XIV.

—Il nome della eterna città vuole che diamo la preferenza al suo albergo, padrona; ma non vorrà mica essere eterno il cuoco? Siamo quindici; c'è chi porta appetito e chi fame. C'è modo d'intenderci?—

Questo breve discorso strappa ai due coniugi un risolino di buon augurio.

—Se si contentano…—attacca il padrone.

—Pensando che non siamo in una città…—sottentra a cànone la padrona.

In breve siamo d'accordo; e ci apparecchiano la gran tavola della seconda stanza, le cui finestre non guardano sulla strada, nè bevono il suo polverìo, ma ci aprono la veduta ampia dei monti, d'una valle pittoresca e di un fiume; il quale, a differenza del suo collega di Corsenna, è presente, disteso nel suo letto, ed occupandone una parte notevole. In capo a dieci minuti, che noi abbiamo spesi a guardarci dattorno, tutte le sedie dell'albergo di Roma son collocate intorno alla tavola, o, per dire più esattamente, alle due tavole accostate. Vengono i bicchieri, le bocce dell'acqua, le saliere, le pepaiuole, e molte bottiglie di vino, che alle signore paiono troppe davvero. E vengono i principii, tanto cari a Filippo Ferri, che ammira la bellezza dei sedani strappati freschi freschi nell'orto, le olive, i peperoni, i cetriolini e i capperi sotto l'aceto, ma più un pan di burro che arriva, per far buona compagnia a quattro scatole di lamiera, saviamente munite della loro chiavetta, che girando trarrà via la lista metallica stagnata torno torno, permettendo di scoperchiare quattro ipogèi di sardelle sott'olio. Si attacca allegramente tutto ciò che è in tavola; ogni aggiunta è salutata da un nuovo grido di gioia. Le signore si divertono qui, come facevano nella faggeta del San Donato, e più ancora, perchè si trovano meglio sedute, e meno sparpagliate. Non c'è la possibilità di unlawn-tennis; ma ci vorrà pazienza; non bisognerà chieder troppo alla bontà divina.

I principii tirano in lungo, e non lasciano pensare all'indugio della minestra, che finalmente arriva ed è trovata eccellente. Segue un gran piatto, una catasta, un monte di costolette.Cutlets, signor Buci; queste dovrebbero piacere a voi, più che la pelle degli otto o nove cani di Dusiana, dai quali vi siete fatto conoscere e rispettare. Non so se vi saranno piaciuti egualmente certi funghi rossi sulla gratella, che alle signore parvero una squisitissima cosa; certo ne avete avuto un assaggio, perchè di tutte le pietanze che vennero in tavola una bella mano vi passava sempre mezza la parte sua. Un servito di caciuole delicatissime, con aggiunta di frutte, chiuse il nostro pasto mattutino. Se non fosse stata una colazione, si sarebbe potuta chiamare senz'altro una cena luculliana.

M'incaricai io del conto. Quella brava coppia di sposi furono più che discreti; non ci fecero pagare che due lire a testa. Abbondai per compenso nella mancia. Ma pare che non sia costume di darne, a Dusiana, o che fosse troppo forte la mia; perchè cinque minuti dopo venne il padrone a pregarmi di accettare per la staffa quattro bottiglie di vin buono. Buono, soggiungeva egli, perchè dolce e gentile, che di quello ne potevano ber le signore. E le signore, che avevano bevuto acqua pazza, fecero onore alla cortesia dell'albergatore garbato.

Sarebbe tempo, oramai, di andare a visitar l'abbazia. Per questo eravamo venuti a Dusiana, e non per dimenticarci a tavola. Si prende lingua, e si va: ma guai a lei, se non è stupenda; non siamo disposti a tollerar cose mediocri. Da lontano, l'edifizio si presenta bene, con una fronte severa; un po' brulla, per verità, poco ravvivata da certe feritoie che non riescono a parer finestre: ma infine quello è lo stile longobardico, bisogna striderci; vedremo poi dentro. Ah sì, dentro, si è più fuori che mai; il tetto è crollato, gli archi in pezzi, i fianchi sfondati, tutto un mucchio di pietre e di calcinacci. O le colonnine a fascio? i capitelli lavorati? gli archetti, i peducci, le mensole, i costoloni, i rosoni, di cui si fa sempre un gran parlare per tutto il circondario?… Ah, quelli, a detta di certi contadini che hanno la loro abitazione lì accanto, quelli sono stati levati da un pezzo, chi sa? da cinquant'anni, o da cento, e trasportati e messi in opera nella chiesa parrocchiale di Dusiana. Non tutti, per altro; una buona parte, ch'erano avanzati sul posto, li ha avuti per niente, o quasi niente, un famoso avvocato, che n'ha decorata la sua "Discordia civium, concordia lapidum", voglio dire la sua residenza autunnale. E non c'era altro? lapidi? iscrizioni antiche? un pozzo col suo bel puteale baccellato di marmo bianco, che si attribuisce all'epoca romana, e di cui si dicono maraviglie? Quello? chi sa? forse colle lapidi, e con tanti altri rottami, dall'avvocato. Essi, per altro, i contadini, non potrebbero giurarlo; non sanno niente di certo; son qui da due anni, ed han trovato tutto così. Dunque, buona notte alle lapidi, e buona notte al puteale. Ma il chiostro, almeno? Oh quello c'è; vedano, signori, i pilastri e gli archi del porticato, trasparire dall'intonaco renoso, per tutta la fronte della casa colonica. E sia; ma è un lato solo. E gli altri tre porticati?

—Ah!—grida Filippo.—Son forse quelli che abbiamo veduti sulla piazza di Dusiana. Li avran trasportati là, per ripararsi dalla pioggia, nell'autunno, e dalla neve nell'inverno. Ci vuol pazienza, del resto; le rovine son tutte così; per goderle bene bisogna osservarle di notte, e senza luna.

—Se vogliono vedere i sotterranei…—dice il capo della famiglia.

Le signore rabbrividiscono di piacevol terrore. Son pazze di sotterranei; tanto la fantasia lavora. Si entra in una stanzetta buia; si scende per una scaletta anche più buia; alla prima voltata c'è un fil di luce, che viene da un finestrino di fianco, e lascia vedere là in fondo, tra due corte e tozze colorine d'arenaria, un gran torchio, colla sua madrevite inoperosa sulla gabbia vuota, e tutto intorno il bottame della fattoria, che manda un forte odor di vinacce dell'altr'anno. Giusto cielo! si scappa, senza aver posto il piede sull'ultimo gradino, e si porta il nostro disinganno all'aperto.

E nessuna leggenda? nessun racconto di paure, da rimettere in corpo qualcheduno di quei dolci brividi che la vista di una tinaia aveva fatti cessare? Sì, qualche cosa, stuzzicando, aiutando, grattando il corpo alla cicala, si ottiene. Il vecchio ha inteso a dire d'un tempo che c'erano gli spiriti. Ma poi l'ala del fabbricato donde si sentivano i lamenti era stata atterrata, e gli spiriti, trovandosi all'aperto, col terreno dissodato e posto a vigna, erano scomparsi. Aveva anche sentito dire d'un viaggiatore, che era capitato di sera al convento, e gli avevano dato alloggio per la notte, non essendo a' quei tempi sicure le strade; cosa naturalissima in paese di confine. Il viaggiatore, non potendo chiuder occhio, era uscito dalla foresteria, passeggiando poi corridoi a lume di luna; trovato aperto un uscio che metteva su d'un terrazzo, era andato da quella parte a prendere il fresco; ma di là aveva potuto assistere ad una scena che lo fece sudar freddo e scappare, più contento di cascare in mano ai ladri, che di rimanere al sicuro tra i frati. Figurarsi! nel fondo dell'orto, con gran solennità di processione e di preghiere latine, avevano seppellito vivo un povero fraticello, legato di funi e piangente come una vite tagliata. E perchè lo seppellivano vivo? Perchè aveva fatto la spia, rivelando al governo del duca che i monaci dell'abbazia frodavano la gabella; donde poi ne era venuto un processo, e i frati erano stati cacciati di là. Povera poesia del frate sepolto vivo! La storiella, incominciata così bene, da accapponar la pelle a tutte le nostre signore, finiva male, troppo male, in una question di gabella.

—Ma non è così;—gridai io.—La gabella ducale non c'entra per niente, oppure è molto più tarda. Il fraticello aveva fatto ben altro, da meritare quell'orribile sentenza. Se le signore permettono, la racconterò io, questa patetica istoria, che ricordo benissimo.

—Da bravo, raccontatela;—gridò la contessa Adriana, giubilando e battendo le palme.

