L'ULTIMO BRIGANTECosì lo ha definito da Napoli uno degli ingegni più illustri e più vividi del giornalismo italiano.Eppure in questo delinquente, che appassionò per anni tutte le fantasie come in un lungo duetto col governo, mentre le popolazioni dell'Aspromonte parteggiavano in tale caccia e i giornali di tutto il mondo ne raccontavano gli incidenti, non sembrano visibili i segni del brigantaggio, questa volontaria antica milizia delle ribellioni rurali.La recente scuola penalista improvvisò al solito sopra di lui la diagnosi della degenerazione, ripetendo ancora il vecchio motivo del proprio sistema, senza che il pubblico si degnasse nemmeno di ascoltare e coloro già oppositori del nuovo paradosso sentissero il bisogno di ribattere il giudizio mandato dal clinico torinese di tutta la criminalità mondiale su questo bandito, a lui ignoto almeno quanto i principii della vera psicologia.Musolino catturato aveva già involontariamente smentito la leggenda del brigante, salito dal misterioso orrore della foresta come un fantasma nella immaginazione della gente, e sempre armato, col profilo tagliente, il moschetto infallibile, il cuore freddo e duro come una roccia, l'occhio aperto come quello di un gufo nell'oscurità della notte, l'orecchio attento anche nel sonno entro le grotte delle selve, che cullavano col loro murmure di oceano i suoi torbidi sogni di assassino.Egli era fuggito come il più timido dei ladruncoli campestri all'improvvisa apparizione di due carabinieri, che non pensavano certo al caso mirabile dell'incontro; fuggito colla prontezza di un fanciullo e l'angoscia di una donna, senza sapere, senza vedere, ignorando campi e sentieri, incespicando nei ferri delle viti ed arrendendosi senza nemmeno trarre nè il coltello nè ilrevolver, che portava nelle tasche come un viatico.Il terribile bandito era un vile: questo ultimo erede dei Porporato, di Fra Diavolo, di Ninco Nanco, nei quali tratto tratto rivivevano le feroci potenze degli antichi condottieri, non aveva mai avuto una idea, non sentiva la passione del brigantaggio, non era riuscito a comporsi una banda, a pensare cosa potesse essere nel mondo moderno la vita e la lotta di un bandito contro tutta la società.Figlio di un oste, non aveva nelle vene che un sangue di contadino; nessuna bellezza e nessuna forza nel corpo, non un orgoglio nello spirito, non una luce nel cuore. S'innamora violento ed improvviso, ma non sa innamorare la fanciulla; chiede la sua mano ed è respinto, ed allora come uno stupido monello percuote più volte, vilmente, all'imprevista, colle mani, con un bastone, persino col manico di una scure la vecchia, che non vuole essere sua suocera.Poi si trova a caso dentro una rissa, vi è ferito leggermente, mentre urla al compagno: Difendimi, spara! — Perchè quella rissa? Chi aveva ragione? Chi vi apparve più forte? Certamente non Musolino; ma l'indomani alcune fucilate sono tirate contro quei suoi nemici ed egli è accusato, condannato a ventun anni di galera, benchè quei colpi non avessero ucciso alcuno.Evidentemente la condanna era eccessiva, assurda, e Musolino si proclamò innocente: forse lo era, almeno io lo credo, perchè soltanto tale innocenza e tale condanna possono in un animo debole come il suo, senza alcuna intellettuale perversità di furto, o vorace sensualità di sangue, o fantastica superbia di comando, o selvaggia passione di ribelle nella primitiva libertà dei boschi, spiegare l'improvvisa non più mutata manìa di vendetta.Egli vi soccombe pel primo: tutto il suo spirito e il suo corpo ne ammalano, non pensa, non vede, non sente altro: colpire coloro, che hanno determinato la sua condanna alla galera; ma evaso dal carcere con due compagni, che presto ricadono nelle mani della giustizia, non sa nel perseguimento di questa vendetta essere nè logico nè terribile, nè implacabile nè rapido, quindi uccide come a caso, graduando i colpi dalla fucilata «di chiarenza» a quella mortale, sparando quasi sempre da lontano, spesso sbagliando il colpo e ingannandosi sulla vittima, e non mai un rischio rileva il suo coraggio, o un agguato scopre il suo ingegno, o un'altra passione attraversa questo suo dramma montanaro, fosco e limaccioso come un padule.Talora rispetta i parenti della vittima, specialmente se fanciulli: tal'altra uccide e nega poi l'uccisione e se ne pente: una volta, scombussolato dall'orrore di un inutile delitto, dà il proprio fucile al ferito e gli grida: Uccidimi!, poi fugge e daccapo assassina senza vera passione di amore e di odio. Perchè in lui