LA TERZA PROVA

LA TERZA PROVAQuesta forse riuscirà, quantunque arte e dottrina di storia non consentano presagi.Da qualche giorno i giornali russi si esauriscono nelle analisi della terza Duma, che chiamano conservatrice: parola di lode o di biasimo secondo il discorde traguardo del partito, ma indubbiamente parola di speranza per tutti, anche per coloro più disperatamente ostinati nella negazione. L'immenso impero, appena uscito dalla tragica prova della guerra giapponese, nella quale una imprevedibile miseria di anima e di corpo gli contese la rivincita di una sola scaramuccia, parve precipitare nel baratro di una dissoluzione. Tutto era perduto, persino l'onore: lo Czar errava come un'ombra nei palazzi imperiali, troppo piccolo per mostrarsi al popolo in così grande sciagura: gli eserciti erano distrutti, i generali non avevano più nome, i reggimenti tornavano senza bandiera, le flotte non tornavano più.L'egemonia bianca sull'Oriente aveva ricevuto un colpo mortale dal piccolo eroico campione giallo, che si era alzato dal frammentario impero del Sole Levante, nel nome di una razza inerte da secoli in un esaurimento spirituale, gittando un superbo appello di sfida a tutta la storica gloria di Occidente. Se l'Inghilterra, arrestatasi anch'essa da gran tempo nelle Indie come nella ricchezza di una enorme fattoria, era il campione secolare della industria e del commercio europeo, la Russia rappresentava in Asiail campionato territoriale, colla razza più attardata nella nostra civiltà, più numerosa e feconda, vergine nella potenza di una originalità, che promette ancora un terzo periodo civile dopo quelli della gente latina e teutonica.E la vittoria giapponese sconvolse tutte le previsioni della politica e gli aforismi della filosofia della storia.Quindi, nell'improvviso fallimento della burocrazia imperiale, per tutte le città della Russia vampeggiarono le speranze rivoluzionarie: la dinastia rimaneva senza gloria, il governo senza base, entrambi senza una idea. Al solito, si gettò sulla miseria dei vinti la colpa di tutti; non si comprese, e in quell'ora non sarebbe stato possibile, la nuova fase del problema orientale, che riempirà di sè stesso tutto il secolo ventesimo; non si cercò nemmeno donde venisse al Giappone, dopo trecento anni di pace, una così meravigliosa forza di eroismo nei soldati e nei cittadini, unanimi nel disprezzo della morte e nell'epica concezione della vita.L'aristocrazia, oscillante tra vanità moderne e albagie antiche, accusò anch'essa per sottrarsi alle accuse, mentendo nelle critiche al governo e nelle lusinghe al popolo; la borghesia, febbricitante d'idee occidentali, senza base e senza contatti col popolo delle campagne, immensa maggioranza che nessuno sguardo e nessuna sonda potevano misurare, credette giunto il proprio avvento, e delirò nelle accademie e nelle assemblee, per iclubse su per i giornali, vantando la propria superiorità nell'astrazione delle idee, e provando la propria inettitudine nella gara vanitosa delle proposte rivoluzionarie. Nelle città, e più specialmente nelle metropoli, la plebe operaia,irreggimentata dalle enormi ed improvvisate officine dell'industria moderna, che De Witte aveva artificialmente sviluppato con una coltura di serra, s'infiammò alle fiaccole dei vecchi nihilisti e discese nelle vie a rinnovare davanti alla fedele e barbarica foga dei cosacchi la viltà degli eserciti fuggenti sulle pianure gelate dinanzi al furioso eroismo dei giapponesi. E le campagne tacquero, malgrado l'esplosione dei saccheggi ai castelli abbandonati dai grandi signori.L'anarchia soverchiava, e tuttavia non una idea, non una forma si scopriva ancora nell'impero a sostituirvi il governo secolare degli Czar, imperatori pontefici, simboli di una unità caotica ed infrangibile, sempre insufficienti come individui, sempre insuperabili come padroni.Poi un «ukase» annunziò la costituzione. L'Europa trasali, la Russia si sconvolse: non sarebbe stato possibile, nella febbre di quella concessione, nè al governo nè al popolo fissare davvero le linee di uno statuto capace di contenere come una cornice il nuovo quadro: nessuna classe vi era preparata; nessun ordine, nessuna categoria aveva aspetto e limiti abbastanza precisi; i bisogni salivano da secolari dolori, sopravvissuti a tutti i martirii e a tutte le disillusioni; le idee sprizzavano da tutti i cozzi, squillavano dalle incudini, chiassavano nei mercati, prorompevano dalle università, sbucavano dalle botteghe, poi, addensandosi nei giornali, vi si incendiavano come fieni estivi, mentre dal fondo oscuro, anonimo della plebe soffiava come un vento gelido e fetido, che sembrava gittare in alto dei singhiozzi di agonia e delle sillabe di morte.Nell'Europa occidentale la rettorica politica si sbizzarriva nelle critiche e nei consigli, non si sapeva,o meglio, non si voleva sapere che la Russia, come non ebbe il nostro passato, così non ha ancora il nostro presente politico quale democrazia parlamentare e cittadina; che fra città e campagne nell'impero moscovita la differenza spirituale è ancora di secoli; che fra operai e contadini l'antagonismo è di due mondi; che differenze di clima, di razza, di natura e di storia trovarono nello czarismo la sola possibile unità e questa unità vi assicura ancora nell'arbitrio il modo più rapido, per quanto tragico di progresso. Lo czarismo soltanto ha coscienza imperiale, e può adesso mantenere la Russia. Ogni altra questione, tutti i più urgenti problemi soccombono a questa pregiudiziale; le forme e i diritti politici d'individuo e di classe diventano secondari davanti alla necessità, per la Russia, di mantenere il proprio primato imperiale sull'Europa e sull'Asia, preparando ad entrambe un nuovo originale periodo di civiltà.Una democrazia parlamentai re a Pietroburgo, simile a quella di Parigi o di New York, dissolverebbe l'impero, e le sue province, così disgregate, anzichè riformarsi nell'originalità della autonomia, ripiomberebbero nell'anodino e nell'anonimo.È presto ancora: la civiltà matura nelle lagrime e nel sangue; la libertà è la suprema perfezione di un popolo.La Russia aspetterà ancora lungo tempo.Le due prime Dume convocate e disciolte dal governo imperiale oltrepassarono nel ridicolo la memoria dei parlamenti quarantottisti di Roma e di Francoforte, di Parigi e di Berlino, le idee vi gridavano come fanciulli, le parole vi smarrivano ogni significato: i deputati, attori improvvisati di unteatro posticcio, declamavano coll'occhio fisso alle ultime lontananze dell'orizzonte politico, e coll'orecchio teso agli echi della piazza più vicina. Nessun partito vi era organico: liberali, rivoluzionari, reazionari, patrioti unitari e patrioti separatisti, nessuno rappresentava davvero una coscienza della Russia e dell'impero: banditori di idee, residui di libri, avanzi di congiure, campioni di sètte, delegati di gruppi non sapevano che domandare, perchè volevano tutto o ricusavano tutto, non sapendo scegliere nè fra il vecchio nè fra il nuovo.Un parlamento si prepara prima nei comuni, nelle province; ha bisogno di una coscienza nazionale equilibrata sull'antagonismo dei partiti e delle regioni, deve avere un governo, sovrastare al popolo, dominare il sovrano.La nuova terza Duma riuscirà?«In principio erat verbum».Aspettiamo dunque la sua parola.15 novembre 1907.

