Capitolo Quarto.DA NIZZA A MORAZZONE.[1848.]

Capitolo Quarto.DA NIZZA A MORAZZONE.[1848.]

LaSperanzaera ancora nell’Oceano, quando un imprevisto accidente rischiò di seppellire in un punto Garibaldi e la sua fortuna. Una lucerna accesa caduta sul barile dell’acquavite infiamma in un istante la dispensa, e minaccia di comunicare l’incendio al bastimento. I più arditi corrono alle pompe; il dispensiere Solari ripara la sua negligenza d’un istante buttandosi a corpo perduto contro le fiamme, ma non per questo l’allarme a bordo s’acqueta; i legionari, colti da timor pánico per quel nuovo e non mai visto nemico, abbandonano i posti, si rovesciano in disordine sul ponte, s’arrampicano su per le sarchie, accrescono colle grida e col tumulto il pericolo del disastro. Garibaldi solo mantiene l’imperturbabile suo sangue freddo, comanda la manovra, impone la calma, rianima gli atterriti, dirige gli operosi, riesce in brev’ora a domare l’incendio ed a salvare il bastimento, che riprende la sua rotta.

I reduci da Montevideo non conoscevano d’Europa che gli avvenimenti del gennaio. La notizia della rivoluzionedi febbraio, le barricate di Milano, la sollevazione di Vienna, l’entrata di Carlo Alberto in Lombardia, le prime vittorie dell’esercito piemontese sul Mincio non potevano essere ancora pervenute in America, ond’erano loro interamente ignote. Da ciò ne seguiva che Garibaldi fosse sempre un po’ incerto della mèta precisa del suo sbarco, e l’animo suo ondeggiasse naturalmente tra i consigli del Mazzini che l’avrebbe voluto spingere a sbarcare in Sicilia, gli accordi presi col Medici che in certa guisa lo impegnavano a scendere in Toscana, ed il suo antico e più profondo concetto che lo portava ad andare dovunque fosse più pronta l’occasione di menare le mani senza preferenza di luoghi, di capi e di bandiera.

Coi suoi pensieri intanto veleggiava verso l’Italia anche la sua nave, quando, passato di non lungo tratto lo Stretto di Gibilterra, i marinai di prua avvistano giù in fondo all’orizzonte una nave con una nuova e non mai vista bandiera. Tutti gli occhi e tutte le lenti s’appuntano curiosi sull’insolito vessillo, intantochè i due legni continuano a navigare e lo spazio che li divide si vien ristringendo sempre più. Ma che cos’è quella bandiera, a quale nazione può ella appartenere, quali colori drappeggia ella? A prima vista, ancora da lontano, l’avreste detta la tricolore francese; ma più la si riguarda più i due bastimenti s’accostano e più i colori della misteriosa bandiera spiccano e si rischiarano; ancora un po’ e il turchino sfuma e si perde in un’altra tinta; un passo ancora e il rosso, il bianco, il verde del tricolore italiano risplendono in tutta la loro pompa sull’ampia stesa dei mari. «È la bandiera italiana,» urlò per il primo il capitano Pegorini! «È la nostra bandiera,» ripeterono in coro cento voci commosse. A tal punto Garibaldipiù commosso di tutti ordina di accostare il legno fratello, e imboccato il portavoce, gli chiede che cosa significhi quella bandiera, e che nuove rechi d’Italia: «Milano è insorta (risponde dal ponte dell’altro bastimento un’altra voce); gli Austriaci sono in fuga; tutta l’Italia è in rivoluzione; viva la libertà!!»

Quale effetto producessero quelle parole pronunciate là nel vasto silenzio del mare, sotto l’immensa vôlta del cielo, sull’animo di quegli uomini, proscritti la più parte per l’amore di quell’Italia di cui allora udivano il trionfo, veterani di quella libertà, che avevano cercata e difesa su tutti i lidi della terra, e che s’erano preparato quel giorno di ritorno e di gaudio con una vita intera di battaglie e di sacrifici, lo descriva chi può. Noi siamo dinanzi all’indescrivibile; Dante avrebbe detto: «all’ultimo di ciascun artista.»

Marinai e legionari, soldati e capitani s’abbracciano, urlano, piangono, ridono insieme, passano nell’istante medesimo fra i più opposti sentimenti, non sanno se più esultare all’annunzio della patria liberata, o affliggersi per lo sgomento di non giungere più a tempo a combattere le ultime battaglie della sua liberazione: un tumulto babelico di commenti, mille voci confuse di patria, di libertà, di rivoluzione, di guerra, «e suon di man con elle,» corrono per la nave, si levano per l’aria, trasportano per alcuni istanti su quel bastimento l’ebbrezza del nostro 1848. Garibaldi fa ammainare la bandiera di Montevideo, e con un lenzuolo, il panno rosso e le mostre verdi delle casacche de’ legionari improvvisa una tricolore e la issa, fra salve di battimani e urla di tripudio, all’albero di maestra. Uno strumento ed un suonatore dove sono Italiani non mancano mai; e una danza folle, sfrenata s’intreccia intorno a quell’albero portatore di quei tresacri colori, e il riso delle stelle e i susurri del mare s’accompagnano a quella festa dell’Italia risorta.[97]

E la grande novella dell’alto mare è presto confermata. Approdati la sera stessa a Palos presso Cartagine per farvi incetta di viveri per il bastimento e d’aranci per l’Anzani sempre più ammalato, odono ripetere dal Vice-console francese tutte le notizie che il bastimento italiano aveva loro recate; onde l’ultima ombra di dubbio che poteva ancora restare nell’animo de’ nostri reduci, scomparve.

Garibaldi poi dal canto suo lasciò ogni esitazione. Ormai la via era tracciata, la mèta era chiara: conveniva senza perdere un istante drizzar la prua verso l’Alta Italia, arrivare al più presto sul teatro della lotta, offrire senza esitare il braccio a Carlo Alberto, se il capitano dell’impresa era lui, e combattere al suo fianco.

Pertanto la Speranza salpa la sera stessa dal porto, e Garibaldi senza chiedere, giusta il suo costume, alcun parere ai compagni, mette la prua sul Nord-Est, e fa rombo più veloce che può verso il Mare di Liguria. Egli tuttavia inclinava a prender terra a Genova o in qualche porto vicino; ma i venti avendolo obbligato ad appoggiare, si decise ad approdare a Nizza, e il 21 giugno 1848, alle ore 11 antimeridiane, inalberata di nuovo la bandiera di Montevideo, che a lui, disertore condannato a morte, era una tutela, getta l’áncora nel porto della città natale.