—Padre Anacleto era giovane,—cominciai,—troppo giovane, aveva troppo ingegno, troppe fantasie per la testa, e troppo buon sangue nelle vene. Entrato nella vita monastica con pura e fervida fede, non ne aveva trovata altrettanta ne' suoi compagni di clausura. Si biascicavano intorno a lui molte preghiere, a tutte le ore del giorno, ma senza pensarci, senza fermarsi ad intenderne il significato profondo, sonnecchiandoci su a mattutino, a vespro, a compieta, e non vegliando bene che in refettorio. Padre Anacleto si era rifugiato nello studio, nascondendo il suo intimo pensiero, dissimulando la sua nausea. Dotto di patristica, forte di sacra eloquenza, aveva anche veduto che tutta la dottrina era già concentrata nei quattro Evangelii, negli atti e nelle Epistole di san Paolo; nè più altro aveva voluto sapere, nè più d'altro fuoco scaldava le sue prediche. La religione di Cristo era per lui la religione del Verbo, e il Verbo era l'Amore. Ciò era nuovo, e a tutta prima pareva anche bello; la gente accorreva a sentire; mai si era veduta così piena di popolo la chiesa dell'abbazia; e ciò pareva anche buono. Ma presto incominciò a non parer tanto vero. Fratello, gli dicevano i più semplici e i più amorevoli del convento, fratello, temperate il vostro zelo; tanto ardore vi condurrà in perdizione. Ma il padre Anacleto non voleva sentir ragioni di quella fatta, infervorato com'era dal fuoco divino. Il popolo incominciava a venerarlo come un santo; gli uomini s'inchinavano, per baciare i lembi della sua tonaca; le donne dicevano che era l'arcangelo Gabriele, tanto somigliava al benedetto messaggero celeste. Padre Anacleto non s'invaniva già di quel culto ingenuo, che ben sapeva non rivolto a sè, ma al Dio che egli serviva, di cui dispensava la dolce parola alle turbe. La potenza dell'ingegno si rinvigoriva nella semplicità del suo cuore, traendo tutte le logiche conseguenze dalla formola intravveduta nell'anima sua: Dio è il Verbo, e il Verbo è l'Amore. Dunque, diceva egli, siate fratelli in Dio, e portate lietamente la sua croce; ognuno di voi voglia la sua parte del peso, e questo vi parrà soavissimo; amandovi tra voi, non vivendo che d'amore, il regno di Dio scenderà sulla terra.

—Parlava bene, povero frate!—esclamò la contessa.

—Sì, ma sapeva un pochettino di eretico;—ripigliai.—Per consenso dei dottori, il regno di Dio non può scendere in terra, che agli ultimi giorni. Del resto, il regno di Dio non è di questo mondo, non essendo questo mondo che il luogo di prova; nè si potrebbe mai confondere la Gerusalemme celeste con la Gerusalemme terrestre. Dunque il padre Anacleto era caduto nell'eresia, per eccesso di ardore. Lo tolleravano ancora, ma esortandolo a temperarsi, pregandolo di meditar meglio la vera dottrina dei libri, raccomandandogli di flagellarsi a sangue, per cacciar via quell'orgoglio, certamente soffiato dal maligno nel suo intelletto, per non lasciargli vedere il serpe appiattato tra i fiori della sua eloquenza. Ed egli si flagellava; ma più si flagellava, più sentiva che il Verbo è l'Amore. È anche l'Intelligenza, il Verbo, poichè il Verbo è Dio; ma l'intelligenza, se mai, non abitava più nel convento di Dusiana. E non pensò egli forse ad alta voce qualche cosa di simile, quando gli scappò detto dal pergamo ai fedeli, che diffidassero dei lupi rapaci in veste di pastori? quando soggiunse, non bastandogli quel poco, che taluni i quali ostentavano umiltà, dottrina e santità, erano sentine di vizi, pozzi d'iniquità, armamentarii di frode? Si cominciò a sussurrare di un attacco che padre Anacleto avesse voluto muovere al priore. Lo scandalo era grave; bisognava punirlo, e punirlo soffocandolo. Si fece un processo, nella clausura del chiostro. Il reo, più infervorato che mai, non volle disdir le sue massime fondamentali, che troppo somigliavano a quelle ond'erano venuti tanti scismi pericolosi alla Chiesa militante. Sarebbe dunque scaturito un nuovo Ario, un altro Eutiche, un altro Donato, un altro Socino, e dall'abbazia di Dusiana? Ah no, per sant'Agostino! Disdicesse il reo le sue massime, facesse ammenda di tutto. E lui, peggio che mai. Non voleva neanche sentir parlare di coperti attacchi al priore, a nessuno dei suoi superiori o compagni. Parlava la parola di Dio; si rallegrassero i sani, rimediassero alle lor piaghe gì'infermi. Guardavano essi alla terra, ed egli aveva gli occhi fissati nel cielo.—

Mi sentivo la gola asciutta; non ne potevo più, e avrei bevuto volentieri un bicchier d'acqua. Ma il mio uditorio era troppo attento, aspettando la mie; non volli guastarmi l'effetto, e pigliai la rincorsa.

—Ma allora, vedendo tanta pervicacia nell'errore, e il reo farsi accusatore sotto quella ipocrita forma, scattarono le rivolte del consesso giudicante, e vennero le rappresaglie feroci. Lui con gli occhi al cielo, lui! Non aveva ragionato più a lungo del bisogno, sulla pubblica via, con le Maddalene del vicinato? Non lo avevano veduto al pozzo intrattenersi con le donne di Samaria? Sì, era la verità; ma per parlare di Dio ad anime assetate di rugiade celesti, ma per ricondurre le povere anime al culto della virtù, come aveva fatto santamente il Figlio dell'Uomo. E la fanciulla invasata di tanta passione per lui, da seguitarlo per via, da far giornate intiere di cammino a piedi, per andarlo a sentire quando predicava nei paesi vicini? Era impazzita, la poveretta, e avevano dovuto esorcizzarla. Non aveva egli gettato un fascino su lei? Un fascino! povero padre Anacleto! Ci divenne furioso, e parve ossesso egli medesimo, in quel punto fatale. Certamente il demonio era penetrato in lui, per la via dell'orgoglio, ed oramai spadroneggiava in quella povera testa, che si era creduta così forte. E poichè perfidiava nel non voler riconoscere la impossibilità di vedere in terra la Gerusalemme celeste, poichè si ostinava a sostenere che la religione non fosse altro che un misterio d'amore tra Dio e la sua creatura, e peggio, delle creature tra loro, il padre Anacleto fu condannato alla massima pena, all'unica che togliesse per sempre lo scandalo, soffocandolo nell'in pace. Era necessario. Non si arrogava egli perfino la personalità divina? non lo avevano sentito dire una volta, nel fervore delle sue improvvisazioni: Ecco, io sono la verità e la via?—

Qui poi avevo finito, e mi fermai per sentirne l'effetto. Le ascoltatrici erano commosse; ma più di loro il vecchio contadino.

—Lei la sa meglio di me, la storia del fraticello;—diss'egli nella sua grande semplicità, sotto cui forse s'appiattava un po' d'ironia.—Peccato che io non saprò raccontarla così, agli altri signori che verranno.—

Risero le mie ascoltatrici, risero i miei ascoltatori; fu una risata generale, che mi guastò tutto l'effetto della patetica storia. Io non guardai le signore, che avevano il diritto di ridere; non guardai quelli tra gli uomini a cui lo concedevo di buon grado; mi volsi in quella vece a squadrare i miei tre satelliti, e primo il signor Enrico Dal Ciotto. Quello era serio e composto; si capiva che non aveva riso, perchè non aveva potuto ridere, tanto era rimasto seccato dalla mia parlantina. Ma poichè egli aveva le labbra chiuse, dovetti pure contentarmi. Rideva in sua vece il Cerinelli; oh, come rideva di gusto! Approfittai della ilarità generale, e avendo l'aria di sottrarmi alla gloria del trionfo, andai diritto sul Cerinelli, per dirgli a mezza voce, ma con piglio risoluto:

—Di che cosa ride, Lei?

—Del contadino, che è così buffo. La sua storia mi è piaciuta moltissimo, signor Morelli. Non si poteva con più garbo….—

Lo lasciai solo a finir la sua frase. Ero cascato male; proprio sul più debole dei tre. Ma non è stata colpa mia, se quello era il più vicino ad Enrico Dal Ciotto, e se per il secondo mi è venuto sott'occhio. Per lui, frattanto, ho perduta l'occasione di guardar la faccia del Martorana.

La contessa Quarneri volle rimetterci tutti in carreggiata, facendomi le sue congratulazioni.

—Sapete ora,—soggiunse, dopo avermi lodato,—che cosa vogliamo da voi, Morelli?

—Comandate, signora.

—Un'ode,—ripigliò,—un'ode sul povero fraticello. Sì, dico, un componimento poetico a vostra scelta. Mi pare che il soggetto si presti.—

Le signorine Berti si associano, ed anche le mamme, colla sindachessa e la segretaria comunale. Unica, la signorina Kathleen sta zitta. Galatea è classica, non c'è che dire, e non ama queste romanticherie.

Ci siamo messi in moto, per ritornare al paese. Io trovo il modo d'avvicinarmi a lei, che non mi vede, chinata com'è a coglier ramoscelli di menta lungo la proda di un campo.

—Dunque,—le dico,—scriverò i versi sul frate?—

Si volta, mi guarda, abbassa gli occhi e risponde:

—Faranno piacere ad Adriana; li scriva pure.

—Non scriverò niente, allora;—ribatto io, punto sul vivo.

—As you like it;—dice ella di rimando.

—Che significa ciò?

