XII.

Dormir sur l’herbe, boire au torrent, et la nuitEntendre, en allaitant quelque enfant qui s’éveille,Les balles de mousquets siffler à votre oreille,Être errante avec moi, proscrite, et s’il le fautMe suivre............. à l’echafaud!

Dormir sur l’herbe, boire au torrent, et la nuitEntendre, en allaitant quelque enfant qui s’éveille,Les balles de mousquets siffler à votre oreille,Être errante avec moi, proscrite, et s’il le fautMe suivre............. à l’echafaud!

Dormir sur l’herbe, boire au torrent, et la nuit

Entendre, en allaitant quelque enfant qui s’éveille,

Les balles de mousquets siffler à votre oreille,

Être errante avec moi, proscrite, et s’il le faut

Me suivre............. à l’echafaud!

e come Doña Sol a Ernani, ella rispose semplicemente:Je vous suivrai.

Divenuta in un istante schiava felice di quel bello e terribile Signore, la sua coscienza ammutì e la sua volontà s’infranse. Per esso sostenne di lacerare il cuore del padre e di portarne sul capo per tutta la vita la maledizione; per esso affrontò impavida la tenebra d’un avvenire malfido, pieno di nembi e di procelle; per esso si esiliò volontaria dalla sua contrada nativa e dal suo domestico focolare, e con esso partì. Chiunque si fosse quell’angelico o satanico sconosciuto, ella l’amava; dovunque la portasse, qual si fosse la sorte ch’egli le preparava, ella s’era data a lui, non col sensuale capriccio d’una ganza, ma col voto religioso e perpetuo d’una moglie, e si sentì sua per sempre. Il fato d’amore,

D’amor che a nullo amato amar perdona,

D’amor che a nullo amato amar perdona,

D’amor che a nullo amato amar perdona,

l’aveva presa nelle sue spire, e come Francesca si lasciò turbinare, beata, nella sua rapina.

E non appena ella fu tra le braccia del suo eroe, s’incarnò con esso e, come Giovanna d’Arco, da fanciulla casalinga e romita si trasformò per lui in amazzone ed in eroina.

Per non abbandonarlo mai, per trovarsi sempre al suo fianco, qualunque fosse la ventura e il periglio; per esser pronta ad ogni istante a coprirlo col suo petto nelle pugne, a medicarlo colle sue mani nelle ferite, a premiarlo prima del suo amore nelle vittorie, imparò a trattare un moschetto come un cacciatore, a bracciar una vela ed a sfidare un fortunale come un marinaio, a cavalcare nelle marcie, a caricare nelle mischie come un cavaliere, a serenare ne’ bivacchi, a durar nelle vigilie come un veterano, a disprezzar le delicatezze, dissimular le necessità, domar talvolta i tormenti del suo corpo di donna e del suoseno di madre per tornar più utile e più cara all’uomo che adorava.

Gravida di Menotti, lo portò nove mesi in seno tra stenti e perigli mortali, lo partorì in una capanna, lo scaldò del suo fiato, lo vestì co’ suoi cenci, lo allattò a cavallo combattendo e marciando, gli diede per cuna i tronchi delle foreste, per giocattoli il fischio delle palle, lo scrosciar de’ torrenti e il bramir delle fiere. Al combattimento navale di Santa Caterina mette ella stessa la miccia al cannone; alla fazione di Santa Vittoria durante la battaglia è la provvidenza de’ feriti, che va a curare sotto il grandinar delle palle; a Coritibani guida ella stessa la scorta delle munizioni. Avvolta da una squadra di cavalli nemici, sdegna d’arrendersi; ma atterrato da una palla il suo cavallo, e tradotta prigioniera davanti al capitano nemico, ne rintuzza colla fiera parola i sarcasmi, come poco prima aveva rintuzzato l’assalto de’ suoi soldati col virile ardimento.

Disgiunta però dal marito e sparsasi fra i nemici la voce della morte di lui, l’amore la rende umile e la pietà eloquente, e impetra unica grazia dal vincitore di andare ella stessa sul campo a cercare, vivo o morto, il corpo del perduto consorte.

E il vincitore incauto consente; ond’eccola come Argia errare una giornata per la funerea campagna, frugandone tutti i recessi, interrogandone ogni cadavere, tremando ad ogni vaga somiglianza di vesti o di persona, rivolgendo i corpi dei caduti boccone per leggere nei loro volti la sentenza del suo destino. Invano; ma poichè ogni delusione ravvivava in quel caso una speranza, decide di andare a cercare tra i vivi colui che non aveva potuto trovare fra i morti, e colta una notte in cui i suoi custodi giacevano assonnatidal vino, fugge dal campo nemico e ripara nella capanna più vicina, nella speranza d’un momentaneo rifugio e di un soccorso.

Era Erminia che andava alla cerca del suo Tancredi, ma col cuore di Clorinda. Se non che appena entrata la prima cosa che le si offre alla vista è un mantello.... il mantello di suo marito. Quale tremenda sorpresa! Quel mantello è egli un testimonio di vita o di morte? Fu egli perduto per caso nel campo o strappato da un predone nemico dal corpo d’un caduto? Cresce a quella scoperta piena di paurosi problemi l’ambascia della fuggitiva e delibera di troncare all’istante ogni indugio; non vuol partire però lasciando in mani straniere la preziosa reliquia, e non avendo con che riscattarla, offre in cambio alla donna che l’ospitava il suo proprio mantello. E poichè l’ospite non aveva che a guadagnare nel baratto, l’accetta prontamente; e Anita senz’altra dimora avvolta in quella cara spoglia, che forse aveva raccolto gli ultimi battiti del suo Garibaldi morente e che la sorte le inviava forse come un augurio e un talismano, si lancia alla ventura nella direzione di Layes, dove sapeva che i Repubblicani s’erano ritirati, e al cader della notte s’inselva nel folto della foresta che lungheggia quella contrada. E là sola, digiuna, senz’armi, senza guida, senza viatico, comincia per essa una terribile prova. «Colui soltanto (scriveva suo marito) che ha veduto le immense foreste che coprono la Serra dell’Espinasso, co’ suoi colossalitaquariche sembrano sostenere il cielo e formare le colonne di quel magnifico tempio della natura; può formarsi un concetto della virtù occorsa, delle difficoltà vinte dalla valorosa Brasiliana per arrivare, traverso venti leghe di cammino, tante ne corrono da Coritibani a Layes, al termine del suo pellegrinaggio.»

E non era soltanto la natura inanimata che le moveva guerra; ma la viva e l’umana. Poichè gli abitanti stessi avversi alla repubblica nel perseguitare gli sperperati avanzi degl’insorti perseguivano lei pure, onde più d’una volta si trovò avviluppata dalla muta feroce degl’Imperiali, salvata soltanto dal suo meraviglioso ardire e dalla sua fortuna. Vinto un pericolo, ne sorgeva un altro; anzi pareva che l’uno pullulasse dall’altro colla fecondità d’un’idra. Passata la foresta, sorgeva il monte; delusa la furia degli uomini, si scatenava quella degli elementi.

E fu allora che gli abitanti di Layes e di Vaccaria ebbero uno strano spettacolo. Per due giorni un fantastico cavaliere, montato sopra un nero cavallo, fu visto saltar al galoppo dirupi, tragittare a nuoto torrenti, traversare a volo come uno spettro di Bürger la tenebra d’una notte tempestosa, comparire, scomparire tra i tuoni e le folgori, or sulla vetta de’ monti, or nel fondo delle valli, lasciando esterrefatti sul suo passaggio abitatori e viandanti, mettendo in fuga col suo sovrumano fantasma gli stessi cavalieri imperiali mandati alla sua caccia.[163]

Era Anita, che, procacciatasi, colla facilità consueta a que’ paesi, un generoso cavallo, e sorpresa, ma non atterrita, da un uragano, continuava la sua corsa fortunosa, e già pianta dallo stesso marito, per il medesimo inganno ond’ella aveva pianto lui, riusciva dopo otto giorni di disperata separazione a trovarlo nei dintorni di Layes, ed a cadere beata nelle sue braccia.