Era aspettato: l’attendeva dopo dodici e più anni d’assenza la vecchia madre; l’attendeva coi tre figli Anita; l’attendeva, preannunziato dai giornali, la città intera.[98]E fin dal primo spuntare dell’atteso naviglio, la popolazione si versa come un’ondata verso il porto, impaziente di festeggiare e ammirare il glorioso concittadino, e appena ne apparve sulla tolda, in mezzo allo stuolo tricolorato de’ suoi legionari, la bionda testa leonina, abbronzata dal sole delle battaglie e come precinta dall’aureola della vittoria, un urlo d’entusiasmo, una salva d’applausi lo saluta, facendogli suonare all’orecchio, per la prima volta, nel dolce idioma natío quel grido d’ammirazione che da tanti anni non udiva più se non in lingua straniera, sopra terra straniera.

Soltanto verso sera scese a terra, e cominciarono subito anche per lui le noie della celebrità; chè al quarto giorno dallo sbarco fu invitato co’ suoi legionari a un banchetto di quattrocento coperti, di cui l’Echo des Alpes Maritimes, dava in questo tenore il ragguaglio:

«Cronaca politica: Nizza, 26 giugno. — Ieri alle 2 pomeridiane nella grande sala dell’albergoYorkebbe luogoil fraterno banchetto che i Nizzardi offersero al valoroso generale Garibaldi e ai valenti legionari suoi compagni di esiglio e di gloria. La sala era addobbata di bandiere e adornata di fiori; circa duecento invitati, fra i quali il signor Intendente generale, vi si trovavano riuniti per festeggiare l’arrivo del celebre Capitano, che consacrò la sua vita alla difesa e al trionfo della libertà.

»Dopo i discorsi e le felicitazioni, pronunciati da qualche convitato, il Generale prese la parola in lingua francese e si espresse con una certa facilità in questa lingua, quantunque siano quindici anni che ha lasciato Nizza ed abitato il Brasile, ove lo spagnuolo dovette diventare la sua lingua abituale; egli approfittò di questa occasione per riassumere il suo passato e la sua attuale situazione:

«Voi sapete, egli disse, se io fui mai partigiano dei re, ma poichè Carlo Alberto si fece il difensore della causa popolare, io ho creduto dovergli recare il mio concorso e quello de’ miei camerati. D’altronde, aggiunse egli, una volta che la libertà italiana sarà assicurata, ed il suolo liberato dalla presenzadel nemico, io non dimenticherò giammai che sono figlio di Nizza e mi si troverà sempre pronto a difendere i suoi interessi.[99]»

Trattenutosi alcuni giorni a Nizza per apparecchiare le cose sue e riordinare la Legione, a cui i Nizzardi avevano recato un primo rinforzo di settanta volontari, il 28 mattina salpa con circa cencinquanta[100]legionari, bene equipaggiati ed armati, per Genova, dove arrivò al pomeriggio del 29, accolto dai Genovesi con quello stesso entusiasmo di popolo, con cui era stato accolto a Nizza e lo sarà d’ora innanzi ovunque, e ricevuto dalle stesse Autorità, che egli per il primo s’era recato a visitare, con ogni dimostrazione d’onore.[101]

Ma i primi suoi passi erano stati verso il povero Anzani, che fattosi trasportare da qualche giorno in Genova, si era quivi rapidamente aggravato. Lo trovò infatti quasi moribondo; n’ebbe il cuore lacerato; lo consolò degli alti conforti che l’anima eroica dell’uno era degna di udire dalla voce eroica dell’altro; stette al suo capezzale finchè gli fu concesso; ma alla fine chiamato dalla voce imperiosa della patria, e costretto dalle necessità della sua impresa a recarsi al campo del Re, dal quale s’attendeva aiuti e favori, si staccò coll’anima straziata dalle braccia del venerato amico, e fu per sempre.

Prima però di lasciar Genova fu obbligato, parte dalla sua stessa posizione, parte dalla febbre parolaia e festaiuola di quel tempo, ad intervenire ad un’adunanza del Circolo Nazionale di quella città; quindi ad udirvi dei discorsi ed a pronunciarne uno egli stesso. Invitato difatti da un membro del Circolo a dire quale fosse il suo giudizio sulle cose della guerra e sulle condizioni del nostro esercito, si schermì dapprima modestamente, dicendo che a lui, giunto appena dall’America,mancavano i criterii per sentenziare sopra argomento sì grave; ma poi, eccitato dall’opportunità, e lasciando libero il corso ai più intimi pensieri dell’animo suo, con molta misura e molta franchezza insieme soggiunse:

«Il maggiore pericolo che ci sovrasta è quello che la guerra si prolunghi e non sia terminata quest’anno. Noi dobbiamo fare ogni sforzo possibile perchè gli Austriaci siano presto cacciati dal suolo italiano, e non si abbia a sostenere una guerra due o tre anni. Ora noi non possiamo ottenere questo intento, se non siamo fortemente uniti. Si dia bando ai sistemi politici; non si aprano discussioni sulla forma di governo; non si destino i partiti. La grande, l’unica questione del momento è la cacciata dello straniero, è la guerra dell’indipendenza. Pensiamo a questo solo: uomini, armi, danari, ecco ciò che ci bisogna, non dispute oziose di sistemi politici. Io fui repubblicano (esclama il Generale), ma quando seppi che Carlo Alberto si era fatto campione d’Italia, io ho giurato di ubbidirlo, e seguitare fedelmente la sua bandiera. In lui solo vidi riposta la speranza della nostra indipendenza; Carlo Alberto sia dunque il nostro capo, il nostro simbolo. Gli sforzi di tutti gli Italiani si concentrino in lui. Fuori di lui non vi può essere salute. Guai a noi, se invece di stringerci tutti fortemente intorno a questo capo, disperdiamo le nostre forze in conati diversi ed inutili, e peggio ancora se cominciamo a sparger fra noi i semi di discordia. Uniamoci, uniamoci nel solo pensiero della guerra; facciamo per la guerra ogni sorta di sacrificio. Pensiamo che essi saranno sempre minori di quelli che ci imporrebbero i nemici se fossimo vinti.»

E queste parole, scrive il giornale d’onde le togliamo,vennero spesso interrotte e seguite da grandi applausi; onde il Presidente disse che rispondevano esattamente ai sentimenti del Circolo, e l’Assemblea chiuse la cerimonia nominando socio onorario del Circolo stesso Garibaldi, che incominciò forse da quel giorno a conoscere la beatitudine d’essere il Socio e Presidente nato e perpetuo di tutte le Società concepibili ed inconcepibili, di cui in qualche parte il bisogno e l’utilità, ma in grandissima l’ozio, il capriccio e la moda, vanno seminando il secolo XIX.

