VECCHIO ERRORE

VECCHIO ERROREMentre nel grande pubblico, dopo la sentenza di Torino, cresce l'oppressione tragica, ecco un altro dramma che penetra sanguinosamente nella coscienza e nella fantasia della folla elegante, dispersa sui monti e sulle spiaggie, in alto dove l'aria rutila, in basso dove il mare con grazia pigra sembra carezzare il lido e adagiarsi.E il nuovo dramma è ancora aristocratico, se questo grande aggettivo possa più applicarsi a qualche cosa o qualcuno nella vita moderna; un dramma d'arte e di amore, d'adulterio e di gelosia, scoppiato in un albergo pieno di ricchezza e di allegria, fra marito e moglie, uno scultore celebre e una divetta di caffè, che non si arrestò abbastanza fra i suoi tavolini e sul suo minuscolo palcoscenico per diventarlo, e che adesso ottiene dalla colpa della morte quella celebrità negata alle impazienze impure della sua giovinezza.Egli era un artista vero, non originale, non grande: aveva cominciato come quasi tutti in basso, salendo colla fatica e col dolore alla conquista della pubblica attenzione. Le sue statue erano dei ritratti anche quando non avrebbero nè voluto nè dovuto esserlo: le figure non esprimevano che il corpo, la composizione non sviluppava che degli atteggiamenti: la loro verità era fatta soltanto di precisione: parevano dei calchi, e n'erano accusate: avevano una strana potenza d'illusione, la quale arrestava piuttosto gli occhi che le menti, una vita volgare ed insieme teatrale: superavano il mestiere, non bastavano all'arte.Lo scultore somigliava alla statua: mirava alla celebrità non alla gloria: aveva fretta e non badava che ad accorciarsi la strada, non aveva un ideale e si vantava già di aver un pubblico, diceva di sacrificare la bellezza alla verità, e la sua bellezza si fermava alla formosità, e il suo vero, il suo reale non formavano che una maschera. RicordateCristo e la Maddalena? RicordateSfinge?Quei due tipi, così divini nel poema cristiano, sotto il suo scalpello non erano più che prosaici; quella sfinge non aveva mistero nè per sè stessa, nè per gli altri. Adesso dicono che fu una inspirazione di sua moglie, e forse non è che una ironia della maldicenza.Ma che cosa aveva egli sognato nella donna che sposò? Sentì davvero la tragedia delle antitesi spirituali, nella quale discendeva sulla china di un matrimonio lubrico come un'avventura, equivoco come un affare, frettoloso più di un capriccio e improvvisato come uno stornello? Nella vita e nell'arte tale matrimonio e tale dramma sono antichi: l'artista che s'innamora fisicamente del modello, l'uomo che cede all'artista, la donna che inganna tutti e due. Ma questo dramma può ancora avere una grande dolorosa sincerità: si ama e non si stima, si sa di commettere un errore, il quale ne genererà altri, si disprezza sè stesso, si vive nell'attesa del tradimento e nella umiliazione della propria caduta.E questo è il caso più comune.Artista e uomo sanno di avere torto, soccombono all'amore come al vino, e lo espiano nella salute dell'anima e del corpo.Altri invece entra nel dramma dalla porta maestra, nella superba illusione di alzare la donna, quasi sempresoltanto una femmina, insino a sè medesimo; ed ebbro d'arte e di sacrificio sfida il mondo e la natura, ha gli orgogli di un eroe e la devozione di un martire, il linguaggio di un ribelle e l'albagia di un conquistatore.Ma il modello resiste troppo spesso allo scultore, la moglie al marito; ella non mira che ad un affare, e dopo non le pare buono abbastanza: non comprende il sacrificio di lui e, comprendendolo, se ne offenderebbe nella propria vanità; il mondo legale non le dà tutte le compiacenze sperate; l'arte è troppo alta per lei, che tende invece ad abbassarla e del marito vuole fare un mestierante perchè guadagni di più.Nella moglie s'irrita la nostalgia del fango, nel marito sospira la nostalgia dell'ideale; l'uno si pente segretamente del matrimonio come di una caduta, l'altra non se ne contenta poichè non voleva che un guadagno, e incapace di mutarsi davvero in una moglie, tenta egualmente indarno di diventare una