—Come vi piace; è il titolo di una commedia di Shakespeare. Ha già disimparato l'inglese?—

Mi dice queste cose con un tono che mi leva la voglia di proseguire la conversazione. Ho un diavolo per occhio, e sto per assestare una pedata a Buci, che viene a strisciarmi contro una gamba. Debbo calmarmi, tuttavia, perchè le Berti son vicine e mi chiamano. Si rientra indi a poco nell'abitato di Dusiana, e si delibera sull'ora del ritorno. Ma qui il commendator Matteini ha un'idea luminosa, e la sottopone ai lumi della luminosa contessa. Si è stati così bene per la colazione all'Albergo di Roma, che in verità si potrebbe rimanere a pranzo, e in Corsenna non si ritornerebbe che per l'ora dell'arlecchino. Piace l'idea, e si comunica all'albergatore, che la trova degna di noi. E mentre egli si metterà in quattro per servirci, desideroso di farci anche assaggiare le trote del fiume, noi andiamo a visitar la chiesa parrocchiale, l'oratorio e tutte le antichità del luogo, non perdonando nemmeno ad una di quelle croci di Baldassarre, che si vedono piantate lungo la via maestra in tanti paesi campestri, con tutti gli emblemi della Passione, e che prendono il nome dal povero vagabondo, fattosi, un cinquanta o sessanta anni fa, impresario di simili devozioni per le terre d'Italia. Avanzandoci ancora del tempo, si gira Dusiana per tutti i versi; i tre porticati della piazza ci trattengono un'ora buona, mentre le signore entrano qua e là nelle botteghe, spogliando le vetrine di cento cose inutili, rimaste invendute dall'ultima fiera. Finalmente è l'ora del pranzo, e si va a fargli onore, onorati anche noi alle frutta da un concerto musicale, venuto a rallegrarci delle sue "scelte armonie" davanti all'ingresso dell'albergo. Le signore sono piacevolmente commosse da questa delicata attenzione; vogliono far entrare i musicanti, per offrir loro il bicchiere della riconoscenza, e dànno l'incarico a me di fare il complimento. Me la cavo alla meno peggio, conchiudendo in questa forma:

—Sapevamo, o signori, che Dusiana era una nobilissima terra, abitata da un popolo civile, intelligente al sommo, forte per industrie, fiorente per arti gentili. Ma in verità ignoravamo che il suo concerto musicale fosse di tal forza, come noi l'abbiamo potuto sentire poc'anzi. Porteremo, o signori, un'eco fedele delle vostre glorie a Corsenna. Così potessimo sperare che voleste voi portarci il concorso della vostra valentia, nella occasione di una accademia di beneficenza, che stiamo preparando colà.—

Anche la mia idea piace, è accettata dal maestro capobanda, e acclamata da tutti. Da tutti? mi spiego; anche qui mi è mancata l'approvazione di Galatea, o, se pure l'approvazione c'era, non mi è stata manifestata nelle forme convenienti.

—Ma che cosa ne sa Lei, dell'accademia?—mi chiese ella poco dopo, con la sua aria scontrosa.

—So tutto io, signorina; il mio angelo mi dice tutto;—risposi.

—La contessa l'ha informato.

—Prima di tutto, la contessa non è il mio angelo; in secondo luogo non so niente da lei.—

Le ho resa la botta dell'inglese, ed ella ne è rimasta un po' sconcertata. Ma non più; si parte finalmente. La contessa mi vuole nella sua giardiniera, forse in premio della storia del frate e dell'invito al concerto musicale di Dusiana. Galatea, ch'era già salita con lei, non ha più modo di andarsene. Quanto a me, non accetterei; ma ci ho qui i miei tre noiosi; voglio averli sotto mano e patullarmeli anch'io, se mi riesce. Filippo, per non destar gelosie, va nell'altra giardiniera colle Berti. La contessa Adriana, in verità, ci ha perduto molto nel cambio. Son nervoso, irrequieto, fastidioso, pronto all'attacco, più pronto alla risposta, non lascio passar niente a nessuno; e mi sopportano tutti, perfino il Dal Ciotto, che due volte minacciato ricusa il ferro e dà indietro. La contessa, con ammirabile pazienza condita di grazia, mette pace da per tutto. Ah che giornata! che giornata d'alti e bassi, come tutte le giornate della misera vita! Ma per tutti gli Dei infernali, io non sono mai stato così poco contento di me, come quest'oggi.

—Ricapitoliamo;—ho detto a Filippo, quando finalmente ci siamo trovati soli al Giardinetto.

—Ricapitoliamo;—m'ha egli risposto.—Quanto a me, ti confesserò che ho passato una buona giornata, lasciandomi vezzeggiare e osservando la mia gente. Mi sono trovato bene, come un pesce nell'acqua.

—Ed io come un pesce nell'olio.

—Friggendo, non è vero? Ti ho ben visto qualche volta. E non hai avuto occasioni di rompere con nessuno?

—Le ho cercate, ma ho fatto fiasco. Ho detto a Enrico Dal Ciotto che si chiamano decadenti in arte solamente quelli che non sanno star ritti; ed egli non è andato in collera. Gli ho detto che le cravatte larghe le portano i petti stretti e mal formati….

—E lui?

—Mi ha risposto ch'era in tutto e per tutto della mia opinione.

—Ah! quello è il più duro dei tre. E gli altri?

—Ho domandato al Cerinelli perchè ridesse; e mi ha risposto: per la semplicità del contadino; ma Lei, come ha parlato bene, Lei!

—Di bene in meglio. E il terzo?

—Non gli ho detto niente, mi sono disanimato.

—Tasta ancora quell'altro. È forse l'incaricato, il sorteggiato della combriccola. Quantunque, noi forse facciamo loro un onore che non meritano, immaginando che abbiano delle idee di battaglia.

—Oh, per questo, non ne dubitare, le avrebbero. Ma io incomincio a temere che la contessa Adriana li abbia catechizzati, minacciandoli di ritirar loro la sua grazia, se mai si arrischiassero a leticare con me.

—Lo saprò;—disse Filippo.

—Tu?

—Io, sì; sono invitato per domattina al Roccolo.

—Ah, bene; e ci andrai sulle dieci, m'immagino.

—Sì, se pure vorrai darmene licenza.

—Io? figurati! Sai bene quel che ti ho detto. E, a parlarti sinceramente, andando tu, mi liberi da un falso obbligo.

—Che cos'è un falso obbligo?

—Il dubbio sciocco di credersi necessario, il timore vanitoso che la tua mancanza sia notata e faccia dispiacere alla gente. Per questo dubbio, e per questo timore, quante volte si va dove non si vorrebbe andare! quante cose si fanno, che non si vorrebbero fare! Da bravo, dunque, vai tu.—

Il prologo… e l'epilogo.

18 agosto 18…

Questa mattina il mio dolce Filippo è uscito di casa alle nove; avviato al Roccolo, si capisce, dond'è ritornato sul mezzodì, mentre io finivo di buttar giù il racconto della gran giornata di ieri.

—Tre ore di conferenza! Mi congratulo;—gli dissi.

—No, sai; mezz'ora per andare, con tutto il comodo mio, e mezz'ora per ritornare; son dunque state a mala pena due ore. La contessa avrebbe voluto trattenermi a colazione; ma io mi sono scusato, essendo in balìa del mio ospite ed amico. Per una prima visita ho voluto esser breve; mi rifarò un'altra volta; sempre che,—soggiunse maliziosamente Filippo,—non ti dispiaccia la cosa.

—Ma no, ma no; quante volte l'ho a dire, che non mi dispiace, che anzi mi fa un piacer matto?

—Del resto,—rispose Filippo,—la tua dama è sciocca, quasi tanto sciocca quanto è bella. Mi ha parlato d'armi a tutto pasto; non sapeva, non voleva parlarmi che d'armi. Io tentavo di fare qualche scorreria nel campo letterario, che non è veramente il mio forte; ma lei, non dubitare, mi levò sempre l'incomodo, ritornando alle armi.

—Avrà voluto tastarti.

—Che! Lo Spazzòli, se mai, le ha fatto ben capire che sono un ammazza sette e uno stroppia quattordici. Avrà creduto piuttosto di farmi piacere, mostrando di trovar gusto nelle mie occupazioni favorite.

—Come ha fatto con me, parlandomi sempre di versi.

—Sicuramente. Quella donna, caro mio, è come gli specchi, non sa che riflettere le immagini a cui si trova di rimpetto. Perciò mi ha detto di non aver simpatia che per gli uomini animosi, per gli uomini valorosi, pieni d'onore e di cavalleria; mi capisci? Tutte queste belle cose erano là, rappresentate, incarnate nel tuo umilissimo servo. Ah, che burlette! E bisogna aver l'aria di prenderle per buona moneta. Mi ha domandato poi se mi sono mai battuto per una donna; ed io penso di averla un po' mortificata, dicendole troppo presto di no. Chi sa? forse l'avrò consolata, soggiungendo che non mi si era ancor presentata l'occasione. La donna che amerò è certamente nata; guai a lei se aspettasse ancora a nascere, perchè vorrebbe ritrovarmi già troppo stagionato; ma il fatto sta ed è che io non ho avuto occasione di far niente in onor suo. Qui, come ti puoi immaginare, un'occhiata fosforescente, oh molto fosforescente. Che cosa vorrà dire? Lo domanderò questa sera alle lucciole, che di queste cose se ne dovrebbero intendere. Che bel tipo, la tua contessa! Hai ragione a non esserti invaghito di lei; come hai torto, lasciatelo dire, a non invaghirti dell'inglesina.

—Perchè?

—Perchè quella è una fanciulla d'oro.—Con la sua parte di lega, vorrei rispondere; ma tengo prudentemente la restrizione per me.

—Caro mio,—gli rispondo in quella vece, io temo d'essere un po' —stravagante e disadatto agli amori. Ricordi quello che disse la —bella veneziana a Gian Giacomo Rousseau: "Zaneto, lassa star le done —e studia le matematiche." Ed io medito il buon consiglio, senza che —nessuna me l'abbia dato. Sai a che penso io? A scrivere il mio buon —poema, che le sciocche gelosie dei tre satelliti mi hanno in mal —punto interrotto.

