LA VEDOVAChiamiamola così.Poichè nel telegramma all'arcivescovo dì Napoli Ella non volle firmare che: «Margherita povera donna», non guastiamo con la pompa volgare dei nomi l'epica semplicità del suo dolore e della sua rassegnazione.Era la prima signora d'Italia, come già il grande poeta, ora condannato al silenzio, l'aveva salutata in un'ode fulgida come un'aurora. Attraverso i veli della classicità, in mezzo ai fantasmi conservati nella incorruttibile bellezza dell'arte alla memoria delle genti, egli aveva creduto di riconoscerla come una figura d'altri tempi cantata da altri poeti. Allora il popolo si addensava intorno a lei nella festa di un nuovo regno.Il re che aveva potuto compiere il miracolo della terza epoca italiana, era morto in una cameretta del Quirinale, il palazzo estivo dei papi, chiuso dentro la giacca del cacciatore, nella quale il popolo lo aveva forse più amato che sotto il manto di ermellino; era morto quasi improvvisamente, e l'Italia aveva sentito che con lui moriva il più mirabile fra i tanti periodi della propria storia.Ma Vittorio Emanuele era vissuto solo fra i figli e in mezzo al popolo; il suo trono negli anni della lunga e difficile prova era quasi vanito alla fantasia della gente. Egli, il re di Piemonte, non lo considerava che come un gradino del futuro trono d'Italia,al quale si poteva salire solamente colla vittoria; quindi volle essere soldato e generale italiano prima ancora che la rivoluzione così l'acclamasse.E quando la fortuna premiò in lui la virtù di tutto il popolo, ponendo nella sua mano il pensiero di Mazzini e la spada di Garibaldi, il suo trono sembrò ancora un altare, sul quale, come nei tempi primitivi, tutta una nazione avesse deposta l'offerta votiva dei propri migliori tesori.Ma il re nel trionfo rimaneva solo, nessuna donna era vicina a lui, vedovo dai primi giorni, quando, raccogliendo la corona insanguinata sui campi di Novara, aveva affermato dinanzi alla solenne minaccia del vincitore che il Piemonte serberebbe fede all'avvenire d'Italia.L'Italia amò il proprio re, ma in questo amore mancava la tenerezza, la luce e il profumo che sono l'incanto vero dell'amore, la sua forza misteriosa di consolazione.Il re era vedovo; e vedovo pure era Garibaldi, che aveva perduto Anita, e più vedovo Mazzini, che non aveva potuto trovare una donna nella propria vita di creatore, esule dalla propria creazione.Il poeta salutò in Margherita la prima regina d'Italia. Nella sua fantasia troppo affollata di fantasmi classici, nel suo orecchio troppo memore delle musiche antiche, si compose intorno alla nuova eletta un corteo e una corte di accademia; il ritmo di Orazio si congiunse alla strofa petrarchesca e le Cariti pagane e le Madonne cristiane discesero dai loro cieli come all'incontro di una nuova bellezza.Era magnifico, ma non vero; il poeta aveva sognato invece di vedere, levando il proprio canto sul colle sacrato da secoli alle Muse, anzichè dalmezzo della piazza gremita di popolo festante ed acclamante nell'orgoglio d'una visione moderna.V'era finalmente una donna, che poteva significare l'Italia; sulla nuova scena della nostra storia una figura era apparsa, bionda e gentile, con tutta la grazia della dama, quale tanti secoli di privilegio avevano potuto comporla, e nell'incanto sincero della signora, come l'anima nostra la pretende e l'adora.Se il re era il primo cittadino e avrebbe regnato per questa mirabile superiorità, vincendo gli ostacoli di ogni tradizione e di ogni opposizione, la regina, che non aveva modelli nel passato italiano ai quali chiedere ispirazioni, doveva trovare in sè stessa, nella originalità del proprio spirito, una ideale bellezza, che le desse sulla folla e sugli spiriti eletti il medesimo impero.Così non somigliò a nessuna delle regine e delle imperatrici più riverite in Europa. Ella comprese subito che la sovranità della regina non può essere che quella stessa della donna, in una eccellenza della natura e della vita, senza pretendere di forzarne i confini; quindi nessun vanto in lei del grado o dell'ingegno, nessuna affettazione della coltura e della grazia, nessuna rigidezza di nobiltà antica o di orgoglio moderno. Mentre in tutte le donne, anche le più umili per nascita o per spirito, una vanità sale a scomporre il carattere femminile suscitandovi una male definibile rivalità coll'uomo, nella quale soccombe ogni bellezza e virtù muliebre, la regina d'Italia creò in sè stessa il modello della donna e della signora, che intende ed inspira, regna e governa, ma serbando sempre al proprio pensiero