signora.Quindi l'amore fisico, che saldò le nozze, si logora: il possesso lo smaga, l'inevitabile esperienza della realtà lo martirizza: della moglie, nella intimità della casa, non resta che la cortigiana senza il brio della parata e l'orpello della decorazione; del marito bello di sforzo, di dolore, di vittoria o di sconfitta nello studio, non ritorna a casa che un lavoratore stracco, uggito, uggioso, impaziente ed insopportabile.Forse fu così di Cifariello. Per quella donna sposata in un delirio rosso dei sensi, collo scetticismo volgare della mondanità, con un segreto rancore contro sè stesso e contro di lei, lottò, discese, decadde, si rialzò, sofferse tutte le umiliazioni dell'amante, dell'artista, del marito. Vinto dal bisogno semprecrescente in lei del danaro, abbandonò l'arte e l'Italia per rifugiarsi in una fabbrica di ceramiche e guadagnarvi il lusso delle sue eleganze femminili, e la donna lo punì innamorandosi del direttore della fabbrica come di un pagliaccio da palcoscenico. Tornò in Italia, ma le asprezze della lotta crescevano nella immutata condizione del matrimonio: nessun figlio era sopraggiunto a provocare nell'anima di uno almeno dei coniugi una ascensione morale; lo scultore valeva adesso la divetta e il mestiere li aveva livellati, perchè nel sacrificio dell'arte era mancata la nobiltà del motivo. Poi l'orgoglio dell'inconfessabile sconfitta avrà enfiato forse tutte le piaghe: è impossibile perdonare ad un altro la propria rovina, è difficile ritirarsi primo da una situazione, della quale si può accusare l'altro.Per lui la moglie era stata la palla del galeotto al piede sulla via della gloria: per lei il marito era l'ostacolo all'allegria della vita, a tornare nel teatro fra le Menadi e i Coribanti moderni, così corretti nell'apparenza e signorili nella volgarità. Come proseguire? Come fermarsi? Come uscirne?L'amore svaporando lascia nel fondo del bicchiere la goccia amara dell'odio; e l'odio è più doloroso quando deve disprezzare. Che cosa può essere per uno scultore una moglie, se rimase soltanto modella con tutte le bassezze del mestiere? Ma che cosa può essere ancora per una divetta, per una cortigiana, l'artista che, sposandola, non seppe poi compiere in lei il miracolo della trasfigurazione? L'odio è inevitabile, e qualche cosa, se non qualcuno, deve essere ucciso fra due anime che si odiano.Ella voleva separarsi per tornare libera, egli già tradito le negava questa libertà, come una provatroppo palese ed allegra per tutti del primo errore matrimoniale. Ella era fuggita, egli l'inseguì, la cercò, la trovò, pianse, minacciò, ed ottenne che ritornasse in un albergo fra una gioconda folla di bagnanti, di spensierati, di gaudenti, di amanti. Quanti?I giornali hanno raccontato che egli, febbricitante di collera, di paura, di spasimo, gliene rinfacciò sei: e la donna altera, insolente, ebbra di sè stessa, rispose: — Ebbene, tu sei il settimo!Forse le sue labbra ebbero un sorriso simile ad una fiamma livida; ella teneva sul tavolo una rivoltella, comprata poco prima per minaccia: era seminuda... entro una camicia rosea, spumeggiante di merletti, non temeva, non vinta ancora, invincibile; e un'altra fiamma guizzò su la bocca di un'altra rivoltella, e la donna cadde subitamente vinta.Voleva egli uccidere? Aveva nemmeno più la forza di volerlo?In questi tristi drammi quasi tutto è mistero; il fango non ha bisogno di essere profondo per essere opaco: è difficile indovinare quanto l'attore non è sincero nemmeno con sè stesso. Certi amori sono fatti di odio e di lussuria; in certi assassinii la vittima vera è colui che uccise; in quasi tutti i delitti della passione il più innocente è colui che più vi sofferse e più nobilmente.Adesso il dramma dello scultore aiuterà sui monti e sul mare, nelle ville, nelle stazioni dell'ozio e dell'eleganza, le ultime conversazioni estive, mentre egli, solo, davvero solo forse per la prima volta, nel silenzio del carcere, davanti a sè stesso vedrà finalmente la verità della propria tragedia.Ma che importa, se nemmeno egli potrà rivelarla?17 agosto 1905.