Questa forse riuscirà, quantunque arte e dottrina di storia non consentano presagi.

Da qualche giorno i giornali russi si esauriscono nelle analisi della terza Duma, che chiamano conservatrice: parola di lode o di biasimo secondo il discorde traguardo del partito, ma indubbiamente parola di speranza per tutti, anche per coloro più disperatamente ostinati nella negazione. L'immenso impero, appena uscito dalla tragica prova della guerra giapponese, nella quale una imprevedibile miseria di anima e di corpo gli contese la rivincita di una sola scaramuccia, parve precipitare nel baratro di una dissoluzione. Tutto era perduto, persino l'onore: lo Czar errava come un'ombra nei palazzi imperiali, troppo piccolo per mostrarsi al popolo in così grande sciagura: gli eserciti erano distrutti, i generali non avevano più nome, i reggimenti tornavano senza bandiera, le flotte non tornavano più.

L'egemonia bianca sull'Oriente aveva ricevuto un colpo mortale dal piccolo eroico campione giallo, che si era alzato dal frammentario impero del Sole Levante, nel nome di una razza inerte da secoli in un esaurimento spirituale, gittando un superbo appello di sfida a tutta la storica gloria di Occidente. Se l'Inghilterra, arrestatasi anch'essa da gran tempo nelle Indie come nella ricchezza di una enorme fattoria, era il campione secolare della industria e del commercio europeo, la Russia rappresentava in Asiail campionato territoriale, colla razza più attardata nella nostra civiltà, più numerosa e feconda, vergine nella potenza di una originalità, che promette ancora un terzo periodo civile dopo quelli della gente latina e teutonica.

E la vittoria giapponese sconvolse tutte le previsioni della politica e gli aforismi della filosofia della storia.

Quindi, nell'improvviso fallimento della burocrazia imperiale, per tutte le città della Russia vampeggiarono le speranze rivoluzionarie: la dinastia rimaneva senza gloria, il governo senza base, entrambi senza una idea. Al solito, si gettò sulla miseria dei vinti la colpa di tutti; non si comprese, e in quell'ora non sarebbe stato possibile, la nuova fase del problema orientale, che riempirà di sè stesso tutto il secolo ventesimo; non si cercò nemmeno donde venisse al Giappone, dopo trecento anni di pace, una così meravigliosa forza di eroismo nei soldati e nei cittadini, unanimi nel disprezzo della morte e nell'epica concezione della vita.