Da quell’istante fino a Montevideo Anita e Garibaldi non si separarono più, e per quali nuovi patimenti e perigli siano passati assieme durante quella travagliatissima ritirata da Layes all’Uruguay, noi lo sappiamo.

A Montevideo però, fosse la volontà del marito, fossero le cure crescenti della maternità,[164]la vita guerrieradi Anita ha una tregua, e da eroina la vedete tornar di nuovo ritirata e casalinga. E fu a Montevideo, come vedemmo, che Garibaldi volle consacrare coi riti della Chiesa le sue libere nozze, e che Anita diventò anche per le leggi del mondo, come lo era stato sempre per quelle del suo cuore, sua legittima moglie.[165]Non fu per questo nè più tranquilla, nè piùfelice. Quel vedere il marito partire per le lontane e perigliose spedizioni, e non poterlo accompagnare; quell’udire dalla sua casetta di Montevideo, quella casetta così povera che non aveva lume, il fragore delle cannonate e il tumulto della battaglia, e non potervi partecipare; quel sapere insomma il suo eroe in balía ad ogni istante alla morte, e non poter essergli al fianco per proteggerlo e soccorrerlo, erano all’innamorata donna, muta, ma inconsolabile doglia.

Oltre di che il troppo ardente amore aveva generato il suo serpe: Anita era gelosa. La gelosia nasce generalmente da un sentimento di inferiorità, ed ella povera creola non bella, non colta, quasi selvaggia, si sentiva troppo inferiore a quel suo bellissimo e celebrato amante, per non tremare ad ogni istante di perderlo. Egoista, in questo, al pari di tutti gli innamorati, ella l’avrebbe voluto brutto per essere sola ad ammirarlo, talvolta l’avrebbe persino desiderato oscuro per non aver rivali a glorificarlo. La bellezza che l’innamorava era il suo tormento, la gloria che l’inebbriava il suo martirio. Quel nome del suo Garibaldi su tante labbra femminili, la inquietava; tutte quelle donne che nei ritorni trionfali della Bojada e del Salto s’affollavano sul di lui passaggio, e lo plaudivano e gli sorridevano e lo coprivano di fiori, persino la cura singolare ch’egli aveva della nettezza della sua persona e dell’eleganza della sua acconciatura, la turbava e ingelosiva.

Un giorno Garibaldi fu visto comparire tra i suoi Legionari colla barba e i capelli accorciati.

— O come va, Colonnello (chiese taluno), che s’è fatto tagliare i suoi stupendi capelli!

— Cosa volete,amigo,[166]mia moglie è gelosa, e pretende che porto i capelli lunghi per dar nell’occhio alle belle. Però mi ha tanto tormentato per questi benedetti capelli, che io, per la pace di casa, ho finito ad accontentarla. —

E quella gelosia l’accompagnerà anche negli anni più maturi e morirà molto probabilmente con lei.

Un’altra volta durante la ritirata da Roma, giunta la colonna garibaldina a Montepulciano, uomini e donne fanno a chi più festeggia il famoso condottiero; ma quell’entusiasmo delle Montepulcianesi non va punto a sangue alla nostra creola, e maledice la proterva e lusingatrice bellezza delle Italiane; vede in ogni occhiata e in ogni sorriso un tradimento; punge il marito di querele e di sarcasmi, e non è contenta se non quando squilla il segnale della partenza, e può trascinar seco lontano da quella Capua insidiosa il troppo vagheggiato consorte.

Venne così il 1848; venne il giorno in cui per volontà del marito dovette lasciare il suo Continente nativo, e partir coi figli per quell’Italia che si sforzava ad amare ed ammirare, poichè era la patria del suo eroe; ma nella quale il suo istinto di donna le faceva presagire che avrebbe trovato la più terribile delle rivali, e forse, in un giorno non lontano, la fine del suo bel romanzo d’amore e la tomba. E fu quella la sua sorte. Sbalestrata di repente fra gente e costumanze straniere, separata dal consorte dall’immensità dell’Oceano, torturata da un amore pieno di sospetti e di gelosie, Anita non ebbe più, dal suo arrivo in Italia, una sola ora di pace. Penelope gelosa ella attendeva il suo Ulisse, colla stessa fedeltà dell’antica; ma non colla stessa rassegnazione.

E quando finalmente l’ora del ritorno suonò, e quella nave sospirata spuntò sull’orizzonte, e s’accostò e gettò l’áncora ed ella potè alla fine vederlo, abbracciarlo e sbramarsi di lui, oh come fu breve quellagioia comperata a prezzo di tante lagrime e di tante angoscie!

Non eran scorsi tre giorni, divisi essi pure tra le cure dell’armi e della politica, che Garibaldi si staccava nuovamente da lei e ripartiva per quegl’infelici campi di Lombardia, dove l’attendeva Morazzone. È ben vero che tre mesi dopo ella lo rivedeva ancora; ma per quanto tempo e in quale stato! Triste, irritato, ramingo, colla grave ferita d’Italia infissa nel petto:infixum sub pectore vulnus; risoluto più che mai, finchè gli restava un’arma e gli si apriva un campo, a ricominciare la lotta, venuto a dare un abbraccio fuggevole a sua madre, a sua moglie, a’ suoi bimbi; ma impaziente di ripigliare da capo la sua procellosa ventura.

Quella volta però le fu concesso d’accompagnarlo; sicchè dall’ottobre del 1848 al marzo del 1849 la troviamo ancora con lui a Bologna, a Ravenna, a Macerata, a Rieti, fino al giorno in cui il marito, sollecito di risparmiarle i pericoli della campagna imminente e desideroso che tornasse a rivedere i figli, decise di allontanarla e la fece ripartire per Nizza.

Ed ecco Garibaldi a Roma, e Anita nuovamente sola. La rincoravano, è vero, la bontà della suocera, le lettere del marito, le novelle divulgate delle sue prodezze e de’ suoi trionfi; ma che importava se egli era là solo, esposto ogni giorno a ignoti pericoli a faccia a faccia colla morte, forse ferito, forse morente, e, pensiero non meno angoscioso, incolume, ma in braccio d’un’altra donna e dimentico di lei!

Però la lontananza e l’incertezza cospirano talmente ad accrescere le smanie della solitaria, chè, giunto l’annunzio del terribile 3 giugno, ella non regge più all’affanno e toltosi per guida e cavaliereFelice Orrigoni,[167]un veterano di suo marito venuto d’America con lui, parte per Roma.

Era la mattina del 14 giugno: Garibaldi, il quale, sfabbricato il Casino Savorelli, aveva trapiantato il suo quartier generale a Villa Spada, vi stava facendo colazione col Sacchi, il Bueno, il Cucelli ed altri uffiziali, quando a un tratto la porta della sala si spalanca, Garibaldi getta un grido; e si trova un istante dopo tra le braccia d’Anita. Come fosse venuta, come avesse traversato tanto paese nemico deludendo in Toscana le spie austriache, e intorno alle porte di Roma le vedette francesi, e tant’altre interrogazioni e spiegazioni, tutto ciò s’immagina e si tralascia. Quel che non si può facilmente immaginare è la gioia di quelle due anime; ella estatica d’essersi ricongiunta al suo eroe, egli lieto d’aver trovato la sua scudiera ed amazzone di Laguna e di Coritibani, e superbo di mostrarla a’ suoi nuovi compagni d’armi d’Italia come il modello delle spose e delle madri; un’eroina degna di marciare al loro fianco.

Da quell’istante non si separarono più. Le peripezie della ritirata da Roma sono note; e già sappiamo che la intrepida donna se non fu di stimolo ai pigri, di conforto agli abbattuti, d’esempio ai forti, non fu mai di fastidio o d’impedimento ad alcuno.

Fame, sete, guerra furono le promesse del Capitano a’ suoi soldati, ed essa le accettò tutte come l’ultimo dei gregari.

Quel che dovesse soffrire incinta di sei mesi, sotto quei sollioni di luglio, in quelle notti senza sonno, in quelle marcie senza ristoro, in quegli incessanti allarmi e quei perpetui batticuori, lo pensino le madri; ma non un lamento usciva dalle sue labbra, non un segno tradiva il suo martirio.