Mentre nel grande pubblico, dopo la sentenza di Torino, cresce l'oppressione tragica, ecco un altro dramma che penetra sanguinosamente nella coscienza e nella fantasia della folla elegante, dispersa sui monti e sulle spiaggie, in alto dove l'aria rutila, in basso dove il mare con grazia pigra sembra carezzare il lido e adagiarsi.

E il nuovo dramma è ancora aristocratico, se questo grande aggettivo possa più applicarsi a qualche cosa o qualcuno nella vita moderna; un dramma d'arte e di amore, d'adulterio e di gelosia, scoppiato in un albergo pieno di ricchezza e di allegria, fra marito e moglie, uno scultore celebre e una divetta di caffè, che non si arrestò abbastanza fra i suoi tavolini e sul suo minuscolo palcoscenico per diventarlo, e che adesso ottiene dalla colpa della morte quella celebrità negata alle impazienze impure della sua giovinezza.

Egli era un artista vero, non originale, non grande: aveva cominciato come quasi tutti in basso, salendo colla fatica e col dolore alla conquista della pubblica attenzione. Le sue statue erano dei ritratti anche quando non avrebbero nè voluto nè dovuto esserlo: le figure non esprimevano che il corpo, la composizione non sviluppava che degli atteggiamenti: la loro verità era fatta soltanto di precisione: parevano dei calchi, e n'erano accusate: avevano una strana potenza d'illusione, la quale arrestava piuttosto gli occhi che le menti, una vita volgare ed insieme teatrale: superavano il mestiere, non bastavano all'arte.

Lo scultore somigliava alla statua: mirava alla celebrità non alla gloria: aveva fretta e non badava che ad accorciarsi la strada, non aveva un ideale e si vantava già di aver un pubblico, diceva di sacrificare la bellezza alla verità, e la sua bellezza si fermava alla formosità, e il suo vero, il suo reale non formavano che una maschera. RicordateCristo e la Maddalena? RicordateSfinge?

Quei due tipi, così divini nel poema cristiano, sotto il suo scalpello non erano più che prosaici; quella sfinge non aveva mistero nè per sè stessa, nè per gli altri. Adesso dicono che fu una inspirazione di sua moglie, e forse non è che una ironia della maldicenza.

Ma che cosa aveva egli sognato nella donna che sposò? Sentì davvero la tragedia delle antitesi spirituali, nella quale discendeva sulla china di un matrimonio lubrico come un'avventura, equivoco come un affare, frettoloso più di un capriccio e improvvisato come uno stornello? Nella vita e nell'arte tale matrimonio e tale dramma sono antichi: l'artista che s'innamora fisicamente del modello, l'uomo che cede all'artista, la donna che inganna tutti e due. Ma questo dramma può ancora avere una grande dolorosa sincerità: si ama e non si stima, si sa di commettere un errore, il quale ne genererà altri, si disprezza sè stesso, si vive nell'attesa del tradimento e nella umiliazione della propria caduta.

E questo è il caso più comune.

Artista e uomo sanno di avere torto, soccombono all'amore come al vino, e lo espiano nella salute dell'anima e del corpo.

Altri invece entra nel dramma dalla porta maestra, nella superba illusione di alzare la donna, quasi sempresoltanto una femmina, insino a sè medesimo; ed ebbro d'arte e di sacrificio sfida il mondo e la natura, ha gli orgogli di un eroe e la devozione di un martire, il linguaggio di un ribelle e l'albagia di un conquistatore.

Ma il modello resiste troppo spesso allo scultore, la moglie al marito; ella non mira che ad un affare, e dopo non le pare buono abbastanza: non comprende il sacrificio di lui e, comprendendolo, se ne offenderebbe nella propria vanità; il mondo legale non le dà tutte le compiacenze sperate; l'arte è troppo alta per lei, che tende invece ad abbassarla e del marito vuole fare un mestierante perchè guadagni di più.

Nella moglie s'irrita la nostalgia del fango, nel marito sospira la nostalgia dell'ideale; l'uno si pente segretamente del matrimonio come di una caduta, l'altra non se ne contenta poichè non voleva che un guadagno, e incapace di mutarsi davvero in una moglie, tenta egualmente indarno di diventare una signora.

