Capitolo Sesto.DA ROMA AL SECONDO ESIGLIO.[1849-1854.]

Capitolo Sesto.DA ROMA AL SECONDO ESIGLIO.[1849-1854.]

A mezzogiorno del 2 luglio, non per anco entrati i Francesi in Roma, Garibaldi radunava sulla Piazza del Vaticano le milizie della sua divisione, e fatto formare il quadrato le arringava press’a poco così:[148]

«Soldati, io esco da Roma. Chi vuole continuare la guerra contro lo straniero venga con me. Non posso offrirgli nè onori nè stipendi; gli offro fame, sete, marcie forzate, battaglie e morte. Chi ama la patria mi segua.»

Strepitose acclamazioni a Garibaldi e all’Italia risposero al laconico appello; a seguirlo però non, si profferirono che al più tremila uomini;[149]i resti cioè della Legione italiana, buona parte della polacca e del battaglione Medici, grossi manipoli di finanzieri, di studenti e d’emigrati, i superstiti Lancieri di Masina, circa quattrocento Dragoni; ma dei Bersaglieri lombardi pochissimi.

Ma a lui, avvezzo alleguerillasdell’Uruguay, paiono anche troppi. La sera del giorno stesso esce furtivo da Porta San Giovanni; e lasciando tutti incerti della sua mèta, s’incammina per la Tiburtina. Gli cavalca al fianco, in vesti virili, già incinta del quarto figlio, pronta a tutti i cimenti la sua Anita; gli fa da guida Ciceruacchio, fuggente esso pure co’ figli l’abbominio della vista straniera; l’accompagna Ugo Bassi, avido di martirio; ne seguono le sorti Sacchi, Marocchetti, Montanari, Hoffstetter, Cenni, Livraghi, Isnardi, Sisco, Ceccaldi, Chiassi, Stagnetti, Bueno, Müller, l’eletta de’ suoi ufficiali superstiti. Giunto in sull’alba del 3 a Tivoli, divide la sua truppa in due legioni, ripartita ciascuna in tre coorti, e affida il comando della prima legione al Sacchi; pone la cavalleria agli ordini del Bueno; dà l’unico cannone al Müller; compone il suo Stato Maggiore di: Marocchetti capo, Hoffstetter ufficial di dettaglio, Cenni aiutante di campo, Montanari, Torricelli, Stagnetti, e altri, ufficiali di ordinanza; nomina Gianuzzi e Fumagalli commissari alle proviande; fa sparger voce che mira al Napoletano. Al tramonto infatti, levato il campo, marcia buontratto verso mezzogiorno; indi volge improvviso a settentrione, pernotta a Monticelli, e la mattina del 4 s’accampa a Monterotondo.[150]

Qual era pertanto il suo disegno? dove andava? a che mirava? Degli storici che abbiamo sott’occhi, l’uno gli attribuisce il pensiero di chiudersi a Spoleto, munitissima altura, e di continuare colà la resistenza; altri gli affibbia il proposito di sollevare le Marche e l’Umbria; altri di gettarsi in Toscana, e assalirvi gli Austriaci; questi di avviarsi a Venezia, quegli di rimeditare l’impresa del Regno; e in verità se egli volgeva in mente tutte queste ed altrettali cose, e se a tutte pareva ugualmente disposto, secondo le opportunità e gli eventi, una sola ne voleva chiaramente e saldamente: cadere ultimo; tener viva la fiamma finchè le bastasse soffio di vita; morire, se era d’uopo, avvolto tra i laceri brani della sua bandiera; ma non patteggiare collo straniero.[151]

Frattanto, facile a prevedersi, la persecuzione era già cominciata. L’Oudinot gli sguinzaglia contro due colonne, l’una delle quali guidata dal generale Molière gli dava la caccia fin sotto Albano; l’altra comandata dal Morris l’andava a cercare sulla via di Civita Castellana; il borbonico Statella gli moveva alle spalle dal Tronto; gli Spagnuoli di Don Consalvo appostati a Rieti gli sbarravano la destra; e gli Austriaci del D’Aspre, accampati nell’Umbria, l’aspettavano di fronte a Foligno e gli chiudevano le due vie di Perugia e d’Ancona. Come si vede, eran quattro eserciti che lo serravano da ogni parte entro unamaglia di ferro, e guai se l’inseguíto sbagliava una mossa: era perso inevitabilmente. Ma l’inseguíto si chiamava Garibaldi; quella guerra l’aveva fatta dieci anni in America; si può quasi dire che l’aveva inventata lui; ed era bravo davvero chi lo coglieva. Levare il campo quasi sempre di notte, e mai ad ora fissa; marciare con pochi impedimenti; accampare nei luoghi nascosti; frugar senza posa il terreno d’ogni intorno; spinger scorribande in tutti i sensi; accennare ad una mèta e camminare improvviso per l’altra; partire ostensibilmente per la via maestra e fuori di vista scappar per le traverse; calcolare il tempo e studiare il passo come in un ballo; mangiar poco e in fretta, ma incettar viveri oltre il bisogno per parer più numerosi; aver per fede che con pochi valorosi si fa assai più che in molti timidi e fiacchi: ecco l’arte colla quale egli sperava di uscire anco quella volta dalla grande pania che gli era tesa; e forse lasciare ai quattro nemici che lo braccavano come belva un ricordo imperituro della sua arte. E questa arte egli non usò mai con tanta perfezione di disegno e di opera come in quella ritirata, capolavoro del guerrillero.

Nel pomeriggio del 3 stacca la marcia da Monterotondo; il 6 è a Confine; il 7 a Poggio Mirteto; l’8 a Terni, dove s’incontra col colonnello Forbes, che viene a portargli una colonna di ottocento uomini, resti di molti corpi sbandati nella campagna, e due altri pezzi di cannone.

Ma Terni è centro di cinque vie; per essa si può tanto salire a Foligno, quanto ridiscendere a Rieti;come voltare per Narni e Viterbo, come salire a Todi e Perugia; quale sarà la buona? Garibaldi non cerca a lungo. Lancia in ogni passo scorribande per ingannare gl’inseguenti; spinge un’avanguardia di cavalli fino a San Gemini sulla strada di Todi e il dì appresso (9 giugno) vi si conduce egli stesso col grosso del corpo. Colà però l’orizzonte comincia a intorbidarsi.

Troppo facile batter le mani da Piazza Vaticana, al programma «fame, sete, battaglie;» ma eseguirlo giorno per giorno, punto per punto, qui la difficoltà, hoc opus, hic labor, e s’intende che nemmeno a tutti coloro cui bastava l’animo bastasser parimente le forze. Tanto più che, sarebbe vano nasconderlo, della gente che Garibaldi traeva seco non tutti certamente erano quel fiore d’eroi, e quella quintessenza di galantuomini che il Capitano nella credula mente aveva sognato. Molti aveva spinto sotto le sue insegne indomito amor di patria, o innocente vaghezza di avventure, ma non pochi altresì la vita famelica e disperata, la gola di bottino, la speranza di pescare nel torbido, o perdersi nel fosco; se pur, a dir tutto, non v’era taluno cui non era discaro di coprire col camiciotto del volontario qualche vecchia e incomoda magagna di polizia.

Però nulla di più naturale che sintomi di scoramento, di stanchezza e d’indisciplina fossero apparsi nelle file sin dai primi giorni; che le diserzioni prima a frotte, poi in massa, fossero già cominciate e andassero crescendo; che i reati di violenza, di ladroneccio, d’insubordinazione sempre più spesseggiassero, e malgrado la espressa volontà del capo di reprimerli energicamente, non fossero sempre scoperti e puniti; che infine, per tutte quelle cagioni che erano inseparabili da siffatta impresa, la colonna ne restasseogni giorno più assottigliata, indebolita e scompigliata.

