XI.

«Ma che manovra! (ribatte seccamente Garibaldi); non vedete che quello è un esercito che fugge?» — e lasciando al Generale in capo passar tranquillamente la notte nei soffici letti della casa Blasi, se n’andò a dormire digiuno sotto una siepe.

Al nuovo mattino non c’era più in Velletri un solo Borbonico.

Questa veracemente la giornata di Velletri; questo il fatto d’arme, nel quale Garibaldi fu accusato d’aver colla sua temerarietà e indisciplinatezza guastato i disegni del suo Generale e resa impossibile la totale disfatta del nemico.

Però qual conto meritino siffatte accuse, chiunque ha seguíto a passo a passo la battaglia lo può attestare. E prima di tutto si disse che Garibaldi mancò al suo dovere due volte: abbandonando arbitrariamente il grosso dell’esercito; impegnandosi nel combattimento contro gli ordini del suo Generale in capo. Certo in un esercito bene ordinato, dove tutti stanno al loro posto, sanno il loro mestiere e fanno il loro dovere, questo non sarebbe avvenuto. In quell’esercito si sarebbe bensì osservata la regola, che chi comanda un corpo in marcia ne comanda necessariamente tutte le sezioni; ma non sarebbe stata violata l’altra norma non meno importante, che il Comandante in capo marcia alla testa della colonna tra il grosso e l’avanguardia, ond’essere in caso di governarne da un punto centrale tutte le parti. Ora dov’era il Rosselli la mattina del 19? Noi lo vedemmo alla coda della riserva! In tutt’altro luogo dunque che al suo posto; in luogo tale, dove, checchè accadesse, non poteva dirigere nè il grosso nè l’avanguardia, nè vedere quel che accadeva davanti o intorno a lui, nè formarsi un concetto qualsiasi delle intenzioni del nemico e delle condizioni sue. Ciò essendo, che doveva fare Garibaldi quando sentì che l’avanguardia stava per essere attaccata, e che perciò tutto l’esercito poteva da un istante all’altroessere forzato a combattere? Quello che ogni buono e vero Generale avrebbe fatto nel caso suo: montare a cavallo, spedire un avviso del fatto al Generale in capo, e correre all’avanguardia a giudicare cogli occhi suoi dello stato delle cose.

Se non che al suo arrivare vede che il nemico è in procinto d’attacco, e giudicando pericolosa, oltrechè disonorevole, la ritirata, prende una posizione difensiva e sta ad attendere. Che vi è in tutto ciò di scorretto, d’irregolare, di contrario alle norme dell’arte e della disciplina militare? Forsechè il generale Garibaldi doveva lasciar assalire e magari massacrare l’avanguardia senza nemmeno darsene per inteso; forse che egli poteva informare il generale Rosselli di quello che accadeva avanti, se non lo vedeva e non lo giudicava da sè stesso?

Ma si replica: egli non doveva attaccare; e il generale Rosselli glielo mandò a vietare espressamente. Abbiamo tante volte ridetto che il generale Garibaldifu attaccato, non attaccò; che il ripeterlo sarebbe sazievole. Circa però all’ordine del generale Rosselli, anzitutto il general Garibaldi affermò sull’onore di non averlo ricevuto che tardi, quando oramai la lotta era impegnata ed è probabilissimo; in secondo luogo l’ordine, per confessione esplicita dello stesso general Rosselli, non era già di evitare ad ogni costo lo scontro e quasi fuggire davanti il fuoco, ma soltanto «di andar cauti, di fermarsi a quattro o cinque miglia da Velletri,» e di non impegnarsi prima ch’egli fosse giunto in tempo da spalleggiarlo.

E capisce ognuno che le quattro o cinque miglia non erano oltrepassate; che le cautele dell’arte non erano state violate; che venne meno soltanto la condizione di non impegnarsi prima che il Generale incapo fosse giunto, per la ragione semplicissima che il Rosselli non giunse mai.

Pure non è questo il più grosso fallo di Garibaldi. Il vero peccato mortale, la imperdonabile colpa sua è d’aver sciupato, come dicono, lo stupendo piano di guerra del suo Generalissimo, e per usar l’espressione d’Alberto Mario, «perduto il Regno, rendendo impossibile il precogitato movimento di circuizione del nemico.» Davvero trasecoliamo! Il solo disegno buono, ma per nulla stupendo, che il Rosselli abbia manifestato, fu quello di assalire i Napoletani sui colli Latini, girandoli per la destra; e noi abbiamo già veduto che la sera del 17 quel disegno, per la ritirata precipitosa dei Napoletani, era già sventato. Altro disegno, nè buono nè cattivo, il Rosselli non partecipò ad alcuno; l’avrà covato, ma nol partorì. Durante tutto il giorno 19 se ne stette dove l’abbiamo veduto, e da dove certamente nessun piano di guerra, per napoleonico che fosse, nè potevasi porre in atto, nè governare. Finalmente alla sera del 19 il Rosselli viene, vede e non capisce ancora: scambia i preparativi di ritirata del nemico per manovre di assalto; risponde a Garibaldi, che gli propone di rinnovar la battaglia, piombando sulle spalle dei nemici fuggenti: a domani; e l’indomani non c’è su tutto l’orizzonte un solo Borbonico; e l’indomani, di tutti i piani rosselliani non resta più che l’eco della battaglia sotto Velletri, combattuta per sei ore dal solo Garibaldi e vinta solo da lui; eppure ci sono ancora degli amici di Garibaldi, de’ bravi soldati, delle menti elette, come il Vecchi, il Mario, il Guerrazzi, che scrivono e ripetono: la vittoria di Velletri essere stata sciupata da Garibaldi; egli aver lasciato scappar i Borbonici, che il Rosselli avrebbe presi; egli perduto il Regno, cheil Rosselli col «precogitato movimento di circuizione» avrebbe conquistato!

E di più non aggiungiamo: il buon senso giudichi. Se Garibaldi sia stato o no un grande capitano, non è quesito cui vogliamo rispondere ora; la fine della sua vita e di questo libro lo chiariranno. Quello che per ora ci importa assodare è questo solo: che nessun argomento potrebbe essere meno idoneo a dimostrare la sua inettitudine alla grossa guerra, della giornata di Velletri. Che se quella giornata poteva essere una grande vittoria e restò una incompiuta fortuna, a tutti poteva esserne attribuita la colpa, fuorchè a Garibaldi. E non basta nemmeno, a parer nostro, cercarne le cagioni nell’inerzia del Rosselli che non combattè, o nella vigliacchería del Re borbonico che fuggì. Per avere in mano tutto il segreto della fallita impresa conviene risalire ancora a quella causa vera e prima, che accennammo dapprima: l’antagonismo dei due capitani che comandavano nel medesimo campo.

Non si mandano alla stessa impresa due generali pari di grado, disuguali di valore, diversi di origine, antipatici di carattere, senza che o prima o poi il disaccordo della loro eterogenea natura scoppi violentemente e danneggi l’opera stessa per cui sono associati. V’era tra il Rosselli e Garibaldi una incompatibilità irreconciliabile: l’uno pretendeva alla superiorità della scienza, l’altro alla superiorità della esperienza; l’uno ostentava i suoi studii, l’altro citava le sue campagne; l’uno parlava di guerra come un Vegezio o un Jomini; l’altro non sapeva, come i grandi pittori, dare compiuta ragione di quello che faceva, ma ogni pennellata era una vittoria. Create ora, se vi riesce, da quel disaccordo l’armonia; fate nascere, se potete, da quella antinomia l’unità, e suscitate da quellaantipatia l’amore. Il Governo romano non capì prima il suo grande errore; non lo capì a Velletri, non lo volle capire dopo; Roma continuava ad avere due generali in capo, l’uno di nome e l’altro di fatto; e i Francesi, aiutati da quel dualismo, saliranno la breccia un mese prima del tempo.

La mattina del 20 il Rosselli mandò sulla strada di Terracina qualche squadra volante di fanti e di cavalli a perseguitare la coda de’ fuggenti; e il tentativo non dispiacque a Garibaldi; ma non gli bastò. L’idea sua era di buttarsi nel Regno e accendervi le faville d’una rivoluzione novella. Ne scrisse perciò il giorno stesso al Rosselli in questa lettera, la quale per quel po’ di famigliarità che abbiamo contratta coi modi e lo stile del nostro eroe, la diremmo tutta di suo pugno:

«Velletri, 20 maggio 1849.»Generale!»Io profitto della vostra compiacenza ad ascoltarmi e vi espongo il mio pensiero. Voi avete mandato ad inseguire l’esercito napoletano da una forza nostra; ed è molto bene. Domani mattina dobbiamo col corpo d’esercito tutto prendere la strada di Frosinone e non fermarci fino a giungere sul territorio napoletano, le popolazioni del quale bisogna insurrezionare. La divisione che seguita la strada di Frosinone deve impegnarsi con forze superiori e ripiegarsi sopra noi in caso d’urgenza; ciò che potrò farò anche traverso le montagne, non impedito dal peso dell’artiglieria.»G. Garibaldi.»