Certo le parole del generale Garibaldi erano schiette, e traducevano esattamente il concetto ch’egli si era sempre formato d’una guerra nazionale, nella quale uno doveva comandare, e tutti gli altri obbedire e combattere. Però la lettera a Pio IX del 1847, il discorso su Carlo Alberto del 1848, il programma di Marsala del 1860, non fanno che una cosa sola, non sono che l’applicazione del medesimo pensiero e il contrassegno del medesimo uomo. È sempre lo stesso patriotta puro e disinteressato che predica il suo verbo e si prepara a segnarlo col sangue: far l’Italia con chicchessia e comunque, rimettendo all’indomani le quistioni litigiose del suo ordinamento e della sua costituzione.

Che se un giorno egli avrà il torto di metter bocca in quistioni non sue, e disadatto d’ingegno, impreparato di studi, digiuno d’ogni esperienza, volerle col taglio della sua retorica epistolare recidere, come col taglio della sua spada eroica falciava le falangi nemiche, consoliamoci e perdoniamogli ancora: chè quella retorica consumata dalle sue stesse ripetizioni e contraddizioni passò sempre senza lasciare alcuna traccia nociva, nè dare alla patria altro dolore che di vedere il suo eroe, «nato a cingersi la spada,» capovoltareil «fondamento che natura» aveva posto in lui, e tentar, invano per fortuna, di sfabbricare coll’insania delle parole il monumento di gloria ch’egli aveva eretto a sè stesso colla virtù delle opere.

Frattanto nel giorno stesso che Garibaldi partiva per il Mincio arrivava a Genova il Medici, reduce dalla sua escursione in Toscana, scontento dell’esito, e irritato con Garibaldi che l’aveva piantato e se n’era andato a sbarcare altrove.

Ora anche la sua prima visita era stata all’Anzani, e manifestatagli la sua collera per la condotta, a’ suoi occhi poco leale, di Garibaldi, si udì rivolgere dal morente questo profetico consiglio: «Medici, non essere severo con Garibaldi: egli è un predestinato; gran parte dell’avvenire d’Italia è nelle sue mani, e sarebbe un grave errore abbandonarlo e separarsi dalla sua fortuna. Anch’io mi sono qualche volta guastato con lui; ma poi, convinto della sua missione, mi sono sempre riconciliato per il primo.»

All’indomani l’uomo che proferiva queste fatidiche parole non era più; ma l’altro uomo che le aveva udite le portò stampate nel cuore per tutta la vita. Raccolto l’estremo sospiro dell’amico, resigli gli ultimi tributi, il Medici partì per Torino; ma scontratosi quivi alcuni giorni dopo con Garibaldi, fu il primo a gettarsi nelle sue braccia, riannodando con lui quel patto d’amicizia, cementata di poi su venti campi di battaglia, che nemmeno i tardi dissensi politici poterono infrangere, e che fin negli ultimi anni rimase quasi arra di pace fra il Quirinale e Caprera.

Intanto il nostro eroe era giunto al termine delsuo viaggio. Passato in fretta da Novara, dove non l’arrestarono le solite ovazioni; toccato Pavia per visitare il Sacchi, sempre infermo della sua ferita, e che frattanto andava raccogliendo nella sua città natale un nucleo di volontari, arrivò fra il 3 e il 4 luglio al quartier generale di Roverbella, e si presentò immediatamente al Re. Questi lo accolse con principesca cortesia, si mostrò edotto delle sue gesta d’America e le commendò altamente; ma stretto a rispondere alla domanda dell’eroe, la invincibile sua irresolutezza lo riprese; l’antica sua diffidenza delle armi popolari e degli uomini rivoluzionari lo riassalse, e scusandosi, assai male a parer nostro, co’ suoi doveri di Re costituzionale, lo rinviò a’ suoi ministri.[102]

E Garibaldi amareggiato da quel nuovo indugio, ma non iscoraggito, piegò al consiglio, e condottosi difilato a Torino si presentò senz’altro al Ministero della guerra e vi ripetè la sua istanza. Teneva quel portafoglio il generale Ricci, brav’uomo e colto militare, ma impregnato di tutti i pregiudizi di quella che allora poteva ben dirsi la sua casta, ed educatoa veder subito un intrigante ed un avventuriere in ogni uomo che pretendesse all’esercizio delle armi senza averne presa l’ordinazione sacramentale in uno dei due santuari della famiglia: l’Accademia o la Caserma. Egli cominciò a pagar Garibaldi di quegli arzigogoli legali e di quella retorica evasiva che, fanno sentire mille miglia lontano il rifiuto, sino a che pressato dal condottiero a spiegarsi più chiaro, finì col consigliarlo a recarsi a Venezia; «campo così degno di lui; e dove poteva prendere il comando di qualche flottiglia tanto utile a quell’assediata città.» A questa sortita è fama che Garibaldi rispondesse asciutto: «Signore, io sono uccello di bosco e non di gabbia,» e che voltasse le spalle all’incauto consigliere.

Nemmeno quella ripulsa l’aveva sconfidato. Quel che non poteva dal Governo, Garibaldi sperava ottenerlo dagli amici, dagl’Italiani, dal popolo, come dicevasi, e in questa nuova illusione sciupava il suo tempo e i suoi passi. Ora stampavano che gli verrebbe confidato il comando dei Volontari del Caffaro, richiamando il Durando a capitanare la Divisione regolare lombarda; ora si ritornava al pensiero di unire al manipolo de’ suoi legionari altri volontari; ora un progetto, ora un altro; ma infatti i giorni passavano, e nulla si conchiudeva e a nulla si approdava.

E diciamo qui tutto il pensier nostro: ogni conclusione ispirata dall’angusto concetto di fare di Garibaldi il comandante d’una guerriglia o d’un Corpo franco qualsiasi, poteva contentar lui e salvare le apparenze, nel fatto era piccina e infruttuosa. O indovinato l’uomo si aveva fede nel suo genio, nel suo patriottismo e nella sua fortuna, e conveniva usarlo per quel che valeva, mettendo nelle sue mani tanta forza e tanta autorità, quante potessero bastargli ad arrestarel’incominciato rovescio; o l’uomo non si capiva e si dubitava di lui, e il baloccarlo con lusinghe, o sciuparlo in sterili schermaglie, era insano, indegno e sleale. Una vera ispirazione del Cielo sarebbe stata quella di affidargli il governo della nostra squadra nell’Adriatico, e in qualche giornale del tempo lo vedemmo suggerito; ma quello che non si comprese nel 1866 si poteva egli comprenderlo nel 1848?