Aggiungasi che le popolazioni sobillate da chierici venivano manifestandosi sempre più ostili; sicchè grande la difficoltà di procacciarsi viveri, ricoveri, guide, notizie, quanto ad una truppa in guerra, specie a quella, sarebbe stato indispensabile; impossibile poi ottenere checchessia da frati e monache, che sbarravano in faccia ai Garibaldini le porte de’ loro conventi, li accoglievano talvolta a schioppettate, sguinzagliavano contro di loro, come in quel di Todi, persino i mastini di guardia; rendevano necessari castighi e rappresaglie, che di contraccolpo inasprivano i conflitti e assiepavano di nuovi triboli e maggiori perigli la via già tanto tribolata e perigliosa. Infine, cosa più grave, due dei quattro inseguenti s’avvicinavano a gran passi, e il terreno sul quale Garibaldi poteva manovrare andava sempre più restringendosi. Concordi notizie infatti recavano che da un lato i Francesi del Morris erano già mossi da Viterbo in marcia per Orvieto, e che dall’altra gli Austriaci concentrati a Foligno, come annunziava in un suo bando il generale Stadion, si preparavano a marciare su Todi, «per ridurre al dovere le masnade che infestano le terre occupate dalle vittoriose armi dell’Impero.» Ora, chi pensi che Todi è quasi al centro del trivio Orvieto-Perugia-Foligno, intenderà quanto fosse arduo il problema che a Garibaldi veniva imposto. Se marciava per la via di Foligno o di Perugia, dava di cozzo negli Austriaci; se per l’altra d’Orvieto, andava ad urtar nei Francesi; se fermava il campo a Todi, rischiava d’averli sulle spalle entrambi. Tutto considerato, non gli restava sui nemici che un vantaggio di poche miglia e di poche ore; e avendo indovinato che in quelle poche ore e inquelle poche miglia stava la salvezza, se la conquistò da par suo. Manda a scorazzare la strada di Foligno per far credere che egli mira di là; spedisce il Müller con i suoi cavalli scortato da una compagnia della Legione a perlustrare i dintorni d’Orvieto, coll’ordine di spingere esploratori fin sulla strada Montefiascone-Viterbo; seppellisce i due cannoni del Forbes e non serba che il cannoncino di montagna; e quando è assicurato dai suoi scorridori che i due nemici sono tuttora tanto lontani da potervi scivolare in mezzo, lascia Todi la sera del 12, passa il Tevere a Ponte Acuto, e s’incammina per Orvieto non tuttavia per la maestra, ma per la viottola più montuosa ed obbliqua di Brodo, dove nella giornata del 13 pianta il campo. E Brodo, basta un’occhiata alla carta per accertarsene, offriva ancora un altro grandissimo vantaggio: lo allontanava d’una tappa così dai Francesi come dagli Austriaci, senza scostarlo per questo dalla Toscana, sua mèta; verso la quale era sempre libero di camminare, sia per la grande strada Orvieto-Siena, sia per Val di Chiana, per mezzo della quale poteva sbucar sotto Arezzo.

Ma il 13 sera, essendosi per altre perlustrazioni accertato che il generale Morris era ancora lontano, si decide a staccare la marcia per Orvieto, presso la quale città giunge sul mattino del 14. Quivi però, saputo che i Francesi avevano ordinato quattromila razioni di pane, segno della loro vicinanza, e visto l’animo ostile degli Orvietani che per prima accoglienza gli serrarono le porte in viso, decide saviamente di tornare all’aperto, prendendo, per ogni evento, una buona posizione a cavaliere della strada di Ficulle, verso cui s’incamminava. A sera però gli Orvietani, ridesti da una scintilla di patriottico pudore, apersero le porte,cedettero a Garibaldi il pane destinato ai Francesi, e vollero essi pure festeggiare il famoso uomo che consentì a salire in città. Ma non per questo egli s’indugia, e nel pomeriggio del 15, mezz’ora prima che i Francesi entrassero in Orvieto, aveva già levato il campo e marciava di buon passo verso Ficulle. Vi arriva a sera; e a ciel sereno, in un bel prato, una fresca fontana poco lunge, la moglie accanto, le stelle sul capo, i nemici d’ogni intorno, ma sempre la speranza nel cuore, si accampa e riposa. Non perde però tempo: i Francesi lo serrano alle calcagna da Orvieto; gli Austriaci gli muovono novamente incontro da Perugia, e bisogna studiare il passo.

Parte la mattina del 16; fatte poche miglia, abbandona la strada maestra e si butta a Sole, dove rifiata poche ore; la notte del 16, per alpi disabitate e sentieri impervii, sotto una pioggia dirottissima e in mezzo a tenebre fitte guadagna tuttavia il confine toscano e giunge al mattino del 17 a Cetona; dove la popolazione, cosa rara, gli muove incontro festosa, onde, nota l’Hoffstetter, «fu quella la prima volta che la brigata, dacchè era uscita da Roma, dormì acquartierata.» Mauno avulso non deficit alter: liberatosi da uno dei persecutori, perchè i Francesi non possono sconfinare in Toscana, gliene restano sempre di fronte altri due: gli Austriaci che scendono da Perugia a sbarrargli il passo; e i Toscani che tenevano presidii tra Sarteano e Chiusi e potevano, se non arrestarlo, impacciare i suoi movimenti e molestarlo.

Pure non se ne sgomenta. Fortificatosi a Cetona, circondati i suoi fianchi d’imboscate, coperte le sue spalle di pattuglie, manda celeremente una grossa squadriglia a battere la strada Sarteano e Chiusi, e quando gli riportano d’averne snidati e messi in fugapochi Toscani[152]ivi appiattati, ripiglia la marcia; dorme il 17 a Sarteano; entra il 18 a Montepulciano, dove uomini, donne, frati, fanno a chi più lo colma di cortesie, di carezze, di banchetti; e dove, esaltato probabilmenteda quelle accoglienze strepitose, pubblica un ardente manifesto ai Toscani, col quale li invita ad insorgere contro la tirannide domestica e straniera. Fu però l’illusione d’un istante: l’appello si perdette nella profonda indifferenza delle popolazioni, come un tizzone in un’acqua morta; e Garibaldi, presago oramai di quello che l’attendeva in Toscana, ma parato ad ogni fortuna, continua il suo fatale cammino.

Giunto però sull’albeggiare del 20 a Torrita, prende una grande risoluzione! Visto l’effetto del manifesto di Montepulciano, e forzato da troppi indizi a convenire, che se mai v’era cosa, in quei giorni, impossibile era un’insurrezione toscana, delibera istantaneamente di mutar obbiettivo e schacchiere, di abbandonare al più presto il Granducato e il centro d’Italia e di prendere per nuova mèta l’Adriatico e Venezia! A che pro infatti sforzarsi a galvanizzare de’ popoli morti, se Venezia viveva ancora? Perchè ostinarsi a suscitare da ceneri estinte l’incendio? Là sulla Laguna ardeva sempre quel grande focolare, in cui si concentrava ancora quanto di fuoco esisteva in Italia! Venezia era tutto per Garibaldi! A Venezia l’Italia; a Venezia la libertà; a Venezia l’onore; a Venezia la guerra; a Venezia infine due campi: la terra per il soldato del 30 aprile, il mare per l’ammiraglio diLas Cruces; due campi a lui famigliari come all’anfibio i meandri del suo fiume e i recessi delle sue rive, e nei quali egli poteva ancora, favorendo la fortuna, rinnovare i prodigi di Montevideo, e colla duplice natura donatagli da Dio servire due volte la patria.

