LEX IMPERORUMCome all'eco della tremenda battaglia, che sommerse l'ultima flotta russa nelle acque di Tsu-shima, una voce si è levata da Washington invocando la pace.Già Fortis, il nuovo presidente, non ancora capitato ad una vera battaglia parlamentare contro il proprio ministero, un po' simile all'estrema armata russa, poichè imbarazzato di vecchi ministri male acconci per una rapida andatura e mal sicuri contro un attacco improvviso, aveva nel banchetto solenne pel nuovo mondiale istituto della agricoltura brindato alla pace nel nome dell'antichissima arte rurale.E di pace parlano da tempo tutti i giornali, quasi sgomenti dell'immane macello, nel quale la Russia, degradata dalla propria burocrazia, gitta lontanamente i più vividi fiori della propria giovinezza. Pare che un vento di paura sia calato dalla bassa barriera degli Urali soffiando sulle immense terre nere, che adesso maturano il miglior grano d'Europa: le sconfitte hanno isolato il governo, che resiste indarno fieramente a tutti i reclami costituzionali frustando ed imprigionando, ritraendosi sul culmine dell'autocrazia come nell'imprendibile rocca nazionale. Una stanchezza ha prostrato tutti: non vi è più un capitano che possa gettare un gridod'appello alle moltitudini, sferzarne l'anima col lampo della propria spada; non vi è ancora un politico, che ergendosi sulle rovine di tante catastrofi, abbia trovato un pensiero, significato una volontà salvatrice.Tutto è incerto, molti fuggono. I più timidi fra i ricchi hanno aperto l'esodo: i treni discendono alle frontiere carichi di viaggiatori migranti sotto il soffio della tempesta, come stormi di uccelli che anticipino in disordine il passo: alle borse di Pietroburgo e di Mosca fioccano ordini russi per comprare cartelle dei nuovi prestiti giapponesi di guerra, perchè il danaro, come sempre, è senza patria, ancora più del lavoro.Tutti sanno, e lo dicono, che in questo immenso prologo guerresco la Russia ha irremissibilmente perduta la prima campagna: una rivincita immediata, che almeno salvasse l'onore dell'armi e alleggerisse l'umiliazione dei plenipotenziari, che dovranno trattare la pace, è anche essa troppo difficile; il mare è libero al Giappone, i suoi eserciti in Manciuria sono già cinque, e superano di numero quello russo. Questa guerra imperiale, non evitabile storicamente, per essere vinta aveva d'uopo di un più conscio governo e di una più profonda preparazione; e allora, nella luce dì una qualche prima vittoria, avrebbe potuto diventare patriottica, sollevando l'anima nazionale nell'orgoglio di un primato umano.La Russia, vincitrice in Asia, vi avrebbe affermato la supremazia dell'Europa, l'impero della razza bianca come sull'America e sull'Asia: tre secoli di espansione l'avevano portata a questo cimento supremo: la Russia vincitrice di Napoleone I, e quindi liberatrice d'Europa dal suo ultimo sognoimperiale, che violava tutte le nazionalità, in Asia sarebbe stata la grande colonizzatrice, l'immenso contatto della nostra razza bianca colla gialla l'ultima originalità della nostra storia gittata sul più vasto continente a ridestare la vita, ad attirarla nella luce e nella fiamma della modernità.Invece la sconfitta isola Czar e governo: la guerra e le sue rotte non sono più che l'opera di un loro capriccio, il delitto forse di un loro enorme affare. Tutte le impazienze nazionaliste dell'impero ne profittano: i rivoluzionari soffiano sulla paura, versano tutti gli acidi dell'odio sulle piaghe, denunciano tutte le colpe della burocrazia, aizzano tutti i rancori, rinnegano la nazione per salvare la patria, e domandano, pregano il popolo di non amare che sè stesso.