Beata del suo amore ringiovanito, pareva fatta insensibile a tutte le sofferenze del corpo. Finchè poteva dividerli col suo amante, nè i travagli nè i pericoli, che pure fiaccavano i più gagliardi, le sembravano maggiori delle sue forze. Che se più d’una volta un malore repentino l’aveva avvertita che era donna ed era madre, il primo suo studio era stato quello di nasconderlo persino a sè stessa, affinchè nessuno potesse crederla un inciampo all’impresa dei forti, e il marito soprattutto non avesse mai alcun motivo, nemmeno quello pietoso della sua salute, di fermarla per via e di allontanarla da sè.

Pure a San Marino la natura reclamò alla fine i suoi diritti, e la febbretta, che da giorni le covava nel sangue, non le accordò più tregua, e divampò con tutti i caratteri d’una violenta perniciosa. Non le fu più possibile allora l’infingersi; pure quando Garibaldi la consigliò d’arrestarsi in quel luogo ospitale e pronunciò quella odiosa parola di separazione, essa non volle a nessun patto ascoltarla, e simulando ancora una forza che ad ogni istante l’abbandonava, si ostinò a voler proseguire il suo fatale cammino. Era un suicidio; e non è troppo il dire che la soverchia arrendevolezza del marito ne fu complice involontaria.

Pochi giorni dopo infatti, della forte Anita non restava più che un corpo agonizzante; e il disperato marito, dopo averla portata sulle sue braccia traverso l’acque e le boscaglie d’una contrada irta di agguatie di pericoli, dovrà credere ancora somma ventura se la pietà coraggiosa di alcuni amici gli porgerà un letto su cui adagiarla, una stilla d’acqua con cui bagnarne le labbra spiranti, risparmiando alla morente l’ultimo oltraggio del destino, di finir come belva traccheggiata, dalla muta feroce, nel canneto d’una maremma.

Era pietà che la luttuosa tragedia finisse, e il 4 agosto 1849 Anita Garibaldi non era più. Ella aveva invocato suprema grazia dal marito di non essere separata da lui che morta, e il suo voto fu esaudito. Anita morì come aveva sognato, tra le braccia del suo caro, specchiando fino all’ultimo anelito i suoi occhi moribondi in quel volto tanto adorato; ma chi potrebbe dire ch’ella sia morta felice? Chi può affermare che il pensiero di lasciar solo sulla terra, bandito e cerco a morte, l’uomo dell’anima sua, non abbia funestato i suoi ultimi istanti, e che l’oscura visione del suo eroe, tradotto fra uno stuolo di soldati, moschettato contro una muraglia, appeso ad una corda infame, non sia passata come meteora sanguinosa, nella tenebra della sua agonia, perseguitando fino all’orlo della fossa il suo spirito fuggente?

Innanzi a questo pensiero il cuore si stringe e la penna s’arresta. Se la poesia tornerà alle eccelse sorgenti dell’ideale, e questa Bradamante troverà il suo Ariosto, tutta l’intima bellezza di codesta eroina dell’amore sarà conosciuta, e la mesta plejade di Francesca e di Sofronia, di Tecla e di Margherita, avrà una stella di più.

Povera fanciulla strappata dal fato all’ombra della sua casa natía, travolta nel turbine d’un arcangelo ribelle, trapassata sulla terra in una vicenda incessante d’affanni e di perigli, consacrata volontaria ad unolocausto perpetuo di fede, di devozione e d’amore, venuta infine a morire in Italia per una causa non sua, un solo dolore, forse, le fu risparmiato, ma il supremo: quello di vedere il suo eroe profanare d’amori senili l’epica bellezza del suo amore giovanile, e il suo idolo sgretolato dagli anni mostrare il torso di creta dell’Adamo volgare.

Al punto in cui Garibaldi lasciava la stanza mortuaria d’Anita e dava le spalle alle Mandriole, leMemoriedi Gioachino Bonnet si fermano, e a noi non restano delle vicende del fuggitivo, sino al suo arrivo in Toscana, che poche e sommarie notizie.[168]Raccolto, a poca distanza dalle Mandriole, dal Montanari e dal Soldi, fu condotto a Sant’Alberto, dove nell’osteria di Ferdinando Matteucci trovò un primo ricovero. Essendo corsa però la voce dell’avvicinarsi di due battaglioni austriaci, parve maggior sicurezza nasconderlo nella casa del signor Antonio Moreschi, d’onde poco dopo fu fatto passare nel bosco dellaScorticata, di proprietà dei signori Buffa di Ravenna. Il luogo però non essendo apparso abbastanza sicuro allo stesso Garibaldi, si deliberò di condurlo il giorno medesimo nella Pineta di Ravenna e di là subito dopo alla Valle Guiccioli, detta Marubio. Colà venne a prenderlo in consegna il popolano Giuseppe Savini di Ravenna, che tenutolo per alcuni giorni rimpiattato in un casolare delle Paludi di Ravenna, dette anche Valli di Canna,lo passò ad Antonio Fuzzi, ravennate esso pure, che lo affidò a sua volta a Don Giovanni Verità, onesto e patriottico sacerdote di Modigliana, mercè il quale, traverso il Passo della Futa, sconfinò in Toscana. Da allora, passando sempre da mano amica in mano amica, sgusciando sovente in mezzo alle ronde mandate alla sua caccia, sedendo talvolta nelle osterie alla stessa tavola coi Croati sguinzagliati alle sue peste, udendoli persino pronunciare, tra un sorso e l’altro, il suo nome, e non ostante la sua testa singolare e la sua barba caratteristica, che non volle radersi mai, passando dovunque irriconosciuto, valica protetto fidamente dalla sua stella, che poteva ben dirsi la sua provvidenza, i due versanti dell’Appennino, e verso la fine dell’agosto può dirsi, se non interamente salvo, scampato dai pericoli e dalle distrette maggiori.

Giunto però il 25 agosto al Molino di Cerbaja, presso Prato, un assistente di strade lo riconosce e si fa riconoscere suo amico, e da quell’istante tutte le stazioni del suo itinerario tornano a divenire note e precise. Il 26 agosto un fidato dell’assistente lo conduce nascostamente a Poggibonsi, di là un’altra persona lo porta a Pomarance, dove Antonio Martini lo ospita. In appresso, sempre sotto finto nome, Camillo Serafini lo tragitta a San Dalmazio, dove lo raccomanda al Guelfi, il quale a sua volta condottolo prima a Massa Marittima, poi a Follonica, lo commette finalmente alle mani di Paolo Azzarini, marinaio di Rio, ma oriundo genovese, che si offre di portar Garibaldi in terra di salute, e narra egli stesso le vicende del suo viaggio così:

«Di buon mattino imbarcai l’eroico generale Garibaldi e il capitan Leggiero, e mi diressi all’Isola dell’Elba. A Capo Castello sbarcai mio padre, e un marinarodi Capoliveri, perchè vi fosse sempre il numero. Il Deputato di sanità mi firmò abusivamente la patente, e la sera feci vela per il Golfo della Spezia. All’indomani a mezzogiorno si era giunti in vista di Livorno, ove si vedevano passeggiare le sentinelle tedesche. Il giorno dopo giunsi felicemente a Porto Venere. Colà sbarcai l’eroico Garibaldi con Leggiero. Garibaldi mi diede per ricompensa un piccolo scritto di sua propria mano, che conservo come la pupilla de’ miei occhi. Esso era così concepito:

»Il padrone Paolo Azzarini, che la fortuna mi fece incontrare in terra italiana, dominata dai Tedeschi, mi ha trasportato su questo luogo di asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente e senza interesse.»

Garibaldi era salvo, ma non tranquillo ancora. Fattosi portare da una vettura a Chiavari, appena l’Intendente di questa provincia, conte Di Cossilla, seppe il di lui arrivo, corse a lui, e pregatolo di non dar molestie alla città lo fece tradurre sotto scorta di Carabinieri a Genova, dove arrivò la sera del 7 settembre; e dove il La Marmora, ubbedendo agli ordini del suo Governo, lo tenne «non prigioniero, ma in arresto,» come dirà più tardi il ministro Pinelli, in realtà chiuso e guardato a vista nel Palazzo ducale.