Visto pertanto che i ministri erano anche più sordi del Re, e gli avvocati, i tribuni, i ciarlatori dei Club più sterili d’opere del Re e dei ministri, deliberò di togliersi da Torino e di tentare Milano, dove giunse infatti la sera del 15 luglio e l’aspettava miglior fortuna. Sorvoliamo, come al solito, su le feste, le luminarie, le parate. Si era nel 1848 e tanto basta.[103]Tuttavia i passi del nostro cavaliere errante in cerca d’un brano di terra su cui combattere per la patria sua furono, questa volta, meno infruttuosi. Milano era pur sempre la città delle Cinque Giornate, e dove il concetto della guerra popolare e rivoluzionaria era scoppiato, a dir così, dal seno stesso delle barricate; a Milano affluiva la più animosa gioventù, impaziente di armarsi e di combattere; a Milano infine lo stesso Governo Provvisorio s’affaccendava, confusamente sì, ma volonterosamente a reclutare quante più milizie poteva, e non vincolato da obblighi politici e da pregiudizi militari, accoglieva, fin troppo facilmente, quanti venissero a profferirgli il loro braccio, senza guardare tanto sottilmente d’onde venissero, nè quantovalessero, nè quali assise vestissero; peccando piuttosto per eccesso di larghezza che per il suo contrario.

A ciò si aggiunga che a Milano era già arrivato sin dal maggio il Mazzini, il quale nel suo giornale l’Italia del Popolososteneva, con tutto l’apostolico calore della sua eloquenza, la necessità di render quanto più popolare la guerra, ed aveva perciò immediatamente patrocinato l’idea di affidare all’eroe di Montevideo una parte importante. Molte eran dunque le ragioni che consigliavano al Governo Provvisorio di procedere speditamente; e però il giorno stesso del suo arrivo esso offerse al nostro Garibaldi il comando di tutti i volontari raccolti fra Milano e Bergamo, i quali potevano sommare a circa tremila.

Non eran certamente quelli che potessero salvare il paese; ma più di quanto Garibaldi in quel momento potesse desiderare.

Quei volontari erano una mescolanza di tutte le razze e di tutti i colori; ma ciò non guastava. Accanto a una legione di Vicentini, dal nome del generale chiamataAntonini, discretamente armata ed organizzata, schieravasi il battaglioncino dei Pavesi che il Sacchi aveva formato a Pavia; dietro a un centinaio di giovani egregi, nati dalle più distinte famiglie milanesi, e avanzi, la più parte, delle Cinque Giornate, venivano gli scarti, i transfugi, gli erranti di tutti i Corpi franchi che andavano dallo Stelvio al Caffaro; assieme a una varia schiera di volontari lombardi marciava uno stuolo di Liguri e Nizzardi; e con tutti questi il manipolo dei legionari condotti da Montevideo.

E poichè il Governo Provvisorio aveva bensì dati gli uomini, ma non aveva potuto dare nè tutte le vesti, nè tutte le armi, così buona parte di quella gente aveva dovuto pensare ad armarsi ed equipaggiarsi come edove aveva potuto, e presentava perciò il più variopinto mosaico che la fantasia d’un pittore di accampamenti potesse inventare. Chi era alla borghese, chi alla militare; chi insaccato in unritter, casacca di fatica che i Croati nella fretta del 23 marzo avevano dimenticato a Milano; chi drappeggiato nel così detto costumeall’italiana, giacca di velluto e cappello piumato alla calabrese; chi portava un fucile a percussione e chi unsilderaustriaco; chi una carabina svizzera, chi uno schioppo da caccia, chi un catenaccio a focaia, e chi.... niente. Ma Garibaldi a Montevideo doveva aver visto anche di peggio, e quel pittoresco disordine anzichè sgomentarlo lo divertiva e lo esaltava. Conviene anzi soggiungere che egli era il solo che sapesse servirsi di siffatta accozzaglia e all’uopo cavarne un effetto qualsiasi. Ordinatala pertanto in non so quanti battaglioni, dato al più scelto di essi il nome veneratoAnzani, e postolo agli ordini del Medici, che dopo Torino non s’era mai staccato da lui, nel pomeriggio del 25 luglio, obbedendo a un ordine delGoverno Provvisorio, lasciò i quartieri di Milano e s’incamminò alla volta di Bergamo.[104]

Era già tardi. Si era delirato cinque mesi in un sogno carnevalesco di vittorie senza pugna, di trionfisenza onore, di gloriole senza merito; l’ora del risveglio era suonata. L’esercito piemontese in tre giorni di lotta eroica disfatto; le linee del Mincio e dell’Oglio perdute; quella dell’Adda insostenibile; tutta la Lombardia riaperta agli eserciti di Radetzki; Milano stessa minacciata; ecco le notizie che dal 24 al 30 luglio con incalzante terribilità giungevano nella capitale lombarda. Non spetta a noi narrare quei giorni sciagurati; se c’incombesse, non ci sgomenterebbe, per quanto doloroso, il tèma, convinti che, se l’ambascia di quei ricordi è grande, più grande ancora è il loro ammaestramento. Gl’Italiani hanno più da imparare dal 48 che da tutti i secoli della loro storia. Esso compendiò come in un microcosmo tutta la vita italiana. Tutte le debolezze del nostro carattere, tutte le colpe delle nostre discordie, tutti i danni delle nostre sètte, tutti i frutti della nostra educazione rettorica e parolaia, tutte le conseguenze delle nostre abitudini molli ed anti-militari, tutto il marciume del nostro spirito tra scettico e superstizioso si videro riassunti e rispecchiati nel giro di que’ pochi mesi, come Macbeth vedeva nella fila degli specchi tutta la progenie di Banco. Il 1848 è il nostro grand’anno fatale; fatale nel senso greco della parola; l’anno che doveva essere perchè l’Italia fosse. Esso riepilogò il nostro passato, ma preparò insieme il nostro avvenire. Quella solenne smentita inflitta ai nostri decantatiprimati; quell’amara esperienza della nostra pochezza pagata a prezzo di tante lagrime e di tanto sangue; quell’esame obbligato delle nostre forze; quel lavacro bollente delle nostre vanità; quello sfogo tormentoso, ma igienico, dei guasti umori raccolti da secoli nel nostro corpo, erano necessari, benefici, provvidenziali, affinchè l’Italia vedesse alla fine l’anno della sua salute, e risorgesse.

