L'APPELLO

L'APPELLOBisognerebbe gettarlo sull'ali di una strofa o tacere.Ma dov'è dunque il poeta nazionale? Qualcuno da tempo insidia l'epopea garibaldina, estremo miracolo della modernità europea e la degrada in piccole rapsodie di una prosaicità accorante, nelle quali il canto somiglia al volo dei tacchini, che radono pesantemente il suolo colle negre ali senza soffio di tempesta. Altri indietreggiando nei secoli sino al magnifico crepuscolo medioevale, così pieno di strofe e di torri, di cattedrali e di castelli, tenta la lira e il liuto sotto le finestre di un re prigioniero o dietro il Carroccio imbandierato per una festa di battaglia, ma il breve verso indarno sapiente non ha il clangore delle trombe, e l'anima non lo sente, e il tremito della morte eroica non passa fra gli squilli delle campane, che chiamano a raccolta, mentre le piazze ondeggiano nel tumulto della folla evocata tragicamente dalla storia alla originalità di una guerra creatrice.Più forte e più alto, nell'orgoglio inutile dell'ingegno e di una incomparabile scienza verbale, colui che parve e poteva forse essere il nuovo poeta, si esaurisce dentro la monotonia lussuosa di una rettorica abbacinante nella ricchezza dei colori e dei ricami, piena di armonie come un'orchestra, e di fantasmi come un museo, ma solitaria nell'ammirazione di sè stessa, fra scoppi di una continua voluttà primaverile e di una vanità, che tutte le acclamazioni ingenue o false della moltitudine non possono mutare in superbia.Il poeta nazionale, che la storia, nella impassibile severità del proprio giudizio, dovrà diminuire nel Carducci, così al disotto di Mazzini e di Garibaldi, manca ancora in questo nuovo trionfo della terza Italia, che l'Europa deve già accettare come una nazione grande fra le più grandi, tutta fremente di una improvvisa ricchezza, coi campi solcati ovunque da strade novelle, i porti aperti all'espansione della vita, le città sonanti e fumanti d'officine, un altro popolo industre, libero, sovrano, che non teme più gli stranieri e getta sull'America come un pulviscolo fecondatore gli estremi avanzi dell'antica miseria e le avanguardie romantiche della sua recente avventura commerciale: un popolo unico nella storia, antico in una gloria di tremila anni, che dominò, unificandola, l'antichità colla repubblica e coll'impero di Roma; e quando l'impero crollava come uno scenario sotto lo sforzo dei barbari a tutte le frontiere, oppose loro un'altra, più profonda originalità nel cristianesimo, che rimutò il mondo in una libertà spirituale con un crocefisso per imperatore e un papa per console, senza più differenza fra padrone e schiavo, fra povero e ricco, in una poesia di espiazione, di resurrezione, nella quale il male era soltanto la prova eroica della volontà e la morte un sacrifizio di salvazione.Ma Roma invasa, saccheggiata, arsa, sommersa nella polvere e nei rottami di una incessante distruzione, sulla quale tutte le forze di una misteriosa vendetta sembravano accanirsi colla frenesia di una passione funebre, rimaneva sempre la capitale dello spirito umano, il centro rivelatore del pensiero, il trono inaccessibile a tutti i nemici, barbari della decadenza della infanzia storica, luminoso come unfaro in una notte lunga di bufera, puro come una di quelle nivee vette alpine, sulle quali il sole si affaccia all'alba o indugia al tramonto colla eletta compiacenza di un poeta.Roma e l'Italia sono ancora l'unità e l'originalità del medioevo. La loro forza militare e politica pare esausta: l'impero esula a Bisanzio e a Ravenna, là per fronteggiare con un inutile sforzo l'eterna inimicizia dell'Oriente, che prepara già, con misteriosa fermentazione, la suprema rivincita di Maometto contro Gesù: qua, sopra un lido senza significato, sul fianco di una pineta nè misteriosa nè grande, con un porto angusto come un canale, dentro una piccola città anonima, alla quale solamente i barbari schiacciando l'impero daranno una gloria immortale. Ma Roma resta.Le sue rovine raddoppiano il significato dei suoi monumenti, l'abbandono dell'impero dà al suo papato una più alta, incoercibile sovranità; i barbari, incapaci di mutarsi in italiani, si fanno cristiani, la loro anima assetata d'ideale, il loro pensiero affamato di vita, domandano a Roma il doppio segreto: sono chiusi nel ferro, e il loro cuore si apre a tutte le ferite della nuova parola, schiacciano tutte le vecchie autorità e s'inginocchiano davanti a quella del sacerdote; gli ordini monastici peregrinano e fondano, attraverso ogni distanza, le nuove colonie spirituali, i municipii sopravvissuti preparano nel comune la futura, perfetta sovranità del cittadino contro il feudatario creato dalla conquista e costretto a vivere di rapina, come espressione di una forza soltanto negativa e germe vergine e robusto di un'altra razza, che si chiamerà