È possibile la pace?Per coloro che giudicano ogni atto della storia opera della volontà nei governanti, e negando il valore dei re credono a quello dei parlamenti, la risposta è fin troppo facile: si poteva non fare la guerra, si può quindi fare la pace. Basterà che lo Czar ascolti la voce di Rooswelt, e creda alla sincerità politica della sua offerta, e non domandi e non si domandi perchè tutta Europa e l'America lo abbiano lasciato solo in questo primo scontro col Giappone, mentre la guerra era di razza e di continenti: accetti e firmi.Il suo piccolo nome a piedi di una piccola pagina non devierà la corrente della storia, non ne sospenderà il fatale andare. L'azione dell'Europa sull'Asia sarà come un tempo sull'America, come nel secolo scorso sull'Africa: l'enorme continente verrà aperto, sventrato, sollevato sino alla sfera,preso nel ritmo onnipotente della storia bianca. Forse domani coloro che inneggiano al Giappone, pur così ammirabile in questa guerra, si sentiranno la strofa troncata sulle labbra da un improvviso gelido pensiero: forse il Giappone, respinta la Russia, non soffrirà altri concorrenti europei in Asia, e la Francia alleata dello Czar dovrà guardare con occhio più attento alla Cocincina o al Tonchino, e l'Olanda si preoccuperà dei propri arcipelaghi, e l'Inghilterra stessa origlierà più intensamente al cuore dell'Indie.La nostra razza tutta non può disinteressarsi del problema asiatico.Ma vi è una legge degli imperi.La loro mastodontica struttura, talvolta il rapido crescere, la continuità delle guerre, le coagulazioni di popoli alle loro frontiere, l'unità dinastica e religiosa burocratica dei lori governi esprimono un segreto, compiono una volontà della storia.Era ed è il caso della Russia: l'impero è disteso fra i due continenti, la sua missione è di congiungerli; la sua unità formale è infrangibile, il suo limite europeo formato da nazioni di esso più vecchie ed insieme più avanzate nella modernità.Soltanto la forma imperiale poteva affrettare agli immensi problemi il ritmo doppio della pace e della guerra, soltanto l'impersonalità della sua burocrazia equilibrare le antitesi delle differenze nazionaliste; soltanto l'unità del suo Czar, del suo Sinodo, del suo esercito, del suo genio, del suo fato, compire tale opera, la maggiore di tutti i tempi. Non si viola la legge dell'impero: togliete ad esso l'immane significato della sua missione, e tutto vi si diffrange; rompete la sua unità, e domani sarà compromessala sua unione; gettategli nel mezzo il fermento democratico, e la sua crosta, la corazza, screpolerà. La Russia parlamentare non sarà più l'impero russo, giacché non potrà avere nemmeno l'unità commerciale dell'Inghilterra; l'impero russo dovrà vivere di espansione, di guerra, di vittoria. È la legge degli imperi: Alessandro e Cesare, Carlo Magno e Carlo V, Napoleone e il Mikado la hanno egualmente sentita; gli Stati Uniti in America affettano di cominciare ora a sentirla, la Francia l'ha dimenticata; i nostri ricordi, invece, sono così lontani che non ci appartengono più.La legge degli imperi può tutto consentire, meno la degradazione: l'impero è ancora più nella corona che nell'imperatore, nel simbolo che nel fatto; la sua idea è la sua fortuna, e dall'opera, qualunque essa sia, sale sempre l'assoluzione.Adesso la pace decapita la grande aquila russa: una pace senza nemmeno una vittoria, senza una sconfitta, che non sia un disastro, senza aver prodotto un uomo, senza aver trovato una parola; una pace per la misericordia degli Stati Uniti, fra i sogghigni dell'Inghilterra, le mute ironie della Germania, le bramosie impazienti dell'Austria e i dubbi finanziari della Francia, che prestò soltanto il danaro.E forse, senza forse anzi, la faranno.Il piccolo Czar, questo povero sognatore di pace, che all'Aja si era creduto un arbitro ed un poeta messianico, imparerà che la vita ha momenti più amari della morte, e la pace angosce più profonde della guerra.Che cosa è egli più dinanzi al Mikado?Dove, in chi, resta l'anima dell'impero russo?Tolstoi non potrebbe rispondere: vicino alla pacedella tomba, da troppo tempo egli la chiama sul mondo.Siamo alle ultime battute del grande prologo: Nipponbanzai!Il Giappone ha vinto; salutiamo cortesemente pensando: a domani.17 giugno 1905.
