Capitolo Settimo.DA VARESE ALLA CATTOLICA.[1859.]

Capitolo Settimo.DA VARESE ALLA CATTOLICA.[1859.]

Il grande anno intanto era spuntato. Napoleone III aveva già apostrofato il barone Hübner colle celebri parole: «Duolmi che le nostre relazioni col vostro Governo non siano più così buone come per il passato;» Vittorio Emanuele aveva già pronunciato nel Parlamento subalpino il fatidico motto dei «gridi di dolore,» e nessuno in Europa, non che in Italia, poteva fraintendere il senso di sì eloquenti responsi. Oramai ogni dubbiezza spariva, i frutti dell’alleanza di Crimea venivano a maturanza, e il segreto delle escursioni autunnali di Plombières cominciava a trapelare. Nessun fatto l’attestava chiaramente, ma ognuno nella mente sua ne era certo: il Piemonte e la Francia, meglio dire re Vittorio e l’imperatore Napoleone, avevano patteggiato la cacciata dell’Austriaco dall’Italia; e solo restava a «percorrere quello spazio oscuro (come dice Amleto), pieno d’incertezza e d’ansietà, che corre tra la risoluzione d’un disegno e la sua esecuzione.»

Nè l’Italia chiedeva a quali patti quell’alleanzafosse conchiusa. Come nel 1848 non v’era tradimento, per quanto assurdo, a cui gli Italiani non fossero disposti a credere; così nel 1859 non v’era generosità, per quanto sovrannaturale, di cui non fossero pronti a lusingarsi. Per essi il disinteresse della Francia era un dogma, al pari della lealtà di Vittorio Emanuele. Indarno il moltiforme stuolo de’ repubblicani, de’ radicali, de’ diffidenti per indole e dei malcontenti per progetto andava susurrando: pericolosa l’alleanza forestiera, certi i compensi promessi a Napoleone, unica mèta del conte di Cavour un regno dell’Alta Italia, e l’unità rinnegata e la libertà pericolante: tutte queste voci passavano senz’eco traverso l’anima credente della nazione e non la turbavano un istante. Assennata da’ suoi errori, l’Italia del 1859 aveva finalmente compreso: suprema necessità l’acquisto dell’indipendenza; vana, accademica, insolubile ogni altra questione prima che fosse risolta quella a tutte anteriore dell’essere; ogni mezzo valere a siffatto fine; provvida perciò anche l’alleanza forestiera, se le forze nazionali non bastavano all’opera, e tanto più se di quell’alleanza stava garante quel Re galantuomo, che, oltre al non poter tradire, era interessato per il primo a non barattare il suo piccolo, ma sovrano retaggio in una più grande, ma tributaria corona di vassallo.

Però il ricordarlo potrà spiacere a taluno, ma la verità è questa sola: l’alleanza francese era nel 1859, e rimase fino alla scoperta dei capitoli di Nizza e Savoia, popolarissima in Italia; e molti tra coloro che oggi rifatti liberi mercè sua la ripudiano e la maledicono, dimenticano d’averla in quell’anno festeggiata e benedetta. Nessun ricordo del grande inganno del 1796; nessun rancore della più recente aggressione del 1849. Così il Francese conquistatore e prepotentedel primo Bonaparte, come il Francese cocollato e liberticida del terzo, s’erano interamente ecclissati nella memoria popolare, per far luce al tipo, fantastico in parte esso pure, d’un terzo Francese, cavalleresco, disinteressato, paladino di un’idea, mosso unicamente dall’onesto orgoglio di dare egli il primo strappo ai trattati del 1815, e di vendicare nel nipote i torti fatti allo zio. Erano fratelli che venivano a liberare fratelli; era la nuova rivincita della stirpe latina contro il secolare nemico teutonico; e i calcoli della politica e i sillogismi della ragione non potevano scrollare la bella fede. Quindi quel giubilo, trepido tuttora e segreto, ma universale, al primo annunzio del grande avvenimento; poi quell’entusiasmo aperto, e crescente man mano che la promessa si faceva certezza; finalmente, manifestazione più significativa di tutte, quell’accorrere della più eletta gioventù italiana sotto la bandiera di quel Re, al cenno di quel Ministro, che avevano ordita quell’alleanza e preparata quella guerra, arre certissime della redenzion della patria.

Fin dallo scorcio di dicembre del 1858 il conte di Cavour faceva chiamare a segreto convegno il general Garibaldi, e questi, lasciata in tutta fretta la Caprera, giungeva a insaputa di tutti a Torino, e strettosi a conferenza col Conte riceveva da lui la confidenza di questo disegno.[182]Una insurrezione era predispostane’ Ducati: verso il 1º d’aprile Massa e Carrara darebbero la mossa; due bande di volontari irromperebbero contemporaneamente da Lerici e da Sarzanaa spalleggiare la rivolta e Garibaldi stesso le capitanerebbe. Frattanto una compagnia di Bersaglieri, composta de’ più validi e attuosi elementi della Guardia Nazionale di Genova, si doveva organizzare in quella città, e sarebbe il primo nucleo delle forze popolari destinate a fiancheggiar colla rivoluzione l’esercito regolare. Giubilò Garibaldi alla proposta e diede senza ritegno tutto sè stesso; e lieto di portar seco la certezza che ormai la guerra d’Italia fosse imminente, si ridusse di nuovo alla sua Isola, da dove non rifiniva di lodare il gran Ministro, che chiamava «suo amico,» di predicare a tutti i suoi la necessità della Dittatura regia, di patrocinare l’armamento nazionale, e soprattutto di raccomandarsi perchè al primo segnale s’affrettassero a chiamarlo, inviandogli, se occorreva, un apposito piroscafo per levarlo da Caprera.

Ma la nuova piega degli avvenimenti e l’accalcarsi crescente dei volontari in Piemonte consigliarono il conte di Cavour, se non ad abbandonare, a porre in seconda linea quel disegno, ed a pensare un mezzo, a parer suo più efficace ed espediente, per trarprofitto di Garibaldi e de’ suoi seguaci. Infatti il 2 marzo 1859 (quella volta chiamato dal Re stesso) Garibaldi tornava in Torino, e il suo arrivo improvviso parve a tutti indizio di prossime novità.[185]

Di quel dialogo tra il Re Galantuomo e l’eroe popolare, le parole testuali andarono perdute; almeno a noi non fu dato scoprirle; ma il senso ne fu ben presto palese. Tornato a Genova, Garibaldi convocò i suoi più intimi, Medici, Sacchi, Bixio, e nell’usato suo stile diede loro quest’annunzio: Ho veduto Vittorio Emanuele; credo che il giorno di ripigliare le armi per l’Italia non sia lontano; state pronti; io spero di poter fare ancora qualcosa con voi!

E le parole furono decisive. Dicemmo come molti de’ più radicali si fossero rifiutati di ascriversi all’Associazione nazionaledel Pallavicino, non per avversione all’idea, ma perchè preferivano tenersi sciolti da ogni impegno, pronti sempre a gettarsi nelle fila del primo partito che combattesse. Ora però la condizione da essi posta s’adempiva; e poichè non un partito, ma un governo, un popolo intero si metteva a capo di quell’impresa, per la quale essi medesimi s’eran serbati, ogni ragione di esitanza o di dubbiezza scompariva, ed essi promettevano a Garibaldi tutto il loro concorso, come Garibaldi l’aveva promesso a Vittorio Emanuele ed al Cavour.

Ed era quella, tra le molte, una delle più preziose conquiste del conte di Cavour. Che l’Italia fosse con lui, nessun dubbio; ma era mestieri che tutti lo sapessero e lo credessero del pari; che lo credesse e sapesse prima di tutti la vecchia Europa conservatrice,la quale probabilmente non avrebbe tardato a domandargli con qual diritto egli, piemontese, si arrogava di parlare in nome di tutti gli Italiani. Ora la risposta a questa domanda egli voleva averla pronta; e l’aveva già nel fatto. Tutti quei giovani d’ogni classe e condizione, che traverso a rischi e travagli infiniti convenivano da ogni regione della Penisola in Piemonte, impazienti di combattere e di morire sotto le insegne di quel che che s’era fatto campione della causa nazionale, erano l’Italia, e facevano anche agli occhi della più cieca diplomazia tale un plebiscito unitario, che nessun altro più eloquente. Tuttavia v’era un modo per rendere ancora più fruttuoso quel soccorso e più espressivo quel suffragio: ordinare quella valorosa gioventù in corpi speciali, che stessero a fianco dell’esercito come rappresentanti distinti di quell’elemento popolare e di quell’Italia rivoluzionaria, che il conte di Cavour s’era assunto di dimostrare metamorfosata, mercè la sua politica, in una pacifica e ordinata milizia, giurata alla sua impresa, obbediente al suo freno e soggetta al suo comando.

Nacquero da questo concetto iCacciatori delle Alpi. L’idea d’un corpo ausiliario dell’esercito, che operando alla partigiana suscitasse o spalleggiasse l’insurrezione delle popolazioni, non fu indubbiamente estranea alla loro istituzione; ma importa assodare che quell’idea non ne fu nè la causa generatrice, nè il fine principale.

Certo il merito d’averli istituiti resta sempre; e foss’anche vero che il conte di Cavour se ne sia fatto uno stromento della sua politica, fu uno stromento utile e una politica patriottica, e nessuno ha diritto di biasimarlo.

