Capitolo Primo.DALLA NASCITA AL PRIMO ESIGLIO.[1807-1836.]

GARIBALDI.Capitolo Primo.DALLA NASCITA AL PRIMO ESIGLIO.[1807-1836.]

GARIBALDI.

LaGazzetta Piemontesedel 17 giugno 1834 pubblicava la seguente

«SENTENZA.

Genova, 14 giugno 1834.

»Il Consiglio di Guerra divisionario sedente in Genova convocato d’ordine di S. E. il signor Governatore Comandante Generale della Divisione

»Nella causa del Regio Fisco militare controMutru Edoardodel vivente Giovanni, d’anni 24, nativo di Nizza Marittima, marinaro di 3ª classe al R. servizio. —Canepa Giuseppe Baldassaredel fu Giov. Battista, d’anni 34, nato e domiciliato in Genova, commesso in commercio, sottocaporale provinciale nel 1º Reggimento Savona. —Parodi Enricodel vivente Giovanni, d’anni 28, marinaro mercantile, nato e domiciliato in Genova. —Dalus GiuseppedettoDall’Orsodel fu Francesco, d’anni 30, nato a Praja dell’isola di Terzeïra (Portogallo), marinaro mercantile di passaggio in Genova. —Canale Filippodel vivente Stefano, d’anni 17, nato e domiciliato in Genova, lavorante libraio. —Crovo Giovanni Andreadel vivente Giov. Agostino, d’anni 36, nativo di Carreglia (Chiavari) e domiciliato in Genova,sostituto segretario del Tribunale di Prefettura. —Garibaldi Giuseppe Mariadel vivente Domenico, d’anni 26, capitano marittimo mercantile e marinaro di 3ª classe al R. servizio. —Caorsi Giov. Battistadel fu Antonio, detto il figlio di Tognella, d’anni 30 circa, abitante in Genova. —Mascarelli Vittoredel vivente Andrea, d’anni 24 circa, capitano marittimo mercantile, dimorante nella città di Nizza;

»I primi sei detenuti e gli altri contumaci, inquisiti di alto tradimento militare, cioè:

»Li Garibaldi, Mascarelli e Caorsi di essere stati i motori d’una cospirazione ordita in questa città, nei mesi di gennaio e febbraio ultimi scorsi, tendente a fare insorgere le Regie truppe, ed a sconvolgere l’attuale Governo di Sua Maestà; di avere li Garibaldi e Mascarelli tentato con lusinghe e somme di denaro effettivamente sborsate d’indurre a farne pur parte alcuni bassi uffiziali del Corpo Reale d’Artiglieria, e di avere il Caorsi fatto provvista a sì criminoso scopo d’armi, state poi ritrovate cariche, e di munizioni da guerra. E gli altri sei di essere stati informati di detta cospirazione e di non averla denunciata all’Autorità Superiore, e di essersi anzi associati;

»Udita la relazione degli Atti, gli inquisiti presenti nelle loro rispettive risposte, il R. Fisco nelle sue conclusioni, ed i difensori nelle difese degli accusati presenti

»Il Divino aiuto invocato

»Reietta l’eccezione d’incompetenza opposta dai difensori di alcuni accusati — Ha pronunciato doversi condannare, siccome condanna, in contumacia i nominatiGaribaldi Giuseppe Maria, Mascarelli VittoreeCaorsi Giov. Battista, alla pena di morte ignominiosa e dichiarandoli esposti alla pubblica vendetta come nemici della Patria e dello Stato, ed incorsi in tutte le pene e pregiudizi imposti dalle Regie Leggi contro i banditi di primo catalogo in cui manda gli stessi descriversi. — Ha dichiarato li Mutru Edoardo, Parodi Enrico, Canepa Giuseppe Baldassare, Dalus Giuseppe e Canale Filippo non convinti allo stato degli Atti del delitto ad essi imputato, ed inibisce loro molestie dal Fisco. — E finalmente ha dichiarato e dichiara insussistente l’accusaaddebitata all’Andrea Crovo, e lo rimanda assoluto. — Genova, 3 giugno 1834.

»Per detto Illustrissimo Consiglio di Guerra

»Brea, segretario.

»Visto ed approvato»Il Governatore Comand. gen. della Divisione»MarchesePaulucci.»

Era questa la prima volta, dice Giuseppe Garibaldi nelle sueMemorie,[11]che leggeva stampato nei giornali il suo nome: era questa la prima volta che lo leggevano gl’Italiani.

Chi mai avrebbe detto che l’oscuro marinaio di 3a classe,il bandito di primo catalogo, il condannato nel capo per disertore e ribelle, avrebbe presentato un giorno al Figlio di quel Re che lo mandava al capestro una delle più belle corone d’Italia; parteciperebbe con un gran Principe e un gran Ministro alla gloria di rivendicare l’indipendenza e fondare l’unità della patria sua; «empirebbe del suo nome (per dirla colle parole di Vittorio Emanuele) le più lontane contrade;» diverrebbe uno degli uomini più popolari e delle figure più meravigliose dei tempi moderni; invecchierebbe in una specie d’inviolabilità, sotto l’egida della sua passata grandezza; morrebbe con onori regali, e sopravviverebbe a sè stesso nell’immortalità della storia?

Eppure quel giovane che l’Italia vedeva per la prima volta sui passi dell’esiglio, inseguíto da una pena capitale, portava fin d’allora in sè stesso tutte le promesse di un non volgare destino.

Quantunque ancora perduto nella folla, chiunque avesse potuto conoscerlo e studiarlo da vicino, nella sua indole, ne’ suoi costumi, ne’ suoi atti, nelle sue parole poteva fin d’allora presagire che tosto o tardi egli sarebbe uscito di schiera e avrebbe fatto parlare di sè. In qual modo egli n’avrebbe fatto parlare, era questo il segreto dell’avvenire; ma certo l’avvenire aveva dei segreti per lui, e lo aspettava.

