ROMANZO VIVENTE

ROMANZO VIVENTEIl romanziere si è suicidato a Roma dentro unfiacrecon un colpo di rivoltella alla testa.Ma il suo delitto, prima ancora di essere una colpa della coscienza, era un errore di arte in una fantasia esasperata dai bisogni del vizio, accesa dalle vampe della vanità. Infatti tutti gli ingredienti, gli arnesi, gli artifici di un romanzo d'appendice entrano in questo delitto, al quale la morte del protagonista toglierà forse l'epilogo di un processo: vi è una villa affittata fuori di una grande città, la più intensa forse d'Italia; una villa nella quale non si ammobilia provvisoriamente che il pianterreno, e il mobilio è composto per un agguato, quadri insignificanti da far vedere come opere d'arte, ed una vasca troppo grande anche per affogarvi un uomo. Questo naturalmente è un milionario, poichè nei romanzi di appendice tale personaggio è più indispensabile del tiranno nelle tragedie alfieriane e della vergine nei primi romanzi romantici della scuola francese ed inglese. Il milionario di questo genere è quasi sempre un ingenuo, quando non sia un delinquente: questa volta era un dilettante disport, allevatore di cani, cacciatore forse di varie selvaggine, ancora giovane, abituato alla facilità delle amicizie e delle avventure. Ucciderlo sarebbe stato facile, ma poco proficuo, se l'uccisore voleva davvero diventare ricco: bisognava invece succedergli, prendere il suo posto nella vita, in mezzo alle sue ricchezze, ai suoi amici e ai suoicani; diventare milionario nel modo più semplice e più legale, ereditando da lui, fra lo sbalordimento complimentoso di tutti, in una improvvisazione scenica, come il teatro ne ha ancora ed applaude.Ed ecco i ricordi dei romanzi letti magari a caso, a strappi, fermentare in una testa di piccolo avventuriero e di più piccolo truffatore: un disegno drammatico schiarirsi nella sua fantasia, moltiplicarsi nelle scene, preparare un scenario, i legacci, la vasca, le lettere, le cambiali. La villa è deserta, una dama velata vi è venuta prima ad un appuntamento misterioso, forse a più d'uno; la dama, probabilmente, è una volgare sgualdrina, che diventa così il primo pubblico del dramma ed ubbriaca col primo applauso il drammaturgo. Ma le difficoltà sono molte, troppe per giungere al finale, giacchè un testamento si può facilmente dettare colla rivoltella in pugno ad un ricattato, ma è quasi impossibile, dopo, farlo credere spontaneo e vero. L'omicidio deve quindi sembrare un suicidio: così l'imbroglio si raddoppia, e i personaggi aumentano. Un complice si rende necessario: può essere un fratello e non basterà: il protagonista non ha il coraggio del sangue, perchè la sua forza non oltrepassa la rettorica: poi vuole salvarsi a qualunque costo e un alibi gli è indispensabile.Generalmente i drammaturgi più sanguinari hanno orrore del sangue, e non potrebbero nemmeno fare i flebotomi, un mestiere oggi tramontato e che domani forse risorgerà, se nella medicina durino i richiami alle teorie di Broupais e di Tommasini. L'antico sicario ritorna dunque in scena come falso servitore e bertone vero: egli affogherà prima nella vasca il milionario, poi a notte ne getterà il cadavere nel canale.I veri assassini hanno la fantasia più semplice e il cuore quasi sicuro quanto la mano.Invece questo cavaliere Vecchio, che non sa uccidere, si fida ad un sicario senza averne provato nè la fede nè il coraggio: gli butta cento lire, andandosene col testamento e le cambiali in tasca, senza nemmeno pensare che il ricattato, essendo vivo, sedurrà l'assassino.Perchè infatti questo gli avrebbe resistito? A che si riduce la sua complicità in questo delitto, dal momento che il signor Berretta non è stato suicidato e che testamento e cambiali rimanevano senza valore nella tasca di quell'altro? Naturalmente il milionario liberato liberaleggerà, riconoscendo in lui il vero liberatore e un buon diavolo tirato forse dentro ad un assassinio, mentre credeva appena di partecipare ad una truffa. Così avvenne, nè poteva altrimenti avvenire.Il drammaturgo, invece, non ha dubbio sulla eccellenza del dramma, sulla perfezione del romanzo: parte e va a Genova dall'amica, la dama, forse, la sgualdrina certamente. Una festa di baci lo accoglie, due piccole mani lo applaudono e lo accarezzano. La sua fede contagiosa s'apprende all'altra: egli è giunto senza nascondersi e riparte allo scoperto. A Roma scende ad un albergo in piazza Montecitorio, davanti al fabbricone delle leggi e degli inganni politici: la sua fantasia divampa, parla con molti, ferma un giornalista, non cerca nemmeno prima i giornali del mattino. Perchè dubitare? Egli è sicuro del proprio ingegno e del proprio capolavoro. Non è così la fede in sè stesso di tutti gli artisti veri o falsi? non arriva al disprezzo del pubblico, all'oblio del pericolo, allo scherno della catastrofe?Ma quando questa scoppia, tutto crolla, teatro e scenario, dramma e drammaturgo: improvvisamente, come dentro un bagliore di incendio, la realtà riappare: dal falso romanzo erompe la tragedia vera, mortale, fatale. Il protagonista, che non sapeva uccidere, deve lui suicidarsi, subito, senza una scusa, senza una esitazione. Il dramma è caduto, il pubblico fischia ancora a sipario calato. Egli fugge senza saper dove, colla morte innanzi, tremando di vedersi riconosciuto da ogni viso che gli viene incontro, afferrato da tutte le mani che lo sfiorano, fermato da tutte le voci che gli parlano. Invece del rimorso, poichè nel suo dramma e nel suo romanzo nessuno è morto, la vanità dell'autore lo strazia, il dileggio della ragione gli sferza la fantasia, la paura, quella vera, gli fa battere il cuore come in una corsa disperata, di sogno.La notte gli allunga corsa ed agonia; al mattino, finalmente, fuggendo sempre, infiacrenella impossibilità di poterne discendere, si uccide.Ebbene: in questo delitto l'errore primo, il guasto primitivo, è nella fantasia. Naturalmente l'anima era corrotta e la coscienza buia, ma la spinta è nella vanità intellettuale della concezione, nella superbia crescente della preparazione segreta, nell'allucinazione che un quadro troppo a lungo fissato produce sullo spirito. Questo cavaliere era soprattutto un vanitoso, di quelli che si ammirano e, concependo un dramma, diventano autore, attore, teatro e pubblico, si applaudono, si smarriscono nell'opera. Ciò è frequente nell'arte, più forse nella vita: assassini e ladri veri, invece, hanno un senso profondo della realtà e sanno per istinto come sia difficile andarle contro, giacchè il delitto essendo una concezione falsa, è sempre un po' irreale. La sua complicazione è unaprova di debolezza, la credulità nella sua riuscita una misura della forza nel delinquente.Adesso di questo romanzo d'appendice, finito tragicamente col suicidio del romanziere, rimane la parte comica nella difesa che il milionario liberato fa del suo liberatore davanti all'ironica curiosità dei giudici, pei quali il delitto non è più che un allegro motivo di interrogatorio.Che titolo gli daranno?15 dicembre 1903.

