L'ULTIMO CZARForse la storia lo chiamerà così.Egli è l'estremo di una lunga serie imperiale, che regnò largamente e profondamente sopra un trono inaccessibile come una vetta, e quindi percosso dalle bufere, solcato dai fulmini. Il suo impero era vasto come un desiderio, vario come un mondo, pericoloso come un mistero; tutte le terre, tutti i climi, tutte le genti vi erano mescolate nella più meravigliosa originalità; le epoche vi si sovrapponevano senza confondersi, la preistoria vi durava nei nomadi, la modernità vi improvvisava, ad immense distanze, fra steppe taciturne, sulla sponda di fiumi larghi quanto un mare, città belle come un'oasi, luminose e roventi di vita.Lo Czar solo regnava. Egli era l'imperatore e il pontefice, la figura che unifica e consacra, l'idea vivente nell'uomo, l'uomo intero nel simbolo del popolo. Il suo carattere d'individuo non contava; la sua volontà onnipossente nell'astrazione si diffondeva e vaniva in tutte le lontananze coi venti, che ne ripetevano l'eco, nella voce dei messi che ne falsavano il comando. Il suo pensiero veniva dall'impero e dominava l'imperatore, costringendo il pontefice alla ubbidienza dello stato: l'impero solo era grande, solamente la Russia era santa.E quando tutte le monarchie d'Europa crollarono improvvisamente all'urto del sogno napoleonico, dentro il quale strideva la grande rivoluzione francese,l'impero russo resistette; e i suoi generali non osavano più battersi, e il suo imperatore delirava nella preghiera, e il suo popolo si raccozzava a bande sulla neve come i lupi correndo sulle orme degli invasori, divorando uomini e cavalli, i morti e i feriti.Adesso quasi tutti dissero che la Russia aveva salvata l'Europa. Ma il sogno napoleonico vi si sarebbe invece dissipato ugualmente senza altra traccia che di un uragano, perchè nulla era vivo, imperialmente, in quel sogno e la sua funzione arcana era di dissipare i vecchi fantasmi monarchici scrollando nell'ultima dormiveglia tutti i popoli per ridestarli ad un nuovo mattino. La Russia, raddoppiando subitamente di potenza e scoprendo quasi in una improvvisa rivelazione la propria massiccia ed antica architettura, parve rinnovare nel secolo decimonono un prodigio e un enigma: l'assolutismo più puro nello stato, l'unico socialismo mondiale in un popolo agricolo, che non pensava, non sentiva, non voleva che per lo Czar e nello Czar.La sua razza, dopo l'esaurimento della greco-latina e il doppio trionfo anglo-teutonico, era la sola ancora vergine, che potesse contenere e produrre una terza civiltà; l'impero copriva quasi mezza Europa e mezza Asia, nessuno bastava ad invaderlo a limitarlo; la sua forza cresceva inesauribile, la sua originalità si rivelava nei segni più contradittorii, in una pari inconsapevolezza dell'antico e del nuovo, nell'istinto delle masse e nel genio dei poeti, nella assimilazione, che accettava tutto, nell'immobilità, che tutto il mondo non bastava a scuotere.La democrazia urlava ai confini e vampeggiava dentro, nelle coscienze, che le rivoluzioni europeedestavano alla vita della sovranità individuale: attraverso l'enormi distanze russe le capitali s'accendevano come fari e le idee rimontavano i fiumi, sibilavano dalle locomotive, agitavano bandiere fumiganti sulle caminiere delle officine, parlavano nei giornali, pesavano sulle meditazioni coi libri, vincevano le leggi nelle scienze, seducevano i magistrati colle arti.Ma l'impero resisteva sempre, troppo profondo perchè le mine toccassero soltanto le sue fondamenta, troppo vasto alla rarità dei ribelli, troppo vivo nella fatalità della propria missione per esserne distratto impedito dalle impazienze ideali della sua piccola avanguardia democratica. Il suo immenso problema era nell'Asia, la sua suprema verità nella gloria di rinnovarla, dominando come ultimo e massimo campione d'Europa, giacchè tutte le altre nazioni vi operavano indarno da secoli; un moto lo sospingeva, un'ascensione di poema sembrava illuminare la sua ieratica rigidità. E invece la più grande delle sconfitte che la storia abbia ancora segnato, arrestò impero ed imperatore, Russia ed Europa nella marcia secolare.Un'epoca è conchiusa, l'impero russo resta, lo Czar non è più.Il suo ultimo rescritto, nel quale balbetta come un prigioniero che abbia il ferro alla gola, annunzia piuttosto una abdicazione che una costituzione, giacchè riconosce nei sudditi il diritto di cittadini senza determinarne il valore e delinearne la funzione; la sua parola trema nell'umiltà della resa, è oscura come gli