Come all'eco della tremenda battaglia, che sommerse l'ultima flotta russa nelle acque di Tsu-shima, una voce si è levata da Washington invocando la pace.
Già Fortis, il nuovo presidente, non ancora capitato ad una vera battaglia parlamentare contro il proprio ministero, un po' simile all'estrema armata russa, poichè imbarazzato di vecchi ministri male acconci per una rapida andatura e mal sicuri contro un attacco improvviso, aveva nel banchetto solenne pel nuovo mondiale istituto della agricoltura brindato alla pace nel nome dell'antichissima arte rurale.
E di pace parlano da tempo tutti i giornali, quasi sgomenti dell'immane macello, nel quale la Russia, degradata dalla propria burocrazia, gitta lontanamente i più vividi fiori della propria giovinezza. Pare che un vento di paura sia calato dalla bassa barriera degli Urali soffiando sulle immense terre nere, che adesso maturano il miglior grano d'Europa: le sconfitte hanno isolato il governo, che resiste indarno fieramente a tutti i reclami costituzionali frustando ed imprigionando, ritraendosi sul culmine dell'autocrazia come nell'imprendibile rocca nazionale. Una stanchezza ha prostrato tutti: non vi è più un capitano che possa gettare un gridod'appello alle moltitudini, sferzarne l'anima col lampo della propria spada; non vi è ancora un politico, che ergendosi sulle rovine di tante catastrofi, abbia trovato un pensiero, significato una volontà salvatrice.
Tutto è incerto, molti fuggono. I più timidi fra i ricchi hanno aperto l'esodo: i treni discendono alle frontiere carichi di viaggiatori migranti sotto il soffio della tempesta, come stormi di uccelli che anticipino in disordine il passo: alle borse di Pietroburgo e di Mosca fioccano ordini russi per comprare cartelle dei nuovi prestiti giapponesi di guerra, perchè il danaro, come sempre, è senza patria, ancora più del lavoro.
Tutti sanno, e lo dicono, che in questo immenso prologo guerresco la Russia ha irremissibilmente perduta la prima campagna: una rivincita immediata, che almeno salvasse l'onore dell'armi e alleggerisse l'umiliazione dei plenipotenziari, che dovranno trattare la pace, è anche essa troppo difficile; il mare è libero al Giappone, i suoi eserciti in Manciuria sono già cinque, e superano di numero quello russo. Questa guerra imperiale, non evitabile storicamente, per essere vinta aveva d'uopo di un più conscio governo e di una più profonda preparazione; e allora, nella luce dì una qualche prima vittoria, avrebbe potuto diventare patriottica, sollevando l'anima nazionale nell'orgoglio di un primato umano.
La Russia, vincitrice in Asia, vi avrebbe affermato la supremazia dell'Europa, l'impero della razza bianca come sull'America e sull'Asia: tre secoli di espansione l'avevano portata a questo cimento supremo: la Russia vincitrice di Napoleone I, e quindi liberatrice d'Europa dal suo ultimo sognoimperiale, che violava tutte le nazionalità, in Asia sarebbe stata la grande colonizzatrice, l'immenso contatto della nostra razza bianca colla gialla l'ultima originalità della nostra storia gittata sul più vasto continente a ridestare la vita, ad attirarla nella luce e nella fiamma della modernità.
Invece la sconfitta isola Czar e governo: la guerra e le sue rotte non sono più che l'opera di un loro capriccio, il delitto forse di un loro enorme affare. Tutte le impazienze nazionaliste dell'impero ne profittano: i rivoluzionari soffiano sulla paura, versano tutti gli acidi dell'odio sulle piaghe, denunciano tutte le colpe della burocrazia, aizzano tutti i rancori, rinnegano la nazione per salvare la patria, e domandano, pregano il popolo di non amare che sè stesso.
È possibile la pace?
Per coloro che giudicano ogni atto della storia opera della volontà nei governanti, e negando il valore dei re credono a quello dei parlamenti, la risposta è fin troppo facile: si poteva non fare la guerra, si può quindi fare la pace. Basterà che lo Czar ascolti la voce di Rooswelt, e creda alla sincerità politica della sua offerta, e non domandi e non si domandi perchè tutta Europa e l'America lo abbiano lasciato solo in questo primo scontro col Giappone, mentre la guerra era di razza e di continenti: accetti e firmi.