—Facendo venir me a frastornarti dell'altro, non è vero?—soggiunseFilippo.

—Che dici? Posso ben lavorar di mattina, e far molto; specie se tu hai sempre l'uso di covare il letto.

—Quando si può, non si deve pretermettere questo piacevole e saluberrimo uffizio. Alzarsi a bruzzico per lavorare, quando non ce n'è bisogno, che idea! Peggio ancora, quando nessuno ce lo comanda, quando nessuno aspetta i frutti del nostro lavoro. I posteri, mi dirai. Ma io ti dirò che cosa faranno i posteri del tuo poema. Parlo dei posteri di buon gusto, s'intende, e ricchi abbastanza per farti onore. Ti faranno rilegare in pelle, con bei fregi d'oro; ed intonso, mi capisci? intonso. Un libro intonso ha più pregio d'un libro colle carte smarginate. Anche i pizzicagnoli, sai, li preferiscono intatti. Ah, mio caro Rinaldo, dai retta, vivi e gusta tutto il prezzo inestimabile della vita. Le tue vigilie, le tue clausure, non profittando a nessuno, tolgono molta parte di gioia anche a te. La gloria, risponderai. Ma che cos'è la gloria? Ne ho domandato ad un uomo di grande ingegno, e mi ha detto sorridendo: la gloria è il diritto, acquistato un po' caramente, di sentirsi legger la vita tutti i giorni che fa Dio, cucinare a tutte le salse, negare la fantasia, l'arte, l'intelligenza, il criterio, il senso comune, oggi a benefizio d'uno, domani a benefizio di un altro, e così via, fino a tanto che non venga un gran postero, armato d'una falce lunga lunga, e ziffe, faccia di tutti un monte di fieno, per dar nervi e polpe ad un'altra generazione d'animali.

—Sì, tutto come vorrai;—risposi un po' offeso, ma non sapendo lì per lì che cosa ribattergli.—Ed hai poi saputo niente di ciò che importava? Li ha catechizzati lei, i suoi tre cari satelliti?

—Non me lo ha confessato, ma l'ho potuto intendere egualmente. Parlando di te, dicendo che sei molto gentile, non ha taciuto il tuo difetto, nobilissimo difetto, di pigliar fuoco per nulla… come lei, del resto, come lei. Passando ai tre satelliti, ne ha detto anche bene; poveracci, tanto gentili, attenti, divoti e pronti ad ogni cenno, ad ogni desiderio; ma ancora un po' gelosi, come tutti i vecchi servitori, e poco benevoli, ad ogni nuovo venuto; ma non sgarbati, finalmente, che questo ella non sarebbe donna da tollerarlo; solo un tantino, un tantino… come dire? Aspretti, suggerii, parendomi che non dovesse spiacere. Infatti, un sapore aspretto non esclude bontà di frutto, nè di bevanda; e c'è l'amaro delle cento erbe, che fa bene allo stomaco. Ci siamo accordati così, voltando la cosa in burletta e passando. Ma io m'avvedo di esser capitato a tempo; perchè la contessa non riescirà mica a trattenerli sempre, i suoi cani, specie se tu sarai sempre aggressivo come ieri.

—Me ne compiaccio, e farò peggio ancora.

—Non dico di no. Ma bisognerà agguerrirsi, prepararsi di tutte armi all'impresa. Hai sempre sicuro il tuo colpo a venticinque passi?

—Lo credo.

—Mettiti in esercizio, Rinaldo. Ed anche d'armi bianche, per non far torto a nessuna.—

Oggi stesso ho fatto piantare in fondo al giardino un'asse di quercia, sulla quale Filippo ha disegnato a grossi contorni di carbone un uomo di giusta statura, veduto in tre quarti. Nel torace del nostro uomo abbiamo segnato tre cerchi concentrici, ed uno, tanto per variare il bersaglio, nel mezzo della testa. Filippo ha messo fuori le pistole, con una diecina di cariche, ed io l'ho tutto consolato facendogli quattro centri nella testa e cinque nel costato dell'avversario di legno. Un colpo solo dei dieci aveva sgarrato di due linee, rompendo sempre il mostaccio poco raffaellesco che mi aveva disegnato Filippo.

La pistola andava a quel dio. Si venne alla spada. Ma qui Filippo è troppo più forte di me; non riesco a dargli che due bottonate, contro dieci che ne tocco da lui.

—Va bene, va bene ad ogni modo;—mi dice egli, soddisfatto abbastanza dei fatti miei.—Hai bisogno di scioglierti il pugno. Perciò, caro mio, meno lavoro di penna, e lascia dormire il poema.—

Tra questi passatempi arriva l'ora del desinare. E dopo desinare, tanto per affrettare la digestione, quattro assalti di sciabola, con rispettive ammaccature. Qui sono più fortunato; lo tocco cinque volte, contro sei che ne consegna a me; ed ho anche la fortuna d'essere stato il primo a toccare, cosa che non m'era avvenuta alla spada. Ne son felicissimo; e con la furia che metto sempre in tutte le cose mie, decido di non fare più altro, mattina e sera, che scherma ed esercizio di pistola. Filippo non desidera altro; è nel suo elemento. Molle di sudore, mi rasciugo, come Carlomagno dopo le sue cacce d'Aquisgrana; depongo l'umida maglia, ne indosso un'altra, e tutto il rimanente, per andare con Filippo al sorbetto serale. Un po' tardi, però, troppo più tardi del solito; e la cosa è notata dalle signore, con accento di cortese rimprovero.

—Il mio ospite fa versi;—risponde Filippo;—ed io gli faccio la corte, leggendoli.

—Ma non tutto il santo giorno;—osserva il commendator Malteini.—Quest'oggi, passando davanti al Giardinetto, ho sentito spari su spari; tanto che a tutta prima ho pensato ad una infrazione dei regolamenti, non essendo ancora aperta la caccia.

—Io avrei il patentino, se mai;—rispose Filippo.—Ma nel fatto, non si cacciava; ero io, che, non avendo un poema da scrivere, facevo i miei quattro colpi quotidiani al bersaglio.

—Un bell'esercizio!—disse la signorina Wilson.—Mi piacerebbe tanto!

—Anche Lei, signorina, se crede, potrà contentare il suo desiderio molto facilmente. Le porterò uno dei miei Flobert.

—Grazie! se la mamma lo permette….

—Per farti poi del male, bambina?…

—Oh, non c'è pericolo, signora, e la sua figliuola può esercitarsi benissimo. La carica del Flobert è così minuscola, che non c'è nessun timore di veder scoppiare la canna. Del resto,—soggiunse Filippo,—non si potrebbe far meglio? Ci abbiamo l'accademia per l'Asilo da allestire. Che cosa direbbero questi signori d'una gara di pistola? Si potrebbe anche improvvisare una fiera di beneficenza.

—Sì, sì, una fiera; che bellezza!—gridarono le signorine Berti.—E tutte le signore ai banchi; che ne dice, contessa?

—Credo bene che si ricaverebbe più denaro, che non dai biglietti d'ingresso al concerto;—rispose la contessa Adriana.—Per me, ci sto volentieri.—

L'idea, così naturalmente nata da una indiscrezione del commendator Matteini, ottenne tutti i voti, parendo quella di tutti. Concerto vocale e istrumentale, fiera di beneficenza, gara di pistola; perchè non anche un'accademia di scherma? La giunta veniva da sè; ma parve che la cavasse dalle profondità inesplorate della sua mente il divo Terenzio Spazzòli, che, dopo averla proposta, si offerse per mandare a prendere gli arnesi occorrenti.

—Se permette, ci penso io;—disse Filippo;—tanto, non ho niente da fare. Sciabole, guantoni; maschere; ci sarà tutto. Così, negli intermezzi del concerto, si potrà fare qualche assalto. Che cosa ne dice, signor Dal Ciotto? Le garba?

—Sì, molto;—rispose quell'altro, lasciando cader le parole dall'alto, come un uomo annoiato.—Quantunque, preferirei la spada. È arma più elegante.

—Ha ragione; ma non bisogna rinunziare alla varietà, nè all'idea di contentare tutti i gusti. Ci saranno anche i fioretti. Anzi, se mi gradisce, mi offro fin d'ora a Lei per il primo assalto.—

Enrico Dal Ciotto fece un gesto cerimonioso d'assenso.

—Benissimo!—esclamò la contessa Adriana.—Tutti dunque a lavoro. E voi Morelli?

—Un povero poeta, signora…. Che cosa potrebbe far egli?

—Il prologo del concerto, non vi pare! Un prologo in versi; è cosa da poeti, per l'appunto. Vi sentite?

—Ubbidirò; ma chi vorrà recitarlo?

—Le signorine Berti mi paiono già destinate ad ordinare la fiera. La signorina Wilson, che non ha ancora aperto bocca, potrebbe incaricarsene lei.

—Bene, sì, Kitty!—gridano le Berti.—Lo recita Kitty.

—No,—risponde la signorina Wilson,—non mi sento da tanto. Perchè non puoi recitarlo tu, Adriana?

—Se non vuoi tu, se altre non vogliono, dovrò bene adattarmi a recitarlo io;—conchiuse la contessa.—Purchè il signor Morelli non mi faccia dei versi troppo difficili, come usano ora! Ho poca ritenitiva, e in quello che non capisco mi ci confondo troppo. Ancora, vorrei che i versi fossero rimati a due a due, per aiutar meglio la memoria.