La notizia però dell’arresto del favoloso eroe, proprio nel punto in cui dopo tanti travagli toccava il libero suolo di quello Stato, dove egli era cittadino, destò nella parte più liberale del popolo piemontese una viva impressione di scontento, e la Sinistra del Parlamento subalpino se ne fece tostamente l’interprete. Presentata dal deputato Sanguinetti una petizione dei Chiavaresi, colla quale «reclamavano contro l’arresto del generale Garibaldi, suddito sardo,» s’accendeva intorno ad essa una vivacissima discussione. Il Pinelli si trinceramalamente dietro una povera ragione di leguleio; il Rattazzi vede nell’arresto di Garibaldi offeso il diritto di cittadino, violata la legge, e una trasgressione patente dello Statuto; il Baralis esclama, tra gli applausi della tribuna: «Il generale Garibaldi non può esser reputato reo che delle sue prodezze;» il Lanza propone quest’ordine del giorno, in cui proclama: «La violenza usata a Garibaldi è un insulto fatto alla Nazione;» e la Camera finalmente vota una mozione del Tecchio, ancora più esplicita ed energica:[169]«La Camera, dichiarando che l’arresto del generale Garibaldi, e la minacciata espulsione di lui dal Piemonte, sono lesioni dei diritti consacrati dallo Statuto e dei sentimenti di nazionalità e della gloria italiana, passa all’ordine del giorno.»

Ma è vecchia arte di tutti i Governi fiacchi, epperò ipocriti, che i decreti de’ Parlamenti, quando non si possono prendere di fronte, si eludono; onde il Pinelli, che aveva egli pure nel sangue il terrore superstizioso del Diavolo rosso, s’accorda segretamente col La Marmora perchè induca Garibaldi a espatriarsi, assegnandogli, se consentisse, una pensione mensile di trecento lire; ponte d’argento a nemico che fugge. E il La Marmora si tolse l’incarico, trattando, è vero, con cavalleresca cortesia l’eroe; ma anch’egli, checchè se ne dica, violando un ordine del Parlamento che aveva due soli giorni di data. Comunque, egli riuscì perfettamente nel suo assunto; e la lettera, con cui ne ragguaglia il Dabormida, è documento interessantissimo che fa onore all’abilità ed alla penetrazione del Generale piemontese; ma che onora anche più la lealtà del Capitano nizzardo.

«Garibaldi (scrive il La Marmora,[170]alludendo alla promessa fattagli di tornare entro due giorni da Nizza) Garibaldi ha mantenuto la sua parola, come ne ero certo. Gli feci intendere come il Governo desiderasse il suo allontanamento, non perchè temesse di lui, ma perchè i turbolenti avrebbero col pretesto suo compromesso molte persone e lui stesso: che d’altronde stando in paese era impossibile dargli un impiego, mentre andando egli all’estero poteva il Governo accordargli un sussidio mensile. Piegò egli con garbo a persuadersi alle mie proposte, e fummo facilmente d’accordo che egli se ne andrebbe a Tunisi, e che il Governo gli farebbe una pensione di trecento lire al mese, finchè egli colà rimane.[171]Infatti tutto è preparato e ordinato perchè il vapore, che parte domani per la Sardegna, da Cagliari prosegua fino a Tunisi.

»Garibaldi non è uomo comune, la sua fisionomia, comunque rozza, è molto espressiva. Parla poco e bene: ha molta penetrazione; sempre più mi persuado che si è gettato nel partito repubblicano per battersi e perchè i suoi servigi erano stati rifiutati. Nè lo credo ora repubblicano di principio. Fu grande errore il non servirsene. Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare. Come abbia riuscito a salvarsi quest’ultima volta, è veramente un miracolo.»

E quel che Garibaldi promise attenne. Il 16 settembre 1849 egli s’imbarcava sulSan Michele, alla volta di Tunisi, per ricalcare una seconda volta l’amara via dell’esiglio; proscritto con garbo, ma proscritto da quello Stato d’Italia che, a que’ giorni, era l’unico asilo de’ proscritti; sospettato d’essere una cagione d’inquietezza e di molestia a quella patria, alla quale era venuto, traverso l’Oceano, a dare il suo sangue senza chiederle se fosse repubblicana o monarchica, senza levare altra bandiera che quella della sua indipendenza e della sua unità, nè invocare, così dai Re come dai Triumviri, altra grazia che quella di combattere e morire per essa.

Ma partendo, quante memorie non lasciava a quella patria; quante belle pagine di valore, quanti nobili esempi di virtù non aveva scritto nel primo volume del suo risorgimento! L’Italia l’aveva ricevuto famoso dal primo esiglio, lo mandava nel secondo glorioso. La sua figura s’era ingrandita, in que’ soli due anni, di molti cubiti; il suo nome noto soltanto, prima del quarantotto, alla classe ristretta degli studiosi ed all’Italia sotterranea dei patriotti e dei cospiratori, era divenuto a un tratto popolare e solenne. I militari, i tecnici discutevano ancora se egli fosse più condottiero o capitano; ma una vasta legione di giovani soldati da lui istruita, e per lui sempre pronta a morire, non conosceva altri generali che lui; lo nominava «il Generale» senz’altro, il generale per antonomasia, l’unico generale vero per essa, come i discepoli di Palestina chiamavano «Maestro» senza più il figliuolo del fabbro nazzareno, che aveva saputo toccarei loro cuori e accendervi la fiamma d’una fede novella.

Egli aveva aperta una nuova scuola di guerra; una schiera di valenti ufficiali creati ed educati da lui ne continuava dall’esiglio la tradizione, ne meditava gli insegnamenti, si preparava, quando la tromba suonasse di nuovo, a rinnovarne, su altri campi, gli esempi e la gloria. La leggenda cominciava già a sbocciare intorno alle sue gesta: e la Storia medesima non sapeva scriverne senza chiedere a prestito alla Poesia le sue immagini e i suoi colori. La breve campagna di Lombardia non era parsa che un saggio di ardimento generoso, ma sterile; la campagna di Roma era sembrata un poema, e la sua ritirata un miracolo. E poichè questa ritirata riassume tutta l’epopea garibaldina di quell’anno, e fu, a parer nostro, una delle più maravigliose imprese di lui, e per giunta impresa tutta sua, combattuta e vinta unicamente dalla sua perizia e gagliardía, alla quale si direbbe che le sue milizie non parteciparono che per guastarla; così vogliamo che ella sia giudicata da tale, sul cui giudizio non possa cadere pur l’ombra d’un sospetto di tenerezza per l’eroe nostro, e di parzialità per la causa che difendeva: da Alfredo De Reumont, storico insigne e amante delle glorie italiane, ma Tedesco, clericale, diplomatico, rappresentante della Prussia presso il Granduca di Toscana, prima e dopo la ristaurazione: tutto quello che di più antigaribaldino e antirivoluzionario l’Europa del 1815 abbia generato:[172]

«Garibaldi tenne quasi il mezzo tra il Fra Monreale del 400, ed Alfonso Piccolomini di Montemarcianodel 600, servendo come quello una effimera Repubblica romana, senza lodarne i capi; e come questi andando inseguíto attraverso l’Umbria, la Toscana, le Romagne, colla sola differenza con tutti e due che, più destro o più fortunato di essi, non venne nè decapitato come l’uno, nè appiccato come l’altro.

»In modo veramente maraviglioso l’ultimo pugno dell’armata repubblicana romana andò a finire sul territorio dell’infima Repubblica italiana, mettendo a repentaglio l’esistenza di quel modestamente felice San Marino, che dai tempi del cardinale Alberoni in poi non aveva attraversato simile burrasca.

»Il modo con cui Garibaldi giunse fino a San Marino, confina col miracoloso. Sarebbe fargli torto il porlo fra il comune degli uomini. Si può giudicare come si vuole le sue opinioni politiche e persino la sua moralità; ma come condottiero di bande libere ha mostrato un raro talento, e la sua condotta in Roma, tanto prima, quanto durante l’assedio, lo ha fatto conoscere sotto un aspetto più favorevole di quello che si avesse motivo d’aspettarsi. Ha conservato la disciplina nella sua truppa raccogliticcia, in cui v’erano anche avventurieri della peggior specie; ha combattuto da coraggioso soldato, se non sempre come comandante; quando s’accorse che si sagrificavano infruttuosamente vittime umane, e che tutto era inutile, lo dichiarò apertamente ai Triumviri, senza badare ai loro acerbi rimproveri. Alla resa della città, si ritirò quietamente ed ordinatamente coi suoi rimastigli o quei pochi che gli si erano aggregati negli ultimi momenti, senza neppure essere ringraziato da coloro pei quali aveva arrischiato la vita. La risolutezza ed il sangue freddo non si possono negare neppure al nemico.»