tutto è vanità: di quel suo primo amore non si ricorda quasi più, e nessuna altra donna entra nella sua grigia e fredda vita a soffiarvi dentro una fiamma: dapprima voleva uccidere coloro che avevano depostofalsamente contro di lui, ma è incerto anche contro di essi nella graduazione dell'odio e della morte; aspetta per riscaldarsi che la loro ostilità si rinfocoli, poi la necessità lo trae a punire qualche spia, a difendersi dai soldati, ed ecco il dramma vero di tutta una contrada nel quale egli diviene involontariamente, immeritamente protagonista.Il paese è montano e boscoso, la gente ancora rozza ed ingenua, nelle fantasie durano ricordi e visioni dell'ultimo brigantaggio politico alla caduta dei Borboni, e il governo è ancora odiato come uno straniero, del quale soltanto una classe, quella che vive di politica, ha saputo farsi un appoggio.Laggiù i beneficii della libertà si mutarono in nuovi soprusi di nuovi prepotenti, la miseria crebbe, l'ignoranza non scemò, la religione fu ancora una idolatria bambinesca, la diffidenza contro il governo e l'incredulità ad ogni giustizia un'abitudine invincibile e pur troppo giustificata dall'esperienza quotidiana. Nel paese, per tutti i piccoli, i poveri, coloro che debbono concepire la propria vita come una servitù addolorata da tirannidi di ogni specie, Musolino era l'innocente condannato, il prigioniero fuggito miracolosamente dal carcere, il ribelle capace di vendicarsi da solo gittandosi al monte e al bosco per punire di morte la menzogna codarda, forse venduta, dei testimoni nel primo processo.Così, soltanto così è possibile intendere l'accordo fra bandito e paese.Musolino laggiù non è un ladro, poichè non ama nemmeno il danaro; non è un assassino, poichè non ama il sangue: se uccide, ne ha il diritto secondo la logica istintiva del popolo (morte per morte), ma uccide senza infierire, da lungi, magari ingannandosi,e allora piange, si dispera. Musolino non è un brigante, non si compone una banda, la quale avrebbe necessariamente molti bisogni di vitto e di danaro incomodi al paese: non si mette al servizio di alcun prepotente, non vende nè la minaccia nè la esecuzione, non odia nemmeno i carabinieri, e spara contro di essi solamente per difendersi.Tutti quindi lo aiutano.Il governo al solito s'ingannò e fu ingannato.Mentre una polizia, anche volgarmente abile, avrebbe saputo presto comprare da qualcuno il bandito, intorno all'Aspromonte invece si rinnovarono sottoprefetti, sindaci, ispettori, marescialli; e però tutti entrarono in questa caccia meno per la paura del brigante che per il piacere di sbertare il governo. Infatti Musolino chi spaventava, chi ledeva? Le spie, che tentavano tradirlo per buscarsi la taglia, erano nell'animo della gente, e non a torto, peggiori di lui: egli era l'innocente condannato che può finalmente farsi giustizia da sè, ecco tutto; e tutto ciò non esprime nè un alto grado di delinquenza, nè un grado molto basso di moralità nell'anima di un paese.La rivolta della barbarie val meglio che la peste della corruzione.Ma Musolino non era un forte nè del cuore nè della testa. Quando s'accorse di non poter più durare nella lotta, non seppe nemmeno andarsene per mare e scioccamente pensò di attraversare l'Italia a piedi, pronto a scappare appena un gendarme lo fissasse nel viso.Se adesso ancora si vanta innocente della prima accusa, e crede di essere stato nel proprio diritto punendo i propri nemici, vi è forse molta veritàin quello e molta bugia in questo: egli non può credere a questo diritto di uccidere, di giustiziare, dopo averne abusato così lungamente e stupidamente; ma è il suo vanto, l'atteggiamento, il gesto di attore. Il paese natio gli diede il teatro, il governo gli costrusse il dramma.Ricordate dopo il suo arresto le misure per trasportarlo alle carceri? La vanità di Musolino finì per impazzirne. Adesso non vuole comparire alle assise che in abito borghese: esigenza di attore che rispetta il pubblico in sè stesso, e nella solitudine della prigione si ubbriaca quotidianamente recitando la propria parte davanti ad uno specchio assente.Non vi è più brigantaggio; Musolino non è un brigante.Nè intelligente, nè coraggioso, nè feroce, nè cupido, senza amore, quasi senza odio, egli era, giacchè d'ora innanzi non conta più, uno sciocco presuntuoso con poca moralità e scarso giudizio; una condanna lo esasperò, una lotta parve ingrandirlo, ma vinto e solo colla propria vanità, adesso la sua ultima passione è per il suo ultimo vestito.A che parlarne ancora?15 aprile 1902.