Però fin da quel giorno Garibaldi ha già fermato il suo piano: salire fin presso Arezzo; passare, riguadagnando qualche marcia sui Tedeschi, dal Subapennino al grande Apennino; scendere tra Pesaro eRavenna all’Adriatico; imbarcarsi nel punto più opportuno e veleggiare per Venezia.

E con tale proposito parte per Foiano, dove sosta alcune ore; alle 5 di sera del 21 luglio traversa la Chiana e arriva a Castiglion Fiorentino; ivi, acchiappato un cacciatore tirolese travestito alla contadina, gli scopre indosso un biglietto che il Comandante di Perugia scriveva al Comandante d’Arezzo, per dirgli che in quella notte gli arriverebbero in Arezzo altre quattro compagnie; non fucila perciò il messo, ma fa tesoro dell’avviso e stende le sue reti per cogliere di sorpresa l’annunciato nemico. Disgraziatamente il rinforzo austriaco si arresta a Cortona; e Garibaldi, giudicando imprudenza aspettare di più, muove con tutta la sua gente per Arezzo, in faccia alla quale arriva sul mattino del 21 ed a cui manda a chiedere transito, viveri e quartiere per un giorno. Ma gli Aretini, soffiati dal bernesco Guadagnoli che dipinge i Garibaldini come un’orda di scampaforche e di saccomanni, sbattono loro le porte sul viso; i contadini, ancora ossessi dallo spirito reazionario d’Aprile, corrono alle armi per respingere i diabolici invasori; la poca truppa austriaca di guardia, forse un cento di uomini, sta di rinfianco; e Garibaldi, cui non conviene indugiarsi a combattere, è costretto ad appagarsi de’ viveri e a serenar sotto le mura. Pure non è ancora quello il pericolo maggiore; il pericolo sta nelle colonne austriache che lo premono da ogni parte, e possono in poche ore aver chiuso il loro anello di ferro e tolto ogni scampo. Infatti da occidente avanza per la strada di Siena-Arezzo l’avanguardia del Stadion; da mezzogiornosalgono quelle quattro compagnie che vedemmo a Cortona; a settentrione occupa Anghiari con una seconda colonna veniente essa pure da Toscana l’arciduca Ernesto; da oriente infine altre colonne, spiccate da Rimini e da Pesaro, convergono tutte verso il medesimo punto, e compiono il cerchio. Ma Garibaldi vegliava, e affidatosi ancora al suo infallibile talismano del moto perpetuo, abbaglia, stanca, confonde con innumerevoli andirivieni a destra, a manca, alla fronte, alle spalle, il suo quadruplice nemico;[153]e colto il tempo e la mossa, come uno schermidore, spianta le tende da Arezzo, lascia che la sua retroguardia baratti alcune schioppettate colle punte d’avanguardia del Stadion arrivata per l’appunto, volta rapido per Monterchi, a metà cammino tra Arezzo e Città di Castello; vi riposa tutto il 23; e la notte fa un celere fianco sinistro e va, per i più aspri sentieri della montagna, a piantare il campo sulle alture di Citerna.

Il luogo alpestre munito dalla natura, la sua postura al centro del quadrivio pel quale s’avanzava il nemico, lo rendono adatto così ad esplorare gran tratto di paese ed a difendersi da forze superiori, come a dare alle colonne, decimate e affrante, un po’ di quel riposo, di cui avevano tanto bisogno: e Garibaldi se ne fa un campo trincerato e vi dimora parte del 24 e tutto il 25. Ma in sulla sera del dì stesso, avvertito da’ suoi esploratori che l’arciduca Ernesto era già coll’avanguardia a Borgo San Sepolcro e che le altre due colonne gli si serravano addosso da Arezzo e da Città di Castello, non s’indugia più oltre e risolve estemporaneamente il passo decisivo. Lancia sulla strada di Città di Castello forti pattuglie per trarre i nemici nell’inganno che egli volesse aprirsi il varco per quella via; ne spinge altre verso Borgo San Sepolcro col medesimo intento; e lasciando gli Austriaci scaramucciare colla sua retroguardia, che essi scambiano per la sua avanguardia, ripassa, notte tempo, il Tevere presso Borgo San Sepolcro, scende a San Giustino e vi riposa la notte del 26; poi allo spuntar del giorno intraprende la salita del monte Luna, in cima dell’Apennino centrale, il sommo dell’arco che egli descriveva. «La strada (dice il Carrano, traducendo l’Hoffstetter[154]) la strada corre su pel monte per molte giravolte. Per queste andava l’assottigliata schiera, quasi segnando grandi spire fino alla sommità. Cavalcava innanzi il Garibaldi colla sua moglie e collo Stato Maggiore in mantelli bianchi: seguivano i pochi Lancieri dell’estinto Masina; poi l’altra cavalleria a due a due, i cui piccoli cavalli montavano nitrendo e sbuffando; poi isaccardi[155]che si cacciavano innanzi non meno di quaranta muli carichi di salmerie, gridando, bestemmiando, scudisciando; veniva appresso una mandra di buoi bianchi dalle grandi corna e ricurve; seguiva poco discosta la prima legione, condotta dal Sacchi, che si distingueva per i cappelli puntuti alla calabrese; poi veniva il piccolo cannone tirato da quattro cavalli; poi la seconda legione, guidata dall’inglese Forbes, in camiciotti di tela; in ultimo, uniti a pochi finanzieri, i superstiti Bersaglieri del Manara. In tutto non erano più di duemila uomini, disposti a far fronte in dietro a ogni momento per respingere i sempre aspettati assalti del nemico; e serenarono sulla vetta del monte.»

All’alba del dì seguente la colonna comincia la discesa del versante opposto e seguendo, giù sempre per profondi e selvosi burroni, il corso del Metauro, andò a sostare, verso le dieci del mattino, nel villaggio di Mercatello. Sennonchè alcuni scorridori inviati di colà, costume solito, a perlustrare la strada, riportano che una colonna austriaca proveniente da Pesaro è presso a Sant’Angelo in Vado; mentre altri messaggi, da altre bande, recano che altre colonne occupano già Borgo San Sepolcro, Pieve Santo Stefano e Sestino, vale a dire tutti i passi di Toscana e di Romagna. Nuova stretta, nuova strategica per uscirne; la prima idea di Garibaldi fu di assalire la colonnadi Sant’Angelo in Vado e di aprirsi la strada all’Adriatico colla baionetta; ma poco stante, meglio esplorate le posizioni e la forza del nemico, mutò divisamento. Dappoichè suo scopo non era tanto combattere quanto arrivare, apposta un forte distaccamento a guardare Sant’Angelo in Vado; un altro ne lascia a Mercatello a tener a bada il nemico che s’avanza da Sestino; indi per un sentiero di montagna, poco prima scoperto, spunta col grosso della colonna la posizione di Sant’Angelo in Vado, trapassa dalla Valle del Metauro in quella del Foglia, traversa questo torrentello, continua per Macerata Feltria, dove la sera del 29 s’accampa. Era scampato da un altro frangente; aveva girato a destra un’altra volta il nemico, in quella ultima con qualche perdita materiale e con maggior danno morale.