CARTA ITINERARIA della ritirata di Garibaldi da Roma — 1849.(Versione più grande)

CARTA ITINERARIA della ritirata di Garibaldi da Roma — 1849.(Versione più grande)

Ma la pena dell’esiglio richiede, oltre la terra che vi sfratta, un’altra terra che vi raccolga, e a Garibaldi mancò per lungo tempo anche questa. Egli era anche più increscioso alla Francia repubblicana che al Piemonte monarchico; e il Governo di Luigi Napoleone aveva già fatto intendere al Bey di Tunisi, come avrebbe veduto assai di mala voglia che egli desse ricetto al rivoluzionario condottiero, che dal 30 aprile al 15 luglio aveva dato tanta faccenda agli eserciti della grande nazione. Il Bey, pertanto, che amava restare nella grazia del potente vicino d’Algeria, tenne il monito imperiale per comando e vietò che Garibaldi sbarcasse in qualsiasi porto di Barberia, costringendolo a ripartire con un altro bastimento per Malta, o per dove meglio gli piaceva.

Malta però non sorrideva al nostro proscritto, e ottenne dalla condiscendenza del capitano d’essere sbarcato all’Isola della Maddalena, la maggiore del gruppo d’isolette che fanno arcipelago nel Golfo di San Bonifacio.

E fu ventura. Pietro Susini, sindaco della Maddalena, padre di quel Susini Millelire che Garibaldi aveva lasciato capitano nella Legione di Montevideo, tenne a singolare onore d’accogliere al suo focolare l’uomo favoloso che di là dall’Oceano era stato meglio che capo, amico, secondo padre a suo figlio; e Garibaldi passò nell’isoletta ospitale, nel consorzio di quei poveri e semplici pescatori, i giorni forse più riposati e tranquilli della sua vita procellosa. Viveva di nulla, passava la giornata alla caccia e alla pesca, imparando a memoria tutte le calanche e tutte le macchie delleisole circonvicine; e cominciando probabilmente fin d’allora ad innamorarsi di quella Caprera che preferirà un giorno alle più splendide dimore d’Italia, e renderà celebre quanto il suo nome.

Ma era detto che nemmeno nel più oscuro e pacifico angolo d’Italia egli potesse vivere oscuro e pacifico; com’era detto che il ministro Pinelli non potesse godere un istante di sonno, finchè quel terribile orco della rivoluzione errava sui lidi d’Italia.

Un giorno infatti del 1850, che è, che non è, si presenta nelle acque della Maddalena il bastimento di guerraColombocoll’ordine di prender Garibaldi a bordo e di portarselo a Gibilterra. E Garibaldi, ormai rassegnato a tutto, lasciò fare e partì. Pochi giorni prima s’era buttato a nuoto per salvare un canotto sardo che naufragava; e fu quello il solo tributo di riconoscenza che potè pagare a’ suoi ospiti generosi, e insieme la sola azione peccaminosa dopo la ritirata di San Marino e la fuga di Comacchio, ch’egli compì in Italia.

Nemmeno Gibilterra però lo voleva. Il Governatore inglese gli permise lo sbarco per alcuni giorni, ma non un soggiorno più lungo; il Console spagnuolo, interpellato se la Spagna l’avrebbe raccolto, rispose seccamente di no; per cui sbandito dall’Italia, perseguitato dalla Francia, cercato a morte dall’Austria, congedato dall’Inghilterra, respinto dalla Spagna, assai probabilmente internato dalla Svizzera, e della Germania e della Russia non si discorre, è manifesto che in tutta la vecchia Europa l’unico ospizio ancora aperto al nostro perseguitato era la mussulmana e barbara Turchia.

Fu allora che il Console degli Stati Uniti d’America e seco lui gli ufficiali della sua squadra, indignatidella codarda persecuzione onde l’eroe era fatto segno, gli offersero di prenderlo sotto l’egida della loro bandiera e di trasportarlo gratuitamente nel loro paese. Ma Garibaldi non sapeva ancora decidersi e mettere fra sè e la patria, l’Oceano; forse un ultimo filo di speranza lo teneva ancora avvinto all’Italia; e saputo che a Tangeri era console di Sardegna il signor Carpaneti di Genova, suo vecchio conoscente, si risolvette di tentar novellamente la terra d’Africa, e di recarsi da lui. E il Carpaneti l’ebbe caro come un fratello; l’accolse in sua casa, lo protesse della sua autorità; gli avrebbe fatto obliare che quella era terra d’esiglio, se gli esuli potessero obliare. Garibaldi invece come pellegrino che, giunto in luogo di sicurezza e di riposo, rifà colla mente il cammino percorso e ne racconta a sè medesimo le vicende; provò per la prima volta il bisogno di narrare «sè stesso ai posteri» e di scrivere i suoi ricordi. A Tangeri infatti furono incominciate quelleMemorie, che fino ad ora il mondo conosce nelle traduzioni di Dumas padre e di Elpis Melena, che fino al 1848 furono a noi storici la scorta più fidata, che un giorno, quando veggano la luce in tutta la loro interezza, saranno forse uno dei più preziosi documenti e dei più curiosi monumenti della nostra storia e della nostra letteratura.

Nemmeno a Tangeri però dimorò a lungo. Garibaldi non era pervenuto ancora a quell’età, in cui, divenuto impossibile l’operare, il solo ricordare le cose operate tien luogo d’azione. Garibaldi contava appena quarantadue anni; aveva ancora le braccia sane, teneva un’arte nobile e fruttuosa alle mani, sentiva sempre, come a’ suoi più giovani anni, il virtuoso orgoglio di non dovere che a sè stesso la propria esistenza, e non potendo appagarsi di quell’ozio larvato di scombiccherarequaderni, nè volendo abusare più a lungo della generosità dell’ospite amico, risolvette di lasciar Tangeri e di andar a cercare in altri lidi pane e lavoro.

Congedatosi pertanto dal Carpaneti, sull’aprile del 1850 s’imbarca per l’Inghilterra; approda a Liverpool; vi è assalito per la prima volta da quell’artritide che lo accompagnerà fino alla sua morte; ma appena riavuto, parendogli poco propizia a’ suoi progetti di lavoro anco l’Inghilterra, veleggia per gli Stati Uniti e sbarca in quell’anno stesso a New-York.

E colà il problema del pane quotidiano gli si presenta di nuovo in tutta la sua crudezza. Aveva chiesto, cercato, aspettato più mesi un comando di bastimenti (fosse stato anche insecondose ne sarebbe accontentato), e il comando non veniva; aveva picchiato a tutte le porte d’amici e conoscenti alla busca d’un mestiere purchessia, ma il mestiere non si trovava; aveva bighellonato per settimane in uno sciopero forzato per tutte le vie di New-York, e si era uggito e vergognato insieme; quando il caso gli fece incontrare un altro Genovese, certo Meucci, proprietario d’una fabbrica di candele, che non potendo offrirgli nulla di meglio, gli offerse un posto nella sua fabbrica. E doveva essere davvero uno spettacolo curioso: il vincitore del 30 aprile contornato di sugna e di stoppini, affaccendarsi da mane a sera a manipolare, ad impaccare e spedire candele ai due mondi, di cui lo dicevano l’eroe: curioso e toccante insieme; chè nulla commove di più della vista d’un uomo già grande, il quale, sdegnando vivere parassita della sua passata grandezza, corregge l’errore dell’avversa fortuna colladignità del lavoro. Più l’opera sua par bassa, e più la sua figura s’innalza; più le sue mani sono sudicie, più la sua anima brilla di sublime candore.

Per ventura sua l’aspra prova non durò più d’un anno, ed alla fine potè tornare novellamente al suo elemento e rivivere alla sua arte.