Così lo ha definito da Napoli uno degli ingegni più illustri e più vividi del giornalismo italiano.
Eppure in questo delinquente, che appassionò per anni tutte le fantasie come in un lungo duetto col governo, mentre le popolazioni dell'Aspromonte parteggiavano in tale caccia e i giornali di tutto il mondo ne raccontavano gli incidenti, non sembrano visibili i segni del brigantaggio, questa volontaria antica milizia delle ribellioni rurali.
La recente scuola penalista improvvisò al solito sopra di lui la diagnosi della degenerazione, ripetendo ancora il vecchio motivo del proprio sistema, senza che il pubblico si degnasse nemmeno di ascoltare e coloro già oppositori del nuovo paradosso sentissero il bisogno di ribattere il giudizio mandato dal clinico torinese di tutta la criminalità mondiale su questo bandito, a lui ignoto almeno quanto i principii della vera psicologia.
Musolino catturato aveva già involontariamente smentito la leggenda del brigante, salito dal misterioso orrore della foresta come un fantasma nella immaginazione della gente, e sempre armato, col profilo tagliente, il moschetto infallibile, il cuore freddo e duro come una roccia, l'occhio aperto come quello di un gufo nell'oscurità della notte, l'orecchio attento anche nel sonno entro le grotte delle selve, che cullavano col loro murmure di oceano i suoi torbidi sogni di assassino.
Egli era fuggito come il più timido dei ladruncoli campestri all'improvvisa apparizione di due carabinieri, che non pensavano certo al caso mirabile dell'incontro; fuggito colla prontezza di un fanciullo e l'angoscia di una donna, senza sapere, senza vedere, ignorando campi e sentieri, incespicando nei ferri delle viti ed arrendendosi senza nemmeno trarre nè il coltello nè ilrevolver, che portava nelle tasche come un viatico.
Il terribile bandito era un vile: questo ultimo erede dei Porporato, di Fra Diavolo, di Ninco Nanco, nei quali tratto tratto rivivevano le feroci potenze degli antichi condottieri, non aveva mai avuto una idea, non sentiva la passione del brigantaggio, non era riuscito a comporsi una banda, a pensare cosa potesse essere nel mondo moderno la vita e la lotta di un bandito contro tutta la società.
Figlio di un oste, non aveva nelle vene che un sangue di contadino; nessuna bellezza e nessuna forza nel corpo, non un orgoglio nello spirito, non una luce nel cuore. S'innamora violento ed improvviso, ma non sa innamorare la fanciulla; chiede la sua mano ed è respinto, ed allora come uno stupido monello percuote più volte, vilmente, all'imprevista, colle mani, con un bastone, persino col manico di una scure la vecchia, che non vuole essere sua suocera.
Poi si trova a caso dentro una rissa, vi è ferito leggermente, mentre urla al compagno: Difendimi, spara! — Perchè quella rissa? Chi aveva ragione? Chi vi apparve più forte? Certamente non Musolino; ma l'indomani alcune fucilate sono tirate contro quei suoi nemici ed egli è accusato, condannato a ventun anni di galera, benchè quei colpi non avessero ucciso alcuno.
Evidentemente la condanna era eccessiva, assurda, e Musolino si proclamò innocente: forse lo era, almeno io lo credo, perchè soltanto tale innocenza e tale condanna possono in un animo debole come il suo, senza alcuna intellettuale perversità di furto, o vorace sensualità di sangue, o fantastica superbia di comando, o selvaggia passione di ribelle nella primitiva libertà dei boschi, spiegare l'improvvisa non più mutata manìa di vendetta.
Egli vi soccombe pel primo: tutto il suo spirito e il suo corpo ne ammalano, non pensa, non vede, non sente altro: colpire coloro, che hanno determinato la sua condanna alla galera; ma evaso dal carcere con due compagni, che presto ricadono nelle mani della giustizia, non sa nel perseguimento di questa vendetta essere nè logico nè terribile, nè implacabile nè rapido, quindi uccide come a caso, graduando i colpi dalla fucilata «di chiarenza» a quella mortale, sparando quasi sempre da lontano, spesso sbagliando il colpo e ingannandosi sulla vittima, e non mai un rischio rileva il suo coraggio, o un agguato scopre il suo ingegno, o un'altra passione attraversa questo suo dramma montanaro, fosco e limaccioso come un padule.