Da quell’ignoto poteva uscire, secondo gli eventi e le fortune, così un ardito corsaro come un glorioso ammiraglio, tanto un bandito famoso quanto un candido eroe, così un avventuriere fortunato come un grande capitano; ma non poteva più uscire oramai un uomo comune.

Già a ventisei anni egli aveva provato che, se la sua vita poteva restare oscura, non lo poteva la sua morte. Anche arrestato per via dal laccio del carnefice si sarebbe scritto sulla sua tomba: qui giace un martire. Anche sparito nella tenebra d’un naufragio il marinaio ligure ne avrebbe lungamente ripetuto il nome a’ suoi figliuoli come un esempio d’intrepidezza e di virtù.

Giuseppe Garibaldi era un predestinato; e la Provvidenza (perchè dirla il cieco destino?), temperandolo fanciullo nell’ampia palestra dei mari e delle tempeste, aprendogli nella giovinezza e nella virilità una scena adatta alle sue attitudini ed alla sua forza, scampandolo da tanti pericoli e persino da sè stesso, aveva tutto predisposto in lui e attorno a lui perchè riuscisse degno della singolare missione che gli aveva affidata.

Che se essa non apparve sempre tutta buona, tutta provvida, tutta grande, fu però ottima, provvidissima, grandissima un giorno, e ciò basta alla posterità ed alla storia.

Un novelliere francese lo fece nascere in alto mare, in una fragile barca, tra i lampi e i tuoni d’una notte di tempesta, e non sembra davvero che la vita di Giuseppe Garibaldi avesse mestieri d’essere infrascata d’un romanzo di più.

Nacque, assai più tranquillamente, in Nizza Marittima, il 4 luglio 1807, un anno prima di Mazzini, in una casetta delQuai Lunel, oggiQuai Cassini, da Domenico Garibaldi e da Rosa Raimondi.[12]Che poi in quella medesima casa, anzi nella medesima camera sia venuto al mondo 49 anni prima Andrea Masséna, Garibaldi lo credette e lo scrisse, e ai dilettanti d’oroscopi potrà dare nel genio; ma non è. Se ancora fu leggenda viva per qualche tempo fra Nizzardi, oggi la lapide memoriale che il Comune nizzardo pose sulla casa delQuai Cassini, la quale ricorda solo il nome di Garibaldi, e l’altra posta sulla casa delQuai Jean Baptisteche afferma asseverantemente quella essere stata il tetto natale del «prediletto figlio della vittoria,» tolgono ogni dubbiezza.

La famiglia dei Garibaldi era oriunda di Chiavari e non si trapiantò in Nizza che intorno alla fine del secolo XVIII. Come a Napoleone dopo Marengo, così a Garibaldi dopo Marsala la compiacente Musa dell’Araldica fece sorger dal suolo un completo albero genealogico, le di cui radici si perdono nel profondodell’età longobarda; ma ognuno vorrà credere che, se anco non ci mancassero argomenti per entrare in siffatto litigio, ci mancherebbe pur sempre l’ozio. Non v’ha dubbio che il nome (GaroGarde-bald) l’accusa d’origine tedesca e antica; ma se egli procedette davvero in retta linea da Garibaldo duca di Torino, e da tutta quella non interrotta progenie di capitani di mare, di uomini d’armi e di magistrati, che il dotto genealogista gli regalò, questo non sapremmo davvero nè affermare nè negare.

A noi paghi, come il nostro eroe, di antenati meno illustri e più certi, basti tenerci sicuri di questo: che verso la metà del secolo scorso viveva in Chiavari un Angelo Garibaldi di vecchia e onesta casata di capitani di mare ed armatori, capitano ed armatore egli stesso: che quell’Angelo venne intorno al 1780 per trapiantarsi con tutta la famiglia a Nizza; che in quella famiglia c’era un figliuolo di nome Domenico e che questo Domenico, sposata Rosa Raimondi, divenne il padre di cinque figliuoli, tra cui il nostro Giuseppe.

A Nizza poi la storia dei genitori e dei fratelli di Garibaldi è notissima; e se è probabile che assai pochi sieno i superstiti di coloro che li conobbero di persona, sono però molti e vivi ancora quelli che la udirono raccontare da’ loro vecchi e la ripetono così:

Domenico Garibaldi, o, come lo chiamavano i suoi colleghi del Porto,Padron Domenico, non fece studi di sorta; imparò la nautica sui bastimenti del padre, e a forza di navigare, più per pratica che per teoria, crebbe abile ed esperto marino. Rimasto orfano e padrone di qualche ben di Dio, non lasciò per questo l’arte paterna; armò bastimenti di suo, ne prese il comando egli stesso e li portò con alterna fortuna, ma semprecon onore, per tutti i porti del Mediterraneo. Non oltre però: chè per cimentarsi alle lontane navigazioni transatlantiche e persino ai più vicini scali di Levante gli fecero difetto sempre la portata de’ bastimenti, le cognizioni del navigatore, e fors’anche più l’audacia e l’ambizione.

Era quindi e restò sempre un modesto capitano di cabotaggio, pratico di tutti i paraggi del mar ligure da girarvi a occhi chiusi; sulla poppa della sua tartana, laSanta Reparata, sicuro come in casa sua, ma incapace d’uscire dal giro tradizionale della sua vita, ed alieno dal rischiare tutta la sua fortuna sopra tavolieri troppo vasti e cimentosi. Infatti dopo tanti anni di corse, di traffici, di sudori, se non aveva intaccato il modesto patrimonio paterno, non l’aveva neanche accresciuto, e non era giunto, malgrado tanti sforzi, che a consolidarsi in quella mezzana agiatezza borghese, la quale, finchè la famiglia è riunita o i figliuoli son piccini, pare soverchia, ma che appena i figliuoli ingrandiscono e la famiglia si divide, assomiglia molto davvicino alla strettezza e quasi alla povertà. Del resto, brav’uomo, testa angusta, cuor largo, probo, servizievole, benevolo, quindi beneviso: questo è il padre di Garibaldi, come ci fu ritratto da persone che lo viddero e lo conobbero; quale è tuttora vivente nella memoria dei Nizzardi.