Eletto da una Società italo-americana a comandante di un bastimento che doveva battere gli scali dell’America centrale, in sul finire del 1851 salpa da New-York; arrivato però a Panama, una febbre potente, che lo riduce quasi in fin di vita, lo sforza a rinunciare il bastimento; scampato tuttavia mercè la sua gagliarda tempra da quel nuovo pericolo, incontra nel Porto stesso di Panama quel Carpaneti che l’aveva ospitato a Tangeri, e che allora navigava con un altro bastimento, detto ilSan Giorgio, per Lima; onde raccolto coll’antico affetto dall’amico, s’imbarca con lui, e salpa ben presto per il Pacifico e la capitale del Perù. Ivi però nuova fortuna. Il signor Don Pedro De’ Negri, intraprendente genovese, arricchitosi al Perù, specialmente nelle miniere d’argento delCerroe diPasqua, simpatizza prontamente col già famoso suo compatriotta e gli offre di fare per conto suo un viaggio alla China con un doppio carico di grani e d’argento. Era la prima volta che s’apriva a Garibaldi la possibilità di varcare il Grand’Oceano. Il bastimento, battezzatoLa Carmen, non era più nuovo, portava appena ottocento tonnellate, e aveva bisogno di molti raddobbi; ma per quel capitano avvezzo alle garapere e alle tartane, poteva parere unLeviathan. Fornito il carico all’Isola di Cincia (costa Sud del Perù a trecento miglia dal Callao), tornato in brevi giorni a Lima per compirvi le provviste e l’equipaggio, nei primi di gennaio del 1852 spiegò lietamente le vele per le costed’Asia, e dopo novantaquattro giorni di navigazione felice getta l’áncora nel Porto di Hong-Kong.

Di tutta quella traversata soltanto un sogno parve memorabile a Garibaldi; ma un sogno sì strano e terribile, che soltanto narrato dalla stessa penna di colui che lo ebbe, può parere credibile.

«Solo una volta (scrive Garibaldi stesso),[173]io raccapriccio nel rammentarmela, sull’immenso Oceano Pacifico, tra il Continente americano e l’asiatico, colla Carmen, ebbimo una specie ditifone, non formidabile come quelli che si sperimentano sulle coste di China, ma abbastanza forte per farci stare parte della giornata, 19 marzo 1852, colle basse gabbie — e dico tifone, perchè il vento fece tutto il giro della bussola, segno caratteristico del tifone, ed il mare si agitò terribilmente come suole in quel grande temporale.

»Io ero ammalato di reumatismi, e mi trovavo nel forte della tempesta addormentato nel mio camerino sopra coperta. Nel sonno io ero trasportato nella mia terra natale; ma in luogo di trovarvi quell’aria di Paradiso ch’ero assuefatto di trovare in Nizza, ove tutto mi sorrideva, tutto mi sembrava tetro come un’atmosfera di cimitero; tra una folla di donne ch’io scorgeva in lontananza, in aria dimessa e mesta, mi sembrò di scorgere una bara — e quelle donne, quantunque movessero lentamente, avanzavano però alla mia volta. Io con un fatale presentimento feci uno sforzo per avvicinarmi al convoglio funebre, e non potei movermi, avevo una montagna sullo stomaco. La comitiva però giunse al lato del mio giaciglio, vi depose la bara e dileguossi.

»Sudante di fatica, avevo inutilmente cercato di sorreggermisulle braccia. Ero sotto la terribile influenza d’un incubo — e quando principiai a movermi, a sentire accanto a me la fredda salma d’un cadavere, ed a riconoscere il santo volto di mia Madre, io mi era desto; ma l’impressione di una mano ghiacciata era rimasta sulla mia mano.

»Il cupo ruggito della tempesta ed i lamenti della poveraCarmenspietatamente sbattuta contro terra, non poterono dileguare interamente i terribili effetti del mio sogno.

»In quel giorno ed in quell’ora certamente io ero rimasto privo della mia genitrice, dell’ottima delle madri.»

Rammentiamoci infatti che il 19 marzo 1852 la signora Rosa non era più.

A Hong-Kong però avendo saputo che il corrispondente commerciale del De Negri, MrKing, era partito per Canton, il Generale stimò opportuno raggiungerlo colà; trovatolo di fatto e ricevuto l’ordine di riportare il carico ad Amoy, salpa a quella volta, vi scarica e vi vende ad ottimi patti, ritorna subito dopo a Hong-Kong, rimonta il fiume omonimo fino a Wampoo, rifà un nuovo carico da trasportare a Lima, e nell’autunno di quell’anno, battendo la stessa rotta, senza avventure notevoli, riapproda colla stessa fortuna nel porto d’onde era partito.

Non restò per altro a terra lungo tempo, chè al cominciare del 1853 è rinviato dallo stesso Negri a New-York a prendervi il comando delCommonwealth, un tre alberi di mille duecento tonnellate, destinato a caricare carbone in Inghilterra e trasportarlo in Italia. E infatti il nostro Capitano marittimo parte quasi subito per New-Castle e vi fa il carico assegnatogli; appena lesto, spiega la vela; e dopo cinqueanni di lontananza, cominciando il 1854, viene a dar fondo nel Porto di Genova, e rivede quell’Italia che era stata su tutti i lidi la stella polare e la mèta suprema del suo cammino.[174]

Nè alcuno gli aveva contrastato lo sbarco. Il Governo piemontese era guarito de’ suoi puerili terrori, la sua politica aveva già preso colore più vivo di italianità: il Governo era passato nelle mani del conte di Cavour, e basti. Il Capitano delCommonwealthnon fu dunque molestato; ed egli potè liberamente metter piede a Nizza ad abbracciare i suoi tre bambini che non rivedeva da cinque anni; a salutare, almeno nella tomba, la sua povera madre, a cui aveva date sì torbide gioie e sì scarse consolazioni.

E in Nizza stette tutto quell’anno 1854, tranquillo e quasi dimenticato, contento d’avviare con un altro bastimentuccio, detto l’Esploratore, un po’ di cabotaggio per i mari vicini; arrischiandosi, una volta, fino a Marsiglia, dove pare che la Polizia napoleonica fosse disposta a chiudere un occhio e a lasciare in pace il suo antico perseguitato.

Le sue corse più frequenti però erano ancora per la Sardegna, dove già andava mulinando di fissare la sua dimora; e fu appunto in una di esse che sorpreso da un grosso fortunale nelle Bocche di San Bonifacio, e resogli impossibile il continuare la rotta per Porto Torres, si gettò a rifugio sulla costa della Maddalena; e colà dimorando alcuni giorni, gli balenò per la prima volta l’idea di comperare una parte dell’Isola di Caprera.

Aveva riscossi alcuni residui de’ suoi stipendi di Montevideo; nei suoi ultimi viaggi marittimi aveva messo da parte qualche peculio; una sommetta aveva raccolta dall’eredità del fratello Felice; onde gli pareva venuto il momento di metter a profitto i suoi modesti capitali, e che nessun impiego fosse migliore di quello.[175]

La Caprera, come è noto, sorge tra il lato orientale della Maddalena, e il capo settentrionale dellaSardegna, dalla quale è divisa soltanto dal piccolo golfo d’Arsachena. All’aspetto è un masso granitico oblungo che s’avvalla ad occidente, s’innalza al punto opposto e scende da quella banda a picco sul Mediterraneo. Un monte, detto il Teggiolone, alto non più che trecento metri sul livello del mare, lo corre da nord a sud, e cominciando da Punta Galera, sua estremità settentrionale, va a finire, traverso valloncelli e frane e scoscendimenti, alla così detta Punta Rossa, che forma a mezzodì uno de’ corni del golfo di Arsachena. Misura tre chilometri di larghezza e cinque di lunghezza; la nuda roccia dominante su tutta l’Isola è spalmata a intervalli da sottili strati di terra vegetale, su cui verdeggia a stento fra folte macchie di lentischi e di arbusti qualche oasi erbosa. Il clima vi è, come in tutte le nostre isole, temperato e l’aere salubre; ma scarsissima l’acqua, incessante il giuoco de’ venti e turbinoso il Maestro. Pescose le rive, ma irte di punte, di secche, di scogliere; innumeri perciò le anse, i seni, le calanche, ma di veri porti nessuno; unici punti d’approdo, per barche mezzane il porto dello Stagnarello a settentrione e l’insenata d’Arsachena a mezzodì.

