Capitolo Quinto.ROMA.[1849.]
Torbidi gli avvenimenti, oscura la mèta, incerto de’ suoi passi, e quel che era più, confitto in letto dal ritorno periodico di quei febbroni onde lo vedemmo assalito la mattina di Luino, e che non l’avevano mai abbandonato durante tutta la campagna, Garibaldi fu costretto a prolungare la sua dimora in Isvizzera, più che non avrebbe voluto. Verso la metà di settembre però potè partirne, e per la via di Francia (forse il passaggio del Piemonte non gli sembrava sicuro) ricondursi a Nizza. Ivi rivede la moglie, i figli, la madre; gusta per alcuni giorni con essi le gioie della famiglia; ma poi, non liberato per anco dalla terzana, ma sensibile anche più alla febbre patriottica che gli bruciava l’anima, si strappa alla quiete del focolare domestico e corre a Genova a cercarvi il solo rimedio alle febbri del corpo e dello spirito: la lotta.
Il suo tragitto lungo il littorale fu un continuato trionfo: le popolazioni accorrevano a frotte, da punti rimoti sul di lui passaggio, e i Circoli inviavano a gara le loro deputazioni a felicitare l’eroe di Montevideoe il combattente di Luino. Non erano però viva e battimani che l’eroe cercava: di quelli ne era saturo; erano opere, erano armi ed armati per combattere; era la concordia degli animi che dà la vittoria, la costanza che la assicura ed anche dopo la sconfitta prepara la rivincita. A Genova non trovò tutto questo; l’Italia d’allora non poteva dar tanto; ma almeno nuovi volontari pronti a seguirlo e ben presto nuove occasioni e nuovi campi di prova.
Le condizioni d’Italia al finire del settembre erano quelle d’un esercito male costituito dopo una prima rotta. Il disordine era nelle file: tutti volevano comandare, pochi ubbidire. Ciascuno aveva il suo piano di campagna, il suo trovato infallibile e il suo rimedio eroico. Chi era per la rivincita immediata, chi per la lunga aspettazione, chi per la resistenza passiva e chi per la sottomissione paziente; e intanto il nemico si riordinava, si rafforzava, s’assideva. In Piemonte, il Ministero Pinelli resisteva invano al vociare della piazza, alla baruffa dei partiti, al clamore dei Circoli. In Toscana, il Montanelli imponeva a Leopoldo II, che in cuore la malediceva, la sua panacea dellaCostituente italiana; ma non preparava nè gli animi, nè le armi per effettuarla. A Roma, Pellegrino Rossi sprecava il suo ingegno ed il suo patriottismo a risuscitare la popolarità di Pio IX, dopo l’Enciclica del 29 aprile, morta per sempre, ed a piantare in mezzo a popoli divisi tra gli eredi dei Sanfedisti e i figli de’ Carbonari gli ordinamenti temperati d’un governo costituzionale in Napoli, Ferdinando II aveva già assassinata la promessa libertà e invasa con un nuovo esercito la Sicilia; la quale, discorde, priva essa pure d’armi, di milizie, di capitani, nonostante la gagliarda difesa di Messina, stava per soccombere; onde in mezzoa quel turbinare d’errori, a quel diluviare di sventure, a quello scrosciare di rovine, Venezia sola, decretatala difesa ad ogni costo, sormontava, arca invitta, al naufragio.
E fu appunto in quei giorni che una Deputazione di Siciliani si presentò in Genova a Garibaldi per chiedergli una spedizione di soccorso alla loro Isola pericolante. Non diversi in questo dagli altri loro fratelli italiani, essi stimavano Garibaldi un condottiero di bande e nulla più, e si sarebbero ben guardati dall’offrirgli una parte importante, molto meno il comando d’un esercito. Oltredichè correva l’andazzo dei generali polacchi, e la Sicilia metteva più volentieri il suo esercito nelle mani d’un Mierolaswsky, come il Piemonte lo metterà in quelle d’un Chzarnowsky, piuttosto che affidarlo ad un uomo che aveva fatto bensì la guerra dodici anni, ma non portava brevetti, non vestiva uniformi gallonate e decorate, ed aveva il torto di parlare italiano.
Ma sappiamo che Garibaldi non guardava a queste miserie, e, senza prendere un impegno assoluto, promise ai Siciliani che avrebbe dato, per quanto fosse in lui, l’aiuto richiesto. Infatti, già raccolti ed ordinati intorno agli avanzi della sua vecchia Legione e dei commilitoni di Lombardia circa cinquecento volontari, s’imbarca sulla fine d’ottobre col proposito, per allora, di recarsi in Sicilia; ma il 25 d’ottobre, a Livorno, i democratici di quella città gli si mettono d’attorno, lo premono perchè resti in Toscana, e riprenda il comando di quel simulacro d’esercito senza ordini e senza capo, e spalleggi il Ministero del Montanelli e del Guerrazzi, che si trovavano minacciati così dalla Reggia, come dalla piazza e ormai impotenti a governare. Garibaldi che nel 1848 a quanto pare,non aveva nell’impresa di Sicilia la fede che vi prestò nel 1860, si lasciò persuadere da quel concetto e da quelle preghiere, e consentì a sbarcare con tutti i suoi ed a recarsi a Firenze. Ivi, come di consueto, predicò unione, concordia, gagliardia; ma, sia che la prospettiva di far la guardia allaCostituente italianade’ suoi amici Montanelli e Guerrazzi lo seducesse assai mediocremente, sia che l’immagine di Venezia combattente per mare e per terra contro lo straniero gli balenasse a un tratto, e il suo doppio genio di soldato e di marinaio lo attirasse verso quel lido fortunoso, il fatto è che, scorsi pochi giorni appena, lascia colla sua colonna Firenze e s’avvia per Bologna col disegno di scendere a Ravenna e di là passare a Venezia.
Giunto però alle Filigare, trova un inatteso intoppo. Il generale Zucchi (che cominciava allora a macchiare la sua onorata assisa di veterano napoleonico e di soldato della libertà), posto dal Rossi a Commissario straordinario in Bologna, timoroso che Garibaldi mirasse allo Stato pontificio coll’intenzione di agitarlo e sommoverlo, gli aveva inviato incontro un battaglione di Svizzeri coll’ordine preciso di sbarrargli il passo. Il nostro condottiero allora non vidde altro espediente che quello di recarsi egli stesso in persona a Bologna per spiegare allo Zucchi lo scopo del suo viaggio, e persuaderlo a lasciargli proseguire il cammino fino all’Adriatico. Lo Zucchi non volle in sulle prime ascoltar ragioni e rinnovò il divieto; ma essendosi vociferata la cosa e il popolo tumultuando minacciosamente perchè fosse lasciato libero il transito al famoso e già amato Capitano, anche il Generale pontificio stimò bene d’arrendersi, e Garibaldi potè traversare, sicuro, Bologna ed arrivare non molestato a Ravenna.
Ma era da soli pochi giorni in quella città intentoa reclutare nuovi seguaci,[110]ed a spiare ogni passo ed ogni opportunità che gli schiudesse l’agognata via di Venezia, quando sonarono per tutta Italia i tragici annunzi di Roma: il 15 novembre Pellegrino Rossi assassinato; quindi il Papa assediato nel Quirinale e rassegnato a subire un Ministero Mamiani, ma risoluto a non concedere di più; infine il 21 novembre Pio IX fuggito a Gaeta, laConsulta governativalasciata da lui rifiutata, il governo affidato alle mani d’unaGiunta Supremaeletta dal Parlamento, laCostituenteconvocata.
Un sì inatteso e violento mutamento nella scena principale d’Italia mutò anche tutti i piani di Garibaldi. Ora che gli si apriva sì vicino il campo di Roma, non aveva più mestieri d’andarsi a cercare a Venezia, traverso una via irta d’intoppi e di pericoli, un’altra arena. Eppoi se le attrattive di Venezia erano grandi, il fáscino di Roma era irresistibile. Era essa la larva più luminosa e la rimembranza più sacra della sua giovinezza; là per la prima volta sotto la sua polvere sentì palpitare il cuore d’una grande patria; là, tra quelle rovine, aveva veduto passeggiare i fantasmi di gloria divenuti da quell’istante le guide invisibili ed i compagni inseparabili della sua fortunosa odissea; infine là, verso quelle mura eterne, quella città madre delle nazioni, quel focolare inestinguibile della civiltà del mondo, volarono sempre i sogni, i passi, le ambizioni di tutta la sua vita.
Naturale pertanto che appena uditi gli avvenimenti di Roma vi corresse senza indugio, e profferisseal di lei nuovo Governo l’opera sua e de’ suoi compagni.
Ma alla spontaneità dell’offerta non fu pari la cordialità dell’accoglienza. Il soldato di Montevideo era stato preceduto negli Stati romani da una riputazione orribile. Colui che pei Piemontesi, pei Lombardi, pei Siciliani era al postutto un condottiero di partigiani, per la più parte dei popoli romani, effetto probabile di favole fratesche, era un capo di banditi addirittura; un predone feroce e sanguinario, atto soltanto a incendiare case e svaligiar persone; poco meno, o poco più, che un Gasparone politico e un Mastrilli rivoluzionario.
