, il presente, e non era invece, che la sua modernità.
La Russia era l'impero, lo Czar, il popolo fusi nel più enorme ed eterogeneo conglomerato: l'impero dominava e domina ancora l'uno e l'altro colle proprie necessità; l'uno e l'altro quasi sempre egualmente inconsci, si urtano, si percuotono e non possono nè scindersi nè soverchiarsi: un fato superiore li sospinge nella pace e nella guerra, possono perdere invano cento battaglie, perchè nessun nemico li frangerà; hanno avuto tutte le pazienze, superate tutte le antitesi, dilatando sempre i confini dell'impero,assorbendo popoli di tutti i climi e di tutte le razze: lo Czar non è che un simbolo e il popolo è soltanto la Russia, che vuole essere sè stessa, trarre dal proprio fondo, imporre all'avvenire l'impero della propria originalità.
Adesso nella Russia i partiti non sono davvero che due, il nazionale e l'europeo: quello sacrifica la libertà alla grandezza della patria, questo immolerebbe tale grandezza alla libertà: l'uno più russo che europeo, l'altro più europeo che russo. Il vecchio partito conservatore, creato da Nicolò I, sopravvissuto alla crisi liberale di Alessandro III, non è quasi più: i suoi uomini maggiori, i Mascerski, i Lovaiski, sono già degli spedati; i nazionalisti, eredi del panslavismo, sono forse la voce che sale dal profondo silenzio del popolo e adesso accettano, colla ingenua fede di tutti i fanatici, la nuova costituzione, questa collaborazione del popolo e dello Czar sulla larga strada della tradizione, nell'orgoglio della propria fisonomia russa e nella superbia di un avvenire che vantano già superiore ai grandi passati di Grecia e di Roma, alle attuali grandezze della Inghilterra e degli Stati Uniti. Essi sentono che un parlamentarismo imperiale è impossibile e niente e nessuno potrebbe adesso sostituire l'impero: quindi lo accettano, lo vogliono grande, e sperano dal suo stesso arbitrio più pronta l'azione del progresso, più rapida l'andatura stessa delle riforme.
Hanno torto? Secondo la storia no, ma nemmeno questo è argomento bastevole in tale disputa. Uno dei loro maggiori scrittori, lo Schromiatnikoff, in un libro recente e celebre proclamava l'autocrazia, il più prezioso dono fatto dall'Oriente alla Russia; e lo Schromiatnikoff è un liberale ed un moderno. Maquanti liberali moderni d'Occidente possono intenderlo?
Il partito rivoluzionario, denso di poeti, di eroi, di martiri, di sognatori, di delinquenti, accoglierà la nuova costituzione con un riso stridulo di spasimo: esso pensa e soffre troppo al disopra della realtà per avere soltanto la forza paziente di leggere l'«ukase» imperiale: quasi tutta la sua avanguardia è adesso prigioniera nelle carceri, e dai deserti della Siberia, per le notti lunari, manda le legioni dei propri sogni a tormentare le insonnie degli oppressori e degli oppressi.
E comunque si compia questo novello esperimento, il partito rivoluzionario non disarmerà.
Ma la Duma, semplice organo consultivo, assurda realizzazione di un più assurdo contratto fra autocrazia e parlamentarismo, produrrà nello spirito e nel costume russo una rivoluzione: gli ingegni e i caratteri si tempreranno nella nuova palestra; la parola libera avrà così una tribuna, e nulla resiste alla parola; sorgeranno oratori, tribuni, coi quali bisognerà contare; dietro ad essi si formeranno e riformeranno partiti; nessuna procedura potrà inceppare e soffocare tale primaticcia azione consultiva; dietro la Duma nascerà un piccolo parlamento, che lo Czar dovrà pur battezzare; vi sarà uno sfogo alle idee, un controllo a certe spese, un veicolo a taluni interessi; da quella sala tratto tratto certe parole apriranno le grandi ali di fiamma e si involeranno sino ai confini dell'impero, messaggere di resurrezione: lo Czar sarà ancora, il popolo comincerà ad essere.
Non è molto, eppure è quasi tutto.
22 agosto 1905.