Nel 1855 Caprera era divisa tra due soli proprietari: il Demanio sardo, che vi occupava il lato settentrionale e l’aveva già partito in piccoli lotti per metterlo in vendita, ed i signori Collins, inglesi stanziati alla Maddalena, che vi possedevano il meridionale più ad uso di caccia che per speranza d’un frutto qualsiasi. Nel rimanente due famiglie di pastori, di cui si perdevano tra gli anfratti della valle le povere capanne; qualche branco di capre e di pecore erranti tra gli scogli in cerca d’una magra pastura; qualche volo di pernici e di beccaccie migrate dalla vicinaSardegna annidiate tra le macchie; poche coppie di caproni selvatici inerpicati su pei greppi del Teggiolone: ecco i soli esseri viventi del luogo.

Nessuna amenità di sito adunque, nessuna feracità di suolo, nessuna varietà di flora e di fauna; ma in cambio il mare profondo, la solitudine immensa, la libertà imperturbata: tutto quanto bastava agli occhi di Garibaldi per trasformare l’orrido scoglio in un orto d’Esperia. Oltre di che l’aveva preso la passione dell’agricoltura, cosa meno strana di quel che appaia, poichè l’amor de’ campi e l’amore del mare sono fratelli e nascono entrambi dal bisogno della vita libera, solitaria, e dal profondo sentimento della natura infinita.

Alleandosi pertanto le illusioni dell’agricoltore alla misantropia dell’uomo ed alla fantasia del poeta, Garibaldi decise comperare la maggior parte di que’ lotti vendibili, e di trapiantarvi stabilmente le nomadi tende della sua vita.

Ma per far tutto ciò, una prima cosa era necessaria: rendere l’Isola abitabile, costruirvi cioè una casa. E a questo pure Garibaldi aveva pensato; ma a modo suo, quanto dire primitivo e singolare sempre. E punto primo, la casa dovrà essere una riproduzione perfetta di quelle di Montevideo: un semplice quadrato di quattro camere poste su d’un piano solo, coperto da una terrazza bianca e liscia che serva insieme di tetto e di vasca alle acque piovane, che vengono poi raccolte per via d’un canale in un serbatoio interno, ecco la reggia fastosa che Garibaldi edificherà da sè stesso nel suo nuovo regno di Caprera. Quanto poi ai lavoratori, egli e quattro o cinque amici, Basso, Menotti, Gusmaroli, Froscianti, si spartiranno le faccende ed i mestieri, e coll’aiuto e la guida di qualche maestro muratore e falegname basteranno alla bisogna.Di necessità, durante i lavori, si vivrà accampati sotto le tende, alla militare; la caccia e la pesca dei dintorni provvederanno al vitto quotidiano, e al difetto di pratica supplirà l’ingegno, la lena e l’allegria.

E fu ancora in quell’anno ch’egli s’era tolta l’impresa della liberazione dei prigionieri di Santo Stefano. Pochi anni or sono il fatto era noto a pochissimi; leMemoriedel Settembrini e leLettereal Panizzi, di recente pubblicate, l’hanno reso notorio. Ventidue condannati politici, tra i quali Luigi Settembrini, Silvio Spaventa, Gennaro Placco, Filippo Agresti, giacevano da quattro anni nelle carceri di Santo Stefano; rei, come diceva la legge borbonica, «del delitto di maestà;» rei d’amor patrio. Come è natura dei prigionieri, degl’innocenti principalmente, il pensiero della fuga era incessante; quindi i disegni, i conati, i tentativi innumerevoli, arditi, strani talvolta, ma vani fino allora tutti. Sulla fine del 1854 però Antonio Panizzi, non mai dimentico della sua Italia e partecipe, più che non paresse, d’ogni congiura diretta al suo bene, combina col Settembrini a Santo Stefano e con Agostino Bertani a Genova un nuovo e più arduo progetto. I prigionieri penseranno essi a scappare dall’ergastolo forando con ferri, nascostamente introdotti, la vôlta della loro camera, e calandosi di là per i tetti, e le muraglie in una nascosta insenata a oriente dell’isola. Di fuori invece un piroscafo noleggiato da amici, e «comandato daun uomo unico,» passerà in una notte senza luna davanti a Santo Stefano, portando per segnale all’albero, o agli alberi,una fiamma bianca, odelle fiamme bianche, le quali s’abbasseranno per qualche momento, poi giunto vicino all’ergastolo si rialzeranno; il bastimento di giorno s’allontanerà, al tornar della notte s’avvicinerà di nuovo all’isola, ed a mezza notte manderà una lancia o due al seno indicato; colà i prigionieri porteranno una lanterna accesa rivolta alla parte della lancia, questa s’accosterà pronunziando la parola d’ordine:Panizzi; i prigionieri risponderanno colla parola:Settembrini; e ciò fatto la lancia toccherà terra, imbarcherà i fuggitivi e il piroscafo li rapirà con sè. E questo progetto tenne occupati, speranzosi, angosciati per più d’un anno i poveri cattivi; finchè ai primi di settembre del 1856 fu scritta loro la notizia che il piroscafo destinato alla fuga aveva naufragato sulle coste d’Inghilterra; e il disegno per allora completamente fallito.

«L’uomo unico,» di cui parlava il Panizzi nella sua lettera al Settembrini, era Giuseppe Garibaldi; e si converrà che se v’era uomo adatto a rischiare e condurre alla fine quella nobile impresa era lui; se non l’unico, il primo innegabilmente.

Il 6 agosto 1856 Garibaldi era in Genova; e tra lui e Felice Foresti, il compagno di Spielberg di Giorgio Pallavicino, succedeva questo dialogo:[176]

Garibaldi.— Tieni tu un assiduo carteggio col marchese Pallavicino?

Foresti.— Ci scriviamo di quando in quando.

G.— Ma dunque scrivigli, Foresti mio, che io sono importunato e messo continuamente alle strette da molti bravi giovinotti, che pur vorrebbero ch’io mi mettessi alla loro testa per incominciare un ardito movimento nazionale.

F.— D’onde vengono costoro?

G.— Dall’Italia centrale e dalla Sicilia; e parecchi appartengono all’Emigrazione italiana qui stanziata.

F.— Ma cosa rispondi tu alle loro inchieste insistenti?

G.— Che perseverino nel loro divisamento nobile e patriottico; ma in quanto ad attuarlo è forza che abbiano pazienza ancora un poco. Perchè, a dirti il vero, io reputo che sarebbe mal fatto di mettersi in campagna, o sull’Appennino con bande, prima della vegnente primavera.

F.— Ma io non comprendo come non si debba poter combattere anche d’inverno. Napoleone ha ripetutamente provato che lo si può fare.

G.— Io ho anche delle ragioni particolari per indugiare fino alla primavera: oggi non posso dirtele, ma te ne dirò una, e forse la principale. Io veggo che dobbiamo fare tesoro delle forze piemontesi regolari e volontarie: quindi la spinta al movimento, almeno indiretta, dovrebbe venirci dal Governo. Ma io non so.... non capisco. Mi pare che vi sia un’inerzia, un ritegno, un’indifferenza. Infine che cosa fa questo Partito Nazionale?

F.— Davvero non lo so propriamente: congetturo che s’adoperi per la causa italiana.

G.— Consenziente il Re?

F.— Non lo so.

G.— Ma, santo Dio, dovremmo pur saperlo! io offroil mio braccio, la mia vita all’Italia, e per essa alla Corona sabauda; ma vorrei vedere preparativi, udire assicurazioni d’appoggio, maneggi, movimento, vita.

F.— Lo desidero anch’io, ma non è che un desiderio.

G.— Giorgio Pallavicino e gli altri, che più facilmente avvicinano il Re ed i Ministri, si dieno le mani attorno; che mettano insieme de’ mezzi; che non mi lascino così sull’arena.

F.— Sì, te lo prometto.

