Il sole del 31 maggio doveva essere foriero di una non lieta novella. Anzitutto il generale Urban s’accostava minaccioso e ringagliardito a Varese, e Garibaldi, che aveva tutto predisposto per ritornarvi, dovette prudentemente mutar pensiero e risalire la via di Valcuvia, dove poteva, protetto dai monti, attendere gli eventi. Dal canto loro i Varesini, sgomenti, ma non avviliti, dall’annunzio del pericolo imminente, inviano a Garibaldi per richiederlo d’aiuto e di consigli; ma a lui non restava altro che a rispondere: «Uscissero i cittadini validi, portando seco le armi e le munizioni e riparassero ai monti.» Consiglio disperato, ma l’unico effettuabile in quel caso.
Non tramontava difatti la giornata del 31, che il generale Urban compariva con due colonne da Tradate e da Gallarate sulle alture di Giubiano e di San Pedrino che da quel lato attorniano Varese, e vi si accampava militarmente. Conduceva dodicimila uomini d’ogni arma e diciotto pezzi d’artiglieria; sbuffava fuoco e fiamme; annunziava alla ribelle città strage e rovina; la multava dell’assurdo tributo di tre milioni e di proviande in pazza quantità; prendeva statici anche fra i più innocenti e li minacciava ad ogni istante di morte; esigeva per sè e pe’ suoi ufficiali strane leccornie di vini e di vivande; e non soddisfatte le sue insensate pretese (nè potevano esserlo da una città non ricca e vuota de’ suoi abitatori), apriva contro di essa un furibondo bombardamento e l’abbandonava per parecchie ore al saccheggio.[199]
Intanto che Varese fuggiva e si riparava alla meglio da quel flagello, più per confortare di sua vicinanza la tribolata città e spiare davvicino le mosse del nemico, che per deliberato proposito di cercargli battaglia, Garibaldi scendeva da Valcuvia fino in faccia di Santa Maria del Monte; e di là nella mattina del 1º giugno giù fino a Sant’Ambrogio e Robarello, discosti un’ora di cammino da Varese. E certo più bella occasione di vendicarsi di quel brigante di Garibaldi, al Generale austriaco non si poteva porgere. Aveva tanto giurato e sacramentato di volerlo appiccare con tutti i suoi; ed ecco che lo teneva, può dirsi,nell’ugne; era tornato espressamente a Varese con forze quadruplicate per schiacciare con un colpo magistrale l’aborrito nemico, e la fortuna glielo faceva incontrare a un tratto di cannone, in una posizione quasi disperata; o perchè dunque non lo assaliva? Perchè se ne stava immobile dietro Varese, occupato soltanto a bombardare una vuota ed inerme città, quando Garibaldi scendeva a sfidarlo così da vicino? Perchè lasciò scorrere tutta quella giornata del primo senza muovere un passo, senza tentare nemmeno una ricognizione a fondo, e soltanto la sera del giorno stesso si decise ad occupare la posizione di Biumo Superiore; quel Biumo, come dicemmo, chiave di tre vie e baluardo bifronte che il Garibaldi italiano aveva subito afferrato, appena entrato in Varese, e il Garibaldi austriaco, come chiamava sè stesso, contemplò da lontano tre giorni prima di conoscerne l’importanza? E si fu appunto perchè il Generale austriaco non s’era accorto di Biumo, che Garibaldi rivolse in mente per alcune ore l’idea di prender egli quell’offensiva, che il nemico più forte non sapeva prendere; e soltanto verso sera, quando seppe occupata quell’importante postura, ne depose il pensiero.
Intanto più grossi avvenimenti erano accaduti sul maggior teatro della guerra. Fra il 27 e il 28 l’esercito alleato iniziava quel grande movimento di fianco dal Po sul Ticino, che fu l’unica manovra strategica di tutta la campagna; il giorno 30 dello stesso mese l’esercito piemontese sforzava i passi della Sesia e colla seconda vittoria di Palestro se n’assicurava il possesso; in conseguenza de’ quali fatti tutto l’esercitofranco-sardo veniva a trovarsi ammassato tra Mortara e Novara, pronto, vorremmo dire, a varcare il Ticino, se la prontezza fosse stata la dote della mente direttrice di quell’esercito. Ora questi avvenimenti erano affatto ignoti al generale Garibaldi, poichè nessuno al Quartier generale principale aveva pensato a mandargliene pur un cenno; ma non lo erano naturalmente al generale Giulay, il quale, penetrato il segreto della mossa nemica e accortosi oramai che lo aspettava una battaglia difensiva sull’alto Ticino, aveva pensato a rinforzarsi su quel punto quanto più poteva, e non attribuendo, giustamente, alcuna importanza alla diversione di Garibaldi,[200]s’era affrettato a richiamare la divisione Urban da Varese dandole per obiettivo Turbigo.
L’ordine, a quanto assicura uno storico,[201]giunse al Generale austriaco in sulla sera del 1º maggio; e può essere; certo egli non lo eseguì immediatamente, perchè la mattina del 2 era ancora in battaglia sulle sue posizioni del giorno precedente. Comunque, oramai da Garibaldi egli non aveva più nulla da temere; chè il nostro condottiero, considerati i rischi d’un combattimentosì disuguale, ignaro, come dicemmo, di tutte le mosse degli alleati, epperò anche dell’ordine di ritirata ricevuto dal suo avversario, s’era a sua volta deciso di ripiegare su Como; e nella stessa mattina aveva appoggiato ad Induno ed Arcisate, che erano appunto le prime stazioni della via che s’era proposto di percorrere.
Però, com’è suo costume, egli aveva mascherato sì bene il suo movimento, che il generale Urban non ne ebbe sentore; anzi vedendolo appostarsi fortemente nei dintorni d’Induno, lo prese piuttosto come un preparativo di nuove operazioni offensive, che di ritirata; e sollecito assai più di guardar sè stesso che di tentare il nemico, si accontentò di far correre il terreno circostante da piccoli drappelli, che non giunsero mai nemmeno a tiro delle vedette italiane.
In realtà erano due avversari che pensavano a ritirarsi: l’Italiano obbligato dalla esiguità della forza e dalla debolezza delle posizioni; l’Austriaco dagli ordini del suo Generalissimo e dal precipitar degli eventi. Perciò, intanto che Garibaldi levava il suo nuovo campo d’Induno, e per Arcisate, Rodero Casanova s’avviava su Como; l’Urban lasciava una forte retroguardia di circa duemila uomini a guardia di Varese e Como, e col grosso della sua divisione contromarciava su Gallarate diretto al Ticino.
