Chapter 20

89.Giovane allora, ora è il commendatore Giuseppe Bertoldi, membro del Consiglio superiore dell’Istruzione pubblica. Noi riproduciamo qui tutto il suo Inno non tanto come saggio della sua facoltà poetica, quanto come un documento storico, che fa al tempo stesso bella testimonianza dell’antico e generoso amor patrio del poeta:Beato l’uom che al gemitoDella sua patria oppressa,Poichè di molti secoliL’onta pesò sovr’essa,Si sveglia, e il formidabileSuo brando impugna in nome del Signor!E pien della magnanimaIra di mille petti,Là dove più fiammeggianoGli acciari ed i moschetti,Fra il denso fumo e gli orridiRimbombi, cerca dei nemici il cuor.Da noi perdono impetrinoGli oltraggi a noi sol fatti:Dei popoli le lagrime,I violati pattiQuaggiù non si perdonano,E il ferro appena cancellar li può.Confida negli eserciti,Empio oppressor, confida;Prepara Iddio le folgoriE a un braccio sol le affida;Cadde il gigante esanimeAl primo sasso che un fanciul lanciò.Oh! ben festeggi, o Genova,La secolar vittoria,Che conquistava un DavideAlla tua bella istoria,E fece all’implacabileAquila le battute ugne tremar.Or leva dai marmoreiPalagi il capo altero;China lo sguardo all’IsoleChe il tuo divin nocchieroCercò sotto astri incogniti,Fra le procelle d’intentato mar.Chi sono quei fortissimi,Che vinto il lungo assaltoD’un oste innumerevoleEntran festanti in Salto?Per chi quel serto intrecciano?Di chi parla quel cantico guerrier?Itali sono, ed italoÈ il Condottier dei forti;Un giogo iniquo a frangereSi sfidan mille morti,Ogni terreno è patria,Nessun popolo a noi vive stranier.Chi ne’ tuoi chiusi oracoliPuò penetrar, gran Dio?Tu dei più eletti spiritiVedovi il suol natío;Tu lasci qui nell’ozioTanta gagliarda gioventù morir;E va Gioberti, vindiceDell’italo pensiero,Ad erger su gli elveticiDirupi un trono al Vero;È Garibaldi un fulmineChe fa l’americane acque stupir.Quando su noi le barbareOrde stendean gli artigli,E la demente ItaliaCol sangue de’ suoi figli,Con l’oro suo mercavasiEterno vitupero, e servitù;Signore, il tuo giudicioEra tremendo allora;Ma se di pochi e splendidiEsempi ancor s’onora,A serbar vivo un popoloBasta il pensier d’un solo e la virtù.Della grand’alma prodigoPer la non sua contrada,Altro ei non chiede in premioChe un tetto ed una spada,Molte battaglie e vittimeE degli ospiti suoi la libertà.A noi concedi, o liberoDi Washington nipote,Il trionfale cantico:Bello di patrie note,Più dolce nella memoreAlma del nostro Eroe discenderà.E noi scemiam gl’ignobiliTrionfi dei conviti;Noi defraudiam d’un vacuoConcento i molli uditi;E dica al mondo un poveroDon che la madre di quei prodi è qui;Sappiano i nostri parvoliIl nome del CampioneCon le dipinte immaginiDell’itala LegioneDi trastullarsi godano,Per sorger essi ad emularla un dì.Già fra le rotte tenebrePenetra un raggio e splende,I volti si conoscono,Lo sguardo si comprende:Nostre non son le fertiliCampagne, e nostro questo ciel non è?Appiè dell’Alpi battonoPolsi di vita ardenti,Sorgon concordi, indomitiVoleri ed alte menti;Come dell’arme il fremitoSuoni il vero giocondo al cuor del Re.Non affrettiam precipitiIl giorno glorioso;Quel giorno è nella provvidaMente di Dio nascoso;Allor che la sua vindiceDestra folgoreggiando accennerà.E noi sorgiam terribiliDai campi e dagli spaldi;In ogni seno palpitiIl cuor di Garibaldi:Beato l’uom che l’animaIn quel santo conflitto esalerà!90.Mancandocene il testo originale, la togliamo dalla traduzione italiana delleMemoriedi A. Dumas, fatta daVincenzo Bellagambi. Firenze, Pietro Del Corona, 1862.91.Il Cuneo dice che la lettera del Bedini aveva la data 14 novembre, e ne dà questo sunto per esteso:«Sento il dovere di significarle senza indugio che quanto in essa si contiene (nella lettera di Garibaldi) di devoto e di generoso verso il Sommo Pontefice regnante è veramente degno di cuori italiani, e merita riconoscenza ed elogio.Col pacchetto inglese che partì ieri trasmisi l’indicato foglio a Roma, onde siano eccitati anche in più elevati petti i medesimi sentimenti. Se la distanza di tutto un emisfero può impedire di profittare dimagnanime offerte, non ne sarà mai diminuita nè menomata la soddisfazione nel riceverle.» Conchiudeva con questo voto: «Quelli che si trovano sotto la sua direzione, deh! che sian sempre degni del nome che li onora e del sangue che li scalda! Con questo voto sincerissimo accompagno l’augurio, ec. ec.»92.Dobbiamo il documento alla cortesia del generale Giacomo Medici, che ci fa largo di molte altre carte e notizie.93.Nei giornali vedemmo spesso confusi i due nomi. Il signor Giacomo Antonini, che abitava a Montevideo ne’ giorni della partenza di Garibaldi, ci chiarì finalmente la causa della confusione. IlBifrontevenne ribattezzatoLa Speranzacol consenso del Console sardo.94.Pacheco y Obes,Réponse aux détracteurs de Montevideo. Paris, 1849.95.Pacheco y Obes, op. cit.96.Così le parole di Lord Howden come quelle di Garibaldi sono riferite dalCuneonella suaBiografia, e nelleMemorieedite dalCarranopiù volte citato.97.L’episodio ci fu narrato tal quale dal generale Gaetano Sacchi.98.NellaConcordiadel 19 giugno 1848 si leggeva:«Cronaca politica. — Si legge nell’Echo des Alpes Maritimes: Un naviglio sardo proveniente da Montevideo annunzia che partì da questa città nello stesso tempo che una fregata di trentasei cannoni (?), sulla quale si trova il generale Garibaldi colla Legione italiana. Il capitano aggiunge che navigò con questa fregata sino al golfo di Lione, dove i due navigli destinati per Genova si dovettero separare in causa del cattivo tempo. Ciò vuol dire che non possiamo tardare a vedere il valoroso Generale e complimentarlo.»99.Anche un carteggio del 27 giugno 1848, diretto da Nizza alla Concordia di Torino, confermava, ampliandolo, il discorso tenuto da Garibaldi al banchetto di Nizza, e noi lo riproduciamo per documento:«Giungendo direttamente a Nizza da Montevideo, egli ignorava tutto quanto era succeduto in Europa dappoi il mese di gennaio, ed era talmente digiuno delle cose nostre, che, temendovi ancora il capestro e le persecuzioni del 1833, entrò nel nostro porto inalberando sulla di lui nave la bandiera di Montevideo; ma quantunque..... (Qui il manoscritto, da cui togliamo questi estratti dellaConcordia,ha una frase incompiuta e forse sbagliata dal copista, che omettiamo) col cuore ulcerato dall’esiglio, conobbe tosto quale giustamente fosse l’attuale nostra condizione, e ne presentì i bisogni. Fu sempre repubblicano, e s’avvide che pel bene d’Italia rinunciare pur doveva alle inveterate sue convinzioni per francamente unirsi a Carlo Alberto, ed alle sole forme di governo che sono in armonia colle necessità della Patria, e proclamò altamente l’unione e la perseveranza nel gran principio che l’Italiadeve fare da sè!Disse quindi in occasione dell’offertogli banchetto:Tutti quei che mi conoscono sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei re; ma questo fu solo perchè allora i Principi facevano il male d’Italia; ma invece io sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna che s’è fatto il rigeneratore della nostra Penisola, e sono per lui pronto a versare tutto il mio sangue; io sono certo che tutti gli Italiani la pensano al pari di me; vorrei potervi provare, o miei concittadini, che non ho mai dimenticato il mio suolo natale, e che la fraterna vostra accoglienza mi sta impressa nel cuore. Viva l’Italia! Viva il Re! Viva Nizza!E quando poi questo nostro illustre concittadino sentiva alcuni di quei pochi, i quali affermano che gl’Italiani nulla possono senza l’aiuto della Francia, ne arrossiva per loro e con rabbia esclamava:Se gli uomini temono, radunerò le donne italiane che basteranno a cacciare gli Austriaci. Ed a coloro poi che accorrevano volontari sotto il suo comando, diceva:Non credetevi che io vi conduca a gozzovigliare; chè vi toccherà invece patire la fame e la sete, e di dormire sul nudo terreno, a cielo scoperto, e di reggere ad ogni sorta di fatiche e di pericoli, giacchè la mia Legione non indietreggia; e non intendo, per Dio, che abbia mai ad indietreggiare.»100.Dei giornali di Nizza e di Genova chi dice novanta, e chi censessanta. La prima cifra è evidentemente sbagliata, perchè ne aveva condotti seco soltanto dall’America ottanta, e n’avea già reclutati in Nizza circa settanta. Dicendo circa cencinquanta, crediamo essere più prossimi al vero.101.LaConcordia, in una corrispondenza da Genova del 29 giugno, parla del suo arrivo così:«Ti scrivo in tutta fretta per dirti che il prode Garibaldi è giunto ora in porto con novanta uomini della sua invitta Legione. Garibaldi scenderà a terra incognitamente. In questo punto (ore 1 pom.) sono discesi sul ponte reale i legionari e defilano a suon di tromba, preceduti dalla bandiera italiana, collo scudo di Savoia, e dalla loro propria. Sono tutti giovani alti, robusti e pieni di vita; la maggior parte sono nostri, come Italiani. Strepitosi applausi vengono innalzati sul loro passaggio, dal popolo che si accalca lungo le vie. Essi verranno ospitati nei quartieri militari di San Leonardo.»E un’altra notizia del 30 giugno aggiunge questi particolari:«Il prode Garibaldi scese a terra ieri verso le due del pomeriggio, e recossi difilato ad abbracciare il povero Anzani infermo. Si portò poscia a far visita al Governatore ed ai sindaci, dai quali fu accolto con tutti quei riguardi che meritano le eminenti sue virtù militari. Il Garibaldi era in abito borghese; ed il popolo schieratosi sul suo passaggio lo accolse con un sonoro batter di palme e di viva strepitosi. Egli ha con sè centosessanta legionari, metà dei quali appartengono alla famosa Legione italiana di Montevideo; gli altri sono nuovi arruolatisi recentemente. Molti ufficiali incanutiti negli stenti della guerra, infiammati dal santo amor di patria, hanno rinunciato al loro grado ed ai loro onorarii per correre in Italia e militarvi nella guerra santa da semplici soldati.»102.IlVecchi(La Italia, Storia di due anni, vol. I, pag. 216) mette in bocca a Garibaldi queste parole:«Sire, ho combattuto in terra straniera per la libertà d’un paese ospitale, e Dio benedisse alle armi nostre, illustrando il nome dei legionari italiani. Con pochi de’ miei giunsi anche in tempo per la impresa onorata. Ho qui dentro un cuore che ama l’Italia davvero, e richiede a mercede di poter operare cogli altri ciò che ridondi in di lei vantaggio e onore.»Il Re rispondeva aprisse quel suo desiderio ai ministri, dolergli non poterlo fare di per sè stesso, e accomiatollo con gentili testimonianze d’affetto.Non sappiamo dove le abbia tolte. Noi non le abbiamo vedute riferite in alcun altro luogo. Se i sentimenti sono probabili, lo stile non è certamente quello di Garibaldi.Anche il Boggio fa addirittura una scena drammatica dell’incontro di Garibaldi con Carlo Alberto.103.Garibaldi arringava il popolo dal balcone dellaBella Venezia, e diceva nell’usato suo stile: «Cari Milanesi! Vi son grato delle vostre ovazioni, ma questo non è tempo da gridi e da ciarle; è tempo da fatti. Pur troppo lo sgherro nemico ha ripreso lena e coraggio. Noi dobbiamo sbarrargli la via al ritorno in queste belle contrade, ec.»104.La Legione si radunò per partire alla caserma di San Francesco in piazza Sant’Ambrogio, che era il luogo delle sue consuete riunioni per gli esercizi. Questi, ed altri particolari che verrò in seguito indicando, li tolgo dal manoscritto diAntonio Picozzi,Episodio storico concernente i fatti militari di Garibaldi e di Medici nell’anno 1848.Il Picozzi, mio carissimo amico e commilitone, fece parte in quell’anno delBattaglione Anzani: le cose da lui narrate adunque meritano piena fede, ed io m’auguro che il suo Manoscritto veda presto la luce.105.Giunta da un’ora la colonna garibaldina in Monza, ci fu un falso allarme; e poichè il battaglione Anzani era agli avamposti, il Picozzi narra d’aver «visto egli stesso il Mazzini, armato di carabina inglese, schierarsi fra i militi della seconda fila disposto a fare ciò che era compito d’ogni legionario italiano.» (Manoscrittocitato)106.Lo riportiamo dalCantù,Della indipendenza d’Italia, Cronistoria, vol. II, parte II, pag. 964. Torino, Unione Tip.-Editrice, 1875.107.Il Manifesto restò nascosto parecchi anni; io lo tolgo dal citato manoscritto:Episodio storico, ec., delPicozzi, il quale lo ebbe dal suo amico Pietro Perelli, che custodì il prezioso documento durante il decennio 1849-59 della dominazione austriaca in Lombardia.108.NellaConcordiadel 4 settembre 1848, tolta dalPensiero Italiano, troviamo una relazione del combattimento del Medici, scritto in persona prima e con tale esattezza di particolari che non esitiamo a dirlo del Medici stesso. Noi lo riproduciamo, facendo una riserva soltanto sul giudizio ch’egli porta circa il movimento di Garibaldi su Morazzone; riserva di cui diamo ampia ragione nel testo:«Svizzera.Ultime relazioni della colonna Garibaldi.Lugano, 31 agosto.Non ho che scoranti notizie ad annunciarvi: tutti i nostri tentativi ebbero infelicissimo esito, non vi so dire se per difetto di prudente direzione, oppure per la generale demoralizzazione nata in conseguenza di tradimenti e della diserzione di non pochi dei principali capi delle forze lombarde da loro condotte nell’errore di ridursi in Piemonte, anzichè combattere sul proprio suolo per la vera causa. Garibaldi solo tentò mantenere attiva l’insurrezione; ma come egli fu debolmente assecondato e da pochissimi seguíto, dovette finalmente cedere il campo alla forza prepotente del nemico.Avrebbe egli però potuto sostenersi più lungo tempo, se, meno ardito, si fosse mostrato più sulla difensiva sui monti, invece di spingersi troppo avanti verso la pianura; il nemico difatti colse in buon punto l’occasione di portarsi egli con grosse colonne allo spalle ed ai fianchi, e nella notte del giorno 26 Garibaldi colla sua colonna, forte di milledugento militi, fu sorpreso dal nemico in Morazzone, luogo poco distante da Varese; alcune bombe vi misero l’incendio, la colonna si decise a ritirarsi, ma, appena mossa, colta da timor pánico cominciò a disordinarsi e poco dopo a sbandarsi, e capi e soldati ognuno cercò salvarsi come meglio potè attraverso i monti. Garibaldi giunse in Isvizzera con non più di trenta uomini; a poco a poco ne giunsero altri quattrocento circa; del resto ignoriamo, ma pur troppo dobbiamo temere sia in gran parte caduto in potere del nemico.Più fortunato fui io colla mia compagnia, poichè trovandomi distaccato dalla colonna con missione di fiancheggiarla e di molestare il nemico con qualche sorpresa, fui invece nella mattina del 24 d’improvviso assalito da una forza di circa quattromila di fanteria, cinquecento di cavalleria e due batterie, divisa in più colonne, che da ogni lato tentavano avviluppare le posizioni che io occupavo. Il fuoco di fucileria e d’artiglieria fu vivissimo, ma non sgomentò punto i valorosi miei militi, che bene difendendosi e talvolta attaccando resistettero quasi quattro ore al fierissimo assalto; per ultimo, sopraffatto dal numero cotanto sproporzionato, prevedendo che la ostinazione di pochi minuti di più avrebbe reso, se non impossibile, difficilissimo il ritirarsi, ho raccolto la mia gente, e con perfetto, ordine, colla mia piccola bandiera (Dio e Popolo) sventolante, mi ripiegai sulla frontiera svizzera, sempre però molestato da quei barbari che per due volte violarono il confine in persecuzione nostra. La mia perdita in morti e feriti fu sensibile più per la qualità degl’individui che per la quantità, quella dell’inimico fu dieci volte maggiore. Non avevo che centodieci uomini con me, occupavamo una linea di circa un miglio e mezzo disposti in posizioni fortissime con non difficile ritirata sopra un punto centrico, in modo che era facile il farci supporre assai più in numero; difatti il Generale nemico credette d’aver da fare con tutta la colonna Garibaldi; e veramente mi vien da ridere quando penso a tutte le mosse tattiche e strategiche di tutta quella grande massa, al trasporto de’ cannoni sulle alture, alle grida feroci, e con tutto questo lasciarsi contendere per tanto tempo il passo da sì piccolo drappello di giovani ardimentosi di certo, ma non anco avvezzi ai movimenti ordinati dei militari. Oh se veramente gl’Italiani si decidessero a combattere davvero, s’accorgerebbero tosto del quanto sia infondato il timore che si ha per tutta Italia dei centomila vandali, se pur tanti sono.»109.IlCuneoe