«Velletri, 20 maggio 1849.

»Generale!

»Io profitto della vostra compiacenza ad ascoltarmi e vi espongo il mio pensiero. Voi avete mandato ad inseguire l’esercito napoletano da una forza nostra; ed è molto bene. Domani mattina dobbiamo col corpo d’esercito tutto prendere la strada di Frosinone e non fermarci fino a giungere sul territorio napoletano, le popolazioni del quale bisogna insurrezionare. La divisione che seguita la strada di Frosinone deve impegnarsi con forze superiori e ripiegarsi sopra noi in caso d’urgenza; ciò che potrò farò anche traverso le montagne, non impedito dal peso dell’artiglieria.

»G. Garibaldi.»

Il Rosselli trasmise, com’era debito suo, la proposta al Ministro della guerra, contentandosi a esporre le difficoltà dell’impresa e a dichiarare che, pur ubbidendo, ne rinunziava la responsabilità. E questa volta aveva ragione lui e torto Garibaldi. E più ragione forse nel rispetto politico che nel militare. Poichè era più probabile che Garibaldi riescisse a battere l’esercito borbonico, numeroso sì, ma inabile, ed a racchiuderlo nelle sue fortezze, che a far insorgere popolazioni sbalordite ancora dai rovesci e dai disinganni dell’ultima lotta, parte atterrite dalle persecuzioni, parte infralite dalla corruzione, attorniate dallo spettacolo della reazione stravincente in tutta Europa, e prive d’ogni speranza di aiuto e d’ogni lusinga di vittoria. Oltre di che non era colle forze destinate a difender Roma che doveva tentarsi una simile impresa. Oramai le cose erano giunte a tale in Italia, che il partito più saggio era concentrar la difesa in pochi punti dov’era ancora possibile e là cadere gloriosamente. Pensare ad altra riscossa era sogno; divider le poche forze per seminarle a ravvivare la favilla d’una rivoluzione era stoltezza. Il Governo romano poteva di leggieri intender tutto ciò e dir chiaro a Garibaldi: tornate in Roma. Posto invece tra i due generali creati da lui, prese il partito solito di accontentarli entrambi: richiamò il Rosselli a Roma col grosso delle forze; lasciò a Garibaldi una brigata coll’incarico apparente di spazzar i confini dalle masnade dello Zucchi, col reale, di tentare l’impresa del Regno. E Garibaldi partì.

Il 23, sera, era coll’avanguardia a Frosinone, da dove il vecchio Zucchi era già partito; il 25 a Ripa; il 26 sconfinava a Ceprano, e saputo che Rocca D’Arce, munitissimo luogo, era occupato dai Napoletani, inviò tosto i Bersaglieri lombardi ad assalirlo. E i Bersaglieri,scambiati pochi colpi cogli avamposti, si slanciano arditi su per l’erta scoscesa, aspettandosi ad ogni passo d’essere salutati dalle mitraglie nemiche e arrivando invece, senza dare nè ricevere un colpo, fino al sommo del paese, dove con grande loro meraviglia, non trovano anima viva.

«I soldati (scrive Emilio Dandolo testimonio) erano sdegnati di questa diffidenza; ma mercè le calde ammonizioni di Garibaldi, arrivato allora colla sua Legione, e particolarmente del Padre Ugo Bassi (che conobbi allora quanto fosse fervente di carità e di patriottismo), non fu tocca una busca in quel paese deserto, non abbattuta un’imposta. Sedemmo per terra sulla piazza. Ma gli spauriti abitanti, quando dalle cime vicine videro quest’ordine ammirabile, calarono in tutta fretta, corsero ad abbracciarci, aprirono le case e le botteghe, e in pochi istanti il paese tornò alla consueta attività. Ci raccontarono allora quante superstiziose credenze avessero i soldati napoletani sparse fra loro. A sentirli, noi eravamo tanti folletti inviati dal demonio a divorare i bambini ed abbruciare le case. Il vestire bizzarro di Garibaldi e de’ suoi accresceva singolarmente la paurosa ignoranza di quei paesani.[131]»

Garibaldi frattanto aveva ordinato di riprendere la marcia per il mattino vegnente; risoluto, se la voce che un corpo di Svizzeri l’aspettasse a San Germano s’avverava, a misurarsi con loro e a farla finita al più presto. Nessuno gli aveva levato di mente che vincere una battaglia contro quell’esercito fosse facile, e che una vittoria bastasse ad aprirgli le porte del Regno: «Qui (diceva a’ suoi ufficiali raccolti sulla piazza d’Arce)qui si decidono i destini d’Italia. Una battaglia vinta sotto Capua ci dà nelle mani l’Italia.[132]»

Altri però erano in quel momento i pensieri del Governo romano. L’invasione austriaca s’innoltrava minacciosa; un esercito del Wimpfen aveva già cominciato l’investimento d’Ancona; un altro agli ordini del Lichtenstein marciava su Perugia; Roma poteva essere in pochi giorni serrata tra branche di ferro, anche più tenaci di quelle francesi: far argine a tanto pericolo era prudenza. E il Triumvirato si era lusingato per un istante di poterlo, essendogli parso che durante l’armistizio, e prossimi i negoziati Lesseps, giusta la pia sua credenza, a conchiusione felice, nessuno, nemmeno l’Oudinot, avrebbe potuto vietargli di mandare la parte disponibile dell’esercito a combattere quelli Austriaci, che ingenuamente pensava aborriti, prima che da altri, dagli stessi Francesi. Perciò, col capo dentro in questa fitta d’illusioni, ordinava che una spedizione per le Marche s’allestisse in Roma, e che frattanto Garibaldi fosse richiamato a marcia forzata dal Regno. E Garibaldi, saputo il motivo del richiamo, ubbidì, può dirsi, con gioia; e con somma diligenza ripassava il confine il 28; rientrava in Frosinone il 29; era ad Anagni il 30; il 1º giugno a Roma.

Da Frosinone peraltro aveva scritto al Masina questa singolarissima lettera, dalla quale traspaiono due cose poco sapute fino ad ora: ch’egli affidava a quell’intrepido il comando in capo della Legione italiana; e che gli rideva in cuore la speranza di poterla adoperare ben presto contro il secolare nemico, di cui tutti sanno il nome.

Ed ecco la lettera: più degna certamente d’uncaiccodi turbe indiane, che d’un eroe civile; ma nella sua selvaggia inspirazione, viva, pittoresca, terribile:

«Comando della 1ª Divisione.»Repubblica Romana.»Frosinone, 29 maggio 1849.»Colonnello Masina,»Io vi incarico sempre delle più ardue e disagiate imprese colla coscienza del vostro coraggio e della vostra capacità a disimpegnarle. Voi siete uno di quei compagni che la fortuna mi ha fatto felicemente incontrare per l’adempimento dei destini dello sciagurato nostro Paese, e per cui ogni impresa mi diventa facile. Io vi amo e vi stimo dunque doppiamente, come amico dell’anima, poichè lo meritate personalmente — come campione della santa nostra causa, per cui tanto avete fatto e tantissimo farete ancora. Io vi raccomando la Legione. Credetemi. Voi solo dovete comandare quei valorosi giovani, quel nucleo delle speranze della Patria. Voi non dovete limitarvi a condurla sul campo di battaglia, ma bensì, ciò che ben sapete fare, tenerla qual famiglia vostra, vegliarla, custodirla, staccarvi da quella meno che sia possibile. Voi avete sperimentato certamente come la fanteria è il vero nucleo della battaglia; e la Legione italiana, vedete, vittoriosa tre volte, sarà vittoriosa sempre.»Voi avete bisogno pure del vostro Corpo de’ Lancieri e ne avete veduta la necessità. Essi con Voi saranno inseparabili dalla Legione e non saranno meno utili. Ma la fanteria abbisogna veramente di tutta la vostra cura. State con essa, Colonnello, io ve la raccomando intenerito. La vita della prima Legione italiana appartiene caramente e indispensabilmente all’Italia. I Legionari, noi stessi non possiamo valutarne l’importanza. L’onore italiano — e sapete se importa l’onore ad una nazione caduta — l’onore italiano per la maggior parte è stato salvo dai nostri bravi Legionari. Ed un popolo disonorato sarebbe meglio che sparisse dalla superficie della terra. Voi avete combattuto semprealla fronte della Legione e la Legione vi conosce, vi stima. Il valore, credetemi, è la prima qualità; almeno la più fascinante; quella che serve al capo ad affezionarsi il subalterno; e Voi foste brillante di valore. Dunque Voi reggerete e guiderete bene la Legione, e bramo ve ne occupiate indefessamente. In Roma potremo supplire ai bisogni dei nostri militari e non abbiamo tempo da perdere. Il più terribile, il più abbominato de’ nostri nemici ci aspetta sulle vie delle Romagne ed io.... mi suona un grido di vittoria nell’anima. Da questo momento Voi preparerete la Legione ad uno scontro co’ Tedeschi. Dite ai Legionari che si famigliarizzino con quell’idea, che ne facciano il pensiero d’ogni minuto della giornata, il palpito d’ogni sonno della notte. Che si famigliarizzino ad una carica aferro freddo, e conficcare una pungente baionetta (le affileremo a Roma) nel fianco di un cannibale. Carica a ferro freddo senza degnarsi di scaricare il fucile. Date un ordine del giorno alla Legione che obblighi i Legionari alla seguente preghiera: — Dio, concedetemi la grazia di poter introdurre tutto il ferro della mia baionetta nel petto di un Tedesco senza essermi degnato di scaricare il mio fucile, la cui palla serva a trucidare altro Tedesco non più lontano di dieci passi. — Dunque all’opera, mio caro Colonnello, state sulla Legione come l’avaro sul suo tesoro. Preparate i Legionari ad un giorno di trionfo. Forse dovremo combattere più compatti. Si assuefacciano dunque a miglior disciplina, a marciare uniti; a comparire il più decorosamente che sia possibile. Vinceremo allora e profitteremo della vittoria.»Giuseppe Garibaldi.»