Quindi l'amore fisico, che saldò le nozze, si logora: il possesso lo smaga, l'inevitabile esperienza della realtà lo martirizza: della moglie, nella intimità della casa, non resta che la cortigiana senza il brio della parata e l'orpello della decorazione; del marito bello di sforzo, di dolore, di vittoria o di sconfitta nello studio, non ritorna a casa che un lavoratore stracco, uggito, uggioso, impaziente ed insopportabile.

Forse fu così di Cifariello. Per quella donna sposata in un delirio rosso dei sensi, collo scetticismo volgare della mondanità, con un segreto rancore contro sè stesso e contro di lei, lottò, discese, decadde, si rialzò, sofferse tutte le umiliazioni dell'amante, dell'artista, del marito. Vinto dal bisogno semprecrescente in lei del danaro, abbandonò l'arte e l'Italia per rifugiarsi in una fabbrica di ceramiche e guadagnarvi il lusso delle sue eleganze femminili, e la donna lo punì innamorandosi del direttore della fabbrica come di un pagliaccio da palcoscenico. Tornò in Italia, ma le asprezze della lotta crescevano nella immutata condizione del matrimonio: nessun figlio era sopraggiunto a provocare nell'anima di uno almeno dei coniugi una ascensione morale; lo scultore valeva adesso la divetta e il mestiere li aveva livellati, perchè nel sacrificio dell'arte era mancata la nobiltà del motivo. Poi l'orgoglio dell'inconfessabile sconfitta avrà enfiato forse tutte le piaghe: è impossibile perdonare ad un altro la propria rovina, è difficile ritirarsi primo da una situazione, della quale si può accusare l'altro.

Per lui la moglie era stata la palla del galeotto al piede sulla via della gloria: per lei il marito era l'ostacolo all'allegria della vita, a tornare nel teatro fra le Menadi e i Coribanti moderni, così corretti nell'apparenza e signorili nella volgarità. Come proseguire? Come fermarsi? Come uscirne?

L'amore svaporando lascia nel fondo del bicchiere la goccia amara dell'odio; e l'odio è più doloroso quando deve disprezzare. Che cosa può essere per uno scultore una moglie, se rimase soltanto modella con tutte le bassezze del mestiere? Ma che cosa può essere ancora per una divetta, per una cortigiana, l'artista che, sposandola, non seppe poi compiere in lei il miracolo della trasfigurazione? L'odio è inevitabile, e qualche cosa, se non qualcuno, deve essere ucciso fra due anime che si odiano.

Ella voleva separarsi per tornare libera, egli già tradito le negava questa libertà, come una provatroppo palese ed allegra per tutti del primo errore matrimoniale. Ella era fuggita, egli l'inseguì, la cercò, la trovò, pianse, minacciò, ed ottenne che ritornasse in un albergo fra una gioconda folla di bagnanti, di spensierati, di gaudenti, di amanti. Quanti?

I giornali hanno raccontato che egli, febbricitante di collera, di paura, di spasimo, gliene rinfacciò sei: e la donna altera, insolente, ebbra di sè stessa, rispose: — Ebbene, tu sei il settimo!

Forse le sue labbra ebbero un sorriso simile ad una fiamma livida; ella teneva sul tavolo una rivoltella, comprata poco prima per minaccia: era seminuda... entro una camicia rosea, spumeggiante di merletti, non temeva, non vinta ancora, invincibile; e un'altra fiamma guizzò su la bocca di un'altra rivoltella, e la donna cadde subitamente vinta.

Voleva egli uccidere? Aveva nemmeno più la forza di volerlo?

In questi tristi drammi quasi tutto è mistero; il fango non ha bisogno di essere profondo per essere opaco: è difficile indovinare quanto l'attore non è sincero nemmeno con sè stesso. Certi amori sono fatti di odio e di lussuria; in certi assassinii la vittima vera è colui che uccise; in quasi tutti i delitti della passione il più innocente è colui che più vi sofferse e più nobilmente.

Adesso il dramma dello scultore aiuterà sui monti e sul mare, nelle ville, nelle stazioni dell'ozio e dell'eleganza, le ultime conversazioni estive, mentre egli, solo, davvero solo forse per la prima volta, nel silenzio del carcere, davanti a sè stesso vedrà finalmente la verità della propria tragedia.

Ma che importa, se nemmeno egli potrà rivelarla?

17 agosto 1905.


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