Pure tutto non si poteva nè si voleva credere perduto; e lo stesso Carlo Alberto, nella generosa, ma incauta promessa di voler vincere o morire coi «suoi Milanesi,» aggiunse ai molti altri anche quell’estremo errore e quella estrema illusione. Errore, perchè ogni ragione strategica lo consigliava a ritirarsi oltre il Po e a difendersi sotto Piacenza; illusione, non perchè fosse, a parer nostro, impossibile protrarre lungamente contro soli trentacinquemila nemici la difesa d’una città guardata, tra regolari e volontari, da altrettanti combattenti, protetta da un ricco parco d’artiglierie, abitata da una popolazione numerosa, armata, energica, pronta, se avesse trovato l’uomo capace d’inspirarglieli, agli estremi sacrifici; ma perchè a render fruttuosa, almen di gloria, la resistenza, mancava quella forza che sola produce i miracoli di Sagunto e di Saragozza: la fede. Fede del Re nell’esercito e nel popolo; fede del popolo e dell’esercito nel Re; fede di tutti se non nella vittoria, nella religione de’ forti: soccombere con onore.

Tuttavia il magnanimo proposito di Carlo Alberto parve a tutti in sulle prime il solo degno ed accettabile; e se chieder armi, rizzar barricate, bruciar case, offrir vita e sostanze, gridar «guerra e morte,» potevano esser presi per certi segni della deliberata volontà d’un popolo di seppellirsi sotto le ruine della sua città, Milano li diede tutti.

Intanto fin dall’annunzio dei primi disastri unComitato di Difesas’era costituito, il quale, mentre re Carlo Alberto andava radunando le membra sparte del suo esercito, assumeva di porre in istato di difesa la città, decretava le fortificazioni e l’asserragliamento delle mura e delle vie, cercava armi ed armati, ordinava le milizie popolari raccolte nella città, mandavain Svizzera ad assoldar nuovi volontari, provvedeva al vivere dell’esercito e della popolazione, richiamava infine a Milano quanti Corpi franchi non erano stati tagliati fuori dall’invasione nemica, e fra quelli necessariamente anche Garibaldi.

L’ordine lo raggiunse la sera del 3 agosto a Bergamo; e poichè egli pure era consapevole del vero stato delle cose, e le avanguardie austriache bivaccavano già a Cassano d’Adda, non esitò un momento; e fatti nella notte stessa gli apparecchi della partenza, per la via più corta e sicura di Pontida-Brivio-Merate, dopo trent’ore di marcia forzata, verso le due pomeridiane del giorno 5 giunse a Monza. Conduceva seco da cinquemila uomini, e fra essi, confuso co’ gregari del battaglione Anzani, venuto a chiedere in quella suprema distretta della patria il suo posto di combattimento, Giuseppe Mazzini;[105]la truppa era poco agguerrita, ma volonterosa; Monza, finchè Milano resisteva, poteva essere una buona posizione di fianco sulla destra dell’esercito austriaco, e quand’anco gli fosse tolto di penetrare nell’assediata città, l’audace condottiero sperava sempre di poter da quella postura molestare il nemico e recare agli assediati anche dal di fuori un non spregevole soccorso.

Troppo tardi. Sfasciato l’esercito; discordi, sfiduciati e istupiditi i generali; riescite sterili o sfortunate anche le prime fazioni combattute sotto le mura; stremati i viveri e le munizioni; smarrita ogni speranza di soccorso; poche, disordinate, inesperte lemilizie cittadine; tumultuante, diviso il popolo; impossibile la resistenza, impossibile persino l’eroismo della disperazione, certo l’eccidio della città, e forse con essa inevitabile la ruina del Piemonte e della sua libertà, Carlo Alberto ebbe il triste coraggio di far tutta sua l’onta amara d’una resa che la giustizia della storia distribuisce su molti; e la sera del 4 agosto mandò una proposta d’armistizio al nemico, che l’accettò.

Ora quel che ne seguisse è noto. Come il popolo, prima incredulo all’annunzio dell’armistizio, poi infuriato e demente gridasse Carlo Alberto traditore, lo assediasse nel suo palazzo e lo minacciasse della vita; come dopo una invereconda altalena di giustificazioni e di smentite, l’armistizio fosse confermato, e Carlo Alberto, salvato a stento dalla intrepida devozione de’ suoi più fidi, fuggisse notte tempo come un malfattore, tuttociò è vivo ancora nella memoria della nostra generazione, e a noi basta ricordarlo.

Ma l’annunzio dell’armistizio Salasco non aveva trovato increduli nella sola Milano; tutta la Lombardia, quanti, può dirsi, avevano in petto scintilla di amor di patria, lo rinnegarono collo stesso sentimento d’incredulità sdegnosa, con cui l’aveva rinnegato la città che n’era la prima vittima. E non parliamo di Garibaldi. In sulle prime, sbalordito egli pure dalla terribile notizia, s’era apparecchiato a ritirarsi da Monza, la quale dopo la caduta di Milano era una stanza pericolosissima; ma appena un certo signor Villa gli scrisse una lettera per assicurarlo che tutte quelle voci erano bugiarde, prende colla credulità del desiderio quella lettera per vangelo, e anzichè pensare alla ritirata delibera di marciare prontamente in soccorso di Milano, e incuora i suoi compagni aseguirlo con un Manifesto che si chiude con queste parole:[106]

«Si rinfranchi pertanto lo spirito d’ognuno di voi, ed accorrete ad unirvi alla mia colonna che move sopra Milano a prestare a quei generosi abitanti l’aiuto per discacciarne l’abborrito nemico.»La salute della patria dipende dalla celerità con cui potrete meco sostenere Milano.»GeneraleGaribaldi.»

«Si rinfranchi pertanto lo spirito d’ognuno di voi, ed accorrete ad unirvi alla mia colonna che move sopra Milano a prestare a quei generosi abitanti l’aiuto per discacciarne l’abborrito nemico.

»La salute della patria dipende dalla celerità con cui potrete meco sostenere Milano.

»GeneraleGaribaldi.»

Invano! tutto era consumato! l’esercito piemontese era già in ritirata verso il Ticino; l’esodo dei patriotti e dei proscritti era già cominciato; Radetzki, superbo come un conquistatore, passeggiava già le vie di Milano; la Lombardia piegava il capo al duro destino; conveniva che Garibaldi lo piegasse egli pure.

E considerata la posizione di Monza, priva, dopo la caduta di Milano, di qualunque punto d’appoggio, preveduto il pericolo d’essere da un istante all’altro assalito e ravvolto dagli Austriaci, Garibaldi decise di ritirarsi su Como, dove almeno poggiava ancora le spalle ai monti e aveva prossimo in ogni estremità il rifugio in Isvizzera.