«Comando della 1ª Divisione.

»Repubblica Romana.

»Frosinone, 29 maggio 1849.

»Colonnello Masina,

»Io vi incarico sempre delle più ardue e disagiate imprese colla coscienza del vostro coraggio e della vostra capacità a disimpegnarle. Voi siete uno di quei compagni che la fortuna mi ha fatto felicemente incontrare per l’adempimento dei destini dello sciagurato nostro Paese, e per cui ogni impresa mi diventa facile. Io vi amo e vi stimo dunque doppiamente, come amico dell’anima, poichè lo meritate personalmente — come campione della santa nostra causa, per cui tanto avete fatto e tantissimo farete ancora. Io vi raccomando la Legione. Credetemi. Voi solo dovete comandare quei valorosi giovani, quel nucleo delle speranze della Patria. Voi non dovete limitarvi a condurla sul campo di battaglia, ma bensì, ciò che ben sapete fare, tenerla qual famiglia vostra, vegliarla, custodirla, staccarvi da quella meno che sia possibile. Voi avete sperimentato certamente come la fanteria è il vero nucleo della battaglia; e la Legione italiana, vedete, vittoriosa tre volte, sarà vittoriosa sempre.

»Voi avete bisogno pure del vostro Corpo de’ Lancieri e ne avete veduta la necessità. Essi con Voi saranno inseparabili dalla Legione e non saranno meno utili. Ma la fanteria abbisogna veramente di tutta la vostra cura. State con essa, Colonnello, io ve la raccomando intenerito. La vita della prima Legione italiana appartiene caramente e indispensabilmente all’Italia. I Legionari, noi stessi non possiamo valutarne l’importanza. L’onore italiano — e sapete se importa l’onore ad una nazione caduta — l’onore italiano per la maggior parte è stato salvo dai nostri bravi Legionari. Ed un popolo disonorato sarebbe meglio che sparisse dalla superficie della terra. Voi avete combattuto semprealla fronte della Legione e la Legione vi conosce, vi stima. Il valore, credetemi, è la prima qualità; almeno la più fascinante; quella che serve al capo ad affezionarsi il subalterno; e Voi foste brillante di valore. Dunque Voi reggerete e guiderete bene la Legione, e bramo ve ne occupiate indefessamente. In Roma potremo supplire ai bisogni dei nostri militari e non abbiamo tempo da perdere. Il più terribile, il più abbominato de’ nostri nemici ci aspetta sulle vie delle Romagne ed io.... mi suona un grido di vittoria nell’anima. Da questo momento Voi preparerete la Legione ad uno scontro co’ Tedeschi. Dite ai Legionari che si famigliarizzino con quell’idea, che ne facciano il pensiero d’ogni minuto della giornata, il palpito d’ogni sonno della notte. Che si famigliarizzino ad una carica aferro freddo, e conficcare una pungente baionetta (le affileremo a Roma) nel fianco di un cannibale. Carica a ferro freddo senza degnarsi di scaricare il fucile. Date un ordine del giorno alla Legione che obblighi i Legionari alla seguente preghiera: — Dio, concedetemi la grazia di poter introdurre tutto il ferro della mia baionetta nel petto di un Tedesco senza essermi degnato di scaricare il mio fucile, la cui palla serva a trucidare altro Tedesco non più lontano di dieci passi. — Dunque all’opera, mio caro Colonnello, state sulla Legione come l’avaro sul suo tesoro. Preparate i Legionari ad un giorno di trionfo. Forse dovremo combattere più compatti. Si assuefacciano dunque a miglior disciplina, a marciare uniti; a comparire il più decorosamente che sia possibile. Vinceremo allora e profitteremo della vittoria.

»Giuseppe Garibaldi.»

Quando la colonna di Garibaldi rientrava in Roma, le trattative Lesseps erano già fallite. Nè poteva essere altrimenti. La missione di pace dell’Inviato straordinario era apparente, gli ordini di guerra del Generalein capo reali; il Governo romano agiva con lealtà più che cavalleresca, il Governo francese con doppiezza peggio che volpina; a Parigi come a Londra, a Gaeta come a Vienna, a Madrid come a Napoli, si voleva la morte della libertà romana e la risurrezione del Papato: impossibile che, esaurito l’ultimo sforzo delle armi, ciò non avvenisse. Il 1º giugno l’Oudinot alla lettera ingenua del Rosselli, il quale chiedevagli nientemeno che di prolungar l’armistizio fino a che l’esercito romano avesse, con suo comodo, battuto gli Austriaci, rispondeva: gli ordini del suo Governo prescrivergli di entrare in Roma al più presto; aver già denunziato l’armistizio alle Autorità romane; per solo riguardo ai Francesi residenti in Roma consentire a differire l’attacco fino a lunedì mattina. Ciò voleva dire in tutte le lingue del mondo fino al 4 giugno: nel calendario, non sappiamo se dire gesuitico, del Generale francese, significò sino alla mattina del 3. E di questa perfidia inaudita negli annali militari, la coscienza della storia ha già gridato vendetta; e a noi parrebbe quasi femminile piagnisteo ridirne di più. Sull’assisa dell’Oudinot, duca di Reggio, il figlio delBajard de l’armée, è stampato un marchio che nessuna acqua lustrale di gloria potrà lavare; quanto al fosco riflesso che ne rimase sulla bandiera francese, amiamo pensare anche noi che il sangue di Magenta e di Solferino l’abbia deterso.

È noto adunque che all’alba del 3 giugno i Francesi, sorpreso quasi nel sonno il sottile battaglione Melara, occupavano con due brigate la Villa Pamfili, e ben presto, avviluppati da ogni parte i loro bravi, ma pochi difensori, anche le posizioni adiacenti del convento di San Pancrazio, e di Villa Corsini, chiamata pure Casino de’ Quattro-Venti, e formanti colla Pamfiliun solo altipiano, cadevano in loro potere. Nessuno attendeva l’inopinato assalto; però il fragore della pugna scosse la città intera come colpo di fulmine. Garibaldi stesso, così vigile, dormiva nel suo modesto letto in Via delle Carrozze, e non lo svegliò che il cannone. Ma non era sveglia sgradita. In un baleno è in piedi, in pochi istanti è in sella; trae seco la coorte della Legione italiana, acquartierata poco lontano; ordina alle rimanenti di seguitarlo, parte al galoppo, arriva alla Porta San Pancrazio; misura con un’occhiata tutta l’estensione del pericolo; distribuisce le truppe man mano che gli giungono tra i bastioni, la Porta e il Vascello, e slancia primi i Legionari alla riconquista di Villa Corsini. E la Legione, comandata dal Sacchi, preceduta dal Masina, accompagnata dal Bixio, va, traversa sotto una grandine di palle lo scoperto terreno seminandolo de’ suoi migliori, e arriva sino al vestibolo della casa; ma colà, fulminati di fronte e dai lati, dalle finestre, dalle siepi, dalle muraglie, da migliaia di nemici appostati al coperto, e quasi invisibili, son costretti a voltar le spalle ed a rifugiarsi nel Vascello, che da quel momento diviene l’antemurale estremo e più tenace dei difensori di Roma.

Le veci allora sono mutate. Gli assalitori di dianzi diventano assaliti: i Francesi sboccano dai ripari, irrompono da ogni parte; ma i Legionari, protetti dal massiccio edificio convertito in fortezza, folgoravano da cento feritoie la morte: il Vascello è avvolto da una bufera di fuoco, ma resiste impavidamente.