Il suo piccolo nome a piedi di una piccola pagina non devierà la corrente della storia, non ne sospenderà il fatale andare. L'azione dell'Europa sull'Asia sarà come un tempo sull'America, come nel secolo scorso sull'Africa: l'enorme continente verrà aperto, sventrato, sollevato sino alla sfera,preso nel ritmo onnipotente della storia bianca. Forse domani coloro che inneggiano al Giappone, pur così ammirabile in questa guerra, si sentiranno la strofa troncata sulle labbra da un improvviso gelido pensiero: forse il Giappone, respinta la Russia, non soffrirà altri concorrenti europei in Asia, e la Francia alleata dello Czar dovrà guardare con occhio più attento alla Cocincina o al Tonchino, e l'Olanda si preoccuperà dei propri arcipelaghi, e l'Inghilterra stessa origlierà più intensamente al cuore dell'Indie.
La nostra razza tutta non può disinteressarsi del problema asiatico.
Ma vi è una legge degli imperi.
La loro mastodontica struttura, talvolta il rapido crescere, la continuità delle guerre, le coagulazioni di popoli alle loro frontiere, l'unità dinastica e religiosa burocratica dei lori governi esprimono un segreto, compiono una volontà della storia.
Era ed è il caso della Russia: l'impero è disteso fra i due continenti, la sua missione è di congiungerli; la sua unità formale è infrangibile, il suo limite europeo formato da nazioni di esso più vecchie ed insieme più avanzate nella modernità.
Soltanto la forma imperiale poteva affrettare agli immensi problemi il ritmo doppio della pace e della guerra, soltanto l'impersonalità della sua burocrazia equilibrare le antitesi delle differenze nazionaliste; soltanto l'unità del suo Czar, del suo Sinodo, del suo esercito, del suo genio, del suo fato, compire tale opera, la maggiore di tutti i tempi. Non si viola la legge dell'impero: togliete ad esso l'immane significato della sua missione, e tutto vi si diffrange; rompete la sua unità, e domani sarà compromessala sua unione; gettategli nel mezzo il fermento democratico, e la sua crosta, la corazza, screpolerà. La Russia parlamentare non sarà più l'impero russo, giacché non potrà avere nemmeno l'unità commerciale dell'Inghilterra; l'impero russo dovrà vivere di espansione, di guerra, di vittoria. È la legge degli imperi: Alessandro e Cesare, Carlo Magno e Carlo V, Napoleone e il Mikado la hanno egualmente sentita; gli Stati Uniti in America affettano di cominciare ora a sentirla, la Francia l'ha dimenticata; i nostri ricordi, invece, sono così lontani che non ci appartengono più.
La legge degli imperi può tutto consentire, meno la degradazione: l'impero è ancora più nella corona che nell'imperatore, nel simbolo che nel fatto; la sua idea è la sua fortuna, e dall'opera, qualunque essa sia, sale sempre l'assoluzione.
Adesso la pace decapita la grande aquila russa: una pace senza nemmeno una vittoria, senza una sconfitta, che non sia un disastro, senza aver prodotto un uomo, senza aver trovato una parola; una pace per la misericordia degli Stati Uniti, fra i sogghigni dell'Inghilterra, le mute ironie della Germania, le bramosie impazienti dell'Austria e i dubbi finanziari della Francia, che prestò soltanto il danaro.
E forse, senza forse anzi, la faranno.
Il piccolo Czar, questo povero sognatore di pace, che all'Aja si era creduto un arbitro ed un poeta messianico, imparerà che la vita ha momenti più amari della morte, e la pace angosce più profonde della guerra.
Che cosa è egli più dinanzi al Mikado?
Dove, in chi, resta l'anima dell'impero russo?
Tolstoi non potrebbe rispondere: vicino alla pacedella tomba, da troppo tempo egli la chiama sul mondo.
Siamo alle ultime battute del grande prologo: Nipponbanzai!
Il Giappone ha vinto; salutiamo cortesemente pensando: a domani.
17 giugno 1905.