E quanto la rea fama mentisse, noi lo sappiamo. Molti esempi contava la vita del soldato di Montevideo di umanità e di cortesia; di ferocia e di cupidigia nessuno. Forse non si poteva dire altrettanto di tutti i suoi commilitoni, e concediamo facilmente che in un corpo ragunaticcio come il suo, razzolato marciando per la strada, sovente fatto la mattina e disfatto la sera, più d’un vagabondo e più d’un mariuolo vi sarà sgusciato dentro; ma che tutta la Legione fosse un cibreo di galeotti e scampaforche e che il loro capo li proteggesse o li tollerasse, qualche storico settario l’avrà detto, ma da nessun scrittore onesto sarà ripetuto. Qualche requisizione un po’ forzata sarà stata commessa; qualche siepe e qualche muraglia scavalcate; qualche porta di convento scassinata; ma erano fatti isolati, sconosciuti al Capitano, o appena noti tosto repressi e puniti.[111]
La guerra è la guerra, e il soldato in campagna, tanto più se lo sforzi la stanchezza o la fame, è sempre disposto a guardare un po’ come cosa sua il paese per cui o contro cui dà la vita, e se i legionari garibaldini dovessero rispondere di qualche pollaio diradato e di qualche vigneto vendemmiato, converrebbe chiamare a loro confronto tutti gli eserciti del mondo.
Con tutto ciò la fama era quella, e l’offerta di Garibaldi aveva messo la Giunta Suprema di Roma, composta d’uomini tutt’altro che temerari, in un tremendo impiccio. Dall’un canto non volevano tirarsi in Roma quel famigerato, il quale se proprio non era il masnadiero che la contrada gridava, certamente per le sue idee rivoluzionarie era uomo pericolosissimo; dall’altro temevano, respingendolo duramente, di suscitarlo scontento de’ di lui amici e protettori, principalmente dello Sterbini potente e del Ciceruacchio strapotente, e in quel frangente pensarono uscirne con un compromesso e uno spediente: favorirono al generale Garibaldi un brevetto di Tenente Colonnello, e lo mandarono a svernare a Macerata.[112]
Il brevetto era una burla, e Macerata era un confino; ma Garibaldi non vide in tutto ciò che il fatto certo d’essere ormai soldato di Roma, e presa la sua Legione, già cresciuta fino a quattrocento uomini, se n’andò quietamente anche a Macerata.
Colà invece, contro ogni aspettazione, l’accoglienza fu buona e il soggiorno migliore. Garibaldi non si occupava quasi punto di politica; badava ad ordinare, ad agguerrire e rinforzare la sua gente, soprattutto a provvederla d’armi e vestiti; e tanto entrò nella stima e nell’amicizia dei Maceratesi, che più tardi, quando furono convocati ad eleggere un deputato alla Costituente, elessero lui.
Intanto la rivoluzione di novembre aveva cominciato a produrre i suoi frutti. Da un canto la Giunta Suprema, sospinta e quasi sopraffatta dall’onda dei demagoghi, lavorava ad apparecchiare il terreno alla Costituente, dalla quale doveva uscire armata di tutto punto la Repubblica; dall’altro Costituzionali e Clericali, quelli per orrore all’assassinio, per timore dell’anarchia o per vaghezza di dottrina; questi per odio alla libertà, per cupidigia di dominio, per tradizione di sètta, si studiavano, con speranze e intenti diversi, a seminare d’inciampi il cammino di quella rivoluzione, lorda bensì nella sua culla da una macchia orrenda, ma il cui andare era necessario e fatale.
Tuttavia se i Costituzionali si limitavano a combattere colle parole e col voto per la loro ubbía impenitente d’un Papa costituzionale, alla reazione clericale ogni mezzo, giusta la vecchia teoria, era buono; e in attesa che le Potenze cattoliche muovessero all’invito di Pio IX, copriva di trame, solcava di mine tutto lo Stato romano; e in alcuni luoghi, specie nell’Appennino Ascolano e nel confinante Abruzzo, spalleggiatadal Borbone e alimentata dalla prossima fucina di Gaeta aveva coronate le creste di quei monti, antico e famoso teatro del Sanfedismo, di numerose bande brigantesche.
Importava quindi che la Giunta Suprema parasse, prima che ad ogni altro, a quel vicino e più urgente pericolo; laonde in sui primi di gennaio deliberò di mandare il colonnello Rosselli a combattere d’accordo col preside Ugo Calindri il brigantaggio dell’Ascolano, e di chiamare il colonnello Garibaldi a Rieti perchè guardasse principalmente quel confine verso Napoli, e s’accordasse col Rosselli e col Calindri per soffocare la rinascente reazione in tutto quel territorio. E Garibaldi come gli fu ordinato partì; e per Tolentino, Foligno, Spoleto arrivò in sullo scorcio di gennaio a Rieti, dove s’accinse senz’altro all’opera prescrittagli.
In sulle prime i Rietini (narrava egli stesso ridendo) pareva che avessero più paura di lui e de’ suoi compagni, che dei briganti; ma a poco a poco, conosciutili meglio, si ricredettero, e quantunque il suo mandato fosse arduo ed odioso, e richiedesse di quando in quando severe punizioni e crude rappresaglie, tuttavia il temuto condottiero non lasciò in quei luoghi alcun ricordo di ferocia, alcuna striscia di sangue innocente. Rese invece non spregevoli servigi al Governo romano, perseguendo nel più rigido inverno, con gente male in armi e peggio in arnese, un ostinato malandrinaggio, tenendovi atterrita e rimpiattata la reazione, custodendo fino all’ultimo tutto quel territorio, aperto per tante vie alle insidie nemiche.
Prima però della sua partenza pel Rietino, Macerata lo elesse suo deputato allaCostituente,[113]e fu quello il primo voto che lo mandò in un’Assemblea politica. La tanto sognata, preconizzata e covata Costituente romana s’era infatti, al 12 febbraio, riunita, e Garibaldi dovette, pel mandato assunto, intervenirci. Fu però un intervento da par suo, e solo chi non l’ha conosciuto nè prima nè poi, ha diritto di meravigliarsene.Il 5 febbraio 1849 il Parlamento romano s’adunava per la prima volta, e fu quello che suol dirsi un avvenimento. Assiepati di popolo festante i dintorni del Campidoglio, riboccanti di spettatori le gallerie, pieni gli scanni di deputati, tutta la Giunta di Governo al suo posto, grande in tutti l’aspettazione, solenne il momento. Però l’Armellini, ministro dell’interno, aveva appena finita la lettura di quello che oggi direbbesi discorso inaugurale, e nel punto in cui l’Assemblea, fatta la chiama, stava per procedere alla verifica de’ suoi poteri, ecco Garibaldi alzarsi di scatto dal suo banco e chiedere: si lasciasse ogni formalità; l’Assemblea si dichiarasse in permanenza e proclamasse senz’altro la Repubblica, «solo governo degno di Roma.»
La proposta sorprese, ma non convinse nessuno; un altr’uomo eccessivo, il principe di Canino, la secondò; ma l’Assemblea la respinse, e deliberò che la discussione procedesse con tutto il rigore delle formalità prescritte. Fu quello il primo atto parlamentare di Garibaldi, e gli si può applicare il detto:Ab uno disce omnes. I Parlamenti non erano aria in cui egli potesse respirare. Quella stessa incapacità a comprendere la santità delle forme, l’utilità delle regole, la efficacia della discussione, da lui dimostrata allora nell’Assemblea romana, lo accompagnerà come un abito incurabile per tutta la vita, e lo costringerà a dibattersi nell’impotenza e nella solitudine in tutti i Parlamenti futuri. Chi però nella proposta del 5 febbraio scorgesse soltanto l’inettitudine o l’antipatia d’un soldato alle procedure parlamentari, s’ingannerebbe a partito; essa nascondeva qualcosa di più, che va notata; nascondeva la inconscia, ma perciò appunto, profonda indifferenza del patriotta ad ogniforma di governo. Di repubblica e monarchia egli intese sempre poco più che i nomi, e nella repubblica voleva l’autorità dittatoria, come nella monarchia amava la libertà sfrenata. Poichè a Roma la repubblica era su tutte le labbra e in tutti i voti, e gli eventi la rendevano fatale, ed essa sola pareva dar concordia agli spiriti e unione alle forze, egli gridava:Repubblica. Se la monarchia gli fosse apparsa altrettanto accetta, se un re popolare e guerriero si fosse presentato, pronto a montare a cavallo per la guerra santa, egli si sarebbe levato col medesimo impeto a gridare:Monarchia. La stessa fretta con cui egli chiedeva il voto, attesta la poca importanza che in cuor suo gli attribuiva; la stessa mobilità con cui, nel giro di pochi mesi, s’era chiarito pronto a passare dalle insegne d’un papa a quelle di un re, dimostra come di quelli e d’altri tali segnacoli egli faceva un mediocrissimo conto, a come la sola bandiera ch’egli vedesse e capisse era sempre quella sola: l’Italia forte, e libera dallo straniero.
L’8 febbraio, al tocco, la Repubblica romana era proclamata. Garibaldi, il quale malato per dolori reumatici e per febbre erasi fatto trasportare alla Camera per assistere all’importante tornata, rammentava al deputato Augusto Vecchi, come nell’ora istessa tre anni innanzi fosse entrato co’ suoi legionari al Salto, dopo la vittoria riportata sui campi di Sant’Antonio. E il Vecchi soggiunge che un tanto anniversario gli parve augurio lieto di altre vittorie.[114]
Pagato a Roma il suo debito politico, se ne tornò a Rieti a riprendere il suo ufficio militare: ufficio uggioso,chè se v’era uomo disadatto all’ozio torpido delle guarnigioni e a quelle cure birresche di braccar briganti e spiare preti e frati, era di certo Garibaldi. Ma la Repubblica l’aveva ordinato, e ubbidì e durò nella stanza incresciosa fin verso lo scorcio d’aprile.