Ed ecco in quel punto, scoccavan le otto, giocondi, entusiasti, impazienti di pugna, arrivare i Bersaglieri Manara. Era tempo: Garibaldi appena li vede apparire ne prende la prima compagnia, e la spinge ad arrestare l’avanguardia nemica. Ed anche i Bersaglieri,capitano Ferrari, luogotenente Mangiagalli, preceduti dal loro stesso Colonnello, si precipitano capofitti come i Legionari, rigano del loro sangue il cammino mortale; onde i Francesi balenano, indietreggiano, sono risospinti fino alla spianata della Villa. Ancora uno sforzo ed il contrastato baluardo è nostro. Garibaldi lo vede (fu detto non abbastanza in tempo), e manda la seconda compagnia di Enrico Dandolo a spalleggiare i vittoriosi, mentre stacca parte del secondo battaglione ad assalire, per il convento di San Pancrazio, l’estrema destra del nemico. Ma era tardi. Il Dandolo tradito dalla voce, dal gesto amichevole del capitano francese cade in un agguato, e trafitto in mezzo al petto da piombo traditore soccombe; il giovinetto Morosini lo assiste, lo difende, combatte disperato; ma sopraffatto dal numero, anche la sua compagnia dà volta, mentre ai Quattro-Venti non restano già più a fronteggiare i Francesi che il Manara, il Ferrari, il Mangiagalli, capitani senza soldati.

Il secondo assalto era fallito: ripresa lena, bisognava ritentare il terzo, il quarto, fino alla vittoria, fino alla morte. Le artiglierie del Calandrelli non avevano mai cessato di battere le posizioni nemiche, nè partiva colpo che non facesse breccia, e già San Pancrazio, Villa Corsini, Villa Valentini erano foracchiate in più parti, quando una granata cascò in mezzo alle stanze della Corsini e vi appiccò le fiamme. Era quello il momento del terzo assalto, o nessun altro, e non sfuggì a Garibaldi. Legionari, Bersaglieri, Studenti, fanti romani, quanti erano venuti raccogliendosi via via tra Porta San Pancrazio e il Vascello, fanno massa, si precipitano a rifascio, s’avventano furiosi contro la Villa infernale, da tempio di delizie mutata in fucina di morte, e ne ritentano la ripresa.E i Francesi per la terza volta l’abbandonano, e per la terza volta tornano grossi e inferociti, e per la terza volta la Villa è perduta. L’avreste detta l’ultima. Spento il fiore dei prodi, decimate le file, stremate le forze, quasi consunte le munizioni, i Francesi gagliardamente trincerati nelle riconquistate posture, la giornata poteva dirsi perduta. Garibaldi solo non lo volle credere, e verso sera fu udito ancora dire, come un sonnambulo, a Emilio Dandolo: «Andate con una ventina de’ vostri più bravi a riprendere Villa Corsini.» Il bravo ufficiale guardò trasognato l’uomo che gli dava ordine sì strano; ma Garibaldi replicò: «Pochi colpi e subito alla baionetta,» e il Dandolo prontamente: «Stia tranquillo, Generale, m’han forse ucciso il fratello e farò bene.» E come gli fu ingiunto, partì, e in men d’un ora, tornò con soli sei uomini, ferito egli e il sottotenente Sartorio, ultimi combattenti di quella giornata.

S’era fatto notte. Il destino aveva detto per quel giorno l’ultima sua parola. Garibaldi non aveva più un uomo valido intorno a sè. I Francesi, occupato a tradimento il campo, l’avevano difeso coll’usato valore, pagando di largo sangue la non dovuta conquista; ora la ragione invincibile del numero l’assicurava a loro. Quattro furono gli assalti ordinati da Garibaldi; ma quelli tentati da manipoli isolati, ad arbitrio, a capriccio, per sfoggio di bravura, o a sfogo di rabbia, innumerati, innumerevoli. Non conosciamo, nella storia delle guerre, giornata, in cui il valore individuale abbia fatto tanta copia di sè come nel 3 giugno. Non fu una battaglia; fu un grande duello, una giostradella prodezza col numero, una sfida dei petti ignudi alle muraglie armate, un palio d’eroi alla mèta della morte; per questo sublime, pur non lodevole sempre. Taluno più che a combattente devoto alla patria s’atteggiò a gladiatore nell’arena, tal’altro parve più ambizioso della morte che della vittoria; laonde tra l’ammirazione e la pietà s’insinua, non so quale senso di amarezza, quasi rampogna a quei valorosi d’aver sfoggiato in vana mostra il non dubbio valore, e sprecato il nobile sangue sacro all’Italia.

Di quella pagina d’eroico poema, Francesco Domenico Guerrazzi tentò un abbozzo; ma nemmeno a lui, signore della prosa terribile, riuscì ritrarne la immortale bellezza. Omero solo, forse, non tremerebbe all’assunto. Noi, pedestri cronisti, possiamo per debito di reverenza e d’amore ricordare; un grande poeta soltanto potrebbe glorificare. Il Masina, ferito al primo assalto, fasciata in fretta la piaga, si lancia a cavallo su pei gradini di Villa Corsini, e avvolto di nemici, rotando il ferro terribile, squarciato il petto da una palla, procombe ruinoso, formidabile. Il Mangiagalli a Villa Valentini mena strage di Francesi; spezzata la spada, combatte col troncone e tiene la Villa con pochissimi fino a tarda sera. Lo Scarcele, gentile vicentino, lega morendo tutto il suo alla patria. Il Monfrini, sergente dei Bersaglieri, quantunque gravemente ferito, vuol riprendere il suo posto nelle file; e al Manara che gli dice: «Vattene, qui non servi a nulla;» — «Lasciatemi stare, Colonnello, almeno faccio numero,» e alla prima carica il valoroso è morto. Il Rozà, ferito due volte, torna due volte alla pugna, e alla terza soccombe. Angelo Bassini s’avventa, quasi solo, contro Villa Corsini e ne torna pesto, insanguinato, sereno. Il milanese Dalla Longa raccoglie sulle spalleil caporale Fiorani, mortogli allato, e mentre va ritraendosi lentamente col caro peso, una palla lo trapassa, e cade in un fascio col carico suo. Emilio Dandolo erra ferito per tutto il campo in cerca della spoglia del lagrimato fratello. Narciso Bronzetti va, notturno, traverso le scolte francesi per rapire ai nemici il corpo del suo servo fedele. I Legionari del Medici, avvistisi che una delle case da essi difesa tutto quel giorno è preda alle fiamme, d’onde il nome di Casa Bruciata,[133]si rammentano dei cadaveri dei compagni, e affrontano di nuovo la grandine deiVincennesper sottrarli al rogo inglorioso e dar loro onorata sepoltura.

Memoranda e gloriosa giornata, scrisse l’Oudinot; ma poteva soggiungere: meno per sè che per noi. I Francesi, che avevano combattuto quasi sempre dai ripari, contarono dugentoquarantadue feriti e quattordici morti; noi diciannove ufficiali uccisi, trentadueferiti, e circa cinquecento soldati tra feriti e morti; e ci sdegna il pensiero che in tanta foga d’erudizione spigolistra, in tanta smania di scavar dagli archivi le più rancide e tarlate pergamene, i nomi dei caduti di Roma non sieno ancora tutti scoperti, scritti e incisi ne’ marmi.

Però, lieti di aggiungere ai nomi già noti alcuno fino ad oggi coperto dall’oblío, tutti ad uno ad uno religiosamente li raccomandiamo. Morirono, oltre i nominati: il vecchio colonnello Pollini d’Ancona, veterano di molte battaglie; l’aiutante maggiore Peralta, il capitano Ramorino, Emanuele Cavallero, Canepa, Sivori, Pedevilla, Anceo, Caroni, Minuto, Gnecco, Pegorini, Gruppi, Costa, Rodi, Coglioli, De Maestri, tutti ufficiali della Legione di Montevideo, poscia della italiana; i tenenti Cavalieri, Bonnet e Grossi; i sott’ufficiali Savoia e Bonduri, della Legione italiana; il capitano Meloni di Imola, del reggimentoUnione; i tenenti conte Loreta di Ravenna e Gazzaniga di Roma, del terzo Reggimento, e i tenenti Bacci d’Ancona e Marzari di Macerata, del sesto; il tenente Covizzi, dell’artiglieria; il carabiniere Battelloni e il dragone Rambaldi di Lugo, morto d’un colpo di cannone col grido sulle labbra: «Viva la Repubblica!» Furono più o meno lacerati da ferite: Nino Bixio all’inguinaia, Goffredo Mameli al ginocchio, il capitano Strambio alla gamba, poi Alessandro Duzelisiaux francese, Binda di Cremona, Bini di Nepi, Marocchetti, Bassini, Frattini, Graffigna, Sartorio, Boldrini, Bignami, Mambrini, Zanetti, Magni, Zanucchi, Tassoni, Grioli, Zuccala, Vigoni, Sanpieri, Righi e Tressoldi, tutti della Legione italiana; Silva, Colombo, Mancini, Signoroni e Scarani, dei Bersaglieri lombardi; Marcucci, della Legione Medici; gli ufficiali d’artiglieria Pierani, Tiburzi e Viviani;Visanetti di Cesena, capitano; Luzzi, Mazza, Castaldini, tenenti dei Bersaglieri romani; il colonnello De Pasqualis e il capitano Del Pozzo, del primo Reggimento; Lucci, del sesto; il sergente Giorgieri di Massa, ch’ebbe sfracellata la mano dal moschetto d’un Francese, mentre in lotta a corpo a corpo tentava strapparglielo; e se v’ha chi possa aggiungerne ancora, venga e scriva a onore dei morti, a conforto dei viventi, ad esempio dei venturi.[134]

E nulla diciamo di Garibaldi, che già non s’immagini. In balía al pericolo, forato ilponchoda cento palle, impassibile, invulnerabile in mezzo alla strage, come il Dio della Guerra, comparendo quasi onnipresente in tutti i punti del campo, ora slanciandosi egli stesso alla testa degli assalitori, ora ponendo il suo cavallo attraverso l’onda dei fuggenti e gridando loro la classica rampogna: «Voi sbagliate strada, il nemico non è qui;[135]» infiamma ed alimenta se non guida la pugna, ne è davvero l’anima, se non vuol dirsene la mente. Fu più soldato in quel giorno che capitano!; noi pure lo riconosciamo, nè sapremmo dargliene intera lode; ma il suo esempio tenne luogo d’arte, il suo bianco mantello svolazzante nel più folto della mischia, di guida e di bandiera.