spaventi notturni, non ha accento imperiale, pare quasi di soliloquio in una torpidezza di malattia.La costituzione (e dovranno pur chiamarla così)non sarà davvero una copia dei nostri statuti occidentali, ma basterà a fasciare la mummia dello czarismo, che vi durerà dentro ancora lungamente: la vita russa ne subirà la più profonda fra le crisi della sua storia e dovrà faticare e soffrire per sostituire alla unità czarista una unità nazionale, che mantenga compatto l'impero: molte nazionalità vi tumultueranno in un improvviso delirio di ricordi patriottici, tutti i fermenti della democrazia gonfieranno le vaste e oramai vuote forme imperiali, facendone screpolare la crosta e rompendone le linee architettoniche. Lo Czar è morto e adesso per tutte le città russe la gente grida: Viva lo Czar!Che cosa penserà questo Augustolo, che la vita aveva ironicamente gittato sull'ultimo trono dell'ultimo impero negandogli l'anima d'imperatore?La sua testa, che non si curvò mai sotto il peso di un grande pensiero, era troppo piccola per una così larga corona: il suo cuore di fanciullo, che domandava all'Aja la pace come un giocattolo, non poteva resistere alla guerra, e non capirà adesso questa suprema vittoria della rivoluzione, ultima eco dell'epiche vittorie giapponesi sulla Russia. All'annunzio di ogni sconfitta egli pregava e piangeva, nè Czar nè pontefice: ad ogni istanza di popolo ricusava parlando o tacendo: a migliaia e migliaia sono morti per lui, contro di lui, ed egli, chiuso nell'immenso palazzo, non ha mai saputo uscirne per mostrarsi al popolo come il simbolo vivente della sua storia. È sottile, pallido, gracile: la sua mano, che non sguainò mai la spada, ha lasciato cadere lo scettro, ma nessuno lo raccoglierà per farsene un'arma contro di lui, sopra di lui.L'impero dura, quindi l'imperatore resta.L'Europa applaude, e da lungi il Giappone sorride. Adesso il mondo non ha più che un imperatore vero, il Mikado.Lo Czar è vuoto come un'armatura: toccatelo e ne uscirà un suono fesso come quello del suo ultimo rescritto.Alla Russia dunque la risposta degna della antica gloria e della nuova libertà.4 novembre 1905.
Forse la storia lo chiamerà così.
Egli è l'estremo di una lunga serie imperiale, che regnò largamente e profondamente sopra un trono inaccessibile come una vetta, e quindi percosso dalle bufere, solcato dai fulmini. Il suo impero era vasto come un desiderio, vario come un mondo, pericoloso come un mistero; tutte le terre, tutti i climi, tutte le genti vi erano mescolate nella più meravigliosa originalità; le epoche vi si sovrapponevano senza confondersi, la preistoria vi durava nei nomadi, la modernità vi improvvisava, ad immense distanze, fra steppe taciturne, sulla sponda di fiumi larghi quanto un mare, città belle come un'oasi, luminose e roventi di vita.
Lo Czar solo regnava. Egli era l'imperatore e il pontefice, la figura che unifica e consacra, l'idea vivente nell'uomo, l'uomo intero nel simbolo del popolo. Il suo carattere d'individuo non contava; la sua volontà onnipossente nell'astrazione si diffondeva e vaniva in tutte le lontananze coi venti, che ne ripetevano l'eco, nella voce dei messi che ne falsavano il comando. Il suo pensiero veniva dall'impero e dominava l'imperatore, costringendo il pontefice alla ubbidienza dello stato: l'impero solo era grande, solamente la Russia era santa.
E quando tutte le monarchie d'Europa crollarono improvvisamente all'urto del sogno napoleonico, dentro il quale strideva la grande rivoluzione francese,l'impero russo resistette; e i suoi generali non osavano più battersi, e il suo imperatore delirava nella preghiera, e il suo popolo si raccozzava a bande sulla neve come i lupi correndo sulle orme degli invasori, divorando uomini e cavalli, i morti e i feriti.
Adesso quasi tutti dissero che la Russia aveva salvata l'Europa. Ma il sogno napoleonico vi si sarebbe invece dissipato ugualmente senza altra traccia che di un uragano, perchè nulla era vivo, imperialmente, in quel sogno e la sua funzione arcana era di dissipare i vecchi fantasmi monarchici scrollando nell'ultima dormiveglia tutti i popoli per ridestarli ad un nuovo mattino. La Russia, raddoppiando subitamente di potenza e scoprendo quasi in una improvvisa rivelazione la propria massiccia ed antica architettura, parve rinnovare nel secolo decimonono un prodigio e un enigma: l'assolutismo più puro nello stato, l'unico socialismo mondiale in un popolo agricolo, che non pensava, non sentiva, non voleva che per lo Czar e nello Czar.