Però egli voleva ritirarsi, non fuggire; molto meno deporre le armi senza aver combattuto. Se l’Italia si rassegnava a credere tutto perduto, egli non lo poteva; sperava sempre che la resistenza fosse possibile; che il paese, scosso il primo sbalordimento del colpo, si leverebbe come un sol uomo, per protestare contro quel che egli, colle parole che erano sulle labbra di tutti, chiamava:il tradimento del Re, e continuare da sè, co’ propri petti e le proprie armi,l’impresa che la viltà regia aveva disertata. Forse gli pareva d’essere ancora nell’America spagnuola, dove ogni accolta di bande si chiamava un esercito, e simili eserciti s’improvvisano colla stessa rapidità con cui si sciolgono; dove ognuno può far la guerra per proprio conto e trovar comunque seguaci; dove la natura del suolo e l’indole degli abitanti rendono possibile protrarre all’infinito la guerriglia di partigiani; dove infine il sentimento dell’indipendenza dallo straniero è una seconda religione, e una guerra nazionale non resta, come da noi, abbandonata al solo esercito, martire forzato che deve morire per tutti, ma la combatte senza tregua e senza quartiere, con tutta la ferocia d’un fanatismo religioso, tutto il paese.

Infiammato pertanto da questi ricordi e ispirato da questa fede, Garibaldi arriva co’ suoi alla Camerlata; ivi prende posizione e si trincera; spedisce frattanto messi al Griffini, al D’Apice, al Manara, all’Arcioni perchè si uniscano e s’accordino con lui per continuare la guerra santa; apre nuovi arruolamenti, invita alle armi il paese. Illusioni: il Griffini per la Val Camonica, il D’Apice per la Valtellina erano già in cerca del confine svizzero; il Manara, il Dandolo, il Durando subendo l’armistizio s’incamminavano verso il Ticino; la sua colonna, anzichè ingrossare di nuovi volontari, perde anche quelli che ha, sinchè da cinquemila è ridotta a men che tremila; il paese, tuttora istupidito dalla fiera percossa, lo guarda trasognato, ed una cosa sola è sicura: che gli Austriaci s’avanzano, e in poche giornate possono averlo avviluppato entro una rete senza uscita.

Tuttavia Garibaldi non volle darsi vinto ancora. Levò bensì il campo da Como, dirigendosi verso San Fermo; ma giunto sulla piazza del villaggio, che un altro giorno dovrà render storico, arresta la colonna, fa formare il quadrato e la arringa. Le dice che sarebbe vile deporre le armi; che bisogna continuare la guerra di banda, più sicura di tutte quando si ha fede ne’ capi, costanza e disciplina, ed altre di quelle parole incisive e pittoresche che egli sapeva così ben trovare. Un silenzio eloquente fu la prima risposta a quel discorso; nuove diserzioni a stormi furono il commento di quel silenzio.

A quel punto anche il nostro eroe sentì la dura realtà prenderlo alla gola; un sentimento indistinto di nausea e di scoramento si fe’ strada per la prima volta nell’animo suo; e calatosi, come soleva sempre negl’istanti più torbidi, il cappello sugli occhi, marciò senz’altro col resto de’ suoi seguaci a Varese, d’onde, passata la notte del 9, ripartì al mattino seguente per il Lago Maggiore, e tragittato il Ticino a Sesto Calende, approdò la sera del 10 agosto a Castelletto presso Arona.

Colà giunto però, la sua natura, un istante soffocata, riprende il sopravvento; la vergogna di ritirarsi, egli, Garibaldi, senza aver combattuto, lo assale; un raggio di speranza di rianimare con un’ardita iniziativa la fiamma dell’insurrezione lombarda, torna a spuntargli nell’animo, e delibera senz’altro di ripassare il confine e di riprendere comunque l’abbandonata impresa. E come se a confermarlo nell’ardito proponimento fosse mestieri di maggiore eccitamento, ecco pervenirgli un ordine del Duca di Genova, che a nome del Governo subalpino gli intima di sciogliere le sue bande e di uscire egli stesso dal territoriosardo. Non si contenne più l’indomito, e risposto fieramente al Duca: «Essere libero cittadino, non riconoscere il Re sardo, nessuno potergli togliere il diritto di cacciare lo straniero dal suolo della patria;» inalbera il vessillo mazzinianoDio e Popolo, e pubblica questo Bando agl’Italiani, nel quale troppo naturalmente la violenza della passione spiega la confusione delle idee e la virulenza del linguaggio:[107]

«Agl’Italiani.Eletto in Milano dal Popolo e da’ suoi rappresentanti a duce di uomini, la cui mèta non è altro che l’indipendenza italiana, io non posso uniformarmi alle umilianti convenzioni ratificate dal Re di Sardegna collo straniero aborrito, dominatore del nostro Paese.Se il Re di Sardegna ha una corona che conservò a forza di colpe e di viltà, io ed i miei compagni non vogliamo conservare con infamia la nostra vita; non vogliamo, senza compiere il nostro sagrificio, abbandonare la sorte della sacra terra al ludibrio di chi la saccheggia e la manomette.Un impeto solo di combattimento gagliardo, un pensiero unanime ci valse la santa civile indipendenza che gustammo, sebbene pochi fra i migliori l’avessero guadagnata ed uniti poscia coi più per inganno la vedessero scomparsa.Ma ora che il pensiero, sciolto l’iniquo freno alla sua manifestazione, ha già diffuso per tutte le menti quella suprema verità che suona a sterminio de’ tiranni; ora che l’opera da infiniti elementi rafforzata si può ordinare e la prestano già numerosi corpi emancipati dagl’interessi legali; ora che sono smascherati que’ traditori che pigliarono le redini della rivoluzione per annichilirla; ora che sononote le ragioni dell’eccidio a Goito, della mitraglia e delle febbri di Mantova, dello sterminio de’ prodi Romani e Toscani, delle codarde Capitolazioni, il Popolo non vuol più inganni.»Egli ha concepito la sovrana sua potenza, la provò e volle conservarla al prezzo della vita, ed io ed i miei compagni che ne ebbimo fiducioso mandato, che accogliemmo qual dono il più prezioso che potesse a noi largire il Supremo, noi vogliamo corrispondergli come ne spetta. Nè vagheremo sulla terra che è nostra, non ad osservare indifferenti la tracotanza de’ traditori, nè le straniere depredazioni; ma per dare all’infelice e delusa nostra Patria l’ultimo nostro respiro, combattendo senza tregua e da leoni la guerra santa, la guerra dell’indipendenza italiana.»Castelletto, 13 agosto 1848.»FirmatoGaribaldi.»