—Sarà fatto come volete, e come avete il diritto di volere, poichè vi piace di recitare una mia composizione, che sarà, al solito, una birbonata.—

L'allusione va al mio Aristarco, che non batte palpebra, ma è verde dalla rabbia. Oh povero Dal Ciotto! e perchè non gliel han detto a lui, di scrivere il prologo? Ne avremmo sentite delle belline.

Egli, del resto, si è quasi scelta da sè la sua parte, tra gli uomini d'arme, e non bisognerebbe incomodarlo per altri uffizi. I suoi due compagni di satellizio hanno accettato di aiutare le signorine Berti nella invenzione dei premii umoristici, per la inevitabile lotteria che accompagna le fiere di beneficenza; ed anzi ne è la chiave di volta, dove scarseggiano le venditrici lusinghiere, onnipotenti, e le borse disposte a lasciarsi taglieggiare. Il commendator Matteini s'incarica di scrivere i numeri nei polizzini da estrarre. Quanto alle carabattole da mettere in vendita, ne promettono tutti la parte loro; e certamente vuol essere una ricca mèsse di novità, di archilèi, di gingilli, di cianciafruscole, di balocchi, di piccole utilità ed anche di inutilità, per le quali si spoglieranno tutte le botteghe dei paesi vicini, incominciando da Dusiana. Il concerto, per la parte istrumentale, avrà il sostegno della banda che ho scritturata io, con tanta prontezza, levata a cielo dalle signore: ma ci saranno anche i tre mandolini delle Berti. Non sapevo ancora di questa dote musicale delle signorine; ma già, qual è oramai la casa signorile dove non trionfi il mandolino, accanto al pianoforte? E con accompagnamento di due mandolini, la maggiore delle Berti, deposto per un istante il suo, canterà due canzoncine spagnuole; magari quattro, se ad ognuna delle prime ci sarà la richiesta delbis.

Abbiamo dunque già imbastito e messo in carta ogni cosa. Ci potranno essere delle varianti, delle aggiunte, delle sostituzioni, ma nel complesso ci troviamo ormeggiati. Manca il luogo adatto per il triplice trattenimento, e a me sovviene la filanda, chiusa da parecchi anni, che si potrebbe ottenere assai facilmente, in grazia del santissimo fine. Andiamo per intanto a visitarla: nella morente luce del crepuscolo vediamo quanto basta per collocare coll'immaginazione trecento persone entro la gran sala squallida, che si potrà rinfrescare d'una man di bianco e ornare alla meglio con frasche di castagno e coi quadri dell'Asilo. La fiera si potrà mettere, per maggior comodità dei Corsennati, sotto gli archi del porticato; il tiro di pistola, in fondo al cortile. Tutto bene, adunque, anziall right, come ho detto stasera, chiudendo i lavori della seduta preliminare. La signorina Wilson non potrà dire che sto disimparando l'inglese.

—Hai sentito?—mi bisbiglia Filippo, mentre siamo in cammino per ritornarcene al Giardinetto.—La spada è arma più elegante. Caro! te la darò io, l'eleganza! Ma come c'è cascato bene! come ci son cascati tutti! E bisogna darne merito al commendator Matteini, con quella sua scoperta degli spari, che a te, m'immagino, sarà parsa a tutta prima un'indiscrezione pericolosa. Avremo dunque tiro di pistola, assalti di sciabola, assalti di spada, e senza lasciar credere che la proposta venisse da noi. Vedrò dunque la spada di questo Dal Ciotto. Ma anche tu, bello mio, da domattina, devi lavorar bene a rifarti la mano. Ci hai otto giorni per esercitarti; e tanto faremo, che conteranno per sedici, magari per trentadue.—

25 agosto 18…

Ed anche per sessantaquattro; tanto si è battagliato, dalla mattina alla sera. Mio povero e caroDon Juan, non ti ho più aggiunto un verso, non ti ho più consacrato un pensiero. Ma già, vedi bene che non ho avuto neanche il tempo di scrivere una riga nel mio memoriale. Pure, dei versi, ne ho fatti. Ma quelli, come dispensarmi dal farli? Avrei voluto veder te, cavaliere garbato, quantunque briccone, se Donna Elvira o Donna Sol ti avesse ipotecato per iscriverle il prologo d'una accademia di beneficenza. Sarebbero stati versi diligentemente torniti, non è vero? versi sonanti, galoppanti a coppie, versi d'arte mayor, colla speranza di averne il premio, di dare il millesimo e quarto nome alla lista spagnuola del tuo servitore Leporello. Io ho scritto per niente, vedi; non avrei presa la penna, se ci fosse stata l'illusione del premio. Ma già, io sono un cavaliere indegno di te; fors'anche indegno di cantar le tue gesta, a quei carissimi posteri che danno tanto sui nervi a Filippo.

Questo prologo è stato il lavoro di una mattinata, e temo che sarà una birbonata senz'altro. Ma non potevo neanche tenermi troppo alto, lavorar di fine, che avrei dato nel difficile; e il difficile alla contessa Adriana non piace. Così è stata contenta; contenta lei, dovrebbero dichiararsi contenti anche gli altri. E poi, subito ai ferri. Tutti i giorni, dopo aver battagliato quattr'ore del mattino, prima di battagliare altre quattr'ore del pomeriggio, alternando la sciabola colla spada, e tutt'e due colla pistola, me ne vado pedinando fino al Roccolo. È necessario, poichè devo imbeccare il prologo alla mia recitante novellina. Curiosa declamatrice! e come mi fa disperare! Quando parla, è naturale; quando recita, mi piglia un tuono e una cantilena da disgradarne un canonico in coro. Ci ha pure la voce nasale, che Iddio ci perdoni a tutti. Se almeno si contentasse di cantare! È il difetto naturale dei martelliani; il metro a cui ho dovuto attenermi, essendo il martelliano il verso dei prologhi. Perchè, poi? Forse perchè il martelliano, dal Goldoni e dal Chiari in giù, pare che si accompagni meglio colla cipria; ed è carità incipriata quella che fanno le nostre signore nei loro concerti, accademie, fiere e lotterie di beneficenza. "È carità fiorita" non se ne dubita nemmeno "che rallegrando il cuore santifica la vita". E i bambini cari? Oh, ci ho messi anche quelli, mi ci sono dilungato "sulle bionde testine, speranze di Corsenna; gran terra, le cui lodi si lascian nella penna; notando solamente, per non parervi senza la virtù così rara della riconoscenza, che non abbiam ricordo d'un angolo di mondo così verde e tranquillo, così caro e giocondo". Ah sì, giocondo davvero! e caro, poi, caro come i miei martelliani.

Quest'oggi, salito al Roccolo per la penultima prova, gran novità; ci ho trovata la signorina Wilson. Ha aperte le labbra e socchiusi gli occhi ad un risolino malizioso; poi mi è diventata di sasso. Pure, vedendo lei, avevo detto subito alla padrona di casa:

—Ah, bene; sono felice che sia qui la signorina Kathleen.—

Ella non ignora che preferisco il nome di Kathleen a quello di Kitty.Ma neanche questo è bastato a rabbonirla.

—Perchè?—mi domandava frattanto la contessa Adriana.

—Perchè recitando il prologo avrete oggi per la prima volta l'idea di trovarvi davanti al gentile uditorio. Finora non avete avuto da recitare che davanti al maestro; chiamiamolo pure così.—

La contessa Adriana non badò più che tanto alla mia sottile trovata. Badandoci un poco, avrebbe potuto rispondermi: "Vi è venuta ora, l'idea? Non siete voi, signor Morelli degnissimo, voi per l'appunto, che non avete voluto nessuno alle prove? neanche i miei poveri satelliti, che per il vostro capriccio hanno dovuto cangiar l'orario della prima visita? E ce n'è voluto, sapete, a persuaderli, tanto erano pieni di stizza!" Così avrebbe potuto rispondermi, la signora del prologo. Ma ecco che cosa avrei potuto replicarle io, e con un gusto matto:

—Quei vostri satelliti io non li posso patire. E non già perché vi fanno la corte, badate, ma perché mi dan noia. Non verrei da voi, signora mia gentilissima, se non fosse la speranza di farne uscire qualcheduno dai gangheri. Non voglio che nessuno s'immagini di potermi metter paura, capite? Per ciò che riguarda voi e la vostra bellezza, quanto più ci penso, tanto più mi avvedo di amar Galatea. Sicuro, Galatea; non sapete chi è Galatea? Una gran birichina, che m'ha scagliato un pomo, e poi è fuggita.Et fugit ad salices.E mi fugge, insieme con lei, anche quel malandrino di Buci; l'ingrato, ch'ella si tira sempre sull'orma. Dove vanno, ora? Non so; non riesco a indovinarlo; certo, non vanno all'Acqua Ascosa, dove son ritornato tante volte, senza aver mai la fortuna di combinarli, dopo quella gita fatale con voi e dopo il mio stratagemma molto innocente e punto necessario. Ah, signora, se sapeste come mi avete dato noia con quell'incontro casuale al mulino, dove io passavo col mio Teocrito in tasca, e pensando a voi come al gran Cane dei Tartari! Quella passeggiata fu l'origine di tutte le mie disgrazie. Faccio l'uomo, m'irrigidisco sotto la maschera, sto sulla mia; ma non sono contento di me, com'è vero Dio, non sono contento di me. Passar io per un vostro adoratore! Ma fossi matto! Con tutta la vostra bellezza, consacro il vostro capo agli Dei infernali. Il punto d'onore mi trattenne accanto a voi, il maledetto punto d'onore; ed ora anche il prologo, che bisogna imbeccarvi con tanta fatica, avendo le orecchie intronate dalle vostre cantilene corali, dalle vostre inflessioni nasali. Maledettissimo prologo, che la signorina Galatea non ha voluto recitare!—

Mi avrebbe lasciato giungere fin qua, la signora contessa? Credo di no. Se mi avesse lasciato parlare così, le avrei detto ancora:

—Perchè (vedete, signora?) voi siete stata la pietra di paragone. Proprio di questi giorni, legato in apparenza al vostro carro, ho capito me stesso. E l'altro dì, quando Filippo, ritornato dal Roccolo, mi ha raccontato che gli avevate fatte tante moine, di quelle che sapete far voi, neanche una fibra si è scossa in tutto il mio essere, non un capello si è mosso. L'amico mi ha soggiunto che voi gli diceste assai bene di me, ma con certe restrizioni intorno al mio carattere; e l'unica pena che io ne ho sentita è stata quella che di restrizioni non ne aveste fatte di più. Sappiatelo bene; avevo bisogno di voi per intendere come sia maravigliosa la semplice bellezza di Galatea. Voi ci avete la fosforescenza, bellezza di lucciola, a cui è necessario il contorno dell'ombra. Non dico che non siate bella anche al sole; parlo così per necessità di compiere il paragone; intendo di dire che alla vostra bellezza è necessario l'accompagnamento delle abbigliature, delle acconciature, degli artifizi della moda. Tutto vi sta bene egualmente, lo so; ma nel fatto non siete che un magnifico figurino, anzi diciamo uno splendido modello di vimini, fatto a pennello nei suoi contorni, per uso delle modiste. Quando si è capito ciò, non occorre più altro. E si capisce in capo a tre giorni; dopo il qual termine la vostra bellezza non dice più nulla ad uno che abbia conosciuto Galatea, cioè la donna vera e la ninfa, il frutto primaticcio che ha sapore in se stesso e non dallo zucchero in cui bisogna giulebbarne tanti altri, il flore che ha una fragranza sua, senza bisogno di opoponax e di pelle di Spagna.—

Che orrore! direste. Ma io, arrivato a questo punto vorrei proseguire:

—Notate che vedo e riconosco i difetti di Galatea. Ne ha; oh se ne ha! Quella sua passione per tutti i giuochi, per tutti i divertimenti! Bisogno irrefrenabile di moto, lo capisco; ma io, se fossi padrone di quel cuore, non vorrei tanto moto, non vorrei tutto quel vivere fuori del guscio, come fa l'argonauta; vorrei meno racchette, meno remi, meno tuffi in acqua, meno balli, e un po' più di languore femmineo. Ma è così giovane! più giovane del vero. Infatti, potrà avere vent'anni d'età; e frattanto il suo pensiero ne ha quindici, con tutte le mariuolerie, le impertinenze, i dispettucci di una bambina. Ah, scellerata! non vorrei confessarlo, e l'adoro. Guai a me, contessa, se queste cose io le dicessi a voi. Ma le scrivo nel mio memoriale, un libro che apro io solo, che dovrò leggere io solo. E qui, tanto per pigliarmene una satolla, aggiungo volentieri:Long live the queen of my heart! hurrah for Galathea! Galathea for ever!—

Per quei cari bambini.

27 agosto 18…

La fatica è stata molta, quest'oggi, per condurre a buon fine l'impresa, come in questi ultimi giorni per prepararla. Diceva bene iersera il commendator Matteini, mettendo gli ultimi numeri arrotolati nella gran ruota della fortuna, che il fare della beneficenza non è come sorbire un uovo fresco. Il degno uomo confessava candidamente di non aver lavorato mai tanto, nella bellezza dei trentacinque anni della sua vita ipotecaria. Anch'io, colla cura del concerto musicale, con quell'altra del prologo, e poi con cento piccole cose dell'alta direzione, sono stato occupato la parte mia; ed oggi, finalmente, alla stanchezza intellettuale si è aggiunta la stanchezza fisica, che m'ha fatto rimanere due ore a tavola, quantunque senza voglia di mangiare o di bere. Stasera ho ricusato di muovermi da casa, ed ho lasciato andar solo il mio ospite. Che uomo d'acciaio, quello! Pare, a vederlo, che sia stato a veder gli altri, mentre ha lavorato anche lui come un negro.

Consoliamoci, perchè le cose sono andate a quel dio. La sala era parata benissimo, e il divo Terenzio ha meritati davvero gli elogi di tutta la colonia villeggiante. I ritratti del re e della regina, tolti per l'occasione dalla sala dell'Asilo, sono stati appesi nel fondo del palco improvvisato, sotto un baldacchino di drappelloni rossi (due tappeti della contessa Quarneri) tra corone di quercia e festoncini di fiori. E di mazzi di fiori disposti a losanghe si abbellivano le pareti della sala, che erano tutte inverdite con frasche di castagno. Dio, quanti chiodi ci son voluti, per fissare tutta quella roba, che aveva poi da durare una mezza giornata! Non fu così facile, del resto, dissimulare la bruttezza del pavimento; ma su quello erano tante file di sedie, che quando la gente ebbe preso posto, l'ammattonato scomparve per due terzi della sua superficie; un terzo, nel mezzo della sala, era coperto dal tavolato, messo là per le prove di scherma.

Si fece porta alle dieci del mattino. Avevamo preparato cinquecento biglietti d'ingresso, a cinquanta centesimi l'uno; e s'intende che, salvo i venduti a chi ne faceva richiesta, ce ne spartivamo il grosso tra noi. Una cinquantina erano già necessarii per noi villeggianti e per la gente di casa; un centinaio furono presi dai naturali di Corsenna; il resto fu distribuito da noi, all'ultim'ora, e gratis, per fare una piena spettacolosa. I Corsennati, che stavano per istrada a guardare verso l'uscio della filanda, gradirono assai quest'atto di generosità; forse lo avrebbero gradito, mezz'ora prima, anche quelli che erano dentro, e che avevano dovuto pagare il biglietto, la più parte per onor della firma. I Corsennati son gente savia, tanto che si potrebbero dire più esattamente assennati; e pensano che se i signori vogliono fare del bene, farebbero anche meglio a farlo intiero. Nondimeno, e paganti e non paganti si son mostrati soddisfatti ad un modo, e non ci hanno lesinati gli applausi.

La banda di Dusiana aperse il fuoco, assordandoci con la più rumorosa delle sue marce guerriere. Fu applaudita a furore, e si gridò viva Dusiana; il che non è mai male tra popoli contermini, che hanno di tanto in tanto i loro piccoli screzi e dissapori. Già si voleva ilbis; ma il capobanda fece un gesto che voleva dire: "abbiate fede; ci sentirete anche più del bisogno." Frattanto otteneva silenzio la contessa Quarneri, apparendo sul palco. Era diventata bianca bianca, non potendo impallidire del tutto; la rianimarono gli applausi della colonia e quelli anche più rumorosi, che seguirono, del buon popolo Corsennate. Incominciò essa allora il suo prologo, tremandole un pochino la voce ai primi versi. Io tremavo più di lei. Temevo che intaccasse; e in quella vece tirò via, forse un po' troppo veloce, ma tanto più sicura del fatto suo, quanto più correva verso la fine. Trascurò, si capisce, molte sfumature, perdè molti effetti; ma non dimenticò il suo tuono predicatorio, la sua cantilena, le sue inflessioni nasali. Niente paura, dopo tutto; si era in Corsenna, e Corsenna applaudì tutta come un uomo solo. Credo che sia volata anche qualche spalliera di seggiola. I miei Corsennati, questa volta si tramutarono in forsennati.

—Che talento!—esclamò la sindachessa, stimando necessario di dar lei l'intonazione ai giudizi dei suoi amministrati, o di suo marito, che poi è tutt'uno.—Per il possesso di scena, par proprio un'attrice.

—Pare la Madonna;—diceva più in là una ragazza modestamente vestita.—Ce ne saran voluti, dei biglietti da cento, per coprirla di merletti a quel modo!

—Che fior di farina!—gridava anche più in là, nella calca, il mugnaio del paese.—Di quella roba lì non se ne trova mica a sacchi. Che cosa ne dite voi, Giacomino?

—State zitto; la mangerei;—rispondeva Giacomino, il panattiere.