E ciò, superfluo a dirsi, non perchè nell’animo dell’eroe si fosse intiepidita la fiducia nella rivoluzione e nelle armi popolari; ma per quella ragione già espressa al Foresti: che vedeva ormai la necessità di far tesoro delle forze piemontesi regolari e volontarie, e di attendere dal Governo la spinta. Era in sostanza l’idea che Daniele Manin e Giorgio Pallavicino si studiavano in quei giorni d’incarnare nel nuovo partito nazionale da essi immaginato: sottoporre ogni ragione di parte ed ogni questione di forma all’intento supremo dell’indipendenza e dell’unificazione d’Italia; accettare la Monarchia di Savoia, se essa accettava di fare l’Italia; fidare al Governo di Vittorio Emanuele l’arbitrato e l’imperio dell’impresa nazionale, spingendolo coll’agitazione, secondandolo, se era d’uopo, coll’insurrezione, ma lasciando a lui solo la scelta del modo e dell’istante.

Ora nessun documento, a parer nostro, rispecchia più fedelmente le idee e le opinioni del nostro Garibaldi in quell’anno, del dialogo da noi riferito. Era il momento in cui i conati d’insurrezione e i progetti di spedizioni pullulavano da ogni parte. Il Mazzini apparecchiava una delle sue solite scorrerie nell’Appennino apuano; il siciliano Francesco Bentivegna chiamavaalla riscossa, con ardimento infelice, l’Isola natía; i patriotti napoletani, capitanati principalmente da Enrico Cosenz, tramavano, colla Legione anglo-italiana, uno sbarco nel Regno,[177]e tutti questi, e quanti altri com’essi covavano progetti di sommossa o di congiure, mettevano capo a Garibaldi; e quali per capitano, quali per iniziatore, quali per ausiliare, tutti facevano assegnamento sulla virtù del suo braccio e sulla magía del suo nome.

E Garibaldi non si rifiutava, non poteva rinnegare la propria natura, ma non incoraggiava nemmeno; prometteva di seguire, ma rifuggiva dall’iniziare; suggeriva, stile insolito, cautele e temporeggiamenti, e siteneva sciolto da ogni impegno. E qui si conviene esser giusti. Il programma dell’egemonia piemontese, o come altri lo dice, dell’unità sotto Casa Savoia, non fu un trovato esclusivo e privilegiato di chicchessia; scaturì per virtù propria dalle viscere stesse della nostra storia, si svolse naturalmente da tutte quelle serie di avvenimenti che dal Quarantotto in poi corressero, se non mutarono, l’indirizzo della rivoluzione italiana e ne apparecchiarono il trionfo. La impotenza sempre più manifesta dei partiti puramente rivoluzionari, la sfacciata complicità dei Principati domestici colle signorie straniere, l’uso sapientemente moderato della libertà fatto dal popolo subalpino, la politica schiettamente nazionale del suo Parlamento e del suo Governo, e infine, più possente di tutte, la proverbiale lealtà di Vittorio Emanuele ai patti giurati; queste furono le prime e vere cagioni di quel grande e provvido primato della Monarchia piemontese, d’onde sorse l’Italia. Senza l’accordo provvidenziale di questi tre grandi fatti; senza la condotta antinazionale e liberticida degli altri Principi d’Italia, che spegnesse nelle collere popolari le ultime reliquie delle fazioni municipali; senza il fallimento ripetuto della parte repubblicana, che faceva parer accettabile anche a’ più radicali la Dittatura regia, certo l’assorbimento dei vecchi partiti rivoluzionari in un grande partito nazionale, monarchico ed unitario sarebbe stato assai più lento; e il risorgimento italiano, tra martirii e strazi novelli, differito a un giorno imprevedibile.

E certo l’ultimo tratto alla bilancia lo diede la spedizione di Crimea. Invano s’ostinavano a negarlo gl’increduli, a fraintenderlo i ciechi, a schernirlo e ripudiarlo i settarii; l’alto fatto parlava da sè. Quella schiera di prodi che il conte di Cavour spediva col vessillotricolore in pugno a combattere fra i primi eserciti d’Europa, portava nelle pieghe del suo vessillo, l’Italia; quella modesta, ma onorata vittoria di Traktir, era vittoria italiana; quelle alleanze, o quelle amicizie, onde il grand’uomo di Stato afforzava e muniva il Piemonte, erano forza e scudo d’Italia; quella voce ardita ch’egli faceva suonare ne’ Consigli europei era per l’Italia; tutta, insomma, quella breve, ma gloriosa pagina di storia del piccolo paese a piè dell’Alpi, era storia ormai di tutta Italia; e la nazione in suo segreto non esitava più a commettere le sue sorti a quel Re e a quel Ministro, che l’avevan difesa a viso aperto e fatta rivivere fra le genti civili.

Tutto ciò però ampiamente concesso, importa restituire a ciascuno il suo. Grande il merito del Piemonte, grandissimo quello di Vittorio Emanuele e del Cavour; ma non spregevole, non dimenticabile, quello degli uomini, i quali indovinarono per i primi il segreto della loro politica e ne propagarono l’idea. E tanto più meritevole, in quanto che essi medesimi, cresciuti in una fede diversa della monarchica, dovevano troncare il filo della propria tradizione e rompere in visiera coi partiti, ai quali erano sino a quel giorno appartenuti. Però la difficoltà vera dell’impresa assunta da Daniele Manin e da Giorgio Pallavicino era non tanto di dare una formola ad un concetto per sè definito e palese, quanto di evangelizzarlo fra genti diverse; di farlo accettare insieme dai repubblicani, dai rivoluzionari e dagli autonomisti di tutti i colori, di scomporre i fasci de’ vecchi partiti, e di ricomporre coi loro frammenti il fascio d’un nuovo grande partitonazionale. Ed al compimento di questo disegno potrà essere dubbio se più abbia cooperato il patrocinio onde li fiancheggiava il conte di Cavour, o l’adesione aperta che gli aveva data Giuseppe Garibaldi; ma infine, nella misura delle forze e delle influenze loro, tutti concorsero all’opera, e Garibaldi, pel primo, li secondò, poi li precorse e fin’anco li superò.

Di Garibaldi anzi conviene mettere in sodo un punto. Egli accettò il programma «della Dittatura sabauda,» come egli lo chiamava, senza riserva e restrizione di sorta. Avrà avuto in petto egli pure come il Mazzini un giorno, o come il Manin in quell’anno, il suo: «se no, no;» ma non lo espresse mai; e tutto quanto egli concesse, fu con incondizionata fiducia. Diverso in questo dagli stessi componenti ilComitato dell’Associazione nazionale, che litigavano se il laborioso programma dovesse dire: «finchè, opurchè, operchè, la Monarchia di Savoia sarà fedele ai patti promessi;» diverso dallo stesso Giorgio Pallavicino, che non sapendo guarire da’ suoi vecchi sospetti contro il Cavour,[178]ricompariva ad ogni istante a mettere condizioni, a esprimere diffidenze, a richiedere pegni che facevan, senza fallo, testimonianza del suo geloso amor patrio; ma che non erano certo buone prove del suo acume politico.

Garibaldi invece è come donna innamorata; una volta che si è dato, s’abbandona interamente. Il 13 agostovisita per la prima volta il conte di Cavour, e il Foresti, che l’accompagnava, così descrive l’incontro:

«Il nostro Garibaldi era a Torino il 13 corrente, ed io ve lo accompagnai. Cavour l’accolse con modi cortesi e famigliari ad un tempo, gli fece sperar molto, e l’autorizzò ad insinuare speranza nell’animo altrui. Pare ch’ei pensi seriamente al grande fatto della redenzione politica della nostra Penisola.... Insomma Garibaldi si congedò dal Ministro come da un amico, che promette e incoraggia ad un’impresa vagheggiata.[179]»

Più tardi, apertasi dalla stampa governativa la sottoscrizione pei cento cannoni d’Alessandria, e dalla democratica, quella per l’acquisto de’ centomila fucili, Garibaldi sottoscrisse, con patriottica neutralità, per entrambi; scontentando molti de’ suoi vecchi amici, ma più ancora sforzandoli col suo esempio ad imitarlo.

Alcune settimane dopo, essendo ai bagni di Voltaggio, e volendo ringraziare gli abitanti che l’avevano accolto con dimostrazioni di simpatia, scriveva loro, tra l’altre, queste significantissime parole:


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