ilBoggionelle loroViteripetono l’aneddoto. La fonte però manca.110.Lo raggiunsero colà i resti del battaglione degli Studenti mantovani, poco più di duecento uomini.111.Valga di prova questo documento inedito ricavato dalCartone9, al 16 marzo 1849, degliArchivi di Statodi Roma:«In risposta ad un dispaccio del Ministero dell’interno, Nº 6453, del marzo 1849, che lamenta d’essersi introdotti in Bologna alcuni individui pregiudicati e scappati dalla galera di Civitacastellana per arruolarsi nella prima Legione italiana, il generale Garibaldi scriveva la seguente:«Comando della Iª Legione italiana, N. 9.Rieti, 15 marzo 1849.Cittadino Ministro.Risposta al Nº 6453 S. S.Di quelli venuti da Civitacastellana disertarono cinque, tre dei quali, Borghi Raffaele, Bussi Francesco e Trebbi Paolo, fino dal giorno 4; gli altri due, Martelli Luigi e Zani Luigi, il giorno 14. Dall’epoca in cui disertarono, vorrei dedurre che neppure i primi avrebbero potuto trovarsi in Bologna, quando accaddero quei fatti che mossero tanto terrore.Altri tre di Ravenna si evasero dalla Legione il giorno 5, e sono: Lombardi, Paoletti Michele e Morelli; neppure questi potevano trovarsi in Bologna all’epoca dei querelati fatti.Per gli uni e per gli altri ho date ovunque indicazioni e preghiere per arrestarli e ricondurli a subire la pena nella Legione, ma senza effetto.Io non so che altro avria potuto operare per impedire qualsiasi disordine.Il Comandante la LegioneG. Garibaldi.»112.Dapprima, per verità, volevano mandarlo a Fermo; dopo mutarono in Macerata. L’ordine però gli arrivò per via, quando la Legione era già a Foligno ed egli a Terni; il che prova che Garibaldi era già stato accettato ai servigi del Governo romano fino dai primi di dicembre, e che l’idea di rinviarlo a Fermo od a Macerata non venne a’ governatori di Roma che più tardi.E di tutto ciò fa testimonianza una lettera di Garibaldi al Ministro della guerra, romano, già pubblicata da Federico Torre nella pregiata sua opera:Storia dell’Intervento francese in Roma nel 1849, vol. I, documento LXIV, pag. 357 (Torino, tip. del Progresso): lettera che vuol essere riprodotta per chiarezza dell’itinerario del Nostro a que’ giorni;«Terni, 22 dicembre 1343.Eccellenza,Domani raggiungerò la colonna a Foligno, da dove mi dirigerò a Rieti, punto che mi sembra molto più conveniente per organizzare il battaglione e ricevere da Roma il vestiario, armamento ed altri oggetti indispensabili. Mi permetto di raccomandare a V. E. il pronto invio del vestiario, e massime dei cappotti e scarpe, trovandosi la gente in uno stato deplorabile.Onori de’ suoi comandi.G. Garibaldi.PS. — Ho ricevuto il dispaccio di V. E. dopo d’aver scritto la presente, e dirigerò la colonna a Fermo, siccome mi vien ordinato. Ringrazio V. E. dell’accettazione del Corpo al servizio dello Stato, e solamente reitero la sollecitudine dell’abbigliamento e dei suoi ordini. Vale.A S. E. il signor Ministro della Guerra.»Quando si consideri pertanto che Garibaldi era a Macerata il 1º gennaio 1849, come tra poco dimostreremo, si deve ragionevolmente arguire ch’egli partì da Ravenna nella prima settimana di dicembre; arrivò a Foligno per la via di Fano e il Passo del Furlo tra il 15 e il 16; ripartì da Foligno per Fermo tra il 27 e il 28 (probabilmente vi stette ad aspettare il vestiario), e fu a Macerata il 1º del 1849; dove forse lo raggiunse un novello ordine di non proseguire più per Fermo e di starsene dov’era.113.Fu eletto il 21 gennaio 1849. A proposito di codesta elezione e del soggiorno di Garibaldi in Macerata, ecco quello che ce ne scrive un antico patriotta e onorando gentiluomo di quella città:«1º Il generale Garibaldi arrivò con la sua Legione in Macerata il 1º gennaio 1849, e ne ripartì il giorno 24 dello stesso mese di gennaio 1849.»2º Durante l’indicata permanenza della Legione garibaldina in quella città si manifestò una qualche discordia tra i borghigiani di San Giovan Battista ed i soldati della Legione da procedere a fatti. Ma il Generale si diportò da prudentissimo capitano e si adoperò, per quanto fu da lui, in vantaggio dei cittadini; mentre al principio d’una contesa, che poi fu l’unica, tra borghigiani e soldati, bardato il cavallo, ed inforcatone l’arcione insieme ad altri ufficiali del suo seguito, corse in sul luogo, ed impose ai suoi soldati di ritornare immediatamente in quartiere nell’ex-convento di San Domenico fuori di città, e così ubbidito nel suo comando ebbero fine le baruffe, le zuffe, le risse, senza che si dovesse deplorare alcun disastro.»Da ciò argomentarono le Autorità essere cosa conveniente di allontanare da Macerata la Legione garibaldina, la quale partì come fu promesso il 24 gennaio 1849.»3º Il Collegio elettorale per la nomina dei deputati all’Assemblea Costituente Romana fu tenuto in Macerata, come in tutti gli altri paesi dello Stato, il giorno 21 gennaio surripetuto, e per l’affluenza de’ votanti non essendo state sufficienti le sette ore stabilite dalla legge in detto giorno, la votazione fu proseguita nel giorno successivo 22.»Il generale Garibaldi fu uno degli eletti; ed a maggioranza rimarchevolissima di voti. Il numero dei voti raccolti dal Generale non può precisarsi, attesochè nell’ufficio rovistato dall’estensore della presente non esistono gli atti relativi alla pratica, di quel Collegio elettorale.»114.La Italia, Storia di due anni, scritta daC. A. Vecchi, vol. II, pag. 38.115.Ci fu favorita dalla cortesia squisita del nostro egregio amico ingegnere Clemente Maraini, che ne possiede l’autografo.116.L’esatta verità sulla forza dell’esercito francese spedito a Roma non fu dato nè a noi, nè ad alcuno degli storici italiani, saperla e dirla precisamente. Perocchè gli scrittori francesi, tanto ufficiali che ufficiosi, l’hanno sempre imbrogliata e nascosta; come imbrogliarono, nascosero e tradirono la verità de’ fatti. Da ciò consegue che anche la forza del primo Corpo spedizionario bisogna argomentarla. Ora è certo che esso era comandato in secondo da un generale divisionario, il Saint-Jean D’Angely, e che al 30 aprile si trovarono in azione due brigate. Il Corpo spedizionario adunque doveva contare per lo meno una divisione, la quale se fosse stata completa avrebbe dato circa dodicimila uomini. Supponendola non completa, ma aggiungendovi le truppe di marina e le altre truppe complementari, crediamo tenerci piuttosto al disotto che andar al disopra del vero fissando la cifra di diecimila uomini.Durante l’assedio poi l’esercito francese fu rinforzato di altre due divisioni col proporzionato numero di truppe del Genio e dell’Artiglieria, sicchè il Torre non esita a stabilirne la forza a circa quarantamila uomini e settanta pezzi d’artiglieria, di cui quaranta d’assedio. — VediTorre, op. cit., vol. I, lib. VI.117.NellaVita di Nino Bixio. Firenze, G. Barbèra, edit.118.In alcuni suoiRicordimanoscritti, di cui ci fu, come di tant’altre notizie, generoso.119.Alludiamo al fatto del maggiore Picard e del suo battaglione, che Nino Bixio prima da solo, poi coll’aiuto del maggiore Franchi di Brescia e d’alcuni suoi soldati, riuscì a trarre prigioni in Roma. Lo narriamo estesamente nella nostraVita di Nino Bixio.120.Non tutti noti però. Così nelle storie pubbliche, come nei nostri documenti privati, non troviamo memoria che dei seguenti:Fra i morti, memorabile fra tutti,Luigi Montaldida Genova, capitano della Legione italiana di Montevideo, da Garibaldi paragonato, per le fattezze gentili, la mente colta e l’animo eroico, a Mameli ed a De Cristoforis; e di cui il generale Sacchi ci lasciò questo ricordo biografico:«In Montevideo comandava una compagnia di Cacciatori. Dal Salto Garibaldi lo mandava in missione a Montevideo, scendendo l’Uruguay su di una piccola goletta mercantile. Le due rive dell’Uruguay, meno il Salto, erano in potere del nemico. A Paysandù (sulla sinistra dell’Uruguay), le di cui batterie battevano il canale navigabile, fu attaccato da forze nemiche marine guidate da un Italiano (Gavazzi di Genova). Il Montaldi preparò la difesa, ma la compiè solo; i suoi marinai (che non erano soldati) lo abbandonarono, parte gettandosi all’acqua, altri sotto coperta della goletta; da solo scaricò quindici o venti fucili all’uopo preparati; da solo si oppose all’abbordaggio con estremo valore e con prospero successo per qualche tempo, ma finalmente ferito e sopraffatto dal numero dovette cedere; l’ultimo colpo di pistola lo scagliò sul comandante delle forze nemiche che pel primo montava all’abbordaggio, e gli fracassò il braccio destro, che gli venne poi amputato. Il suo valore e le raccomandazioni del Gavazzi gli valsero salva la vita. Il nemico ammirato da tanta prodezza lo tenne prigioniero (caso unico, dacchè si aveva a fare con un nemico che non dava mai quartiere!). Dopo infiniti patimenti sopportati per un anno e più con dignità e costanza, fu liberato dalla prigionia in un assalto dato al paese di Paysandù, che cadde in nostro potere. Di questo giovane ignoto quasi ne è il nome, che pur è degno di essere annoverato fra i migliori e più valorosi figli d’Italia.»Garibaldi scrisse al Guerrazzi (Assedio di Roma, pag. 696) che il Montaldi «esalò la sua grand’anima per diciannove ferite;» ma il Sacchi più preciso dice: «Il maggiore Montaldi, dopo aver fatto prodigi di valore, cadde colpito nel petto da palla francese; nella fuga i Francesi passarono sul suo corpo e barbaramente lo crivellarono di colpi di baionetta, rendendolo irriconoscibile.»Dopo di lui sono ricordati: il tenentePaolo Narducci, romano;Enrico Pallini, aiutante maggiore dell’artiglieria; i tenentiRighieZamboni; il capitanoLeduch, belga, del quinto reggimento; il brigadiereDella Vedova.Fra i feriti si leggono: il maggioreMarocchetti, il capitanoPifferi, il chirurgoScianda, il commissario di guerraGhiglioni; i tenentiBelli, Dell’Oro, Rota, Tressoldi, Statella(morto poi a Custoza tenente colonnello de’ Granatieri), il marescialloOttaviano, il cadettoMancarino, il caporaleLodovich.121.Nella seduta del 1º maggio il Presidente dell’Assemblea propose che fosse dato un attestato di riconoscenza a Garibaldi per le tante prove di valore che aveva date nel combattimento del 30 aprile.L’Assemblea decise che tale attestato si sarebbe dato a tutti i meritevoli a cose finite.122.Il Vecchi dice che l’Oudinot levò il campo al solo veder Garibaldi. Non è così: Garibaldi non arrivò che in vista di Castelguido, e l’Oudinot non si mosse da Castelguido che la sera.È poi un’invenzione, non so di chi, a torto raccolta dal Vecchi, che l’Oudinot mandasse, dopo quel giorno, a chiedere una tregua.123.Al 30 aprile il Torre (op. cit.) calcolava presenti circa novemilacinquecento uomini: sommando ad essi i nuovi Corpi, si arriva intorno alla cifra anche da noi calcolata.IlDel Vecchiopoi dice che Roma, dopo la sortita di Garibaldi, era stata lasciata «alla guardia del popolo.» Se è una frase, passi; se vuol significare qualcosa di preciso, la rassegna delle forze romane che siamo venuti facendo sin qui dovrebbe smentirla. (VediDel Vecchio,Prefazione ai Documenti della Guerra santa 1849.)124.Queste ultime sono parole testuali diFederigo Torre, nella sua citataStoria dell’intervento francese in Roma nel 1849, vol. II, pag. 128.Il Torre, come è noto, fu nel 1849 ufficiale superiore al Ministero della guerra, e il suo libro, specialmente rispetto alla enumerazione delle forze, merita pienissima fede.125.Carlo Pisacane,Guerra combattuta in Italia negli anni 1848 e 1849, pag. 269-270.126.Torre, op. cit. —Hoffstetter,Garibaldi in Rom, Tagebuch aus Italien 1849. —De Vecchi,Storia di due anni, 1848 e 1849. —Farini,Lo Stato romano, ec.—Guerrazzi,L’assedio di Roma. —Mario,Garibaldi. —Del Vecchio, op. cit.127.E non novantasei, come scrive il Guerrazzi. I Lancieri non furono mai novantasei, e arrivarono soltanto a ottantacinque sul finire dell’assedio.128.Il Bassi era stato restituito nel cambio generale dei prigionieri fatto il 7 maggio. Anche in quel caso però la condotta del Generale francese fu perfida. Il Triumvirato aveva decretato la restituzione totale e gratuita dei prigionieri con tutte le loro armi e bagagli. L’Oudinot, all’apparenza, non tollerò di farsi superare di generosità dal suo nemico; ma in realtà commise una delle sue solite baratterie, restituendo il battaglione Melara (sostenuto proditoriamente a Civitavecchia prima che la guerra cominciasse), ma senza armi.129.Marchetti, dice il Torre, ed altri lo ripetono.Marocchetti, il Sacchi ed il Cenni.130.Vi fu posta una epigrafe, che rammenta la passata di Garibaldi e la battaglia.131.I Volontari e i Bersaglieri lombardi, diEmilio Dandolo.132.DaiRicordimanoscritti del generaleSacchi.133.Era a sinistra del Casino de’ Quattro-Venti. Giovanni Cadolini, soldato allora della Legione Medici e ferito il 30 giugno, così racconta nelle sue privateMemorie, che volle favorirci, l’episodio.«Venne pertanto la sera, e il Medici, temendo di dovere più tardi abbandonare quella casa, fece ammannire nella stanza del piano terreno molta paglia ed altri combustibili a fine di incendiare quel fabbricato al momento in cui fossimo costretti ad abbandonarlo. Quando tutto a un tratto, senza che il Medici avesse ordinato di appiccare il fuoco, vediamo la casa in fiamme. Fu capriccio, fu tradimento di alcuno?: la casa era stata incendiata. Allora fu unanime fra noi il pensiero e il grido: —Ai nostri morti! — Non volevamo che i cadaveri dei nostri morti, rimasti al secondo piano, fossero consumati dalle fiamme. In un attimo sorse allora una gara fra noi di accorrere, passando in mezzo al fuoco, per sottrarre da quella maniera di distruzione i cadaveri dei nostri compianti amici.»Questo episodio fu una rivelazione ben singolare dei sentimenti e delle nobili passioni che si agitavano in quelli animi; l’esporsi a simili pericoli per salvare uomini viventi è istintivo in tutti, ma per sottrarre dei cadaveri è religione per la memoria dei caduti per la libertà e per l’onore della patria. Sottratti i cadaveri all’incendio, ogni cura si adoperò ad estinguere le fiamme, che già arrivavano al tetto; e si riuscì in ciò così rapidamente da poter salvare la maggior parte della casa.»134.Questi nomi togliemmo parte dalleMemorie, op. cit., delTorre, parte daiRicordimanoscritti del generaleSacchi.135.Anche l’Adelchi ai Longobardi fuggenti:Per Dio! la via che avete presa è infame;Il nemico è di là....(Adelchi, atto III, scena 3ª.)136.Giudizio diEmilio Dandolonei suoiVolontari e Bersaglieri lombardi.137.Estratte dagli Archivi romani,Cartone1849. Dal 1º al 10 giugno.138.Il che non toglie, checchè n’abbia scritto Garibaldi, che non possa e non debba esserlo.139.Anche ilTorre(op. cit., pag. 201) dubita della felice riuscita di quella impresa, ed è in dubbio se Garibaldi n’abbia voluto seguire in tutto l’idea, o solo operare una sortita per manomettere i lavori del nemico.L’Hoffstetternon parla invece di quella generale sortita, e dice solo che il Rosselli doveva raccogliere per Garibaldi cinque o seimila uomini.IlBaroni(I Lombardi nelle guerre italiane 1848-49, Memorie narrate daCaloandro Baroni, già maggiore ne’ Bersaglieri lombardi, vol. II, pag. 64) scrive che la spedizione di Garibaldi fu ordinata dal Rosselli, ed è probabile che questi, smesso il pensiero della grande, si sia accontentato della piccola.140.Anche la storia della sortita notturna la troviamo narrata in tre modi diversi da tre scrittori ugualmente credibili; e chi voglia persuadersene non ha che a leggere ilTorre(op. cit., vol. II, pag. 201), ilBaroni(pag. 66-69) e l’Hoffstetter(pag. 181-187). Noi abbiamo preso un po’ dall’uno e dall’altro quel che ci parve più ragionevole e verosimile; ma non stiamo mallevadori che tutto sia per l’appunto avvenuto così, e questo ci riconferma nel pensiero che la storia dell’assedio di Roma abbia bisogno di essere ancora riveduta con lume di critica e rifatta con nuovi e più scelti documenti.141.L’Oudinot si vantò dicombats acharnésnella suaRelazionedel 22 giugno 1849, inserita nelMoniteur Universeldel 29 dello stesso mese.142.L’Hoffstetteranzi parla d’un consiglio di guerra. — VediGaribaldi in Rom, Tagebuch, ec., pag. 181.143.Farini,Lo Stato romano, vol. IV, pag.200.144.GeneraleVaillant,Relation du Siège de Rome, pag. 129: «Il faut le dire, ce combat d’artillerie qui dura un jour et demi fut soutenu de part et d’autre avec une remarquable vigueur, avec beaucoup de persévérance et de bravoure.»