Se non che Garibaldi, cui era mancato ogni indizio per supporre quella ritirata, continuava a marciar molto circospetto, guardingo, come uomo che non sia ben sicuro nè della sua testa, nè delle sue spalle.
Poichè convien sapere, e forse abbiamo tardatotroppo a narrarlo, che fino dal 31 maggio, cavalcando egli tra Sant’Ambrogio e Robarello, incontrava per via una bella signorina, la marchesa Giuseppina Raimondi, la quale, dicendosi arrivata allora allora da Como traverso i monti della Svizzera, veniva a portargli l’annunzio che la sua città era minacciata a un tempo dagli Austriaci di fuori e dagli austriacanti di dentro, e bisognevole perciò d’un immediato soccorso. Qual effetto producesse sull’animo, o sui sensi, di Garibaldi l’inattesa vista dell’audace messaggiera, vedremo un giorno; intanto egli la invitò a entrar con lui nella locanda di Robarello e le consegnò questo biglietto:
«Robarello, 1º giugno 1859.»Signor Visconti,»Io sono a fronte del nemico a Varese; penso di attaccarlo questa sera. Mandate i paurosi e le famiglie che temono fuori della città; ma la popolazione virile, sostenuta dal Camozzi nostro, le due Compagnie, i Volontari e le campane a stormo, procurino di fare la possibile resistenza.»
«Robarello, 1º giugno 1859.
»Signor Visconti,
»Io sono a fronte del nemico a Varese; penso di attaccarlo questa sera. Mandate i paurosi e le famiglie che temono fuori della città; ma la popolazione virile, sostenuta dal Camozzi nostro, le due Compagnie, i Volontari e le campane a stormo, procurino di fare la possibile resistenza.»
Pur tuttavia, come esser certi che quell’avviso fosse pervenuto al Visconti Venosta, e che Como volesse e sapesse resistere, e che gli ordini del Generale avrebbero potuto essere comunque eseguiti? Grande dunque l’incertezza così in lui, come ne’ suoi Luogotenenti consapevoli del segreto; tormentoso in ognuno il dubbio di trovar le strade di Casanova sbarrate dai nemici: più frequenti perciò e più ansiose le esplorazioni e le cautele man mano che la colonna s’avvicinava a Como. Aveva bensì Garibaldi spedito due nuovi messi all’altro commissario Camozzi per avvertirlo che marciava a quella volta e ordinargli di occupar San Fermo; e del pari il Camozzi non aveva tralasciato di inviargli l’annunzio che tutte le posizioni da lui indicateerano occupate, e che l’aspettava; ma questa rassicurante risposta, sviatasi, non sappiamo come, per via, non fu consegnata a Garibaldi che al suo arrivare in Como; onde il fitto buio della notte aggiungendosi all’oscurità de’ fatti, accresceva negli animi l’inquietezza ed il sospetto. Quale consolante sorpresa però, quando, giunta la nostra avanguardia presso San Fermo, si udì squillare unalt-chi-va-làin pretto italiano; e quale gioia di tutti nell’udire levarsi per l’aria le grida diViva l’ItaliaeViva Garibaldi, segno troppo eloquente che si era in paese amico, tra braccia d’amici. E da quell’istante la strada pareva sparire sotto i piedi; la marcia non fu che un continuato tripudio sino a Como, la quale tremante quattro giorni di rivedere ad ogni istante gli Austriaci, si vendicava con urla di gioia e suoni di musiche e passeggiar di fiaccole dallo spavento passato.
L’indomani era la giornata di Magenta, e ne sono stampati nella memoria degli uomini gli errori, le prodezze ed i beneficii. Ventiquattro ore dopo l’intero esercito austriaco era in ritirata sull’Adda; le avanguardie degli alleati entravano in Milano, ed anche il piccolo obbliato corpo de’ Cacciatori delle Alpi poteva proseguire la sua marcia fortunosa.
Prima però di seguirlo, volgiamoci un istante a riguardare l’opera del nostro eroe in quel primo periodo della Campagna.[202]Noi siamo i primi ad assentireche i risultati da lui ottenuti furono scarsi; ma non si deve da essi misurare la grandezza dell’uomo che li ottenne. Noi non vogliamo magnificarli più del ragionevole, ma non crediamo siano stati ancora bastevolmente riconosciuti ed estimati. Certo se riguardiamo l’impresa commessa a Garibaldi ne’ suoi effetti pratici, principalmente militari, può dirsi sterile; ove la consideriamo nel modo con cui fu condotta, deve stimarsi ammiranda. Passato il Ticino, e nemmeno quella fu la più facile delle opere, gli ordini dati, gli accorgimenti adoperati per coprire la sua marcia da Sesto-Calende a Varese, sono degni di qualsiasi più provetto capitano: il combattimento di Varese dovrebbe essere dato nelle nostre Scuole militari come modello della tattica di posizione; la pronta decisione di riprendere all’indomani stesso l’offensiva è più facile ammirarla che prenderla; la dimostrazione su Olgiate diretta a mascherare l’attacco di San Fermo, e tutti i particolari della marcia e del combattimento, meriterebbero d’essere studiati daqualsiasi giovane ufficiale; infine l’ispirazione venutagli sul campo di battaglia di San Fermo di calare su Como, molti Generali la possono invidiare, ma a pochi è concessa.
È certamente disputabile la contromarcia su Varese e la spedizione su Laveno; ma ogni ragione ponderata e vagliata, noi ci peritiamo ad affermare che fra tutti i partiti era quello il migliore. Che cosa restava infatti a Garibaldi dopo la presa di Como? L’immobilità difensiva intorno alla presa città? Nessuno, speriamolo, l’avrebbe consigliata. La marcia su Milano? Basti pensare a’ suoi tremila duecento uomini, senza cavalli e senza cannoni, e a’ quindicimila Austriaci d’ogni arma che gli stavan contro in paese raso e scoperto,[203]per levarne a chicchessia il capriccio? La ritirata su per la Valtellina? Certo era un partito sicurissimo; ma appunto perchè troppo sicuro non si confaceva a Garibaldi, nè al suo mandato. La Valtellina poteva essere un rifugio in caso di rovescio; ma non mai una base d’operazione per un corpo destinato ad una missione attiva e militante. Come avrebbero potuto i Cacciatori delle Alpi molestare ed indebolire l’estrema destra dell’Austriaco, se andavano ad inerpicarsi su pei monti a centinaia di chilometri da lui? Come sollevar la Lombardia, se andavano a portar la rivolta dove non poteva avere nè eco nè propagazione, nè soccorrere gli amici, nè infastidire i nemici?