Infatti il distaccamento Dragoni lasciato a guardia di Sant’Angelo, sorpreso, per negligenza sua, da uno squadrone d’Ussari, va in rotta così precipitosa, che Anita stessa, la quale cavalcava alla retroguardia, frustava i fuggenti collo scudiscio e li apostrofava col nome di codardi. E il fatto sarebbe stato per sè solo insignificante, se l’effetto del brutto esempio non si fosse ripercosso in tutta la colonna, e non avesse dato a quelle milizie già scorate, sfinite e decimate ad ogni ora dalle diserzioni e dalle malattie, un colpo mortale.

Oltre di che gli Austriaci ebbero il modo di scoprire più prontamente la direzione della colonna principale e di ritornare novamente sulle sue orme. E, come dicemmo, la colonna principale fin dalla sera del 29 era già a Macerata Feltria accampata in buona posizione colla fronte a Sant’Angelo; i fianchi ben guardati; numerosi fuochi al bivacco ostentati ad arte e tenuti vivi tutta notte, affinchè il nemico s’addormentassenella sicurezza che anche il campo garibaldino dormisse. Ma i fuochi ardevano tuttavia, e Diana non era ancora apparsa sull’orizzonte, che Garibaldi, fatti sfilare innanzi gli impedimenti, spianta, in men che non si dica, l’accampamento; sempre pei calli più dirupati e nascosti guadagna verso il mezzodì del 30 le alture di Carpegna, ne riparte sul vespro, traversa la Valle del Conca, rifiata alcune ore in un bosco, e al tocco dopo mezzanotte ripiglia la marcia alla volta di San Marino.

A San Marino. E perchè? Qual fine lo guidava? Quali speranze aveva egli fondate, Garibaldi, sopra la famosa Repubblichetta rimasta dai giorni dell’Alberoni inviolata? Mirava egli soltanto a guadagnar tempo ed a transitare per il suo territorio, o ne sperava qualcosa di più? Ma non sapeva dunque che San Marino era Stato neutrale e che le leggi della neutralità vietano il passo a gente armata, in guerra con Stati amici? O si lusingava forse che, trattandosi di soldati perseguitati e infelici d’una Repubblica sorella, il Governo di San Marino avrebbe fatto uno strappo anche alla sua Costituzione, e non che aperto le porte della sua capitale, aiutati, se occorreva, i fratelli che vi si rifugiavano?

Forse sì! Chi conobbe Garibaldi sa che nessuna idea durò mai maggior fatica a entrare nel suo cervello, dell’idea di legge. Egli è morto, certamente, senza intendere, soprattutto senza essere persuaso, che la legge è vincolo inviolabile, universale, uguale per tutti, e perenne, finchè un’altra legge, allo stesso modo deliberata da un legislatore altrettanto legittimo, non l’abbia abrogata e mutata. Per lui non vi furono mai altre leggi che quella della sua coscienza; e tutte le volte che egli trovò sul suo cammino la legge civile,se n’ebbe la forza la infranse, se no ne subì il giogo; ma giudicandola in cuor suo una violenza e una tirannía. Epperò la legge della neutralità di San Marino che cos’era ella mai in faccia a quell’altra gran legge superiore, che impone a tutti di soccorrere la virtù sventurata e di proteggere i deboli perseguitati; od al cospetto di quell’altro dovere d’un ordine meno alto, ma non meno imperioso, che prescrive a tutti gl’Italiani, e i Sanmarinesi lo erano bene, di difendere i loro fratelli di patria contro lo straniero? Per questo, senza affermarla recisamente, ripetiamo l’opinione nostra che la prima idea, onde Garibaldi fu mosso verso San Marino, fu quella di chiedere alla Repubblica, se non propriamente un’alleanza pubblica, una complicità segreta; e che soltanto più tardi, forzato dagli eventi, mutò i suoi propositi e moderò le sue pretese.

Ma che non gli restasse più oramai altro rifugio fuorchè il Titano, lo dimostra da sè solo il fatto che se un altro ne fosse esistito, egli l’avrebbe scoperto. Oramai la sua non era più una ritirata: era una fuga; fuga di leone ferito che si rivolta di tratto in tratto, e mostra le zanne al branco dei cacciatori che lo persegue, ma fuga irreparabile. La colonna austriaca girata a Sant’Angelo in Vado, appena scoperta la sua direzione, gli si era posta tostamente alle calcagna; la colonna dell’arciduca Ernesto continuava ad inseguirlo dal lato opposto; un’altra colonna era già in moto da Rimini; San Marino era, può dirsi, circondato, e non lasciava più altro spazio di mezzo, se non quello per l’appunto che occorreva alla colonna Garibaldiper continuare a fuggire. Ed anche il fuggire diveniva d’ora in ora più difficile. Le retroguardie garibaldine toccavano quasi l’avanguardia degli Austriaci; e uno scontro era imminente. Garibaldi però studiava il passo; e la sera del 30 luglio, giunto a poche miglia dal Titano, spediva innanzi il Padre Ugo Bassi per chiedere al Governo della Repubblica il passaggio della colonna sul territorio sanmarinese, e i viveri occorrenti. Il Primo Capitano Reggente Belzoppi accolse benignamente l’oratore; ma rispose che i doveri della neutralità gli vietavano assolutamente di assentire alla prima sua domanda: «Quanto ai viveri era questione d’umanità, e se le truppe di Garibaldi avevano fame, la Repubblica le avrebbe fornite del necessario; all’indomani, però, ed al confine, che non dovevano in qualsivoglia caso oltrepassare.»

Il Bassi accettò per conto suo i patti; ma ripartito per riferirli al suo Generale, lo trovò già in cammino. Gli Austriaci infatti, raggiunta la retroguardia garibaldina, l’avevano attaccata, e poichè ormai lo sconforto e la demoralizzazione avevano spento ogni valore, messala facilmente in rotta, mietendone feriti e prigionieri e togliendo loro l’unico cannoncino, che scaraventano, grande trofeo e grande vendetta, in un vallone. Allora il Condottiero si persuase che tutto era finito, e senza aspettare nemmeno la risposta del Bassi, si decise a varcare il confine della Repubblica; e alle 7 antimeridiane del 31 luglio giunse sotto le mura di San Marino. Grande al suo apparire fu l’allarme de’ Sanmarinesi; ed altro non potendo, inviarono a Garibaldi per intimargli non oltrepassasse la porta della città. E di ciò furono paghi incontanente, chè Garibaldi stesso si pose in faccia alla porta per impedire alle sue truppe sopravvegnenti che passasserooltre, ordinando loro s’arrestassero nel Borgo e nel Piazzale esterno, chiamato lo Stradone. Ma circa alle 9 del mattino stesso avendo il Reggente mutato consiglio e invitato Garibaldi a salire in città, questi non se lo fece ripetere; e cavalcato più che frettoloso al palazzo della Reggenza, vi trovò il Belzoppi disposto a qualsiasi transazione potesse conciliare la dignità e la incolumità della Repubblica coi doveri dell’asilo e dell’umanità. Però neppure il Condottiero fu esigente. «Solo una forza maggiore della mia volontà, disse, mi costrinse a violare il territorio della Repubblica; non chiedo per me e la mia gente che il vitto quotidiano e un temporaneo rifugio. Quanto alle armi siamo pronti a deporle, se il Governo di San Marino s’impegna a farsi nostro mediatore presso i Comandanti austriaci, e ottenerci salve la vita e la libertà.»