Il romanziere si è suicidato a Roma dentro unfiacrecon un colpo di rivoltella alla testa.

Ma il suo delitto, prima ancora di essere una colpa della coscienza, era un errore di arte in una fantasia esasperata dai bisogni del vizio, accesa dalle vampe della vanità. Infatti tutti gli ingredienti, gli arnesi, gli artifici di un romanzo d'appendice entrano in questo delitto, al quale la morte del protagonista toglierà forse l'epilogo di un processo: vi è una villa affittata fuori di una grande città, la più intensa forse d'Italia; una villa nella quale non si ammobilia provvisoriamente che il pianterreno, e il mobilio è composto per un agguato, quadri insignificanti da far vedere come opere d'arte, ed una vasca troppo grande anche per affogarvi un uomo. Questo naturalmente è un milionario, poichè nei romanzi di appendice tale personaggio è più indispensabile del tiranno nelle tragedie alfieriane e della vergine nei primi romanzi romantici della scuola francese ed inglese. Il milionario di questo genere è quasi sempre un ingenuo, quando non sia un delinquente: questa volta era un dilettante disport, allevatore di cani, cacciatore forse di varie selvaggine, ancora giovane, abituato alla facilità delle amicizie e delle avventure. Ucciderlo sarebbe stato facile, ma poco proficuo, se l'uccisore voleva davvero diventare ricco: bisognava invece succedergli, prendere il suo posto nella vita, in mezzo alle sue ricchezze, ai suoi amici e ai suoicani; diventare milionario nel modo più semplice e più legale, ereditando da lui, fra lo sbalordimento complimentoso di tutti, in una improvvisazione scenica, come il teatro ne ha ancora ed applaude.

Ed ecco i ricordi dei romanzi letti magari a caso, a strappi, fermentare in una testa di piccolo avventuriero e di più piccolo truffatore: un disegno drammatico schiarirsi nella sua fantasia, moltiplicarsi nelle scene, preparare un scenario, i legacci, la vasca, le lettere, le cambiali. La villa è deserta, una dama velata vi è venuta prima ad un appuntamento misterioso, forse a più d'uno; la dama, probabilmente, è una volgare sgualdrina, che diventa così il primo pubblico del dramma ed ubbriaca col primo applauso il drammaturgo. Ma le difficoltà sono molte, troppe per giungere al finale, giacchè un testamento si può facilmente dettare colla rivoltella in pugno ad un ricattato, ma è quasi impossibile, dopo, farlo credere spontaneo e vero. L'omicidio deve quindi sembrare un suicidio: così l'imbroglio si raddoppia, e i personaggi aumentano. Un complice si rende necessario: può essere un fratello e non basterà: il protagonista non ha il coraggio del sangue, perchè la sua forza non oltrepassa la rettorica: poi vuole salvarsi a qualunque costo e un alibi gli è indispensabile.