La ritirata in Valtellina significava la paralisi per molto tempo di tutta la colonna garibaldina; la spedizione di Laveno aveva i suoi rischi, ma assicurava,se il colpo fosse riuscito, una base salda all’intero corpo che gli avrebbe permesso di restare nello scacchiere, Lago Maggiore-Milano-Varese-Como,[204]fino all’entrar in linea del grande esercito, e di serrar sempre dappresso i fianchi del nemico; che solo per tal modo poteva sentire la molestia della diversione ordinata contro di lui. Il solo guaio fu che la sorpresa di Laveno fallì; e ne diamo, se vuolsi, la sua parte, la maggior parte di torto, a Garibaldi; ma poteva anche riuscire, e mancò poco non riuscisse: e in ogni modo ogni scolaro c’insegna che non si deve mai giudicare d’un concetto strategico dagli errori o dagli eventi dell’azione tattica diretta ad attuarlo; come nessun storico di quell’anno cessò di lodare la conversione strategica dell’imperatore Napoleone dal Po al Ticino, solo perchè la battaglia di Magenta, per gli sbagli commessi prima e durante, rischiò d’esser perduta.
Ma qui ci occorre aprir tutto l’animo nostro. A Garibaldi era stata commessa un’ardua impresa senza la forza necessaria a compierla. La sproporzione anzitra il fine ed i mezzi parve a taluno sì grande, che il Governo piemontese fu persino sospettato d’aver piuttosto mirato ad orpellare la parte rivoluzionaria con una vana lustra e trastullar Garibaldi con un gradito zimbello, che voluta seriamente un’opera seria. E il sospetto era certamente ingiusto, e la lealtà di Vittorio Emanuele ed il patriottismo del conte di Cavour ce ne stanno garanti. Però se mal animo non ci fu, nè ci poteva essere, ci fu certamente errore. Se davvero si credeva utile, se non necessaria, una diversione nell’alta Lombardia, conveniva che i mezzi le fossero apprestati in misura adeguata agli ostacoli che doveva superare ed ai nemici che doveva vincere. E ciò non fu. Si trattò Garibaldi, come i padri feudali del Medio Evo trattavano i figliuoli cadetti: mettevano loro nelle mani un vecchio ronzinante, una vecchia lama ed una smilza borsa e li mandavano a cercar fortuna pel mondo.
Così al capo de’ Cacciatori delle Alpi: gli diedero tremila cinquecento giovani male armati, mal vestiti, senza artiglierie, senza cavalli, e gli dissero: ingegnati. Ed egli s’ingegnò; ma non era nè provvido nè fraterno attender tutto dai prodigi del suo genio e dal valore de’ suoi camerati. Egli sapeva d’esser debole; e però prima di partire dal Po aveva invocato che la sua brigata fosse rinforzata e provveduta di tante cose necessarie a qualunque guerra; ma, triste a ripetersi, o gli furono negate, o non gli furono concesse che tardi, a spizzico, a stento, quando n’era ormai passato il bisogno e scemata l’utilità. Chiese infatti il reggimento de’ Cacciatori degli Appennini, volontari venuti e organizzati per lui: negati; chiese una batteria di cannoni: negata o concessa soltanto a metà, senza muli, senza artiglieri e d’un calibro insufficiente; chiese cavalli,ambulanze, armi: negati o dati così a rilento, in sì scarsa misura, da tornar pressochè inutili! Nessuno può immaginare quel che avrebbe potuto fare Garibaldi, se invece di quei tremila cinquecento uomini, ne avesse avuti anche non più di cinque o seimila forniti di tutte le armi convenienti!
E fosse qui tutto; ma fu lasciato quindici interi giorni senza un’istruzione, un ordine, una notizia, nè dell’esercito nemico, nè dell’esercito amico; talchè egli non conobbe le mosse degli alleati, e nemmeno il loro avvicinarsi al Ticino e i preludi di Magenta, se non quando erano già vociferati dovunque dalle gazzette e dalla fama! Ora dicasi pure che carattere di codesti corpi alla partigiana è d’essere spediti e leggieri e di procedere sciolti e indipendenti dai grandi eserciti, di cui sono in certa guisa le estreme avanguardie: tutto questo sappiamo noi, e sapeva meglio Garibaldi; masunt certi denique fines, anco a questa norma; e i confini doveva prescriverli il dovere, oltrechè l’utilità: il dovere di metter in grado il corpo staccato d’adempiere al suo scopo e di trarre dall’opera sua tutto il vantaggio possibile. E se ciò si fosse osservato, non si sarebbe potuto affermare, e con molta ragione, che la punta di Garibaldi in Lombardia fu militarmente infruttuosa. Se gli fosse stato dato il poco che chiedeva, se avesse potuto varcare il Ticino con forze almeno raddoppiate, se non gli si fossero nascosti, quasi come a nemico, i principali movimenti del grande esercito, nessuno può prevedere quel che avrebbe saputo fare!
Probabilmente l’Urban non sarebbe stato battuto due sole volte, ma tre; certo non avrebbe potuto, nè liberamente accorrere alla chiamata del Giulay, nè recare il 4 giugno all’esercito imperiale il soccorso non ispregevole che gli recò.
Il 24 maggio il conte di Cavour telegrafava a Garibaldi in Varese: «Insurrection générale et immédiate;» e certo se v’era uomo da intendere l’ardito laconismo di quel comando, era il capo dei Cacciatori delle Alpi. Se non che il conte di Cavour scrivendolo dimenticava due cose: che se non è mai facile intimare una rivoluzione a giorno e ora fissa per cenno di telegrafo, lo era anche meno in un popolo, come il lombardo, vigilato da un presidio di circa ventimila soldati e serrato all’intorno da un esercito ancora invitto di duecentomila, côlto inerme e sprovveduto, educato da anni alla fede lunga e pacifica della rivoluzione diplomatica e dell’iniziativa piemontese; e che al postutto vedendo la sua causa commessa alle mani di due eserciti poderosi, non vedeva più alcuna ragione sufficiente per buttarsi allo sbaraglio d’un’insurrezione, di cui eran certi i rischi, affatto ignoti i vantaggi e superflui i sacrifici.