E il Reggente assentì a tutti i patti; accettò il mandato della mediazione, assicurò de’ viveri, e null’altro scambio richiese che una rigorosa disciplina ai soldati e la sicurezza delle persone e delle sostanze. «Ed io vi ringrazio (replicò Garibaldi), e vi prometto che nella breve mia sosta,se i Tedeschi non mi attaccano, io non li attaccherò.» Così accommiatatosi, andò a prender stanza nel convento dei Padri Cappuccini, posto fuori della città in un luogo alto, pittoresco e strategico insieme, d’onde poteva dominare tutti gli accessi della città. Ivi Garibaldi, fatto sgombrare il convento dai soldati che vi si erano arbitrariamente acquartierati, e raccomandato loro con severe parole la disciplina, il rispetto alle persone e alle cose, comminando la fucilazione a chiunque vendesse oggetti d’equipaggio e d’armamento; si ritrasse a scrivere l’ordine del giorno ormai noto, colquale scioglieva la sua colonna e lasciava libero ognuno di tornar alla vita privata:

«San Marino, 31 luglio 1849.Soldati (egli diceva), noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e dobbiamo il miglior contegno ai nostri ospiti. In tal modo noi avremo meritato la considerazione che merita la disgrazia perseguitata. Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo i miei compagni, lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata, ma rammento loro che l’Italia non deve rimanere nell’obbrobrio, e che meglio è morire che vivere schiavi dello straniero.»

«San Marino, 31 luglio 1849.

Soldati (egli diceva), noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e dobbiamo il miglior contegno ai nostri ospiti. In tal modo noi avremo meritato la considerazione che merita la disgrazia perseguitata. Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo i miei compagni, lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata, ma rammento loro che l’Italia non deve rimanere nell’obbrobrio, e che meglio è morire che vivere schiavi dello straniero.»

Intanto il Governo di San Marino faceva il primo passo per ottenere dall’Autorità austriaca i patti da Garibaldi richiesti. E poichè noi troviamo di que’ negoziati ampio ragguaglio nello scritto d’un Aretino, reazionario nell’anima, ma che, per la sua qualità di consultore militare della Repubblica di San Marino, potè attingere le prove de’ particolari narrati a fonti sicure, e come suol dirsi, ufficiali; così cediamo a lui per breve tratto la cura del racconto.[156]

«Frattanto, la Reggenza aveva spedito al general maggiore De Hahne, a Rimini, il segretario generale di Stato consigliere Giovanni Battista Bonelli, e il tenente Giovanni Battista Braschi al generale maggiore arciduca Ernesto, che inoltravasi nella direzione di Fiorentino, con incarico di partecipare l’accaduto agliaustriaci duci, di scandagliarne le intenzioni e d’intercedere una capitolazione a favore di Garibaldi. Il tenente Braschi, che per la fretta aveva lasciato d’indossare l’uniforme, videsi arrestato dai Bersaglieri imperiali della prima linea, e a stento, mostrando il dispaccio e declinando la qualità di parlamentario, potè giungere sino al Vascone di Fiorentino, ove incontrò l’Arciduca con duemilacinquecento uomini trafelati dal caldo, esasperati dalle inutili marce, e impazienti di combattere e terminare con una decisiva fazione la disagiosa campagna.

»Rassegnato il dispaccio al Principe, il nostro Inviato pregavalo di avere commiserazione di quelle bande, accordando loro men dure condizioni, ed a risparmiare il terribile flagello della guerra all’innocente Repubblica. Rispondeva l’Arciduca che, operando in nome del Sommo Pontefice contro i nemici del Governo legittimo, non poteva concedere ad essi loro altre condizioni che la resa assoluta alla grazia del loro Sovrano; e in questo senso scriveva su due piedi col lapis alla Reggenza. Prometteva bensì che avrebbe risparmiato lo più possibile la Repubblica, e che a di lei riguardo non avrebbe ingaggiato mai per primo il combattimento.

»Interrogava poscia l’Ambasciatore dove fosse il confine sanmarinese, e all’udire che lo aveva già passato mezzo miglio indietro, mostravasene dolente, e scusavasene col dire: che non avendovi trovato nè guardie nè segni (nella credenza che la Repubblica non si estendesse al di là del monte Titano, ed inseguendo un nemico che andava sempre innanzi quasi fosse in casa propria), non aveva nemmeno sospettato di calcar già il suolo repubblicano. Però, onde evitare che la colonna, inoltrantesi per Monte Maggio, incorressein pari errore, faceva dar subito nelle trombe, e quella fermavasi e non incedeva più oltre.

»La promessa ottenuta dal Braschi era tranquillizzante, ma il rifiuto di accordar condizioni alle truppe garibaldine poteva spingerle a qualche atto disperato, e questo renderla vana. Ciò temè la Reggenza, allorchè conobbe la risposta del Principe, e più allorchè conobbe in qual modo era stata accolta da Garibaldi. Egli infatti aveva respinto disdegnosamente la resa a discrezione, ed erasi accinto alla difesa piuttostochè sottomettervisi, disponendo le sue genti nell’orto dei PP. Cappuccini, nella Murata dei PP. MM. Conventuali e negli altri siti propizi all’ardito divisamento.

»In tanto frangente, a ore 4 pomeridiane spedissi di nuovo il Braschi all’Arciduca, latore di una lettera, con cui la Reggenza informava l’Arciduca stesso del rigetto della proposta dedizione incondizionata da parte di Garibaldi, e dell’assunta minacciosa attitudine. — Questa volta alla Cella del Sirone gli Austriaci bendarono il Braschi, e così bendato il guidarono al Vascone davanti al Principe, il quale cortesemente trattollo, e fecegli intendere che, se la città avesse per brevi istanti tenuto fermo impedendo ai Garibaldini di rifugiarvisi, egli in brevi istanti avrebbeli avviluppati e distrutti. Ma il Braschi gli fece saviamente osservare, che la città mancava di difensori, che le mura erano in varii punti di facile accesso, e che i Garibaldini, astretti da lui ad abbandonare le posizioni esterne, vi si sarebbero introdotti e avrebberle cagionato infiniti guai. L’Arciduca parve soddisfatto dalle addottegli ragioni, e nel congedare il Parlamentario, reiterò l’assicurazione di non attaccare quando non venisse attaccato.

»Poco mancò d’altronde che l’Inviato non restassevittima del falso allarme, che mise repentinamente in moto il campo garibaldino mentre ei tornavasene in città, e poco mancò che l’assicurazione non cadesse di subito a terra a cagione dell’allarme medesimo. È da sapere che i Garibaldini, supponendosi assaltati, occuparono in un attimo tutte le alture, rafforzarono i posti avanzati e si prepararono a respingere la sognata aggressione, e che il Braschi ebbe a rimanere offeso dalle palle di alcuni di loro, che tiravano non si sa a chi.

»L’affare diventava ognor più imbarazzante pel Governo, e da un momento all’altro poteva avvenire uno scontro d’armi esiziale per la Repubblica. L’unica speranza di salute era omai riposta nel segretario Bonelli mandato a Rimini, nè tale speranza, la Dio mercè, andò fallita. Imperciocchè il De Hahne mostrossi fin da bel primo meno avverso dell’Arciduca a secondare le premure del Governo sanmarinese, e finì coll’aderirvi, incaricando il primo tenente Adolfo De Fidler di portarsi sul Titano insieme al nostro Diplomatico, e munendolo dei poteri necessari onde stipulare coll’Eccelsa Reggenza una Convenzione in proposito, salva l’approvazione del generale di cavalleria Gorzkowsky comandante in capo.