la stessa malìa del proprio volto, e alla propria opera l'irresistibile segreta efficacia di una suggestione.Quindi tutti ne sentirono la poesia come nei primi giorni di primavera si sente nell'aria il profumo dei fiori non nati, e per l'azzurro dei cieli e sulla distesa del mare trema un palpito nuovo: il nostro occhio lo coglie, il nostro sangue ne freme, e la nostra anima risale così alla speranza. E la profonda poesia della natura, la profonda poesia della donna, dalla quale siamo nati, per la quale dobbiamo creare e morire.La donna, che non sa questa sua onnipotenza, non sarà mai regina; ma la regina, che potè significarla per vent'anni a tutto un popolo, fu davvero la donna, alla quale dopo tanta rovina d'ideali lo spirito si leva pregando come ad un simbolo di salvazione.E adesso Ella ha gridato come una povera donna sperduta in una notte di tenebre e di morte, ha gridato a Dio e all'Italia. Le hanno ucciso il marito, le hanno ucciso il re; non è più sposa, non è più regina, e tremerebbe forse di essere madre, se questa paura, un diritto di tutte le madri, le fosse consentita.Perchè Ella non ha che un figlio.Eppure non una parola ha diminuito in lei la magnifica grandezza della sventura; per qualche giorno, nello smarrimento di tutti, Ella è stata il re, ha pensato, ha regnato, ha trovato l'accento dell'impero e della tragedia. Se il suo capo ancora biondo si è piegato sotto le parole del sacerdote, e la sua anima ha singhiozzato nell'immensa nuova solitudine, la regina è rimasta ritta dinanzi alla morte nella fede di Dio e dell'Italia. Ella crede nel mistero della giustizia, e sa che tutto è miseria davanti ad essa, perchè l'innocenza medesima deveessere immolata; ma sa pure che il dolore e la morte sono le due prove più necessarie alle grandi verità.Oggi popolo e clero mescolano preghiere intorno al cadavere di Umberto I; non vi sono partiti in quest'ora, tutta Italia si fonde in una nuova, più salda unità.La regina vedova, che amò e credette, rimarrà per sempre inconsolabile nel proprio lutto, trovandovi l'ultima ideale bellezza, e più lungi, più alto, regnerà ancora sull'Italia, già non più vedova oggi dopo il suo giuramento a Vittorio Emanuele III.Ave, regina: i morti della tua casa ti salutano come la custode del nuovo regno, mentre l'Italia si leva a te silenziosamente ammirando.8 agosto 1900.
Chiamiamola così.
Poichè nel telegramma all'arcivescovo dì Napoli Ella non volle firmare che: «Margherita povera donna», non guastiamo con la pompa volgare dei nomi l'epica semplicità del suo dolore e della sua rassegnazione.
Era la prima signora d'Italia, come già il grande poeta, ora condannato al silenzio, l'aveva salutata in un'ode fulgida come un'aurora. Attraverso i veli della classicità, in mezzo ai fantasmi conservati nella incorruttibile bellezza dell'arte alla memoria delle genti, egli aveva creduto di riconoscerla come una figura d'altri tempi cantata da altri poeti. Allora il popolo si addensava intorno a lei nella festa di un nuovo regno.
Il re che aveva potuto compiere il miracolo della terza epoca italiana, era morto in una cameretta del Quirinale, il palazzo estivo dei papi, chiuso dentro la giacca del cacciatore, nella quale il popolo lo aveva forse più amato che sotto il manto di ermellino; era morto quasi improvvisamente, e l'Italia aveva sentito che con lui moriva il più mirabile fra i tanti periodi della propria storia.
Ma Vittorio Emanuele era vissuto solo fra i figli e in mezzo al popolo; il suo trono negli anni della lunga e difficile prova era quasi vanito alla fantasia della gente. Egli, il re di Piemonte, non lo considerava che come un gradino del futuro trono d'Italia,al quale si poteva salire solamente colla vittoria; quindi volle essere soldato e generale italiano prima ancora che la rivoluzione così l'acclamasse.
E quando la fortuna premiò in lui la virtù di tutto il popolo, ponendo nella sua mano il pensiero di Mazzini e la spada di Garibaldi, il suo trono sembrò ancora un altare, sul quale, come nei tempi primitivi, tutta una nazione avesse deposta l'offerta votiva dei propri migliori tesori.
Ma il re nel trionfo rimaneva solo, nessuna donna era vicina a lui, vedovo dai primi giorni, quando, raccogliendo la corona insanguinata sui campi di Novara, aveva affermato dinanzi alla solenne minaccia del vincitore che il Piemonte serberebbe fede all'avvenire d'Italia.
L'Italia amò il proprio re, ma in questo amore mancava la tenerezza, la luce e il profumo che sono l'incanto vero dell'amore, la sua forza misteriosa di consolazione.