italiana, la più mista, la più ricca, più resistente che la romana, più originaleche la greca, speranza e modello a tutta l'Europa futura.E questa, pur nello sforzo instancabile di tanti secoli, non potrà conquistarla, fonderla entro alcun altro de' suoi popoli. L'Italia resiste a tutti gli invasori, stanca tutte le tirannidi, svia tutte le correnti, trasforma tutti i padroni, seduce, crea in una originalità inesausta: dentro la religione, che consola affermando, suscita la scienza, che rinnova colla tragedia del dubbio, e già municipale marinara, ha una giurisprudenza, un'arte, una politica, una diplomazia, corti in ogni castello, un parlamento in ogni borgo, un capitano in ogni venturiero, un re nel cittadino. E incredula e credente, serve il proprio clero e lo domina, si libera del misticismo colla bellezza dell'arte, ha tutti i vizii e tutte le passioni, tutte le abilità dell'esperienza e le infallibili intuizioni dell'ingenuità.Senza l'Italia il medioevo europeo invece di un'aurora sarebbe stato una notte.Poi nel millecinquecento, che gli storici di scuola credono ancora l'apogeo della nostra storia, mentre invece segna il supremo esaurimento della nostra lunga supremazia, l'Italia s'arresta o quasi. Spagna, Francia, Germania, Inghilterra, si mettono successivamente all'avanguardia; l'Italia pare un'ancella, un'anticamera di altre corti, un oscuro magazzino di lontani padroni, e non è vero. Nel seicento è ancorala scienza italiana che domina, nel settecento la musica: generali, architetti, pittori, scultori, formano le sue nuove ambascerie e affermano ancora la sua potenza: è serva, e i padroni vi paiono poco più che ospiti, i suoi ultimi principi scemano giorno per giorno. Il suo papato è un mediocre principato interno, abilenel destreggiarsi colle grandi corti straniere, la sua aristocrazia non ha più che partigiani, la sua incomparabile borghesia comunale è appena una clientela, il suo popolo un groviglio di corruzione e di barbarie.Non importa: anche così l'Italia non può essere di nessuno: unica al mondo, nè la gloria del trionfo, nè la servitù della miseria possono esaurirla.La rivoluzione francese passerà sovra di essa come una bufera, rifecondandola. Napoleone sarà italiano e improvviserà il primo regno di Roma per suo figlio, minimo fantasma nell'ultimo grande poema, povero, esile fanciullo, nel quale finirà come nella miseria di un giocattolo l'arte creatrice di impero.Dopo mezzo secolo: ecco Cavour e Vittorio Emanuele, Mazzini e Garibaldi, che creano la terza Italia in una rivoluzione, alla quale la massa sembra quasi assistere soltanto, ma così profonda, originale, che tutte le altre d'Europa e d'America non vi possono essere paragonate: e dopo un altro mezzo secolo, ecco ancora l'Italia più libera e più ricca che ai tempi di Augusto, e che l'Europa rivolle perchè dalla sua originalità attende qualche forma nuova di bellezza, qualche più feconda cooperazione ai problemi intercontinentali, che adesso preparano la vera unità della storia mondiale.Il problema più vero, più tragico ed insieme più pratico è adesso per l'Italia quello di apparire e di essere la grande nazione latina. Che cosa è la Spagna da gran tempo? Che cosa è più la Francia colla sua repubblica cresciuta come un fungo dalle putride radici del secondo impero, e che una serie degradante di parlamenti e di ministeri demagogiciha ridotto senza più una politica mondiale, come nei secoli delle sue monarchie, senza un esercito e una armata capace di guerra, con un governo prigioniero dei propri impiegati, con una ricchezza che si putrefa per mancanza d'ideale, con un'arte che oramai esprime soltanto la corruzione di un mestiere, con una religione che perseguitata non sa soffrire, con una sovranità plebea che non sa comandare a sè stessa e sogna i vecchi re, deride gli ultimi tribuni, paga i deputati e li sberta come i giullari degli schiavi cresciuti negli ergastoli sindacalisti? Eppure molto sopravvive nella Francia e molto rivivrà.Per l'Italia, per noi, più giovani, più nuovi, ancora frementi della nostra rivoluzione creatrice, e che demmo al mondo lo spettacolo più mirabile di rinnovamento materiale e morale negli ultimi trentanni, miracolo al quale nemmeno possono paragonarsi i prodigi della ricchezza e del progresso americano, ancora così vuoti di significato, il problema è unico: affermarsi come il maggiore e migliore dei nuovi popoli d'Europa, o arrestarsi e decadere, consumando nell'inutilità di una effimera festa l'ultima energia rivoluzionaria dei nostri padri.Avanti dunque nel senno di Cavour e nell'eroismo di Garibaldi: avanti col pensiero e coll'opera, sui mari che attendono le nostre navi, sulle frontiere che aspettano la nostra vittoria!Ma non bisogna promettere: il trionfo fu sempre di coloro che seppero prepararsi nel silenzio.25 aprile 1909.