Nel frattempo gli avvenimenti avevano fatto il loro corso. Il 23 marzo la catastrofe di Novara; il 27 la risposta dell’Assemblea veneta all’Haynau:Venezia resisterà ad ogni costo; il 28 l’insensata rivolta di Genova; il 30 l’ultimo giorno della decade bresciana; il 6 aprile Catania cade nelle mani sanguinarie del borbonico Filangeri; il 12 la reazione lorenese restaura in Toscana il Granduca; il 20 Filangeri è alle porte di Palermo; finalmente il 21 aprile salpa da Marsiglia la spedizione francese per Roma; date che raccolte in un quadro fastidiscono e amareggiano, ma che gl’Italiani dovrebbero portare impresse nella memoria per ammaestramento e ricordo perpetuo.
L’ultima di queste notizie sorprese Garibaldi ad Anagni, dove era arrivato fin dal giorno antecedente. Ne sia prova questa lettera inedita fin qui, e nella quale i magnanimi sdegni dell’eroe e i gelosi amori del patriotta si confondono e s’accordano ai più soavi affetti del figlio, del marito, del padre, e si senton risuonare come in una scala armonica tutte le fibre dell’uomo:
«Comando della Iª Legione italiana.Subiaco, 19 aprile 1849.Amatissima Consorte,Ti scrivo per dirti che sto bene, e che sono diretto colla colonna ad Anagni, dove forse giungerò domani, ed ove non potrei determinarti la durata del mio soggiorno.In Anagni riceverò i fucili ed il resto del vestiario della gente. Io non sarò tranquillo, sino ad avere una tua lettera, che m’assicuri esser giunta tu felicemente a Nizza. Scrivimi subito: ho bisogno di sapere di te, mia carissima Anita — dimmi l’impressione sentita agli avvenimenti di Genova e di Toscana. Tu donna forte, e generosa! con che disprezzo non guarderai questa ermafrodita generazione di Italiani — questi miei paesani, ch’io ho cercato di nobilitarti tante volte, e che sì poco lo meritavano. È vero: il tradimento ha paralizzato ogni slancio coraggioso; ma comunque sia, noi siamo disonorati, il nome italiano sarà lo scherno degli stranieri d’ogni contrada. Io sono sdegnato veramente di appartenere ad una famiglia che conta tanti codardi; ma non creder perciò ch’io sia scorato! ch’io dubiti del destino del mio paese. Più speranza io nutro oggi, che mai. Impunemente si può disonorare un individuo; ma non si disonora impunemente una nazione. I traditori ormai sono conosciuti. Il cuore dell’Italia palpita ancora — e se non è sano del tutto, è capace ancora di recidere le parti infette che lo travagliano. La reazione, a forza di tradimenti e d’infamie, è pervenuta a sbigottire il popolo — ma il popolo non perdonerà le infamie ed i tradimenti alla reazione. Uscito dallo stupore, egli si rialzerà terribile, ed infrangerà, questa volta, i vili strumenti del suo disonore.Scrivimi, ti ripeto; ho bisogno di sapere di te, di mia madre e de’ bimbi — per me non affliggerti, io sono, più che mai, robusto, e co’ miei milledugento armati mi sembra di essere invincibile. Roma prende un aspetto imponente. Attorno ad essa si rannoderanno i generosi, e Dio ci aiuterà. Presenta i miei saluti ad Augusto, alle famiglie Galli, Gustarini, Court, ed amici tutti. Io ti amo tanto, tanto! e ti supplico di non affliggerti. Un bacio per me ai ragazzi, a mia madre, che ti raccomando tanto.Addio, tuoG. Garibaldi.[115]»
«Comando della Iª Legione italiana.
Subiaco, 19 aprile 1849.
Amatissima Consorte,
Ti scrivo per dirti che sto bene, e che sono diretto colla colonna ad Anagni, dove forse giungerò domani, ed ove non potrei determinarti la durata del mio soggiorno.In Anagni riceverò i fucili ed il resto del vestiario della gente. Io non sarò tranquillo, sino ad avere una tua lettera, che m’assicuri esser giunta tu felicemente a Nizza. Scrivimi subito: ho bisogno di sapere di te, mia carissima Anita — dimmi l’impressione sentita agli avvenimenti di Genova e di Toscana. Tu donna forte, e generosa! con che disprezzo non guarderai questa ermafrodita generazione di Italiani — questi miei paesani, ch’io ho cercato di nobilitarti tante volte, e che sì poco lo meritavano. È vero: il tradimento ha paralizzato ogni slancio coraggioso; ma comunque sia, noi siamo disonorati, il nome italiano sarà lo scherno degli stranieri d’ogni contrada. Io sono sdegnato veramente di appartenere ad una famiglia che conta tanti codardi; ma non creder perciò ch’io sia scorato! ch’io dubiti del destino del mio paese. Più speranza io nutro oggi, che mai. Impunemente si può disonorare un individuo; ma non si disonora impunemente una nazione. I traditori ormai sono conosciuti. Il cuore dell’Italia palpita ancora — e se non è sano del tutto, è capace ancora di recidere le parti infette che lo travagliano. La reazione, a forza di tradimenti e d’infamie, è pervenuta a sbigottire il popolo — ma il popolo non perdonerà le infamie ed i tradimenti alla reazione. Uscito dallo stupore, egli si rialzerà terribile, ed infrangerà, questa volta, i vili strumenti del suo disonore.
Scrivimi, ti ripeto; ho bisogno di sapere di te, di mia madre e de’ bimbi — per me non affliggerti, io sono, più che mai, robusto, e co’ miei milledugento armati mi sembra di essere invincibile. Roma prende un aspetto imponente. Attorno ad essa si rannoderanno i generosi, e Dio ci aiuterà. Presenta i miei saluti ad Augusto, alle famiglie Galli, Gustarini, Court, ed amici tutti. Io ti amo tanto, tanto! e ti supplico di non affliggerti. Un bacio per me ai ragazzi, a mia madre, che ti raccomando tanto.
Addio, tuo
G. Garibaldi.[115]»
Il 24 aprile l’avanguardia, il dì appresso tutto il Corpo di spedizione del generale Oudinot, portato da dieci navi, forte di ben diecimila soldati di ogni arma, di sedici pezzi da campagna e di sei d’assedio, gettava l’áncora nelle acque di Civitavecchia.[116]
Dei motivi, delle peripezie, del fine dell’intervento francese a Roma son piene le storie; noi stessi ne toccammo in altre pagine;[117]e non è tèma sì nuovo e sì gradito che ci invogli a riassumerlo.
Due verità però non saranno mai abbastanza ripetute: la prima, che se la spedizione di Roma fu meditata e preparata dal Governo del Cavaignac, come un mezzo per preservare il popolo romano dai pericoli dell’anarchia, e di antivenire per tutela dell’Italia intera una più pericolosa invasione straniera; essa fu poi immediatamente sviata dal suo fine da Luigi Napoleone,il quale la voltò tosto in istrumento della restaurazione del potere temporale ed in isgabello alle sue lunghe ambizioni di regno.
La seconda verità poi più trista, ma anche più utile a ricordarsi è, che se l’intervenzione della Francia nelle cose di Roma fu, comunque interpretata e attenuata, un’aperta violazione del diritto delle genti, pel modo subdolo e fraudolento con cui fu condotta ed effettuata degenerò in proditoria aggressione ed in sfrontato misfatto. Perocchè riesce sino ad un certo punto spiegabile, anco scusabile, che una nazione cattolica, presunta erede del retaggio di Carlomagno e della fede di Luigi IX, accecata dal malinteso interesse della religione e della civiltà e forviata da un bugiardo concetto dell’ordine e della libertà, mandi a restaurare colla forza un trono da lei reputato necessario alla salute della Chiesa ed alla pace del mondo; ma non si spiega nè si scusa che quella medesima nazione, sedicente grande, assuma una siffatta impresa, mascherando il suo volto e celando le sue armi come un malfattore, e strisciando tra le oblique ambagi della vecchia diplomazia, cammuffata col vieto pretesto di instaurare l’ordine nella libertà, mova a restaurare, fra un popolo confidente, il perpetuo disordine d’una teocrazia aborrita, ed a strozzare, tra le braccia d’una repubblica sorella, la nascente libertà. E fu soltanto per queste sue sembianze oneste ed amiche che l’esercito francese potè sorprendere la buona fede degli abitanti di Civitavecchia, e aiutato dalla dabbenaggine del Governatore e del presidio, mettere impunemente il piede sul suolo della Repubblica colla stolta lusinga di ricevere la medesima accoglienza dovunque.
È ben vero che il Triumvirato romano non s’eralasciato cogliere all’inganno, e fin dal primo apparire del naviglio straniero aveva spediti ordini a Civitavecchia, affinchè lo sbarco fosse impedito, e comunque l’aggressione respinta; ma sia che gli ordini arrivassero tardi e dubitosi, sia che li svigorissero e fraintendessero la dappocaggine delle Autorità e quella perplessità, non scevra di paura e di egoismo, che aveva governato fin dal primo istante la condotta dei Civitavecchiesi, la perdita della principale fortezza della Repubblica fu irreparabile.