Il re era vedovo; e vedovo pure era Garibaldi, che aveva perduto Anita, e più vedovo Mazzini, che non aveva potuto trovare una donna nella propria vita di creatore, esule dalla propria creazione.
Il poeta salutò in Margherita la prima regina d'Italia. Nella sua fantasia troppo affollata di fantasmi classici, nel suo orecchio troppo memore delle musiche antiche, si compose intorno alla nuova eletta un corteo e una corte di accademia; il ritmo di Orazio si congiunse alla strofa petrarchesca e le Cariti pagane e le Madonne cristiane discesero dai loro cieli come all'incontro di una nuova bellezza.
Era magnifico, ma non vero; il poeta aveva sognato invece di vedere, levando il proprio canto sul colle sacrato da secoli alle Muse, anzichè dalmezzo della piazza gremita di popolo festante ed acclamante nell'orgoglio d'una visione moderna.
V'era finalmente una donna, che poteva significare l'Italia; sulla nuova scena della nostra storia una figura era apparsa, bionda e gentile, con tutta la grazia della dama, quale tanti secoli di privilegio avevano potuto comporla, e nell'incanto sincero della signora, come l'anima nostra la pretende e l'adora.
Se il re era il primo cittadino e avrebbe regnato per questa mirabile superiorità, vincendo gli ostacoli di ogni tradizione e di ogni opposizione, la regina, che non aveva modelli nel passato italiano ai quali chiedere ispirazioni, doveva trovare in sè stessa, nella originalità del proprio spirito, una ideale bellezza, che le desse sulla folla e sugli spiriti eletti il medesimo impero.
Così non somigliò a nessuna delle regine e delle imperatrici più riverite in Europa. Ella comprese subito che la sovranità della regina non può essere che quella stessa della donna, in una eccellenza della natura e della vita, senza pretendere di forzarne i confini; quindi nessun vanto in lei del grado o dell'ingegno, nessuna affettazione della coltura e della grazia, nessuna rigidezza di nobiltà antica o di orgoglio moderno. Mentre in tutte le donne, anche le più umili per nascita o per spirito, una vanità sale a scomporre il carattere femminile suscitandovi una male definibile rivalità coll'uomo, nella quale soccombe ogni bellezza e virtù muliebre, la regina d'Italia creò in sè stessa il modello della donna e della signora, che intende ed inspira, regna e governa, ma serbando sempre al proprio pensiero la stessa malìa del proprio volto, e alla propria opera l'irresistibile segreta efficacia di una suggestione.
Quindi tutti ne sentirono la poesia come nei primi giorni di primavera si sente nell'aria il profumo dei fiori non nati, e per l'azzurro dei cieli e sulla distesa del mare trema un palpito nuovo: il nostro occhio lo coglie, il nostro sangue ne freme, e la nostra anima risale così alla speranza. E la profonda poesia della natura, la profonda poesia della donna, dalla quale siamo nati, per la quale dobbiamo creare e morire.
La donna, che non sa questa sua onnipotenza, non sarà mai regina; ma la regina, che potè significarla per vent'anni a tutto un popolo, fu davvero la donna, alla quale dopo tanta rovina d'ideali lo spirito si leva pregando come ad un simbolo di salvazione.
E adesso Ella ha gridato come una povera donna sperduta in una notte di tenebre e di morte, ha gridato a Dio e all'Italia. Le hanno ucciso il marito, le hanno ucciso il re; non è più sposa, non è più regina, e tremerebbe forse di essere madre, se questa paura, un diritto di tutte le madri, le fosse consentita.
Perchè Ella non ha che un figlio.
Eppure non una parola ha diminuito in lei la magnifica grandezza della sventura; per qualche giorno, nello smarrimento di tutti, Ella è stata il re, ha pensato, ha regnato, ha trovato l'accento dell'impero e della tragedia. Se il suo capo ancora biondo si è piegato sotto le parole del sacerdote, e la sua anima ha singhiozzato nell'immensa nuova solitudine, la regina è rimasta ritta dinanzi alla morte nella fede di Dio e dell'Italia. Ella crede nel mistero della giustizia, e sa che tutto è miseria davanti ad essa, perchè l'innocenza medesima deveessere immolata; ma sa pure che il dolore e la morte sono le due prove più necessarie alle grandi verità.
Oggi popolo e clero mescolano preghiere intorno al cadavere di Umberto I; non vi sono partiti in quest'ora, tutta Italia si fonde in una nuova, più salda unità.
La regina vedova, che amò e credette, rimarrà per sempre inconsolabile nel proprio lutto, trovandovi l'ultima ideale bellezza, e più lungi, più alto, regnerà ancora sull'Italia, già non più vedova oggi dopo il suo giuramento a Vittorio Emanuele III.
Ave, regina: i morti della tua casa ti salutano come la custode del nuovo regno, mentre l'Italia si leva a te silenziosamente ammirando.
8 agosto 1900.