«Agl’Italiani.

Eletto in Milano dal Popolo e da’ suoi rappresentanti a duce di uomini, la cui mèta non è altro che l’indipendenza italiana, io non posso uniformarmi alle umilianti convenzioni ratificate dal Re di Sardegna collo straniero aborrito, dominatore del nostro Paese.

Se il Re di Sardegna ha una corona che conservò a forza di colpe e di viltà, io ed i miei compagni non vogliamo conservare con infamia la nostra vita; non vogliamo, senza compiere il nostro sagrificio, abbandonare la sorte della sacra terra al ludibrio di chi la saccheggia e la manomette.

Un impeto solo di combattimento gagliardo, un pensiero unanime ci valse la santa civile indipendenza che gustammo, sebbene pochi fra i migliori l’avessero guadagnata ed uniti poscia coi più per inganno la vedessero scomparsa.

Ma ora che il pensiero, sciolto l’iniquo freno alla sua manifestazione, ha già diffuso per tutte le menti quella suprema verità che suona a sterminio de’ tiranni; ora che l’opera da infiniti elementi rafforzata si può ordinare e la prestano già numerosi corpi emancipati dagl’interessi legali; ora che sono smascherati que’ traditori che pigliarono le redini della rivoluzione per annichilirla; ora che sononote le ragioni dell’eccidio a Goito, della mitraglia e delle febbri di Mantova, dello sterminio de’ prodi Romani e Toscani, delle codarde Capitolazioni, il Popolo non vuol più inganni.

»Egli ha concepito la sovrana sua potenza, la provò e volle conservarla al prezzo della vita, ed io ed i miei compagni che ne ebbimo fiducioso mandato, che accogliemmo qual dono il più prezioso che potesse a noi largire il Supremo, noi vogliamo corrispondergli come ne spetta. Nè vagheremo sulla terra che è nostra, non ad osservare indifferenti la tracotanza de’ traditori, nè le straniere depredazioni; ma per dare all’infelice e delusa nostra Patria l’ultimo nostro respiro, combattendo senza tregua e da leoni la guerra santa, la guerra dell’indipendenza italiana.

»Castelletto, 13 agosto 1848.

»FirmatoGaribaldi.»

Ciò detto e pubblicato, s’impadronisce nello stesso porto d’Arona dei due piroscafiSan CarloeVerbano; imbarca in essi e in alcune navicelle a rimorchio i millecinquecento uomini rimastigli; risale tutto il Lago Maggiore e sbarca nella giornata del 14 a Luino, dove s’accampa.

Era la prima sorpresa a cui Garibaldi abituava gli Italiani. Invano lo dissuadevano l’esiguità della schiera, la povertà dei mezzi, il crescente sopore delle popolazioni; invano lo osteggiava la natura medesima, assalendolo il giorno stesso della partenza con una terribile febbre: Garibaldi aveva deciso di non lasciare la terra lombarda senza misurarsi collo straniero che la calpestava, e manteneva il voto.

Nè l’occasione di scioglierlo gli tardò molto. Fin dal mattino del 15 una colonna di Austriaci, forte press’a poco quanto la garibaldina, partiva da Varese coll’intenzione di attaccarla e forse colla speranzadi sorprenderla. Garibaldi era ammalato colla febbre nell’albergo dellaBeccaccia, posto a pochi metri da Luino, sulla strada stessa di Varese. Il Medici però vegliava per lui; e barricata di là dall’albergo la strada, collocati con diligenza gli avamposti, mandati esploratori a scandagliare i dintorni, stava attentamente sull’arme. Difatti non era scoccato il mezzogiorno, che gli esploratori vennero ad annunciare l’avanzarsi del nemico. Il Medici corre tosto ad avvertire Garibaldi, il quale, quasi dimentico del male che lo tormentava, balza di letto, monta a cavallo, spiega una parte della colonna sulla strada e nei campi circostanti, apposta sulla sinistra il Medici col rimanente del corpo, lascia, secondo il suo costume, approssimare il nemico, e scambiati pochi colpi, lo carica alla baionetta, prima di fronte, poi colla colonna del Medici, di fianco, e in poche ore lo sbaraglia, inseguendolo per lungo tratto di via e costringendolo a lasciare sul terreno tra morti, feriti e prigionieri circa centottanta uomini.

Ora che la nuova campagna di Lombardia era cominciata, bisognava vederne la fine. Speso il giorno 16 ad aspettare un nuovo assalto del nemico, che non venne, partì il dì seguente per Ghirla e per la Valgana, s’avvicinò a piccole tappe a Varese, dove entrò il 18 alle cinque del pomeriggio. La patriottica città lo accolse in trionfo. Egli vi passò in riposo la giornata del 19, sequestrando e multando alcune persone sospettate, forse a torto, di complicità col nemico, e la mattina del 20, probabilmente avvertito dell’avvicinarsi degli Austriaci, tornò a ritirarsi sulle collined’Induno, spingendo il Medici ad Arcisate. Difatti nel giorno appresso alcune compagnie di Austriaci accompagnate da pochi cavalieri presentavansi a riconoscere il paese, e raccolte le notizie di Garibaldi ne ripartivano tosto. Ma il 23 tutta la divisione D’Aspre comandata dal suo Generale, forte di circa undicimila uomini, entrava in Varese, mentre due altre colonne austriache, l’una da Luino e l’altra da Como erano già in moto per occupare tutti i passi della Valcuvia e del Mendrisiotto.

Garibaldi però ne fu informato, e col suo nativo acume indovinò prontamente che, se lasciava tempo a tutte quelle colonne di compiere le loro manovre, ogni via di ritirata in Isvizzera gli era preclusa ed egli restava irremissibilmente schiacciato. Non esitò un istante; lasciò il Medici ad Arcisate con circa duecento uomini, coll’ordine di tener a bada e molestare il nemico, resistergli più che poteva e all’estremo di rifugiarsi in Isvizzera; egli risalì per un tratto la Valgana per confermare gli avversari nella credenza che volesse difendersi su quegli altipiani, poi a un tratto muta direzione, gira per Valcuvia, scende rapidamente su Gavirate, costeggia il Lago di Varese, e per Capolago e Gazzada, dopo due giorni di marcia forzata, riesce a Morazzone alle spalle del nemico, che lo supponeva sempre di fronte.