Oltredichè l’incanto era rotto. Indarno l’Oudinot si studiava di larvare con nuove frodi e nuove frasi i suoi propositi; gli atti suoi, le parole de’ suoi stessi oratori lo tradivano. E noi Italiani dobbiamo essere grati a quel colonnello Leblanc, inviato a Roma dal Generale francese, il quale, frivolo o millantatore che fosse, ebbe il merito di parlar chiaro, apertamente confessando al Mazzini, scopo della spedizione essere la restaurazione papale. Egli rese a Roma il grande servigio di rischiararle tutta la gravità del pericolo che la minacciava, ed uscendo in quella sua buffa, ma schietta guasconata:Les Italiens ne se battent pas, fece risalire al cuore, anche de’ più timidi, quel po’ di sangue caldo che stagnava nelle loro vene, e mise gl’Italiani al cimento di provare che il Guascone aveva mentito per la gola.
Caduti pertanto gli ultimi veli, ormai certa l’aggressione, inescusabile la violenza e manifesto il suo fine, alla Repubblica romana non restava più che difendere, non tanto la vita, preda designata al numero ed alla forza, quanto l’onore, che non era in balíad’alcuna fortuna, e il cui seme, se inaffiato di sangue generoso, rigenera sempre le nazioni. E la difesa di Roma fu pari al cimento e degna de’ suoi giorni più gloriosi.
L’Assemblea commette al Triumvirato: «di respingere la forza colla forza;» il popolo sancisce, correndo all’armi, il magnanimo decreto, e i Triumviri sovraneggiati e quasi assorbiti dall’ardente spirito di Giuseppe Mazzini, mirabili di concordia e di energia, e, quando mai, colpevoli soltanto di soverchia generosità per gl’invasori, assumono d’effettuarlo. Giuseppe Avezzana, forse più atto per cuore che per mente all’arduo ufficio, è investito del Ministero della guerra e del Comando supremo dell’esercito; la Guardia Civica viene armata e mobilizzata; la linea di difesa tracciata, i principali punti muniti; i Corpi stanziati di fuori richiamati, quindi da Anagni Garibaldi; tutta infine quella massa eterogenea di truppe regolari ed irregolari, di doganieri e di studenti, di emigrati e di reduci, di Romani e di Italiani d’ogni provincia e colore, accoltasi a quei giorni in Roma, ordinata in brigate attive e in corpi di riserva, così partita e comandata.
La Legione Garibaldi, il battaglione dei Reduci, i quattrocento Universitari, i trecento Finanzieri, i trecento emigrati, in totale duemilacinquecento uomini, compongono la prima brigata, e ne riceve il comando Garibaldi, giunto in Roma la sera del 28, riconosciuto finalmente Generale.
Della seconda brigata, formata di mille uomini di Guardia Civica, e del primo d’infanteria leggiero, è scelto comandante il colonnello Masi.
La Legione romana e il primo di linea, con due pezzi di campagna, fanno, agli ordini del colonnello Bartolomeo Galletti, una colonna di riserva; ottocentoCarabinieri obbediscono al generale Giuseppe Galletti; cinquecento Dragoni al colonnello Savini; le artiglierie al Lopez ed ai fratelli Calandrelli; e si dovrebbero aggiungere i Bersaglieri lombardi comandati dal Manara, i quali però, avendo ottenuto dall’Oudinot di sbarcare a Porto d’Anzio, a condizione che non avrebbero partecipato fino al 4 maggio ad alcuna fazione, erano vincolati dalla promessa, data per loro dal Preside di Civitavecchia, di serbare fino a quel giorno la neutralità.
Restava a fermare il piano di guerra; ma la topografia della città, le condizioni dell’esercito difensore, le forze degli assalitori chiaramente lo suggerivano.
Scartato il concetto di una offensiva in aperta campagna, e deliberato quello d’una concentrata difensiva della Capitale, la difesa non poteva essere stabilita che sulla destra del Tevere, e precisamente lungo quell’arco esterno alle mura d’Urbano VIII, che da Porta Portese per quelle di San Pancrazio e Cavalleggieri va a Porta Angelica; e comprendente, come posizione avanzata, al centro la collina di Villa Pamfili, come baluardo a settentrione il forte Vaticano, e come seconda linea d’appoggio le alture del Gianicolo. Ciò posto, l’ordine di collocazione delle truppe si porgeva da sè logico e naturale. La prima brigata Garibaldi fu collocata tra Porta Portese e Porta San Pancrazio; la brigata Masi distribuita tra Porta Cavalleggieri e Porta Angelica; la riserva, composta della brigata Galletti, dei Dragoni Savini e dei Bersaglieri Manara, schierata tra Piazza Navona, la Lungara e Borgo; i bastioni furono coronati di nuovi pezzi, le batterie del Vaticano rinforzate; e tutto ciò ben disposto ed apparecchiato, Roma si tenne pronta a ributtare l’assalto.
La mattina del 30 aprile le vedette di San Pietro annunziavano lo spuntar d’una colonna francese sulla via di Civitavecchia. Non eran più che ottomila uomini, partiti in due brigate sotto il comando dei generali Molière e Lavaillant; traevano soltanto due batterie da campagna; erano per numero, per armi affatto disuguali all’impresa a cui s’incamminavano. Ma li guidava la nativa intrepidezza, li incoraggiva la fiducia del loro Leblanc: «Gli Italiani non si battono;» li rassicurava la pertinace lusinga che Roma li aspettasse a gloria, e poichè in quell’ora le campane di Montecitorio e del Campidoglio suonavano a furia l’allarme, se lo prendevano per un suono di festa e marciavano anche più allegri e fidenti nell’immancabile trionfo.
Però tutto quel miscuglio di pregiudizi, di illusioni e di prosunzioni che gorgogliava nelle file dell’esercito francese fin dalla sua discesa in Italia, traspariva come in un’acqua chiara, nel piano d’attacco del loro Generale. Esso non avrebbe potuto essere più semplice, più primitivo e più ingenuo: spezzare a un certo punto il Corpo in due colonne, l’una inviarla ad assalire Porta Cavalleggieri, l’altra Porta Angelica; prender di mira entrambe la Cupola di San Pietro e andarsi a dar la mano nella sua piazza. E qui in verità convien proprio dire che l’Oudinot fosse ancor più dabbene che maligno; chè a nessun Generale, per ammattito che fosse, sarebbe frullato pel capo di andare, senza parco d’assedio, senza lavori d’approccio, senza una breccia, a dar di cozzo contro le mura d’una città bastionata e quasi fortificata, protetta da numerose artiglieriee difesa da forze pari alle sue; se non avesse covato nell’animo uno di questi due profondi forse, ma punto maliziosi convincimenti: o che le mura fossero di mota fresca e i cannoni di cartone dipinto e i difensori comparse da teatro; o che la maliarda eloquenza della sua parlata avesse gettato sul Governo, sull’esercito, sul popolo romano un sortilegio sì potente da trovarseli al suo arrivo disfatti d’amore a’ suoi piedi.
Due o tre colpi egregiamente aggiustati dal Calandrelli vennero a rompergli l’alto sonno. Balenarono al saluto inaspettato le schiere assalitrici; ma poichè erano pur sempre Francesi, vantatori cioè, ma prodi, proseguirono, secondo l’ordine divisato, l’attacco. Avanzavano da ogni parte, protetti dalle case, dai vigneti, dall’arte, i nemici; non restavano dal fulminarli, colla mitraglia e coi moschetti, i nostri. Nuocevano ai Romani e più agli artiglieri le carabine dei Cacciatori di Vincennes; ma i nostri cannoni egregiamente serviti e diretti facevano nelle file avversarie vuoti sanguinosi.
Un solo vantaggio avevano ottenuto dal principio i Francesi, ma notevole; chè il generale Oudinot avendo ordinato alla brigata Molière di occupar la Villa Pamfili (ordine ben pensato come quello che gli levava dal fianco sinistro una punta minacciosa), il battaglione Universitario della brigata Garibaldi, troppo scarso a contrastar la preziosa posizione, l’aveva dovuto ben presto abbandonare, ritraendosi al riparo dietro il Casino de’ Quattro-Venti.
Ma da quella parte, calmo, impassibile, attento a tutte le peripezie della lotta stava Garibaldi, e il trionfar dei Francesi non poteva esser lungo. Infatti il nostro Generale, scorta l’urgenza del pericolo, chiama a sèla Legione italiana, e la lancia a baionetta in resta contro il nemico. Questi non teme l’affronto, e da quell’istante intorno a Villa Corsini, per le aiuole e i prati del parco Pamfili, dietro ogni muro e ogni siepe, s’impegna una lotta petto a petto, palmo a palmo, a vita ed a morte, dalla quale ogni occhio appena esperto travede che pende l’esito della giornata. In entrambi i campi il coraggio: ma nei Francesi il vantaggio delle armi, il favore della posizione, il nerbo della disciplina, l’esperienza dell’arte; tra gl’Italiani la coscienza della giusta causa, la religione della patria, la rabbia dell’iniqua aggressione, la fede nella baionetta e il comando di Garibaldi.
Oramai il terreno è già troppo a lungo contrastato, e Garibaldi sente venuta l’ora del colpo decisivo.
Chiesto pertanto l’aiuto della mezza brigata Galletti, accorsa prontamente a recarlo, fatta massa di tutte le sue forze, spuntata, quasi trascurandone gli ultimi difensori, la Villa Pamfili, si rovescia per la valle sul fianco destro francese; lo rompe, lo sfonda, lo incalza colla punta alle reni, costringe in brev’ora tutto l’esercito assalitore, già ributtato di fronte su tutta la linea e già minacciato alle spalle, a cercare in una precipitosa ritirata, molto somigliante ad una fuga, l’unico scampo.
La giornata del 30 aprile (amiamo lasciarlo dire al Sacchi,[118]comandante quel giorno una coorte della Legione italiana) farà epoca nella storia, ed è una delle più belle pagine militari della nostra indipendenza. Il Generale francese tentò, come è costume dei piccoli vinti, scusarla con sognati agguati e immaginaritradimenti; ma egli cadde nel solo agguato della sua presunzione, e non patì altro tradimento che quello della sua ignoranza.
Trecento morti, cinquecentotrenta feriti, dugentosessanta prigionieri, per l’eroismo quasi temerario di Nino Bixio,[119]nelle nostre mani e tradotti a coronar il trionfo in Roma, fecero pagar cara alla Francia l’insana aggressione, e dimostrarono al mondo se gli Italiani si battono.
Le perdite degl’Italiani furono, ragguagliate al numero, lievissime; sessantanove morti e poco più che cento feriti; un solo prigioniero, Ugo Bassi; ma le preziose vite de’ prodi rapite ai futuri cimenti della patria, sempre lacrimabili e memorande.[120]
Dopo i morti però il primo onore della gloriosa giornata va reso a Garibaldi. Fu questa la voce unanime di tutta Roma nella sera stessa della battaglia; è questo il ponderato giudizio che la storia conferma.[121]
L’eroe pugnò tutto il giorno alla testa de’ suoi; ferito, nascose la piaga e non la confessò che a sera, quasi violentato, al dottor Ripari. Capitano, mostrò, unico fra tutti, senso di militare iniziativa; affrontò il nemico in aperta campagna, ne scoperse il lato debole, lo assalì nel punto e nell’istante opportuni, decise della giornata. E avrebbe fatto anche di più, se in quel giorno avesse comandato lui solo e fosse statoascoltato il suo consiglio di compiere con un pronto inseguimento la disfatta francese.
Ma indarno egli lo suggerì; indarno egli pregò iteratamente il Triumvirato perchè gli fosse consentito l’ardito, ma infallibile colpo; il Triumvirato, e dicasi pure il Mazzini, sia che diffidasse del successo dell’impresa, sia che temesse rendere irreconciliabile con una percossa troppo sanguinosa l’inimicizia della Francia, glielo vietò nettamente.
E fu errore notato da quanti storici leggemmo e militari e politici: la Francia era stata ormai troppo ferita, non fosse in altro, nell’amor proprio, per perdonarlo ai feritori; mentre non era abbastanza castigata per trarre dalla sconfitta un salutare avvertimento ad andare più guardinga prima d’impegnarsi in una guerra, oltrechè ingiusta nel fine e perfida nei mezzi, difficile anche e probabilmente lunga pel nemico gagliardo che s’era trovato improvvisamente di fronte.
Comunque sia, il giorno dopo il generale Garibaldi colla scusa d’una ricognizione si spinse colla sua brigata così presso agli avamposti a Castelguido, che per poco il Governo indugiasse a richiamarlo, o i Francesi s’affrettassero ad andargli incontro, la seconda battaglia che il generale Garibaldi aveva vagheggiata la sera del 30 aprile sarebbe inevitabilmente, e con qual esito Dio solo lo sa, avvenuta la mattina del 1º maggio. Ma Garibaldi fu arrestato in marcia; l’Oudinot dal canto suo pensò a levare il campo, e tutto finì da una parte e dall’altra coll’ansietà d’un combattimento che non avvenne.
Dei replicati divieti però Garibaldi serbò memoria non scevra di rancore finchè visse, e noi stessi l’udimmo più d’una volta, parlando del 30 aprile, mormorarecon amarezza: «Quel Mazzini che ha sempre avuto la smania di fare il Generale, e non ne capiva.......[122]»
Intanto che l’Oudinot riparava, umiliato e febbricitante, a Civitavecchia, e spacciava di là a Parigi bugiardi messaggi, male dissimulanti la batosta del 30 aprile, e l’Assemblea romana lo ripagava di tutte le sue slealtà, rinviandogli liberi e senza riscatto i suoi prigionieri, un esercito austriaco minacciava dal Po le Legazioni; un’armata spagnuola veleggiava per la medesima crociata nel Mediterraneo; e finalmente re Ferdinando di Napoli, fatto leone dalla certezza della facile vittoria, faceva occupare da una divisione Velletri; nel mentre che due altre, l’una di regolari comandata dal generale Winspeare, l’altra di briganti e di disertori guidata dallo Zucchi, s’inoltravano per la provincia di Frosinone fino ai colli Latini.
Per quanto la spavalda scorreria fosse pel momento più molesta che pericolosa, il Governo romano non poteva lasciarla più oltre trascorrere, e commise a Garibaldi che evitando i decisivi conflitti, e cogli accorgimenti di cui era maestro, tenesse a bada e molestasse il nuovo nemico. Ora, poichè Garibaldi non era uomo da stillare a lungo i suoi piani, presa seco tutta la sua brigata, più il battaglione testè aggregatogli dei Bersaglieri Manara, la sera del 4 maggio esce tacitamente da Porta del Popolo, s’incammina perPonte Molle, facendo le viste di marciare a Palo; poi volta a un tratto per la Prenestina, e dopo una marcia notturna faticosissima, ma silenziosa e ordinata, arriva alla mattina dell’indomani a Tivoli, dove s’accampa.
Qui è il punto, dove quasi tutti gli storici e biografi del nostro eroe si dilettano a descrivere con gran copia di particolari il campo di Garibaldi; quasi facessero un concorso di pittura sul medesimo tèma. Abbiamo quindi il quadrone a colori scarlatti, a tratti michelangioleschi, per non dir vasariani, del Guerrazzi, ma, come esige la scuola, manierato e fantastico; abbiamo il quadretto a tratti sfumati, a tinte azzurre, a tocchi fini e direi quasi aristocratici d’Emilio Dandolo, ma dominato da non so qual pessimismo partigiano che ne scema la verità; abbiamo i bozzetti veri, ma freddi ed aridi, dell’Hoffstetter; e infine, per coronar la gara, i pasticci del Dumas, il quale mescolati insieme il rosso del Guerrazzi, l’azzurro del Dandolo e il bigio dell’Hoffstetter, e impastatili con un pizzico diMemoriedi Garibaldi udite o credute udire, e una buona dose delle sua invenzioni, butta giù in quattro pennellate, alla «Luca fa presto,» il più bell’affresco ad effetto che mai freschista del Seicento abbia immaginato.
Quanto a noi pensiamo che un campo garibaldino non sia più una novità per i nostri lettori, e risparmieremo l’oziosa fatica di ridipingerlo. La fantasmagoria variopinta delle uniformi, delle durlindane e dei cappelli piumati, noi l’abbiamo veduta; il parapiglia fiammingo delle figure: qua le gote imberbi d’uno studentello che fanno da chiaroscuro alla faccia barbuta d’un veterano; là un pallido viso di poeta, fors’anche di prete scappato al seminario, che s’allineacol ceffo sinistro d’un vagabondo, forse d’un galeotto scappato al bagno, lo conosciamo; i cavalli sciolti, all’arrivo, sui pascoli e riacchiappati alla partenza collazo; i bovi o gli agnelli presi, in mancanza di proviande, alla baionetta, squartati e affettati in un baleno, infilati in grandi schidioni di legno, e appena rosolati, omericamente divorati, sono storia vecchia: in ultimo Garibaldi stesso, profilo greco, capelli prolissi, barba fulva, tunica rossa, un cappelluccio acuminato e piumato sulla testa, un mantello bianco, foderato di rosso, infilato a guisa di pianeta sulle spalle, squadrone al fianco, pistole e pugnale alla cintola, che spiegando la sua sella americana si fa da sè stesso il letto, e buttando sullo spadone e il fodero confitti in croce, il suo poncio, si rizza la sua tenda; ed ora sbuca da un campanile, ora spunta da un’altura, or visita il campo, ora precorre le avanguardie, vigile, infaticabile, ardito e maraviglioso sempre; tutte queste ed altrettali curiosità sono per noi anticaglie, la cui data risale fino all’America, ed eravamo già tutti e presaghi e persuasi che il Garibaldi di Montevideo non l’avremmo trovato diverso in Italia.
Una novità sola va aggiunta alla pittura della Legione italiana accampata a Villa Albani, una compagnia di giovanetti italiani dai dodici ai sedici anni; svelti, arditi, indiavolati, cari a Garibaldi, a cui tra poco salveranno la vita; macchiette quarantottesche, se vogliam dirle, esse pure, ma sempre preferibili, fatto il paragone, alle quarantottate oggi rinascenti, nelle quali è vero che ibimbi d’Italianon fanno più le schioppettate contro gli stranieri, ma concionano dai palcoscenici neimeetings.
La mattina del 7 Garibaldi aveva già levato il campo, e intorno alla mezzanotte del giorno stesso, sotto unacquazzone torrenziale, giungeva a Palestrina, a poche miglia dalle linee nemiche. Le avanguardie borboniche infatti, appena saputa la sortita dei Romani, s’erano concentrate fra Albano e Valmontone, e forti di seimila uomini, sotto il comando del generale Lanza, si preparavano ad affrontare Garibaldi e, come dicevano, ad annientarlo. Inutile dire che Garibaldi non se ne sgomentava; anzi fin dal giorno 8 alcune scorrerie felicemente riuscite, una delle quali capitanata dal prode Narciso Bronzetti, gli avevano riportata la speranza che il nemico non sarebbe stato così formidabile, come voleva far credere.
Prevaleva tuttavia troppo di numero per attentarsi con soli duemila uomini ad assalirlo nelle sue forti posizioni; e risolvette di starsi alla difensiva e di aspettarlo di piè fermo in Palestrina. E l’evento non tardò a dargli ragione. Verso le 2 pomeridiane del giorno 9, due reggimenti di guardie reali per le due strade che convergono a Porta Sole apparivano dinanzi a Palestrina. Garibaldi s’accontentò di stendere in cacciatori una compagnia della Legione, una di guardia mobile, e due del battaglione Bersaglieri, e affidata al Manara la cura della difesa della porta, tenne il resto delle sue genti in serbo, e stette a spiare le mosse del nemico. Il quale, poveretto, veniva innanzi lento, svogliato, trepidante, rispondendo fiaccamente al fuoco, dando le spalle al primo assalto alla baionetta, e lasciando, nella fuga, feriti e prigionieri nelle nostre mani.
Ma lo spettacolo che quei prigionieri offersero era più atto certamente ad amareggiare il cuore dell’Italiano, che a inorgoglire la mente del vincitore. In luogo di quei terribili crociati, che a detta del generale Zucchi dovevano annichilire quel Satana di Garibaldi,questi si vide trascinare innanzi un branco d’uomini inebetiti dallo spavento, coperti di reliquie e di scapolari come santoni, tremanti a verga al solo suo nome, e che al primo suo apparire si buttavano a’ suoi ginocchi gridando pietà e misericordia, maledicendo la guerra a cui erano spinti, e intercalando le loro giaculatorie di tanti «mannaggia a Pio IX,» da lasciare incerti gli astanti se ridere di quella farsa pulcinellesca, o gemere sul fondo d’abbiezione in cui tanti secoli di tirannide e di superstizione avevano precipitato uno dei popoli più generosi d’Italia.
Oramai però una più lunga stanza in Palestrina poteva divenire pericolosa; oltre a ciò in Roma vociferavasi di un imminente attacco combinato de’ Napoletani e de’ Francesi, e il Triumvirato ordinava che Garibaldi rientrasse prontamente nella Capitale. Nè egli s’attardò sotto la tenda; e la sera dell’11, per sentieri impraticabili, sfilando in perfetto ordine nelle vicinanze del campo nemico, dopo vent’otto miglia di marcia travagliosissima, ricondusse tutto il suo Corpo, non superbo d’una grande vittoria, ma lieto d’un onorato successo, in Roma.
Nel frattempo importanti avvenimenti militari e politici eransi, in Roma e fuori, maturati. Bologna dopo quattro giorni di disperata resistenza aveva gloriosamente capitolato nelle mani del bombardatore Gorkowsky: Ancona, dove teneva il comando militare quel Livio Zambeccari che già incontrammo a Rio Grande, minacciata della medesima sorte, si preparava ad imitare il medesimo eroismo: a Fiumicino s’ancorava, Sancio Panza che annuncia Don Chisciotte, l’avanguardiadella spedizione spagnuola: da Gaeta l’Antonelli s’affannava a metter d’accordo i suoi quattro alleati, senza riuscirvi; la Francia finalmente continuava la sua politica a due rovesci: quella delle parole, favorevole a Roma; quella de’ fatti, favorevole al Papa.
Diguisachè, mentre l’Assemblea Nazionale, istruita, malgrado le bugiarderíe dell’Oudinot, del vero successo del 30 aprile, decretava che la spedizione francese fosseramenée à son premier but; Luigi Napoleone prima e l’Odillon Barrot dopo inviavano lettere e dispacci occulti all’Oudinot, lodandolo dell’operato, promettendogli rinforzi, ripetendogli l’ordine di entrare per qualunque via, fosse pur quella della forza, in Roma.
Infine, come se tanto tessuto di perfidie non bastasse, inventava quella maggiore di tutte, la missione Lesseps. Come un uomo chiaritosi e allora e dopo acuto di mente, retto d’animo ed esperto di pubblici negozi potesse accettare il mandato che il Drouyn de Lhuys gli affidava, un mandato oscuro nella forma, obliquo nel fine, ineffettuabile nella sostanza, nessuno ancora è arrivato a comprenderlo. In apparenza l’Inviato francese doveva procacciare un accomodamento e conciliare insieme la libertà del popolo romano, i diritti della sovranità pontificia, e la dignità dell’intervento francese (quadratura del circolo); in realtà doveva carpire ai Romani la promessa di aprire fraternamente ai suoi le porte di Roma, affinchè dietro ai loro passi potesse rientrar più comodamente il Papato temporale. Missione nella quale un furfante sarebbe riuscito; un galantuomo come il signor Lesseps doveva necessariamente fallire!
Ora come entrasse in Roma, con quali speranze vi fosse accolto, con quali lusinghe egli esordisse, è materia diplomatica, e non sapremmo dire quanto cisia grato non averla a rimestare. Rammenteremo soltanto una cosa che più direttamente si connette all’opera nostra, che il primo effetto dell’arrivo del Lesseps fu una tregua di trenta giorni, tregua verbale, male promessa, male definita, e come al solito slealmente osservata dal Generale francese; ma che alla peggio porse il destro al Governo romano di levarsi dal fianco quella punta fastidiosa dell’esercito borbonico, e di finirla con uno almeno de’ tanti suoi nemici.
Nè alla non ardua impresa difettavano le forze; chè l’esercito romano tra il 1º e il 16 maggio s’era venuto via via ingrossando di tanti piccoli corpi, che tuttavia componevano nel loro insieme un non spregevole rinforzo. L’Oudinot aveva restituito, sebbene senz’armi, il battaglione Melara prepotentemente catturato a Civitavecchia; i Corpi distaccati nell’Ascolano erano rientrati; una Legione straniera, di Francesi principalmente, si veniva organizzando; la Legione trentina ed una compagnia del 22moReggimento, scappata dagli accantonamenti forzati della Spezia, erano riuscite a penetrare tra l’8 e il 9 in Roma, e fuse insieme andavano a formare un altro battaglione di Bersaglieri lombardi, che aggiunto al 1º, sotto il comando del Manara promosso colonnello, prendeva e corpo e nome di reggimento. Finalmente, venuta fin da Bologna, dopo quindici giorni di marce forzate entrava da Porta del Popolo la divisione Mezzacapo forte di quattromila uomini, e preceduta da quella compagnia di Studenti lombardi e toscani, che il Medici aveva reclutato a Firenze e che formerà il nerbo dei futuri difensori del Vascello.
Ora chi sommi queste nuove forze all’esercito già esistente il 30 aprile, vede che Roma poteva disporredi circa diciottomila combattenti;[123]non certo bastevoli a far la guerra alla Santa Alleanza accanitasi contro di lei e nemmeno a vincere la Francia; ma, finchè durava l’armistizio, più che sufficiente a rivedere le spalle al Re di Napoli e a proteggere Roma da qualsivoglia disordine interno o sorpresa esterna.
Restava la scelta del Generale supremo, problema perpetuamente insoluto di tutte le nostre guerre. Anche Roma contava falangi d’eroi e manipoli di ufficiali d’ogni grado valentissimi, destinati certamente come i Medici, i Bixio, i Sacchi, e se non fosser soccombuti anzi tempo, come i Manara, i Daverio, i Pisacane, i Bronzetti, i Gorini, a divenire un giorno eccellenti generali; ma un Generale in capo capace di comandare un esercito in campo e di dirigere la difesa d’una città assediata, atto a farsi amare, ma soprattutto a farsi ubbidire, pari insomma all’ufficio suo, e quel che più monta, reputato tale e di cui tutti riconoscessero senza competizione la perizia, il valore e la fortuna, un Generale simile o non esisteva o si nascondeva, o non si sapeva trovarlo. L’Avezzana s’era chiarito tanto inesperto capitano, quanto il tempo andava manifestandolo inabile ministro; il generale Galletti, bravo, ma vecchio, non era raccomandato da alcuna di quelle azioni di grido che impongono la fiducia; il Calandrelli era un ammirabile comandante d’artiglieria, ma non prometteva di più; sicchè altirar de’ conti restava, unico e solo candidato, Giuseppe Garibaldi.
Malauguratamente su di lui pesava quella riputazione di valente condottiero e di inetto generale che gli era stata buttata addosso come una camicia di forza fin dal primo ritorno in Italia, e da cui nemmeno la gloria del 30 aprile era valso a liberarlo. Oltre di che, gli uni per apprensione della sua audacia, gli altri per invidia della sua fortuna; questi per saccenteria, quelli per grettezza; il Governo stesso per timore della sua indisciplinatezza e fors’anco per gelosia della sua popolarità; tutti, qual più qual meno, se ne eccettui qualche giovane entusiasta, qualche popolano ingenuo, e i suoi fedeli d’America, tutti, diciamo, cospiravano a negargli quel bastone del comando che evidentemente egli solo, non per eccellenza assoluta, ma per superiorità relativa era capace di reggere.