Ma ancora più viva e venerata dura la ricordanza di sua moglie Rosa Raimondi, o per chiamarla essa pure col nome pieno di riverente affetto con cui la conobbe sempre il popolo di Nizza:la signora Rosa. Discendeva da una casa popolare, ma benestante, di Savoia; era donna di bellezza non comune, di costumi semplici e modesti, e di straordinaria pietà. Nessunoperò avrebbe potuto accusarla di melensa bacchettoneria; osservava senza farisaismo come senza vergogna le pratiche del suo culto; ma sapeva, e lo dimostrava coi fatti, che la vera religione di Dio è essenza del bene, amore de’ simili e fiamma di carità. E come il cuore così non aveva volgare la mente. Fin da fanciulla aveva potuto tesoreggiare qualche istruzione; amava molto le letture, intendeva, meglio forse che il marito, i segni del suo tempo e le secrete vocazioni del suo secondogenito, di cui sentiva maturare con amore atterrito la perigliosa grandezza. Del resto passava le ore che le domestiche cure le consentivano al letto degli ammalati; distribuiva con sapiente larghezza gran parte del suo ai poveri, e diveniva per la sua gentilezza e carità tanto popolare, specialmente negli umili quartieri del Porto, che bastava nominare lasignora Rosaperchè tutti corressero col pensiero a colei che n’era, in certa guisa, la fata benefica.

Ma nessun maggiore elogio di Rosa Garibaldi delle parole che il figliuolo stesso già adulto le consacrava nelle sueMemorie. Anche del padre rammenta con gratitudine la vita laboriosa ed onorata, gli sforzi fatti per la sua educazione, col rammarico d’aver retribuito di sì scarsi frutti tante cure e tanti sagrifici; ma quando viene a parlare della madre gli erompe dal cuore tale un grido d’affetto e di riconoscenza, che pochi figli saprebbero ripetere l’uguale: «Mia madre, lo dichiaro con orgoglio, mia madre era il modello delle madri, e credo con questo avere detto tutto. Uno de’ miei maggiori rammarichi sarà quello di non poter far felici gli ultimi giorni della mia buona genitrice, la di cui vita io amareggiai tanto coll’avventurosa mia carriera. Soverchia fu forse la di lei tenerezza; ma non devo io all’amor suo, all’angelico di lei carattere ilpoco di buono che si rinviene nel mio? Alla pietà di mia madre, all’indole sua benefica e caritatevole, alla compassione sua verso il tapino, il sofferente, non devo io forse la poca carità patria che mi valse la simpatia e l’affetto de’ miei disgraziati, ma buoni concittadini? Oh.... abbenchè non superstizioso, certamente non di rado, sul più arduo della strepitosa mia esistenza, sorto illeso dai frangenti dell’Oceano, dalle grandini del campo di battaglia, mi si presentava genuflessa, curva al cospetto dell’Altissimo, l’amorevole mia genitrice implorandolo per la vita del nato dalle sue viscere!... ed io credevo all’efficacia della preghiera!...[13]»

Belle e sante parole, che diresti ispirate dalla Musa stessa della figliale eloquenza, e che rivelandoci a un tratto quanto fosse squisita in quel cuore leonino la fibra dell’amor figliale, ci fanno già presentire quanto sarà, un giorno, appassionato, cieco e quasi improvvido il cuore del padre.

E quel che è più, egli suggellò queste parole scritte in un impeto di religioso entusiasmo col culto dell’intera sua vita.

In Caprera il solo ritratto di donna che si veda sopra il capezzale del Generale è quello d’una bella vecchina, avvolto il capo da un fazzolettino rosso, che sorride dolcemente: il ritratto di sua madre.

Nella casa Garibaldi da trent’anni non si festeggia più l’onomastico del Generale, perchè quel giorno coincide coll’anniversario della morte di sua madre (19 marzo 1852), ed è giorno sacro alla sua memoria. D’onde si vede che l’amor vero può suggerire le più signorili raffinatezze della pietà anche ai lupi di mare!

Ma, come dicemmo,Peppino(era questo il vezzeggiativocol quale il nostro Giuseppe era chiamato per la casa, finchè verrà il giorno in cui i Nizzardi lo chiamerannoMonsù Pepin) non era il solo frutto d’amore che la signora Rosa aveva dato a padron Domenico. Egli veniva in mezzo a quattro altri fratelli, Angelo, che l’aveva preceduto, Michele, Felice ed una sorella, di cui non sappiamo il nome, che l’avevano seguíto. Angelo, la testa quadra della famiglia, il braccio destro del padre finchè stette in casa, fu uomo di molta perizia e riputazione negli affari mercantili e marinareschi, e finì negli agi, console di Sardegna agli Stati Uniti d’America. Michele si dedicò più specialmente al navigare; divenne capitano marittimo, non uscì quasi mai dalla modesta penombra dell’arte sua, e morì il 21 luglio 1866. Felice lasciò dietro a sè la nomina di elegante zerbino, gran cacciatore di donne; esercitò con qualche fortuna il commercio; fu agente per molti anni della casa Avigdor a Bari, e cessò di vivere non ancora vecchio nel 1856. La sorella finalmente fu, bambinetta ancora, non sappiamo per quale caso funesto, avvolta dalle fiamme, e vi morì orrendamente bruciata.