Bisognerebbe gettarlo sull'ali di una strofa o tacere.

Ma dov'è dunque il poeta nazionale? Qualcuno da tempo insidia l'epopea garibaldina, estremo miracolo della modernità europea e la degrada in piccole rapsodie di una prosaicità accorante, nelle quali il canto somiglia al volo dei tacchini, che radono pesantemente il suolo colle negre ali senza soffio di tempesta. Altri indietreggiando nei secoli sino al magnifico crepuscolo medioevale, così pieno di strofe e di torri, di cattedrali e di castelli, tenta la lira e il liuto sotto le finestre di un re prigioniero o dietro il Carroccio imbandierato per una festa di battaglia, ma il breve verso indarno sapiente non ha il clangore delle trombe, e l'anima non lo sente, e il tremito della morte eroica non passa fra gli squilli delle campane, che chiamano a raccolta, mentre le piazze ondeggiano nel tumulto della folla evocata tragicamente dalla storia alla originalità di una guerra creatrice.

Più forte e più alto, nell'orgoglio inutile dell'ingegno e di una incomparabile scienza verbale, colui che parve e poteva forse essere il nuovo poeta, si esaurisce dentro la monotonia lussuosa di una rettorica abbacinante nella ricchezza dei colori e dei ricami, piena di armonie come un'orchestra, e di fantasmi come un museo, ma solitaria nell'ammirazione di sè stessa, fra scoppi di una continua voluttà primaverile e di una vanità, che tutte le acclamazioni ingenue o false della moltitudine non possono mutare in superbia.

Il poeta nazionale, che la storia, nella impassibile severità del proprio giudizio, dovrà diminuire nel Carducci, così al disotto di Mazzini e di Garibaldi, manca ancora in questo nuovo trionfo della terza Italia, che l'Europa deve già accettare come una nazione grande fra le più grandi, tutta fremente di una improvvisa ricchezza, coi campi solcati ovunque da strade novelle, i porti aperti all'espansione della vita, le città sonanti e fumanti d'officine, un altro popolo industre, libero, sovrano, che non teme più gli stranieri e getta sull'America come un pulviscolo fecondatore gli estremi avanzi dell'antica miseria e le avanguardie romantiche della sua recente avventura commerciale: un popolo unico nella storia, antico in una gloria di tremila anni, che dominò, unificandola, l'antichità colla repubblica e coll'impero di Roma; e quando l'impero crollava come uno scenario sotto lo sforzo dei barbari a tutte le frontiere, oppose loro un'altra, più profonda originalità nel cristianesimo, che rimutò il mondo in una libertà spirituale con un crocefisso per imperatore e un papa per console, senza più differenza fra padrone e schiavo, fra povero e ricco, in una poesia di espiazione, di resurrezione, nella quale il male era soltanto la prova eroica della volontà e la morte un sacrifizio di salvazione.