E v’ha di più. Acciocchè la rivoluzione lombarda potesse divenire veramente «generale,» come la intendeva il conte di Cavour, era necessario che essa o prima o poi s’impadronisse di Milano. Una rivoluzione chiusa nelle prealpi del Varesotto e del Comasco poteva essere sgradita e fastidiosa al Governo austriaco, ma danneggiare o molestare seriamente il suo forte esercito non mai. Milano, se l’insurrezione lombarda era davvero necessaria alla vittoria, doveva essere il focolare dell’incendio, e una volta acceso nella capitale tutte le provincie sarebbero divampate.
Ma come sperare tanta fortuna? E come, ammesso pure che i Milanesi fossero predisposti alle disperate audacie del 48, come avrebbe potuto Garibaldi o spingerli, o secondarli, o soccorrerli?
Il Carrano scrive che il Medici la mattina del3 giugno consigliò il suo Generale di marciare su Milano; e il consiglio riattesta l’animo del prode che lo dava. Ma poteva Garibaldi con quei suoi tremila, spossati, logori, decimati, avventurarsi contro le mura d’una città non forte, ma pur sempre bastionata, guardata ancora da un potente presidio, fiancheggiata sempre dall’Urban, lontano poco più d’una marcia, e incerto ancora l’esito della battaglia di Magenta; anzi incerto persino che battaglia vi sarebbe stata?
Da qualsivoglia parte la si riguardi, comunque la si rivolti, la spedizione di Garibaldi in Lombardia fu tanto male apprestata ed ordinata, quanto mirabilmente condotta e combattuta. Se la diversione sull’estrema destra nemica, se «l’insurrezione generale ed immediata» della Lombardia erano reputate parti utili e integranti del piano generale di campagna, conveniva che Garibaldi arrivasse sul terreno con forze adeguate al cimento. Se non lo era, meglio adoperare i volontari e il loro Capo altrove e più utilmente; meglio non illudersi nè illudere; meglio risparmiare tanto sangue prezioso e tante giovani vite; e lasciar che la guerra fosse quel che era di fatti: un’impresa nazionale, commessa dal popolo alla dittatura d’un Re leale, d’un abile Ministro e d’un generoso alleato, e nella quale al popolo non restava altra parte che combattere ubbidiente e allineato nelle file, attendendo dalla fortuna delle armi e dalla virtù de’ suoi liberatori i decreti del suo destino.
Tuttavia nemmeno per la battaglia di Magenta la brigata garibaldina cessò dal suo ufficio o rallentò dalla sua operosità. Come prima, continuò a precedereil grande esercito alleato, a correre sui fianchi del nemico, a occupar nuove terre, a piantar sempre più innanzi il vessillo italiano; e come prima, fu lasciata (almeno fino al 9 giugno) senza sussidi, senza comandi, senza notizie; abbandonata all’abilità del suo Capo ed alla sua stella.
Noi ne traccieremo a rapidi passi l’itinerario, poichè per dieci giorni tutto il merito suo fu di celerità e di lena.
Il 4 e 5 giugno Garibaldi li adopera a riordinare le sue forze, a chiamare nuovi volontari, ad afforzarsi in Como, a perlustrare in tutti i sensi le strade circostanti, a lanciare sulle orme del nemico drappelli di scorridori che si spingono sui fianchi dell’Urban ritirantesi da Gallarate, volteggiando sin presso le porte di Milano.
Nella notte poi dal 5 al 6, ormai certi gli effetti della battaglia di Magenta, s’imbarca con tutta la brigata, meno alcune compagnie lasciate a Como per tutela della città e nucleo di nuovi battaglioni, alla volta di Lecco, e nel giorno stesso in cui l’esercito alleato varcava il Ticino, tocca la destra sponda dell’Adda. Breve però la fermata: chè il dì appresso tenendo sempre ai monti ripiglia la marcia per Caprino e Almeno; e dopo breve sosta scende a passo di carica sopra Bergamo, dove sperava abbrancare almeno la coda del reggimento di presidio, che due suoi fidati, introdottisi furtivamente nella città,[205]gli avevano annunziato fare apparecchi di precipitosa ritirata.
Arrivato però troppo tardi, chè il nemico era corso più di lui, pensa immediatamente a inseguire ifuggenti sulla strada di Crema; se non che, appena cominciata la marcia, ode alla stazione che un corpo d’Austriaci s’avanza in ferrovia col proposito di giungere in aiuto del presidio, di cui ignorava la partenza. Allora Garibaldi che si vede tornar tra le ugne, inconscio e sprovveduto, quel nemico che aveva fino allora indarno inseguíto, pregusta la voluttà d’una copiosa e facile retata, e richiamata in fretta la brigata dalla strada di Crema, distribuisce e rimpiatta in tutti i nascondigli della stazione i suoi Cacciatori, che zitti, quatti, intenti, coll’ansia del cacciatore che anela la preda, stanno ad aspettare. Disdetta! A pochi passi da Seriate il battaglione viaggiante, avvisato da uno spione (fungaia di tutte le guerre) che a Bergamo v’erano i Garibaldini, arresta il treno, ne smonta frettoloso, e circondato da fiancheggiatori e da esploratori s’inoltra con tutta la cautela verso la città. E poteva ancora essere colto; se non che il Bronzetti, inviato con una compagnia a percorrer la strada di Seriate, lo incontra; non contando i nemici li assalta con impetuoso ardimento e li arresta, li sbaraglia, li costringe a ricercare più celeri che mai la vaporiera, che li salva dall’agguato mortale che li attendeva.