Questo è tutto quanto ci fu dato spigolare, non senza fatica, sulla famiglia di Garibaldi; altri potrà soggiungere di più; ma anche il poco che noi abbiamo potuto dirne dovrebbe bastare a fermarne i tratti principali ed a scolpirne l’immagine.

Non era, come s’è visto, una famiglia di signori, ma non la era neanche di spiantati pescatori, come taluno sognò. La casa era modesta, ma vi regnava il benessere, vi rideva l’amore, vi splendeva l’onestà. Il padre la nutriva col lavoro, la madre la santificava colla pietà; la gaia brigata dei figliuoli l’allegrava de’ suoi strilli, del suo moto romoroso, de’ suoi innocenti trastulli; tutti insieme diffondevano attorno aldomestico focolare quell’aura di pace serena e di pura letizia, che non era forse troppo omogenea alle spirituali ginnastiche del pensiero, ma che certamente era più d’ogni altra propizia a custodire e fortificare colla salute del corpo quella altresì più preziosa ed importante, la salute del cuore, che è la più vitale condizione d’ogni vera grandezza.

Come crescesse in quella casa, da quei parenti, sotto quel cielo, lungo quel mare, il secondogenito dei Garibaldi, è facile l’immaginarselo. Il nostro eroe si studiò a tratteggiare in alcuni tocchi, a dir vero troppo scarsi e fuggitivi, la propria infanzia; ma se egli ne avesse anche interamente taciuto, chi ha visto l’albero può assai di leggeri indovinarne il germoglio.

Un bel ragazzo dai capelli biondi, dalle gote incarnate, dallo sguardo azzurro e profondo, dalle membra snelle e tarchiate, che cresce libero e selvaggio ai venti e al sole della sua costiera natía, che passa le sue giornate ad arrampicarsi su per le sartie dei bastimenti paterni, a sguazzare e tuffarsi nell’acqua, a ruzzare e fare alle braccia coi monelli del Porto, a correre la montagna alla caccia d’uccelli e di grilli, ed a frugare la scogliera alla pesca di ricci e di granchi; ecco quale doveva essere in sull’alba de’ suoi dieci anni il futuro capo dei Mille.

Suo padre, ce l’assicura egli stesso, non pensò a dargli alcuna «lezione nè di ginnastica, nè di scherma, nè d’altri esercizi corporei,» e noi gli crediamo facilmente.[14]Con quell’indole e quella tempra il ragazzo era maestroa sè stesso. «Imparai (egli soggiunge) la ginnastica arrampicandomi su per le sartie o lasciandomi sdrucciolar giù pei cordami: la scherma tentando di difendere da me la mia testa e di spaccare quella de’ miei avversari; l’equitazione prendendo a modello i migliori cavalcatori del mondo e studiandomi di far come loro. Quanto al nuoto, dove e quando l’imparassi non mi sovviene; mi sembra d’averlo sempre saputo e d’essere nato anfibio. Però quantunque tutti quelli che mi conoscono sappiano che sono sempre stato restío a fare il mio elogio, dirò molto schiettamente e senza crederlo un vanto, che io sono uno dei più gagliardi nuotatori che esistano. Non bisogna dunque attribuirmi merito alcuno, se, mercè questa gran fiducia che ho sempre avuto in me, non ho mai esitato a buttarmi all’acqua per salvare la vita d’uno de’ miei simili.[15]»

Ed a queste mirabili disposizioni del corpo rispondevano, già adeguate e conformi, le qualità dell’animo; non tutte forse le qualità; ma quelle due principalmente che più gli erano necessarie per sollevarsi dal volgo e drizzare la nativa gagliardia delle membra a nobile mèta: il coraggio e la bontà. Il coraggio gli veniva dalla natura che fin da bambino gli aveva cinti i nervi d’una corazza impenetrabile a tutte le impressioni della paura e radicato nell’animo quella, non saprei dire se provvida o improvvida, inconsapevolezza del pericolo, che pare talvolta colpevole follía ed è l’inconscia virtù dei fanciulli e degli eroi.

Della bontà poi, egli stesso, ripeteva il dono daDio e da sua madre, e non ne pretendeva per sè merito alcuno.

Sino da primi anni tutto ciò che era piccino, debole, disgraziato, lo toccava e lo impietosiva. E non di una pietà inerte, passiva, quasi femminea; ma sì di quella virile, operosa, pugnace, che si sdegna dell’ingiustizia, si ribella alle prepotenze, fa sua risolutamente la causa degli afflitti e degli oppressi, e dà lietamente il sangue e la vita per essi.

A otto anni aveva già tratto dalle acque d’un fosso una lavandaia che vi annegava. A tredici salvava, gettandosi a nuoto, una barca di compagni prossimi a naufragare. Non poteva veder soffrire nè gli uomini nè gli animali, e l’uomo strano che nel bel mezzo d’una marcia contro il nemico s’arrestava ad ascoltare il canto d’un usignuolo; che balzava di letto prima dell’alba per correre a cercare tra gli scogli di Caprera un agnello smarrito, e recarselo sulle spalle alla madre; che s’accendeva di sdegno tutte le volte che sorprendeva un soldato a maltrattare senza ragione il suo cavallo: era quello stesso fanciullo che a sette anni, fatto prigioniero un grillo e strappategli le ali fu preso poi da tanta pietà del povero animaluccio, e da tale rimorso della propria crudeltà, che ne pianse amaramente.