Ma Roma invasa, saccheggiata, arsa, sommersa nella polvere e nei rottami di una incessante distruzione, sulla quale tutte le forze di una misteriosa vendetta sembravano accanirsi colla frenesia di una passione funebre, rimaneva sempre la capitale dello spirito umano, il centro rivelatore del pensiero, il trono inaccessibile a tutti i nemici, barbari della decadenza della infanzia storica, luminoso come unfaro in una notte lunga di bufera, puro come una di quelle nivee vette alpine, sulle quali il sole si affaccia all'alba o indugia al tramonto colla eletta compiacenza di un poeta.

Roma e l'Italia sono ancora l'unità e l'originalità del medioevo. La loro forza militare e politica pare esausta: l'impero esula a Bisanzio e a Ravenna, là per fronteggiare con un inutile sforzo l'eterna inimicizia dell'Oriente, che prepara già, con misteriosa fermentazione, la suprema rivincita di Maometto contro Gesù: qua, sopra un lido senza significato, sul fianco di una pineta nè misteriosa nè grande, con un porto angusto come un canale, dentro una piccola città anonima, alla quale solamente i barbari schiacciando l'impero daranno una gloria immortale. Ma Roma resta.

Le sue rovine raddoppiano il significato dei suoi monumenti, l'abbandono dell'impero dà al suo papato una più alta, incoercibile sovranità; i barbari, incapaci di mutarsi in italiani, si fanno cristiani, la loro anima assetata d'ideale, il loro pensiero affamato di vita, domandano a Roma il doppio segreto: sono chiusi nel ferro, e il loro cuore si apre a tutte le ferite della nuova parola, schiacciano tutte le vecchie autorità e s'inginocchiano davanti a quella del sacerdote; gli ordini monastici peregrinano e fondano, attraverso ogni distanza, le nuove colonie spirituali, i municipii sopravvissuti preparano nel comune la futura, perfetta sovranità del cittadino contro il feudatario creato dalla conquista e costretto a vivere di rapina, come espressione di una forza soltanto negativa e germe vergine e robusto di un'altra razza, che si chiamerà italiana, la più mista, la più ricca, più resistente che la romana, più originaleche la greca, speranza e modello a tutta l'Europa futura.

E questa, pur nello sforzo instancabile di tanti secoli, non potrà conquistarla, fonderla entro alcun altro de' suoi popoli. L'Italia resiste a tutti gli invasori, stanca tutte le tirannidi, svia tutte le correnti, trasforma tutti i padroni, seduce, crea in una originalità inesausta: dentro la religione, che consola affermando, suscita la scienza, che rinnova colla tragedia del dubbio, e già municipale marinara, ha una giurisprudenza, un'arte, una politica, una diplomazia, corti in ogni castello, un parlamento in ogni borgo, un capitano in ogni venturiero, un re nel cittadino. E incredula e credente, serve il proprio clero e lo domina, si libera del misticismo colla bellezza dell'arte, ha tutti i vizii e tutte le passioni, tutte le abilità dell'esperienza e le infallibili intuizioni dell'ingenuità.

Senza l'Italia il medioevo europeo invece di un'aurora sarebbe stato una notte.

Poi nel millecinquecento, che gli storici di scuola credono ancora l'apogeo della nostra storia, mentre invece segna il supremo esaurimento della nostra lunga supremazia, l'Italia s'arresta o quasi. Spagna, Francia, Germania, Inghilterra, si mettono successivamente all'avanguardia; l'Italia pare un'ancella, un'anticamera di altre corti, un oscuro magazzino di lontani padroni, e non è vero. Nel seicento è ancorala scienza italiana che domina, nel settecento la musica: generali, architetti, pittori, scultori, formano le sue nuove ambascerie e affermano ancora la sua potenza: è serva, e i padroni vi paiono poco più che ospiti, i suoi ultimi principi scemano giorno per giorno. Il suo papato è un mediocre principato interno, abilenel destreggiarsi colle grandi corti straniere, la sua aristocrazia non ha più che partigiani, la sua incomparabile borghesia comunale è appena una clientela, il suo popolo un groviglio di corruzione e di barbarie.

Non importa: anche così l'Italia non può essere di nessuno: unica al mondo, nè la gloria del trionfo, nè la servitù della miseria possono esaurirla.

La rivoluzione francese passerà sovra di essa come una bufera, rifecondandola. Napoleone sarà italiano e improvviserà il primo regno di Roma per suo figlio, minimo fantasma nell'ultimo grande poema, povero, esile fanciullo, nel quale finirà come nella miseria di un giocattolo l'arte creatrice di impero.

Dopo mezzo secolo: ecco Cavour e Vittorio Emanuele, Mazzini e Garibaldi, che creano la terza Italia in una rivoluzione, alla quale la massa sembra quasi assistere soltanto, ma così profonda, originale, che tutte le altre d'Europa e d'America non vi possono essere paragonate: e dopo un altro mezzo secolo, ecco ancora l'Italia più libera e più ricca che ai tempi di Augusto, e che l'Europa rivolle perchè dalla sua originalità attende qualche forma nuova di bellezza, qualche più feconda cooperazione ai problemi intercontinentali, che adesso preparano la vera unità della storia mondiale.

Il problema più vero, più tragico ed insieme più pratico è adesso per l'Italia quello di apparire e di essere la grande nazione latina. Che cosa è la Spagna da gran tempo? Che cosa è più la Francia colla sua repubblica cresciuta come un fungo dalle putride radici del secondo impero, e che una serie degradante di parlamenti e di ministeri demagogiciha ridotto senza più una politica mondiale, come nei secoli delle sue monarchie, senza un esercito e una armata capace di guerra, con un governo prigioniero dei propri impiegati, con una ricchezza che si putrefa per mancanza d'ideale, con un'arte che oramai esprime soltanto la corruzione di un mestiere, con una religione che perseguitata non sa soffrire, con una sovranità plebea che non sa comandare a sè stessa e sogna i vecchi re, deride gli ultimi tribuni, paga i deputati e li sberta come i giullari degli schiavi cresciuti negli ergastoli sindacalisti? Eppure molto sopravvive nella Francia e molto rivivrà.

Per l'Italia, per noi, più giovani, più nuovi, ancora frementi della nostra rivoluzione creatrice, e che demmo al mondo lo spettacolo più mirabile di rinnovamento materiale e morale negli ultimi trentanni, miracolo al quale nemmeno possono paragonarsi i prodigi della ricchezza e del progresso americano, ancora così vuoti di significato, il problema è unico: affermarsi come il maggiore e migliore dei nuovi popoli d'Europa, o arrestarsi e decadere, consumando nell'inutilità di una effimera festa l'ultima energia rivoluzionaria dei nostri padri.

Avanti dunque nel senno di Cavour e nell'eroismo di Garibaldi: avanti col pensiero e coll'opera, sui mari che attendono le nostre navi, sulle frontiere che aspettano la nostra vittoria!

Ma non bisogna promettere: il trionfo fu sempre di coloro che seppero prepararsi nel silenzio.

25 aprile 1909.

INDICEDianapag. 5I —Ombre sacre:Corona murale19La fine della fine25Il tempio31Il poema37La grotta43Il problema del Natale49II —Echi:Il cavaliere57Tristano e Isotta63Saffo69L'arciero76La voce82III —Ad limina mortis:Soggezione89Il papato95Il vinto101Scagnozzi e cagnotti107IV —Tragedia regale:Il trionfo della morte115La vedova120I messaggeri della morte125V —Idee e figure:L'impero ideale133A Staglieno139Gallia victa143Trilogia postuma149Il gigante plebeo155La vergine rossa161Il prigioniero166L'orrore del vuoto172Cieco contro cieco177VI —Delitti e delinquenti:Problema criminale185Romanzo vivente190Romanzo e romanziere195È permesso?201Vecchio errore206L'ultimo brigante211Amnistia217Nel fuoco222Il duello228VII —Punte secche:I deicidi237L'eroe242Il vincitore247Il Testamento di Cecil Rhodes252Zanardelli257Il ministro262I cattolici alla camera267Finalmente274VIII —Sotto il fuoco:I falsari della volontà283La battaglia religiosa288I ribelli della fede294Honor onus300Una visita305Inutilità309IX —Ultima carica:Fit via vi315Sole levante320Satira epica325Lex imperorum330Janua mortis336Sulla china341L'ultimo Czar346La terza prova351L'ultimo356X —Verità nazionale:Verità nazionale365L'appello371


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