»Era sul fare della sera, quando il Bonelli, il menzionato uffiziale ed un’ordinanza giunsero presso al borgo di San Marino, e poichè quei di Garibaldi allarmaronsi scorgendo delle uniformi bianche, il Segretario si fe’ avanti, espose ad un uffiziale l’oggetto della venuta di quegli Austriaci, e potè liberamente passar oltre ed entrare coi medesimi in città. Ivi il reggente Belzoppi e il tenente De Fidler segnarono un atto intitolato:Condizioni per accettare la mediazione del Governo legittimo della Repubblica di San Marino riguardo alla truppa comandata da Garibaldi, il quale vennetosto recato dall’Austriaco al proprio Generale a Rimini, e dalla Reggenza partecipato all’Arciduca e a Garibaldi.

»Giusta l’atto stesso, le armi e la cassa della Banda garibaldina dovevan consegnarsi ai Rappresentanti della Repubblica e da essi all’Autorità militare austriaca; — la Banda doveva sciogliersi, e i di lei membri, divisi in piccioli drappelli, dovevano portarsi sino alle rispettive provincie e quindi rimandarsi liberi e sicuri alle loro case, non rimanendo soggetti che alle conseguenze dei delitti comuni; — la Repubblica doveva indennizzarsi delle straordinarie spese con cavalli ed altri oggetti alla Banda appartenenti: — Garibaldi, la sua moglie e qualunque della famiglia doveva ricevere un passaporto, coll’obbligo sulla parola d’onore di trasferirsi in America; — fino alla sanzione della Convenzione per parte del generale Gorzkowsky residente a Bologna, i Garibaldini non dovevano passare in nessun luogo i confini repubblicani, nè dovevano farsi scambievolmente ostacoli od attacchi; — e per garanzia del mantenimento di tali patti, dovevano mandarsi al Quartier generale a Rimini, l’indomani a mezzogiorno, colla risposta due rappresentanti sanmarinesi e due uffiziali superiori garibaldini in qualità di ostaggi.

»Queste furono le condizioni che poteronsi ottenere, nè erano da disprezzarsi affatto, considerata la spinosa situazione in cui trovavasi il Garibaldi. Egli all’invece ne ascoltò la lettura in aria piuttosto sdegnosa, ne chiese copia per sottoporla allo Stato Maggiore e disse al Reggente: — Quando avrò udito il parere del Consiglio, vi renderò noto se le accetto o le rifiuto; ma in ogni caso non mi scorderò mai di ciò che avete fatto a pro di me e de’ miei sventuratiamici. — Sembra d’altro lato (da quanto si è ricavato dipoi) che non gli piacesse il patto di tornare in America, nè la esclusione dei delitti comuni dall’amnistia, perchè quelli tra i suoi uomini che ne erano macchiati non avrebbero potuto goder completamente del di lei beneficio; e sembra che peculiarmente temesse la niegativa del Gorzkowsky di ratificare la Convenzione, e d’essere infrattanto accerchiato per modo da doversi arrendere a discrezione. Fors’anche Garibaldi non ebbe mai in animo di accettare condizioni, e forse ne mostrò desiderio sol per acquistar tempo ed aver agio di sottrarvisi colla fuga.»

E qui il cronista s’inganna; e l’Hoffstetter, che ci riferì i pensieri del Generale nell’ultima ora, ce ne fa fede. Temeva, bensì, che tutto quel temporeggiamento fosse un agguato; dubitava, è vero, che il Gorzkowsky non fosse per ratificare la Convenzione; ma il sentimento che sopra tutto lo dominava, era la ripugnanza di scendere a patti collo straniero. Gli eroi son fatti così: è sempre un affetto, spesso una chimera dell’anima loro che li muove; la considerazione dei pericoli, dei danni, dei vantaggi non entra che dopo, spesso assai tardi, nei loro giudizi, ma non ne è mai il primo e precipuo movente. Però Garibaldi ha risoluto: verso le undici della sera chiama i migliori suoi ufficiali e i pochi suoi fidi, e svela loro l’incrollabile suo proposito di sottrarsi ancora una volta ai patti dello straniero. «A chi vuol seguirmi, soggiunge, io offro nuove battaglie, patimenti, esiglio; patti collo straniero mai.» Le parole cadono come stille roventi sull’animo degli ascoltanti; ma a pochi, ed è naturale,bastarono l’animo e le forze di ascoltare il nuovo appello. Non sono più di duecento quelli che paiono disposti a seguirlo; ma Garibaldi non li conta; lo segue inseparabile, indomita, pronta a tutti i rischi, la sua Anita; l’accompagnano ancora Ugo Bassi, Ciceruacchio, Forbes, Ceccaldi, Liveriero e Livraghi; ed egli allo scoccar della mezzanotte, preceduto da tre guide paesane per l’unico sentiero di montagna che ancora rimanga aperto, scende il Titano; guizza non visto tra le scolte nemiche; traversa la Marecchia; passa Montebello; e camminando tutta la giornata del 1º agosto, verso le dieci di sera penetra improvviso a Cesenatico, sulla spiaggia di quel mare che era da dieci giorni la mèta del suo cammino. E ben s’intende che colà non perde tempo. Fatti prigionieri i Carabinieri e i pochi soldati austriaci colà sorpresi, s’impadronisce di tredici bragozzi chiozzotti, vi imbarca durante la notte la sua gente e i prigionieri, e allo scoccar delle sei con vento in poppa veleggia arditamente verso Venezia.[157]

La sorpresa, l’affaccendamento, l’affanno degl’Imperiali all’annunzio della sparizione di Garibaldi da San Marino sono indescrivibili. Il generale Hahne di Rimini ne accusa il Governo sanmarinese, che a stento riesce a farsi riconoscere innocente. Il Gorzkowski dirama da Bologna un bando selvaggio, in cui era minacciato di fucilazione immediata chiunque soccorresse quei «masnadieri fuggiti alla galera ed alla corda;» e aggiungevasi tra gli altri contrassegni per iscoprirli, «che v’era con Garibaldi una donna incinta da sei mesi.[158]»

I Governatori di Cesenatico e di Rimini mandano rapporti su rapporti in cui vedono il fantasma di Garibaldi dappertutto, ingrossano colla fantasia il numero de’ suoi seguaci, narrano in suono lamentoso i particolari della sua fuga e del suo imbarco; mentre nuove truppe sono in moto da Rimini per riacchiapparlo a Cesenatico (vi arrivarono, ahimè! un’ora troppo tardi), da Ferrara per impedirgli lo sbarco nell’Estuario,da Forlì per vietargli la Romagna; infine da Brondolo una squadra di quattro legni da guerra per affrontarlo in mare, e averlo nelle mani o vivo o morto.

In sulle prime al fuggitivo arrise col vento la fortuna; ma verso sera, rinfrescato il vento e ingrossando il mare, il navigare con più battelli da pesca diventava arduo e cimentoso. Pure si va; quando le vedette segnalano all’orizzonte la flottiglia austriaca che s’avanza a vele spiegate e a tutto vapore contro i bragozzi. Ma per Garibaldi il pericolo non ha più sorprese. Rinato a un tratto uomo di mare, ritto sulla poppa del suo barco, concepito con rapidità fulminea il suo piano, comanda ai bragozzi di sparpagliarsi per poco onde confondere sul loro numero e la loro mèta le navi nemiche; e ciò fatto di orzare rapidi, e con tutto il vento correre verso Punta di Maestra, dove le basse acque li avrebbero protetti dall’inseguimento e le batterie di Venezia dal cannone nemico. Ma i Carniglia ed i Griggs non sono più là ad ascoltarlo: egli comanda a timidi pescatori ed a marinai forzati, e alle prime bordate, alla prima minaccia delle scialuppe nemiche che vengono loro incontro a voga arrancata, i bragozzi si sbandano, si scompigliano, vanno in precipitosa rotta. Ripete, urla il comando Garibaldi; prega, bestemmia, maledice: invano; otto barche scontano tosto la paura cadendo prigioniere nelle mani degli inseguenti; e a Garibaldi non resta che buttarsi sulle coste di Magnavacca, dove fu un altro miracolo d’arte e di fortuna se potè afferrare.