Generalmente i drammaturgi più sanguinari hanno orrore del sangue, e non potrebbero nemmeno fare i flebotomi, un mestiere oggi tramontato e che domani forse risorgerà, se nella medicina durino i richiami alle teorie di Broupais e di Tommasini. L'antico sicario ritorna dunque in scena come falso servitore e bertone vero: egli affogherà prima nella vasca il milionario, poi a notte ne getterà il cadavere nel canale.

I veri assassini hanno la fantasia più semplice e il cuore quasi sicuro quanto la mano.

Invece questo cavaliere Vecchio, che non sa uccidere, si fida ad un sicario senza averne provato nè la fede nè il coraggio: gli butta cento lire, andandosene col testamento e le cambiali in tasca, senza nemmeno pensare che il ricattato, essendo vivo, sedurrà l'assassino.

Perchè infatti questo gli avrebbe resistito? A che si riduce la sua complicità in questo delitto, dal momento che il signor Berretta non è stato suicidato e che testamento e cambiali rimanevano senza valore nella tasca di quell'altro? Naturalmente il milionario liberato liberaleggerà, riconoscendo in lui il vero liberatore e un buon diavolo tirato forse dentro ad un assassinio, mentre credeva appena di partecipare ad una truffa. Così avvenne, nè poteva altrimenti avvenire.

Il drammaturgo, invece, non ha dubbio sulla eccellenza del dramma, sulla perfezione del romanzo: parte e va a Genova dall'amica, la dama, forse, la sgualdrina certamente. Una festa di baci lo accoglie, due piccole mani lo applaudono e lo accarezzano. La sua fede contagiosa s'apprende all'altra: egli è giunto senza nascondersi e riparte allo scoperto. A Roma scende ad un albergo in piazza Montecitorio, davanti al fabbricone delle leggi e degli inganni politici: la sua fantasia divampa, parla con molti, ferma un giornalista, non cerca nemmeno prima i giornali del mattino. Perchè dubitare? Egli è sicuro del proprio ingegno e del proprio capolavoro. Non è così la fede in sè stesso di tutti gli artisti veri o falsi? non arriva al disprezzo del pubblico, all'oblio del pericolo, allo scherno della catastrofe?

Ma quando questa scoppia, tutto crolla, teatro e scenario, dramma e drammaturgo: improvvisamente, come dentro un bagliore di incendio, la realtà riappare: dal falso romanzo erompe la tragedia vera, mortale, fatale. Il protagonista, che non sapeva uccidere, deve lui suicidarsi, subito, senza una scusa, senza una esitazione. Il dramma è caduto, il pubblico fischia ancora a sipario calato. Egli fugge senza saper dove, colla morte innanzi, tremando di vedersi riconosciuto da ogni viso che gli viene incontro, afferrato da tutte le mani che lo sfiorano, fermato da tutte le voci che gli parlano. Invece del rimorso, poichè nel suo dramma e nel suo romanzo nessuno è morto, la vanità dell'autore lo strazia, il dileggio della ragione gli sferza la fantasia, la paura, quella vera, gli fa battere il cuore come in una corsa disperata, di sogno.

La notte gli allunga corsa ed agonia; al mattino, finalmente, fuggendo sempre, infiacrenella impossibilità di poterne discendere, si uccide.

Ebbene: in questo delitto l'errore primo, il guasto primitivo, è nella fantasia. Naturalmente l'anima era corrotta e la coscienza buia, ma la spinta è nella vanità intellettuale della concezione, nella superbia crescente della preparazione segreta, nell'allucinazione che un quadro troppo a lungo fissato produce sullo spirito. Questo cavaliere era soprattutto un vanitoso, di quelli che si ammirano e, concependo un dramma, diventano autore, attore, teatro e pubblico, si applaudono, si smarriscono nell'opera. Ciò è frequente nell'arte, più forse nella vita: assassini e ladri veri, invece, hanno un senso profondo della realtà e sanno per istinto come sia difficile andarle contro, giacchè il delitto essendo una concezione falsa, è sempre un po' irreale. La sua complicazione è unaprova di debolezza, la credulità nella sua riuscita una misura della forza nel delinquente.

Adesso di questo romanzo d'appendice, finito tragicamente col suicidio del romanziere, rimane la parte comica nella difesa che il milionario liberato fa del suo liberatore davanti all'ironica curiosità dei giudici, pei quali il delitto non è più che un allegro motivo di interrogatorio.

Che titolo gli daranno?

15 dicembre 1903.


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