Ma Peppino entrava già nel suo dodicesimo anno, ed era tempo che si mettesse di proposito agli studi. Questo capitolo però della prima educazione intellettuale di Garibaldi è pieno per noi, e non crediamo sia diverso per altri, di grande oscurità e di molte lacune. Che padron Domenico non abbia trascurato nè cure nè dispendi per dare al suo secondogenito unaistruzione anche superiore alle sue forze ed al suo stato, ce ne assicurò con parole di viva riconoscenza il figlio stesso e non è lecito dubitarne. Ma in che quella educazione sia propriamente consistita, a quale carriera quel padre destinasse quel figliuolo, e però a quale ordine di studi lo volesse incamminare, ciò non è da alcun documento attestato, e il biografo che non voglia dare per fatti le ipotesi non dev’essere restío a confessare la propria ignoranza. Che tanto padron Domenico, quanto la signora Rosa ripugnassero ad avventurare su quell’arena fortunosa e infida del mare un figliuolo così temerario e spericolato, e n’avessero perciò fin dai primi anni combattuto con ogni possa l’aperta vocazione, vagheggiando per lui uno stato più sicuro e tranquillo, è indubitabile, e trapela, a dir così, dalle stesse parole onde Garibaldi dipinge lo sgomento, quando lo videro imbarcarsi e salpar da Nizza la prima volta.

Ma che poi essi, il padre principalmente, avessero nell’animo, siccome fantastica il vecchio Dumas, di fare addiritura di quel figliuolo un medico, un avvocato e persino un prete, nè Garibaldi lo scrisse, nè altri lo affermò, ed è manifestamente una delle tante fiabe, di cui il romanziere francese infarcì il suo racconto. E non la diremmo nemmeno una ragionevole ipotesi; chè il fatto solo del silenzio di Garibaldi intorno a quegli studi classici, che pur sono necessario avviamento a quella carriera, anticipatamente la smentisce. La smentisce, ma non le surroga per questo un fatto più certo; poichè, se è da tenersi per indubitato che il nostro eroe non vide mai neppure da lontano un cartone di libro latino o greco o d’altro classico qualsiasi, non c’è poi modo di discernere a quale ordine debbano andare ascritti tutti quegli altri studi che pur egli ammette d’aver fatti e fece certamente.

Garibaldi stesso è, su questo punto, d’un laconismo sconfortante per chi pur vorrebbe scoprir la traccia della prima coltura che dirozzò la sua mente. Tutto quello che egli sa dircene in proposito è racchiuso in questo breve periodo:

«Tra i maestri conservo cara rimembranza del padre Giaccone[16]e del signor Arena. Col primo trattai pochissimo, più intento allora a divertirmi che ad imparare, e mi rimane quindi il rimorso di non aver studiato l’inglese, rimorso risuscitato in ogni circostanza della mia vita in cui mi sono trovato con Inglesi. Poi essendo il padre Giaccone di casa nocevami la troppa famigliarità. Al secondo, eccellente militare, io devo il poco che so, soprattutto riconoscenza d’avermi avviato nella lingua patria colla lettura della storia romana.»

Ora ognun vede che queste parole sono più fatte per moltiplicare i quesiti che per diradarli, più per invogliare alla curiosità che per sodisfarla.

Infatti se il padre Giaccone non riuscì nemmeno a insegnargli l’inglese, che cosa gl’insegnò egli? Se il signor Arena non l’istruì che nella lingua italiana e nella storia romana, dove e da chi apprese egli tutte quelle altre nozioni, chiare od oscure, superficiali o profonde, digeste o indigeste, che pure balenano, come lampi, tramezzo a fitte nebbie, dalle parole e dagli scritti della intera sua vita?

Noi udimmo narrare da un suo amico e commilitone che Garibaldi, giovane, sapeva a memoria teorema per teorema tutti gli elementi di geometria; ora non vogliamo attribuire a questa felicità di memoriamaggiore importanza che si meriti; ma insomma egli fu capitano marittimo, e per conseguirne la patente dovette possedere almeno nella scarsa misura degli elementi non poche cognizioni di matematica, d’astronomia, di geografia fisica, di diritto commerciale, e via dicendo; e il fatto delle sue lunghe e difficili e felici navigazioni provano che le possedette.

Ora come, quando, dove apprese tutto ciò?

Così noi leggeremo più tardi che egli fu per due volte costretto a guadagnarsi il pane dell’esiglio insegnando qui la matematica, altrove la storia e la letteratura e simili.

Ed anche qui per quanto la vocemaestronon sia mai stata sinonimo didotto, pure una certa infarinatura delle cose che si fan mostra d’insegnare altrui sappiamo tutti che ci vuole, e il sapere dove e quando un siffatto maestro se la sia procacciata, resterà sempre curioso e interessante.

E non basta. Una tal quale coltura letteraria, confusa, balzana, indigerita, incondita, nessuno potrà mai negargliela. A ventisette anni sulla tolda del suo bastimento faceva dei versi, che non erano tali certamente da promettere un nuovo alunno all’italo Parnasso, ma che pur camminavano su tutti i loro piedi; e nella passione dei versi sappiamo tutti che invecchiò, sicchè più d’uno fu ammesso ad udire lunghi brani d’un suo poema endecasillabo che doveva celebrare l’epopea della sua vita. Più tardi, noi stessi, ospiti suoi a Caprera, l’abbiamo sentito declamare a memoria tutti iSepolcridi Foscolo e squarci interi in francese dellaZaïredi Voltaire, e ricordarsi poi come uomo che li ha letti nei testi, non pochi episodi dell’Iliade, dellaCommedia, dellaGerusalemme. Infine fanno ormai quarant’anni ch’egli innonda, può dirsi, l’Europa de’ suoi manifesti,de’ suoi appelli, delle sue lettere (ahimè! la fiumana delle lettere), finchè verrà il giorno, in cui il mondo lo vedrà darsi «per vivere» (parola che troncherebbe il sorriso ai più beffardi) all’arte del romanziere, e aggiungere alla mole delle cose, che la storia deve dimenticare di lui, tre romanzi.