Il generale D’Aspre non durò a lungo nell’inganno; uno spione gli scoprì l’ardita mossa del nostro condottiero, ed egli deliberò di andarlo ad assalire immediatamente nella sua nuova posizione. Infatti all’indomani stesso (26 agosto), verso le quattro pomeridiane, una colonna di cinquemila Austriaci, taluno disse comandata dallo stesso D’Aspre, compariva improvvisamente innanzi a Morazzone. Garibaldi, conviendirlo, non se l’aspettava, e le sue truppe, spossate dalle marcie de’ giorni precedenti, facevano mala guardia. Il cannone nemico però fu per tutti una sveglia. Garibaldi ha appena il tempo di montare a cavallo e di accorrere in capo alla via principale del paese alle prime difese; in brevi istanti l’attacco è incominciato su tutta la linea, e i Garibaldini, scossa la prima sorpresa, animati dalla voce e dall’esempio del loro Capitano, sostengono intrepidamente l’urto nemico e lo arrestano. Il numero però non avrebbe tardato ad aver ragione del valore, se l’attacco degli Austriaci fosse stato più ragionato ed accorto. Il lato debole della posizione garibaldina era la destra; non solo perchè colà il terreno più basso offriva miglior campo all’attacco, ma perchè dalla destra si spiccavano le strade di ritirata sulla Svizzera, ultimo scampo che ai Garibaldini rimanesse. Il Comandante austriaco invece non vide o non capì nulla di tutto ciò, ed invece di dirigere un forte attacco di fianco da quella banda, e di sbarrare colle sue forze soverchianti quei passi, si contentò d’un assalto tumultuario di fronte, che non gli poteva fruttare che una mezza vittoria. E così avvenne di fatto. Garibaldi riuscì a protrarre la difesa fino a notte inoltrata; poi, apertasi colle baionette una via tra i petti nemici, si butta col maggior nerbo de’ suoi, ancora serrati e minacciosi, nell’aperta campagna, e quivi li scioglie, consigliando loro di guadagnare alla spicciolata il confine svizzero.

Egli dal canto suo li imitò, e travestito da contadino, per strade e per sentieri impervii, ospitato e nascosto dagli amici, protetto dalla sua stella, giunge anch’egli a sconfinare presso Ponte Tresa in Isvizzera, dove ad Agno nella casa del signor Vicari riceve la prima ospitalità.

Nè molto diversa era stata la sorte del Medici. Assalito il 24 agosto da circa cinquemila uomini che in più colonne movevano ad avvilupparlo, con soli centodieci tenne fronte per oltre quattr’ore ai replicati assalti; finchè, apparsa pericolosa ogni ulteriore difesa, si ritirò anch’egli, ma in bella ordinanza, a bandiera spiegata, nella limitrofa Svizzera, lasciando il generale D’Aspre nella illusione d’aver combattuto l’intera Legione di Garibaldi e d’aver conquistata una grande vittoria.[108]

E così finì la prima impresa di Garibaldi in Italia!

Chi la riguardasse come una campagna di guerra si dilungherebbe dal vero; ma chi la giudicasse soltanto un tentativo pazzo, insensato, si dilungherebbe dal giusto. Essa fu quello che solamente poteva essere: una protesta armata contro l’armistizio Salasco; protesta che non avrebbe potuto approdare ad alcun fine,e Garibaldi lo capiva quanto chicchessia, se non la secondava la riscossa generale de’ Lombardi; ma che anco abbandonata a sè stessa, restava sempre l’audace disfida d’un eroe e la disperata rivolta d’un patriotta, di cui, al postutto, soltanto l’eroe-patriotta e i pochi suoi seguaci avrebbero sopportate le conseguenze.

Militarmente considerata, la mossa di Morazzone fu una delle più ardite che la mente d’un guerillero potesse immaginare; ma la sola, nel suo caso, possibile. Posto tra le branche di tre corpi nemici, che ad ogni ora si rinserravano, s’egli avesse tardato un giorno solo a sfuggire alle loro strette, sarebbe rimasto inevitabilmente strozzato. Chiunque infatti getti una occhiata sulla carta del terreno, sul quale Garibaldi si trovava la mattina del 23 agosto, e pensi che le strade di Luino, Varese, Como erano occupate dagli Austriaci, vedrà che il condottiero di que’ primi mille poteva bensì inebbriarsi della disperata speranza di aprirsi a baionetta calata una porta nel serraglio nemico e riparare, coi laceri avanzi de’ suoi prodi, su qualche punto della Svizzera; ma una lusinga qualsiasi di protrarre d’un sol giorno di più la guerra, non la poteva più nutrire. Garibaldi era innanzi al dilemma: stando fermo, essere certamente schiacciato tra ventiquattro ore; muovendosi, esserlo assai probabilmente fra alcuni giorni; e preferì naturalmente quest’ultima sorte.

Oltre a ciò, è egli veramente dimostrato che la marcia Induno-Morazzone, per temeraria che vogliasi dire, non offrisse alcuna probabilità di un successo migliore, almeno della immobilità, o levasse, perchè la questione è questa sola, ogni speranza d’un fine più glorioso? Noi non lo crediamo. Se la mossa di Garibaldi non era subito scoperta; se egli poteva lasciar riposare la sua truppa ventiquattr’ore, nullagli vietava di piombare addosso di sorpresa alle spalle del nemico; fors’anco, poichè l’effetto delle sorprese è sempre incalcolabile, di sgominarlo. Che se il nemico, cosa probabile, riavutosi presto dall’inopinato assalto, si fosse gettato con tutte le sue forze contro di lui, a Garibaldi restava sempre la soluzione finale offertasegli pochi giorni innanzi in Valgana: armeggiare fin che poteva, farsi largo colla baionetta, ritirarsi o in Isvizzera o in Piemonte, e in ogni caso cadere molto più tardi e con terribile gloria.

Comunque, questo è certo, che Garibaldi riuscì a mettere in moto per sè solo e a trarsi dietro per dodici giorni circa quindicimila Austriaci; che egli seppe per tre giorni ingannare sulle sue mosse uno de’ più accorti e provetti generali dell’Impero; che l’ultima cartuccia bruciata su terra lombarda contro lo straniero fu bruciata da lui.

Il migliore riepilogo pertanto di quella campagna lo fece lo stesso generale D’Aspre, il quale scoprendo in tutte le azioni del suo avversario i lampi d’un genio militare, che gl’Italiani oggi ancora non hanno finito di riconoscere, diceva pubblicamente ad un magistrato: «L’uomo che avrebbe potuto esservi utile nella vostra guerra d’indipendenza del 1848, l’avete disconosciuto: era Garibaldi.[109]»


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