E noi crederemmo averne detto abbastanza, se anche in quel giorno, il solo accusato, il solo responsabiledella fallita vittoria non fosse stato ancora Garibaldi. Egli sprecò in spicciolati assalti il sangue più generoso; egli assalì di fronte posizioni trincerate con forze disuguali, anzichè batterle di fianco e circuirle; egli non seppe tentar un solo assalto con ampiezza di disegno e accordo di movimenti; egli non usò altra arte che l’impeto e l’ardire; egli «si mostrò in quel giorno tanto inetto generale di Divisione, quant’era apparso contro i Napoletani esperto guerrillero.[136]» E tutto non contestiamo. C’è in questa accusa molto di vero; e a rigor di scienza, posto il problema a tavolino e a tavolino risolto, Garibaldi generale poteva e doveva far meglio.

Ma si pongano, i ripetitori di quest’accusa, una mano sulla coscienza! non resta alcuna scusa a questi errori; non v’è nessuna circostanza attenuante per quel colpevole? E anzi tutto dov’erano quelle grandi forze, colle quali Garibaldi poteva manovrare di fronte e di fianco, assaltare i nemici, e via dicendo? Sul teatro dell’azione fino a metà della giornata non vedemmo comparire che la Legione e i Bersaglieri, e soltanto nel pomeriggio arrivano, sempre però uno dietro l’altro, spicciolati e divisi, gli altri Corpi. Ora a chi se ne debba attribuire la colpa, se a Garibaldi che non richiese in tempo debito tutti i necessari soccorsi, o ai Comandanti supremi che non seppero inviarli prontamente, nessuno l’ha finora chiarito; ma è più ragionevole supporre che Garibaldi li abbia chiesti, e che da Roma, per il timore d’altri assalti, non siano stati mandati, che sospettare il contrario. In ogni caso Garibaldi nemmeno verso sera riuscì ad avere sotto mano più di quattromila uomini; e con questi doveva guardarele porte e i bastioni, munire il Vascello e le adiacenze, custodire i propri fianchi e combattere di fronte, per lo meno due divisioni francesi, che non stavan soltanto sulla difesa, ma da ogni lato sovrastavano e irrompevano.

Ora ognuno vede che la situazione non era sì semplice, come a’ censori sembrò. Se egli impegnava tutte le sue forze, si privava di ogni riserva e si esponeva al primo rovescio ad essere aggirato a sua volta e forse disfatto; se invece pensava soltanto a guardarsi i fianchi e le spalle, non poteva spingere all’assalto che poche forze disuguali al cimento; e in ambo i casi egli si trovava serrato da un dilemma, da cui soltanto l’impetuosità dell’assalto, l’ardimento de’ colpi e l’eroismo de’ combattenti potevano scamparlo. E v’ha di più: l’altipiano Pamfili, cinto da alte muraglie, fiancheggiato da quattro massicci edificii, come da quattro maschii di fortezza, protetto da siepi, da frane, da scoscendimenti, da macchie, è una posizione, a forze uguali, quasi imprendibile. Avviluppare, girare, son belle parole; ma chi conosce quella posizione sa che senza truppe numerose, cui resti il tempo di fare un lungo giro e di manovrare caute e coperte, sa, dico, che non si gira, nè si avviluppa. Bisognava non perderla Villa Pamfili: una volta perduta, il riconquisto ne diveniva, per chicchessia, qualunque ne fosse l’arte o la forza, sanguinosissimo.

Infine, e per tagliar corto, dov’erano i Generali, i Ministri, i Consiglieri, gli accusatori, gli strateghi in quel giorno? Per quanti libri abbiam consultato, dove al 3 giugno fosse il generale Rosselli non ci venne fatto scoprirlo. Perchè non comparve mai a Porta San Pancrazio, o comparsovi non corresse gli errori del suo divisionario e colla sua sapienza non li riparò?Perchè non gli mandò almeno le truppe disponibili in soccorso? Non era egli evidente che le sorti di Roma si decidevano in quel giorno fuori di Porta San Pancrazio? E perchè non concentrò egli pure colà tutte le sue forze? I Francesi, è vero, minacciavano da più parti; è vecchio strattagemma di guerra; ma non è ella arte altrettanto vecchia di non lasciarsi cogliere alle finte, di scernere tra i tanti punti minacciati il punto decisivo e di convergere su quello tutti gli sforzi? Il generale Rosselli contava in Roma circa tredicimila uomini: n’avesse anche lasciati la metà a guardare Porta del Popolo, Porta San Giovanni, Ponte Molle e Monte Mario; gli restava ancora tutta l’altra metà, colla quale spalleggiare Garibaldi a Porta San Pancrazio, e forse guadagnar la giornata.

E ci basti. Garibaldi poteva e doveva far meglio; poteva e doveva ad ogni assalto, anche fatto da pochi (tuttavia i Prussiani nell’ultima loro guerra usarono questa tattica), tener pronte più grosse colonne che accorressero a rincalzare gli assalitori e ad occupare le posizioni espugnate; poteva e doveva essere più economo del sangue de’ suoi e far costar più sanguinoso il trionfo ai nemici. Ma egli solo infine, di tutti i generali di Roma, il 3 giugno, combattè; egli solo pagò di persona, ispirò gli ardimenti, sorresse la costanza, capitanò per dieci ore un combattimento contro un nemico tre volte superiore formidabilmente trincierato; e non hanno diritto d’accusarlo e condannarlo coloro che non seppero nè secondarlo, nè illuminarlo, nè correggerlo.

Tanto più che converrebbe condannare con lui il prode de’ prodi di quella giornata, il primo eroe, dopo Garibaldi, del 3 giugno; come lui più gregario che capitano; come lui sprezzante della vita propria ede’ soldati; come lui credente più nel «ferro freddo» della baionetta, che nell’arti e negli accorgimenti della tattica, Luciano Manara. E ne valga a documento questa lettera, inedita sin qui, scritta al Triumvirato nel tumulto della pugna, e nella quale, tramezzo alle ansietà, alle speranze, alle ebbrezze di quell’ora, traluce in tutta la sua chiarezza la fiera anima lombarda del campione delle Cinque Giornate, che non ha idoli di nomi e di sistemi; che combatte come che sia, dovunque, per la patria e la libertà; che monarchico di core e aristocratico di costumi, grida: «Viva la Repubblica,» se in quell’istante la Repubblica è l’Italia.

«Repubblica Romana.»Triumvirato.»Roma, 3 giugno 1840.»Cittadini,»Riceviamo in questo momento dal colonnello Manara le notizie che qui trascriviamo.»ALL’ASSEMBLEA.»Dei nostri furono sensibili le perdite, perchè immenso lo slancio con cui si sono gettati sul nemico.»Più di dieci volte il nemico venne caricato alla baionetta. Del mio solo Reggimento duecento fuori di combattimento, fra cui dodici ufficiali, ma tutti morti da grandi, tutti spiranti col santo nome di Patria, di Libertà in bocca. I celebri tiragliatori d’Orléans dovettero fuggire più volte davanti a noi. I Francesi non entreranno in Roma, per Dio! Oggi devono essersi persuasi che hanno dinanzi a sè dei bravi che loro fanno pagar caro l’infame loro progetto.»Viva la Repubblica!»San Pancrazio.»FirmatoManara.[137]»

«Repubblica Romana.

»Triumvirato.

»Roma, 3 giugno 1840.

»Cittadini,

»Riceviamo in questo momento dal colonnello Manara le notizie che qui trascriviamo.

»ALL’ASSEMBLEA.

»Dei nostri furono sensibili le perdite, perchè immenso lo slancio con cui si sono gettati sul nemico.

»Più di dieci volte il nemico venne caricato alla baionetta. Del mio solo Reggimento duecento fuori di combattimento, fra cui dodici ufficiali, ma tutti morti da grandi, tutti spiranti col santo nome di Patria, di Libertà in bocca. I celebri tiragliatori d’Orléans dovettero fuggire più volte davanti a noi. I Francesi non entreranno in Roma, per Dio! Oggi devono essersi persuasi che hanno dinanzi a sè dei bravi che loro fanno pagar caro l’infame loro progetto.

»Viva la Repubblica!