Talora rispetta i parenti della vittima, specialmente se fanciulli: tal'altra uccide e nega poi l'uccisione e se ne pente: una volta, scombussolato dall'orrore di un inutile delitto, dà il proprio fucile al ferito e gli grida: Uccidimi!, poi fugge e daccapo assassina senza vera passione di amore e di odio. Perchè in lui tutto è vanità: di quel suo primo amore non si ricorda quasi più, e nessuna altra donna entra nella sua grigia e fredda vita a soffiarvi dentro una fiamma: dapprima voleva uccidere coloro che avevano depostofalsamente contro di lui, ma è incerto anche contro di essi nella graduazione dell'odio e della morte; aspetta per riscaldarsi che la loro ostilità si rinfocoli, poi la necessità lo trae a punire qualche spia, a difendersi dai soldati, ed ecco il dramma vero di tutta una contrada nel quale egli diviene involontariamente, immeritamente protagonista.
Il paese è montano e boscoso, la gente ancora rozza ed ingenua, nelle fantasie durano ricordi e visioni dell'ultimo brigantaggio politico alla caduta dei Borboni, e il governo è ancora odiato come uno straniero, del quale soltanto una classe, quella che vive di politica, ha saputo farsi un appoggio.
Laggiù i beneficii della libertà si mutarono in nuovi soprusi di nuovi prepotenti, la miseria crebbe, l'ignoranza non scemò, la religione fu ancora una idolatria bambinesca, la diffidenza contro il governo e l'incredulità ad ogni giustizia un'abitudine invincibile e pur troppo giustificata dall'esperienza quotidiana. Nel paese, per tutti i piccoli, i poveri, coloro che debbono concepire la propria vita come una servitù addolorata da tirannidi di ogni specie, Musolino era l'innocente condannato, il prigioniero fuggito miracolosamente dal carcere, il ribelle capace di vendicarsi da solo gittandosi al monte e al bosco per punire di morte la menzogna codarda, forse venduta, dei testimoni nel primo processo.
Così, soltanto così è possibile intendere l'accordo fra bandito e paese.
Musolino laggiù non è un ladro, poichè non ama nemmeno il danaro; non è un assassino, poichè non ama il sangue: se uccide, ne ha il diritto secondo la logica istintiva del popolo (morte per morte), ma uccide senza infierire, da lungi, magari ingannandosi,e allora piange, si dispera. Musolino non è un brigante, non si compone una banda, la quale avrebbe necessariamente molti bisogni di vitto e di danaro incomodi al paese: non si mette al servizio di alcun prepotente, non vende nè la minaccia nè la esecuzione, non odia nemmeno i carabinieri, e spara contro di essi solamente per difendersi.
Tutti quindi lo aiutano.
Il governo al solito s'ingannò e fu ingannato.
Mentre una polizia, anche volgarmente abile, avrebbe saputo presto comprare da qualcuno il bandito, intorno all'Aspromonte invece si rinnovarono sottoprefetti, sindaci, ispettori, marescialli; e però tutti entrarono in questa caccia meno per la paura del brigante che per il piacere di sbertare il governo. Infatti Musolino chi spaventava, chi ledeva? Le spie, che tentavano tradirlo per buscarsi la taglia, erano nell'animo della gente, e non a torto, peggiori di lui: egli era l'innocente condannato che può finalmente farsi giustizia da sè, ecco tutto; e tutto ciò non esprime nè un alto grado di delinquenza, nè un grado molto basso di moralità nell'anima di un paese.
La rivolta della barbarie val meglio che la peste della corruzione.
Ma Musolino non era un forte nè del cuore nè della testa. Quando s'accorse di non poter più durare nella lotta, non seppe nemmeno andarsene per mare e scioccamente pensò di attraversare l'Italia a piedi, pronto a scappare appena un gendarme lo fissasse nel viso.
Se adesso ancora si vanta innocente della prima accusa, e crede di essere stato nel proprio diritto punendo i propri nemici, vi è forse molta veritàin quello e molta bugia in questo: egli non può credere a questo diritto di uccidere, di giustiziare, dopo averne abusato così lungamente e stupidamente; ma è il suo vanto, l'atteggiamento, il gesto di attore. Il paese natio gli diede il teatro, il governo gli costrusse il dramma.
Ricordate dopo il suo arresto le misure per trasportarlo alle carceri? La vanità di Musolino finì per impazzirne. Adesso non vuole comparire alle assise che in abito borghese: esigenza di attore che rispetta il pubblico in sè stesso, e nella solitudine della prigione si ubbriaca quotidianamente recitando la propria parte davanti ad uno specchio assente.
Non vi è più brigantaggio; Musolino non è un brigante.
Nè intelligente, nè coraggioso, nè feroce, nè cupido, senza amore, quasi senza odio, egli era, giacchè d'ora innanzi non conta più, uno sciocco presuntuoso con poca moralità e scarso giudizio; una condanna lo esasperò, una lotta parve ingrandirlo, ma vinto e solo colla propria vanità, adesso la sua ultima passione è per il suo ultimo vestito.
A che parlarne ancora?
15 aprile 1902.