Solo conviene esaminare il fatto in tutti i suoiaspetti, e, nemmeno per ammirazione dovuta ad un grand’uomo, alterarne il senso, o magnificarne la proporzione. Dei Cacciatori delle Alpi doveva essere più l’apparenza che la sostanza; più l’effetto morale che il vantaggio materiale, e più il significato politico che l’importanza militare. Simboleggiare la rivoluzione alleata alla Monarchia, offrire un pegno prudente ai radicali e un trattenimento gradito a Garibaldi, dare una mano, occorrendo, al grand’esercito italo-franco, questo l’ufficio e lo scopo dei Cacciatori delle Alpi: tutto il di più fortuito ed eventuale, come le sorti della guerra.

Eravamo giunti così ai primi di marzo. Entrambi i contendenti, l’Austria e il Piemonte, reiteravano proteste di pace, ed entrambi gareggiavano in segreto a chi più s’armava e si premuniva. La gran lite era apparentemente commessa all’arbitrato della Diplomazia, in realtà stava tutta nelle mani del Cavour. Guai se in quell’armeggío di proposte oblique, di concessioni ambigue, di transazioni capziose egli avesse sbagliato una sola mossa: l’occasione d’Italia andava per quell’anno certamente perduta.

Il soccorso francese era a condizione che l’Austria non fosse assalita per la prima, onde al Cavour quest’arduo giuoco: alimentare co’ fatti lo sdegno del grande nemico, e a parole chetarlo; provocare e aver l’aria di essere provocato; accettare tutte le condizioni pacifiche che le Potenze proponevano, sottomano congiurando perchè all’avversario restasse tutto il torto di rifiutarle; far la parte della vittima rassegnata, confidando che l’Austria si stancherebbe per la prima e gli getterebbe quel guanto di sfida ch’egliera impaziente di raccogliere. E il giuoco gli riuscì; ma per un istante fu tale lo spavento di perderlo, che a guisa di tutti i giuocatori disperati pensò al suicidio.

E poichè uno dei più efficaci mezzi di provocazione, la vera banderuola rossa sugli occhi del toro infuriato, era la formazione dei Volontari italiani, essa fu irrevocabilmente decisa, e proprio nei giorni stessi in cui i Gabinetti di Torino e di Parigi accettavano la proposta del Congresso europeo, Garibaldi fu richiamato da Caprera per capitanarli.

Ed egli venne, traendosi seco i suoi più fidi commilitoni; e senza pretese, giova rammentarlo, senza riserve, senza condizioni di sorta, proprio come un vecchio ufficiale richiamato in attività di servizio si prese il posto che gli era assegnato, e si pose all’opera.

A lui tuttavia non fu lasciata nell’organizzazione grande balía; non lo si credeva molto idoneo a quell’ufficio, si voleva che il corpo ritraesse quanto più fosse possibile dell’ordinamento militare piemontese, e parve conveniente che un Generale dell’esercito sardo ne togliesse l’assunto. Però la scelta cadde su Enrico Cialdini, che appunto tra i Generali di quell’esercito aveva caldeggiata più d’ogni altro quella istituzione de’ Volontari, e per la mente larga e spregiudicata, le origini rivoluzionarie, i vincoli d’amicizia con parecchi tra i più eminenti uomini del partito d’azione, era additato a maneggiare meglio di chicchessia quell’aspra e diversa materia e darle la forma conveniente.

Nel primo pensiero i Volontari italiani dovevano chiamarsi, dal fiume che bagna Cuneo, luogo del loro primo deposito,Cacciatori della Stura; in appresso, pensando al teatro della loro probabile azione, furono battezzati col fiero nome diCacciatori delle Alpi. Dovevanoessere tre reggimenti; ma poichè non contarono mai più di due battaglioni, restarono infatti mezzi reggimenti, forti tutt’al più di mille cento uomini ciascuno. Ordinamento, disciplina, istruzione rigorosamente piemontesi, quindi buone; i quadri scelti dagli avanzi di Venezia, di Roma e del Tirolo, frammisti a pochi ufficiali licenziati dall’esercito sardo, quindi eccellenti. Nello Stato Maggiore il maggiore Carrano, dei difensori di Venezia; il capitano Corte, della Legione anglo-italiana; il capitano Cenni, dei difensori di Roma. Al comando del primo Reggimento, il tenente colonnello Enrico Cosenz, allievo della Scuola d’artiglieria di Napoli, emulo di Rossarol a Malghera; a quello del secondo, il tenente colonnello Giacomo Medici, l’eroe del Vascello; a quello del terzo, il colonnello Arduino, veterano del 21, soldato valoroso in Ispagna, comandante un reggimento della brigata Fanti nel 49. Sotto di loro poi, a capi di battaglione, Sacchi, Marocchetti, Bixio, Quintini; e ufficiali nelle compagnie, Bronzetti, De Cristoforis, Ferrari, Gorini, Alfieri, Susini Millelire, Chiassi, Cairoli, Migliavacca, Cadolini, Landi, Airoldi, Fanti, tutti nomi noti, o che lo diverranno tra poco. Finalmente, disseminato nelle file, un vivaio di studenti, di medici, di avvocati, di poeti, di patrizi, di patriotti; il fiore dell’intelligenza, del cuore, e del valore italiano.

Circa alle armi poi, mediocrissime, e circa all’assisa, sgraziatissima. Prendete un bel giovanotto dalle spalle quadre, dalle membra snelle, dal viso intelligente, insaccatelo nel cappottone turchino e nei pantaloni grigi del fantaccino regolare infilati entro le ghette di cuoio; calcategli sull’orecchio un gramo berrettuccio blù colla croce sabauda proprio di fino; cingetegli sulla schiena uno zaino a pelo, e attorno aifianchi un cinturone nero colla sua brava giberna; girategli a tracolla il sacco a pane, la boraccia e la gamella di munizione; infine buttategli sulle spalle un vecchio fucilaccio a percussione che diverrà ben presto nelle sue mani un catenaccio irriconoscibile, e, per chiudere, se amaste i contrasti, mettetegli negli occhi l’allegria, nel cuore l’entusiasmo, nello stomaco l’appetito, e sulle labbra la perpetua canzone:Addio, mia bella, addio; e avrete il Cacciatore delle Alpi.

Nel rimanente, punto Artiglieria, punto Genio, punto, fino a campagna inoltrata, Intendenza. S’aggiunga un’ambulanza sceltissima, guidata dal dottor Bertani; una squadra di cinquanta cavalieri decorati del nome di Guide, capitanati da Francesco Simonetti, montati la più parte su cavalli propri; un manipolo di quaranta Carabinieri genovesi, tanto pochi quanto valenti, armati delle loro carabine svizzere, ed ecco rassegnata tutta quanta la così detta brigata dei Cacciatori delle Alpi: una brigata di tremila cinquecento uomini, quando fu completissima, e che, senza cannoni, senza materiali, senza cavalleria, male armata, male equipaggiata, doveva rappresentare la rivoluzione italiana e precedere i grandi eserciti alleati sui fianchi del nemico; o per usar l’espressione del conte di Cavour, «non ostante i difetti di istruzione e di coesione, mercè l’esperienza e l’abilità del suo capo, rendere utili servigi all’esercito, di cui sarà un aggregato.»

La fase diplomatica era esaurita; tutte le proposte di mediazione, di congresso, e di disarmo generale, quali frustrate dall’abilità del conte di Cavour, quali rigettate dal superbo disdegno della Corte diVienna, erano fallite, e l’Austria ormai allo stremo della pazienza, consigliata, per fortuna nostra, più dalla collera che dalla saggezza, decise di rompere colla spada quella maglia insidiosa di trafitture e di ingiurie che il conte di Cavour gli aveva ordito d’intorno, e di appellarsi un’altra volta all’ultima ragione del suo vecchio e certo formidabile esercito.

La sera del 23 aprile due Inviati austriaci presentavano al conte di Cavour l’Ultimatumdel loro Governo: o disarmo immediato, o guerra inevitabile; e la risposta non poteva essere dubbia. Annunzio di nozze non giunge più gradito a fanciulla innamorata di quello che al Ministro sardo quell’intimazione di guerra. Finalmente quel cartello di sfida tanto provocato, tanto desiderato, egli lo teneva nelle mani; finalmente la guerra era certa, la Francia vi era impegnata, l’Austria l’intimava essa stessa e non poteva sfuggirla. Infatti, prima ancora che il conte di Cavour consegnasse ai messaggeri austriaci la sua risposta, Garibaldi, risposta ancora più espressiva, riceveva l’ordine di portar la sua brigata a Brusasco sulla destra del Po; e val quanto dire in prima linea.

E, poichè chi doveva ubbidire era anche più impaziente di chi comandava, i due primi reggimenti de’ Cacciatori (il terzo non era ancora giunto) presa a Savigliano la ferrovia, arrivavano la mattina del 26 a Chivasso e nella giornata stessa a Cavagnola e Brusasco, dove s’accantonavano.