Ora per leggere una carta idrografica, per levar un punto di stima, osservare un barometro, tenere un Libro di bordo, governare un bastimento dal Pacifico al mar delle Indie; per misurare de’ versi anche mediocri, ma che pur rompono qua e là in accenti di fiera armonia; per gustare Ugo Foscolo, per intendere Voltaire, per sapere che esistessero Dante, Tasso ed Omero, per cucire assieme de’ romanzi anche pessimi, per gettare sulla terra una piena di lettere come le sue, rozze e bizzarre fin che si voglia, ma nelle quali pur vedi sormontare tramezzo al denso limo delle stramberie e degli spropositi qualche fiore di selvatica bellezza; per sapere, dicevamo, per intendere, e per fare tutto ciò, qualche cosa qui e colà bisogna aver letto e studiato, e la conseguenza naturale a cui si è tratti, è di chiedersi dove e quando l’abbia potuto leggere e studiare.

Altro però è sentire la necessità di un quesito, altro la possibilità di risolverlo. Chi presumesse di cercare i principii dell’istruzione intellettuale di Garibaldi (quale che sia stata) nella sua giovinezza piuttosto che nella sua virilità, in un periodo piuttosto che in un altro della sua vita, fallirebbe. Garibaldi s’è fatto tutto da sè, per via, camminando, navigando, combattendo. Come una landa fertile da natura, ma abbandonata dall’incuriosa mano dell’uomo, e che il seme portato dal vento feconda di qualche erba e qualche arbusto, così la mente di Garibaldi. Il vento dellesue fortune fu il suo primo educatore e maestro, ma la mente restò come la landa una vasta sodaglia, interrotta da qualche oasi fiorita e da alcune rare piante salvatiche.

E non vorremmo per questo sminuire la gratitudine dovuta a’ suoi primi maestri; consentiamo anzi che qualche buon seme l’abbiano sparso essi pure, e che ad essi principalmente torni il merito d’avere per i primi dissodato e aperto il vivace ingegno del fanciullo. Ma o perchè questi fosse reluttante agli studi e più amico deibanchi di quartoche dei banchi di scuola, o perchè ne’ suoi precettori non andassero di pari passo lo zelo ed il sapere, o perchè infine non apparendo chiaro nella mente de’ genitori la mèta a cui dovevano dirigerlo, anche gli studi si risentissero di questa incertezza e difettassero di ordine e d’indirizzo, il fatto certo è questo che Peppin Garibaldi ebbe dei maestri, sedette ad una scuola, scartabellò e scarabocchiò anch’esso dei quaderni come tutti i fanciulli suoi pari, sfiorò anche, se si vuole, gli elementi di molte cose utili per fermo a sapersi; ma un vero e proprio e regolare corso di studi anche elementari, che gli potesse servire di fondamento all’istruzione futura, non lo fece, nè lo potè fare; aggiungiamo anzi, per la verità, che allora non lo volle.

E non lo volle, perchè nel momento in cui padre Giaccone e il capitano Arena erano più affaccendati intorno a lui, e padron Domenico e la signora Rosa più si allegravano nel pensiero di vederlo attendere con profitto agli studi, e già vagheggiavano la speranza che l’amore dei libri l’avrebbe a poco a poco guarito dalla passione del mare, in quel punto stesso, diciamo, il ragazzo ordita con altri tre amici una congiura di rompere quella fastidiosa disciplina dellascuola e di correre sul libero mare la ventura, rapito, non sappiamo nè a chi nè come, un battello di pesca, s’imbarcava furtivo con tre compagni, Cesare Parodi, Raffaello Deandreis e Celestino Berman, prendeva arditamente il largo e navigava per Genova.

Un prete scopriva e denunziava la trama, il padre, affannato, mandava ad inseguirlo, ed era fermato all’altezza di Monaco, e ricondotto, più indispettito che contrito, sotto il tetto paterno: ma la vocazione del figliuolo era decisa; non valevano ormai nè persuasioni nè rimproveri; egli sarebbe stato marinaio come i suoi avi; e forse una segreta voce mormorava già nel cuore del fanciullo: non marinaio soltanto!

Poichè contrastare a una sì manifesta e deliberata vocazione sarebbe stato peggio che follía, a padron Domenico non restava più che alleviare al figliuolo i disagi e i pericoli del noviziato, procacciandogli un buon imbarco; e alla signora Rosa che preparargli, piangendo in silenzio, il fardello di viaggio.

E l’imbarco fu presto trovato e migliore sarebbe stato difficile. Allestiva nel porto di Nizza per Odessa il brigantinoCostanza, capitano Angelo Pesante: il brigantino aveva reputazione di solido e svelto veliero; il capitano passava per uno dei più provetti e arditi marinai della Riviera ligure; fu dunque deciso che Peppin farebbe con essi la sua prima campagna di mozzo.

Con che cuore lo vedesse partire il suo vecchio padre, con che lagrime l’abbracciasse la sua povera madre, è facile immaginarlo; quanto a lui, li amava troppo per staccarsene senza dolore; ma l’idea di poterslanciarsi finalmente su quel «regno ampio de’ venti» ch’era stato l’anelito segreto e il sogno costante della sua anima giovanile, la gioia di poter anche lui salire un gran bastimento, guizzar tra le sue alte gabbie, imparare come si maneggi una mura, come si governi un timone, come si legga una bussola, come si cansi o si domi un fortunale; quell’idea e quella gioia suprema, staremmo per dire dell’animale che si tuffa nell’elemento per cui è nato, dominavano in quell’istante persino il dolore del distacco ed ogni altro suo affetto.

«Com’eri bella (esclama trent’anni dopo, caldo ancora dei ricordi di quella sua prima navigazione) com’eri bella, oCostanza, su cui dovevo solcare il mare per la prima volta! Gli ampi tuoi fianchi, la snella tua alberatura, la spaziosa tua coperta e sino il tuo pettoruto busto di donna rimarranno per sempre impressi nella mia immaginazione. Come dondolavansi graziosamente que’ tuoi marinari sanremesi, vero tipo de’ nostri intrepidi Liguri![17]»

E queste parole d’entusiasmo dopo tant’anni prorompenti ancora dal cuore del marinaio già indurito dalle tempeste e dai perigli, ci dicano quale grande fortuna sia stata per la patria nostra che padron Domenico non si sia ostinato a negare il fondamento che natura aveva posto nel suo figliuolo, e che cuore di marinaio avesse quel giovane che parlava del suo primo viaggio di mare come d’un viaggio di nozze, e tratteggiava le bellezze della nave su cui navigò la prima volta coll’amore d’un fidanzato.