Ma la terra non era più sicura del mare: squadre di Gendarmi e di Croati la frugavano per ogni verso,intanto che gli incrociatori austriaci ne battevano le coste; la natura stessa del suolo, vasto padule intersecato da canali, attorniato da boscaglie, frastagliato da canneti, sparso di rari casolari, ne rendeva del pari difficile al forastiero l’entrata e l’uscita, la dimora e la traversata.

Importava dunque apparecchiarsi con virtù nuova alla nuova caccia che cominciava, e per prima necessità, poichè i fuggiaschi eran pochi per combattere e troppi per nascondersi, separarsi. Ugo Bassi e il capitano Livraghi presero per una via; Ciceruacchio e i suoi figliuoli per un’altra; i rimanenti si disseminano a caso per altre direzioni, e Garibaldi restò solo con Anita e il capitano Leggiero. Ma ohimè! la povera Anita non era più la robusta Amazzone che per settimane intere poteva correre a cavallo, col figlio al seno, le foreste del Brasile, e caricar a fianco del marito entro il fitto delle schiere nemiche! Di lei viveva ancora lo spirito, ma il corpo era consunto. Gravida di sei mesi, attrita dagli stenti e dagli affanni dell’ultima odissea, assalita fin da San Marino da una febbre insidiosa che lentamente la struggeva, straziata da atroci crampi di stomaco, arsa di sete, priva da giorni d’ogni cibo riconfortante, scalza, lacera, seminuda, la misera donna era all’estremo della sua possa; e se un pensiero la sorreggeva ancora e le dava la forza di dissimulare il suo male, era quello di non cagionare inciampi alla salvezza del marito e di dividere in ogni caso fino all’ultimo il suo destino. E certo il marito l’intendeva e ne soffriva di contraccolpo; ma poichè unico mezzo di salute a entrambi era il lasciare all’istante quella spiaggia scoperta, già presa di mira dal nemico, Garibaldi abbandona alla sua sorte la barca che lo aveva portato senza nemmenolevarne i miseri cenci e i pochi soldi che vi aveva riposti, prende sulle sue braccia Anita, e scortato da Leggiero e guidato da un contadino che il caso gli aveva condotto dinanzi, traverso macchie e canneti, più trepidante per il caro peso che per sè, ma pur da esso traendo la lena a proseguire, arriva finalmente a una deserta capanna, dove la comitiva trova almeno un nascondiglio e Anita, sopra un giaciglio di frasche, un po’ di riposo.

Non era però scorsa un’ora dacchè i fuggitivi se ne stavano in quel ricovero, incerti ancora del dove avrebbero nuovamente diretti i loro passi, che Garibaldi vide comparire all’improvviso sull’uscio della capanna un giovanotto in vesti signorili, che lo salutava rispettosamente e gli faceva de’ cenni misteriosi. Garibaldi portentoso ritenitore delle fisionomie, senza sospettare un istante solo d’ingannarsi, nè curarsi dell’incognito che pur gli giovava di conservare, «Bonnet!» esclamò, e si gettò, come naufrago che abbia trovato improvvisamente la sua tavola, tra le sue braccia.

E il giovanotto era infatti Giovacchino Bonnet di Comacchio, primogenito di una famiglia di patriotti,[159]e patriotta ardentissimo egli stesso, volontario in Lombardia ed a Bologna, conoscente di Garibaldi fin dal di lui soggiorno a Ravenna, e che avendo dalle finestre d’una sua casa di campagna veduto prima l’approdare dei Garibaldini, poi la caccia degli Austriaci, veniva ora, sfidando rischi non pochi, a cercar Garibaldiin quel suo asilo e ad offrirgli nella terribile distretta il suo soccorso. Pochi istanti dopo infatti il Bonnet conduceva la raminga brigata nella casa, non lontana, d’un suo amico fidato, e Anita dopo tanti giorni potè essere adagiata sopra un letto e ricevere i primi soccorsi che il suo stato aggravatissimo richiedeva. E là, intanto che l’inferma riposava, Garibaldi e il suo salvatore, sdraiati su un carro rovesciato entro un rustico capanno di canne, rinfrescavano le labbra arse con un cocomero, e s’intrattenevano a parlare delle sorti d’Italia, rammentando con pia memoria le gesta di quei bravi, vittime del loro amore di patria e del loro eroismo.

Ma anche quel primo ricovero poteva, abitato troppo a lungo, divenire pericoloso, e il Bonnet insistette perchè passassero nella giornata stessa nella casa d’un suo parente, fratello d’un suo cognato, dove avrebbero trovato la stessa sicurezza e le medesime cure, e potevano aspettar più tranquillamente l’esito dei nuovi tentativi che il Bonnet si preparava a fare per provvedere alla loro salvezza futura. L’opera del Bonnet non poteva dirsi perfetta se non quando egli fosse riuscito a condurre i suoi protetti fuori delle valli di Comacchio, dalle quali però, chiunque abbia le buone ragioni di Garibaldi per cansare le strade maestre nonpuò uscire, se non traverso il labirinto dei canali, e avendo perciò dalla sua i molti guardiani che li sorvegliano. Con questo disegno pertanto il Bonnet partì difilato per Comacchio, ed ivi dando ad intendere che si trattasse d’un suo fratello e promettendo lauti compensi, induce alcuni guardiani di sua conoscenza a traghettare il finto suo fratello ed altri suoi compagni dalla villa di suo cognato al posto ch’egli stesso avrebbe loro indicato.

Sennonchè tornato il Bonnet in compagnia d’un amico all’asilo de’ suoi profughi, ode e vede tutti i suoi piani minacciati di rovina ed ogni cosa rimessa nuovamente in forse. La padrona della fattoria, indovinato che gli ospiti fino allora ricoverati erano Garibaldi e sua moglie, gridava e smaniava che non voleva più tenerli in casa; l’amico mandato a sorvegliare i guardiani veniva a dirgli, che scoperto l’inganno del supposto fratello e spaventati dalle minaccie delle molte pattuglie che battevano i dintorni, si rifiutavano al promesso tragitto. Fu pel bravo Bonnet un momento angoscioso, e non vide altra speranza che in una disperata audacia. Corre dai guardiani, confessa loro che colui che trattavasi di salvare era realmente Garibaldi, ma li ammonisce che se nol faranno ne va della loro vita; che nessuno degl’Italiani avrebbe lasciato impunito un tanto misfatto, che essi possono guadagnare, se lo aiutano, una bella somma, ma quando si ostinino nel rifiuto egli non rispondeva più di quel che poteva loro accadere. Il discorso fatto da un uomo autorevolissimo fra i Comacchiesi, corroborato da quei due argomenti sempre validi pel cuore umano: la paura e l’avidità, fece istantaneamente l’effetto suo, e i guardiani ripromisero che avrebbero fatto quanto il signor Bonnet richiedeva.