Fino a quel giorno naturalmente era dubbio quale sarebbe stato il teatro della guerra. Il nemico concentrato sul medio e basso Ticino, da Abbiategrassoa Pavia poteva tanto operare al mezzogiorno, quanto al settentrione della linea del Po; tanto mirare a Torino per le valli della Dora Baltea e della Stura, quanto mirare a Genova per la valle della Scrivia; ed all’esercito piemontese abbandonato ne’ primi giorni a sè stesso e costretto con cinquantamila uomini a fronteggiarne centocinquantamila, non restava miglior partito che tenersi in osservazione lungo tutta quella linea, guardando i passi principali e proteggendo da un colpo di mano la Capitale. E così fece; e fu conseguenza di questo primo appostamento de’ due eserciti avversari che la brigata dei Cacciatori delle Alpi fosse chiamata a Brusasco. Suo mandato era guardare il Po da Brusasco a Gabbiano, difendere la strada militare Casale-Torino, e chiudere gli intervalli vacanti tra la divisione Cialdini che guardava la Dora Baltea, e le batterie di Casale che proteggevano più a mezzogiorno i passi del Po.

Però sin dal primo giorno il Comandante in capo l’esercito regio dovette accorgersi che il Comandante dei Cacciatori delle Alpi era uomo che conosceva il suo mestiere, e pure ubbedendo agli ordini ricevuti li sapeva all’uopo saggiamente interpetrare. Infatti avendogli il Ministro della guerra comandato di porre un presidio nel castello di Verrua, il generale Garibaldi avvertì tosto, e giustamente, che se quel presidio aveva per iscopo di guardar la strada militare da Casale a Torino, non lo raggiungeva affatto, perchè Verrua era discosto troppo dalla detta via per poterne sbarrare il passo. Invece esplorando coll’usata sua solerzia il terreno datogli in custodia, aveva osservato che allo stesso ufficio provvedevano assai meglio le alture di Brozzolo; onde inviando la compagnia del Gorini (la prima del secondo Reggimento) a presidiar Verrua,mandò avviso al generale Cialdini, suo capo immediato, ch’egli andava in quel giorno stesso ad occupare Brozzolo e vi piantava il suo Quartier generale. E della risoluzione presa n’ebbe la miglior lode che mai potesse lusingarlo; poichè lo stesso generale Cialdini nell’ora medesima in cui il suo Brigadiere gli annunziava di aver fatta quella mossa, gli spediva, ignorando d’esser stato prevenuto, l’ordine di farla.

Però la disparità delle forze era tale che nessuna postura, per quanto felice, avrebbe salvato Torino per lo meno da un assalto, e l’esercito sardo da una percossa più o meno forte, se l’Austriaco avesse agito con maggior prontezza ed energia, e fosse stato governato da un concetto e da un uomo. Tutto ciò invece, per sventura sua e per ventura nostra, gli mancava. Il generale Giulay aveva innanzi a sè due vie: operare per il basso Po, sbucando da Pavia e da Piacenza, e assalita la destra piemontese prima che i soccorsi francesi l’avessero raggiunta, voltarsi a battere questi man mano che arrivavano in linea; o varcare il Ticino tra Magenta e Bereguardo e lasciato un corpo sufficiente a osservare Casale, rompere col rimanente le fragili linee della Baltea e della Stura, e marciare su Torino. Certo fra queste due vie quella che poteva condurre ad un risultato militare sicuro e completo, era la prima; la seconda invece non offriva che il vantaggio politico, importante per fermo, di impadronirsi della Capitale, e s’intende che un mediocre generale, insuperbito dalla momentanea superiorità delle sue forze, potesse vagheggiarlo. Ma in tal caso conveniva saper eseguire; conveniva cioè marciar rapido e manovrare energico; aver passato il Ticino fino dal 27 mattina, minacciare e, meglio ancora, sforzare colla metà dell’esercito i ponti del Po tra Casale e Valenza,prima che gl’Italo-Sardi vi si fossero concentrati d’attorno, e coll’altra metà, per Novara-Vercelli sfondate le fragili linee della Baltea e della Stura, correre sulla Capitale per rovesciarsi poi sull’esercito sardo e metterlo tra due fuochi.

Il generale Giulay, all’opposto, aspettò di varcare il Ticino al 29 sera; andò vagando tre giorni tra Mortara e Vercelli in cerca d’un nemico che non c’era; non fece alcun serio tentativo nè sul Po, nè verso la Dora; e lasciando scorrere inutilmente tre giorni preziosissimi per lui, si pose nell’impossibilità di trar profitto così della lontananza de’ Francesi, come della debolezza numerica degl’Italiani, e di vincere con poche difficoltà una prima grossa battaglia.

L’esercito sardo invece, appena conobbe le mosse del Generalissimo austriaco, s’appigliò al solo partito saggio e logico che gli restasse; si concentrò tutto sulla destra del Po tra Casale e San Salvatore, fiancheggiandosi con Alessandria, e lasciò che il Generalissimo nemico avanzasse se l’osava. E non l’osò per ventura sua; chè ormai nella giornata del 30 giunte a Torino ed Alessandria le avanguardie francesi, se gli Imperiali si fossero cacciati avanti, pochi di loro, assai probabilmente, avrebbero potuto ripassare il Ticino.

Compiuto pertanto questo provvido concentramento, il comando supremo dell’esercito sardo reputò ormai superflua la presenza della brigata Alpi sul Po, e ordinava al generale Garibaldi che levasse pel dì seguente, 1º maggio, il campo, e per Chivasso, Ivrea, Biella spiccasse la marcia verso il Lago Maggiore, campo assegnatogli fin dall’aprire della campagna. EGaribaldi s’apprestava ad ubbidire; quando un secondo ordine del generale Cialdini, scritto nella notte stessa dal 30 aprile al 1º maggio, veniva a revocare il primo, ingiungendogli di trasportare nel giorno stesso la sua brigata a Ponte Stura; mentre egli, il Cialdini, si sarebbe messo in marcia da Chivasso alla volta di Casale. Nè il cambiamento d’ordine era privo di ragione. Gli Austriaci si fortificavano a Vercelli, stormeggiavano intorno alla sinistra del Po, e molti indizi facevano dubitare che essi, abbandonata l’ubbía di correre su Torino, pensassero a sforzare il passaggio del gran fiume tra Casale e Valenza; onde nessuna forza era superflua a frustrarne il tentativo. Ed ecco come la brigata dei Cacciatori delle Alpi sostò ancora diciassette giorni sulle rive del Po, e potè prendere parte non piccola e non infeconda a tutta quella serie d’operazioni che la sinistra dell’esercito sardo, ora per contrastare il passaggio del Po, ora per tentare quello della Sesia, fece dal 1º al 18 maggio tra Casale e Vercelli.

E poichè questa parte fu circostanziatamente descritta dal capo dello Stato Maggiore dello stesso Garibaldi, noi vi sorvoleremo, bastandoci di registrarne compendiosamente per sola memoria le azioni principali e le date. Il 4 maggio i Cacciatori delle Alpi stanno a custodia di Ponte Stura; il 5, richiamati da una lettera del Cialdini,[186]marciano sotto un diluvio a Casale. Il 6, ordinata una sortita generale da Casaleper riconoscere il nemico, e incettare vena e paglia, Garibaldi ha il comando della sinistra e alla testa di undici compagnie di Cacciatori, di un battaglione del diciassettesimo di linea, di una sezione d’artiglieria, si spinge sino a Bolzola e Rive; l’8 gli Austriaci vengono essi in ricognizione fino alla testa di Ponte di Casale, e i Cacciatori delle Alpi, specialmente la terza compagnia del capitano De Cristoforis gareggia di valore coi Bersaglieri e ributta alla baionetta il nemico. Nel giorno stesso Garibaldi parte per il Quartiere generale principale di San Salvatore, e ne riporta questa lettera autografa del Re, della quale, a dir vero, era più facile e doveroso ammirare le intenzioni che eseguire le prescrizioni:

«San Salvatore, 8 maggio 1859.»Il signor generale Garibaldi partirà nella doppia mèta di cercare d’impedire al nemico di marciare sopra Torino, e di recarsi a Biella per Ivrea, onde agire sulla destra austriaca al Lago Maggiore nel modo che meglio crederà. — Io ordino pertanto a tutte le Autorità civili e militari, a tutte le Amministrazioni comunali di prestare ogni sorta di facilitazioni al predetto signor generale Garibaldi, onde egli possa fare sussistere la sua truppa e ripararla dalle intemperie. — Il generale Garibaldi è autorizzato a riunire sotto li suoi ordini tutti i volontari che già siano riuniti a Savigliano, Acqui ed altrove, come ad arruolare volontari ovunque si presenteranno a lui, sempre quando egli creda poterli accettare.[187]»

«San Salvatore, 8 maggio 1859.

»Il signor generale Garibaldi partirà nella doppia mèta di cercare d’impedire al nemico di marciare sopra Torino, e di recarsi a Biella per Ivrea, onde agire sulla destra austriaca al Lago Maggiore nel modo che meglio crederà. — Io ordino pertanto a tutte le Autorità civili e militari, a tutte le Amministrazioni comunali di prestare ogni sorta di facilitazioni al predetto signor generale Garibaldi, onde egli possa fare sussistere la sua truppa e ripararla dalle intemperie. — Il generale Garibaldi è autorizzato a riunire sotto li suoi ordini tutti i volontari che già siano riuniti a Savigliano, Acqui ed altrove, come ad arruolare volontari ovunque si presenteranno a lui, sempre quando egli creda poterli accettare.[187]»

Come ognuno vede, la balía data al generale Garibaldi non poteva essere più ampia; ma i mezzi?Comunque, ubbidiente agli ordini sovrani, il Generale contromarcia immediatamente per Brozzolo, dove giunge la sera del 9; dirige su Gattinara tutte le reclute, i malati e magazzini rimasti a Savigliano; invita il colonnello Boldone, comandante iCacciatori degli Appenniniorganizzati ad Acqui, di marciare subito per Chivasso; il che però non ottiene, avendo il Ministro della guerra cassato ad arbitrio suo l’ordine del Re, e vietato a quel reggimento di muoversi fino a che non fosse in tutto punto per uscire alla campagna. Quali le conseguenze di questo contr’ordine, avremo a discorrere tra poco; intanto il nostro Generale, prescritto alla brigata di proseguire per Chivasso, parte al mattino del 10 per Torino, dove il Cavour l’aveva richiamato; ne riparte la sera stessa pel suo campo; ma a Chivasso vi è raggiunto da un nuovo ordine di pugno del Cavour stesso in cui era invitato ad avviare la sua colonna verso San Germano ed a mettersi a disposizione del generale Sonnaz per le operazioni dirette a scacciare i Tedeschi da Vercelli. La lettera poi soggiungeva: «Liberata quella città, potrà proseguire a seconda delle istruzioni ricevute da Sua Maestà.»