In quel medesimo giorno i Sovrani alleati entravano solennemente nella Capitale lombarda, il generale Bazaine rompeva le retroguardie di Zobel a Melegnano, e Garibaldi era chiamato in Milano da Vittorio Emanuele a conferire con lui. Le accoglienze del Re al Condottiero furono degne del grande animo di quello e della gloria di questi, e caldi gli elogi a lui ed aisuoi, e copiose le promozioni e le decorazioni, e iterati i conforti a continuare nella comune impresa; ma oltre a queste cortesie, nulla più. E pure un accordo sarebbe stato tanto giovevole! E doveva parer così naturale al Capo supremo dell’esercito, poichè la vittoria gli aveva fatto ritrovar viva e gloriosa la sua estrema avanguardia, l’affiatarsi col suo capo, fermare con lui il disegno delle operazioni future, e trarre dall’opera sua il maggior profitto possibile! Però ha ragione lo storico dei Cacciatori delle Alpi[206]di dolersi che l’esercito nostro si sia lasciato sfuggire l’opportunità di schiacciare, mercè un’operazione combinata col generale Garibaldi, la divisione del generale Urban, che fino dal 7 aveva preso campo sull’Adda, ne’ dintorni di Vaprio e vi si era trincerato.
Poichè la posizione del Generale austriaco poteva dirsi forte, finchè non era minacciata che di fronte; ma dopo l’entrata di Garibaldi in Bergamo non lo era più; e bastava che il generale Cialdini, il quale formava l’avanguardia del nostro esercito, si fosse affrettato verso l’Adda, e il generale Garibaldi fosse calato, con mossa combinata, da Bergamo, perchè quella Divisione nemica, ancora staccata dal grosso del suo esercito, fosse inevitabilmente disfatta. E quanti frutti non si sarebbero colti da questa semplicissima manovra! La rotta di Vaprio avrebbe precipitata la ritirata dell’esercito austriaco più della rotta di Melegnano; gli eserciti alleati avrebbero potuto marciare più celeri e spediti, e arrivando molto prima sulla destra del Mincio, avrebbero troncato a mezzo il secondo concentramento del nemico e reso Solferino impossibile.[207]
Ma non è da noi discutere delle operazioni degli alleati; ci basti mettere in sodo che, se l’Urban potè restar sull’Adda impunemente ancora tre giorni, e Garibaldi fu costretto a indugiarsi a Bergamo altri tre, la colpa si deve cercare in quel complesso di ragioni chiare ed oscure, piccole e grandi, per le quali l’esercito alleato aveva fin dal 9 giugno perduto il contatto col nemico, sprecando quattordici giorni per marciare, senza combattere, dal Lambro al Chiese.[208]
Comunque, la mattina dell’11 giugno l’Urban lasciava Vaprio ritirandosi per la via di Crema, e la sera del giorno stesso Garibaldi abbandonava Bergamo incamminandosi per Brescia. Marcia non senza pericoli per lui che doveva correre su una strada parallela a quella di un nemico più forte, col pericolo di trovarselo ad ogni ora sul fianco senza speranza di pronto aiuto dal grosso dell’esercito. Tuttavia, destreggiando come al solito, usando del sottile manipolo de’ suoi cavalieri con arte che parve maravigliosa soltanto ne’ Prussiani, comparendo e scomparendo co’ suoi scorridori su tutti i punti della linea nemica, spingendo ad una marcia forzata di notte i suoi Cacciatori affranti, ma indomiti, varcò all’alba del 14 le porte di Brescia;la quale, memore del suo nome, sprezzando il consiglio de’ pochi suoi timidi, incitata dall’infiammata parola di Giuseppe Zanardelli, e dall’esempio de’ suoi più fervidi patriotti, non aveva atteso colle mani al sen conserte, neghittosa o rassegnata, il liberatore; ma appena l’avanguardia dei Cacciatori, guidata dal bravo capitano Pisani, era comparsa nelle mura, s’era stretta intorno all’audace drappello, aveva atterrati insieme con lui gli stemmi della signoria straniera inalberando i vessilli della redenzione nazionale; ed era già tutta in piedi colla fiera attitudine d’un popolo deliberato a non lasciarsi ritogliere il bene conquistato, pronto a dare all’eroe che veniva a liberarla soccorso non di sole parole.
Però commoventi, trionfali le entrate di Garibaldi in Varese, in Como, in Bergamo; ma quella di Brescia, epica. E che dieci anni di oppressione non avessero fiaccata la fibra della città, sdegnosa d’ogni vil pensiero, fu manifesto il giorno stesso, quando, corsa all’improvviso la voce che gli Austriaci s’accostavano alla città dalla strada di San Zeno, si vide il popolo intero versarsi come torrente per le vie a chieder armi e battaglia; ed armarsi egli stesso di quanto gli veniva alle mani; e serrarsi intorno all’invitto Capitano ed alla sua Legione, invocando d’essere condotto alle mura incontro al reduce oppressore. Il pericolo fortunatamente dileguò: la colonna austriaca, frazione della divisione Urban accampata a Bagnolo, avviata su Brescia per estorcerle non so che multa di guerra, non appena seppe che la città era di Garibaldi, rifece a passi più che studiati la sua via; ma non è men vero che, se l’incauto nemico si fosse cimentato ad un assalto, Brescia avrebbe rinnovato una delle sue dieci giornate.
Dall’ingresso in Brescia la storia dei Cacciatori delle Alpi e del loro Capitano cessa d’essere distinta e indipendente da quella dell’esercito alleato e si perde, a dir così, semplice postilla, nelle grandi pagine del suo libro. Non affermiamo per questo che le sia venuto meno ogni valore; molti ancora i travagli, i sacrifici e i cimenti: ma la mente che la dirige è un’altra; il concetto che la ispira scende dall’alto, da sfera lontana e superiore; l’uomo che la comanda, sottomesso al cenno d’altri capi, guidato in ogni passo dall’impulso d’altre volontà, ingranato sempre più nel rigido meccanismo della gerarchia militare, diventa un brigadiere qualsiasi dell’esercito, non è più Garibaldi.
E questo si deve dire del combattimento di Tre-Ponti o di Rezzato che vogliasi chiamarlo.
Nella notte dal 14 al 15 giugno, standosi il generale Garibaldi in Sant’Eufemia sulla strada Brescia-Lonato, riceveva dal Capo dello Stato Maggiore dell’esercito italiano quest’ordine: «Sua Maestà il Re desidera che domattina ella porti la sua Divisione[209]su Lonato, dove sarà seguita dalla Divisione di cavalleria comandata dal generale Sambuy, composta di quattro reggimenti di cavalleria di linea, con due batterie a cavallo.» Verbalmente però il messaggiero soggiungeva, esser ordine dello stesso Re che Garibaldi restaurasse il Ponte del Bettoletto sul Chiese che sta a settentrione di Ponte San Marco.