Insomma, tutto è bene quel che finisce bene. Tra il talento di attrice scoperto dalla sindachessa, l'effetto di una ricca abbigliatura che faceva morir d'invidia le ragazze del paese, e quello d'una bellezza innegabile che destava istinti d'antropofago perfino nel più interessato apostolo della nutrizione vegetale, il prologo andò a vele gonfie. Seguì ancora una suonata della banda, con assòlo di tromba a pistoni; chetato il quale, si ebbe una mandolinata delle tre Berti, tanto carine e meritamente applaudite, colla domanda delbis: domanda che fu tosto esaudita, ma variando il pezzo, secondo l'uso dei concertisti che si rispettano. Da capo, finito il terzetto delle mandoliniste, volle rumoreggiare la banda, con un centone di pezzi dellaNorma, dove non mancò la "Casta diva" nè il suo contrapposto del "Guerra, guerra". Quello era il momento buono per metter mano all'armi. Discese Filippo Ferri sul tavolato, e lo seguì Enrico Dal Ciotto. Terenzio Spazzòli, uomo tagliato a tutti i grandi uffici, con molta dignità prese a tenere la smarra. L'assalto è, per consenso universale, assai bello; non già perchè i Corsennati siano intendenti in materia, ma perchè assistono per la prima volta ad uno spettacolo di quella fatta. Il povero Dal Ciotto ha più audacia che perizia di schermitore: ha preso una bottonata, due, tre, senza collocarne una delle sue; quattro, cinque e sei, con eguale risultato. Ma qui Filippo Ferri si è mosso a compassione; ha un po' rallentato il suo giuoco, e si è fatto toccare ad un braccio; più di striscio, in verità, che di punta; ma s'è affrettato ad accusar ricevuta. Pare ad Enrico Dal Ciotto di potersi rifare; ne busca una settima, e si dà allora per vinto.

—Son proprio fuori d'esercizio;—conchiude, rivolgendosi alle signore.—Ma sono felice ad ogni modo di aver fatto brillare il giuoco del signor Ferri; un giuoco veramente magistrale.—

Bravo satellite! Così mi piaci; senza rancore, con un granellino di spirito, che non avrei immaginato mai, e che son lieto di riconoscere.

Si domanda ilbis; ma Enrico Dal Ciotto è stando, e non lo concede.

—Si provi Lei;—mi dice la signorina Wilson, che è seduta ai primi posti, e che non dubita di rivolgermi il discorso, quando c'è gente.

—Volentieri;—le rispondo;—per farmi battere.—

E m'avanzo sul tavolato, per calzare il guanto o metter la maschera.

—Animo!—mi bisbiglia Filippo, mentre mi aiuta fraternamente nell'opera.—Qui si parrà la tua nobilitate.—

Lo spero bene. È chiaro come il sole, che ne buscherò parecchie, anzi molte; ma non farò la figura di Enrico Dal Ciotto, e ne restituirò più d'una.

Incominciamo guardinghi, studiandoci l'un l'altro, facendo di passata un po' di fioriture accademiche. Filippo Ferri ama i principii a tavola; li ama ancora sul tavolato. S'impegna un giuoco serrato di finte, di parate, di attacchi e di contrattacchi, d'intrecci e di sparizioni, che diverte un mondo, come al giuoco del pallone una lunga sequela di colpi senza lasciar ruzzolare il pallone per terra. Quella prima messa in guardia è senza bottonate; la folla degli spettatori va tutta in visibilio. "Come fanno a non toccarsi mai?" gridano di qua e di là; "come fanno?" E si applaude furiosamente al prodigio.

Ma eccoci da capo impegnati. Filippo è un gran cavaliere; mi lascia l'onore della prima bottonata, e ne accusa ricevuta colla solita cortesia. Ma non vuol neanche parer troppo generoso, e finge di essere in collera con sè medesimo; ripiglia, attacca vigoroso, mi obbliga a fare un salto indietro; m'invita fieramente col piede, e appena son ritornato in misura, mi sferra in pieno petto la sua botta diritta. È allora un furore d'applausi. Evidentemente io sono simpatico ai Corsennati; ma la passione del maggior numero è in questo momento per lui. Non me ne dolgo; mi basta di aver sostenuto quel primo assalto così lungo, tenendogli testa senza esser colpito, scherzando, giuocherellando col ferro quanto lui; m'è più che bastante l'onore della prima bottonata, che egli mi ha tanto cortesemente lasciato. E vorrei, dopo la prima sua, lasciarmene dare una seconda e una terza, che mi parrebbe sempre di aver fatto una buona figura. Ma egli non è del mio parere; mi batte la campagna, non approfitta del suo vantaggio; seguita a descrivere, a distanza di otto centimetri dal mio costato, i suoi elegantissimi otto, in piedi o coricati, come gli pare, senza toccarmi mai. Va bene che molte io ne paro, e potrà anche sembrare agli astanti che io le pari tutte; ma dentro di me sento che egli potrebbe entrare più d'una volta. Perchè non lo fa? Mi scaldo al giuoco, rompo uno di quegli elegantissimi otto, ed entro io con una seconda bottonata. Egli accenna del capo, e sembra volermi dire sotto la maschera: "finalmente! è mezz'ora che l'aspetto." Poi me ne dà una a sua volta, un'altra se ne lascia dare; e così via, un po' per uno, giungiamo al punto che io ne ho date sei, quante lui, nè più nè meno. Facciamo la bella? Facciamola. E la dà lui, dopo un maraviglioso sfoggio di finte e di attacchi; la dà lui, imperiosa, gloriosa, solenne. Ed è piena giustizia, che mi rende felice, mentre egli, tra uno scroscio di applausi, è dichiarato il campione della spada.

—Signori,—dice modestamente il mio avversario agli astanti di prima fila, dopo avermi dato, a maschere levate, un abbraccio fraterno,—il nostro poeta è di prima forza; non lo sapevano? Bisognerebbe ancora vederlo alla sciabola.

—Sì, sì, un assalto di sciabola;—si grida.

—Non già con me;—risponde Filippo Ferri.—Io sono ora un po' stanco.—

Si fa invito coi gesti; ma nessuno dei sedenti risponde. Terenzio Spazzòli è un fior di cortesia; si offre lui, cede la smarra a Filippo, mette la maschera e il guantone, impugna la sciabola, e in guardia. Son largo con lui, come Filippo è stato largo con me, e mi lascio far volontieri il solito manichino di controtaglio, e di primo appetito; poi, serrandolo al mio giuoco, gli dò una puntata, guizzando subito fuori e rimettendomi in guardia. Seguono gli assalti, e non mi lascio toccar più; un altro suo tentativo di manichino è rotto da un guadagno di lama, seguito a volo da un colpo alla faccia.

—Ho il mio conto;—dice Terenzio, levandosi la maschera ed asciugando il sudore.—E questa poi me la son meritata, col mio ritorno al controtaglio. Piuttosto mi par duro essermi lasciato colpire di punta.

—E a me ne duole moltissimo;—rispondo.—È un vizio di metodo. Anche colla sciabola faccio, senza volerlo, il giuoco della spada; rischiando poi, se non mi vien bene il colpo, di farmi affettare una spalla.

—Non temo che ciò le succeda, se ha tanto sicuro l'atto di portare il taglio in su, e così veloce l'attacco. Quanto al vizio di metodo, glielo invidio. L'ho sempre detto io, che il giuoco di sciabola va fatto più serrato, sì, più serrato, come quel della spada in certi casi; e in tutti gli altri, non troppo distante di lì.—

La dottrina e l'asseveranza compensano nel divo Terenzio il difetto di pratica; ed egli rimane agli occhi di tutti un gran cavaliere. La mia gloria, nondimeno, è al colmo. La contessa Adriana, nel farmi le sue vivissime congratulazioni, mi offre perfino dei fiori. Oh Dio! e Galatea, che vede, che cosa penserà del fatto? che cosa dei ringraziamenti, che son pur costretto a fare? Cerco di rimediare, rivolgendomi alle altre signore, alle Berti, da principio.

—Non avrò i loro fiori, signorine?—

Le tre fanciulle son ben liete di appagare il mio desiderio; mi danno tre bei garofani dei loro mazzolini. Anche le mamme mi fioriscono alla lor volta; e così posso chiedere il suo fiore alla signorina Wilson.

—Ne ha già troppi;—mi risponde.—Ed io, del resto, non ne ho…. devo averli smarriti.—

O lasciati cadere, birichina; lasciati cadere a bella posta dietro la sedia, a mala pena mi hai veduto in giro, col manifesto proposito di finire da te.

La banda di Dusiana rumoreggia da capo, con un centone di motivi dell'Attila. Sarà mediocre, la banda di Dusiana; ma non è certamente peggiore di tante e tante altre. Poi, viva la faccia dei popoli campestri, che amano la musica, e preferiscono questo passatempo a quello della morra e della politica d'osteria. Finalmente, la banda di Dusiana suona una musica che mi piace per tante ragioni, non ultima quella del gran bene che ha fatto ai suoi tempi. Ancor caldo delle mie sciabolate, canticchio in cadenza coi suonatori il "Cara patria, già madre e reina" e l'"Empia lama, or l'indovina", non dispiacendo neanche al trombone, a cui è affidata la frase melodica in discorso.