La sua razza, dopo l'esaurimento della greco-latina e il doppio trionfo anglo-teutonico, era la sola ancora vergine, che potesse contenere e produrre una terza civiltà; l'impero copriva quasi mezza Europa e mezza Asia, nessuno bastava ad invaderlo a limitarlo; la sua forza cresceva inesauribile, la sua originalità si rivelava nei segni più contradittorii, in una pari inconsapevolezza dell'antico e del nuovo, nell'istinto delle masse e nel genio dei poeti, nella assimilazione, che accettava tutto, nell'immobilità, che tutto il mondo non bastava a scuotere.
La democrazia urlava ai confini e vampeggiava dentro, nelle coscienze, che le rivoluzioni europeedestavano alla vita della sovranità individuale: attraverso l'enormi distanze russe le capitali s'accendevano come fari e le idee rimontavano i fiumi, sibilavano dalle locomotive, agitavano bandiere fumiganti sulle caminiere delle officine, parlavano nei giornali, pesavano sulle meditazioni coi libri, vincevano le leggi nelle scienze, seducevano i magistrati colle arti.
Ma l'impero resisteva sempre, troppo profondo perchè le mine toccassero soltanto le sue fondamenta, troppo vasto alla rarità dei ribelli, troppo vivo nella fatalità della propria missione per esserne distratto impedito dalle impazienze ideali della sua piccola avanguardia democratica. Il suo immenso problema era nell'Asia, la sua suprema verità nella gloria di rinnovarla, dominando come ultimo e massimo campione d'Europa, giacchè tutte le altre nazioni vi operavano indarno da secoli; un moto lo sospingeva, un'ascensione di poema sembrava illuminare la sua ieratica rigidità. E invece la più grande delle sconfitte che la storia abbia ancora segnato, arrestò impero ed imperatore, Russia ed Europa nella marcia secolare.
Un'epoca è conchiusa, l'impero russo resta, lo Czar non è più.
Il suo ultimo rescritto, nel quale balbetta come un prigioniero che abbia il ferro alla gola, annunzia piuttosto una abdicazione che una costituzione, giacchè riconosce nei sudditi il diritto di cittadini senza determinarne il valore e delinearne la funzione; la sua parola trema nell'umiltà della resa, è oscura come gli spaventi notturni, non ha accento imperiale, pare quasi di soliloquio in una torpidezza di malattia.
La costituzione (e dovranno pur chiamarla così)non sarà davvero una copia dei nostri statuti occidentali, ma basterà a fasciare la mummia dello czarismo, che vi durerà dentro ancora lungamente: la vita russa ne subirà la più profonda fra le crisi della sua storia e dovrà faticare e soffrire per sostituire alla unità czarista una unità nazionale, che mantenga compatto l'impero: molte nazionalità vi tumultueranno in un improvviso delirio di ricordi patriottici, tutti i fermenti della democrazia gonfieranno le vaste e oramai vuote forme imperiali, facendone screpolare la crosta e rompendone le linee architettoniche. Lo Czar è morto e adesso per tutte le città russe la gente grida: Viva lo Czar!
Che cosa penserà questo Augustolo, che la vita aveva ironicamente gittato sull'ultimo trono dell'ultimo impero negandogli l'anima d'imperatore?
La sua testa, che non si curvò mai sotto il peso di un grande pensiero, era troppo piccola per una così larga corona: il suo cuore di fanciullo, che domandava all'Aja la pace come un giocattolo, non poteva resistere alla guerra, e non capirà adesso questa suprema vittoria della rivoluzione, ultima eco dell'epiche vittorie giapponesi sulla Russia. All'annunzio di ogni sconfitta egli pregava e piangeva, nè Czar nè pontefice: ad ogni istanza di popolo ricusava parlando o tacendo: a migliaia e migliaia sono morti per lui, contro di lui, ed egli, chiuso nell'immenso palazzo, non ha mai saputo uscirne per mostrarsi al popolo come il simbolo vivente della sua storia. È sottile, pallido, gracile: la sua mano, che non sguainò mai la spada, ha lasciato cadere lo scettro, ma nessuno lo raccoglierà per farsene un'arma contro di lui, sopra di lui.
L'impero dura, quindi l'imperatore resta.
L'Europa applaude, e da lungi il Giappone sorride. Adesso il mondo non ha più che un imperatore vero, il Mikado.
Lo Czar è vuoto come un'armatura: toccatelo e ne uscirà un suono fesso come quello del suo ultimo rescritto.
Alla Russia dunque la risposta degna della antica gloria e della nuova libertà.
4 novembre 1905.