89.Giovane allora, ora è il commendatore Giuseppe Bertoldi, membro del Consiglio superiore dell’Istruzione pubblica. Noi riproduciamo qui tutto il suo Inno non tanto come saggio della sua facoltà poetica, quanto come un documento storico, che fa al tempo stesso bella testimonianza dell’antico e generoso amor patrio del poeta:Beato l’uom che al gemitoDella sua patria oppressa,Poichè di molti secoliL’onta pesò sovr’essa,Si sveglia, e il formidabileSuo brando impugna in nome del Signor!E pien della magnanimaIra di mille petti,Là dove più fiammeggianoGli acciari ed i moschetti,Fra il denso fumo e gli orridiRimbombi, cerca dei nemici il cuor.Da noi perdono impetrinoGli oltraggi a noi sol fatti:Dei popoli le lagrime,I violati pattiQuaggiù non si perdonano,E il ferro appena cancellar li può.Confida negli eserciti,Empio oppressor, confida;Prepara Iddio le folgoriE a un braccio sol le affida;Cadde il gigante esanimeAl primo sasso che un fanciul lanciò.Oh! ben festeggi, o Genova,La secolar vittoria,Che conquistava un DavideAlla tua bella istoria,E fece all’implacabileAquila le battute ugne tremar.Or leva dai marmoreiPalagi il capo altero;China lo sguardo all’IsoleChe il tuo divin nocchieroCercò sotto astri incogniti,Fra le procelle d’intentato mar.Chi sono quei fortissimi,Che vinto il lungo assaltoD’un oste innumerevoleEntran festanti in Salto?Per chi quel serto intrecciano?Di chi parla quel cantico guerrier?Itali sono, ed italoÈ il Condottier dei forti;Un giogo iniquo a frangereSi sfidan mille morti,Ogni terreno è patria,Nessun popolo a noi vive stranier.Chi ne’ tuoi chiusi oracoliPuò penetrar, gran Dio?Tu dei più eletti spiritiVedovi il suol natío;Tu lasci qui nell’ozioTanta gagliarda gioventù morir;E va Gioberti, vindiceDell’italo pensiero,Ad erger su gli elveticiDirupi un trono al Vero;È Garibaldi un fulmineChe fa l’americane acque stupir.Quando su noi le barbareOrde stendean gli artigli,E la demente ItaliaCol sangue de’ suoi figli,Con l’oro suo mercavasiEterno vitupero, e servitù;Signore, il tuo giudicioEra tremendo allora;Ma se di pochi e splendidiEsempi ancor s’onora,A serbar vivo un popoloBasta il pensier d’un solo e la virtù.Della grand’alma prodigoPer la non sua contrada,Altro ei non chiede in premioChe un tetto ed una spada,Molte battaglie e vittimeE degli ospiti suoi la libertà.A noi concedi, o liberoDi Washington nipote,Il trionfale cantico:Bello di patrie note,Più dolce nella memoreAlma del nostro Eroe discenderà.E noi scemiam gl’ignobiliTrionfi dei conviti;Noi defraudiam d’un vacuoConcento i molli uditi;E dica al mondo un poveroDon che la madre di quei prodi è qui;Sappiano i nostri parvoliIl nome del CampioneCon le dipinte immaginiDell’itala LegioneDi trastullarsi godano,Per sorger essi ad emularla un dì.Già fra le rotte tenebrePenetra un raggio e splende,I volti si conoscono,Lo sguardo si comprende:Nostre non son le fertiliCampagne, e nostro questo ciel non è?Appiè dell’Alpi battonoPolsi di vita ardenti,Sorgon concordi, indomitiVoleri ed alte menti;Come dell’arme il fremitoSuoni il vero giocondo al cuor del Re.Non affrettiam precipitiIl giorno glorioso;Quel giorno è nella provvidaMente di Dio nascoso;Allor che la sua vindiceDestra folgoreggiando accennerà.E noi sorgiam terribiliDai campi e dagli spaldi;In ogni seno palpitiIl cuor di Garibaldi:Beato l’uom che l’animaIn quel santo conflitto esalerà!

89.Giovane allora, ora è il commendatore Giuseppe Bertoldi, membro del Consiglio superiore dell’Istruzione pubblica. Noi riproduciamo qui tutto il suo Inno non tanto come saggio della sua facoltà poetica, quanto come un documento storico, che fa al tempo stesso bella testimonianza dell’antico e generoso amor patrio del poeta:

Beato l’uom che al gemitoDella sua patria oppressa,Poichè di molti secoliL’onta pesò sovr’essa,Si sveglia, e il formidabileSuo brando impugna in nome del Signor!E pien della magnanimaIra di mille petti,Là dove più fiammeggianoGli acciari ed i moschetti,Fra il denso fumo e gli orridiRimbombi, cerca dei nemici il cuor.Da noi perdono impetrinoGli oltraggi a noi sol fatti:Dei popoli le lagrime,I violati pattiQuaggiù non si perdonano,E il ferro appena cancellar li può.Confida negli eserciti,Empio oppressor, confida;Prepara Iddio le folgoriE a un braccio sol le affida;Cadde il gigante esanimeAl primo sasso che un fanciul lanciò.Oh! ben festeggi, o Genova,La secolar vittoria,Che conquistava un DavideAlla tua bella istoria,E fece all’implacabileAquila le battute ugne tremar.Or leva dai marmoreiPalagi il capo altero;China lo sguardo all’IsoleChe il tuo divin nocchieroCercò sotto astri incogniti,Fra le procelle d’intentato mar.Chi sono quei fortissimi,Che vinto il lungo assaltoD’un oste innumerevoleEntran festanti in Salto?Per chi quel serto intrecciano?Di chi parla quel cantico guerrier?Itali sono, ed italoÈ il Condottier dei forti;Un giogo iniquo a frangereSi sfidan mille morti,Ogni terreno è patria,Nessun popolo a noi vive stranier.Chi ne’ tuoi chiusi oracoliPuò penetrar, gran Dio?Tu dei più eletti spiritiVedovi il suol natío;Tu lasci qui nell’ozioTanta gagliarda gioventù morir;E va Gioberti, vindiceDell’italo pensiero,Ad erger su gli elveticiDirupi un trono al Vero;È Garibaldi un fulmineChe fa l’americane acque stupir.Quando su noi le barbareOrde stendean gli artigli,E la demente ItaliaCol sangue de’ suoi figli,Con l’oro suo mercavasiEterno vitupero, e servitù;Signore, il tuo giudicioEra tremendo allora;Ma se di pochi e splendidiEsempi ancor s’onora,A serbar vivo un popoloBasta il pensier d’un solo e la virtù.Della grand’alma prodigoPer la non sua contrada,Altro ei non chiede in premioChe un tetto ed una spada,Molte battaglie e vittimeE degli ospiti suoi la libertà.A noi concedi, o liberoDi Washington nipote,Il trionfale cantico:Bello di patrie note,Più dolce nella memoreAlma del nostro Eroe discenderà.E noi scemiam gl’ignobiliTrionfi dei conviti;Noi defraudiam d’un vacuoConcento i molli uditi;E dica al mondo un poveroDon che la madre di quei prodi è qui;Sappiano i nostri parvoliIl nome del CampioneCon le dipinte immaginiDell’itala LegioneDi trastullarsi godano,Per sorger essi ad emularla un dì.Già fra le rotte tenebrePenetra un raggio e splende,I volti si conoscono,Lo sguardo si comprende:Nostre non son le fertiliCampagne, e nostro questo ciel non è?Appiè dell’Alpi battonoPolsi di vita ardenti,Sorgon concordi, indomitiVoleri ed alte menti;Come dell’arme il fremitoSuoni il vero giocondo al cuor del Re.Non affrettiam precipitiIl giorno glorioso;Quel giorno è nella provvidaMente di Dio nascoso;Allor che la sua vindiceDestra folgoreggiando accennerà.E noi sorgiam terribiliDai campi e dagli spaldi;In ogni seno palpitiIl cuor di Garibaldi:Beato l’uom che l’animaIn quel santo conflitto esalerà!

Beato l’uom che al gemitoDella sua patria oppressa,Poichè di molti secoliL’onta pesò sovr’essa,Si sveglia, e il formidabileSuo brando impugna in nome del Signor!E pien della magnanimaIra di mille petti,Là dove più fiammeggianoGli acciari ed i moschetti,Fra il denso fumo e gli orridiRimbombi, cerca dei nemici il cuor.Da noi perdono impetrinoGli oltraggi a noi sol fatti:Dei popoli le lagrime,I violati pattiQuaggiù non si perdonano,E il ferro appena cancellar li può.Confida negli eserciti,Empio oppressor, confida;Prepara Iddio le folgoriE a un braccio sol le affida;Cadde il gigante esanimeAl primo sasso che un fanciul lanciò.Oh! ben festeggi, o Genova,La secolar vittoria,Che conquistava un DavideAlla tua bella istoria,E fece all’implacabileAquila le battute ugne tremar.Or leva dai marmoreiPalagi il capo altero;China lo sguardo all’IsoleChe il tuo divin nocchieroCercò sotto astri incogniti,Fra le procelle d’intentato mar.Chi sono quei fortissimi,Che vinto il lungo assaltoD’un oste innumerevoleEntran festanti in Salto?Per chi quel serto intrecciano?Di chi parla quel cantico guerrier?Itali sono, ed italoÈ il Condottier dei forti;Un giogo iniquo a frangereSi sfidan mille morti,Ogni terreno è patria,Nessun popolo a noi vive stranier.Chi ne’ tuoi chiusi oracoliPuò penetrar, gran Dio?Tu dei più eletti spiritiVedovi il suol natío;Tu lasci qui nell’ozioTanta gagliarda gioventù morir;E va Gioberti, vindiceDell’italo pensiero,Ad erger su gli elveticiDirupi un trono al Vero;È Garibaldi un fulmineChe fa l’americane acque stupir.Quando su noi le barbareOrde stendean gli artigli,E la demente ItaliaCol sangue de’ suoi figli,Con l’oro suo mercavasiEterno vitupero, e servitù;Signore, il tuo giudicioEra tremendo allora;Ma se di pochi e splendidiEsempi ancor s’onora,A serbar vivo un popoloBasta il pensier d’un solo e la virtù.Della grand’alma prodigoPer la non sua contrada,Altro ei non chiede in premioChe un tetto ed una spada,Molte battaglie e vittimeE degli ospiti suoi la libertà.A noi concedi, o liberoDi Washington nipote,Il trionfale cantico:Bello di patrie note,Più dolce nella memoreAlma del nostro Eroe discenderà.E noi scemiam gl’ignobiliTrionfi dei conviti;Noi defraudiam d’un vacuoConcento i molli uditi;E dica al mondo un poveroDon che la madre di quei prodi è qui;Sappiano i nostri parvoliIl nome del CampioneCon le dipinte immaginiDell’itala LegioneDi trastullarsi godano,Per sorger essi ad emularla un dì.Già fra le rotte tenebrePenetra un raggio e splende,I volti si conoscono,Lo sguardo si comprende:Nostre non son le fertiliCampagne, e nostro questo ciel non è?Appiè dell’Alpi battonoPolsi di vita ardenti,Sorgon concordi, indomitiVoleri ed alte menti;Come dell’arme il fremitoSuoni il vero giocondo al cuor del Re.Non affrettiam precipitiIl giorno glorioso;Quel giorno è nella provvidaMente di Dio nascoso;Allor che la sua vindiceDestra folgoreggiando accennerà.E noi sorgiam terribiliDai campi e dagli spaldi;In ogni seno palpitiIl cuor di Garibaldi:Beato l’uom che l’animaIn quel santo conflitto esalerà!

Beato l’uom che al gemito

Della sua patria oppressa,

Poichè di molti secoli

L’onta pesò sovr’essa,

Si sveglia, e il formidabile

Suo brando impugna in nome del Signor!

E pien della magnanima

Ira di mille petti,

Là dove più fiammeggiano

Gli acciari ed i moschetti,

Fra il denso fumo e gli orridi

Rimbombi, cerca dei nemici il cuor.

Da noi perdono impetrino

Gli oltraggi a noi sol fatti:

Dei popoli le lagrime,

I violati patti

Quaggiù non si perdonano,

E il ferro appena cancellar li può.

Confida negli eserciti,

Empio oppressor, confida;

Prepara Iddio le folgori

E a un braccio sol le affida;

Cadde il gigante esanime

Al primo sasso che un fanciul lanciò.

Oh! ben festeggi, o Genova,

La secolar vittoria,

Che conquistava un Davide

Alla tua bella istoria,

E fece all’implacabile

Aquila le battute ugne tremar.

Or leva dai marmorei

Palagi il capo altero;

China lo sguardo all’Isole

Che il tuo divin nocchiero

Cercò sotto astri incogniti,

Fra le procelle d’intentato mar.

Chi sono quei fortissimi,

Che vinto il lungo assalto

D’un oste innumerevole

Entran festanti in Salto?

Per chi quel serto intrecciano?

Di chi parla quel cantico guerrier?

Itali sono, ed italo

È il Condottier dei forti;

Un giogo iniquo a frangere

Si sfidan mille morti,

Ogni terreno è patria,

Nessun popolo a noi vive stranier.

Chi ne’ tuoi chiusi oracoli

Può penetrar, gran Dio?

Tu dei più eletti spiriti

Vedovi il suol natío;

Tu lasci qui nell’ozio

Tanta gagliarda gioventù morir;

E va Gioberti, vindice

Dell’italo pensiero,

Ad erger su gli elvetici

Dirupi un trono al Vero;

È Garibaldi un fulmine

Che fa l’americane acque stupir.

Quando su noi le barbare

Orde stendean gli artigli,

E la demente Italia

Col sangue de’ suoi figli,

Con l’oro suo mercavasi

Eterno vitupero, e servitù;

Signore, il tuo giudicio

Era tremendo allora;

Ma se di pochi e splendidi

Esempi ancor s’onora,

A serbar vivo un popolo

Basta il pensier d’un solo e la virtù.

Della grand’alma prodigo

Per la non sua contrada,

Altro ei non chiede in premio

Che un tetto ed una spada,

Molte battaglie e vittime

E degli ospiti suoi la libertà.

A noi concedi, o libero

Di Washington nipote,

Il trionfale cantico:

Bello di patrie note,

Più dolce nella memore

Alma del nostro Eroe discenderà.

E noi scemiam gl’ignobili

Trionfi dei conviti;

Noi defraudiam d’un vacuo

Concento i molli uditi;

E dica al mondo un povero

Don che la madre di quei prodi è qui;

Sappiano i nostri parvoli

Il nome del Campione

Con le dipinte immagini

Dell’itala Legione

Di trastullarsi godano,

Per sorger essi ad emularla un dì.

Già fra le rotte tenebre

Penetra un raggio e splende,

I volti si conoscono,

Lo sguardo si comprende:

Nostre non son le fertili

Campagne, e nostro questo ciel non è?

Appiè dell’Alpi battono

Polsi di vita ardenti,

Sorgon concordi, indomiti

Voleri ed alte menti;

Come dell’arme il fremito

Suoni il vero giocondo al cuor del Re.

Non affrettiam precipiti

Il giorno glorioso;

Quel giorno è nella provvida

Mente di Dio nascoso;

Allor che la sua vindice

Destra folgoreggiando accennerà.

E noi sorgiam terribili

Dai campi e dagli spaldi;

In ogni seno palpiti

Il cuor di Garibaldi:

Beato l’uom che l’anima

In quel santo conflitto esalerà!

90.Mancandocene il testo originale, la togliamo dalla traduzione italiana delleMemoriedi A. Dumas, fatta daVincenzo Bellagambi. Firenze, Pietro Del Corona, 1862.

90.Mancandocene il testo originale, la togliamo dalla traduzione italiana delleMemoriedi A. Dumas, fatta daVincenzo Bellagambi. Firenze, Pietro Del Corona, 1862.

91.Il Cuneo dice che la lettera del Bedini aveva la data 14 novembre, e ne dà questo sunto per esteso:«Sento il dovere di significarle senza indugio che quanto in essa si contiene (nella lettera di Garibaldi) di devoto e di generoso verso il Sommo Pontefice regnante è veramente degno di cuori italiani, e merita riconoscenza ed elogio.Col pacchetto inglese che partì ieri trasmisi l’indicato foglio a Roma, onde siano eccitati anche in più elevati petti i medesimi sentimenti. Se la distanza di tutto un emisfero può impedire di profittare dimagnanime offerte, non ne sarà mai diminuita nè menomata la soddisfazione nel riceverle.» Conchiudeva con questo voto: «Quelli che si trovano sotto la sua direzione, deh! che sian sempre degni del nome che li onora e del sangue che li scalda! Con questo voto sincerissimo accompagno l’augurio, ec. ec.»

91.Il Cuneo dice che la lettera del Bedini aveva la data 14 novembre, e ne dà questo sunto per esteso:

«Sento il dovere di significarle senza indugio che quanto in essa si contiene (nella lettera di Garibaldi) di devoto e di generoso verso il Sommo Pontefice regnante è veramente degno di cuori italiani, e merita riconoscenza ed elogio.

Col pacchetto inglese che partì ieri trasmisi l’indicato foglio a Roma, onde siano eccitati anche in più elevati petti i medesimi sentimenti. Se la distanza di tutto un emisfero può impedire di profittare dimagnanime offerte, non ne sarà mai diminuita nè menomata la soddisfazione nel riceverle.» Conchiudeva con questo voto: «Quelli che si trovano sotto la sua direzione, deh! che sian sempre degni del nome che li onora e del sangue che li scalda! Con questo voto sincerissimo accompagno l’augurio, ec. ec.»

92.Dobbiamo il documento alla cortesia del generale Giacomo Medici, che ci fa largo di molte altre carte e notizie.

92.Dobbiamo il documento alla cortesia del generale Giacomo Medici, che ci fa largo di molte altre carte e notizie.

93.Nei giornali vedemmo spesso confusi i due nomi. Il signor Giacomo Antonini, che abitava a Montevideo ne’ giorni della partenza di Garibaldi, ci chiarì finalmente la causa della confusione. IlBifrontevenne ribattezzatoLa Speranzacol consenso del Console sardo.

93.Nei giornali vedemmo spesso confusi i due nomi. Il signor Giacomo Antonini, che abitava a Montevideo ne’ giorni della partenza di Garibaldi, ci chiarì finalmente la causa della confusione. IlBifrontevenne ribattezzatoLa Speranzacol consenso del Console sardo.

94.Pacheco y Obes,Réponse aux détracteurs de Montevideo. Paris, 1849.

94.Pacheco y Obes,Réponse aux détracteurs de Montevideo. Paris, 1849.

95.Pacheco y Obes, op. cit.

95.Pacheco y Obes, op. cit.

96.Così le parole di Lord Howden come quelle di Garibaldi sono riferite dalCuneonella suaBiografia, e nelleMemorieedite dalCarranopiù volte citato.

96.Così le parole di Lord Howden come quelle di Garibaldi sono riferite dalCuneonella suaBiografia, e nelleMemorieedite dalCarranopiù volte citato.

97.L’episodio ci fu narrato tal quale dal generale Gaetano Sacchi.

97.L’episodio ci fu narrato tal quale dal generale Gaetano Sacchi.

98.NellaConcordiadel 19 giugno 1848 si leggeva:«Cronaca politica. — Si legge nell’Echo des Alpes Maritimes: Un naviglio sardo proveniente da Montevideo annunzia che partì da questa città nello stesso tempo che una fregata di trentasei cannoni (?), sulla quale si trova il generale Garibaldi colla Legione italiana. Il capitano aggiunge che navigò con questa fregata sino al golfo di Lione, dove i due navigli destinati per Genova si dovettero separare in causa del cattivo tempo. Ciò vuol dire che non possiamo tardare a vedere il valoroso Generale e complimentarlo.»

98.NellaConcordiadel 19 giugno 1848 si leggeva:

«Cronaca politica. — Si legge nell’Echo des Alpes Maritimes: Un naviglio sardo proveniente da Montevideo annunzia che partì da questa città nello stesso tempo che una fregata di trentasei cannoni (?), sulla quale si trova il generale Garibaldi colla Legione italiana. Il capitano aggiunge che navigò con questa fregata sino al golfo di Lione, dove i due navigli destinati per Genova si dovettero separare in causa del cattivo tempo. Ciò vuol dire che non possiamo tardare a vedere il valoroso Generale e complimentarlo.»

99.Anche un carteggio del 27 giugno 1848, diretto da Nizza alla Concordia di Torino, confermava, ampliandolo, il discorso tenuto da Garibaldi al banchetto di Nizza, e noi lo riproduciamo per documento:«Giungendo direttamente a Nizza da Montevideo, egli ignorava tutto quanto era succeduto in Europa dappoi il mese di gennaio, ed era talmente digiuno delle cose nostre, che, temendovi ancora il capestro e le persecuzioni del 1833, entrò nel nostro porto inalberando sulla di lui nave la bandiera di Montevideo; ma quantunque..... (Qui il manoscritto, da cui togliamo questi estratti dellaConcordia,ha una frase incompiuta e forse sbagliata dal copista, che omettiamo) col cuore ulcerato dall’esiglio, conobbe tosto quale giustamente fosse l’attuale nostra condizione, e ne presentì i bisogni. Fu sempre repubblicano, e s’avvide che pel bene d’Italia rinunciare pur doveva alle inveterate sue convinzioni per francamente unirsi a Carlo Alberto, ed alle sole forme di governo che sono in armonia colle necessità della Patria, e proclamò altamente l’unione e la perseveranza nel gran principio che l’Italiadeve fare da sè!Disse quindi in occasione dell’offertogli banchetto:Tutti quei che mi conoscono sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei re; ma questo fu solo perchè allora i Principi facevano il male d’Italia; ma invece io sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna che s’è fatto il rigeneratore della nostra Penisola, e sono per lui pronto a versare tutto il mio sangue; io sono certo che tutti gli Italiani la pensano al pari di me; vorrei potervi provare, o miei concittadini, che non ho mai dimenticato il mio suolo natale, e che la fraterna vostra accoglienza mi sta impressa nel cuore. Viva l’Italia! Viva il Re! Viva Nizza!E quando poi questo nostro illustre concittadino sentiva alcuni di quei pochi, i quali affermano che gl’Italiani nulla possono senza l’aiuto della Francia, ne arrossiva per loro e con rabbia esclamava:Se gli uomini temono, radunerò le donne italiane che basteranno a cacciare gli Austriaci. Ed a coloro poi che accorrevano volontari sotto il suo comando, diceva:Non credetevi che io vi conduca a gozzovigliare; chè vi toccherà invece patire la fame e la sete, e di dormire sul nudo terreno, a cielo scoperto, e di reggere ad ogni sorta di fatiche e di pericoli, giacchè la mia Legione non indietreggia; e non intendo, per Dio, che abbia mai ad indietreggiare.»

99.Anche un carteggio del 27 giugno 1848, diretto da Nizza alla Concordia di Torino, confermava, ampliandolo, il discorso tenuto da Garibaldi al banchetto di Nizza, e noi lo riproduciamo per documento:

«Giungendo direttamente a Nizza da Montevideo, egli ignorava tutto quanto era succeduto in Europa dappoi il mese di gennaio, ed era talmente digiuno delle cose nostre, che, temendovi ancora il capestro e le persecuzioni del 1833, entrò nel nostro porto inalberando sulla di lui nave la bandiera di Montevideo; ma quantunque..... (Qui il manoscritto, da cui togliamo questi estratti dellaConcordia,ha una frase incompiuta e forse sbagliata dal copista, che omettiamo) col cuore ulcerato dall’esiglio, conobbe tosto quale giustamente fosse l’attuale nostra condizione, e ne presentì i bisogni. Fu sempre repubblicano, e s’avvide che pel bene d’Italia rinunciare pur doveva alle inveterate sue convinzioni per francamente unirsi a Carlo Alberto, ed alle sole forme di governo che sono in armonia colle necessità della Patria, e proclamò altamente l’unione e la perseveranza nel gran principio che l’Italiadeve fare da sè!Disse quindi in occasione dell’offertogli banchetto:Tutti quei che mi conoscono sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei re; ma questo fu solo perchè allora i Principi facevano il male d’Italia; ma invece io sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna che s’è fatto il rigeneratore della nostra Penisola, e sono per lui pronto a versare tutto il mio sangue; io sono certo che tutti gli Italiani la pensano al pari di me; vorrei potervi provare, o miei concittadini, che non ho mai dimenticato il mio suolo natale, e che la fraterna vostra accoglienza mi sta impressa nel cuore. Viva l’Italia! Viva il Re! Viva Nizza!

E quando poi questo nostro illustre concittadino sentiva alcuni di quei pochi, i quali affermano che gl’Italiani nulla possono senza l’aiuto della Francia, ne arrossiva per loro e con rabbia esclamava:Se gli uomini temono, radunerò le donne italiane che basteranno a cacciare gli Austriaci. Ed a coloro poi che accorrevano volontari sotto il suo comando, diceva:Non credetevi che io vi conduca a gozzovigliare; chè vi toccherà invece patire la fame e la sete, e di dormire sul nudo terreno, a cielo scoperto, e di reggere ad ogni sorta di fatiche e di pericoli, giacchè la mia Legione non indietreggia; e non intendo, per Dio, che abbia mai ad indietreggiare.»

100.Dei giornali di Nizza e di Genova chi dice novanta, e chi censessanta. La prima cifra è evidentemente sbagliata, perchè ne aveva condotti seco soltanto dall’America ottanta, e n’avea già reclutati in Nizza circa settanta. Dicendo circa cencinquanta, crediamo essere più prossimi al vero.

100.Dei giornali di Nizza e di Genova chi dice novanta, e chi censessanta. La prima cifra è evidentemente sbagliata, perchè ne aveva condotti seco soltanto dall’America ottanta, e n’avea già reclutati in Nizza circa settanta. Dicendo circa cencinquanta, crediamo essere più prossimi al vero.

101.LaConcordia, in una corrispondenza da Genova del 29 giugno, parla del suo arrivo così:«Ti scrivo in tutta fretta per dirti che il prode Garibaldi è giunto ora in porto con novanta uomini della sua invitta Legione. Garibaldi scenderà a terra incognitamente. In questo punto (ore 1 pom.) sono discesi sul ponte reale i legionari e defilano a suon di tromba, preceduti dalla bandiera italiana, collo scudo di Savoia, e dalla loro propria. Sono tutti giovani alti, robusti e pieni di vita; la maggior parte sono nostri, come Italiani. Strepitosi applausi vengono innalzati sul loro passaggio, dal popolo che si accalca lungo le vie. Essi verranno ospitati nei quartieri militari di San Leonardo.»E un’altra notizia del 30 giugno aggiunge questi particolari:«Il prode Garibaldi scese a terra ieri verso le due del pomeriggio, e recossi difilato ad abbracciare il povero Anzani infermo. Si portò poscia a far visita al Governatore ed ai sindaci, dai quali fu accolto con tutti quei riguardi che meritano le eminenti sue virtù militari. Il Garibaldi era in abito borghese; ed il popolo schieratosi sul suo passaggio lo accolse con un sonoro batter di palme e di viva strepitosi. Egli ha con sè centosessanta legionari, metà dei quali appartengono alla famosa Legione italiana di Montevideo; gli altri sono nuovi arruolatisi recentemente. Molti ufficiali incanutiti negli stenti della guerra, infiammati dal santo amor di patria, hanno rinunciato al loro grado ed ai loro onorarii per correre in Italia e militarvi nella guerra santa da semplici soldati.»

101.LaConcordia, in una corrispondenza da Genova del 29 giugno, parla del suo arrivo così:

«Ti scrivo in tutta fretta per dirti che il prode Garibaldi è giunto ora in porto con novanta uomini della sua invitta Legione. Garibaldi scenderà a terra incognitamente. In questo punto (ore 1 pom.) sono discesi sul ponte reale i legionari e defilano a suon di tromba, preceduti dalla bandiera italiana, collo scudo di Savoia, e dalla loro propria. Sono tutti giovani alti, robusti e pieni di vita; la maggior parte sono nostri, come Italiani. Strepitosi applausi vengono innalzati sul loro passaggio, dal popolo che si accalca lungo le vie. Essi verranno ospitati nei quartieri militari di San Leonardo.»

E un’altra notizia del 30 giugno aggiunge questi particolari:

«Il prode Garibaldi scese a terra ieri verso le due del pomeriggio, e recossi difilato ad abbracciare il povero Anzani infermo. Si portò poscia a far visita al Governatore ed ai sindaci, dai quali fu accolto con tutti quei riguardi che meritano le eminenti sue virtù militari. Il Garibaldi era in abito borghese; ed il popolo schieratosi sul suo passaggio lo accolse con un sonoro batter di palme e di viva strepitosi. Egli ha con sè centosessanta legionari, metà dei quali appartengono alla famosa Legione italiana di Montevideo; gli altri sono nuovi arruolatisi recentemente. Molti ufficiali incanutiti negli stenti della guerra, infiammati dal santo amor di patria, hanno rinunciato al loro grado ed ai loro onorarii per correre in Italia e militarvi nella guerra santa da semplici soldati.»

102.IlVecchi(La Italia, Storia di due anni, vol. I, pag. 216) mette in bocca a Garibaldi queste parole:«Sire, ho combattuto in terra straniera per la libertà d’un paese ospitale, e Dio benedisse alle armi nostre, illustrando il nome dei legionari italiani. Con pochi de’ miei giunsi anche in tempo per la impresa onorata. Ho qui dentro un cuore che ama l’Italia davvero, e richiede a mercede di poter operare cogli altri ciò che ridondi in di lei vantaggio e onore.»Il Re rispondeva aprisse quel suo desiderio ai ministri, dolergli non poterlo fare di per sè stesso, e accomiatollo con gentili testimonianze d’affetto.Non sappiamo dove le abbia tolte. Noi non le abbiamo vedute riferite in alcun altro luogo. Se i sentimenti sono probabili, lo stile non è certamente quello di Garibaldi.Anche il Boggio fa addirittura una scena drammatica dell’incontro di Garibaldi con Carlo Alberto.

102.IlVecchi(La Italia, Storia di due anni, vol. I, pag. 216) mette in bocca a Garibaldi queste parole:

«Sire, ho combattuto in terra straniera per la libertà d’un paese ospitale, e Dio benedisse alle armi nostre, illustrando il nome dei legionari italiani. Con pochi de’ miei giunsi anche in tempo per la impresa onorata. Ho qui dentro un cuore che ama l’Italia davvero, e richiede a mercede di poter operare cogli altri ciò che ridondi in di lei vantaggio e onore.»

Il Re rispondeva aprisse quel suo desiderio ai ministri, dolergli non poterlo fare di per sè stesso, e accomiatollo con gentili testimonianze d’affetto.

Non sappiamo dove le abbia tolte. Noi non le abbiamo vedute riferite in alcun altro luogo. Se i sentimenti sono probabili, lo stile non è certamente quello di Garibaldi.

Anche il Boggio fa addirittura una scena drammatica dell’incontro di Garibaldi con Carlo Alberto.

103.Garibaldi arringava il popolo dal balcone dellaBella Venezia, e diceva nell’usato suo stile: «Cari Milanesi! Vi son grato delle vostre ovazioni, ma questo non è tempo da gridi e da ciarle; è tempo da fatti. Pur troppo lo sgherro nemico ha ripreso lena e coraggio. Noi dobbiamo sbarrargli la via al ritorno in queste belle contrade, ec.»

103.Garibaldi arringava il popolo dal balcone dellaBella Venezia, e diceva nell’usato suo stile: «Cari Milanesi! Vi son grato delle vostre ovazioni, ma questo non è tempo da gridi e da ciarle; è tempo da fatti. Pur troppo lo sgherro nemico ha ripreso lena e coraggio. Noi dobbiamo sbarrargli la via al ritorno in queste belle contrade, ec.»

104.La Legione si radunò per partire alla caserma di San Francesco in piazza Sant’Ambrogio, che era il luogo delle sue consuete riunioni per gli esercizi. Questi, ed altri particolari che verrò in seguito indicando, li tolgo dal manoscritto diAntonio Picozzi,Episodio storico concernente i fatti militari di Garibaldi e di Medici nell’anno 1848.Il Picozzi, mio carissimo amico e commilitone, fece parte in quell’anno delBattaglione Anzani: le cose da lui narrate adunque meritano piena fede, ed io m’auguro che il suo Manoscritto veda presto la luce.

104.La Legione si radunò per partire alla caserma di San Francesco in piazza Sant’Ambrogio, che era il luogo delle sue consuete riunioni per gli esercizi. Questi, ed altri particolari che verrò in seguito indicando, li tolgo dal manoscritto diAntonio Picozzi,Episodio storico concernente i fatti militari di Garibaldi e di Medici nell’anno 1848.

Il Picozzi, mio carissimo amico e commilitone, fece parte in quell’anno delBattaglione Anzani: le cose da lui narrate adunque meritano piena fede, ed io m’auguro che il suo Manoscritto veda presto la luce.

105.Giunta da un’ora la colonna garibaldina in Monza, ci fu un falso allarme; e poichè il battaglione Anzani era agli avamposti, il Picozzi narra d’aver «visto egli stesso il Mazzini, armato di carabina inglese, schierarsi fra i militi della seconda fila disposto a fare ciò che era compito d’ogni legionario italiano.» (Manoscrittocitato)

105.Giunta da un’ora la colonna garibaldina in Monza, ci fu un falso allarme; e poichè il battaglione Anzani era agli avamposti, il Picozzi narra d’aver «visto egli stesso il Mazzini, armato di carabina inglese, schierarsi fra i militi della seconda fila disposto a fare ciò che era compito d’ogni legionario italiano.» (Manoscrittocitato)

106.Lo riportiamo dalCantù,Della indipendenza d’Italia, Cronistoria, vol. II, parte II, pag. 964. Torino, Unione Tip.-Editrice, 1875.

106.Lo riportiamo dalCantù,Della indipendenza d’Italia, Cronistoria, vol. II, parte II, pag. 964. Torino, Unione Tip.-Editrice, 1875.

107.Il Manifesto restò nascosto parecchi anni; io lo tolgo dal citato manoscritto:Episodio storico, ec., delPicozzi, il quale lo ebbe dal suo amico Pietro Perelli, che custodì il prezioso documento durante il decennio 1849-59 della dominazione austriaca in Lombardia.

107.Il Manifesto restò nascosto parecchi anni; io lo tolgo dal citato manoscritto:Episodio storico, ec., delPicozzi, il quale lo ebbe dal suo amico Pietro Perelli, che custodì il prezioso documento durante il decennio 1849-59 della dominazione austriaca in Lombardia.

108.NellaConcordiadel 4 settembre 1848, tolta dalPensiero Italiano, troviamo una relazione del combattimento del Medici, scritto in persona prima e con tale esattezza di particolari che non esitiamo a dirlo del Medici stesso. Noi lo riproduciamo, facendo una riserva soltanto sul giudizio ch’egli porta circa il movimento di Garibaldi su Morazzone; riserva di cui diamo ampia ragione nel testo:«Svizzera.Ultime relazioni della colonna Garibaldi.Lugano, 31 agosto.Non ho che scoranti notizie ad annunciarvi: tutti i nostri tentativi ebbero infelicissimo esito, non vi so dire se per difetto di prudente direzione, oppure per la generale demoralizzazione nata in conseguenza di tradimenti e della diserzione di non pochi dei principali capi delle forze lombarde da loro condotte nell’errore di ridursi in Piemonte, anzichè combattere sul proprio suolo per la vera causa. Garibaldi solo tentò mantenere attiva l’insurrezione; ma come egli fu debolmente assecondato e da pochissimi seguíto, dovette finalmente cedere il campo alla forza prepotente del nemico.Avrebbe egli però potuto sostenersi più lungo tempo, se, meno ardito, si fosse mostrato più sulla difensiva sui monti, invece di spingersi troppo avanti verso la pianura; il nemico difatti colse in buon punto l’occasione di portarsi egli con grosse colonne allo spalle ed ai fianchi, e nella notte del giorno 26 Garibaldi colla sua colonna, forte di milledugento militi, fu sorpreso dal nemico in Morazzone, luogo poco distante da Varese; alcune bombe vi misero l’incendio, la colonna si decise a ritirarsi, ma, appena mossa, colta da timor pánico cominciò a disordinarsi e poco dopo a sbandarsi, e capi e soldati ognuno cercò salvarsi come meglio potè attraverso i monti. Garibaldi giunse in Isvizzera con non più di trenta uomini; a poco a poco ne giunsero altri quattrocento circa; del resto ignoriamo, ma pur troppo dobbiamo temere sia in gran parte caduto in potere del nemico.Più fortunato fui io colla mia compagnia, poichè trovandomi distaccato dalla colonna con missione di fiancheggiarla e di molestare il nemico con qualche sorpresa, fui invece nella mattina del 24 d’improvviso assalito da una forza di circa quattromila di fanteria, cinquecento di cavalleria e due batterie, divisa in più colonne, che da ogni lato tentavano avviluppare le posizioni che io occupavo. Il fuoco di fucileria e d’artiglieria fu vivissimo, ma non sgomentò punto i valorosi miei militi, che bene difendendosi e talvolta attaccando resistettero quasi quattro ore al fierissimo assalto; per ultimo, sopraffatto dal numero cotanto sproporzionato, prevedendo che la ostinazione di pochi minuti di più avrebbe reso, se non impossibile, difficilissimo il ritirarsi, ho raccolto la mia gente, e con perfetto, ordine, colla mia piccola bandiera (Dio e Popolo) sventolante, mi ripiegai sulla frontiera svizzera, sempre però molestato da quei barbari che per due volte violarono il confine in persecuzione nostra. La mia perdita in morti e feriti fu sensibile più per la qualità degl’individui che per la quantità, quella dell’inimico fu dieci volte maggiore. Non avevo che centodieci uomini con me, occupavamo una linea di circa un miglio e mezzo disposti in posizioni fortissime con non difficile ritirata sopra un punto centrico, in modo che era facile il farci supporre assai più in numero; difatti il Generale nemico credette d’aver da fare con tutta la colonna Garibaldi; e veramente mi vien da ridere quando penso a tutte le mosse tattiche e strategiche di tutta quella grande massa, al trasporto de’ cannoni sulle alture, alle grida feroci, e con tutto questo lasciarsi contendere per tanto tempo il passo da sì piccolo drappello di giovani ardimentosi di certo, ma non anco avvezzi ai movimenti ordinati dei militari. Oh se veramente gl’Italiani si decidessero a combattere davvero, s’accorgerebbero tosto del quanto sia infondato il timore che si ha per tutta Italia dei centomila vandali, se pur tanti sono.»

108.NellaConcordiadel 4 settembre 1848, tolta dalPensiero Italiano, troviamo una relazione del combattimento del Medici, scritto in persona prima e con tale esattezza di particolari che non esitiamo a dirlo del Medici stesso. Noi lo riproduciamo, facendo una riserva soltanto sul giudizio ch’egli porta circa il movimento di Garibaldi su Morazzone; riserva di cui diamo ampia ragione nel testo:

«Svizzera.Ultime relazioni della colonna Garibaldi.

Lugano, 31 agosto.

Non ho che scoranti notizie ad annunciarvi: tutti i nostri tentativi ebbero infelicissimo esito, non vi so dire se per difetto di prudente direzione, oppure per la generale demoralizzazione nata in conseguenza di tradimenti e della diserzione di non pochi dei principali capi delle forze lombarde da loro condotte nell’errore di ridursi in Piemonte, anzichè combattere sul proprio suolo per la vera causa. Garibaldi solo tentò mantenere attiva l’insurrezione; ma come egli fu debolmente assecondato e da pochissimi seguíto, dovette finalmente cedere il campo alla forza prepotente del nemico.

Avrebbe egli però potuto sostenersi più lungo tempo, se, meno ardito, si fosse mostrato più sulla difensiva sui monti, invece di spingersi troppo avanti verso la pianura; il nemico difatti colse in buon punto l’occasione di portarsi egli con grosse colonne allo spalle ed ai fianchi, e nella notte del giorno 26 Garibaldi colla sua colonna, forte di milledugento militi, fu sorpreso dal nemico in Morazzone, luogo poco distante da Varese; alcune bombe vi misero l’incendio, la colonna si decise a ritirarsi, ma, appena mossa, colta da timor pánico cominciò a disordinarsi e poco dopo a sbandarsi, e capi e soldati ognuno cercò salvarsi come meglio potè attraverso i monti. Garibaldi giunse in Isvizzera con non più di trenta uomini; a poco a poco ne giunsero altri quattrocento circa; del resto ignoriamo, ma pur troppo dobbiamo temere sia in gran parte caduto in potere del nemico.

Più fortunato fui io colla mia compagnia, poichè trovandomi distaccato dalla colonna con missione di fiancheggiarla e di molestare il nemico con qualche sorpresa, fui invece nella mattina del 24 d’improvviso assalito da una forza di circa quattromila di fanteria, cinquecento di cavalleria e due batterie, divisa in più colonne, che da ogni lato tentavano avviluppare le posizioni che io occupavo. Il fuoco di fucileria e d’artiglieria fu vivissimo, ma non sgomentò punto i valorosi miei militi, che bene difendendosi e talvolta attaccando resistettero quasi quattro ore al fierissimo assalto; per ultimo, sopraffatto dal numero cotanto sproporzionato, prevedendo che la ostinazione di pochi minuti di più avrebbe reso, se non impossibile, difficilissimo il ritirarsi, ho raccolto la mia gente, e con perfetto, ordine, colla mia piccola bandiera (Dio e Popolo) sventolante, mi ripiegai sulla frontiera svizzera, sempre però molestato da quei barbari che per due volte violarono il confine in persecuzione nostra. La mia perdita in morti e feriti fu sensibile più per la qualità degl’individui che per la quantità, quella dell’inimico fu dieci volte maggiore. Non avevo che centodieci uomini con me, occupavamo una linea di circa un miglio e mezzo disposti in posizioni fortissime con non difficile ritirata sopra un punto centrico, in modo che era facile il farci supporre assai più in numero; difatti il Generale nemico credette d’aver da fare con tutta la colonna Garibaldi; e veramente mi vien da ridere quando penso a tutte le mosse tattiche e strategiche di tutta quella grande massa, al trasporto de’ cannoni sulle alture, alle grida feroci, e con tutto questo lasciarsi contendere per tanto tempo il passo da sì piccolo drappello di giovani ardimentosi di certo, ma non anco avvezzi ai movimenti ordinati dei militari. Oh se veramente gl’Italiani si decidessero a combattere davvero, s’accorgerebbero tosto del quanto sia infondato il timore che si ha per tutta Italia dei centomila vandali, se pur tanti sono.»

109.IlCuneoe ilBoggionelle loroViteripetono l’aneddoto. La fonte però manca.

109.IlCuneoe ilBoggionelle loroViteripetono l’aneddoto. La fonte però manca.

110.Lo raggiunsero colà i resti del battaglione degli Studenti mantovani, poco più di duecento uomini.

110.Lo raggiunsero colà i resti del battaglione degli Studenti mantovani, poco più di duecento uomini.

111.Valga di prova questo documento inedito ricavato dalCartone9, al 16 marzo 1849, degliArchivi di Statodi Roma:«In risposta ad un dispaccio del Ministero dell’interno, Nº 6453, del marzo 1849, che lamenta d’essersi introdotti in Bologna alcuni individui pregiudicati e scappati dalla galera di Civitacastellana per arruolarsi nella prima Legione italiana, il generale Garibaldi scriveva la seguente:«Comando della Iª Legione italiana, N. 9.Rieti, 15 marzo 1849.Cittadino Ministro.Risposta al Nº 6453 S. S.Di quelli venuti da Civitacastellana disertarono cinque, tre dei quali, Borghi Raffaele, Bussi Francesco e Trebbi Paolo, fino dal giorno 4; gli altri due, Martelli Luigi e Zani Luigi, il giorno 14. Dall’epoca in cui disertarono, vorrei dedurre che neppure i primi avrebbero potuto trovarsi in Bologna, quando accaddero quei fatti che mossero tanto terrore.Altri tre di Ravenna si evasero dalla Legione il giorno 5, e sono: Lombardi, Paoletti Michele e Morelli; neppure questi potevano trovarsi in Bologna all’epoca dei querelati fatti.Per gli uni e per gli altri ho date ovunque indicazioni e preghiere per arrestarli e ricondurli a subire la pena nella Legione, ma senza effetto.Io non so che altro avria potuto operare per impedire qualsiasi disordine.Il Comandante la LegioneG. Garibaldi.»

111.Valga di prova questo documento inedito ricavato dalCartone9, al 16 marzo 1849, degliArchivi di Statodi Roma:

«In risposta ad un dispaccio del Ministero dell’interno, Nº 6453, del marzo 1849, che lamenta d’essersi introdotti in Bologna alcuni individui pregiudicati e scappati dalla galera di Civitacastellana per arruolarsi nella prima Legione italiana, il generale Garibaldi scriveva la seguente:

«Comando della Iª Legione italiana, N. 9.Rieti, 15 marzo 1849.Cittadino Ministro.Risposta al Nº 6453 S. S.Di quelli venuti da Civitacastellana disertarono cinque, tre dei quali, Borghi Raffaele, Bussi Francesco e Trebbi Paolo, fino dal giorno 4; gli altri due, Martelli Luigi e Zani Luigi, il giorno 14. Dall’epoca in cui disertarono, vorrei dedurre che neppure i primi avrebbero potuto trovarsi in Bologna, quando accaddero quei fatti che mossero tanto terrore.Altri tre di Ravenna si evasero dalla Legione il giorno 5, e sono: Lombardi, Paoletti Michele e Morelli; neppure questi potevano trovarsi in Bologna all’epoca dei querelati fatti.Per gli uni e per gli altri ho date ovunque indicazioni e preghiere per arrestarli e ricondurli a subire la pena nella Legione, ma senza effetto.Io non so che altro avria potuto operare per impedire qualsiasi disordine.Il Comandante la LegioneG. Garibaldi.»

«Comando della Iª Legione italiana, N. 9.

Rieti, 15 marzo 1849.

Cittadino Ministro.

Risposta al Nº 6453 S. S.

Di quelli venuti da Civitacastellana disertarono cinque, tre dei quali, Borghi Raffaele, Bussi Francesco e Trebbi Paolo, fino dal giorno 4; gli altri due, Martelli Luigi e Zani Luigi, il giorno 14. Dall’epoca in cui disertarono, vorrei dedurre che neppure i primi avrebbero potuto trovarsi in Bologna, quando accaddero quei fatti che mossero tanto terrore.

Altri tre di Ravenna si evasero dalla Legione il giorno 5, e sono: Lombardi, Paoletti Michele e Morelli; neppure questi potevano trovarsi in Bologna all’epoca dei querelati fatti.

Per gli uni e per gli altri ho date ovunque indicazioni e preghiere per arrestarli e ricondurli a subire la pena nella Legione, ma senza effetto.

Io non so che altro avria potuto operare per impedire qualsiasi disordine.

Il Comandante la LegioneG. Garibaldi.»

112.Dapprima, per verità, volevano mandarlo a Fermo; dopo mutarono in Macerata. L’ordine però gli arrivò per via, quando la Legione era già a Foligno ed egli a Terni; il che prova che Garibaldi era già stato accettato ai servigi del Governo romano fino dai primi di dicembre, e che l’idea di rinviarlo a Fermo od a Macerata non venne a’ governatori di Roma che più tardi.E di tutto ciò fa testimonianza una lettera di Garibaldi al Ministro della guerra, romano, già pubblicata da Federico Torre nella pregiata sua opera:Storia dell’Intervento francese in Roma nel 1849, vol. I, documento LXIV, pag. 357 (Torino, tip. del Progresso): lettera che vuol essere riprodotta per chiarezza dell’itinerario del Nostro a que’ giorni;«Terni, 22 dicembre 1343.Eccellenza,Domani raggiungerò la colonna a Foligno, da dove mi dirigerò a Rieti, punto che mi sembra molto più conveniente per organizzare il battaglione e ricevere da Roma il vestiario, armamento ed altri oggetti indispensabili. Mi permetto di raccomandare a V. E. il pronto invio del vestiario, e massime dei cappotti e scarpe, trovandosi la gente in uno stato deplorabile.Onori de’ suoi comandi.G. Garibaldi.PS. — Ho ricevuto il dispaccio di V. E. dopo d’aver scritto la presente, e dirigerò la colonna a Fermo, siccome mi vien ordinato. Ringrazio V. E. dell’accettazione del Corpo al servizio dello Stato, e solamente reitero la sollecitudine dell’abbigliamento e dei suoi ordini. Vale.A S. E. il signor Ministro della Guerra.»Quando si consideri pertanto che Garibaldi era a Macerata il 1º gennaio 1849, come tra poco dimostreremo, si deve ragionevolmente arguire ch’egli partì da Ravenna nella prima settimana di dicembre; arrivò a Foligno per la via di Fano e il Passo del Furlo tra il 15 e il 16; ripartì da Foligno per Fermo tra il 27 e il 28 (probabilmente vi stette ad aspettare il vestiario), e fu a Macerata il 1º del 1849; dove forse lo raggiunse un novello ordine di non proseguire più per Fermo e di starsene dov’era.

112.Dapprima, per verità, volevano mandarlo a Fermo; dopo mutarono in Macerata. L’ordine però gli arrivò per via, quando la Legione era già a Foligno ed egli a Terni; il che prova che Garibaldi era già stato accettato ai servigi del Governo romano fino dai primi di dicembre, e che l’idea di rinviarlo a Fermo od a Macerata non venne a’ governatori di Roma che più tardi.

E di tutto ciò fa testimonianza una lettera di Garibaldi al Ministro della guerra, romano, già pubblicata da Federico Torre nella pregiata sua opera:Storia dell’Intervento francese in Roma nel 1849, vol. I, documento LXIV, pag. 357 (Torino, tip. del Progresso): lettera che vuol essere riprodotta per chiarezza dell’itinerario del Nostro a que’ giorni;

«Terni, 22 dicembre 1343.

Eccellenza,

Domani raggiungerò la colonna a Foligno, da dove mi dirigerò a Rieti, punto che mi sembra molto più conveniente per organizzare il battaglione e ricevere da Roma il vestiario, armamento ed altri oggetti indispensabili. Mi permetto di raccomandare a V. E. il pronto invio del vestiario, e massime dei cappotti e scarpe, trovandosi la gente in uno stato deplorabile.

Onori de’ suoi comandi.

G. Garibaldi.

PS. — Ho ricevuto il dispaccio di V. E. dopo d’aver scritto la presente, e dirigerò la colonna a Fermo, siccome mi vien ordinato. Ringrazio V. E. dell’accettazione del Corpo al servizio dello Stato, e solamente reitero la sollecitudine dell’abbigliamento e dei suoi ordini. Vale.

A S. E. il signor Ministro della Guerra.»

Quando si consideri pertanto che Garibaldi era a Macerata il 1º gennaio 1849, come tra poco dimostreremo, si deve ragionevolmente arguire ch’egli partì da Ravenna nella prima settimana di dicembre; arrivò a Foligno per la via di Fano e il Passo del Furlo tra il 15 e il 16; ripartì da Foligno per Fermo tra il 27 e il 28 (probabilmente vi stette ad aspettare il vestiario), e fu a Macerata il 1º del 1849; dove forse lo raggiunse un novello ordine di non proseguire più per Fermo e di starsene dov’era.

113.Fu eletto il 21 gennaio 1849. A proposito di codesta elezione e del soggiorno di Garibaldi in Macerata, ecco quello che ce ne scrive un antico patriotta e onorando gentiluomo di quella città:«1º Il generale Garibaldi arrivò con la sua Legione in Macerata il 1º gennaio 1849, e ne ripartì il giorno 24 dello stesso mese di gennaio 1849.»2º Durante l’indicata permanenza della Legione garibaldina in quella città si manifestò una qualche discordia tra i borghigiani di San Giovan Battista ed i soldati della Legione da procedere a fatti. Ma il Generale si diportò da prudentissimo capitano e si adoperò, per quanto fu da lui, in vantaggio dei cittadini; mentre al principio d’una contesa, che poi fu l’unica, tra borghigiani e soldati, bardato il cavallo, ed inforcatone l’arcione insieme ad altri ufficiali del suo seguito, corse in sul luogo, ed impose ai suoi soldati di ritornare immediatamente in quartiere nell’ex-convento di San Domenico fuori di città, e così ubbidito nel suo comando ebbero fine le baruffe, le zuffe, le risse, senza che si dovesse deplorare alcun disastro.»Da ciò argomentarono le Autorità essere cosa conveniente di allontanare da Macerata la Legione garibaldina, la quale partì come fu promesso il 24 gennaio 1849.»3º Il Collegio elettorale per la nomina dei deputati all’Assemblea Costituente Romana fu tenuto in Macerata, come in tutti gli altri paesi dello Stato, il giorno 21 gennaio surripetuto, e per l’affluenza de’ votanti non essendo state sufficienti le sette ore stabilite dalla legge in detto giorno, la votazione fu proseguita nel giorno successivo 22.»Il generale Garibaldi fu uno degli eletti; ed a maggioranza rimarchevolissima di voti. Il numero dei voti raccolti dal Generale non può precisarsi, attesochè nell’ufficio rovistato dall’estensore della presente non esistono gli atti relativi alla pratica, di quel Collegio elettorale.»

113.Fu eletto il 21 gennaio 1849. A proposito di codesta elezione e del soggiorno di Garibaldi in Macerata, ecco quello che ce ne scrive un antico patriotta e onorando gentiluomo di quella città:

«1º Il generale Garibaldi arrivò con la sua Legione in Macerata il 1º gennaio 1849, e ne ripartì il giorno 24 dello stesso mese di gennaio 1849.

»2º Durante l’indicata permanenza della Legione garibaldina in quella città si manifestò una qualche discordia tra i borghigiani di San Giovan Battista ed i soldati della Legione da procedere a fatti. Ma il Generale si diportò da prudentissimo capitano e si adoperò, per quanto fu da lui, in vantaggio dei cittadini; mentre al principio d’una contesa, che poi fu l’unica, tra borghigiani e soldati, bardato il cavallo, ed inforcatone l’arcione insieme ad altri ufficiali del suo seguito, corse in sul luogo, ed impose ai suoi soldati di ritornare immediatamente in quartiere nell’ex-convento di San Domenico fuori di città, e così ubbidito nel suo comando ebbero fine le baruffe, le zuffe, le risse, senza che si dovesse deplorare alcun disastro.

»Da ciò argomentarono le Autorità essere cosa conveniente di allontanare da Macerata la Legione garibaldina, la quale partì come fu promesso il 24 gennaio 1849.

»3º Il Collegio elettorale per la nomina dei deputati all’Assemblea Costituente Romana fu tenuto in Macerata, come in tutti gli altri paesi dello Stato, il giorno 21 gennaio surripetuto, e per l’affluenza de’ votanti non essendo state sufficienti le sette ore stabilite dalla legge in detto giorno, la votazione fu proseguita nel giorno successivo 22.

»Il generale Garibaldi fu uno degli eletti; ed a maggioranza rimarchevolissima di voti. Il numero dei voti raccolti dal Generale non può precisarsi, attesochè nell’ufficio rovistato dall’estensore della presente non esistono gli atti relativi alla pratica, di quel Collegio elettorale.»

114.La Italia, Storia di due anni, scritta daC. A. Vecchi, vol. II, pag. 38.

114.La Italia, Storia di due anni, scritta daC. A. Vecchi, vol. II, pag. 38.

115.Ci fu favorita dalla cortesia squisita del nostro egregio amico ingegnere Clemente Maraini, che ne possiede l’autografo.

115.Ci fu favorita dalla cortesia squisita del nostro egregio amico ingegnere Clemente Maraini, che ne possiede l’autografo.

116.L’esatta verità sulla forza dell’esercito francese spedito a Roma non fu dato nè a noi, nè ad alcuno degli storici italiani, saperla e dirla precisamente. Perocchè gli scrittori francesi, tanto ufficiali che ufficiosi, l’hanno sempre imbrogliata e nascosta; come imbrogliarono, nascosero e tradirono la verità de’ fatti. Da ciò consegue che anche la forza del primo Corpo spedizionario bisogna argomentarla. Ora è certo che esso era comandato in secondo da un generale divisionario, il Saint-Jean D’Angely, e che al 30 aprile si trovarono in azione due brigate. Il Corpo spedizionario adunque doveva contare per lo meno una divisione, la quale se fosse stata completa avrebbe dato circa dodicimila uomini. Supponendola non completa, ma aggiungendovi le truppe di marina e le altre truppe complementari, crediamo tenerci piuttosto al disotto che andar al disopra del vero fissando la cifra di diecimila uomini.Durante l’assedio poi l’esercito francese fu rinforzato di altre due divisioni col proporzionato numero di truppe del Genio e dell’Artiglieria, sicchè il Torre non esita a stabilirne la forza a circa quarantamila uomini e settanta pezzi d’artiglieria, di cui quaranta d’assedio. — VediTorre, op. cit., vol. I, lib. VI.

116.L’esatta verità sulla forza dell’esercito francese spedito a Roma non fu dato nè a noi, nè ad alcuno degli storici italiani, saperla e dirla precisamente. Perocchè gli scrittori francesi, tanto ufficiali che ufficiosi, l’hanno sempre imbrogliata e nascosta; come imbrogliarono, nascosero e tradirono la verità de’ fatti. Da ciò consegue che anche la forza del primo Corpo spedizionario bisogna argomentarla. Ora è certo che esso era comandato in secondo da un generale divisionario, il Saint-Jean D’Angely, e che al 30 aprile si trovarono in azione due brigate. Il Corpo spedizionario adunque doveva contare per lo meno una divisione, la quale se fosse stata completa avrebbe dato circa dodicimila uomini. Supponendola non completa, ma aggiungendovi le truppe di marina e le altre truppe complementari, crediamo tenerci piuttosto al disotto che andar al disopra del vero fissando la cifra di diecimila uomini.

Durante l’assedio poi l’esercito francese fu rinforzato di altre due divisioni col proporzionato numero di truppe del Genio e dell’Artiglieria, sicchè il Torre non esita a stabilirne la forza a circa quarantamila uomini e settanta pezzi d’artiglieria, di cui quaranta d’assedio. — VediTorre, op. cit., vol. I, lib. VI.

117.NellaVita di Nino Bixio. Firenze, G. Barbèra, edit.

117.NellaVita di Nino Bixio. Firenze, G. Barbèra, edit.

118.In alcuni suoiRicordimanoscritti, di cui ci fu, come di tant’altre notizie, generoso.

118.In alcuni suoiRicordimanoscritti, di cui ci fu, come di tant’altre notizie, generoso.

119.Alludiamo al fatto del maggiore Picard e del suo battaglione, che Nino Bixio prima da solo, poi coll’aiuto del maggiore Franchi di Brescia e d’alcuni suoi soldati, riuscì a trarre prigioni in Roma. Lo narriamo estesamente nella nostraVita di Nino Bixio.

119.Alludiamo al fatto del maggiore Picard e del suo battaglione, che Nino Bixio prima da solo, poi coll’aiuto del maggiore Franchi di Brescia e d’alcuni suoi soldati, riuscì a trarre prigioni in Roma. Lo narriamo estesamente nella nostraVita di Nino Bixio.

120.Non tutti noti però. Così nelle storie pubbliche, come nei nostri documenti privati, non troviamo memoria che dei seguenti:Fra i morti, memorabile fra tutti,Luigi Montaldida Genova, capitano della Legione italiana di Montevideo, da Garibaldi paragonato, per le fattezze gentili, la mente colta e l’animo eroico, a Mameli ed a De Cristoforis; e di cui il generale Sacchi ci lasciò questo ricordo biografico:«In Montevideo comandava una compagnia di Cacciatori. Dal Salto Garibaldi lo mandava in missione a Montevideo, scendendo l’Uruguay su di una piccola goletta mercantile. Le due rive dell’Uruguay, meno il Salto, erano in potere del nemico. A Paysandù (sulla sinistra dell’Uruguay), le di cui batterie battevano il canale navigabile, fu attaccato da forze nemiche marine guidate da un Italiano (Gavazzi di Genova). Il Montaldi preparò la difesa, ma la compiè solo; i suoi marinai (che non erano soldati) lo abbandonarono, parte gettandosi all’acqua, altri sotto coperta della goletta; da solo scaricò quindici o venti fucili all’uopo preparati; da solo si oppose all’abbordaggio con estremo valore e con prospero successo per qualche tempo, ma finalmente ferito e sopraffatto dal numero dovette cedere; l’ultimo colpo di pistola lo scagliò sul comandante delle forze nemiche che pel primo montava all’abbordaggio, e gli fracassò il braccio destro, che gli venne poi amputato. Il suo valore e le raccomandazioni del Gavazzi gli valsero salva la vita. Il nemico ammirato da tanta prodezza lo tenne prigioniero (caso unico, dacchè si aveva a fare con un nemico che non dava mai quartiere!). Dopo infiniti patimenti sopportati per un anno e più con dignità e costanza, fu liberato dalla prigionia in un assalto dato al paese di Paysandù, che cadde in nostro potere. Di questo giovane ignoto quasi ne è il nome, che pur è degno di essere annoverato fra i migliori e più valorosi figli d’Italia.»Garibaldi scrisse al Guerrazzi (Assedio di Roma, pag. 696) che il Montaldi «esalò la sua grand’anima per diciannove ferite;» ma il Sacchi più preciso dice: «Il maggiore Montaldi, dopo aver fatto prodigi di valore, cadde colpito nel petto da palla francese; nella fuga i Francesi passarono sul suo corpo e barbaramente lo crivellarono di colpi di baionetta, rendendolo irriconoscibile.»Dopo di lui sono ricordati: il tenentePaolo Narducci, romano;Enrico Pallini, aiutante maggiore dell’artiglieria; i tenentiRighieZamboni; il capitanoLeduch, belga, del quinto reggimento; il brigadiereDella Vedova.Fra i feriti si leggono: il maggioreMarocchetti, il capitanoPifferi, il chirurgoScianda, il commissario di guerraGhiglioni; i tenentiBelli, Dell’Oro, Rota, Tressoldi, Statella(morto poi a Custoza tenente colonnello de’ Granatieri), il marescialloOttaviano, il cadettoMancarino, il caporaleLodovich.

120.Non tutti noti però. Così nelle storie pubbliche, come nei nostri documenti privati, non troviamo memoria che dei seguenti:

Fra i morti, memorabile fra tutti,Luigi Montaldida Genova, capitano della Legione italiana di Montevideo, da Garibaldi paragonato, per le fattezze gentili, la mente colta e l’animo eroico, a Mameli ed a De Cristoforis; e di cui il generale Sacchi ci lasciò questo ricordo biografico:

«In Montevideo comandava una compagnia di Cacciatori. Dal Salto Garibaldi lo mandava in missione a Montevideo, scendendo l’Uruguay su di una piccola goletta mercantile. Le due rive dell’Uruguay, meno il Salto, erano in potere del nemico. A Paysandù (sulla sinistra dell’Uruguay), le di cui batterie battevano il canale navigabile, fu attaccato da forze nemiche marine guidate da un Italiano (Gavazzi di Genova). Il Montaldi preparò la difesa, ma la compiè solo; i suoi marinai (che non erano soldati) lo abbandonarono, parte gettandosi all’acqua, altri sotto coperta della goletta; da solo scaricò quindici o venti fucili all’uopo preparati; da solo si oppose all’abbordaggio con estremo valore e con prospero successo per qualche tempo, ma finalmente ferito e sopraffatto dal numero dovette cedere; l’ultimo colpo di pistola lo scagliò sul comandante delle forze nemiche che pel primo montava all’abbordaggio, e gli fracassò il braccio destro, che gli venne poi amputato. Il suo valore e le raccomandazioni del Gavazzi gli valsero salva la vita. Il nemico ammirato da tanta prodezza lo tenne prigioniero (caso unico, dacchè si aveva a fare con un nemico che non dava mai quartiere!). Dopo infiniti patimenti sopportati per un anno e più con dignità e costanza, fu liberato dalla prigionia in un assalto dato al paese di Paysandù, che cadde in nostro potere. Di questo giovane ignoto quasi ne è il nome, che pur è degno di essere annoverato fra i migliori e più valorosi figli d’Italia.»

Garibaldi scrisse al Guerrazzi (Assedio di Roma, pag. 696) che il Montaldi «esalò la sua grand’anima per diciannove ferite;» ma il Sacchi più preciso dice: «Il maggiore Montaldi, dopo aver fatto prodigi di valore, cadde colpito nel petto da palla francese; nella fuga i Francesi passarono sul suo corpo e barbaramente lo crivellarono di colpi di baionetta, rendendolo irriconoscibile.»

Dopo di lui sono ricordati: il tenentePaolo Narducci, romano;Enrico Pallini, aiutante maggiore dell’artiglieria; i tenentiRighieZamboni; il capitanoLeduch, belga, del quinto reggimento; il brigadiereDella Vedova.

Fra i feriti si leggono: il maggioreMarocchetti, il capitanoPifferi, il chirurgoScianda, il commissario di guerraGhiglioni; i tenentiBelli, Dell’Oro, Rota, Tressoldi, Statella(morto poi a Custoza tenente colonnello de’ Granatieri), il marescialloOttaviano, il cadettoMancarino, il caporaleLodovich.

121.Nella seduta del 1º maggio il Presidente dell’Assemblea propose che fosse dato un attestato di riconoscenza a Garibaldi per le tante prove di valore che aveva date nel combattimento del 30 aprile.L’Assemblea decise che tale attestato si sarebbe dato a tutti i meritevoli a cose finite.