Malauguratamente di quel primo viaggio in Odessa, nè di altri che fece poi, noi non sappiamo, nè egli volledire di più. «Sono diventati sì comuni, diceva, che superfluo sarebbe lo scriverne;» e aveva torto, e io spero ancora che in quelleMemorieche si assicura abbia lasciato dietro di sè come un retaggio alla storia, vorrà dar compiuta la descrizione di quel periodo, in cui il marinaio fece il suo tirocinio e il giovine subì la prima tempera del suo carattere.

Reduce dall’Oriente, il padre, il quale, non potendo più pensare a cambiare la carriera del figliuolo, andava cercando i mezzi per rendergliela meno grave e meno perigliosa, lo pigliò seco sulla sua tartana, e costa costa, come soleva, lo condusse fino a Fiumicino, ch’era allora, pur troppo come oggi, il porto di Roma.

Roma! — Chi avrebbe detto che fra i milioni di pellegrini che da secoli visitano la città eterna, e quali attratti dai ruderi di Roma pagana, quali dalle feste di Roma cristiana, gli uni ispirati dalla scienza e dalla poesia, gli altri guidati dalla pietà o dalla superstizione, la contemplano, l’adorano, la scavano, la frugano, la glorificano; uno de’ più fervidamente innamorati, de’ più ingenuamente entusiasti, sarebbe stato quell’incolto mozzo di bastimento che si chiamava Giuseppe Garibaldi!

Eppure egli lo scrisse! e ci pare di vedere quel biondo ragazzotto di diciassett’anni vagare per le vie di Roma e senz’altra scorta che quel po’ di storia romana favolosa che gli aveva insegnato il buon Arena, senz’altra guida che suo padre più indotto e più semplice di lui, passare stupito e quasi trasognato in mezzo alle rovine ed ai monumenti di quei due mondi confusi insieme, arrestarsi estatico innanzi ai fòri ed ai circhi, alle terme ed alle basiliche; inoltrarsi trepidante fra le arcate del Colosseo; piegare il capo sopraffattosotto le vôlte di San Pietro, ritentando invano colla sua povera scienza di ricomporre quella storia, d’interpretare quelle pietre, ma sentendosi turbinare nella mente legioni di eroi, di martiri, di santi fra un tumulto di pugne, di baccanali, di tormenti; e in mezzo a questi giganteggiare assopita sul letto di marmo delle sue glorie, ma vivente ancora fra la polvere e le macerie, l’immagine della città fatale.

E non è questa poesia nostra. Garibaldi andò più innanzi di noi, e riassumendo le impressioni di quel suo viaggio ne scriveva così: «Roma allora mi diventava cara sopra tutte le esistenze mondane, ed io l’adoravo con tutto il fervore dell’anima mia! non solo nei superbi propugnacoli della grandezza di tanti secoli, ma nelle minime sue cose, e racchiudevo nel mio cuore, preziosissimo deposito, l’amor mio per Roma, non isvelandolo se non che per esaltare caldamente l’oggetto del mio culto. Anzichè scemarsi, il mio amore per Roma s’ingagliardì colla lontananza e coll’esiglio. Sovente, e ben sovente, io chiedevo all’Onnipossente di poterla rivedere. Infine Roma è per me l’Italia, poichè io non vedo l’Italia altrimenti che nell’unione delle sparte membra, e Roma è il simbolo dell’unione d’Italia, comunque sia.[18]»

Ora si dica pure che qui non è il giovane che parla, ma l’uomo, e che questi travestì senz’avvedersene gli arcani presentimenti e le vaghe impressioni di quell’ora della sua giovinezza nei pensieri dell’età matura; non è men vero che le emozioni, quali che fossero, provate dal giovane, lasciarono un’impronta sì viva e incancellabile nello spirito dell’uomo, che questi non potè più parlare nè scrivere di Roma senza risalirecolla memoria a quel lontano giorno, in cui ne calpestò per la prima volta le sacre pietre, e più cogli istinti del cuore che colla scienza dell’intelletto lesse nelle sue reliquie la storia della sua passata grandezza e i vaticinii della sua redenzione futura.

E non fu quella la sola emozione che il giovine Garibaldi provò in quel suo viaggio. Egli stesso, allorchè quasi settuagenario venne da Caprera a Roma condotto da quella sua, non sapremmo dire se idea od utopia (ma utopia certamente romana), di deviare e incanalare il Tevere, confidò ad un amico suo e nostro[19]che il primo lampo di quel concetto gli balenò nella mente appunto in quella sua prima visita all’eterna città.

E non è affatto incredibile che quel giovinotto, pieno il capo di prodezze marinaresche e di fantasie romane, vedendo quella Roma così prossima e pur così segregata dal mare, quel glorioso porto d’Anzio ridotto ad una squallida rada di pescatori, e quella storica bocca d’Ostia scomparsa sotto un’alluvione d’arene e di fango, e quel Tevere divino tramutato in un melmoso e maligno torrentaccio, danno e vergogna della città di cui era un tempo ricchezza e decoro; non è affatto incredibile, diciamo, che egli farneticasse di poter mutare tutto ciò in pochi tratti di penna e pochi colpi di mano, e sognasse fin d’allora la risurrezione di Roma marittima, come sognava forse la ben più certa risurrezione di Roma civile.

Gli è che i sogni de’ vecchi non sono il più dellevolte che i sogni dei fanciulli colla sola barba di più; e chi leggerà questa Vita vedrà che nessun uomo fu più tenace de’ suoi sogni di Giuseppe Garibaldi.

Con quelle larve d’idee per il capo, con quei germi di affetti nel cuore, ripigliò la via del mare e per sette anni continui, eccettuati alcuni fugaci riposi, vi perdurò. Ingaggiato di nuovo per marinaio sul brigantino Enea, capitano Giuseppe Gervino, che veleggiava per Cagliari, gli toccò nel ritorno d’essere passivo ed impotente spettatore del naufragio d’un bastimento che faceva rotta col suo; e della scena straziante gli restò nell’animo incancellabile memoria. «Ritornando da Cagliari,» poichè lo stile qui non è solo l’uomo, ma il marinaio, lasceremo parlare lui stesso: «Ritornando da Cagliari eravamo giunti sul capo di Noli e con noi altri bastimenti, fra’ quali unfeluciocatalano. Da vari giorni minacciava il Libeccio e grossissimo era il mare: quindi si scagliò il vento con tanta furia da farci appoggiare in Vado sotto il trinchetto. Ilfeluciodapprima galleggiava mirabilmente e sostenevasi, da far dire ai marinari nostri, essere preferibile trovarsi a bordo di quello. Ma dolorosissimo spettacolo doveva presentarsi ben presto. Un orrendo maroso lo rovesciò, e non vedemmo che alcuni infelici sul suo fianco stenderci le braccia, e sparire travolti nel frangente d’un secondo più terribile ancora. Aveva luogo la catastrofe verso il nostro giardino di destra; impossibile soccorrere i miseri naufraghi. I barchi di dietro furono nella stessa incapacità, e miseramente perivano alla nostra vista nove individui d’una stessa famiglia. Alcune lacrime sgorgarono dagli occhi de’ più sensibili al miserando spettacolo, esauste presto dall’idea del proprio pericolo. Da Vado passai in Genova, quindi in Nizza, dove principiai una serie diviaggi in Levante a bordo de’ bastimenti della casa Gioan.[20]»

«Nel corso poi di que’ viaggi (aggiunge altrove[21]l’Autobiografo) fummo (intende con lui la nave e l’equipaggio) tre volte sorpresi e spogliati dai pirati; accadde anzi che, avendo ricevuto la stessa visita per due volte durante il medesimo viaggio, gli ultimi pirati non trovassero più su di noi cosa che valesse la pena d’essere predata, e se n’andarono a mani vuote.» E del resto null’altro di noto e di certo circa a quelle sue corse, che pure sarebbero di tanto interesse per la storia del marinaio. Certissimo invece: che l’ultimo di quei viaggi lo fece a bordo del brigantinoCortese, capitano Carlo Semeria: che sbarcato a Costantinopoli v’infermò, ed ospitato nella casa della signora Luigia Sauvaigo,[22]sua generosa concittadina, vi trovò ogni maniera di cure e di conforti: che risanato, ma chiusi i porti dell’Egeo e del Mar Nero dalla guerra guerreggiata tra Russia e Turchia, toltogli perciò il navigare, fu costretto a prolungare il suo soggiorno a Costantinopoli nella più angustiosa strettezza: che finalmente costretto a cercar lavoro per vivere accettò come una fortuna di dar lezioni di storia, geografia, francese e matematica ai tre figliuoli d’una signora Timoni; risoluzione temeraria quando si pensi al leggiero fardello con cui l’improvvisato precettore si presentavain quella casa, ma quando si consideri l’onesto motivo che la ispirava, altamente commendevole. Non confondiamo: si può sorridere finchè si vuole della singolar figura di quel maestro, ma l’uomo in quel caso impone rispetto.

Era infatti un sentimento virtuoso, era il nobile orgoglio di non dovere il proprio pane che a sè stesso quello che spingeva quel giovane tanto bisognoso d’aria e di moto, nato al tumulto de’ campi ed alla libertà dell’Oceano, a serrarsi in una stanza, a configgersi ad uno scrittoio, a vegliare forse per studiare la notte il poco che doveva insegnare di giorno; ed egli ha il diritto di contare quella sua prima vittoria sulla povertà guadagnata colle sole armi della dignità e del lavoro fra le più gloriose della sua vita. Così gli fosse durato quel coraggio della miseria, che fu la corazza splendidissima della sua virilità, fino all’estrema vecchiezza!!

Finalmente i porti si riaprono; il maestro può buttare dalla finestra la sua provvisoria giornea, il marinaio respirare ancora dal lucido piano d’una tolda, fra il dolce cigolío delle sarchie e la grata altalena del rollío e del beccheggio, la libera aria del nativo elemento, e correre verso i lidi della patria. Infatti fa vela per Nizza; appena a terra, abbracciati in fretta i suoi vecchi, si mette alla cerca d’un nuovo imbarco e trovatolo di suo genio, e con un nome gentile per giunta,La Nostra Signora delle Grazie, e un vecchio capitano, Antonio Casabona, vi si arruola per secondo, naviga qualche tempo con quel grado, finchè viene il giorno in cui l’eccellente Casabona, rotto dagli anni e dai reumatismi e bisognoso ormai di riposo, gliene cede il governo ed egli ne diventa il capitano effettivo.

Ed era tempo: il giovinetto s’era fatto uomo, il mozzo era venuto su per tutti i gradi della gerarchia marinaresca, navigando, cioè combattendo; non s’era molto seduto sui banchi della scuola, ma aveva la faccia arsa, le mani incallite, l’occhio esercitato da dodici anni di manovre, di vigilie e di fortunali, ed era naturale ch’egli salisse finalmente il ponte del comando, segnando lui al timoniere la rotta del suo bastimento.

Infatti nel I vol., pag. 392, dellaMatricola marittima del 1832, si legge:


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