Siccome però dall’un canto questa superiorità era innegabile, e dall’altro un Generalissimo conveniva pur nominarlo, il Triumvirato fece questa pensata: promosse Garibaldi generale di divisione, componendogliela colla vecchia sua brigata, la brigata Galletti e il reggimento Bersaglieri lombardi, ed elesse Generale in capo il colonnello Pietro Rosselli; quel desso che vedemmo scaramucciare contro il brigantaggio dell’Ascolano; uomo, a dir vero, che aveva studiato la guerra più sui libri che sui campi, ma in voce di grande stratega presso i dotti dell’esercito, beneviso al Mazzini, caro ai Romani e di cui tutti pronosticavano mirabilia.
Ora se egli era il Generalissimo, a chi se non a lui commettere il comando della spedizione contro il Borbone? E quale miglior luogotenente e cooperatore gli si poteva dare che Garibaldi? Quello la mente,questi il cuore: il Rosselli, la dottrina, diriga; Garibaldi, la mano, eseguisca e la vittoria è infallibile. Trovato stupendo, a cui non mancavano che due cose semplicissime; l’accordo simpatico della mente e del cuore, e la superiorità reale della dottrina sulla mano.
Il Rosselli pertanto s’accinse immediatamente all’impresa. Pensava attaccare i Napoletani accampati da Porto d’Anzio a Valmontone sulla loro destra, spuntarli da questo lato e tagliar loro la ritirata: capitanava diecimila fanti, mille cavalli e dodici pezzi d’artiglieria, che andavano così distribuiti e ordinati:
La prima brigata, sotto gli ordini del colonnello Marocchetti e la direzione del colonnello di stato maggiore Haug, composta della Legione italiana, del terzo Reggimento di linea, del piccolo squadrone dei Lancieri Masina, d’una compagnia di Zappatori del genio e due pezzi d’artiglieria (duemilacinquecento uomini circa), dava l’avanguardia.
Il corpo di battaglia componevasi di due brigate, a cui erano addetti il reggimento de’ Bersaglieri lombardi, un battaglione del primo di fanteria, il secondo e il quinto reggimento, la Legione romana, due squadroni di Dragoni e sei pezzi di artiglieria; circa seimila uomini; e lo capitanava il generale Garibaldi in persona, assistito dal polacco colonnello Milbitz dello stato maggiore generale.
«La riserva e retroguardia era la brigata del generale Giuseppe Galletti che marciava alla testa del sesto Reggimento di fanteria, d’un battaglione di Carabinieri a piedi, del battaglione Zappatori del genio, di due squadroni di Carabinieri a cavallo, edi quattro pezzi d’artiglieria; in tutto duemila e cento uomini.
»Comandante l’artiglieria il colonnello Ludovico Calandrelli; quello della cavalleria il generale Bartolucci; capo dello Stato Maggiore generale il colonnello Pisacane, e principava da generale in capo Pietro Rosselli.[124]»
Fermato così il disegno e l’ordine di marcia, escono la sera del 16 da Porta San Giovanni; marciano tutta la notte per la via Labicana; arrivano la mattina del 17 a Zagarolo, dove soggiornano; ripartono il giorno appresso per Valmontone, dove il grosso e la riserva s’accampano, mentre l’avanguardia si spinge fino a Montefortino, forte posizione a cavaliere delle due vie che da Valmontone conducono l’una a Velletri, e l’altra a Terracina: val quanto dire sulla fronte e sul fianco dell’esercito napoletano.
Questo però non era rimasto così immobile, come forse il Rosselli aveva, nel silenzio del suo studio, escogitato; chè appena avuto vento dell’avanzarsi dei nostri, aveva frettolosamente abbandonato la linea de’ colli Latini e s’era da tutte le parti ripiegato su Velletri. Era una notizia importante: il piano di campagna del generale Rosselli poteva dirsi fallito prima che tentato; conveniva farne un altro e si poteva, ma occorreva prontezza d’occhio e celerità d’esecuzione; il Rosselli invece non affrettò d’un passo la sua marcia, non svelò ad anima viva gli arcani della sua mente; s’accontentò solo d’ordinare all’avanguardia dispingere il 19 mattina ricognizioni fin sotto le mura di Velletri; «mentre (parole stampate dal suo capo di stato maggiore Pisacane[125]) l’armata in ordine compatto,fiancheggiatada tali perlustrazioni, avrebbe secondato il movimento.»
 questo punto però il generale Rosselli scompare, per così dire, dietro la coda del suo esercito; e se noi vogliamo seguire lo sviluppo dell’azione, siamo costretti ad accompagnarci di nuovo al generale Garibaldi, il solo che in quella giornata pensasse (se bene o male lo vedremo), capisse e combattesse.
E qui, prima d’intraprendere la narrazione della giornata di Velletri, ci occorre un’avvertenza. Noi scriviamo, per dir così, sotto la dettatura del general Sacchi e del colonnello Cenni, i quali, non solo per aver partecipato come testimoni ed attori ai fatti che narrano, ma per aver seguíto e veduto davvicino durante tutto quel giorno il generale Garibaldi, il primo come comandante in secondo la Legione italiana, il secondo come aiutante di campo, ci sono parsi le più sincere e autorevoli testimonianze che in siffatto caso si potessero desiderare.
Nè ci trattiene dal chiamarli tali, la considerazione che il loro racconto discordi in alcuni particolari da quello degli storici che scrissero sul medesimo argomento; essendo per noi indubitabile che nessuno meglio di loro abbia potuto conoscere la verità e nessuno meno di loro avuto motivi per svisarla o tacerla.
Nè con ciò vogliamo scemar fede alla diligenza ed alla lealtà degli scrittori che ci hanno preceduto; soltanto vedendo nelle loro pagine regnare le più grandicontraddizioni miste talvolta alla più ligia imitazione: e il Torre, per esempio, scostarsi in molti particolari dall’Hoffstetter;[126]e il Del Vecchio rappresentar i fatti diversamente dal Farini; e il Guerrazzi, che pur ebbe in mano gli appunti del Sacchi e i Ricordi di Garibaldi, ricantare, come eco ignara, i giudizi del Mario o del Vecchi che non li ebbero, e tutti contraddirsi o copiarsi a vicenda, e nessuno presentar un documento o una prova purchessia del loro asserto; allora il sospetto che a tutti questi storici egregi sia mancato il tempo e l’opportunità per vagliare le cose narrate nasce spontaneamente, e posti da un lato tra relazioni contradittorie, incompiute, confuse, e dall’altro tra attestazioni concordi, precise, particolareggiate di due ufficiali che hanno veduto ed udito, non potevamo più dubitar nella scelta. E non abbiamo posto nel conto leMemoriedel Rosselli e del Pisacane, non certo per scortese oblío de’ loro autori, meritevoli entrambi, l’uno per la vita illibata e studiosa, l’altro per la fine eroica ed infelice della gratitudine e del rispetto degl’Italiani; ma perchè essi, giudici in causa propria, non scrissero storie, ma apologie e filippiche; apologie di sè, filippiche contro Garibaldi; e non si potrebbe giurar sulla loro parola più che non si potrebbe in un processo dal piato d’una sola parte giudicar del torto o della ragione dell’altra.
E poichè dicemmo processo, lo ripetiamo. La storia della battaglia di Velletri non è più da oltre trent’anni che un processo male istruito, in cui Garibaldi ha la parte di accusato, il Rosselli ed il Pisacane quella d’accusatori,gli storici onesti, ma assai male informati, quella di giudici, e che noi, sulla fede di due nuovi testimoni, veniamo a riaprire, sperando che i posteri vorranno scrivere sulla tomba dell’accusato più giusta sentenza.
Ecco pertanto i fatti. All’alba del 19 l’avanguardia si era già messa in moto; ma fatte poche centinaia di passi il Marocchetti mandava ad avvertire Garibaldi che scorgeva verso Velletri un confuso moto di truppe nemiche, onde temeva di essere da un istante all’altro assalito. A tale annunzio Garibaldi monta immediatamente a cavallo, manda avviso al Generale in capo così dell’allarme come della sua partenza, raggiunge a spron battuto l’avanguardia, e raccolti dal Marocchetti gli ultimi rapporti cavalca ancora innanzi per breve tratto, e va a cercare, come è suo costume, un posto elevato d’onde speculare le posizioni e le mosse del nemico.
«Giunto difatti (scrive il Cenni stesso che gli era compagno alle Colonnelle ed all’altezza della vigna Rinaldi) smonta da cavallo; coperto dai canneti e dalle macchie della vigna, s’inoltra fino ad un dosso d’onde l’occhio può correre fin sotto le mura di Velletri; e vede abbastanza chiaro che i Borbonici, se a difesa od attacco, è tuttavia dubbioso; ma per fermo si preparano ad azione imminente.»
Frattanto anche l’avanguardia sopraggiungeva; e Garibaldi accertatosi da un secondo e più prossimo osservatorio che il nemico manovrava veramente per l’attacco, spiega a destra e a sinistra della strada, che corre tutta incassata fra poggi e vigneti, la Legioneitaliana e alcune compagnie del terzo di linea; e montato sul tetto d’una casa in vigna Spalletti, si rimette a spiare gli andamenti del nemico.
I quali d’altronde più manifesti di così non potevano essere. I Borbonici avanzavano su tre colonne: il secondo battaglione de’ Cacciatori pei vigneti, a destra ed a sinistra; uno squadrone di Cacciatori appoggiato da un altro corpo di fanteria, e da artiglierie al centro sulla strada. Garibaldi non fece un passo per muover loro incontro; ma li aspettò di piè fermo. Trascorsi infatti pochi minuti, il colpeggiar delle sentinelle presso alla salita di Vallefredda avvertì che il primo scontro era avvenuto.