121.Nella seduta del 1º maggio il Presidente dell’Assemblea propose che fosse dato un attestato di riconoscenza a Garibaldi per le tante prove di valore che aveva date nel combattimento del 30 aprile.

L’Assemblea decise che tale attestato si sarebbe dato a tutti i meritevoli a cose finite.

122.Il Vecchi dice che l’Oudinot levò il campo al solo veder Garibaldi. Non è così: Garibaldi non arrivò che in vista di Castelguido, e l’Oudinot non si mosse da Castelguido che la sera.È poi un’invenzione, non so di chi, a torto raccolta dal Vecchi, che l’Oudinot mandasse, dopo quel giorno, a chiedere una tregua.

122.Il Vecchi dice che l’Oudinot levò il campo al solo veder Garibaldi. Non è così: Garibaldi non arrivò che in vista di Castelguido, e l’Oudinot non si mosse da Castelguido che la sera.

È poi un’invenzione, non so di chi, a torto raccolta dal Vecchi, che l’Oudinot mandasse, dopo quel giorno, a chiedere una tregua.

123.Al 30 aprile il Torre (op. cit.) calcolava presenti circa novemilacinquecento uomini: sommando ad essi i nuovi Corpi, si arriva intorno alla cifra anche da noi calcolata.IlDel Vecchiopoi dice che Roma, dopo la sortita di Garibaldi, era stata lasciata «alla guardia del popolo.» Se è una frase, passi; se vuol significare qualcosa di preciso, la rassegna delle forze romane che siamo venuti facendo sin qui dovrebbe smentirla. (VediDel Vecchio,Prefazione ai Documenti della Guerra santa 1849.)

123.Al 30 aprile il Torre (op. cit.) calcolava presenti circa novemilacinquecento uomini: sommando ad essi i nuovi Corpi, si arriva intorno alla cifra anche da noi calcolata.

IlDel Vecchiopoi dice che Roma, dopo la sortita di Garibaldi, era stata lasciata «alla guardia del popolo.» Se è una frase, passi; se vuol significare qualcosa di preciso, la rassegna delle forze romane che siamo venuti facendo sin qui dovrebbe smentirla. (VediDel Vecchio,Prefazione ai Documenti della Guerra santa 1849.)

124.Queste ultime sono parole testuali diFederigo Torre, nella sua citataStoria dell’intervento francese in Roma nel 1849, vol. II, pag. 128.Il Torre, come è noto, fu nel 1849 ufficiale superiore al Ministero della guerra, e il suo libro, specialmente rispetto alla enumerazione delle forze, merita pienissima fede.

124.Queste ultime sono parole testuali diFederigo Torre, nella sua citataStoria dell’intervento francese in Roma nel 1849, vol. II, pag. 128.

Il Torre, come è noto, fu nel 1849 ufficiale superiore al Ministero della guerra, e il suo libro, specialmente rispetto alla enumerazione delle forze, merita pienissima fede.

125.Carlo Pisacane,Guerra combattuta in Italia negli anni 1848 e 1849, pag. 269-270.

125.Carlo Pisacane,Guerra combattuta in Italia negli anni 1848 e 1849, pag. 269-270.

126.Torre, op. cit. —Hoffstetter,Garibaldi in Rom, Tagebuch aus Italien 1849. —De Vecchi,Storia di due anni, 1848 e 1849. —Farini,Lo Stato romano, ec.—Guerrazzi,L’assedio di Roma. —Mario,Garibaldi. —Del Vecchio, op. cit.

126.Torre, op. cit. —Hoffstetter,Garibaldi in Rom, Tagebuch aus Italien 1849. —De Vecchi,Storia di due anni, 1848 e 1849. —Farini,Lo Stato romano, ec.—Guerrazzi,L’assedio di Roma. —Mario,Garibaldi. —Del Vecchio, op. cit.

127.E non novantasei, come scrive il Guerrazzi. I Lancieri non furono mai novantasei, e arrivarono soltanto a ottantacinque sul finire dell’assedio.

127.E non novantasei, come scrive il Guerrazzi. I Lancieri non furono mai novantasei, e arrivarono soltanto a ottantacinque sul finire dell’assedio.

128.Il Bassi era stato restituito nel cambio generale dei prigionieri fatto il 7 maggio. Anche in quel caso però la condotta del Generale francese fu perfida. Il Triumvirato aveva decretato la restituzione totale e gratuita dei prigionieri con tutte le loro armi e bagagli. L’Oudinot, all’apparenza, non tollerò di farsi superare di generosità dal suo nemico; ma in realtà commise una delle sue solite baratterie, restituendo il battaglione Melara (sostenuto proditoriamente a Civitavecchia prima che la guerra cominciasse), ma senza armi.

128.Il Bassi era stato restituito nel cambio generale dei prigionieri fatto il 7 maggio. Anche in quel caso però la condotta del Generale francese fu perfida. Il Triumvirato aveva decretato la restituzione totale e gratuita dei prigionieri con tutte le loro armi e bagagli. L’Oudinot, all’apparenza, non tollerò di farsi superare di generosità dal suo nemico; ma in realtà commise una delle sue solite baratterie, restituendo il battaglione Melara (sostenuto proditoriamente a Civitavecchia prima che la guerra cominciasse), ma senza armi.

129.Marchetti, dice il Torre, ed altri lo ripetono.Marocchetti, il Sacchi ed il Cenni.

129.Marchetti, dice il Torre, ed altri lo ripetono.Marocchetti, il Sacchi ed il Cenni.

130.Vi fu posta una epigrafe, che rammenta la passata di Garibaldi e la battaglia.

130.Vi fu posta una epigrafe, che rammenta la passata di Garibaldi e la battaglia.

131.I Volontari e i Bersaglieri lombardi, diEmilio Dandolo.

131.I Volontari e i Bersaglieri lombardi, diEmilio Dandolo.

132.DaiRicordimanoscritti del generaleSacchi.

132.DaiRicordimanoscritti del generaleSacchi.

133.Era a sinistra del Casino de’ Quattro-Venti. Giovanni Cadolini, soldato allora della Legione Medici e ferito il 30 giugno, così racconta nelle sue privateMemorie, che volle favorirci, l’episodio.«Venne pertanto la sera, e il Medici, temendo di dovere più tardi abbandonare quella casa, fece ammannire nella stanza del piano terreno molta paglia ed altri combustibili a fine di incendiare quel fabbricato al momento in cui fossimo costretti ad abbandonarlo. Quando tutto a un tratto, senza che il Medici avesse ordinato di appiccare il fuoco, vediamo la casa in fiamme. Fu capriccio, fu tradimento di alcuno?: la casa era stata incendiata. Allora fu unanime fra noi il pensiero e il grido: —Ai nostri morti! — Non volevamo che i cadaveri dei nostri morti, rimasti al secondo piano, fossero consumati dalle fiamme. In un attimo sorse allora una gara fra noi di accorrere, passando in mezzo al fuoco, per sottrarre da quella maniera di distruzione i cadaveri dei nostri compianti amici.»Questo episodio fu una rivelazione ben singolare dei sentimenti e delle nobili passioni che si agitavano in quelli animi; l’esporsi a simili pericoli per salvare uomini viventi è istintivo in tutti, ma per sottrarre dei cadaveri è religione per la memoria dei caduti per la libertà e per l’onore della patria. Sottratti i cadaveri all’incendio, ogni cura si adoperò ad estinguere le fiamme, che già arrivavano al tetto; e si riuscì in ciò così rapidamente da poter salvare la maggior parte della casa.»

133.Era a sinistra del Casino de’ Quattro-Venti. Giovanni Cadolini, soldato allora della Legione Medici e ferito il 30 giugno, così racconta nelle sue privateMemorie, che volle favorirci, l’episodio.

«Venne pertanto la sera, e il Medici, temendo di dovere più tardi abbandonare quella casa, fece ammannire nella stanza del piano terreno molta paglia ed altri combustibili a fine di incendiare quel fabbricato al momento in cui fossimo costretti ad abbandonarlo. Quando tutto a un tratto, senza che il Medici avesse ordinato di appiccare il fuoco, vediamo la casa in fiamme. Fu capriccio, fu tradimento di alcuno?: la casa era stata incendiata. Allora fu unanime fra noi il pensiero e il grido: —Ai nostri morti! — Non volevamo che i cadaveri dei nostri morti, rimasti al secondo piano, fossero consumati dalle fiamme. In un attimo sorse allora una gara fra noi di accorrere, passando in mezzo al fuoco, per sottrarre da quella maniera di distruzione i cadaveri dei nostri compianti amici.

»Questo episodio fu una rivelazione ben singolare dei sentimenti e delle nobili passioni che si agitavano in quelli animi; l’esporsi a simili pericoli per salvare uomini viventi è istintivo in tutti, ma per sottrarre dei cadaveri è religione per la memoria dei caduti per la libertà e per l’onore della patria. Sottratti i cadaveri all’incendio, ogni cura si adoperò ad estinguere le fiamme, che già arrivavano al tetto; e si riuscì in ciò così rapidamente da poter salvare la maggior parte della casa.»

134.Questi nomi togliemmo parte dalleMemorie, op. cit., delTorre, parte daiRicordimanoscritti del generaleSacchi.

134.Questi nomi togliemmo parte dalleMemorie, op. cit., delTorre, parte daiRicordimanoscritti del generaleSacchi.

135.Anche l’Adelchi ai Longobardi fuggenti:Per Dio! la via che avete presa è infame;Il nemico è di là....(Adelchi, atto III, scena 3ª.)

135.Anche l’Adelchi ai Longobardi fuggenti:

Per Dio! la via che avete presa è infame;Il nemico è di là....(Adelchi, atto III, scena 3ª.)

Per Dio! la via che avete presa è infame;Il nemico è di là....(Adelchi, atto III, scena 3ª.)

Per Dio! la via che avete presa è infame;

Il nemico è di là....

(Adelchi, atto III, scena 3ª.)

136.Giudizio diEmilio Dandolonei suoiVolontari e Bersaglieri lombardi.

136.Giudizio diEmilio Dandolonei suoiVolontari e Bersaglieri lombardi.

137.Estratte dagli Archivi romani,Cartone1849. Dal 1º al 10 giugno.

137.Estratte dagli Archivi romani,Cartone1849. Dal 1º al 10 giugno.

138.Il che non toglie, checchè n’abbia scritto Garibaldi, che non possa e non debba esserlo.

138.Il che non toglie, checchè n’abbia scritto Garibaldi, che non possa e non debba esserlo.

139.Anche ilTorre(op. cit., pag. 201) dubita della felice riuscita di quella impresa, ed è in dubbio se Garibaldi n’abbia voluto seguire in tutto l’idea, o solo operare una sortita per manomettere i lavori del nemico.L’Hoffstetternon parla invece di quella generale sortita, e dice solo che il Rosselli doveva raccogliere per Garibaldi cinque o seimila uomini.IlBaroni(I Lombardi nelle guerre italiane 1848-49, Memorie narrate daCaloandro Baroni, già maggiore ne’ Bersaglieri lombardi, vol. II, pag. 64) scrive che la spedizione di Garibaldi fu ordinata dal Rosselli, ed è probabile che questi, smesso il pensiero della grande, si sia accontentato della piccola.

139.Anche ilTorre(op. cit., pag. 201) dubita della felice riuscita di quella impresa, ed è in dubbio se Garibaldi n’abbia voluto seguire in tutto l’idea, o solo operare una sortita per manomettere i lavori del nemico.

L’Hoffstetternon parla invece di quella generale sortita, e dice solo che il Rosselli doveva raccogliere per Garibaldi cinque o seimila uomini.

IlBaroni(I Lombardi nelle guerre italiane 1848-49, Memorie narrate daCaloandro Baroni, già maggiore ne’ Bersaglieri lombardi, vol. II, pag. 64) scrive che la spedizione di Garibaldi fu ordinata dal Rosselli, ed è probabile che questi, smesso il pensiero della grande, si sia accontentato della piccola.

140.Anche la storia della sortita notturna la troviamo narrata in tre modi diversi da tre scrittori ugualmente credibili; e chi voglia persuadersene non ha che a leggere ilTorre(op. cit., vol. II, pag. 201), ilBaroni(pag. 66-69) e l’Hoffstetter(pag. 181-187). Noi abbiamo preso un po’ dall’uno e dall’altro quel che ci parve più ragionevole e verosimile; ma non stiamo mallevadori che tutto sia per l’appunto avvenuto così, e questo ci riconferma nel pensiero che la storia dell’assedio di Roma abbia bisogno di essere ancora riveduta con lume di critica e rifatta con nuovi e più scelti documenti.

140.Anche la storia della sortita notturna la troviamo narrata in tre modi diversi da tre scrittori ugualmente credibili; e chi voglia persuadersene non ha che a leggere ilTorre(op. cit., vol. II, pag. 201), ilBaroni(pag. 66-69) e l’Hoffstetter(pag. 181-187). Noi abbiamo preso un po’ dall’uno e dall’altro quel che ci parve più ragionevole e verosimile; ma non stiamo mallevadori che tutto sia per l’appunto avvenuto così, e questo ci riconferma nel pensiero che la storia dell’assedio di Roma abbia bisogno di essere ancora riveduta con lume di critica e rifatta con nuovi e più scelti documenti.

141.L’Oudinot si vantò dicombats acharnésnella suaRelazionedel 22 giugno 1849, inserita nelMoniteur Universeldel 29 dello stesso mese.

141.L’Oudinot si vantò dicombats acharnésnella suaRelazionedel 22 giugno 1849, inserita nelMoniteur Universeldel 29 dello stesso mese.

142.L’Hoffstetteranzi parla d’un consiglio di guerra. — VediGaribaldi in Rom, Tagebuch, ec., pag. 181.

142.L’Hoffstetteranzi parla d’un consiglio di guerra. — VediGaribaldi in Rom, Tagebuch, ec., pag. 181.

143.Farini,Lo Stato romano, vol. IV, pag.200.

143.Farini,Lo Stato romano, vol. IV, pag.200.

144.GeneraleVaillant,Relation du Siège de Rome, pag. 129: «Il faut le dire, ce combat d’artillerie qui dura un jour et demi fut soutenu de part et d’autre avec une remarquable vigueur, avec beaucoup de persévérance et de bravoure.»

144.GeneraleVaillant,Relation du Siège de Rome, pag. 129: «Il faut le dire, ce combat d’artillerie qui dura un jour et demi fut soutenu de part et d’autre avec une remarquable vigueur, avec beaucoup de persévérance et de bravoure.»


Back to IndexNext