L'aristocrazia, oscillante tra vanità moderne e albagie antiche, accusò anch'essa per sottrarsi alle accuse, mentendo nelle critiche al governo e nelle lusinghe al popolo; la borghesia, febbricitante d'idee occidentali, senza base e senza contatti col popolo delle campagne, immensa maggioranza che nessuno sguardo e nessuna sonda potevano misurare, credette giunto il proprio avvento, e delirò nelle accademie e nelle assemblee, per iclubse su per i giornali, vantando la propria superiorità nell'astrazione delle idee, e provando la propria inettitudine nella gara vanitosa delle proposte rivoluzionarie. Nelle città, e più specialmente nelle metropoli, la plebe operaia,irreggimentata dalle enormi ed improvvisate officine dell'industria moderna, che De Witte aveva artificialmente sviluppato con una coltura di serra, s'infiammò alle fiaccole dei vecchi nihilisti e discese nelle vie a rinnovare davanti alla fedele e barbarica foga dei cosacchi la viltà degli eserciti fuggenti sulle pianure gelate dinanzi al furioso eroismo dei giapponesi. E le campagne tacquero, malgrado l'esplosione dei saccheggi ai castelli abbandonati dai grandi signori.

L'anarchia soverchiava, e tuttavia non una idea, non una forma si scopriva ancora nell'impero a sostituirvi il governo secolare degli Czar, imperatori pontefici, simboli di una unità caotica ed infrangibile, sempre insufficienti come individui, sempre insuperabili come padroni.

Poi un «ukase» annunziò la costituzione. L'Europa trasali, la Russia si sconvolse: non sarebbe stato possibile, nella febbre di quella concessione, nè al governo nè al popolo fissare davvero le linee di uno statuto capace di contenere come una cornice il nuovo quadro: nessuna classe vi era preparata; nessun ordine, nessuna categoria aveva aspetto e limiti abbastanza precisi; i bisogni salivano da secolari dolori, sopravvissuti a tutti i martirii e a tutte le disillusioni; le idee sprizzavano da tutti i cozzi, squillavano dalle incudini, chiassavano nei mercati, prorompevano dalle università, sbucavano dalle botteghe, poi, addensandosi nei giornali, vi si incendiavano come fieni estivi, mentre dal fondo oscuro, anonimo della plebe soffiava come un vento gelido e fetido, che sembrava gittare in alto dei singhiozzi di agonia e delle sillabe di morte.

Nell'Europa occidentale la rettorica politica si sbizzarriva nelle critiche e nei consigli, non si sapeva,o meglio, non si voleva sapere che la Russia, come non ebbe il nostro passato, così non ha ancora il nostro presente politico quale democrazia parlamentare e cittadina; che fra città e campagne nell'impero moscovita la differenza spirituale è ancora di secoli; che fra operai e contadini l'antagonismo è di due mondi; che differenze di clima, di razza, di natura e di storia trovarono nello czarismo la sola possibile unità e questa unità vi assicura ancora nell'arbitrio il modo più rapido, per quanto tragico di progresso. Lo czarismo soltanto ha coscienza imperiale, e può adesso mantenere la Russia. Ogni altra questione, tutti i più urgenti problemi soccombono a questa pregiudiziale; le forme e i diritti politici d'individuo e di classe diventano secondari davanti alla necessità, per la Russia, di mantenere il proprio primato imperiale sull'Europa e sull'Asia, preparando ad entrambe un nuovo originale periodo di civiltà.

Una democrazia parlamentai re a Pietroburgo, simile a quella di Parigi o di New York, dissolverebbe l'impero, e le sue province, così disgregate, anzichè riformarsi nell'originalità della autonomia, ripiomberebbero nell'anodino e nell'anonimo.

È presto ancora: la civiltà matura nelle lagrime e nel sangue; la libertà è la suprema perfezione di un popolo.

La Russia aspetterà ancora lungo tempo.

Le due prime Dume convocate e disciolte dal governo imperiale oltrepassarono nel ridicolo la memoria dei parlamenti quarantottisti di Roma e di Francoforte, di Parigi e di Berlino, le idee vi gridavano come fanciulli, le parole vi smarrivano ogni significato: i deputati, attori improvvisati di unteatro posticcio, declamavano coll'occhio fisso alle ultime lontananze dell'orizzonte politico, e coll'orecchio teso agli echi della piazza più vicina. Nessun partito vi era organico: liberali, rivoluzionari, reazionari, patrioti unitari e patrioti separatisti, nessuno rappresentava davvero una coscienza della Russia e dell'impero: banditori di idee, residui di libri, avanzi di congiure, campioni di sètte, delegati di gruppi non sapevano che domandare, perchè volevano tutto o ricusavano tutto, non sapendo scegliere nè fra il vecchio nè fra il nuovo.

Un parlamento si prepara prima nei comuni, nelle province; ha bisogno di una coscienza nazionale equilibrata sull'antagonismo dei partiti e delle regioni, deve avere un governo, sovrastare al popolo, dominare il sovrano.

La nuova terza Duma riuscirà?

«In principio erat verbum».

Aspettiamo dunque la sua parola.

15 novembre 1907.


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