Ubbidendo pertanto all’ordine regio, all’alba deldì successivo il Generale metteva in moto la sua colonna verso la mèta designata. Se non che, giunto a Rezzato, esploratori suoi e paesani gli annunziano che sulla sua destra tra Castenedolo e Montechiaro scorrazzava un corpo d’Austriaci, che era appunto la retroguardia dell’inevitabile Urban, accampato a Montechiaro. Garibaldi allora, non volendo tollerare quella molestia sul suo fianco, fece prudentemente ristare la colonna tra Rezzato e Tre-Ponti, e quivi, schierati il primo Reggimento agli ordini del Cosenz e un battaglione del secondo agli ordini del Medici in guisa da occupar tutti gli sbocchi da Tre-Ponti a Castenedolo, continua con altri tre battaglioni per Bettoletto, onde mettere ad effetto la seconda parte dell’ordine ricevuto. Però non era scorsa mezz’ora dalla sua partenza, che un colpeggiare di schioppettate annunziava come i nostri avamposti di destra fossero alle prese col nemico. Forse era da ricusar tosto il combattimento; ma poichè il nemico incalzava da ogni parte, e il Cosenz appartiene a quella buona scuola militare, che il miglior modo per respingere un attacco ritiene il contrattacco; si spinse innanzi con tutte le sue forze ed accettò la lotta. Non descriveremo tutte le fasi del combattimento di Rezzato; rammentiamo soltanto ad onore di chi lo sostenne, che in sulle prime, incalzato da brillanti cariche alla baionetta, il nemico cedette su tutta la linea, e andò travolto fin sotto Castenedolo; che in appresso l’ungherese colonnello Türr, venuto da pochi giorni al Quartier generale di Garibaldi, avendo spinto con più valore che prudenza gli scarsi nostri pelottoni ad attaccar lo stesso nemico nel centro della sua posizione, anche il Cosenz fu costretto a secondarlo, onde il combattimento si spostò affatto dal primo terreno, che gli servivadi base; che infine, essendo accorsa da Montechiaro in sostegno de’ suoi combattenti un’intera brigata austriaca, e avendo questa ripresa l’offensiva, non ostante il valore disperato degli assaliti, e l’eroico sacrificio del prode de’ prodi[210]Narciso Bronzetti; non ostante la intrepidezza sfortunata del colonnello Türr, esso pure ferito, e il sangue freddo imperturbato di Enrico Cosenz, vero capitano di quella giornata; i nostri sopraffatti dal numero furono costretti a dar le spalle, non senza confusione e disordine, sino a Rezzato. Giungeva però nello stesso punto, chiamato non tanto dal fragore della fucilata, che sul Chiese si udiva appena, quanto dai reiterati messaggi del Cosenz, Garibaldi in persona; il quale, riuscito d’accordo col Medici, col Cosenz, co’ più valorosi de’ suoi Luogotenenti a ristabilire un po’ di calma e d’ordine nelle file scompigliate de’ fuggenti, arresta la foga dell’incalzante nemico; fino a che, essendo comparse a Castenedolo le avanguardie del generale Cialdini, richiesto da Garibaldi e mandato in soccorso dal Re, il nemico suonò a ritirata e i Garibaldini restarono padroni del campo di battaglia.
Non fu dunque, come si scrisse, una sconfitta; i nostri non perderono un palmo del terreno occupato la mattina; il nemico venne ad assalire e fu respinto: co’ suoi quattromila poteva, nel comodo spazio di quattr’ore, circuire, tagliare, stritolare i tre sottili battaglioni italiani e non vi riuscì, e la vittoria, quando mai, non fu sua. Ma sconfitta, o vittoria, o scacco, odinsuccesso, come vogliasi dire, il merito o il demerito non va ascritto a Garibaldi.
Egli ricevette un ordine d’avanzare sulla strada di Lonato, e ubbidì; al primo sentore del nemico si arrestò e mandò ad avvertire dell’evento il Quartier generale: se si dilungò a restaurare il Ponte di Bettoletto, eseguì un ordine del Re, che non toccava a lui il discutere; se la battaglia s’impegnò e si estese, la posizione l’aveva resa inevitabile e fu onore del Cosenz e de’ suoi prodi l’averla sostenuta.
Garibaldi dunque può rimuovere da sè ogni responsabilità della giornata di Rezzato; se pure non ha diritto di chiedere che ne siano rimeritati i suoi Luogotenenti, che ne resero a forza di virtù meno dannose le conseguenze. E sappiamo bene che un secondo messo del Re, il capitano Uberto Pallavicino, raggiunse Garibaldi a Bettoletto, e gli portò un secondo ordine, nel quale era scritto: «Resti nella posizione occupata.» Ma dice bene il Carrano: quale posizione? Quella di Sant’Eufemia del mattino, o di Rezzato e Bettoletto del mezzogiorno? L’ordine giunse tardi e non certo per colpa d’alcuno; la cavalleria che doveva sostenere la nostra brigata non si mosse, ed a chi la fermò non saranno mancate buone ed imperiose ragioni; ma tutto ciò non poteva essere nè conosciuto nè indagato da Garibaldi, il quale, avendo la saggia abitudine d’ogni uomo di guerra di eseguire o far eseguire immediatamente gli ordini che dà o riceve, non poteva arrestarsi a discutere, a interpetrare quello che gli mandava il Re in persona; nè per la prima volta che il Quartier generale l’onorava d’un suo comando, rischiare di apparire o pigro o disubbidiente sol perchè v’era un rischio maggiore ad essere sollecito e disciplinato.
E basti: la parte eroica e brillante de’ Cacciatori delle Alpi è finita. Passato l’esercito alleato sulla sinistradel Chiese, la brigata è divisa in due parti: una sta con Garibaldi ad occupare gli sbocchi di Valsabbia; l’altra sale col Medici a custodire le gole della Valtellina. Ma via via che il campo si impicciolisce, ne diradano i frutti e ne ammutisce, innanzi al gigantesco strepito di Solferino, la memoria.