»San Pancrazio.

»FirmatoManara.[137]»

Non sta a noi rifare il diario dell’assedio di Roma: basta al nostro assunto disegnare i sommi contorni del quadro, soffermandoci soltanto a lumeggiare qua e colà quei punti ne’ quali il nostro eroe campeggia.

Padroni di Villa Pamfili, i Francesi intraprendono, quasi fosse una piazza forte di prim’ordine, l’assedio di Roma. Nella notte dal 4 al 5, milleduecento uomini di fanteria inquadrati fra centoventi zappatori, tracciano, a trecento metri, una prima parallela destinata a scrollar con due batterie i bastioni sesto e settimo; dal canto loro, scoperta al mattino vegnente l’opera nemica, le batterie romane del Testaccio, di Sant’Alessio, del bastione sesto, aprono un fuoco vivissimo, controbattono con tiri aggiustatissimi le batterie degli assedianti, le conquassano e le sfiancano.

E da quell’istante incomincia la penosa, triste e monotona vicenda dell’assedio. Di fuori i Francesi forti di numero, di disciplina, di valore, guidati da uno de’ più valenti ingegneri militari del secolo (poichè il vero vincitore di Roma fu il generale Vaillant), potenti di artiglierie e di munizioni, ricchi di qualsivoglia stromento di offesa e di difesa, riforniti di continuo dalla gran via del mare, s’avanzano lenti e metodici, tracciano ogni giorno una nuova parallela, s’accostano senza posa alla piazza, scavano ad ogni ora un palmo di breccia; di dentro gl’Italiani, i quali, sebben costretti a difendere da un vero e regolare assedio una città che non fu mai una fortezza,[138]e condottida un genio militare, ardito, infaticabile, ingegnoso, ma scarso di cannoni, di braccia, di materiali d’ogni sorta, contrappongono intrepidi offesa ad offesa, trincea a trincea, scavano vie coperte, alzano cortine, restaurano senza sosta le cannoniere smontate, tentano, a dir vero, con poca arte e minor fortuna le loro sortite, molestano, come ponno e come sanno, il nemico vigile ed agguerrito; suppliscono infine colla fortezza de’ petti alla debolezza delle muraglie, e prolungano colla sola virtù la loro gloriosa agonia.

Qual parte toccò a Garibaldi in quel secondo periodo? La principale ancora. Scelto per quartier generale il Casino Savorelli, che da una costa del Gianicolo presso San Pancrazio dominava tutta la stesa dell’assedio, e presa tutta per sè la torretta che sovrasta al Casino, Garibaldi se ne fa insieme la sua specula e la sua stanza prediletta, e tutte le poche ore di quiete che il nemico gli concede le passa a frugar coll’occhio tutti i più ascosi avvolgimenti del campo assediante. I Francesi, naturalmente, appena seppero che lassù era il nido del famoso guerrillero, se lo presero per uno dei punti di mira più favoriti; ed era una gara tra i cacciatori di Vincennes e i cannonieri di Villa Corsini a chi meglio imberciava nel segno.

Non per questo egli aveva mutato una sola delle sue abitudini: come al solito tornava ogni giorno ad osservare dalla sua specula le mosse nemiche, come al solito andava nei brevi riposi a fumare il suo sigaro a cavalcioni della terrazza che contornava la bersagliata torretta. Pareva anzi che così per lui, come per i suoi ufficiali, quel saltellío di bombe, quel ronzío di palle, quel rovinar di pietre e di travi fossero una festa.

Perciò aneddoti a josa tragici e comici. Un giorno una palla piombando nella stanza terrena dove Garibaldi teneva l’ufficio, mutila mostruosamente la gamba del Dragone di guardia, e poco manca che il Generale stesso non ne resti stroncato. Un altro il Manara, dopo la morte del bravo Daverio assunto all’ufficio di capo di Stato Maggiore ed abitante perciò presso il Generale, si porta seco al Casino Savorelli certo Bergamasco, burattinaio famoso, non sappiamo se per mestiere o per spasso, e lo conduce a dare una rappresentazione a Garibaldi nella sala frescata da Salvator Rosa; e s’immagini con che risate di tutta la brigata. Se non che a un certo punto quando occhi e orecchi son tutti intenti alla rappresentazione, una bomba casca con gran rombo nel Casino, una gragnuola di palle entra per le finestre, e tutti sono a un punto d’averne rotte le ossa; ma tutti altresì, vero miracolo, sani e salvi.

Tuttavia nemmeno le delizie del Casino Savorelli eran tali da distrarre Garibaldi dalle maggiori e più urgenti cure del suo ufficio. Non passava giorno che egli non visitasse il campo, intento a ispezionare trinciere, a dirigere lavori, a ordire colpi di mano, a capitanare sortite, tra le quali va ricordata quella del 9, contro le trincee della fronte, dove fu ucciso, sfidando la morte, il prode capitano Rozat; e quella del 10, guidata da Garibaldi in persona, e distinta col nome d’incamiciata. Se essa fosse parte di quella grande sortita escogitata dal generale Rosselli, di dodicimila uomini, o cinque brigate, che dovevano «formarsi in battaglia e con movimenti a scaloni, per la diritta,» piombare sui fianchi e alle spalle degli assedianti, o una sortita parziale e indipendente da quella, non ci fu dato, nè dai libri stampati, nè dalle memorie manoscritte,rischiarare.[139]Certo è che Garibaldi, riuniti la sera del 10 in Piazza San Pietro circa seimila uomini e ordinato che ciascuno, per riconoscersi nelle tenebre, tirasse sopra le assise la camicia, esce colla Legione polacca all’avanguardia; l’italiana, i Bersaglieri lombardi, il reggimento Pasi al centro; il reggimento Masi alla retroguardia, da Porta Cavalleggieri e s’avvia per le viottole del Monte Creta, alle spalle di Villa Pamfili, mèta della spedizione.

Se non che, fatta breve strada, cominciano i guai. Sorta la luna, batte in pieno sugl’incamiciatie riga di bianchi fantasmi tutta la campagna, onde il Generale è obbligato a comandare che siano nascoste le camicie, divenute non più segno di riconoscimento agli amici, ma pericolosa insegna denunziatrice ai nemici. Poco dopo la testa della Legione italiana, che doveva girare per una via, s’abbatte nella coda dell’avanguardia che le converge incontro per l’altra, onde a vicenda si scambiano per nemici e a vicenda s’allarmano; mentre che in altro punto una scala a piuoli adoperata da alcuni Legionari a perquisire una casa sospetta, si scavezza, cadendo con grande fracasso coi soldati che porta, e accresce, col misterioso rovinío, lo spavento e la confusione, nei già spaventati e confusi, i quali certi oramai d’avere addosso tutta l’oste francese,vanno sossopra, s’accavallano, si moschettano l’un l’altro nel buio, rigurgitano fino al centro della colonna. Indarno il Sacchi, il Manara, l’Hoffstetter, il Ferrari, tutti i più valorosi, si sforzano colle preghiere, colle minacce, colle percosse di sfatare quel pánico e di far argine al rigurgito; indarno il generale Garibaldi menava, bestemmiando, il suo scudiscio sopra i fuggiaschi, apostrofandoli di «canaglia;» fu necessario che i Bersaglieri facessero barriera e incrociassero le baionette per farli risensare e contenerli.

Pertanto il colpo era fallito ed era prevedibile. Garibaldi passando la notte stessa vicino al Manara gli disse: «Abbiamo avuto torto di non destinare i bravi vostri Bersaglieri all’avanguardia;» ed erano fiducia e lode meritate; ma se con quelle parole volle dire che la colpa dell’abortita impresa dovesse cadere tutta, e soltanto sul capo dei soldati, sicchè bastasse mutarli per mutare l’evento, errava, a parer mio, di molto, o per lo meno diceva cosa da una grande pluralità di casi contraddetta e smentita. Siffatte spedizioni notturne,incamiciateo no, rarissime volte riescono con truppe veterane ed agguerrite; con giovani ed inesperte quasi mai; e basta sempre il più lieve accidente: lo scalpitar d’un cavallo, lo scoppio involontario d’una fucilata, un grido, un’ombra a trarle in rovina.

All’indomani i Legionari, saputo quant’era grande contro di loro la collera del Generale, inviarono deputati a supplicarlo perchè volesse perdonarli della svergognata fuga della notte precedente, chiedendo, per riscatto, d’essere d’allora innanzi mandati pei primi a qualsivoglia più arrischiato cimento. E il Generale, come padre irritato contro gli scapati figliuoli, li accolse accigliato e nulla volle promettere per allora;ma si capiva bene che il perdono era già nel suo cuore, e che al primo tonar del cannone la grazia sarebbe stata concessa.[140]

Intanto la cinta d’assedio era venuta d’ora in ora serrandosi, e il duello tra le mura e il cannone, se così fosse lecito chiamarlo, si andava facendo sempre più accanito. Gli assedianti in meno d’otto giorni avevano rizzato sei batterie, compiuta la prima e aggiunta una seconda parallela, e collegate tutte le trincee a’ loroDepositi: gli assediati, a lor volta, afforzate le batterie sesta e settima, bersaglio fisso del nemico; poi condotte due vie coperte, una al Vascello, l’altra rasente i bastioni; indi restaurate cannoniere; risposto, colpo per colpo, al nemico; difesa più d’una volta la propria, assalita talora la trincea avversaria; pagato ogni giorno nuovo e largo tributo di sangue generoso; operato tutto ciò che l’arte, l’ardire, il santo sdegno dell’ingiusta aggressione suggerivano.