Potevano essere le undici del mattino. Gli avamposti s’eran già ripiegati sulle Colonnelle, dove già dicemmo appostate le fanterie romane; l’attacco era già imminente su tutta la linea; la fucilata era vivissima da entrambe le parti, quando Garibaldi, vista spuntar sulla strada la testa della cavalleria nemica, spicca il Masina, il Murat di quella guerra, coi suoi quaranta Lancieri[127]ad arrestarla. E parte il Masina; e lo seguono, incuorati dall’arguta parola e dall’esempio eroico, i suoi compagni: ma o perchè sopraffatti dal torrente sei volte più gagliardo, come dice il Sacchi; o perchè i loro cavalli fossero nuovi a quel vertiginoso giuoco delle cariche, come vuole il Cenni; il fatto è che al primo cozzo voltano briglia tutti quanti, e abbandonando il loro comandante alle prese col colonnello nemico (che ne riportò per altro la testa spaccata), vanno in fuga precipitosa.
Ma lo spettacolo accadeva troppo vicino a Garibaldi,perchè egli potesse starsene inerte spettatore. Scorto il voltafaccia de’ suoi, si butta a cavallo, scortato dal solo moro Aghiar, traverso la via, tentando, col gesto imperioso, colla voce tuonante, colla stessa persona d’arrestare la rotta sfrenata. Tutto invano; chè egli stesso sbalzato di sella, travolto dall’onda commista degli amici e de’ nemici, impigliato il corpo sotto il proprio cavallo e pesto dall’unghie di cento cavalli altrui, stava per cadere certamente morto o vivo nelle mani borboniche, se in buon punto quella compagnia di ragazzi, di cui già discorremmo, appostata lì vicino non avesse con una scarica bene aggiustata fatto un buco nella siepe di cavalieri nemici che già si serravano intorno al caduto, e investendoli poscia alla baionetta non avesse salva la vita del suo Generale. E non pareva tuttavia ch’egli fosse scampato a mortale periglio. Quantunque ferito e ammaccato in più parti del corpo, e coll’impronta d’un ferro da cavallo sulla mano destra, balza rattamente in piedi, rimonta in sella, riprende sereno e imperturbabile, come sempre, la direzione del combattimento.
Nel frattempo però gli Ussari borbonici, portati dalla foga de’ cavalli, erano andati a cascar nel fitto delle linee repubblicane e fulminati di fronte e dai fianchi da un fuoco micidiale, forzati a dar volta, lasciando sul terreno feriti e prigionieri, e trascinando nella lor fuga ruinosa la stessa fanteria che li spalleggiava. Ne approfittarono naturalmente i Garibaldini, i quali, slanciatisi tutti insieme alla carica, accompagnarono i fuggenti colle baionette alle spalle fin sotto le mura della città.
Colà però era d’uopo arrestarsi. Velletri non è munita dall’arte, ma dalla natura; poggia in alto, ha porte, bastioni, fossati, e il colle dei Cappuccini le fada sinistra un contrafforte gagliardissimo. Oltre a ciò, era evidente che i Napoletani non avevano esposta fin allora che la minima parte delle loro forze, e poteva parer naturale, a chi ancora non sospettava la pusillanimità de’ loro capi, che essi uscissero di nuovo con milizie fresche a tentare un nuovo e più decisivo assalto. Si tennero invece sulla difesa; munirono di cannoni i Cappuccini, ne puntarono altri ad ogni porta, si stesero da diritta a manca per i vigneti intorno alle mura della città, e stettero a lor volta ad aspettare.
Garibaldi vide che il momento era critico. Un assalto a Velletri con forze sì scarse era impossibile; una ritirata, con gente già scompigliata dalla pugna e più atta a caricar con furore che a ritirarsi con ordine, sarebbe stata una follía; altro non restava dunque che sollecitare il Comandante supremo a venire subitamente in suo soccorso, e tenere frattanto in iscacco il nemico con manovre e scaramuccie. E così fece, e nel mentre che spediva a tutta carriera il Padre Ugo Bassi[128]a dar notizie al Rosselli dell’accaduto ed a pregarlo, se aveva cara, non che la vittoria, la salute de’ suoi, a correre senz’altro indugio in suo aiuto; copriva alla meglio le sue truppe dietro tutti i frastagli e gli scoscendimenti del terreno, e attendeva gli invocati rinforzi.
Il Bassi intanto riusciva a scovare il Rosselli a Valmontone, donde non s’era più mosso, e dove lotrovò affaccendato a sorvegliare la distribuzione del rancio alla prima brigata. Gli fece l’ambasciata, di cui era incaricato; usò di tutta la sua fervida eloquenza a dipingere la situazione dell’avanguardia; ma il Rosselli, severo e imbronciato, dopo una sfuriata di lagni verso Garibaldi che aveva impegnato battaglia contro i suoi ordini (e vedremo come non fosse vero), rispondeva: «Dover prima aspettare che la truppa avesse consumato il rancio, poi si sarebbe mossa.» Fortuna volle che alcuni Corpi della seconda brigata, tra cui i Bersaglieri lombardi, accorressero da sè stessi al tuonar del cannone, onde Garibaldi a mano a mano che sopravvenivano li poteva condurre a risarcire le file, sempre più stremate, dell’avanguardia. Così entrarono successivamente in linea i Bersaglieri lombardi, la Legione romana, un battaglione del secondo Reggimento, e quel che più contava, parte dell’artiglieria del Calandrelli, che controbattendo gagliardamente le numerose batterie del nemico lo contennero lungo tempo e gli levarono la tentazione, certamente infestissima ai nostri, di ripigliare l’offensiva.
Ma tutto ciò a nulla approdava: i nostri non retrocedono, ma si diradano; i Borbonici non avanzavano, ma restavano sempre forti e minacciosi, e ogni istante che fuggiva, andava a loro profitto. Solo uno sforzo concorde di tutto l’esercito poteva assicurare e compiere la vittoria; laonde Garibaldi preso il capitano David, un bergamasco animoso, così aitante di persona come caldo di parola, lo mandò a spron battuto a pregare e a scongiurare di nuovo il Rosselli, affinchè per tutti i suoi santi affrettasse il soccorso.
E il David «sferza, sprona, divora la via,» e arriva a sua volta a trovare poco lungi il Generale in capo, che seguíto da tutto il suo stato maggiore sene viene a passi misurati in perfetta ordinanza, a capo dei quattro o cinquemila uomini che gli eran rimasti. Le precise parole che il David diresse al Generalissimo romano, i nostri cooperatori non le hanno registrate; ma dovettero essere assai energiche e vibrate, se a udirle ufficiali e soldati si scuotono, s’infiammano, rompono le file, brandiscono le armi, chiedono con alte grida di marciare avanti, partono a tutta corsa a rifascio per Velletri, lasciando solo col suo stato maggiore e con pochi seguaci il Generale romano. E noi non batteremo le mani. Un esercito che rompe i freni della disciplina e si ribella a’ capi, anche se la indisciplina sia giustificata da generoso motivo, e la ribellione finisca col fruttar la vittoria, è sempre spettacolo che attrista; ma poichè non era quella l’ora di indagare le cagioni del male o di arrestarne gli effetti, e d’altronde quei soldati comunque venissero, chiunque li inviasse, eran pur sempre amici accorrenti al rinforzo, Garibaldi li prese per quel che valevano, e a mano a mano che sopraggiungevano li avventava a rinforzar la battaglia. La loro venuta anzi gli diede opportunità di tentar qualche mossa, che dapprima la tenuità delle forze gli vietava. Veduto infatti un via vai, sulla strada di Terracina, di truppe nemiche e giustamente sospettando in quel moto un preparativo di ritirata, manda il colonnello Marchetti[129]con un centinaio di fanti e mezzo squadrone di Dragoni a imboscarsi nella selva che fiancheggia spessissima quella via, affinchè piombi di sorpresa sui fianchi e alle spalle del nemico appena gli giunga a portata; e predispone simultaneamente un ultimo e più vigoroso assalto contro il convento de’ Cappuccini, che formava,come dicemmo, la chiave delle posizioni borboniche alla loro sinistra.
Intanto però che Garibaldi intendeva a ripigliare l’offensiva, ecco a un tratto il fuoco de’ Napoletani rallentarsi, le loro linee concentrarsi, la strada di Terracina nereggiare sempre più di carri e di soldati, tutto accennare a prossima e totale ritirata.
In quel punto arrivava sul luogo dell’azione il generale Rosselli. Era già sera. Garibaldi, dopo aver ragguagliato il Comandante in capo di tutti gli eventi della giornata, lo condusse nella casa Blasi,[130]che aveva servito di specula a lui stesso durante il combattimento, e accennatogli col dito il crescente addensarsi del nemico sulla strada di Terracina gli improvvisò, come suol dirsi, sul tamburo, questo piano: «Egli, Garibaldi, si getterebbe ai fianchi del nemico fuggente; il Rosselli coll’artiglieria, la linea e i Carabinieri della riserva, resterebbe a difender la posizione espugnata e appoggerebbe l’attacco di Velletri.» Ma non era al dotto Rosselli che il manesco Garibaldi poteva darla ad intendere. Per la sua sapienza quei nemici che sfilavano in confuso sulla strada di Terracina erano reggimenti e brigate in moto a predisporre un nuovo assalto per l’indomani; per la sua metafisica militare, la ritirata dell’esercito borbonico era una manovra.