Allora questi ritorna al Generale, lo traveste dei suoi abiti, gli dà il passaporto di suo fratello Gaetano morto in Roma;[160]fa trasportare sulla barca Anita, le compone sotto alla persona materassi e guanciali e ve l’adagia, coll’aiuto del marito, come in un letto, e sparsa ad arte la voce che il Generale si fosse imbarcato con una mano d’armati al Po di Volano diretto a Venezia, appena s’è assicurato che tutte le pattuglie nemiche sono incamminate a quella volta, ordina ai guardiani di prendere l’opposta direzione di Ravenna, fissando loro per prima tappa la fattoria del marchese Guiccioli posta alle Mandriole presso Sant’Alberto.

Era la notte del 3 agosto, e quando il Bonnet vide in moto la barca fatale partì per Comacchio, onde addormentare colla sua presenza i sospetti della Polizia e prendere egli stesso un po’ di riposo. Ma quale sorpresa! quale colpo di fulmine per lui nel vedere il mattino dopo entrare in camera la sorella tutta conturbata e udirla dire: «I guardiani essersi rifiutati a proseguire il cammino e aver gettato Garibaldi sulla Costa di Paviero.» Balzò dal letto, mandò un suo fidato alla barca sì per guidar Garibaldi, come per mettere al dovere i guardiani, ed egli stesso, quantunque zoppo, salta in biroccino per correre alla fattoria Guiccioli a riconoscere lo stato delle cose. E il pensiero fu ottimo, poichè là potè accertarsi di più fatti: che Garibaldi non era ancor giunto; che la fattoressa in assenza del marito era ben disposta a ricevere gli ospiti annunciati; che infine dovunque si trovassero in quelmomento non correva voce che fosse accaduta loro alcuna disgrazia. Rassicurato di nuovo, l’infaticabile uomo parte a carriera per Ravenna, sguscia con arte e felicità somma in mezzo ai perlustratori tedeschi che scontra sul suo cammino: a Ravenna concerta con un suo amico, il maggiore Montanaro, il modo con cui Garibaldi potrà penetrare in città e di là passare in Toscana; e ciò fatto, nel mattino del 5 agosto torna nuovamente alla fattoria Guiccioli, dove ode dal fattore Ravaglia questa lugubre novella: Garibaldi, condotto dai noti guardiani sin presso a Sant’Alberto, aveva potuto procacciarsi, non sapremmo dire con qual mezzo, un biroccino e trasportatovi sopra la moglie agonizzante era giunto con essa alla fattoria. Colà però il dottore Nannini, che per caso vi si trovava, esaminata l’inferma capì che le restavano pochi minuti di vita. Infatti appena adagiata in letto, ella chiese con voce semispenta un po’ d’acqua fresca, ne trangugiò alcuni sorsi e spirò, come di colpo, nelle braccia del marito.

«Fu sepolta?» chiese il Bonnet. «Ah no! (rispose il Ravaglia). La povera Anita era appena spirata, che gli Austriaci comparivano in faccia alla casa; onde il Generale ebbe appena il tempo di fuggire, lasciandomi per ultima preghiera che dassi io onorata sepoltura a sua moglie, fino a che potesse tornare egli stesso in ora più propizia a riprendere i sacri resti mortali!»

Così morì il 4 agosto 1849 verso le 4 di sera Anita Garibaldi. Della sua agonia e della sua morte fu scritto sino ad ora con poesia, non con verità; ed era naturale che fino al giorno in cui questa fosse interamente scoperta, la fantasia impietosita intessesse di poetiche invenzioni la luttuosa catastrofe, e coltivasse sulla tomba della martire il gentil fiore della leggenda. Persino il romanzo di Garibaldi, che prima di riprenderela sua fuga trangosciata scava colle sue mani la fossa e dà sepoltura alla donna del suo cuore, non è più credibile. Come vedemmo, Garibaldi non potè adempiere a quell’ultimo ufficio, che pur avrebbe sparsa di qualche balsamo la grande piaga del suo cuore; ciò non vieta che lo spettacolo di quell’uomo costretto a staccarsi dalle spoglie della sua donna appena morta, ed a lasciarla insepolta in balía d’estranei, non sia tragedia ancora più pietosa e terribile.

Quindici giorni dopo, alcuni contadini videro una mano sbucare da un monte di sabbia: chiamata l’Autorità e scavata la terra, fu trovato il corpo di una donna sfigurata dalla incipiente putredine, colla lingua schizzata fuori dai denti sprangati, la trachea rotta, il collo segnato da un cerchio livido, un feto di sei mesi nelle viscere.

Era Anita Garibaldi. Ma perchè sepolta a quel modo? Perchè quel cerchio livido intorno al collo? D’onde il deturpamento e il nuovo strazio di quel misero corpo?

Il medico delegato dal Governo pontificio all’autopsia del cadavere vide in quei segni altrettante prove di strangolamento,[161]onde la voce che Anita Garibaldifosse stata strozzata dalle mani stesse che l’avevano sepolta, alimentata con infami artificii dalla poliziapretesca, si diffuse e s’accreditò siffattamente nei popoli delle Romagne, che il povero Ravaglia fu segnatoa dito, per molti anni, come l’unico autore del sacrilego assassinio, e poco mancò che il famigerato Passatore, eroe teatrale del masnadierume romagnolo, erettosi esecutore della vendetta popolare, non gli facesse scontare colla vita l’immaginario delitto.[162]Era un errore: se pure non gli va dato un più triste nome; e lo stesso Bonnet si studia, nelle sueMemorie, di chiarirne le origini ed i motivi.

«Il fattore Ravaglia (egli dice), anzichè tener nascosto il cadavere d’Anita e sparger la voce che non era morta, onde poterla trasportare nella notte in luogo sicuro, spinto dal timore d’essere scoperto, aveva creduto unico spediente di seppellirla come che fosse. Io non approvai il fatto, e studiandomi d’acquietar la sua paura gli dissi, che nella sera bisognava disotterrare il cadavere d’Anita e con un biroccino portarlo nella Pineta, e colà in luogo nascosto e remoto darle sepoltura, che a suo tempo poi sarebbe stata portata in tomba più adatta e conveniente. Lo ammonii inoltre esser quella una funzione da fare soli e senza alcun testimonio; che se non si sentiva capace me lo dicesse francamente, che sarei rimasto io stesso per aiutarlo all’opera pietosa. Il fattore promise, ma, a quanto pare, non potè mantenere; in conseguenza di che essendo la morta malamente sepolta venne trovata, e la Curia appena ne fu consapevole fece fare l’accertamento da distinti professori che errarono nelgiudizio e dissero che Anita era stata strangolata per derubarla. Questa voce ben presto si propagò nelle Romagne senza che nessuno pensasse che Anita morta in istato di gravidanza poteva essere stata soffocata da un riflusso di sangue; onde tutti quei segni di strangolamento che trassero in inganno il primo medico visitatore. E si corresse bensì il giudizio, ma assai tardi; e per molto tempo ne restò infamato il nome e minacciata la vita del misero fattore, che aveva, come si vede, esposta a rischio la sua per salvarla.»

Tale la fine miseranda di Anita Ribeira Garibaldi. Essa fu una martire dell’amore. Oscura figlia del Continente brasiliano, destinata a nozze pacifiche, ella sarebbe probabilmente vissuta felice senza neppure conoscere che esisteva un’Italia, se un giorno, nel breve tragitto dalla sua casa alla fontana, non si fosse abbattuta in quella maliarda figura d’eroe che l’affascinò coll’inesprimibile sortilegio della sua leonina bellezza, e ghermitala nel suo pugno poderoso la trasportò seco nel fortunoso ciclone della sua vita.

Ed ella, come sappiamo, non discusse, non vacillò, non resistette. Come Ernani a Doña Sol, Garibaldi le offerse di


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