Per alcuni giorni, è vero, Garibaldi spera sempre di potere, per mezzo di barche, tragittarsi dal lago sulla sponda veneta, e girato il Quadrilatero portarsi ancora sui fianchi dell’esercito austriaco; ma un ordine del Quartier generale viene a troncargli il disegno e la speranza. Il Cialdini, improvvidamente staccato dal grosso dell’esercito, passa a dargli lo scambio in Valsabbia; ed egli, Garibaldi, va a fiancheggiare il Medici in Valtellina; più tardi però di nuovo è richiamato; e la brigata dei Cacciatori delle Alpi, già ingrossata coi terzi battaglioni, e coll’arrivo del reggimento dei Cacciatori degli Appennini cresciuta a Divisione, riceve il mandato di custodire le tre valli che da Bormio, dal Tonale e da Monte Suello sboccano in Lombardia, e potevano portar sui fianchi degl’Italo-Franchi veri od immaginari nemici.
E fu memorabile in quel breve periodo la campagna del Medici, il quale, impadronitosi con rapido colpo di mano di Bormio, rimase signore temuto e incrollato della Valtellina fino allo scoccar di Villafranca; nè furono senza sapienza nè senza pena gli ordini dati da Garibaldi, per render concordi e armoniche le mosse delle sue tre colonne; ma a che pro? Nessun nemico serio minacciava quelle chiuse; tutto lo sforzo era concentrato tra il Chiese ed il Mincio: Solferino tra poco ci schiudeva i varchi fino all’Adige, e pareva il penultimo atto del dramma. Scoppiò invece inattesa catastrofe, Villafranca; e la stessa mano che arrestavainnanzi al Quadrilatero la marcia trionfale d’Italia, arrestava sui monti i nostri Cacciatori delle Alpi, e li sospingeva col loro Duce in cerca d’altri campi e d’altre battaglie.
Il conte di Cavour, sbollita l’ira del colpo inaspettato, scriveva da Leri: «Bénie soit la paix de Villafranca,[211]» e l’Italia faceva come lui: s’adirava, rompeva prima in alte grida di dolore e di sdegno, ma poscia in cuor suo diceva: Benedetta sia la pace di Villafranca! Gli è che, se Villafranca troncava la guerra sul Mincio, le apriva una via più libera e più ampia dal Taro alla Cattolica, e la lasciava arbitra del proprio destino.
Un altro Solferino avrebbe ricacciato l’Austriaco oltre l’Alpi, liberato la Venezia, costituito un forte regno dell’Alta Italia; ma, periglioso ricambio, ingrandito e rassodato altresì il predominio francese, conservati o restaurati nella Penisola tutti i suoi regoli, effettuata senza possibilità di contrasto l’idea napoleonica della Confederazione presieduta dal Papa, costretto lo stesso Governo di Vittorio Emanuele a subirla per prudenza, a rispettarla per lealtà e per gratitudine.
Mercè Villafranca il problema dell’indipendenza restava insoluto, ma era avviata la soluzione di quello dell’unità. Il non intervento non era ancora dichiarato nè pattuito; ma il nativo buon senso degl’Italianil’aveva letto, come suol dirsi, tra le righe, facilmente comprendendo che Napoleone poteva bensì dispettare il moto unitario del centro, e strepitare e minacciare, ma certamente non sarebbe mai ridisceso in Italia a disfare colle sue mani l’opera sua, nè avrebbe permesso che l’Austria, sua rivale, la disfacesse a beneficio proprio. Così dalle sventure nascono sovente le fortune; così un fiume regio se incontra una diga improvvisa devía bensì dal primo suo corso, ma per scavarsi un letto più vasto e più profondo e camminare più maestoso alla sua foce.
Restava, è vero, che gl’Italiani sapessero trar profitto dalle favorevoli circostanze; ma sappiamo che di quel senno furono capaci. Affrettare e condurre a termine la gran trama dell’unificazione, contenendo al tempo stesso gli eccessivi, acquetando i timorati e attraendo gli avversi; combattere in un punto solo le velleità municipali, le congiure dinastiche, le candidature forestiere, senza offendere troppo crudamente il culto delle tradizioni locali, nè manomettere la libertà, nè insanguinare la rivoluzione; resistere alle querimonie della Diplomazia senza irritarla, ai rabbuffi della Francia senza inimicarsela, alle strida del Papa e dell’Austria senza porger loro alcun pretesto di guerra; e tutto ciò operando d’accordo col Piemonte senza comprometterlo e obbedendo alla volontà di Vittorio Emanuele senza scoprirla; questa era l’opera molteplice e delicata che il fato aveva imposto ai popoli del centro, e la storia ha scritto come seppero compirla. Li sorresse, è vero, l’inflessibile fermezza del barone Ricasoli; li scorse da lontano il tacito patrocinio d’un gran Re, e dall’ombra solitaria di Leri il genio d’un grande Ministro; li secondò finalmente un manipolo d’uomini valenti ebenemeriti;[212]ma insomma il primo e vero autore di quella stupenda concordia di sacrifici e di ardimenti, di accortezze e di costanza che al sorgere del 1860 riunì in una sola famiglia dodici milioni d’Italiani, fu il popolo; e senza la virtù sua nessuna forza di volontà o prodigio di genio avrebbe potuto vincere quell’ardua guerra.
E uno de’ maggiori problemi imposti ai governanti dell’Italia centrale erano le armi. La formazione d’un esercito era non solo necessaria a quei nuovi Stati, come testimonio della loro vitalità e guardia della loro esistenza; ma all’intera Italia, che poteva da un istante all’altro essere forzata a difendere colla spada in pugno il nascente edificio della sua indipendenza. Tuttavia ordinare in un sol corpo tutte le membra sparse di que’ tre o quattro esercitini che eran smontati dalla guardia delle bandite Signorie, vivificandoli del novello spirito, depurandoli dai corrotti elementi e fondendoli insieme con tutta quella massa eterogenea di milizie improvvisate, di volontari inesperti e di soldati di ventura accorrenti da ogni dove al centro, come ad un focolare, non era facile assunto; e s’intende come ad esso intendessero le supreme cure dei reggitori di quelle provincie. Vi si eran provati prima il Mezzacapo colle milizie bolognesi, il Ribotti colle parmensi,l’Ulloa colle toscane; ma nè quelli avevano riscossa sufficiente autorità, nè l’Ulloa, per la mala prova fatta nella spedizione di Lombardia e per i suoi armeggiamenti napoleonici, era parso adatto all’ufficio. Si fu allora che il Governo del Ricasoli, sospinto dal voto pubblico, pensò di invitar al comando dell’esercito toscano il Garibaldi, incaricando dell’imbasciata il valoroso Malenchini, già da qualche mese ascrittosi al Quartier generale dei Cacciatori delle Alpi, e al Generale carissimo.