Ma una voce più graziosa, sopra tutto più intonata della mia, rallegra l'uditorio. È la voce della signorina Virginia Berti, che arpeggiando sulla sua mandòla canta due belle canzoncine spagnuole. Anche a lei, molti applausi: i Corsennati, sicuramente, dal continuo picchiare, hanno già le bollicine alle mani. E ancora non abbiamo finito; ecco il bello che viene, con una fila di bambini, tutti vestiti ad un modo, che si schierano sul tavolato e cantano una strofetta di ringraziamento. Il bello, ho detto: ma a me non piace, essendomi sempre parso un rompere il turibolo sul naso ai così detti benefattori, e un profanare la onesta dignità dei così detti beneficati, il far cantare una filza di complimenti smaccati, da quelle care bocche innocenti. Non piace a me, ripeto; piace nondimeno agli altri, e perfino ai parenti di quelle tenere vite; passi dunque il ringraziamento cantato. C'è poi una bella tombolina che si presenta sul palco, e recita un paio d'ottave: non si capisce niente di ciò ch'ella balbetta; ma la tombolina balbetta con tanta grazia, che ne son tutti inteneriti, e la levano di lassù a braccia tese, le fanno carezze, la divorano coi baci. Il concerto è finito; si dispongono le mense pei bambini, ai quali è dedicata la festa. La banda di Dusiana intuona la marcia reale, e questo mi piace; ma che dico, mi piace? È una vera trovata. Non sono quei bambini i re dell'avvenire? Godete, bambini, il vostro primo giorno di regno; e non vi manchi corte bandita a tutti gli altri che seguiranno. Noi vi lasciamo alla vostra dolce occupazione, per prendere una boccata d'aria, ed anche uno spuntino, che la cortesia di Terenzio Spazzòli ha fatto servire a noi in un'altra sala della filanda. Finito lo spuntino degli "artisti" e il desinare dei fanciulli, si va nel cortile ad aprire il tiro al bersaglio; tiro di pistola, s'intende. Lo inauguro io, con un centro tanto fatto.

—Ma voi siete un mago!—mi grida la contessa Adriana.—Chi vi potrebbe resistere?

—Oh povero me! per un po' di fortuna!—rispondo umilmente.—Certo, mi sono sempre esercitato, per avere un colpo abbastanza sicuro contro chi mi vuol male.—

Spara a sua volta Filippo, e non fa che centri, puntando a mala pena. Spara anche il divo Terenzio, discretamente bene, cogliendo sempre il bersaglio in vicinanza del centro. Enrico Dal Ciotto, invitato a sparare, si scusa col braccio stanco; del resto, è un po' fuori d'esercizio. Meno geloso dell'arte sua, si prova il Cerinelli, e qualcuna ne indovina. Quanto al Martorana, è una sbercia senz'altro, ed ha il buon gusto di convenirne. Tastato anche quello, e risponde picche. Insomma, sconfitti tutti e tre, i miei fieri satelliti faranno molto a potersi ritirare in disordine.

Enrico Dal Ciotto si rifà un pochettino alla ruota di fortuna, guadagnando al primo numero un servizio da tavola per venticinque persone. È la solita canzonatura di tutte le lotterie; un mazzo di venticinque stecchini. Questo dei premi umoristici, è il caval di battaglia del divo Terenzio, che fa stupendamente da segretario alle signore venditrici. La ruota gira, rigira, senza fermarsi mai, ma non fruttando che premi di pochissimo conto. Delle cose migliori si fanno lotterie particolari, a mezza lira, a una lira al numero. A quella e a queste, poco alla volta, tutta Corsenna si scalda; e mentre qualche bel capo, qualche utile arnese è portato via, i ragazzi del paese fanno bottino di trombette, di zufoli, di tutte le piccole carabattole che i grandi hanno guadagnate, ma regalano loro, non sapendo che farsene.

A me, tra le risate universali, tocca un bavaglino; e dopo una diecina di polizzini bianchi, un altro arnese da bimbi, una cuffina. Son destinato; me lo dicono tutti, ridendo alle mie spalle: ma io non mi spavento per così poco, e inalbero arditamente i miei piccoli trofei. Enrico Dal Ciotto riesce finalmente a vendicarsi della mala fortuna, guadagnando una sveglia, niente di meno. Beato lui! gli servirà per destarsi di buon mattino, il giorno che dovrà far le valigie, che Iddio l'accompagni.

La fiera di beneficenza ci porta via tre ore buone. Oramai non ne possiamo più. Siamo in moto dalle nove del mattino; sentiamo il bisogno di sedere, e non per pochi minuti. Inoltre, lo spuntino del mezzodì non ha fatto altro che aguzzar l'appetito. Gli "artisti" lasciano il teatro delle loro glorie alla vigilanza del segretario comunale, e vanno a desinare all'osteria, piuttosto male, ma non senza buon condimento d'allegrezza. Poi, tant'è, vogliono dare un'ultima occhiata alla fiera, contendersi gli ultimi doni, sentire le ultime suonate della banda di Dusiana. Tutto è venduto, portato via alla fortuna del polizzino; restano i banchi vuoti e la cassa piena. Si son fatte seicento novanta lire; paion poche, e si arrotonda la cifra, quotandoci in parecchi per aggiungerne dieci. S'intende che sono settecento lire nette, da consegnare alla direzione dell'Asilo. Le spese le abbiamo fatte noi villeggianti, così per la banda di Dusiana, come per l'arredamento dello stabile e per l'ordinamento della fiera. Dei doni per la lotteria, i due terzi sono stati regalati dalla contessa Quarneri. Sia detto a sua lode; non diventerà mai una grande attrice; resterà sempre una cortese signora.

Tutti han lavorato quest'oggi; ma un po' meno la signorina Wilson, che non ha voluto assumersi nessuna parte nell'accademia. Si è per contro occupata assai della fiera, in compagnia del commendator Matteini e di Terenzio Spazzòli. Buci ha partecipato largamente a tutto il trattenimento; sempre in moto per la sala del concerto, in quella dello spuntino, alla fiera, all'osteria, poi da capo alla fiera. Sul finir della festa è diventato quasi un personaggio importante. Non ha voluto riconoscere il suo antico padrone, che voleva fargli una carezza, vedendolo così lustro di pelo. Per compenso, non ha nemmeno guardato il suo padrone odierno, e legittimo per virtù di regolare contratto. Due o tre volte, passandomi egli a tiro, m'è tornata la voglia di assestargli una pedata. Ingratissimo cane!

La festa è finita, almeno per quanto riguarda gli "artisti". Ultimi fanno ancora qualche cosa i filarmonici di Dusiana, rumoreggiando per quanto è lungo il paese, e accettando ancora un bicchiere ad ogni frasca, ad ogni bottega, fino a tanto che non giungono davanti alla giardiniera che deve trasportarli a casa loro, madidi di sudore e di vino, ma più d'amore fraterno per i loro buoni vicini di Corsenna, a cui, dopo la loro partenza, non rimangono che le fisarmoniche locali per continuar la gazzarra e ballar sulla piazza. A memoria d'uomini non si è mai visto tanto tripudio in Corsenna. Beneficenza, son questi i tuoi miracoli. E quando poi ti si è fatto onore senza secondi fini, come nel caso presente, per solo amore del nostro simile, con un accordo perfetto tra i promotori, che non ne fu mai tanto tra i suonatori di Dusiana, bisogna proprio andar superbi di noi medesimi, e conchiudere che il mondo non è brutto quanto si dipinge.

Sono le undici, e suonano al cancello. È l'amico Filippo, il buon fratello che arriva, che torna da godersi il resto della serata, nella graziosa compagnia della contessa Adriana. Smettiamo; voglio andarlo a ringraziare di tutto quello che ha fatto per me….

PS.Ma bene, benissimo! Filippo ha lavorato anche lui per la gloria. Ecco le sue parole:

—Rammenterai quel che ti ho detto due giorni dopo il mio arrivo. Bisogna mutar registro. Scoperto l'uomo d'armi, e forse indovinato il violino di spalla, era necessario non aspettare i nostri satelliti, ma andar loro incontro con qualche dimostrazione di forze. Questo si è fatto, più presto e meglio che non ci fosse dato sperare. Anche tu, in una settimana d'esercizio, hai fatto prodigi, e la giornata d'oggi è stata un trionfo per te.

—Sì, ma come mi hai validamente aiutato!—risposi.—E come mi hai cacciato avanti… contro il merito mio!

—No, sai, o ben poco. Ammettiamo pure che non mi avresti dato la prima; quanto al resto, hai fatto il tuo potere, come io facevo il mio. Sei diventato fortissimo, e te ne faccio i miei complimenti. Già, quando si è avuta una buona scuola, non si dimentica più. Sono contento di te, quanto ne saranno scontenti i satelliti della contessa Adriana. Scommetto che se ne vanno entro i sette giorni. Felice mortale, a te.

—Ti ridico per la ventesima volta, che non ne sono innamorato. Sciolta la mia questione d'amor proprio con quei là, penso a lei come al gran cane dei Tartari.

—E allora tanto meglio, o tanto peggio. Avrai tempo e libertà per ardere i classici incensi ad un'altra.

—Ma che! a nessuna, mio caro. Sai pure che il mio poema mi assorbe.

—E dalli col tuo poema;—gridò Filippo, con accento di comica stizza.—Io, vedi, se avessi un poema da finire, e sperassi con fondamento di trovare un editore, lo butterei dalla finestra, il poema, solo per un sorriso della signorina Wilson.

—Che! come?—balbettai.

—Ma tu, fradicio di letteratura, non capisci più niente di niente;—continuò Filippo, infervorato nel suo ragionamento.—Ebbene, tanto meglio; sei uno di meno in giostra. Amo quella ragazza; e se mi riesce, la sposo.

—Ah sì?

—Certamente. Ma ecco,—soggiunge Filippo, rìdendo,—senza volerlo, si casca a ripetere il tuo dialoghetto col signor Enrico Dal Ciotto. Eccoti dunque, mio caro Rinaldo, eccoti dunque il segreto dell'anima mia. Per una volta tanto, sono innamorato morto. E poichè tu vuoi avere tanta gratitudine per me, che non ho fatto niente o ben poco in tuo favore, e perchè, finalmente, una mano lava l'altra, mi farai la grazia di aiutarmi un po' tu, con qualche buon discorsetto preliminare alla mamma.—


Back to IndexNext