E naturalmente Garibaldi ubbidisce sollecito; e la brigata portata per la ferrovia da Chivasso a San Germano, vi arrivò nella giornata del 12 e si pose senz’altro agli ordini del vecchio Sonnaz. Il 13 la brigata udì il grato annunzio che avrebbe partecipato in prima linea all’attacco di Vercelli, combinato tra il generale Sonnaz che doveva assalire dalla sinistra, e il generale Cialdini che doveva irrompere dalla destra; e già i nostri Cacciatori erano in posizione, impazienti di combattere, quando un’ordinanza del generale Cialdini venne ad avvisare essere sospeso per quel giorno l’attacco, avendo il nemico preso una posizionedi fianco sulla Sesia, pericolosa per l’assalitore. Allora il generale Sonnaz si contentò d’una ricognizione, nella quale stimò degno di lode il contegno de’ Cacciatori, e nel pomeriggio rimandò tutte le truppe ai loro accampamenti intorno a San Germano. E là, battuta giorno e notte da una pioggia sottile e ostinata, sprofondata fino al ginocchio nelle risaie, il capo sotto una doccia, il corpo dentro un bagno perpetuo, la brigata bivaccò ancora quattro giorni, occupata in esplorazioni e in tasteggiamenti; finchè, ormai entrato in linea da Novi ad Alessandria tutto l’esercito francese e dileguato il timore d’un colpo di mano su Torino e sul Po, Garibaldi ricevette l’ordine, e quella volta fu l’ultima, di muovere per Biella alla divisata sua incursione in Lombardia; e infatti nel mattino del 18 potè incominciare la marcia.

Prima di seguirlo però, ci sia lecito un’osservazione. In quei venti giorni Garibaldi non aveva operato nulla di meraviglioso e di straordinario; ma tutto quello che gli era stato comandato l’aveva eseguito esattamente e puntualmente. Certo egli divide questo merito co’ suoi tre principali luogotenenti, il Medici, il Cosenz, l’Arduino, e questi con tutti i Cacciatori delle Alpi, i quali, nuovi quasi tutti alle armi, avvezzi la maggior parte agli agi ed alle delicatezze della vita, sopportarono le fatiche e le privazioni di quello scorcio di campagna colla disciplinatezza, la costanza e la imperturbabilità di veterani. Però nemmeno essi avrebbero potuto in così breve tempo meritar questo giudizio, se il loro Generale non avesse saputo trar partito così delle loro eccellenti qualità, come de’ loroinevitabili difetti. Quel che Garibaldi fece in que’ giorni per istruire, disciplinare, agguerrire i suoi volontari, potrebbe essere materia di non poche pagine. Oggi con un ordine del giorno o una parlata, domani con un esperimento o una manovra in piazza d’armi; il tal giorno addestrandoli ad aspettare il nemico a brucia pelo, il tal altro a battere in ritirata ultimi e ordinati; e dando sempre egli stesso l’esempio dell’attività, dell’ordine e della disciplina, era riuscito ad ottenere in quei pochi giorni di pratico tirocinio più che altri con mesi di caserma e di piazza d’armi.

E questo dell’ordinatore: come capitano poi, nessuna delle posizioni da lui prese ebbe bisogno d’esser corretta da’ suoi superiori; talvolta, come a Verrua, corresse egli stesso le sviste altrui; e se il 13 maggio fosse stato ascoltato, assai probabilmente Vercelli sarebbe tornato nel giorno stesso in potere degl’Italiani.

Sottoposto per tre settimane al comando di capi diversi, abballottato sovente tra ordini contradittori, li seppe conciliare e ubbidire tutti. Quanti l’accostavano ne sentivano il fáscino. Come le popolazioni, in mezzo alle quali passava, non rifinivano dal magnificare la sua cortesia, la sua affabilità, il suo delicato rispetto alle cose ed alle persone; così i suoi superiori restarono ammirati della sua arrendevolezza, della sua sottomissione e della sua disciplina. Il Cialdini, il De Sonnaz, il Cavour, il Re erano subitamente diventati suoi amici. Infatti avrebbe potuto dolersi di tante cose, e nol fece. Aveva bisogno di un Commissario di guerra, e non gli fu dato che tardi; domandò replicatamente il materiale d’ambulanza, e non potè ottenerlo; chiese due pezzi da montagna, e gli furono negati; pregò per i brevetti de’ suoi ufficiali, e non li ebbe mai; il Re gli concesse i Cacciatori degli Appennini, e il Ministeroglieli portò via; era mandato a impresa rischiosissima, e se ne vedeva lesinati con mano avara i mezzi; pure non un lamento dalla sua bocca, non una difficoltà dal suo Quartier generale, mai un segno di dispetto e d’indisciplinatezza.

E dicasi pure che la disciplina e la subordinazione sono i doveri elementari d’ogni buon soldato; non è una lode che chiediamo per lui, amiamo soltanto chiarire un fatto e assodarlo.

Passato repentinamente dalle più sciolte abitudini della milizia irregolare alle rigide norme della regolare, egli si spogliò di quelle e s’investì di queste senza dar segno di sforzo o di disagio veruno. Il Garibaldi d’America e di Roma s’era nel 1859 totalmente trasformato. Ilgauchoera divenuto per amor di patria unavecchia giberna; per osservanza al Regolamento s’era persino fatto radere la barba, e se ne eccettui la sella americana buttata sul suo cavallo, e nelle marcie il fazzoletto rosso svolazzante sulle sue spalle, nessuno avrebbe riconosciuto sotto la tunica gallonata del generale piemontese l’antico partigiano di Montevideo.

Il 18 sera i Cacciatori delle Alpi entrarono in Biella, e collocati gli avamposti nelle due strade di Vercelli e di Gattinara, attesero alacremente a riordinarsi e rifornirsi dell’occorrente per il più lungo viaggio che dovevano intraprendere. Il Carrano nota che fu quella la prima città in cui Garibaldi fu popolarmente acclamato. «Il Vescovo, che per molti anni aveva fatto il missionario in Oriente e del vivere orientale si chiariva non leggiero gustatore,» volle ospitarlo emancò poco che il Generale non attraesse il buon Prelato e il Vicario e il Segretario di lui a prendere un moschetto per l’indipendenza d’Italia.

Il pensiero però di Garibaldi era di rendere, quanto più lo fosse possibile, leggiera e spedita la brigata, liberandola da tutti gl’impedimenti soverchi, o da quelli che a lui parevano tali. Ordinò quindi (se provvidamente è disputabile) che tutti i Cacciatori deponessero in appositi magazzini il loro zaino, e che a sostituirlo fosse cucita nel cappotto una gran tasca, nella quale i militi avrebbero potuto riporre gli oggetti più necessari. E non appena finita quell’operazione, Garibaldi, raccolti i varii posti sparsi nei dintorni, comandò che per il mezzogiorno del 20 la brigata si mettesse in marcia colla destra in testa per la volta di Gattinara, prima stazione sulla strada del Lago Maggiore e della Lombardia.

Quantunque sino dal giorno antecedente gli Austriaci avessero già sgombrato Vercelli e ripassato la Sesia, e tutto il loro sforzo ormai si volgesse alla destra, tenuta dall’esercito francese, tuttavia una marcia di fianco con un grosso nemico a una tappa di distanza non era certamente scevra di pericoli. Occorreva per cansarli diligenza somma, tanto più che la colonna s’era, in quel continuo andirivieni, di molto assottigliata e non aveva cavalleria sufficiente per spazzar il terreno d’attorno e guardarsi il lungo fianco.

Tuttavia le guide del Simonetta si centuplicavano, e, lanciate innanzi a grande distanza, frugavano, spiavano, riferivano al Generale tutte le voci, rendevano quasi impossibile la sorpresa. Così la brigata giunse senza guai a Romagnano; vi passò, sopra un ponte di travi fatto preparare dal Simonetta medesimo, la Sesia, e nel declinare del giorno stesso entrò in Borgomanero.Quivi sostò ventiquattr’ore; e il Generale provvide tosto perchè fossero adoperate a ripulire le armi, a risarcire le cartuccie, ad alleggerire i bagagli, dandone l’esempio egli stesso col farsi un leggerissimo fardello di biancheria, che involse in un pezzo di tela cerata. La suprema cura di quel giorno però era preparare l’entrata in Lombardia. Garibaldi non aveva esitato un istante a scegliere per punto di passaggio quel tratto di terreno chiuso tra Arona e Castelletto, dove il Ticino esce dal Lago Maggiore, e fassi fiume giù per le aride brughiere. Più basso sarebbe incappato nella estrema destra del grande esercito austriaco; più alto avrebbe dovuto avventurarsi al tragitto del lago padroneggiato dai piroscafi nemici, per grossa imprevidenza del nostro Ministero della guerra abbandonato alla loro balía.

Però, come sempre, la difficoltà cominciava dall’esecuzione. Fortuna volle che fra i Cacciatori ci fosse Francesco Simonetta. Pratico de’ luoghi, possessore di case e di poderi così sul Lago che sul Ticino, autorevole e quasi popolare in quelle rive, lungo le quali ad ogni passo contava amici e conoscenti, ardito, accorto, intraprendente, egli era l’uomo di quell’impresa. Però l’unico merito che nel passaggio del Ticino spetti a Garibaldi è d’aver scelto ad apparecchiarlo il Simonetta. Questi pertanto nella giornata stessa del 21, travestitosi da borghese, lascia celatamente Borgomanero, scende fino alla sua casa di Varallo lungo il Ticino, risale il lago fino ad Intra a esplorare il terreno e scandagliare gli animi; ma accertatosi sempre più che il tragitto del lago è impossibile, ritorna aVarallo e chiamatovi a convegno il suo amico di Sesto-Calende, Viganotti, concerta con lui (poichè la difficoltà somma stava nella mancanza di barche, confiscate quasi tutte dagli Austriaci) che per la notte dal 22 al 23 si sarebbero trovati a Castelletto, presso la riva del giardino Visconti, quanti barconi gli fosse dato radunare; e tutto ciò ben prestabilito e concordato, torna a raggiungere Garibaldi a Borgomanero e a ragguagliarlo dell’opera.

Garibaldi non perdette un’ora, e tra le due e le tre pomeridiane del 22, sotto pioggia dirotta, ormai compagna inseparabile de’ nostri Cacciatori, s’avviò coll’intera brigata ad Arona. Lungo la via fece spesseggiare le pattuglie e raddoppiare le cautele; presso Oleggio nel timore che ilRadetzky, vapore austriaco, potesse dal lago scoprir la colonna marciante, la fece arrestare fino al calar della sera, e quando le prime tenebre cominciavano a scendere ripigliò la discesa verso Arona.

Nessuna marcia, fin allora, era mai stata sì celere e ordinata. Il pensiero che tra poche ore avrebbero calcato il suolo di Lombardia, che per molti di loro era lo stesso suolo natío, dava le ali ai Cacciatori e trasfondeva nel sangue dei più fiacchi una lena novella. La canzone prediletta dei coscritti:

Addio, mia bella, addio,L’armata se ne va;

Addio, mia bella, addio,L’armata se ne va;

Addio, mia bella, addio,

L’armata se ne va;

echeggiava con squilli insoliti d’allegria e di passione da un capo all’altro della colonna, e l’ultima strofa:

Andremo in LombardiaIncontro all’oppressor,

Andremo in LombardiaIncontro all’oppressor,

Andremo in Lombardia

Incontro all’oppressor,

pareva uscir dalle gole tra mezzo a compressi singhiozzi di gioia! Pure man mano che la colonnas’avvicinava al lago i canti volontariamente smorivano, la gioia, come risospinta dalla paura di tradirsi, rientrava ne’ cuori, i piedi parevano fatti di feltro, e ognuno si studiava di smorzare il passo quasi gli Austriaci fossero appiattati ne’ dintorni e dovessero sentirli.

Dal canto suo il Generale non aveva tralasciato di usare il vecchio, ma sempre efficace strattagemma. Molte ore prima l’infaticabile Simonetta era partito per Arona coll’ordine di requisirvi, tanto colà che a Meina, viveri e alloggi e foraggi per tremilacinquecento Cacciatori e cencinquanta cavalli; e poco dopo Garibaldi stesso smontava alla stazione d’Arona come uomo che si prepari ad entrarvi. Così tutto poteva far credere che i Cacciatori avrebbero pernottato ad Arona; e però che lo scopo loro fosse di sconfinare per il lago.

A notte calata invece la brigata ripiglia la marcia; giunta alle prime case d’Arona, fa un rapido mezzo giro a destra e infila, sempre più serrata e silenziosa, la strada di Castelletto; ma intanto che il primo e il terzo Reggimento, comandati dal Cosenz, sostano fuori del paese a guardia de’ fianchi e delle spalle, il secondo si trafora nelle tenebre, come un gran serpe nero, nel parco Visconti, e trovati alla riva i barconi del bravo Viganotti, compagnia per compagnia, in profondo silenzio e in ordine mirabile, vi s’imbarca, afferra l’opposta riva, l’occupa militarmente; mentre la terza compagnia del De Cristoforis, scelta d’avanguardia, si spinge franca dentro Sesto-Calende, immersa nel sonno e impreparata alla sorpresa, e coglie nel loro letto Commissario, Intendente, doganieri, gendarmi, croati, tutta la tedescheria imperiale e regia colà annidata.

La mattina del 23 maggio la situazione degli eserciti belligeranti era questa: gli alleati ancora di là dalla Sesia e dal Po, tra Vercelli e Voghera; gli Austriaci in faccia a loro, padroni tuttavia delle due rive della Sesia e del Ticino, e può ben aggiungersi, come vedemmo, di tutto il Lago Maggiore, che gl’Italiani per inconsulta noncuranza avevano loro abbandonato.

In questo stato di cose Garibaldi poteva dirsi come campato in aria, e i suoi Cacciatori considerarsi come una scorribanda perduta nel cuore del campo nemico. Divelto da ogni base d’operazione, tronca, in caso di rovescio, ogni via di ritirata, tolta ogni speranza di aiuto, al nostro Condottiero si parava dinanzi il dilemma: o vincere subito e ad ogni costo, o andar disperso pe’ monti per rifugiarsi quando che sia in Isvizzera. E a ragion militare veduta, ognuno converrà che de’ due eventi il men probabile non era certo il secondo. L’Austria signoreggiava sempre la Lombardia con circa dodicimila uomini; poteva ricevere e riceveva di fatto soccorsi dal centro dell’Impero; occupava con un forte presidio Milano; allacciava i suoi distaccamenti e sorvegliava le sue comunicazioni con frequenti colonne mobili che potevano all’uopo correre sui punti minacciati, e opporre al Condottiero italiano una forza sempre maggiore della sua. A lui invece unici ausiliari la perizia e l’audacia; unico punto d’appoggio la speranza d’una rivoluzione incerta tuttora e problematica, e sulla quale tanto egli quanto il Cavour facevano un assegnamento sproporzionato alla probabilità. Pure se anco fosse statodell’indole sua l’indietreggiare, non era più in suo potere. Fermato pertanto rapidamente il suo disegno, scartata, senza nemmeno discuterla, l’idea di marciare per la pianura su Milano, fisso l’occhio sull’antico suo scacchiere del 1848 tra il Verbano e il Lario e mirando al centro di essi, delibera nel giorno stesso la marcia su Varese.

Intanto però la nuova del suo sbarco era volata; egli stesso, con un fiero proclama, scritto di sua mano, ma diresti inciso colla sua spada, l’aveva annunziato,[188]e non v’era umile terra de’ dintorni che vi restasse insensibile. Da Laveno, Gallarate, Besozzo, Ispra, Varese, quali spontanei, quali inviati da’ lor Comuni e da’ lor Comitati patriottici, accorrevano festanti, imbandierati, tricolorati, i più fervidi patriotti de’ luoghi, impazienti di accertarsi del fatto, di mirar da vicino il famoso, di invocare una parola d’ordine, di offrirgli l’opera loro per la lotta imminente. E a tuttil’eroe, con quella voce, que’ gesti, quei sorrisi che direste un’arte sopraffina, se non fossero natura, distribuiva parole d’incitamento e di conforto.

All’Inviato di Varese principalmente, che a nome del suo generoso Podestà gli chiedeva istruzioni pel contegno da tenersi,[189]rispondeva di suo pugno: «Qualunque cosa facciate contro il nemico comune in pro della santa causa italiana, sarà da me approvata e vi sosterrò validamente.» Parole che nella loro apparente indeterminatezza servivano, per quell’ora, meglio di qualsivoglia istruzione, e denotavano come a quell’uomo fosse famigliare la legge delle rivoluzioni, le quali per riuscire non vogliono mai essere intimate a un’ora fissa e dietro un disegno prestabilito, ma lasciate alla loro spontaneità, ai loro impeti, alle loro forze, e come direste della poesia, alla loro ispirazione.

E ciò fatto, s’apparecchiò alla partenza. La marcia da Sesto-Calende a Varese non poteva essere attraversata di fronte; bensì essere pericolosamente molestataalla coda ed al fianco o dal presidio di Laveno, se pensava ad una sortita, o da quel qualsiasi corpo che fosse già avviato da Milano su Gallarate e che poteva da un istante all’altro comparire. Oltre di che, prima di inoltrarsi nel paese importava afferrare sul Lago Maggiore un punto di sostegno qual si fosse, e impadronirsi di uno almeno de’ tre piroscafi che il nemico vi teneva. Guidato pertanto da questi varii concetti, il Generale ordinò il suo movimento così: il Bixio con un battaglione del terzo Reggimento marci per la strada lacuale di Sesto-Calende; toccato Angera, stacchi una compagnia che tenti predarvi ilTicino, ivi ancorato: giunto ad Ispra, sosti e si informi esattamente del presidio di Laveno e di tutte le altre forze austriache del lago; ciò fatto, converga su Brebbia e si spinga fino a Sant’Andrea, borgo che cavalca la via Laveno-Varese, e vi s’accampi gagliardamente. A Sesto poi resti la compagnia del capitano De Cristoforis; coll’istruzione di sorvegliare il passo del Ticino, d’acchiappare, se gli si porgesse il destro, qualcuno dei vapori nemici, e soprattutto di guardare la strada Sesto-Gallarate, attirandovi e trattenendovi il nemico; ma battendo in ritirata su Varese, se assalito da forze superiori.

Con queste cautele e questi accorgimenti, di cui ogni occhio appena militare scorgerà la saviezza,[190]Garibaldi conseguiva, o almeno vi mirava, tutti i molteplici scopi ai quali gli conveniva tener fissa la mira:guardarsi alle spalle e ai fianchi, sviare il nemico da’ suoi passi, e forse, se il colpo sulTicinoriusciva, aprirsi il transito del Lago Maggiore e principiare a possedere una flottiglia.

Tutto ciò esattamente prestabilito, spinta un’altra pattuglia a Gallarate, così per esplorare il terreno, come per mascherare una volta di più la sua mossa; verso le 5 di sera stacca la marcia, e per le vie traverse di Corgegno, Varano, Bodio, Capolago, camminando entro una tenebra fitta, egli attento a tutti i bivii e sollecito a tutti i rumori, la truppa stanca, ma elettrizzata dal contatto di quella terra tanto agognata, s’accosta a Varese, dove in sul far delle 11, incontrato da musiche e da fiaccole, accolto da una calca di popolo in delirio, entra in trionfo.

Chi vide Varese in quella notte non lo dimenticherà più. Di tutte le terre di quell’angolo di Lombardia, Varese fu, in ogni tempo, delle più patriottiche, e il pensiero d’essere la prima nel 1859 a sventolar nuovamente quella bandiera, che era stata l’ultima a ripiegare nel 1848, infiammava la sua fede e il suo entusiasmo. Già vedemmo come i Varesini fossero dei primi a muovere incontro allo sbarcato di Sesto-Calende; ma ora, udito il suo fiero appello, rompono gl’indugi, abbattono gli stemmi stranieri, sostengono i gendarmi e i magistrati sospetti, diseppelliscono dai nascondigli i vecchi tricolori, gridano il governo liberatore di Vittorio Emanuele, s’apprestano a dare al suo Capitano non solo feste ed omaggi, ma braccia e soldati. E non bastò. Sentito in sulla sera del 23 che una colonna austriaca mossa da Como era pervenuta ad Olgiate, e dubitando d’una sorpresa notturna, Varese non si smarrisce, non nasconde, giusta il costume degli eroi ormai famigerati della sesta giornata, lebandiere e le coccarde; ma arma tutti i pochi giovani che le restano in paese colle armi già acquistate nella vicina Svizzera, asserraglia le sue vie, dirama pattuglie ed avamposti e s’appresta a resistere al nemico, onde arrestarne, almeno per quella notte, la marcia. Così Garibaldi entrava in città totalmente italiana e deliberatamente sollevata.

Avviatosi difilato al Municipio, come uomo che sa a memoria la strada, vi incontra e vi abbraccia il Podestà; loda, infiamma, affascina come al solito quanti l’ascoltano, e prima di ritirarsi pronuncia queste testuali parole ch’egli invecchiando dimenticò, come tante altre, ma che la storia non può dimenticare: «Qualunque bene diciate di Vittorio Emanuele, non sarà mai troppo. Voi sapete cheio non sono realista: ma dopo che avvicinai Vittorio Emanuele, dovetti riconoscerlo per un gran galantuomo. Egli non solo ha per l’Italia un amore immenso, ma un culto, un’idolatria.[191]»

Ma quello che più importava era provvedere alla difesa. L’Austriaco, scossa la prima sorpresa, serrava da ogni banda. Non appena conosciuta l’invasione garibaldina, il generale Giulay dal suo quartiere di Garlasco bandiva, quasi risposta a quello del generale Garibaldi, un suo proclama feroce, nel quale, dopo aver annunziato prossimo l’arrivo di imponenti soccorsi dagli Stati ereditarii del suo Sovrano, soggiungeva, con accento meritevole di troppa fede: «Do la mia parola che i luoghi, i quali facessero causa comunecolla rivoluzione, impedissero il passaggio ai rinforzi della mia armata, distruggessero le comunicazioni, i ponti, ec., verrebbero puniti col fuoco e colla spada. Emetto in questo senso le opportune istruzioni ai miei sottocomandanti. Spero che non mi si obbligherà a ricorrere a tali mezzi estremi, e che alle conseguenze della guerra, senz’altro disastrose per il paese, non si vorranno aggiungere anche i terrori della guerra civile.[192]»

Nè eran parole soltanto. Il giorno stesso si spiccava dal grand’esercito una colonna che a marcia forzata accorreva sul nuovo teatro di guerra; mentre da Milano il Governatore, generale Melezes di Kellermes, spediva su Gallarate e Somma un altro corpo di circa quattrocento fanti, due pezzi e uno squadrone; e fu quello per l’appunto che il 25 mattina andò ad attaccare in Sesto-Calende il capitano De Cristoforis, e che questi, con strattagemmi degni d’una pagina di Vegezio, seppe illudere e deludere così bene, da tenerlo in iscacco per più d’un’ora con forze quattro volte inferiori, e sgusciargli di sotto gli occhi a mezzo tiro di moschetto, lasciandolo solo a cannoneggiare le povere case di Sesto, dove fin dal mattino non c’era più l’ombra di un garibaldino.

Ma se la colonna di Gallarate non si chiarì molto temibile, non si sapeva ancora che pensare di quella che era venuta a formarsi, frammista di varii corpi, attorno al nucleo della colonna partita da Oleggio, e di cui i Varesini avevan visto spuntar ad Olgiate l’antiguardo sino dalla sera del 23. Si componeva di circaquattromila[193]uomini con due mezze batterie e due squadroni; la comandava quel tenente maresciallo Urban, croato d’origine, salito in voce di esperto partigiano nella campagna di Transilvania del 1849; in Italia famigerato soltanto come luogotenente di Haynau e assassino dell’innocente famiglia Cignoli di Casteggio.

Varese giace come in una conca di colline, quali popolate da splendide ville e da ameni giardini, quali vestite ancora di macchie e di boscaglie, che formano al tempo stesso la sua delizia e il suo baluardo. E tramezzo a siffatte colline nella direzione dei quattro punti cardinali corrono cinque strade principali: a oriente quella che dalle falde di Biumo conduce,per Malnate, a Olgiate e Como; a mezzodì quella che, lambendo le pendici di San Pedrino e di Giubiano, va per Gallarate e Tradate a Milano; a occidente quella che traverso i poggi di Masnago e Comerio mena per Gavirate a Laveno; a settentrione, infine, le due strade di Induno e di Sant’Ambrogio, che spaccando le prealpi di Valcuvia e di Valgana portano al Lago Maggiore ed alla Svizzera. Se non che a chi riconsideri questa topografia, due cose sono notabili: la prima, che la strada di Induno o di Valgana si allaccia, presso Biumo Inferiore, alla strada di Como, in guisa da formar con essa un angolo retto; la seconda, che il poggio di Biumo Superiore s’incunea a dir così nel quadrivio testè descritto, Varese-Sant’Ambrogio-Induno-Como, e colla forte postura ne tiene la chiave e lo domina.

Ciò posto, e per quanto fosse manifesto che l’attacco principale sarebbe venuto dalla via di Como, non era da trascurarsi il supposto, assai probabile, che l’Urban l’avrebbe compíto con un movimento aggirante per la via di Induno; nè molto meno a rigettare come improbabile il caso che i corpi lasciati a Gallarate dal De Cristoforis e il presidio di Laveno si movessero a rincalzare di costa e alle spalle l’assalto principale, tentando di mettere i Garibaldini fra tre fuochi.

Importava dunque guardarsi da tutti i lati, e guardarsi in modo da poter all’evenienza far fronte da ogni parte, senza assottigliare di troppo la propria linea e disseminare le forze. Si sottintende che Garibaldi non titubò. Immaginate due linee di difesa, una esterna lungo l’arco Biumo-Giubiano-San Pedrino, e l’altra interna rasente gli sbocchi delle principali vie di Varese, occupa coi Carabinieri genovesi e un battaglionedel terzo Reggimento la Villa Ponti, centro di Biumo Superiore, e vi pianta il suo Quartier generale; mette a guardia di Biumo Inferiore un battaglione del secondo Reggimento, ed erigendo due barricate (una appoggiata alla Villa Litta Modignani a custodia della strada d’Induno, l’altra tra la chiesetta di San Cristoforo e la casa Merini a sbarrare la via di Como) assicura con queste disposizioni la sua sinistra. Indi apposta un battaglione del primo mezzo Reggimento in faccia a Giubiano, e intorno alle alture circostanti di Boscaccio e vi appoggia il suo centro; colloca tra la Villa Pero e la Villa Decristoforis a San Pedrino il rimanente del primo Reggimento sotto il comando del Cosenz, e fatta asserragliare anche quella strada afforza la sua destra dal lato di Milano; richiama il Bixio da Sant’Andrea, giustamente pensando che il nemico meno temibile stava da quella banda, ma non tralascia di far battere da frequenti pattuglie a grande distanza la strada di Laveno; munisce di barricate coll’opera de’ cittadini tutti gli sbocchi di Varese e provvede così alla seconda linea; infine, prescritte come eventuali linee di ritirata le strade di Induno e Sant’Ambrogio, tutto visitato co’ suoi occhi, a tutti comunicando la sua intrepidezza e la sua fede, attende di piè fermo il nemico.

Ed egli non si fece aspettare lungamente. Già fin dalla sera del 25 gli esploratori l’avevano segnalato a Olgiate; un breviloquente manifesto del Commissario regio Emilio Visconti Venosta: «Varesini, voi foste i primi a salutare la bandiera tricolore in Lombardia, voi sarete i primi a difenderla,» n’avevapropagata la certezza. I Varesini erano pronti, i Cacciatori impazienti; e al mattino seguente, sullo scoccar delle otto, il nemico apparve innanzi a Belforte e il combattimento cominciò. Del fatto d’arme di Varese (sarebbe ridevole iperbole chiamarlobattaglia) discorse lungamente il capo di Stato Maggiore dello stesso generale Garibaldi;[194]e noi, più desiderosi di raccoglierne gli insegnamenti che vaghi di pennelleggiarne gli aneddoti, ne ridiremo succintamente.

Dei quattromila uomini circa che il generale Urban traeva seco, una parte, forse un battaglione, l’aveva lasciata in riserva a San Salvatore, forte posizione tra Binago e Malnate; un altro battaglione di Granatieri comandati dal tenente colonnello Bioll l’avea inviato per Casanuova e Cazzone ad eseguire quel movimento aggirante sulla strada d’Induno che il generale Garibaldi aveva preveduto; e cogli altri, duemilacinquecento fanti circa, la cavalleria e quattro pezzi veniva ad assalire direttamente Varese. Facilmente impadronitosi del poggetto di Belforte, annunziò con alcuni razzi il suo attacco; e mosse simultaneamente contro la sinistra e contro il centro garibaldino. Ma nessuno balenò; i Cacciatori attesero, come Garibaldi aveva prescritto, a mezzo tiro de’ loro grami moschetti l’assalitore e con pochi colpi bene assestati l’arrestarono di botto. Tornò egli tuttavia colla medesima tattica ad un secondo e più gagliardo assalto; due movimenti risoluti e aggiustati, comandati a tempo dai colonnelli Medici e Cosenz, lo frustrarono ancora. Infatti, non appena il nemico fu presso alla barricata della grande strada di Como, e spuntò al centro sulle alture di Boscaccio,il Medici con una brillante carica alla baionetta di fronte, il Cosenz con un abile controattacco di fianco, con poche forze, ma con grande valore, ributtarono insieme l’assalitore fin sotto alle falde di Belforte e lo sforzarono a battere in ritirata su tutta la linea.

«Il nemico si ritira!» esclamò Garibaldi dal belvedere di Villa Ponti, donde aveva osservato, colla sua consueta serenità, tutte le vicende della pugna: «Bisogna inseguirlo;» e scendendo di galoppo sulla strada, si pone egli stesso a capo dell’inseguimento.

Il generale Urban intanto arrivava a San Salvatore, dove aveva lasciato la sua riserva, ed ivi più nell’intento, crediamo noi, di proteggere la sua ritirata e di aspettare novelle del corpo del tenente colonnello Bioll, ingarbugliato tra le borre di Cazzone, che per velleità di rinfrescare la battaglia, s’apparecchia a sua volta a sostenere l’assalto.

Garibaldi non aveva con sè che un terzo delle sue forze: il battaglione del Bixio mandato sulla destra, un battaglione del Cosenz sulla strada e alcune compagnie del secondo Reggimento del Medici. Del rimanente, parte era rimasto in riserva a Varese, e parte, condotto dal Medici stesso, s’era avviato su verso Cazzone, dove un balenío di baionette aveva fatto sospettare la presenza d’un corpo nemico. Tuttavia, quantunque la postura di San Salvatore sia fortissima e serri la strada quasi come un contrafforte, Garibaldi non esitò ad ordinarne l’attacco, e occupato il poggetto Roera fronteggiante San Salvatore e fatto ripiegare il Bixio che s’era troppo inoltrato, continua a barattare col nemico un vivissimo fuoco di moschetteria, finchè sceso da Cazzone il Medici, cui non era riuscito di raggiungere la colonna del Bioll, certamente ritiratasi per Casanova, spinge ad una carica di baionetta tutta la sualinea e costringe nuovamente l’Austriaco a lasciare a precipizio anche quella seconda posizione e a non arrestarsi più che ad Olgiate.

Questa in compendio, così nel primo come nel suo secondo periodo, la fazione di Varese: fazione vinta prima che combattuta, e di cui la gagliardía delle posizioni garibaldine, i sagaci provvedimenti del Capitano, il numero di poco disuguale, la tanto disuguale prodezza de’ combattenti, e più d’ogni altra cosa, gli spropositi del Generale austriaco avevano anticipatamente decisa la sorte. Per dir degli spropositi soltanto, essi furono tanti e sì madornali, che nessuna forza e nessuna fortuna li avrebbe potuti correggere. E non parliamo della fiacchezza dell’assalto, della semplicità quasi puerile delle manovre, dell’incoerenza, della lentezza dei movimenti; non dell’errore di lasciare a San Salvatore una così forte riserva; non del più grosso sbaglio di non far appoggiare la mossa dalla colonna di Gallarate e dal presidio di Laveno; parliamo del fallo capitale di non avere fatto attaccare a rovescio Biumo Superiore dalla via Induno; senza di che nessuna forza avrebbe potuto sradicar Garibaldi da quella forte postura.[195]Ma egli lo vide, si dice,e l’ordinò; ed a quel fine doveva operare il battaglione di Granatieri del tenente colonnello Bioll staccato ad Olgiate per Casanova. Peggio ancora, se dopo aver concepita l’idea, d’altronde evidente, non seppe effettuarla. E certo se non fu effettuata, a lui solo tutta la colpa. Infatti obbligando il colonnello Bioll a partire da quel punto lontano, lo pose nella quasi impossibilità di eseguire il movimento aggirante, di cui era incaricato. E basti a dimostrarlo questo solo: che da Casanova a Induno non v’era nel 1859 strada diretta, sì che per arrivare a quel punto era giocoforza fare un lunghissimo giro per Olgiate, o inerpicarsi per sentieri aspri e selvosi di montagne, traverso i quali non era possibile che un corpo pesante (Granatieri) potesse camminare ordinato e spedito per arrivare ad un’ora fissa, a uno scopo determinato. Però il tenente colonnello Bioll, fatte poche miglia fuori di Cazzone, fu costretto ad arrestarsi, ed ecco perchè l’assalto a Biumo, tanto preveduto ed atteso dal generale Garibaldi, voluto, ma non saputo preparare dal generale Urban, non avvenne mai; e fallito il quale, la vittoria dell’uno e la sconfitta dell’altro furono certe ed irrevocabili.

Ancora più vergognosa fu la rotta toccata all’Urban sotto Como, e davvero se era quegli il più famoso capo di partigiani che l’Austria possedeva a que’ giorni, si può dire che il nostro non ne sarebbe stato vinto mai. All’annunzio della vittoria di Varese l’agitazione patriottica, che ancora non poteva dirsi insurrezione, delle popolazioni circonvicine, s’era rinfocolata ed estesa, e i patriotti di Como avevano immediatamenteinviati oratori segreti a Garibaldi per dirgli che la loro città lo aspettava fremendo; che molte pievi del Lario s’eran già sollevate, ed alcune centinaia di giovani armati avevano già occupati i vapori del lago, volontariamente passati alla causa nazionale. E Garibaldi non penò molto a promettere che sarebbe marciato alla volta di Como, non però col proposito d’impadronirsene tosto, ma di occupare in faccia ad esso una buona posizione che gli permettesse di dar la mano agl’insorti del lago e di riassalire di conserva con loro l’Austriaco.

Date pertanto le sue disposizioni per la cura dei feriti, per la provvigione dei viveri, per la sicurezza di Varese, all’alba del 27 col primo Reggimento in testa s’incamminò con tutta la brigata per la via postale, più volte nominata, che per Olgiate e Cavallasca mette a Como. Il generale Urban a sua volta, rinforzato da due nuove brigate (Augustin e Schaffgotsche), onde la sua colonna venne a sommare a circa diecimila uomini,[196]aveva preso una posizione difensiva fra la strada medesima e l’altra più settentrionaleche da Cavallasca per San Fermo piomba su Como; e colla sinistra dietro il Lura tra Brebbio e Brecchia, il centro a San Fermo, la destra al Prato di Parè sul lago, si preparò a sostenere l’assalto. Se non che, male esperto delle abitudini di Garibaldi, egli se l’aspettava principalmente nel piano, alla sua sinistra; quindi rinforzato questo punto, indeboliti malaccortamente tutti gli altri. Garibaldi invece aveva l’occhio fisso ai monti; sicchè giunto ad Olgiate arresta la colonna, mette in posizione tutto il primo Reggimento in aspetto di chi prepari un assalto da quella banda, ristà e tiene a bada il nemico per alcune ore, e allo scoccar del mezzogiorno, sempre coperto dal reggimento Cosenz, volta repentino a sinistra per le erte viottole che salgono a Geronico al Piano ed a Parè, e giunge a Cavallasca in faccia a San Fermo. E quivi spiate attentamente dal campanile di Cavallasca le posizioni nemiche, il generale Garibaldi ideò prontamente il suo piano e ne ordinò con pari celerità l’esecuzione. Toccò la prima prova al colonnello Medici ed al suo reggimento; la terza compagnia del De Cristoforis sostenuta da un’altra attacchi di fronte la chiesa di San Fermo; la quarta compagnia del Susini-Millelire l’attacchi di costa per la sinistra; quella del Vacchieri fiancheggi per la destra; altre compagnie condotte dal Gorini e dal Medici in persona calino sulla strada San Fermo-Rondinello e minaccino la ritirata nemica.

Il primo cozzo fu tremendo; i Cacciatori austriaci armati delle loro eccellenti carabine, appiattati intorno al parapetto del piazzale della chiesa, che s’innalza sopra un poggio a guisa di bastione, e dietro le finestre di due case circostanti, balestrano con un fuoco micidiale di fronte e di fianco i primi assalitori; la compagnia De Cristoforis, che forse s’era mossa troppopresto all’assalto,[197]riga del sangue de’ suoi migliori la via infuocata; cade, colpito al cuore, il tenente Pedotti; cade, lacerate le viscere, il capitano De Cristoforis; cade, fracassata una spalla, il tenente Guerzoni; la compagnia decimata balena, s’arresta un istante, ma non indietreggia: intanto l’assalto ai due fianchi si spiega e incalza; un battaglione austriaco si lancia alla corsa da Rondinello, ma incontra sui suoi passi il Medici in persona che lo arresta, lo carica, lo rovescia; altre compagnie subentrano a rinfrescare l’assalto, e il nemico ormai circuito, diviso, sgominato, va in fuga precipitosa verso Camerlata e Como.

È questo però il primo periodo dell’azione. Garibaldi non indugia un istante ad occupare fortemente le posizioni espugnate; il Medici s’afforza tra Rondinello e Breccia; il Bixio col suo battaglione chiude gl’intervalli tra San Fermo e Rondinello; il maggiore Quintini si pianta col suo battaglione ed alcune compagnie del secondo Reggimento a San Fermo; altre compagnie si stendono a sinistra verso Cima-la-Costa; ma il nemico non si dà vinto ancora, e il generale Augustin,raccolte le forze che teneva nei prati di Pasqué e a San Giovanni presso Como, le spinge parte a destra su Cima-la-Costa per spuntarvi la nostra sinistra; parte a manca per riafferrare l’altura di Sopra-la-Costa, e di là controbattere San Fermo. E la mossa fu condotta con certa rapidità; ma vegliava Garibaldi, vegliavano i suoi Luogotenenti; onde appena l’assalitore giunge a mezzo tiro della nostra linea, il Cosenz a sinistra da Cima-la-Costa, il Medici a destra da Sopra-la-Costa, lo respingono, di svolta in svolta, di poggio in poggio, giù per la strada dond’era venuto, fino a che Garibaldi, adocchiata da Cima-la-Costa quella seconda più ruinosa ritirata, vede possibile quello che prima non pensava, cioè la presa di Como, e si prepara a discendervi. Prescritto infatti che fossero raccolte e riordinate le forze, spedito il Simonetta con altre due guide ad esplorare la città, lasciate alcune retroguardie a proteggere San Fermo, s’incammina a notte calata giù per la tortuosa via di Borgo Vico, e ormai accertato dagli esploratori che l’Austriaco ha abbandonato Como, vi penetra risolutamente.

Tralascio il descrivere la sorpresa della città; il destarsi in soprassalto de’ cittadini riscossi nel sonno da quel grato suono d’armi e d’armati; e lo spalancarsi istantaneo delle porte e delle finestre; e il brulicar rapido delle vie inondate quasi per incanto da una piena di popolo trasognato ancora, ebbro, farneticante. Tralascio Garibaldi baciato, benedetto, toccato come un santo, portato in trionfo sino al palazzo del Comune; e le campane a gloria e le fiaccole e le bandiere, e i viva e gli abbracciamenti e le lagrime, e il tumulto e il baccanale; perchè ormai codeste scene ricorreranno troppo frequenti in questa Vita, e, vorrei anche dire, in Italia, perchè giovi il descriverlee non sia troppo facile l’immaginarle. Diciamo piuttosto che Garibaldi non smarrì un istante solo la mente, e che non era appena in città che già pensava a custodire le sue spalle, inviando il Medici, infaticabile quanto lui a vegliar la strada di Camerlata, dove ancora s’accalcava minaccioso il nemico, ed a munirvisi.

L’alba dell’indomani però chiarì che l’ultimo Tedesco era scomparso da Camerlata; e che oramai tutta la colonna dell’Urban s’era riconcentrata tra Barlassina e Monza sulla strada di Milano. Allora Garibaldi, incapace d’immobilità, pensò di approfittare della ritirata del nemico, e per usar una delle sue frasi predilette, «di far qualcos’altro.» Affidata a Gabriele Camozzi, commissario regio per Bergamo, l’organizzazione militare; lasciata la compagnia del Fanti a proteggere Como, a reclutar volontari, a raccogliere armi; inviata collo stesso ufficio la compagnia del Ferrari a Lecco; lodati, stimolati i suoi Cacciatori e concessa loro per riposo tutta quella giornata del 28; la mattina del 29, all’improvviso, senza svelare ad alcuno il suo disegno, fa battere l’assemblea, e contromarcia col resto della brigata, di molto assottigliata dai morti, dai feriti, dagl’infermi, dai distaccati,[198]per Olgiate e Varese.

Dove si andava? a che mirava? s’affretta a chiedergli qualcuno del suo Stato Maggiore. «Andiamo, rispose, a incontrare i nostri cannoni a Varese.» Infattiil Ministro della guerra s’era finalmente deciso ad inviare ai Cacciatori delle Alpi quattro obici di montagna, che dovevano, nella mente sua, sostituire i quattro cannoncini che il conte Francesco Annoni aveva regalati a Garibaldi fin da Torino e che s’erano arrenati per via, non sappiamo nè come nè dove. Ma i cannoni erano un pretesto, o tutt’al più un fine accessorio: altro era l’intento di Garibaldi. Egli non aveva mai deposto il pensiero di assicurarsi una base sul Lago Maggiore; quindi d’impadronirsi di Laveno, che ne era uno dei punti dominanti. Marciava perciò a quello scopo, e fidando sulla ritirata e lo scompiglio del nemico, sulla rapidità e segretezza delle proprie mosse, sperava riuscirvi. Ora fino a qual punto quello scopo fosse utile a conseguirsi, e se esso compensasse i pericoli di quella contromarcia rischiosa, lo discuteremo in appresso; per ora seguiamo i passi dei combattenti e vediamo i fatti.

Passata la notte del 30 a Varese, muove all’alba dell’indomani per la gran strada di Laveno; giunto a Gemonio, sosta, studia il piano, raccoglie notizie del forte a cui mira; quindi deciso di tentarne la notte stessa la sorpresa, s’inoltra colla brigata fino a Cittiglio; lascia dietro di sè a Brenta sulla strada di Valcuvia, sua linea di ritirata, il secondo Reggimento, ed a Gemonio, sulla strada di Varese, donde era possibile, se non probabile, una comparsa dell’Urban, il terzo; manda segretamente il Bixio e il Simonetta sull’altra sponda del lago, perchè vi raccolgano barche ed armati, con cui tentare un abbordaggio contro qualcuno de’ vapori austriaci ancorati presso Laveno; e ciò fatto volta a sinistra per Mombello e va a collocarsi a due chilometri dal forte di Laveno, diramando tosto i suoi ordini per attaccarlo.

E gli ordini erano stati buoni; i soli possibili forse: se a frustrarli non avesse cospirato quel nemico quasi fatale di tutte le imprese notturne, generatore inevitabile di confusione, d’equivoci, di terrori: il buio. E invero, e tralasciando i particolari, il capitano Bronzetti, che doveva con una compagnia cogliere di sorpresa il forte di Castello dal lato settentrionale, viene abbandonato dalle guide, perde la via e non arriva al posto; il capitano Landi, cui spettava penetrare non visto con un’altra compagnia dal lato meridionale, è scoperto prima del tempo dalle vedette, incontra un’inattesa strada coperta, guernita di nemici là dove credeva trovare un orto indifeso, combatte un’ora valorosamente, lascia sul terreno feriti i luogotenenti Gastaldi e Sprovieri, sino a che, ferito egli stesso, è costretto a ritirarsi nella fretta e nel disordine inevitabili a tutte le imprese notturne fallite. E il forte, naturalmente, desto dall’inopinato allarme, dà fuoco a tutte le sue batterie, tempesta di palle il terreno circostante, comunica l’allarme ai vapori, i quali accortisi delle barche condotte dal Bixio e dal Simonetta le ricevono a bordate e mettono ben presto lo spavento nella ciurma inesperta, che urlando «a terra a terra» si sgomina, e nonostante le preghiere, i comandi, le minaccie de’ suoi intrepidi condottieri, volta precipitosamente le prue.

Potevano essere le due dopo mezzanotte, e Garibaldi calato il berretto sugli occhi, soffocando l’ira nel cuore, borbottando:maledetta paura!(e rispetto agli assalitori del forte abbiamo veduto che aveva torto e che paura non ci fu), ordina la ritirata su Cittiglio, e colà si ricongiunge in buon ordine ai corpi che aveva lasciati a Brenta ed a Gemonio.


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