Erano i primi d’agosto; il Generale era in Lovere sofferente della sua artritide, ma d’animo sereno e tranquillissimo. Villafranca l’aveva scoraggiato meno di chicchessia; credeva più che mai alla fortuna d’Italia; ammirava lo stupendo moto dei popoli del Centro; parlava sempre con fede entusiasta di Vittorio Emanuele, e persisteva nel predicare a quanti l’accostavano la necessità della sua dittatura. In un manifesto, anzi, da lui indirizzato agl’Italiani del Centro, non solo ripeteva quel ch’egli chiamava sacro programma: «Italia e Vittorio Emanuele;» ma proclamava il dovere degl’Italiani di serbare: «Eterna gratitudine a Napoleone e alla nazione francese.»
Naturalmente con siffatta disposizione d’animo l’offerta del Malenchini fu prima accolta che annunziata. Il Generale chiese immediatamente d’essere dispensato dal comando dei Cacciatori delle Alpi e il 7 agosto il Ministro della guerra La Marmora segnava il suo congedo; l’11 rivolgeva un affettuoso addio a’ suoi compagni d’arme di Varese e di Como; e il 30 di quello stesso mese, seguíto da pochi amici ed ufficiali, partiva per Modena, dov’era stanziato il Quartier generale della sua Divisione.
Quantunque però la sua nomina fosse grandementepopolare, non tutti gli ufficiali dell’antico esercito toscano l’avevano veduta con uguale favore. Sparsasi la voce ch’egli avesse proposto al Governo una lunga lista de’ suoi vecchi ufficiali, li inaspriva il pensiero d’essere, a cagion di questi, o cassati, e messi in disparte, o frodati de’ loro diritti ed offesi nel loro amor proprio. Invasati essi pure dal pregiudizio comune all’universa famiglia militare, che Garibaldi non fosse che un guerrigliero rivoluzionario, sprezzante delle ordinanze stanziali, ribelle ad ogni disciplina, ignaro d’ogni precetto militare, temevano ch’egli capitasse loro addosso per scompigliare e disordinare anche quel poco che s’era fino allora faticosamente venuto ordinando e costituendo; e per questa e per quella ragione ognuno «in suo sogno dubitava.»
Quando però lo videro arrivare scortato soltanto da cinque o sei ufficiali, e di questi quattro soli aver posti importanti ne’ quadri della Divisione toscana: il Medici comandante di Brigata; il Bixio d’un Reggimento; il Corte capo di Stato Maggiore;[213]e avvicinato l’orco s’accorsero che non divorava, e cominciarono a sentir l’incanto di quella parola melodica e l’impero di quella dignità affabile, e lo videro alla prova reggere con mano ferma la disciplina, raccomandare l’istruzione e attendere all’ordinamento del suo corpo, quanto e meglio d’un vecchio Generale di mestiere; allora anche le idee de’ più increduli si vennero modificando; la fiducia tra gli ufficiali e il Generale rinacque prontamente, e la Divisione toscana prese benpresto quel piglio sciolto, e quel carattere guerriero e italiano che per ragioni molteplici le erano fino allora mancati.[214]
Verso la metà d’agosto i quattro nuovi Stati di Toscana, Romagna, Modena e Parma, ubbidienti ad una felicissima ispirazione dell’infaticabile Farini, conchiudevano tra di loro una Lega militare, mercè della quale ognuno di loro obbligavasi a contribuire un contingente di milizie, destinate alla tutela dell’ordine ed alla difesa dell’indipendenza comune, e ordinate perciò in un esercito solo sotto un sol Comandante.
Ora è noto che il capitano prescelto fu Manfredo Fanti, il quale, riunendo in sè i molteplici requisiti di Generale sardo, di dotto militare e di vecchio rivoluzionario, sembrava l’uomo più acconcio al delicato e multiforme ufficio. E certo l’esercito della Lega sentì ben presto il tocco della sua mano esperta e robusta; lo partì in tre Divisioni, mettendovi a comandanti Pietro Rosselli, Luigi Mezzacapo e Garibaldi; apparecchiò i quadri di nuovi reggimenti di cavalleria e artiglieria; alacremente provvide alle armi, alle assise, alle ambulanze, all’amministrazione; aprì in Modena una Scuola militare, che tuttodì fiorisce; e, riforma più importante di tutte, prima ancora chel’annessione fosse dichiarata, diede al nuovo esercito i numeri progressivi del piemontese e ne fece con esso un esercito solo. Un solo atto del Fanti diremmo più degno di encomio per la sua generosità, che per la sua saggezza: pochi giorni dopo il suo arrivo, nominava il generale GaribaldiComandante in secondodell’esercito collegato; val quanto dire suo primo Luogotenente e rappresentante. Ora la ragione ispiratrice di questo atto fu per fermo nobilissima, ma nel rispetto militare non altrettanto saggia ed accorta. Codesti comandi duali negli eserciti nuocciono spesso, giovano quasi mai. Se reali, aprono una sorgente inesauribile di equivoci, d’attriti, di urti sovente rovinosi; se apparenti, mortificano l’amor proprio dell’inferiore di grado, ne scemano l’autorità, ne paralizzano l’azione, seppure non ne formano un vero inciampo ed un vero pericolo. E il fatto ci darà fra breve ragione.
Verso la metà d’ottobre era corsa voce che i mercenari pontificii, da tempo raccolti ne’ dintorni di Pesaro, apparecchiassero un’irruzione al di qua della Cattolica; e nello stesso tempo, che i popoli delle Marche e dell’Umbria, stanchi di mordere il freno aborrito, fossero prossimi a rompere in aperta sollevazione. A queste novelle, certo ingrandite dal desiderio e dall’arte, nè il Ricasoli nè il Cipriani prestarono fede; ma non così il Farini ed il Fanti, i quali, nutriti di latte rivoluzionario assai più di que’ due, lungi dall’impaurirsi di quella eventualità, l’avrebbero salutata con gioia, siccome l’occasione più propizia per provare la forza del novello Stato e al tempo stesso, sotto la bandiera della legittima difesa, dilatar la rivoluzione ed estendere i confini dell’Italia liberata.
Il Fanti perciò, d’accordo col Farini, concentrate intorno al confine due Divisioni, la toscana e la modenese, le pone entrambi sotto il comando supremo del generale Garibaldi e gli dà per iscritto queste testuali istruzioni: