XI.

—Veramente, non avevo osato di proferirlo, il sostantivo che li definisce. Di solito, e senza cercare molto addentro nel sentimento che destano, io li chiamo tra me e me i vostri satelliti. Se Giove in cielo ne ha quattro, perchè non ne avrebbe tre l'astro luminoso di Venere? Non badate, signora; m'è venuto così spontaneo, che avreste torto a non lasciarlo passare. Il vostro caso, del resto, non è nuovo nella storia; si è dato il simile, tremila e più anni fa, nell'isola d'Itaca, ed è toccato alla regina Penelope. Ce ne aveva un bel numero anche lei, che non le davano tregua. Ma un giorno capitò Ulisse a casa, e li conciò per le feste. Se uno di questi giorni, imitando Ulisse, il savio conte Quarneri….—

La contessa mi mozzò le parole in bocca con una matta risata.

—Ah sì, proprio; credereste che bisognasse ricorrere a questa estremità!

—Non so; siete giudice voi;—risposi, un tantino mortificato.—Del resto, anche senza chiamarlo, e volendo pure liberarsi dai satelliti seccatori, si potrebbe annunciarlo come prossimo ad arrivare, e si vedrebbe l'effetto che fa.

—Resterebbero male, lo capisco;—replicò la contessa;—ma intanto resterebbero fino all'arrivo; e non arrivando lui, seguiterebbero a non muoversi.—

Capisco, o mi par di capire, che la luminosa contessa mi faccia questi sfoghi per chiasso, e che nel fondo sia molto contenta d'esser seccata. Questi assedii ostinati piacciono alle donne belle, come, se si leggono bene le storie, dovevano piacere alle antiche città, quando avevano buone mura e viveri dentro, per durare anche a dieci e vent'anni d'investimento. Ma la contessa non è ancor sazia di ciance, e vuol proprio che io pensi al caso suo.

—Non avete altro consiglio da darmi?—soggiunge.—Con tutta la vostra fantasìa!…

—Ecco, signora, la mia fantasia è una povera cosa, e di consigli non può offrirvene che due. Il primo, che v'ha dato, era il consiglio classico; ma non vi è parso buono. Passiamo al consiglio romantico; ma vi avverto che, dopo questo, io non saprei più che cosa trovare per il vostro bisogno.

—Sentiamo, sentiamo il consiglio romantico;—gridò ella, battendo le palme con gioia infantile.—Son veramente curiosa.

—Ci ho gusto, contessa, e spero che questa volta sarete anche persuasa. Incominciate dal figurarvi che io sia voi; ciò sarà molto stravagante, e per conseguenza molto romantico. Ho il vostroen-tout-cas; se aggiungeste per grazia somma il vostro ventaglio…. Così, facendomi vento, parlerei in questa forma ai miei satelliti: "Signori miei dilettissimi, sapete voi che stanotte non ho potuto dormire? Ho passato il mio tempo pensando a voi altri. Quei cari giovani! dicevo tra me e me. Perchè, veramente, siete cari, tanto cari, che io non so quale sia il più caro tra voi….

—Oh, questo, poi!—gridò la contessa.

—O questo, od altro;—ripresi.—Il proemio sia pure a vostra scelta; purchè ci sia l'essenziale, secondo il parer mio. E l'essenziale è di dire ai satelliti: "Signori miei, perchè non pensate ad accasarvi? È un ottimo stato, il matrimoniale. Io l'ho scelto, e me ne trovo felicissima. Imitate l'esempio mio, e sarà una prova di bella amicizia. Anzi, vedete, avevo stanotte pensato anche a trovarvi la sposa. Ci sono tre Berti, in Corsenna, una per uno, e tutte e tre molto carine, tanto carine, che io veramente non so qual sia la più carina delle tre. Volete? Faccio io la domanda per voi."

—Ah, bello, bello, magnifico, stupendo! ed anche romantico, sì, molto romantico!—gridò la contessa, arrovesciando le spalle sull'argine e ridendo a più non posso.—Ma se non accettano?

—Oh Dio! se non accettano, tanto peggio per loro;—risposi.—Del resto, io faccio un dilemma: O sono giovani di cuore e di spirito, o solamente di spirito. Mi ripugna di aggiungere un corno all'argomentazione, e di crederli sciocchi. Se hanno spirito e cuore, accetteranno il vostro consiglio, perchè in verità le tre Berti sono molto carine, e possono far la felicità di altrettanti figli d'Adamo in questa valle di lacrime. Se sono solamente o niente affatto di spirito, tutti e tre prendono ventiquattr'ore di tempo a rispondervi; ma in quelle ventiquattr'ore fanno le valigie, prendono un biglietto alla prima stazione di strada ferrata, e vanno a farsi impiccare altrove. Vi torna?

—Sì, sì, ottima idea; quantunque io non voglia fare l'esperienza precisamente nella forma che voi proponete, e per cui ci vorreste voi, signor Rinaldo, col vostro modo curioso di farvi vento. Ma vi son grata, sapete? vi sono gratissima, e qualche cosa di simile a ciò che voi avete immaginato, certamente farò.—

Mi stese la mano, così dicendo, e strinse forte la mia. Era contenta di me; ed io incominciavo ad esser contento di lei, tanto che dimenticavo perfino la storia del povero Leopardi a Recanati. Quand'ecco (il quand'ecco è di rito in questi casi) si sente un fruscio tra i rami bassi delle carpinelle, e un cane mi sbuca di là, Buci, l'eterno Buci, il mio satellite, che ride e mi fa impallidire e tremare.

Quella mattina non avevo badato a lui, che non era in casa, ed io non mi ero dato il pensiero di cercarlo. Buci aveva saltata la siepe dell'orto, secondo l'uso suo e dei suoi pari. Benedetti cani! Prima era sempre con me, e per venire con me, per essermi alle calcagna dovunque andassi, risicava le busse del suo padrone ogni sera: adesso che sta con me, va sempre con gli altri, e quando è con gli altri, non ha pace finchè non li guida sulle mie tracce. Da tanti giorni non venivo al rifugio dell'Acqua Ascosa; ed ecco, proprio la prima volta che ci torno, Buci mi viene a scovare, e sicuramente porta qualcheduno con sè.

Tutte queste cose pensai, o piuttosto vidi in un attimo; e il pensarle e il vederle mi alterarono in faccia.

—Che c'è!—disse lei.

—Nulla; vi prego, alzatevi e venite via.

—Perchè?

—Ve lo dirò poi; venite via.

—Dove?

—Lo saprete; ma venite, senza perdere un minuto secondo.

—Ma che debbo temere? che mi trovino qui?—diss'ella, avviandosi.

—Ebbene, non sarebbe già bello;—risposi, trascinandola.

—Ma io non ho paura, ad esser trovata con voi, con un gentiluomo, con un cavaliere.

—Grazie; ma venite più svelta, vi supplico.

—Comandate, obbedisco.—

E prese il mio braccio, per correre più spedita. Io avevo fatto un gesto a Buci, come per dirgli che andasse all'inferno; ma egli non lo capì. Gliene feci un altro per accennargli che mi precedesse; ed egli capì quello, finalmente!

La contessa muoveva frettolosa al mio braccio. Si giunse ad un punto del sentiero, donde, o pel fogliame degli alberi, o per la piega del monte, non si vedeva più il posto dove eravamo stati a sedere. Laggiù incominciai a riprendere il fiato.

—Che uomo siete voi!—mormorò la luminosa contessa.—Un altro al vostro posto….

—Un altro,—interruppi,—sarebbe uno sciocco, o un mascalzone; io non sono nè l'uno nè l'altro. Venite; ancora pochi passi, e saremo fuori del tiro.—

Si costeggiava la sponda del canale, sempre in mezzo alle piante. Ad un certo punto incontrammo l'ostacolo che io già conoscevo, una casa di contadini che cavalcava il ruscello. E qui, una delle due: o passar l'acqua, inerpicandoci tosto per un orto a scaglioni, risalire di là ai casali di Santa Giustina, e sparire di là, per riapparire al bisogno donde ci paresse meglio, con aria di persone a diporto su d'una strada scoperta; o scendere dall'altra parte della pescaia e arrivare al greto del fiume, dove ci avrebbero veduti, indovinando anche come e perchè ci trovassimo là. No, niente al fiume; piuttosto ai casali di Santa Giustina.

—Vi sentite,—dissi alla contessa,—di saltare quest'acqua?—

Ella guardò un poco il ruscello, misurandone a occhio l'ampiezza.

—No, vi confesso;—rispose.—Coll'impiccio della gonna!

—Permettete, allora; qui non c'è tempo da perdere; vi rapisco senz'altro.—

Le prendo ventaglio e ombrellino, e getto i due arnesi sull'altra sponda, ma un po' lontani, che non m'impaccino il passo. Poi prendo lei nelle braccia, mi assicuro di averla bene in equilibrio sul petto, e spicco il salto. Il rivo non era largo più di sei palmi, e non facevo poi un miracolo di destrezza; ma il peso che avevo sulle braccia, e la cura che richiedeva, non mi lasciarono veder bene davanti a me, nò pensare che la sponda di là era in un certo punto assai molle per l'avanzarsi dell'acqua sotto l'erba traditrice. Così immollai un piede fino alla caviglia; ma la contessa era in salvo. La deposi sul sodo terreno, raccolsi l'ombrellino e il ventaglio, feci un altro gesto rabbioso a Buci, che si era fermato davanti a me, non intendendo una saetta di tutte quelle novità; e su per la salita a gran passi.

—Siete forte come un Turco;—mi diss'ella, ridendo.—Ecco un ratto in piena forma.

—Zitta, con quella voce, per carità!—

E via, senza posarci un minuto. Si passa davanti ad un casale, e per fortuna non si vede anima viva, nè alle finestre nè agli usci. Avevo pensato di far sosta ad una di quelle casupole, fingendo di esser capitati là dalla strada alta; ma il non esser visti da nessuno e il trovar lì, sotto la mano, anzi meglio, sotto il piede, un sentiero che mette nel bosco dei castagni, mi fa cambiare d'idea. La conduco da quella banda, ed ho il conforto di vedere che il sentiero pianeggia abbastanza. Così ella non si affaticherà troppo a salire.

—Sentite?—dice ella ad un certo punto, tendendo l'orecchio.—Ci chiamano.—

Avevo sentito ancor io, anzi prima di lei. Di laggiù commettevano a tutti gli echi, a tutti i punti cardinali, i nomi di Adriana e di Rinaldo. Riconoscevo la voce delle giovani Berti, di Terenzio Spazzòli, di Enrico Dal Ciotto, uno dei satelliti; il che mi lasciava supporre che ci fossero anche gli altri due. Ma il guaio più grosso, e che mi metteva le ali alle calcagna, era quello di aver riconosciuta fra l'altre la voce della signorina Wilson. Fortunatamente la comitiva si era fermata al punto dove noi eravamo stati a sedere, e di là si sentivano venire le voci; mentre noi, avviati nel sentiero alto a mezza costa, eravamo celati a tutti dallo sprone del monte, che già avevamo oltrepassato, per muovere verso il mulino. Per poco che fossero rimasti a cercare di noi laggiù, e ad invocare i nostri nomi invano, saremmo arrivati a salvamento, e sempre benissimo nascosti tra i castagni, fino al punto della strada battuta, dove ci eravamo due ore prima incontrati.

La contessa avrebbe voluto fermarsi al mulino. Secondo lei, si doveva restarci fino a tanto ritornasse indietro la comitiva, e aver l'aria di essere entrati là dentro a vedere le macchine; donde la possibilità del non esserci incontrati prima coi nostri cercatori importuni.

—Sì;—risposi;—ma se anch'essi, venendo, fossero entrati al mulino? o solo avessero attaccato discorso con qualcheduno della casa?

—Ebbene,—replicò lei,—tanto peggio per loro. Poichè tra quei curiosi ci ho i miei tre satelliti, sarebbe il terzo modo, non classico nè romantico, ma egualmente sbrigativo, per liberarmi di loro.—

La ringraziai con un inchino della bellissima idea, che poteva lusingare benissimo la mia vanità mascolina, ma che non conferiva punto alla mia quiete. La voce di Galatea, udita laggiù dall'Acqua Ascosa, mi aveva dato un gran rimescolo al sangue.

—Sentite, signora;—le dissi gravemente;—il meglio è di non dover dare spiegazioni, siano esse trovate buone o cattive. Son venuti a cercare di noi, e non ci hanno trovato; segno che non c'eravamo, o che essi non hanno saputo scovarci. A buon conto, non eravamo là, dove sono andati a far capo. Voi a casa vostra, quest'oggi, non avete da dar ragione dei vostri passi, e nessuno sarà tanto ineducato da farvi domande in proposito. Con me nessuno ha tanta confidenza da entrare in simili inchieste. Pensino quel che vorranno; dal canto nostro, come saremo laggiù al crocicchio, in vicinanza della nobil Corsenna, ci divideremo da buoni amici, per rivederci più tardi.

—Avete ragione;—rispose la contessa.—Poichè siamo fuggiti, tanto vale approfittar della fuga.—

Quella sera ci fu un pochettino di musoneria nella colonia villeggiante di Corsenna. I satelliti avevano le facce scure; Terenzio Spazzòli non si degnò di mostrare i denti più d'una volta. Le Berti, amabili innocenti, accennarono soltanto di essere andate il mattino a passeggio di là dal mulino, avendo sentito che Adriana era andata a passeggio anche lei, traversando il paese e girando da quella parte; ma certamente s'erano ingannati gl'informatori, poichè non l'avevano trovata.

—No,—rispose la contessa, con la sua bella tranquillità di signora accorta,—non s'erano ingannati. Ero uscita fuor d'ora, avendo l'emicrania e non potendo star ferma in casa; ero anche andata di là dal ponte, coll'idea di salire a Santa Giustina; ma ad un certo punto, vedendo due strade, ho temuto di smarrirmi, e son ritornata.—

A me non si disse nulla, che avrei saputo rispondere; a Buci nemmeno, che avrebbe potuto cavarsela ridendo. Per me, soltanto, ci fu a quattr'occhi una bottata di Galatea.

—Che odore, questa mattina, all'Acqua Ascosa! un odore acuto… come di pelle di Spagna.

—Ah sì?—risposi, colpito in pieno petto, ma non volendo parere.—È poi l'odore delle rose canine e dei fiori di rovo. Ce n'è tanti laggiù!—

Marlborough s'en va-t en guerre…

13 luglio 18…

Questa mattina ero stato un po' in forse dell'andare o del non andare in visita al Roccolo. È debito, dicevo tra me, debito di galantuomo, dopo l'impresa del mulino. Sì, mi rispondevo, ma che cosa ne penserà Galatea? Orbene, che male ci sarà? Son io infeudato alla signorina Kitty? Le ho mai detto una parola più calda di tutte le altre, e mie e di coloro che vede ogni giorno? Con lei, con sua madre, colle Berti, colla Quarneri, perfino colla signora segretaria comunale e colla signora sindachessa di Corsenna, ci ho i miei doveri di galateo. Così è; una volta imbarcati per questa vita da negri, che è la vita di società, bisogna bene curvar le spalle e adattarsi a coltivar canne da zucchero. Che cosa penserebbe dei fatti miei la contessa, se io non andassi a riverirla, a sentire da lei com'è finita, se ha avuto code o no, piccole noie per lei, la matta impresa di ieri? E che cosa direbbero i signori satelliti, se non mi vedessero comparire al Roccolo quest'oggi? Farei senza dubbio la figura del can bastonato, bastonato da lei, e pauroso di loro. Ah no, perdincibacco, non sarà mai.

L'idea di ciò che potevano dire i satelliti, mi ha messo di cattivo umore: il cattivo umore mi ha fatto mettere in armi. Siamo in guerra, combattiamo. E tanto per cominciare, esploriamo il terreno. Ieri mattina la contessa Adriana era uscita di casa alle otto, ora insolita per lei, bruciata per i suoi assedianti, che dovevano immaginarla non uscita ancora dalle sue camere. Essi, di certo, non usano andare che verso le undici alle loro batterie; infatti, a quell'ora, non avendola trovata al Roccolo, si son dati alla campagna, raccogliendo per via tutta la colonia villeggiante, come a dire tutto l'esercito di Corsenna; han preso lingua, han saputo che la contessa Adriana aveva preso il sentiero del mulino, hanno sospettato che fossi ancor io da quelle parti, e tutti sull'orma, che hanno perduta, fortunatamente per noi. Dunque, ricapitoliamo; la contessa è sola fino alle undici; se ci vado tra le nove e le dieci, sono sicuro di trovarla, di aver tempo a discorrere, a sentire da lei tutto quello che sarà utile di sapere. Rimarrò quanto ella vorrà; e se dovrò rimaner tanto che arrivino i satelliti, niente di male; potrò andarmene in loro presenza, insegnando a chi non lo sapesse ancora, che non è di buon genere star nei salotti in sentinella come all'ingresso d'una caserma, d'un parco d'artiglieria, d'una polveriera.

Alle nove del mattino, indossato il mio tutto vestito grigio d'autentica stoffa inglese (così almeno assicura il mio sarto, che è di Biella), raso accuratamente, ravviato, ripicchiato a dovere, con un bel garofano bianco all'occhiello, mi mossi alla volta del Roccolo; evitando l'abitato di Corsenna, per altro, tanto che ci arrivai alle nove e quaranta minuti. Troppo presto, forse? Eh, dopo tutto, avrei lasciato un biglietto di visita. Ma non ci fu bisogno di questo mezzo termine. Ero a mezzo il viale, quando ella si mostrò nel vano di una finestra, al primo piano della sua palazzina; mi vide, mi riconobbe, mi gettò con la sua vocina insidiosa un buon giorno di sirena, e sparì, ma per avvicinarsi. Compariva di fatto nell'atrio, quando io mettevo il piede sulla soglia del tempio.

—Ah bene!—gridò, stendendomi tutt'e due le mani.—Questo è un bel tratto, veramente degno di voi. E di me,—soggiunse, dopo un istante di pausa,—perchè io v'aspettavo.—

Risposi non so che cosa, ma balbettando assai più che parlando. Ella, intanto, preso il mio braccio, mi conduceva in un salottino accanto al vestibolo, indicandomi una poltroncina, sulla quale mi posi a sedere, ammirando un pochino l'addobbo della stanza e più quello della padrona di casa, che indossava un grazioso abito da camera. Dovrei chiamarlodéshabillé, alla francese; ma in verità non mi pare che il nome vada a capello. Come chiamaredéshabilléun abito, sia pur sciolto intorno alla vita e largo di maniche, tutto ricami, trafori e passamani, colla giunta d'una guarnizione di merletti? Del resto, abbia il nome che si vuole; sian parecchi idéshabillésdelle signore, come gli abiti di mattina, da passeggio, da ricevimento, accollati, scollati, a mezzo scollo, e ne mutino due, tre, quattro volte in un giorno; saranno belle in due; tre, quattro maniere. La bellezza è cosa di cielo; ammiriamola, perchè narra anch'essa la gloria di Dio.

—Come siete stato gentile!—ripiglia la contessa Adriana, dopo aver concesso qualche minuto secondo alle mie ammirazioni.

—Che dite, contessa? Era il mio dovere. Volevo informarmi di ieri.Tutto è andato bene, non è vero?

—Sì, quantunque, sarebbe stato meglio rimanere al nostro posto. Eravamo a discorrere al fresco; ci avrebbero trovati, e ci avrebbero fatto compagnia, se fosse loro piaciuto. Ma infine, io non andrò indagando tutte le ragioni che vi hanno persuaso a volere altrimenti. Forse ci perdevate un tanto a farvi vedere con una donna brutta; e allora….

—Signora!…

—Scherzo, sapete? So bene di non essere il diavolo. E non mi fate complimenti, vi supplico. Non ho parlato così colla intenzione di averne uno da voi. Li gradisco, ma quando non li ho provocati, e sopra tutto quando vengono spontanei, nella sincerità del momento; come accade a voi, che siete poeta. Ieri, per esempio, ne avete trovato uno bellissimo.

—Io? quando? come?

—Sì, quando avete parlato dei quattro satelliti di Giove; donde così naturalmente, senza pensarci, vi è venuto di accennare ai tre che si potrebbero concedere… ad un altro corpo celeste.

—A Venere, infatti.

—Scusate, non volevo proferirne io il nome. Vi sarei parsa vanitosa. Ma era tanto carino, il vostro complimento, a proposito dei miei satelliti. Che noiosi, quelli! e se sapeste che musi lunghi, iersera!

—Questo appunto mi premeva di sapere. Avete già fatto il famoso discorso?

—No, non ancora; non mi pareva il momento. Erano anche così poco trattabili! Se, Dio guardi, mi fanno oggi la seconda di cambio, vi assicuro che non ricorro neanche al consiglio di ammogliarli. Ma veniamo al fatto. Iersera, quando ci siamo lasciati sul ponte, mi hanno accompagnato tutti e tre, secondo l'uso, che a quell'ora tarda non mi dispiace nemmeno. Saliti al Roccolo, sono entrati, si sono seduti qui, muti, accigliati, come un terzetto di giudici. Non volevano il tè; ma lo volevo prender io, e l'ho preparato; si son rassegnati a sorbirlo, ma trovandolo amaro. Nessuna allusione alle indagini del mattino; solo uno, il Martorana, mi chiese di punto in bianco: "vi è passata l'emicrania?"—Non ancora del tutto; risposi. Quindici minuti dopo, si congedarono. Ma se erano stati muti nel mio salotto, diventarono loquaci all'aperto, specie in fondo alla villa, dove Clarina li ha uditi. Clarina è la mia cameriera; ed è fuori spesso e volentieri, quando io non ho bisogno di lei. Credo, tra parentesi, che ci abbia l'innamorato, un giovane muratore di qui. Vorrà diventarci bianca, di bruna che è; ma passiamo, che questo non è affar mio. Clarina adunque li ha sentiti; parlavano di una gita che avevano fatta quella mattina, di due persone che andavano cercando e che non avevano trovate.—Ma sicuramente erano là,—diceva uno, il signor Dal Ciotto, che era il più arrabbiato dei tre,—il cane li ha messi in sospetto e li ha fatti fuggire; bisognava guardare dal fiume.—Se è vero…—diceva un altro, il signor Cerinelli,—se è vero, abbiam fatta una bella figura, e c'è qualcuno che riderà di noi.—Il signor qualcuno la pagherà salata;—replicò Enrico Dal Ciotto. Tutte queste cose è venuta a riferirmi Clarina; e vi confesso che sulle prime mi avevano un po' turbata. Ma siccome i miei tre satelliti non sapevano niente, tanto che iersera immaginavano ancora una mia fuga dalla parte del fiume, e siccome ne sapranno anche meno domani o doman l'altro, e siccome, finalmente, sono tre sciocchi, mi sono subito tranquillata sul conto delle loro vendette. Spero bene che non ne tremerete neppur voi.

—Io? no davvero; mi ci diverto mezzo mondo. E non dico un mondo intiero, perchè già un mezzo mondo m'annoiano.

—Li manderò via, non dubitate, farò quel tal discorso.

—Sarà sempre bene,—conchiusi.—Ho visto degli sciocchi diventar mariti eccellenti; e la signora Berti sarà la più felice delle madri.—

Ci fu un momento di sosta nel dialogo, ed io reputai conveniente di dare un'altra occhiata dintorno.

—Come siete bene qui! Opera vostra?…

—Povero addobbo!—diss'ella.—Mi mancavano tante cose, quando ci sono arrivata! Ho fatto quel che ho potuto, adattando al mio gusto una casa d'altri. Sapete bene com'è venuta a noi, per pagamento d'un credito che aveva mio marito, e che non si sarebbe potuto ricuperare altrimenti. A lui da princìpio pareva una gran cosa, avendo appunto bisogno d'aria di montagna; a me invece non piaceva affatto. Ora a lui non va più, perchè gli hanno ordinate le acque di San Pellegrino, e piace a me poichè ho dovuto adattarmici per una stagione. Se potrò aggiustarla del tutto a modo mio, mi ci troverò meglio un altr'anno. E voi, Morelli, venite tutti gli anni in Corsenna?

—È il prim'anno, questo. Anzi, non sapevo che fosse un luogo tanto frequentato. Ero venuto per istudiarci, figuratevi!

—Oh, ci studierete, dando agli amici appena appena quel po' di tempo che potrete. Scegliendo bene, si possono risparmiare molte ore. E voi, con tanto ingegno che avete, non potete sottrarvi al lavoro. Sarebbe un delitto. Che cosa avete pubblicato, fin qui?

—Niente, signora, o quasi niente. Già, per far numero tra i mediocri, è inutile stampare.

—Che cosa dite voi mai? Parlano tutti di voi con tanta ammirazione!

—Già, perchè non fo nulla. Se facessi, mi giudicherebbero diversamente. Così va il mondo, signora. Ma noi c'inganniamo volentieri l'un l'altro, esso prodigandomi una stima che è tutta fondata sulla certezza della mia pigrizia invincibile, io godendone senza risparmio, e pensando che quella stima io la perderei senza fallo, se mai mi decidessi ad uscir dalla nuvola.

—Che pessimismo! Ma voi dite per celia, non è vero? e non avete una così brutta opinione di tante persone gentili che aspettano luce e conforto da voi.

—Un po' tardi, se mai! Non sapete che ho già trentacinque anni?

—Trentacinque!—esclamò la contessa.—In verità, vi credevo a mala pena sui trenta. Ma che cosa son poi trentacinque anni?—soggiunse.—La virilità della gioventù, per un uomo. Io ne ho ventisei, e come donna posso dirmi vicina alla maturità. Che differenza tra noi! Ma gli anni, con le rughe che portano a noi donne, non mi toglieranno di seguirvi nei vostri trionfi. Mi leggerete quello che fate, non è vero?—

Non so che cosa fossi per risponderle. In quel momento si udiva un fruscio sulla ghiaia del giardino, e Clarina appariva sull'uscio del salotto per annunziare una visita, anzi due in un punto.

—Già?—mormorò la contessa Adriana, volgendo un'occhiata all'orologio del caminetto, che segnava allora le dieci e tre quarti.—Beviamo quest'amarissimo calice;—soggiunse, volgendosi a me con un mesto sorriso.

Entrarono due satelliti, Maurizio Cerinelli e Giovanni Martorana; entrarono, e vedendo l'intruso, fecero il muso lungo un palmo.

—Soli?—esclamò la contessa.—E il signor Dal Ciotto?

—-È andato per la carrozza. Sarà qui fra due minuti.

—La carrozza! Per che farne?

—Non rammentate, signora?—disse il Martorana.

—Avevate manifestato il desiderio di visitare il convento diDusiana;—soggiunse il Cerinelli.

—È vero, è vero;—rispose la contessa, con aria di cader dalle nuvole.—Ma si era detto per oggi? Questo m'era passato di mente. A quest'ora, poi!

—Il cielo è coperto;—disse il Martorana.

—E potrà piovere, allora;—ripigliò la contessa.—Anch'io, con quest'emicrania che non mi vuole dar tregua!…—

Qui la luminosa contessa fece un gesto di persona seccata, e non aggiunse parola. Capitò il Dal Ciotto, anche lui con tanto di muso, a mala pena mi vide. Ma era più padrone di sè, forse essendo stato avvertito della mia presenza colà. Più padrone di sè, ripeto; ma mi fece anche un saluto che non mi piacque. Se non fossimo stati in casa d'altri e in presenza di signore, a quel saluto breve e sarcastico avrei risposto con un ceffone, tanto per cominciare. Già, posso ammettere ed anche gradire che uno non mi saluti; ma che mi saluti male, mi annoia. Ho già pensato, del resto, a ciò che mi conviene di fare. Le lettere qui s'impostano alle sei di sera. Scriverò prima delle sei a Filippo.

La signora non vorrebbe andare, a Dusiana. Le occorrerebbe un'ora almeno per vestirsi. Inoltre, è un brutto giorno; un tredici. Lo dice ridendo, ma lo dice.

Io rido con lei, e la conforto ad andare. Il tredici secondo me non è altro che un numero il quale ha il torto di venire dopo il dodici e prima del quattordici. Del resto, non a tutti dispiace, non a tutti porta sfortuna. Io posso assicurare per mia esperienza che è un numero eccellente, un numero aureo. Tutte le cose che ho fatte in un giorno tredici mi sono andate benissimo.

—Ah sì?—esclama Enrico Dal Ciotto, strascicando anche la frase, come se la tirasse con l'argano.

—Certamente;—gli rispondo io, senza scompormi, e sul medesimo tono.

La contessa Adriana nota le pause e le inflessioni di voce; aggrotta le ciglia, per mostrare a qualcheduno che ha capito e che non è contenta per nulla. Poi, con sembiante mutato rivolgendosi a me, vuol farmi sentire che la padrona di casa non rileva le piccole impertinenze, e che io posso far come lei.

—Voi inventate a buon fine, signor Rinaldo;—mi dice;—e il numero tredici vi dovrebbe esser grato di questo servizio che gli rendete. Ma io sono ancora molto dubbiosa. Aggiungete che debbo scrivere parecchie lettere; a mio marito, per esempio, che oggi avrà aspettato inutilmente i miei uncinetti. Se sto due giorni senza scrivergli, è capace d'inquietarsi, e di piantare San Pellegrino, per venire in Corsenna. Ne avrei piacere, per un lato; per l'altro mi rincrescerebbe, temendo che la sua cura ne soffrisse.

—Se non fosse per questo,—risposi,—sarei lietissimo di avere la parte mia nel fargli mancare una lettera; tanto ho desiderio di essergli presentato. È, a detta di tutti, un gran gentiluomo.

—Ma sì, fa questo effetto su quanti lo avvicinano;—replicò la contessa.—Sono una moglie fortunata, e sfortunata ad un tempo. Sapete che le belle signore se lo contendono? L'anno scorso a Roncegno faceva lui tutte le carte; ed io, che non avevo patito mai del brutto male, mi capite, mi son ritrovata ad esser gelosa. Ed egli rideva, delle mie collere; rideva saporitamente, come fate voi, signori uomini, che poi, se Dio vuole, sarete peggio di noi.—

Fatte poche altre ciance su questo tono più allegro, mi alzo, la riverisco e me ne vado, senza saper bene se andrà o non andrà a vedere il convento di Dasiana. Quanto ai tre satelliti, li saluto appena quanto basta per la decenza. E me ne torno a casa, dove butto giù le mie note. Ora poi, scriviamo a Filippo.

La lettera è fatta. Mi par utile di ricopiarla qui:

_"My Dear,

"A friend in need is a friend indeed, says the proverb. Now it happens that I have, at this moment, very great need of a friend,_and I am resolved to make the trial….sopra di te, mio dolce e fiero Filippo. Tu non hai niente che ti trattenga in città, salvo l'abitudine, o la pigrizia, mentre io ho bisogno qui d'un amico,an uncommon want, come lord Byron aveva bisogno di un eroe. Lascia dunque i tuoi affari inutili, e vieni a confortare l'amico tuo; il quale non ti ha scritto da tanti giorni per la semplicissima ragione che ha speso il suo tempo a commettere un certo numero di sciocchezze, e ti vorrebbe qui per dargli una mano. In altri termini, temo (senza sgomenti, però) di avere ai fianchi una piccola tribù di scioperati. Dipenderà forse da me, di causarne gli attacchi; ma se proprio dipendesse da me, non vorrei causarli davvero, e mi metterei volentieri in guerra, come Marlborough. Qui non ho persona amica, seria ed armigera quanto bisogna, a cui commetter tutto me stesso. Hai capito? Vieni dunque tu, vola, e porta per ogni buon fine una coppia di tutte le armi cavallerescamente possibili. Per dar colore alla spedizione potresti portare un arsenale di sciabole, fioretti e pistole, da esercitarci tra noi. Saresti nella tua beva, non ti pare?

"Non ti ho mai chiesto nulla; non mi ricusare la prima. Credi pure che questa volta ho somma necessità d'essere raffidato dalla tua presenza. Ti aspetto, e preceduto da un telegramma, per venirti a prendere alla stazione, ch'è un po' lontanetta da qui. Grazie, anticipate, e un amplesso spirituale per giunta.

"Il tuo"RINALDO".

Ho impostata la lettera in tempo, e più tranquillo me ne sono andato a desinare. Questa sera, passeggiando in paese, ho incontrata mezza la colonia, che ritornava dal suo eternolawn-tennis. Si è fatto sosta all'unico ma infame caffè di Corsenna, in grazia del suo "Qui si gela" che promette alle signore la dolce voluttà del sorbetto. Poi diranno che Corsenna è un villaggio. Conosco delle città, dove si gela, sì, ma solamente e naturalmente d'inverno.

Ho potuto sapere che la contessa Quarneri non è andata a Dusiana. I tre satelliti devono esser furenti; imbronciati li vedo, ma quieti, in atto di rodere il freno. Che abbiano avuto una correzione salutare? Mi dispiacerebbe per me, che li vedrei volentieri andare in collera, specie se mi danno due giorni di tempo, tanto che arrivi il Ferri, con tutti gli omonimi suoi. Quanto a loro, se han presa la ramanzina, non hanno male che non si sian meritato, avendo smascherate le loro batterie in presenza della contessa. Mi paiono tre ragazzi, con quel loro cospirare all'aperto, in un sentiero di villa, dove tutti gli alberi hanno orecchi per udire, e bocche per riferire.

Viva la faccia delle Berti. Quelle non sentono, non vedono quasi, e non han niente da riferire a nessuno. Passano nel mondo sorridendo e sperando; beate loro, e madre bofficiona e figliuole snelle, che cresceranno in bellezza e in rotondità come lei.

La signorina Kathleen mi pare un po' sostenuta. Cara fanciulla! ma che cosa ne posso io? Se sapesse che non ci ho colpa, e che mi trovo impegnato in questo negozio per l'onor della firma! Del resto, veda un po' lei; non è mica Rinaldo Morelli, l'uomo che accompagna al Roccolo la contessa Adriana, quando ella si risolve di lasciare il caffè di Corsenna. E infine, lei stessa, la signorina Kathleen carissima, non è forse tutta fiori e baccelli colla luminosa contessa? Si direbbe anzi che da iersera le è diventata più amica che mai. Animo, dunque, la preghi un pochino, e si faccia dir tutto.

Ma forse m'inganno, e do troppa importanza al mio signor me stesso. Quell'aria della signorina non è di sostenutezza con me; è di stanchezza, per la fatica dellawn-tennis. Infatti, ecco che si rianima, dopo partita la contessa coi suoi tre satelliti. Terenzio Spazzòli ha incominciato un discorso dirowing-clube diswimming-club, e lei è tutta intenta alle belle imprese del mare, da quella gran vogatrice, da quella gran nuotatrice che è. Galatea, ninfa marina! A Viareggio, dov'ella ha passata l'estate scorsa, ne sanno qualche cosa: nessuna di quelle Nereidi era più intrepida e più valente di lei.

Confessiamolo, è una bella cosa, e buona sopra tutto, viver la vita così pienamente come ella fa. A questo modo vengon su le belle schiatte, sane, forti, robuste, pari a quelle che hanno lasciato tanto buon nome nel mondo. E tuttavia, se Kathleen fosse mia moglie, non vorrei tante cose da lei; nè racchetta, nè tuffi in acqua, nè remo, nè vela; casa, casa, casa; e tè, magari, quantunque non mi piaccia; e latte e burro a tutto spiano.

Similmente non vorrei che la luminosa contessa, dato e non concesso che portasse il mio nome, avesse tre satelliti per accompagnarla tutte le sere a casa. Piuttosto una mezza legione di carabinieri. Per compenso le permetterei, crepi l'avarizia, di confessare ai suoi visitatori quattro anni di più. Sono ancor primavere, che diamine!

Violino di spalla.

16 agosto 18…

Che due giornatacce! Sono stato di pessimo umore, e n'ho avuto le mie buone ragioni. Io, già, son fatto così; non amo i mezzi termini, nè le mezze misure. O la pace stabilita, o la guerra dichiarata. Mi seccano le tregue, e più mi turbano le vigilie, con le loro aspettazioni, coi loro sospetti, colle loro incertezze tra il sì ed il no. Star sempre in armi è una condizione sciocca, alla quale non mi saprei adattare, perchè temerei sempre di far troppo o troppo poco, e sopra tutto di perdere la pazienza prima del tempo, come sarebbe il caso qui per l'appunto. Perchè io non li temo, i miei tre fastidiosi personaggi, e temo piuttosto che mi vogliano stancare, ridersi di me, per trovar poi qualche gretola e scapparmi via, dopo avermi ben molestato; li voglio al punto buono, per andar subito a fondo. Hanno certe arie, davanti a me, da cavare i ceffoni dalle mani di un santo. La pazienza non è il mio forte, e mi duole che non ne siano persuasi. A buon conto, una ne ho fatta, che li ha costretti a meditare. Quando c'incontriamo, senza che ci siano signore di mezzo, non ci salutiamo neanche. Ho incominciato io; questa voglia me la sono levata, rizzando la testa e facendo sporgere un pochettino il labbro inferiore, come un arciduca di casa d'Austria. Tanto meglio per loro, se facendo così li avrò liberati d'una noia; certo mi son liberato io d'un'altra maggiore. Ma se credono che io voglia fermarmi qui, la sbagliano di grosso.

Sono io innamorato della contessa? No davvero. Incapriccito? Neanche. Anzi, diciamo tutto, se alle prime poteva darmi negli occhi, perchè la bellezza è sempre la bellezza, ora non me ne faccio più nè di qua nè di là, perchè quella bellezza mi si è mostrata falsa. Nell'anima, s'intende. L'hanno anche i bottoni, e volere o no si riverbera sempre all'esterno. Che bisogno c'era di darsi ventisei anni? Ne ha trentadue per lo meno. E di che si lagna? Si può esser belle a trentasei, a quaranta, e piacere anche più in là. Finalmente, si ha l'età che si dimostra. Io non mi vergogno dei miei trentacinque; se ne avessi, colla faccia d'oggi, quaranta e cinquanta, che male ci sarebbe, per oggi? Levarsi gli anni è una debolezza che non ammetto neanche nelle donne; anzi nelle donne meno che negli uomini. Esse, in fin dei conti, hanno l'invidiabile privilegio di non sentirsi domandare in società la fede di nascita. Perchè darla falsa a chi non ha domandata la vera?

Questo è stato un punto nero per lei. Resta bella, ma non mi è più simpatica come prima. Del resto, più mi osservo e mi studio, più riconosco di non essere stato un solo momento ingannato dalle sue belle moine. Aggiungiamo che per me quella donna ha la bellezza troppo vistosa, del genere a cui tutti s'inchinano, essendo ella formata di quegli elementi che piacciono al maggior numero. Veste troppo bene, tanto che vi rifà il figurino a capello. Che cosa significa ciò, se non questo, che il suo personale si adatta a tutte le mode, non istonando con nessuno dei loro artifizi? La testa è bellissima per la eleganza dei lineamenti; ma non è forse troppo piccina, tanto ella va con tutte le fogge di pettinatura? Non è nel complesso un po' bambola? Quella bocca… le rendo giustizia, e faccio il saluto militare. Ma quegli occhi lunghi, sotto quelle palpebre tagliate a mandorla, son proprio naturali? Apparirebbero tanto luminosi, fosforescenti, senza il sapiente contrapposto del bistro? Non sarà così, ma pare che sia, e sa di commedia. Proprio come una regina di commedia, la contessa ha bisogno, dovunque ella sia, di aver tutti a' suoi piedi; non è contenta, fin che ce n'è uno che non accetti il suo giogo. Ero io quel tale, in Corsenna; si è rivolta a me, come si sarebbe rivolta ad un altro, al commendator Matteini, per esempio, prendendo ipoteca anche su lui.

Vedo queste cose, e ci sto; senza far molto, solo per dar noia a quei tre, ma ci sto. Non mi prendo l'incarico di accompagnarla a casa, come fanno loro; ma dove mi trovo con lei, cerco d'invadere, aiutandomi lei con una grazia che dev'essere crudele per chi ne soffre. Soffrono essi poi tanto? Animali da esperienze, son forse meno sensibili al dolore. Non si adattano già a portar la croce in tre? Comunque sia, devo essere un bruscolo nell'occhio per tutti e tre; me ne persuado al muso che fanno.

Non intendo Galatea, che è sempre e più che mai pane e cacio colla contessa. Quando è presente Adriana, la signorina Wilson non rifugge neanche dal ritrovarsi con me; pare anzi che ci prenda gusto a farmi parlare, rimanendo in nostra compagnia. Quando non c'è Adriana, non mi sfugge, ma non mi cerca neanche, e se è lontana ci resta volentieri, amando meglio di prendere ipoteca sul commendator Matteini. A vederlo, allora, il più conservato dei conservatori, come fa la ruota! Credo che non parli più nemmeno di Bologna, "città dell'anima". Che gusto ci trova, la signorina Kathleen? Ma già, capisco che quella gran diavola fa per chiasso, sempre bisognosa di moto, di varietà, d'aria, di luce, sempre aperta l'anima e il cuore, sempre fuori del guscio, come l'argonauta,toute en dehors, direbbero i francesi. È più intima, più raccolta, più seria, quando è con Terenzio Spazzòli, col quale ieri ha confabulato a lungo. Hanno un altro segreto insieme, ed io ho potuto scoprirlo, da certi discorsi che hanno tenuto colla sindachessa e colla segretaria comunale. Parlavano dell'Asilo infantile e dei suoi bisogni pecuniarii; domandavano se ci fosse una sala abbastanza vasta in paese, quella dell'Asilo non parendo abbastanza capace di una numerosa assemblea. Si tratta d'imbastire un concerto a pagamento, un concerto vocale e strumentale, il gran da fare di tutte le stazioni, di tutte le colonie e di tutte le stazioni estive. Mi è giunto perfino all'orecchio l'accenno d'un prologo in versi, che qualche signorina potrebbe recitare. Hanno già sotto la mano il poeta? Forse; non è vivo e sano Enrico Dal Ciotto? Ma vorrei proprio vedere che la signorina Kathleen si rivolgesse a lui. Questa, poi, me l'avrei per male; sempre che i martelliani dovesse recitarli lei. Se si tratterà delle Berti, sia pur chi si vuole il poeta. Ma la musica? qui ti voglio; non c'è neanche un concertino di trombe, in Corsenna; per avere un pianoforte e un "maestro al cembalo" bisognerebbe mandare a Dusiana. Basta, vedremo.

Frattanto, siamo giunti a quest'oggi. Filippo mi ha telegrafato ieri che si metteva in viaggio; arriverà oggi al tocco. Eccellente amico! Capiterà con la sua bell'aria marziale di paladino antico. Non è un letterato, che Dio lo benedica; è un uom di fatti, tagliato alla brava in un buon tronco di querce, diritto come una spada e netto come il filo d'un rasoio. In che modo siamo andati d'accordo noi due? Per le nostre dissonanze, direbbe un osservatore superficiale; e non è vero. Se all'aspetto non ci rassomigliamo punto punto, credo che abbiamo comune qualche intrinseca qualità, e che questa ci unisca. Egli è più rigido, in apparenza, più riguardoso nelle sue maniere, più abbottonato; ma è poi altrettanto sincero. Abbiamo il nostro guscio tutt'e due; ma io, meno savio, son troppo spesso e volentieri fuori del guscio. Altra differenza; io faccio spropositi da cavallo, sempre nell'idea di andar per le spicce, mentre egli è sempre ponderato e di buon consiglio; eppure non ne dà mai di debolezza nè di pace. Vecchio schermidore da terreno, suol dire che la migliore di tutte le parate è l'andare a fondo.

Curioso cavaliere, che per gloria sua avrebbe dovuto nascere otto secoli fa! Ricorderò sempre quella volta che andò per conto mio, con un altro degno collega, a chiedere una spiegazione. Trovò l'avversario, brav'uomo e d'ingegno, che aveva avuta la colpa o il merito di darmi una solenne stroncatura per certi miei versi, e gli parlò in questa forma:

—Perdoni l'incomodo, che sarà breve. Siamo i tali dei tali; veniamo in nome del signor Rinaldo Morelli, nostro amico, a chiederle in cortesia tre cose: il luogo, l'arma e l'ora.—

Filippo Ferri è fatto così; tutto d'un pezzo. Sta sulla sua come un Artabano; ma nessuna sua parola offende. Pochi uomini sono cortesi quanto lui, nessuno più di lui; ma suol parare andando a fondo. Ha dolce il sorriso e fiero lo sguardo; solo a vederlo per istrada bisogna dire: ecco un uomo.

Al tocco ero alla stazione della strada ferrata, distante un'ora da questo dolce paese. Il treno è arrivato ansimando, come per farmi capire che non era colpa sua se giungeva con quaranta minuti di ritardo. La testa di Filippo appariva da un finestrino, e gli occhi suoi mi balenarono un sorriso che ancora non trapelava dal doppio festoncino dei baffi. Corsi ad aprirgli lo sportello; si calò giù, e mi si avventò al collo come un padre. Ma dopo avermi baciato e ribaciato, si tirò indietro con aria di rimprovero, aria paterna anche questa, per dirmi:

—Ah cane! Così mi hai ingannato?

—Io!—esclamai.—In che modo?

—-Dicendomi che non c'era l'inglesina, perbacco.

—E non c'è, difatti, non c'è.

—Come, non c'è? Non mi hai tu incominciata la tua lettera in inglese? Ancora un paragrafo di quegli starnuti, e mi toccava di pigliare un interpetre. Sai bene che d'inglese io non ne mastico, e di tedesco nemmeno.—

Lo so benissimo. Tra le originalità di Filippo Ferri c'è questa, di non volersi dedicare a nessuno studio di prossima e diretta utilità. Per capriccio ha imparato l'ebraico; per prolungamento di capriccio ha imparato l'arabo e il copto.

—Sai che l'inglese è la mia passione;—gli dissi.

—E le inglesine no?

—No, ti giuro; e quando ti avrò raccontato ogni cosa, vedrai che si tratta di ben altro. Ora non è il momento.

—Nè il luogo;—soggiunse Filippo.—Lasciami dar la valigia a qualcheduno.

—C'è qui Pilade, il mio servitore. Hai bagaglio?

—Sì, e che bagaglio! un cassone.

—Consegna il polizzino a Pilade; sarà ritirato e caricato nella vettura… se pure una vettura basterà. Altrimenti prenderemo un carro.

—Basterà, che diamine! Ma ci sarà il dazio; vorranno visitare, e così si scopriranno gli altarini.

—No, non dubitare. È comune aperto, qui; per conseguenza, il tuo cassone arriverà chiuso nell'alma Corsenna.

—Di' pure il tuo, perchè io l'ho portato per te;—mi rispose Filippo, mentre uscivamo dalla stazione.—C'è un vero arsenale. Dieci fioretti coi bottoni, e una coppia di spade; dieci sciabole non affilate, e quattro col filo; ti bastano?

—Ce n'è d'avanzo. Ma son tutte armi bianche?

—Non mancano le nere: quattro Flobert, quattro Lepage, con le rispettive munizioni nella valigia; va bene?

—Ottimamente; ci sono così tutti i ferri necessarii.

—Senza contar me.

—Ah, tu sei il re dei Ferri;—gridai, montando in carrozza.

Il bagaglio fu caricato a cassetta, sotto ai piedi del cocchiere e del servitore, che si aggiustarono come poterono; e i cavalli presero il trotto. Io ero raggiante di gioia; non avevo più niente da desiderare, se non forse di giunger presto a casa, per poter raccontare minutamente a Filippo tutto ciò ch'era necessario di fargli sapere. Egli non domandò nulla, per quanto fu lungo il tragitto. Di solito non domanda mai nulla. La sua massima è questa: Si ha da partire? Si parte; dal piè sinistro, uno, due; è la cosa più facile di questo mondo, e non so come i coscritti ci sudino tanto.

La strada è piacevole, alberata e fresca, lungo la riva del fiume, e il tragitto si fa senza molestia. Per me il paese è senza carattere; ma a Filippo non dispiace, forse perchè egli non ha l'uso di andar mai in campagna, e lo spettacolo gli riesce nuovo, con tutto quello sfoggio di verde. Sono contento che gli faccia buon effetto la valle di Corsenna. Quando incomodiamo un amico, siamo sempre felici ch'egli non si trovi male nel luogo dove l'abbiamo tirato contro sua voglia, o contro le sue consuetudini.

—Non credevo che queste montagne fossero così belle;—diceva egli, guardandosi intorno.—Sta a vedere che m'innamoro dei boschi, e faccio un idilio ancor io!

—Non dipenderà che da te; c'è tutto l'occorrente.

—Per iscriverlo?

—Ed anche per iscriverlo; ma io non credevo che tu intendessi di dir questo.

—Castagni!—disse Filippo, girando largo.—Castagni da per tutto. E lassù, quel nero sui monti?

—Abeti, mio caro, abeti e pini. Corsenna è famosa per il suopinusPinsapo.

—Ah! i miei complimenti. E nientepeachpine?

—Non credo. Ma che ti salta di parlare inglese?

—Non ne far caso; non so che questo vocabolo. Ma capisco che bisognerà impararne degli altri.

—Che idee! Se ti ho detto che non c'è niente di vero, nelle tue supposizioni!

—E sia;—rispose Filippo.—Può esser bene come tu dici. Non vedo infatti la via polverosa.

—Oh, per questo, non ci ho merito; è piovuto stanotte.

—Ed è una gentilezza che mi usa questa poetica valle;—replicò Filippo, ridendo.—Io non amo il polverio, ed è questa una delle cagioni che mi fanno odiar la campagna. Le altre sono le mosche, i mosconi, le zanzare ed altri animali noiosi che ci s'incontrano. Non è anche la tua opinione?

—Per gli altri animali, sicuramente. Ma ora che c'è l'arsenale, li metteremo a dovere.

—Quando penso,—disse Filippo, mutando registro e mettendo un sospiro tanto fatto,—quando penso a tutte le scioccherie che l'uomo ha commesse, per volersi credere un animale socievole, mi viene la stizza. Era nato per vivere a coppie, ed ha voluto vivere a branchi, far tribù, città, popoli, reami ed imperi. Che cosa ci ha guadagnato? L'ira in casa e la guerra permanente ai confini, o uno stato d'animi che non aiuta certamente a far buone digestioni, nè in casa nè fuori di casa.

—Sei diventato filosofo? Mi congratulo.

—Ma sì, che vuoi? Come tutti i guerrieri, per romper la noia d'un'ora di marcia.

—Non dubitare; siamo quasi alla fine del nostro viaggio. Eccoti l'alma Corsenna, che s'affaccia alla svolta. Vedi quel torrione là in fondo? È una colombaia di casa colonica. Quell'edifizio lungo e nero, che pare un castello o un convento? È una filanda, che non lavora più da molti anni. Il baco non ha voluto attecchire in Corsenna; e il villaggio, che s'incamminava a diventare un borgo, è rimasto villaggio.

—Vedo delle casine, per altro; dei villini sparsi qua e là.

—Certo; e sono l'unica bellezza del paese. Un po' di bianco nel verde, un po' d'acqua corrente da fianco e da piedi, e la gente assetata di fresco ci corre ogni estate a rifugio. Vedi quella palazzina lassù? Pare a mezza costa, di qui; ma per effetto di prospettiva. È veramente sul colmo d'un poggio. Si chiama il Roccolo, ed è il rifugio di una bella signora che tu sai, perchè me l'hai nominata in una tua lettera.

—Per sentita dire;—rispose Filippo.—Di persona non l'ho conosciutamai. Il Roccolo!—soggiunse egli.—Che nome! E la signora è forseDiana cacciatrice? Scherzo, sai; non posso ignorare che si chiamaArmida.

—Ma che Armida! vorrai dire Adriana!

—Diciamo pure Adriana; quanto a me, vorrei proprio dire Armida… e Rinaldo. Infatti, mi passa per la mente che non essendoci di mezzo nessuna inglesina, quest'altra….

—Ti dirò, ti dirò;—interruppi io;—appena saremo a casa.

—Ed anche più tardi, bada; io non ho bisogno di saper nulla. Parlavo così, per chiasso, e per non mostrarci troppo accigliati, quasi imbronciati, ai naturali del paese. Ma eccone tre, che non dovrebbero essere indigeni. Tre bei moscardini, in fede mia!—

Diedi una sbirciata ancor io, e vidi poco più su dai cavalli, in atto di tirarsi da banda, i miei tre famosi satelliti; li vidi in tempo per rizzar muso quanto ce ne voleva al loro bisogno.

—Quei tre vanno al Roccolo;—dissi a Filippo;—perciò li vedi in istrada a quest'ora. Son pronipoti dei Proci dell'Odissea. Ulisse è alle acque di San Pellegrino, ed essi non lasciano un'ora di pace a Penelope. Tu intanto non potevi esser più felice di così, Filippo mio caro; sei giunto appena, non hai ancora veduta la prima casa di Corsenna, e ti vien sotto la tribù dei seccatori, per cui ti ho pregato di venirmi a dare man forte. Vedili là, che passano il ponte.

—Ed è quello che non vorrebbero lasciar passare a te, non è vero?

—Se stèsse a loro, certamente. Ma non han barba da impedirmelo.

—Vorrà essere ad ogni modo un bel passo d'armi;—conchiuse Filippo.—Intanto, è di buon augurio per me averli veduti alla prima.—

L'abitato di Corsenna fu presto traversato dalla nostra vettura, e senza altri incontri di persone della colonia villeggiante. Bene si affacciavano alle finestre, ai terrazzini, agli sporti delle botteghe i Corsennati dei due sessi, per conoscere il nuovo venuto, fare i conti sulle sue valigie, e Dio sa quali supposizioni sul cassone ond'era accompagnato. Gran gioia la loro, al veder sempre tante facce nuove, che si scomodano dal piano per salire ai loro quattrocento sessanta metri sul livello del mare! "Ci vengono per l'aria buona", dice il campanaro di Corsenna. "E non son mica ignoranti, i medici che ce li mandano. Vedete noi, di fatti, che arie di salute!" A farlo a posta, il campanaro di Corsenna è nero, magro, stecchito come un'aringa affumicata. Ma chi si contenta gode. E il campanaro di Corsenna è un uomo che si contenta. "Mai peggio di così!" è il suo intercalare.