La mattina del 13 però i Francesi smascherano tutte le loro batterie e con trenta bocche da fuoco battono per sette giorni e sette notti i bastioni sesto e settimo, e la sera del 21 vi spianano in tre punti la breccia. Ora non restava più ai Francesi che di salirla; aiRomani di difenderla; e forse con maggior vigilanza lo potevano. Ma la notte tra il 21 e il 22 i Francesi, taciturni, rapidi, ordinati, tentano l’assalto; il battaglione del reggimentoUnione, che vi stava di guardia, si lascia prima sorprendere, poi intimidire, poi voltare in fuga; e gli assalitori, solleciti a trar profitto del pánico, checchè n’abbia novellato l’Oudinot,[141]son padroni quasi senza combattimento delle mura di Roma.

A questo punto però il nostro eroe è chiamato a rispondere dell’opera sua.

Presa la breccia, il Rosselli, divenuto audace a un tratto, propone che ne sia tentata la ripresa, la notte stessa, immediatamente; il Mazzini, che aveva in grande stima il dottrineggiare del Generalissimo, creatura sua, lo seconda; l’Avezzana si mostra dello stesso parere, e tutti insieme vanno da Garibaldi, il quale, smantellata e resa inabitabile Villa Savorelli, s’era trapiantato pel momento al palazzo Corsini, e gli propongono, quasi direbbesi lo pregano di mettersi a capo dell’immaginata conquista, profferendogli, se acconsentisse, quante forze gli fossero per occorrere. Garibaldi, cosa maravigliosa in lui, dapprima si rifiuta alla prova, affermando stanche e scoraggiate le truppe; poi, sollecitato di nuovo, promette di mala voglia di cimentarsi per le cinque della sera; però, venuta anche quell’ora, si disdice per la terza volta e dichiara ineseguibile l’impresa.

Il Mazzini se ne sdegna, vede nella risoluzione di Garibaldi la caduta di Roma e ne scrive irritatissimo al Manara, quasi sperasse farsene un alleato od un proselite. Pure Garibaldi, letta la lettera del Triumviro, mormorò poche acerbe parole, ma non mutò divisamento. Egli persisteva a credere che l’assalto alla breccia, specialmente notturno, con truppe stanche, sfiduciate, insospettite dalle voci di tradimento, orbate, pei ripetuti combattimenti, dei migliori loro ufficiali, sarebbe inevitabilmente fallito; e che oramai la sola risoluzione provvida e urgente da prendersi fosse quella di riparare dietro una nuova linea, ch’egli aveva già ideato, e di ripigliare più ampiamente dietro di essa la difesa.

Avesse torto o ragione, ci mancano i criterii per sentenziarne. Certo chi consideri l’indole di Garibaldi e rammenti che tanto più un’impresa lo allettava, quanto più gli appariva arrischiata, penserà come noi, che se egli si arretrava dinanzi a quella, piena di tanta gloria, doveva avere le sue buone e forti ragioni: nè si lascierà persuadere sì di leggieri ch’egli volesse usare violenza alla propria natura, e rischiare in un punto solo la sua popolarità e la sua fama per un vano capriccio od un fanciullesco puntiglio. Ma la questione non è qui: la questione è se Garibaldi disubbidì, siccome molti pretesero, a ordini espressi, o rigettò puramente un consiglio, e contraddisse una proposta. E posto in siffatti termini il quesito, la risposta non è dubbia. Tutti gli storici parlano diproposte, di consigli, di preghiere; nessuno di comandi precisi e categorici.[142]Il Rosselli propone l’attacco e offrele truppe; l’Avezzana e il Mazzini appoggiano la proposta; Garibaldi acconsente, poi dissente: ecco tutto quello che ne dicono gli storici, anche i più avversi al Nizzardo. Ora non è così che si procede in guerra; non è così che parlano i capitani d’esercito e i governanti degli Stati. Il Rosselli, se era convinto del fatto suo, doveva comandare, il Governo sancire coll’autorità sua il comando del Generale in capo e il Generale subalterno ubbidire od essere deposto, e l’impresa condotta a termine ugualmente. Ma per parlare e operare così conveniva non avere nel cuore di Roma la piaga di due generali: l’uno di nome, l’altro di fatto; conveniva che il Generale in capo comparisse un po’ più di sovente sul campo di battaglia, e il Triumviro si immischiasse un po’ meno di cose di guerra; conveniva sopra ogni cosa che ognuno fosse al suo posto, che tutte le forze lavorassero sotto l’impulso d’un solo motore; che una mente, una volontà sola governassero e difendessero Roma, al fine di glorificarne la morte, se più non era possibile salvarne la vita.

Ed eran questi i motivi che apparentemente scusavano, se non eran quelli che in segreto animavano la mente di Pietro Sterbini la mattina del 22. Dicendo «esser venuto il momento di concentrare nelle mani d’un solo la somma delle cose,» e inetto il Rosselli e fiacco il Triumvirato; va prima da Garibaldi a proporgli la dittatura; questi disdegnosamente la ricusa; non per questo lo Sterbini si smarrisce, e disceso presso Ponte Sisto arringa i soldati, acclamando dittatore il generale Garibaldi; prosegue ripetendo il grido per Piazza Colonna, applaudito dalle turbe e spalleggiato fin là dai facinorosi; quando un ardito giovane fattosi incontro all’agitatore l’apostrofa acerbamente: «Ai magistrati portasse le accuse e non sullepiazze, cessasse per Dio dall’agitare la face della discordia anche in quelle ore supreme; e perchè non cessava, gli appunta al petto un archibuso e lo pone in fuga.» Ciò non ostante due o trecento sollevatori recaronsi alle stanze dei Triumviri, ma il Mazzini ammonì severamente gli oratori loro; e quando l’Assemblea ebbe a deliberare sulla proposta introdotta in un’adunanza segreta per dare a Garibaldi la dittatura, ossia «il Governo supremo della difesa» come lo Sterbini diceva, fu vinto il partito contrario, «e fu meno male che Roma non saggiasse anche lo Sterbiniano imperio.[143]»

Abbiamo voluto narrare l’episodio quasi colle parole stesse di Luigi Carlo Farini, affinchè si vegga che nemmeno il caldo avversario di Garibaldi potè accagionarlo d’aver mestato nell’insano complotto. Fu tutto pensiero ed opera dello Sterbini, che il Garibaldi ripudiò. La dittatura era forse la sola forma di Governo ch’egli intendesse, e l’aveva perciò proposta all’Assemblea romana fin dai primordii della Repubblica; ma nel giorno in cui lo Sterbini, che pur l’aveva la prima volta combattuta, veniva a proporgliela in quel modo, egli l’aveva giudicata, peggio che inutile, ruinosa e come tale rigettata.

Perduta la breccia e la speranza di riconquistarla, ai Romani non resta fuori di Roma che il Vascello; solo, ma formidabile sempre; e dentro Roma che il tratto dei bastioni di Porta San Pancrazio e Porta Angelica, e come seconda difesa la linea tracciata meglioche formata dai logori avanzi del Muro Aureliano. Questa linea era sostenuta al centro dalle batterie così dette del Pino; ad occidente dal bastione ottavo, e dalla Villa Spada; ad oriente dai conventi di San Callisto e di San Cosmate sulle falde dell’Aventino.

Gli è perciò intorno a queste posizioni che sta per rinnovarsi la lotta. I Francesi, gagliardemente trincerati nella breccia conquistata, avviano una terza parallela e bersagliano le posizioni nemiche, scatenando notte e giorno sulla città una pioggia di bombe, che vanno spesso a danneggiare i monumenti e i capi d’arte più famosi: i Romani afforzano Villa Spada, affidano al valore d’una compagnia di Legionari del Medici la ripresa della casa Barberini (colà ebbe fracassato un braccio il capitano Gorini, e il corpo lacerato da diciassette ferite Gerolamo Induno, e la spalla forata di baionetta il giovinetto Cadolini), e non lasciano al nemico che un monte di rovine; armano di nuovi pezzi le batterie del Pino, afforzano Villa Spada, tempestano di colpi bene assestati le batterie francesi, sopportano con invitta costanza i disagi dei lavori notturni, i guasti del bombardamento, i vuoti della morte.