Son felicissimo di vedere che il mio villino piace a Filippo anche più della valle, dei castagni, degli abeti e della strada maestra. Gli faccio vedere nel mio ritiro campestre ogni cosa; tranne Buci, che non c'è. Ma già so dove bazzica, quel ghiottone famoso. Non va mica al Roccolo, lui, dove si vive a petti di pollo e a zabaioni.Outsides,beefsteaks,cutlets,pigeon-pies,plum-puddings, sono, io credo, i suoi piatti favoriti. Ed hai ragione, o cane, e sei certamente più saggio di me.

Ho posto da alloggiare una intiera famiglia, e son solo, con due persone di servizio; posso dare a Filippo non una camera, ma due, tre, quante ne vuole. Ne occupa due, ci dispone tutti i suoi arnesi, e, mutati abiti, scende in giardino con me, aspettando l'ora del desinare. Qui, naturalmente, incomincio a raccontargli tutto ciò che mi è occorso.

—Briccone!—mi dice, dopo essermi stato tranquillamente a sentire.—Vuoi venire ai ferri, e farmi credere che non sei innamorato di Armida?

—Te lo giuro! Che ragione avrei per mentire con te? La contessa Quarneri è bellissima; la vedrai, e l'ammirerai come faccio io, ma intendendo anche tu che si possa ammirar la bellezza, senza scaldarcisi più che tanto. Non per niente siamo stagionati e navigati, ne convieni? Quanto a me, ti confesso che ci discorro volentieri. Ha una cultura scarsa, il che, dopo tutto, non guasta; ma è intelligente, ha una parlantina graziosa, e la sua conversazione mi va, senza bisogno d'altri sentimenti più intimi, e più matti. Non è accaduto anche a te di trovare delle signore con le quali si discorre bene, e non si vuol rinunziare alla loro conversazione?

—Non me ne parlare; la preferisco a quella degli uomini più dotti;—rispose con grave accento il mio amico Filippo.—Ma basti di ciò. Il tuo caso non mi par molto chiaro, per quanto riguarda le conseguenze possibili. Non sei innamorato, e vuoi leticare con tre rivali. Capisco, sì; non perchè siano rivali e ti voghino sul remo, non perchè tu sia rivale a loro e non li voglia sull'orma; solamente perchè ti hanno in uggia, come un visitatore pericoloso, e te lo lasciano intender troppo. E tu non vuoi mosche sul naso; è giustissimo, e te ne lodo. Ma c'è una signora di mezzo; ci vuol giudizio, nel condurre questa faccenda. Quantunque, alle volte, la pazienza si perde;—soggiunse l'amico, tentennando la testa.—Mi hai fatto fremere, poc'anzi, con quell'"ah sì?" del tuo signor Dal Ciotto. E fors'anche un po' nasale, come ilnaïnebraico, non è vero? Ma tu hai fatto bene a contenerti, per la prima volta, rispondendogli un "certamente" altrettanto strascicato e piùnaïndi lui. Facciamo le cose a modo; i tuoi moscardini non ci diventeranno mica troppo duri, per aver aspettato un giorno di più ad esser pescati e fritti. Li vedrò più da vicino, questa sera, o domani, e me ne prenderò magari un paio per me.

—Ecco l'uomo che mi consiglia di far le cose con giudizio;—osservai.—Bella chiusa, signor Ferri!

—Ma sì, una bella chiusa a bastonate, degna del poema villereccio che tu sei riuscito ad imbastire. Il giudizio, poi, non esclude l'andare a fondo, quando questo sia opportuno. Io voglio che si facciano le cose con calma. Tu sei di primo impeto. Non mi hai confessato tu stesso che se ci avevi in pronto i tuoi ferri, incominciavi subito dal ceffone? Io no; prima di saltare addosso al mio uomo, me lo voglio patullare un'oretta, che diamine! Un combattimento senza avvisaglie, è come un desinare senza i principii.

—Ahimè! li avremo?—dissi io.—La cuoca è spartana, ti avverto, quantunque si chiami Argia.

—Ma Corsenna non sarà poi senza burro;—rispose Filippo Ferri, imperturbato.—Dammi del burro; aggiungi… qualche altra cosa; al resto ci penso io.—

Una giornata campale.

18 agosto 18…

Ier l'altro a sera ho presentato il mio Ferri. Si era già sparsa la voce dell'arrivo di un nuovo villeggiante, smontato con un grosso bagaglio al cancello del Giardinetto. Si chiama così il villino che occupo io. I Corsennati non brillano per inventiva; hanno veduto nascere, tanti anni fa, intorno a questa casa campestre un po' di fiori e d'arbusti, e subito gli hanno trovato il nome; senza stillarsi il cervello, come si vede.

Con uguale facilità pedestre di raziocinio, vedendo smontare il forestiero al Giardinetto, e sapendo che al Giardinetto comando io, nè soffrirei casigliani, hanno concluso che il forestiero fosse mio ospite. L'importanza del bagaglio li ha pure condotti a pensare che l'ospite si fermerà qui per tutta la stagione; e questa notizia, corsa per tutti i villini, ha destata la curiosità universale. Come mai? un nuovo villeggiante in Corsenna, ed ospite del signor Morelli, di quel signor Morelli che abbiamo veduto ancora iersera, e che non ha creduto necessario, nè utile nè opportuno di dircene nulla? Immaginarsi adunque la curiosità della colonia! Ciò che è nulla e meno di nulla in Roma o a Firenze (stavo per dire ad Atene) è un gran fatto in Corsenna. Terenzia e Tulliola, moglie e figliuola di Cicerone, dovevano esser curiose, nelle loro estati di Pozzuoli e nei loro autunni di Tuscolo, assai più che non fossero nei loro inverni e nelle loro primavere del clivo Capitolino.

Perciò seduta plenaria, l'altra sera, al Bottegone di Corsenna; tanto che si dovettero metter fuori due tavolini di più. E quando sono comparso in piazza, un po' più tardi del solito per fare più effetto, tutti gli occhi si volsero a guardare il personaggio che mi veniva da lato. Tacquero le voci e i bisbigli; si voleva vedere, si voleva giudicare. Nessuna bella donna arrivò tardi nel suo palchetto a teatro, che fosse più guardata e più studiata di Filippo Ferri sulla piazza maggiore, ed anche unica, della nobil Corsenna.

L'ho presentato a tutte le signore, incominciando dalla sindachessa, per non destar gelosie. Si è preso l'arlecchino, di fravola e di limone, che è il caval di battaglia, ed anche il ronzino, del nostro caffettiere; il quale a tutti i complimenti che gli si fanno sull'arte sua (e qualche volta un po' ironici) guarda i suoi due bigonciuoli pieni di ghiaccio, e coperti di frasche di castagno, dicendo modestamente: "si fa quel che si può, per contentare i signori". Preso il sorbetto, si chiacchiera; le signore vanno a gara per intrattenersi col mio amico, e in breve la conversazione diventa generale. Filippo Ferri è sempre cortese, non sa, non può esser diverso; ma quando vuole riesce amenissimo; e questa volta fa proprio uno sforzo immane di volontà. Fa lui tutte le carte; parla di cento cose, suscitando il desiderio di domandargliene mille. Ha viaggiato; conosce due terzi d'Europa, l'Asia Minore e l'Egitto; è stato a Massaua, all'Asmara, a Keren; insegna di passaggio, senza averne l'aria, a dir Dogàli e non Dògali; racconta aneddoti arabi, copti, abissini; mette in ballo le povere donne di tutti i paesi che ha visitati; alterna storie allegre e patetiche, fa ridere e fremere, come gli piace, sopra tutto dilettando le signore, che son tutte felici di averlo conosciuto. Nell'entusiasmo che il nuovo villeggiante ha destato, sorge, cresce, giganteggia e trionfa un'idea; quella di star tutti insieme il giorno seguente, facendo una scampagnata a Dusiana. Ah, finalmente, a Dusiana! quella gita che i tre satelliti non erano riusciti a fare con la contessa Quarneri, e che lei, proprio lei, propone ora di fare, per atto di onoranza festosa al nuovo venuto.

Siamo ritornati al Giardinetto assai tardi. Ma la conversazione era stata così viva, che l'ora uscì di mente a tutti. Neanche si pensò che il nuovo venuto doveva essere stanco del viaggio. Ma che stanco, dopo tutto? Aveva ad essere stanco di cinquantasei miglia di strada ferrata, un uomo che in tre ore di chiacchiere era corso da Londra a Vienna, da Vienna a Costantinopoli, da Costantinopoli a Smirne, al Cairo, a Massaua, al Pian delle Scimmie, passando ancora per venti o trenta punti intermedii?

—Ebbene,—gli dissi, come ci fummo ridotti a casa,—che te ne pare della nostra colonia?

—Niente, finora; ho appena veduto, cercando di orizzontarmi. La tua contessa è bellissima. La Berti madre mi pare una donna di buon senso, che porti con dignità il doppio carico della sua mole matronale e delle sue tre figliuole, che sono molto graziose. La sindachessa è un'oca; la segretaria comunale una cingallegra. Non ho infatti potuto giudicarlo che ai gesti, perchè non hanno parlato quasi mai. La signora Wilson madre è una fiorentina, m'hai detto? Se è tale, diciamo pure che è una fiorentina di genere nuovo, perchè parla sempre coi denti stretti, e poco, per conseguenza, poichè deve durarci fatica.

—Ha sposato un Inglese, rammentalo; ed ha dovuto parlare quasi sempre inglese, in famiglia.

—Del resto, quel poco che dice è sempre assennato;—ripreseFilippo.—Mi pare un'ottima donna, e molto e giustamente superba dellasua graziosa figliuola. Veniamo agli uomini. Il tuo commendatorMatteini è un rudero.

—Ma ben conservato.

—Intonacato, vuoi dire? Aspettiamolo di giorno chiaro, per vederci le crepe.

—E i miei tre satelliti?

—Quelli non li ho studiati ancora. Mi ha tanto distratto quelTerenzio Spazzòli!

—Sì, ho ben veduto che non lo hai molto gradito.

—Di' pure che m'è venuto a traverso, come una lisca di pesce in gola. Il diavolo se lo porti! ci voleva proprio lui, qui, per dire di avermi incontrato a Montecarlo e veduto in una gara di pistola.

—Che hai vinta; e ciò ti ha messo in buona vista colle signore.

—Ma in troppa vista coi tuoi tre satelliti; non ci pensi, a questo? Ora prevedo che bisognerà cambiare di punto in bianco il nostro giuoco.

—In che modo?

—Lasciami pensare. E prima di tutto lasciami andare a dormire. Sai che domattina dobbiamo alzarci alle cinque.—

Che diamine ha inteso di dire Filippo, colla necessità di cambiare il giuoco? Ci ho pensato a lungo, nella notte, prima di prender sonno; ed anche ieri mattina, appena svegliato. Forse voleva farsi sotto con astuzia, quatto quatto, senza parere, alla maniera delle tigri. Ma questo, come poteva sperarlo? Un uomo come lui, anche a non conoscerlo di prima, si annunzia subito per quello che è, con quel suo piglio marziale e con quelle sue spalle da Ercole. E in che consisterà il suo cambiamento di giuoco? Di punto in bianco; dunque smascherando le batterie, facendo pompa di se! Non è vanaglorioso, e non saprà millantare. Son curioso di sapere a che partito s'appiglia.

La mattina alle cinque, prima che ci portino il caffè, l'amico Filippo è già in piedi. Quando entro nella sua camera per dargli il buon dì, vedo che si è già fatta la barba. Alle sei siamo in piazza, dove sono arrivate le due giardiniere che dovevano portarci a Dusiana. A due, a tre, a quattro per volta, arrivano tutti i nostri compagni di scarrozzata. La contessa Quarneri viene ultima, essendo la più lontana di alloggiamento; ma non s'è fatta aspettare più di cinque minuti, rendiamole questa giustizia, ed ha con sè le tre guardie del corpo, che sembrano aver passata la notte davanti al cancello del Roccolo, per non perderla d'occhio. Colle signore Wilson è venuto anche Buci, che ardisce venirmi a scodinzolare davanti e a ridermi, se Dio vuole, sul muso. Vile schiavo! Dopo che io t'ho sottratto alle bastonate del tuo primo padrone, comprandoti per venti lire da lui, così mi tratti, così mi ricompensi della mia dabbenaggine? Lo guardo a squarciasacco, e faccio ridere la signorina Kathleen, che però si ricompone subito, e mi fa grinta dura, quando io alzo gli occhi verso di lei.

È bella a quel dio, la birichina, con quel suo vestito alla marinara, bianco, a risvolte turchine, semplice ed elegante. Elegantissima è la contessa, che sfoggia per questa occasione un abito azzurro sormontato d'una cotta bianca a trafori, e porta con bell'audacia sul capo tutto un verziere, anzi tutto un frutteto. La bellissima signora, ammirata dagli uomini, acclamata dalle amiche, sequestra per sè la signorina Kathleen e il mio amico Filippo, prendendo posto con essi nella prima giardiniera. I tre satelliti, naturalmente, son pronti a ficcarsi nello scompartimento davanti, donde voltandosi, e mettendo i gomiti sulla spalliera, potranno tenerla d'occhio quant'è lunga la strada.

Abbandonato da Filippo, dalla signorina Wilson, e perfino da quello scellerato di Buci, che è saltato in carrozza per accovacciarsi sotto il sedile di lei, vado a smaltire la mia stizza nella seconda giardiniera, dov'è la Berti madre colle figliuole. I ragazzi, sapientissimi, non volendo mangiar polvere, sono andati nella prima, occupando la panca dietro il vetturino, per godersi la strada. Con noi è la signora Wilson madre; con noi la segretaria comunale, che ha lasciato,honoris causa, il posto nell'altra vettura alla sua superiora diretta; con noi il commendator Matteini e Terenzio Spazzòli. Felicissimo uomo! e pare, a vederlo, che quel posto nel secondo carrozzone l'abbia scelto lui. Il divo Terenzio non si scompone mai, non si turba, non si sconcerta di nulla. Se casca, diciamo pure con lui che voleva scendere.

I due tranvai si muovono, e traversano fragorosamente mezzo il paese, oggetto d'invidia ai Corsennati, tutta gente mattiniera che deve accudire alle sue faccende quotidiane. "Come son felici, i signori!" diranno essi in cuor loro, vedendoci passare. E voi niente, o Corsennati? A buon conto, voi non avete da discorrere di economia politica e di scienza di governo col commendator Matteini. Il degno conservatore a riposo l'ha oggi con me; Dio sa quando mi lascia. Certo, ha provato i giorni scorsi con Terenzio Spazzòli, e lo ha trovato indegno di accogliere i tesori della sua molta esperienza.

Il tragitto non si racconta. Per aver qualche cosa che mettesse conto d'esser qui registrata nel mio memoriale, bisognerebbe essere stati là, nell'altro carrozzone, a sentire le belle cose che avrà raccontate il mio dolce amico Filippo, il beniamino, il cucco delle signore. Triste cosa, in una società, essere antichi! I nuovi venuti han tutte le preferenze, tutte le graziette, tutte le moine delle signore. È giusto, infine; e poi, se fan festa al mio Ferri, non debbo esserne felice io, che l'ho presentato?

A Dusiana, dove siamo arrivati alle otto e mezzo, abbiamo veduto un paese come tutti gli altri, e degli abitanti su per giù come quei di Corsenna. Il paese nondimeno è più vasto; tre Corsenne, a dir poco; una gran piazza con dei portici su tre dei suoi lati, il che deve essere stato immaginato per far dire alla gente: e perchè non ne hanno voluto mettere nel quarto? Forse a compenso di questa mancanza di simmetria, ci sono sulla gran piazza di Dusiana due gelsi smisurati, giganti bistorti, pieni di nocchi, di gobbe, di cicatrici, coetanei, credo, dell'introduzione dell'arte della seta in Europa. Mentre si fanno queste ed altre considerazioni archeologiche, la contessa Adriana si è avvicinata a me, per dirmi con quella tal vocina insidiosa:

—Vi abbiamo un po' trascurato, Morelli? Ma non è colpa mia.

—Che dite, signora? Ma era giusto che il nuovo venuto fosse il più festeggiato. Quanto a me, sono riconoscentissimo di tutte le cortesie che si fanno al mio amico Filippo.

—Le merita, sapete, ed anche merita la vostra amicizia così generosa.Egli ha detto lungo il viaggio un gran bene di voi.

—Ah sì? Filippo Ferri ha il difetto di volermi bene.

—Come! è un difetto? Con questo modo di ragionare leverete il coraggio a tutti coloro che fossero per imitarlo.—

Sorrido al complimento, e tanto più volentieri, poichè vedo la cera brusca di Enrico Dal Ciotto, che si era avvicinato allora allora, precedendo di due passi i colleghi satelliti. Quanto a te, caro, ti tengo. "Ah sì?" E strascica pure i tuoi, monosillabi. Alla seconda di cambio, ti voglio; e vedrai che bel giuoco.

Si dovrebbe per intanto vedere questa famosa abbazia di Dusiana, della quale in Corsenna si son raccontate tante maraviglie, di marmi, di capitelli, di colonnini, di lapidi, d'iscrizioni antiche, e via discorrendo. Ma prevale l'idea di far colazione; poichè i frati agostiniani dell'abbazia son tutti morti da un pezzo, e saremmo trattati là dentro come all'osteria della Luna, che chi n'ha ne mangia e chi non n'ha digiuna.

Diamo un'occhiata in giro, e vediamo un'insegna. Il titolo "Albergo della Posta" prometterebbe la prima locanda del paese; ma le piccole finestre e la povera apparenza dello stabile, non ci lasciano sperar bene. Scovo più in là un "Albergo Roma", e chiamo da quella parte le signore. La casa è più bassa e più nuova di fabbrica; dovrebb'essere più pulito l'interno. Mi arrisico dentro, e vedo due sale abbastanza capaci: mobili pochi e lucenti. È il fatto nostro. Il padrone e la padrona, giovani ancora, hanno aria di gente per bene; non avvezze per altro a ricevere tanta gente in un tratto.


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