Tutti ingrandisce la coscienza d’un alto dovere. Il Medici, fatta del Vascello una fortezza, con un manipolo di prodi, d’approccio in approccio, di piano in piano, di pietra in pietra, lo difende. Bersagliato notte e giorno dalle artiglierie di Villa Corsini, tormentato senza posa dalle carabine dei famosi Cacciatori d’Affrica, sfabbricato in gran parte l’edificio che gli serviva insieme di asilo e di rôcca, nulla basta a scrollar la sua fredda, impassibile fermezza. Squarciato il secondo piano, scende al primo; crollato anche il primo, passa al pian terreno; diroccato questo pure, riparanella cantina; minata anch’essa, s’accampa all’aperto; ma non cede un sasso della sua ruina e la rende immortale.

Nè meno maravigliosi i difensori delle batterie; e innanzi a tutti i cannonieri. Disuguali d’armi, mal coperti da terrapieni improvvisati, costretti a combattere con pezzi di campagna contro pezzi d’assedio, più d’una volta fan tacere le batterie nemiche, ne conquassano o ne demoliscono le opere, strappano, per la giustezza dei tiri e l’intrepidezza della difesa, grida d’ammirazione agli stessi nemici.[144]

Pure v’era un uomo che compendiava in sè tutti gli eroismi, e pareva abbellire colla calma la morte e render credibile coll’invulnerabilità il miracolo: ancora Garibaldi. Lasciata pure Villa Spada, s’era fatto costruire un capanno di stuoie presso la batteria del Pino, la sua prediletta; e là, fra il rombo assordante delle bombe francesi, passava i giorni e le notti speculando attento le mosse del nemico, dirigendo il fuoco della batteria, spacciando i suoi ordini a ogni parte del campo, e trovando ancora il tempo di accordare qualche udienza, persino al bel sesso, e modo di dormire tranquillamente come in casa sua.[145]

L’ora pertanto s’appressava. Dal 27 al 29 sette batterie francesi, munite di trentuna grosse bocche da fuoco, avevano tirato con brevi intervalli sopra tutte le posizioni romane, e malgrado la virtù de’ difensori fatto di esse mucchi di rottami e di sepolcri. Al mattino del 29, il Casino Savorelli era distrutto, la Porta San Pancrazio sfiancata, il bastione nono e la Villa Spada gravemente danneggiati, la batteria del Pino conquassata, infine il bastione ottavo, punto di mira dell’assediante, ridotto una maceria e la quarta breccia aperta ne’ suoi fianchi. Quei tre giorni costarono ai difensori di Roma centottantacinque uomini tra colpiti da morte e feriti; ma non per questo smarrirono l’animo: la breccia era aperta; bisognava difenderla: questo fu il giuramento, e fu tenuto.

La mattina del 30 due colonne francesi, sostenute da riserve, muovono di fronte e da sinistra all’assalto della breccia; i Romani li respingono disperati; assaliti e assalitori si trovano ben presto corpo a corpo: un fiero combattimentoa ferro freddos’impegna sul terrapieno. Emilio Morosini, diciottenne eroe, gentil sangue ticinese, fa colle sole armi sue eccidio di nemici, e sebben ferito due volte, non resta dalla pugna: chè trasportato da’ suoi alle ambulanze, ma abbandonato in cammino e sopraggiunto dai Francesi non s’arrende ancora, e mena di sciabola finchè gli basta la lena; finchè una seconda palla nel ventre gli trapassa il bel corpo e ne invola l’anima eroica.

Pure la breccia è salita, ma non vinta ancora; le batterie della Montagnuola fanno strage degli assalitori: i Francesi pagano ogni palmo di terreno colsangue de’ loro capitani; gli artiglieri si fanno tagliare a pezzi sui loro cannoni, ma non s’arrendono;[146]esauste le polveri, spezzate le baionette, fracassati anche i calci de’ fucili, restano ancora a far barriera i petti dei superstiti e i cumuli dei morti; fino a che, ahi gloriosa, ma vana ecatombe!, il numero ha ragione un’altra volta; i Francesi irrompono da ogni lato; l’unica via di ritirata è minacciata, e non resta ai sopravviventi altro riparo che Villa Spada. E quivi Garibaldi, richiamata al Casino Savorelli la Legione Medici, ormai dopo la perdita della seconda linea inutile al Vascello, asserragliata Villa Spada, appoggiate le spalle a San Pietro in Montorio, la sinistra a San Callisto, l’estrema destra al bastione nono, tuttora in piedi, tenta improvvisare una terza linea di difesa. La notte però sospende il combattimento; il dì vegnente sarà l’ultimo di Roma repubblicana.

Preceduti e spalleggiati dal fuoco incrociato di tutte le batterie, i Francesi montano da ogni parte all’assalto; ma il loro obbiettivo è sempre Villa Spada. Colà si decide l’estrema sorte di Roma; colà Garibaldi, il Manara, il Sacchi, i Legionari, i Bersaglieri, quanti uomini son vivi e atti a impugnare un’arma, si preparano all’estrema disfida. Il tetto, le mura, le porte della casa, bombardati come un bastione, crollano da ogni lato sui difensori; e spesso le rovine uccidono quelli che le palle risparmiano, ma nessuno parla di resa. Il Manara infiammato d’ardore eroico, aspirando la strage e quasi desiderando la morte, corre da un capo all’altro della casa, incoraggia i combattenti, conforta i caduti, provvede dovunque alla difesa, governala lotta; ma nel punto in cui s’affaccia ad una finestra per osservare le mosse d’un cannone nemico, una palla gli entra nelle viscere, e lo stramazza agonizzante fra le braccia di Emilio Dandolo, a cui poco dianzi aveva detto, come Ney a Waterloo: «Non ci sarà dunque nessuna palla per me?»

Un altro come lui aveva cercato, in quel baratro infocato di Villa Spada, la morte; ma come se questa non osasse troncare a mezzo il grande destino a cui era serbato, non volle ascoltarlo. Il Manara in quel giorno fu grande; Garibaldi parve terribile. «Egli rivelava (scrive, coll’autorevolezza di chi ha veduto, Augusto Vecchi) egli rivelava in quel giorno qual’uomo si fosse. Ruotava d’ogni lato la spada; faceva mordere la polvere ai mal venturosi che gli si spingevano dinanzi. Pareva Leonida antico alle Termopili. Pareva Ferruccio nel castello della Gavinana. Io tremava ch’egli avesse a cadere da un istante all’altro; ma egli saldo ristette siccome il destino.»

A mezzogiorno tutto era finito: Villa Spada era perduta; Garibaldi si ritirava coi laceri avanzi de’ suoi corpi per la Lungara, sperando ancora di arrestare il nemico a Ponte Sant’Angelo; quando un rappresentante del Popolo venne ad annunziargli che l’Assemblea aveva bisogno d’interrogarlo sullo stato delle cose, e l’attendeva in Campidoglio.

— Credete voi che in un’ora saremo di ritorno a Villa Corsini? — chiese egli al Vecchi, che lo scortava.

— Lo credo....

— Allora partiamo, — e al galoppo, sordido di polvere, intriso di sangue, fiammeggiante il volto per l’ardoredella pugna recente, salì il Campidoglio. Al suo apparire l’Assemblea ruppe in una salva d’applausi. Informato che il Mazzini aveva proclamato: «Tre sole vie rimaner aperte: capitolare; difendere la città a palmo a palmo; uscire da Roma, Governo, Assemblea, Esercito, e portare la guerra altrove;» e invitato a salire la tribuna onde esporre il parer suo, rispose:

«La difesa oltre Tevere impossibile: possibile ancora al di qua del fiume la guerra di barricate; ma a patto che tutta la popolazione si ritiri e s’interni nella città; e che tutto ciò sia effettuato entro due ore. Dover suo soggiungere che anco siffatta difesa non avrebbe potuto durare che pochi giorni. Solo la dittatura d’un uomo energico (e tutti sentivano a chi egli alludeva) poteva salvar Roma. Egli la propose fin dal 9 febbraio: non fu ascoltato; oramai era tardi. Quanto a lui, null’altro restavagli che uscir di Roma col resto de’ suoi prodi, e tener alta la bandiera della patria fino all’estremo.[147]»

Ciò detto laconicamente, tornò al suo campo; e l’Assemblea, respinta ogni idea di resistenza, votò il Decreto ormai celebre:

«In nome di Dio e del Popolo

»L’Assemblea Costituente Romana cessa una difesa divenuta impossibile e sta al suo posto.»

E poichè per effetto di questo Decreto il Triumvirato aveva rassegnato l’ufficio, al Municipio romano, rimasta unica autorità legittima, spettò negoziare col vincitore i patti della resa. Se non che avendo il Generale francese rifiutate le più oneste condizioni, tra le altre quella del rispetto delle persone e delle cose, Roma sdegnosamente ruppe ogni negoziato, preferendosubire l’estremo arbitrio del vincitore al disonore di sottoscrivere con lui una resa, che avrebbe dato alla conquista brutale l’aspetto d’una vittoria civile; e tolto a lei, vittima, di levare un’estrema protesta contro quella bugiarda sorella, che dopo averla assalita con perfidia, combattuta talvolta col tradimento, vinta colla sola virtù del numero, veniva a negarle in faccia quel supremo diritto della incolumità delle vite e degli averi, che persino l’austriaco Gorgowscky aveva riconosciuti a Bologna.


Back to IndexNext