IX.

Accettò quindi, e quando prese il comando dellaCostituciontrovò la situazione militare della Repubblica a questi termini.

L’Uruguay aveva in campo due corpi d’esercito forti, tutt’al più, di undici o dodicimila combattenti: uno dei quali accampato intorno a San Josè di Canelones sorvegliava insieme la riva sinistra della Plata e gli approcci della capitale; mentre l’altro, il più forte, campeggiava nel Corrientes sotto gli ordini del Ribera, occupato, non sapremmo dire se a contemplare od a fronteggiare i corpi dell’Urquiza e dell’Echague che gli manovravano dattorno e lo tenevano a bada.

Nel campo degl’invasori invece, l’Oribe occupava già i dintorni di Boyada, e stava per operare la sua congiunzione coll’Echague e l’Urquiza, mentre la squadra del Brown padroneggiava la Plata dalla foce a Martin Garcia e teneva pressochè bloccata tutta la riva orientale. Ora, quale delle parti belligeranti fosse in peggiori condizioni, ognuno lo vede. Mentre l’esercito orientale era spezzato in due tronchi, separati tra di loro da uno spazio di circa trecento leghe, e inetticosì a difendersi da sè soli come a soccorrersi; l’esercito del Rosas, appoggiato alla base del Paranà, poteva quando che sia marciar unito e compatto al suo obbiettivo, e manovrando a suo agio nel largo intervallo che divideva i due corpi inimici, assalirli ad uno ad uno e schiacciarli a sua posta.

E tuttavia un tale stato di cose, per sè stesso già pericolosissimo, fu da un nuovo sproposito del Ministro della guerra reso irreparabile. Anzichè provvedere, come insegnava la più volgare esperienza militare, al pronto concentramento delle forze, il generale Vidal pensa a disperderle anche più, ordinando a Garibaldi di lasciare colla sua squadra la Plata, e rimontando il Paranà andare a suscitare e rianimare quella insurrezione di Corrientes, che si annunciava sempre e non si vedeva mai.

Siffatto ordine parve così insensato a Garibaldi stesso, che vi sospettò sotto poco meno che un tradimento. Per eseguirlo doveva fare seicento miglia d’ardua e pericolosa navigazione, per mezzo ad ostacoli e nemici d’ogni sorta; aprirsi una via nell’Estuario sotto il fuoco incrociato della squadra argentina, doppia della sua, e quello delle batterie di Martin Garcia, isola che guarda il confluente dell’Uruguay e del Paranà nella Plata; risalire quindi il Paranà, le cui rive erano in mano dei nemici, prive di scali, d’approdi e di punti di riposo; e finalmente, quando tutto questo gli fosse riuscito, gettarsi con pochi uomini allo sbaraglio in una provincia lontana, che non gli poteva prestare soccorso alcuno.

Ma follía o tradimento che fosse, era un ordine, e Garibaldi volle provare che sapeva tanto ubbidire, quanto combattere, e che non v’era per lui cimento periglioso, da cui non sapesse almeno salvare l’onore.

Prima però di partire per la rischiatissima impresa volle adempire ad un dovere e sciogliere un voto: consacrare solennemente le sue nozze colla donna che gli era stata sposa fino a quel giorno soltanto innanzi al Dio del suo amore. Infatti il 26 marzo 1842 nella chiesa, ora distrutta, di San Francisco d’Assisi in Montevideo, Giuseppe Garibaldi di Nizza e Anita Ribeira de Silva di Laguna si unirono col vincolo del matrimonio ecclesiastico: l’unico legittimo nell’Uruguay, dove il civile, non esisteva ancora.[73]Del rimanente pochi i testimoni, nessuna la pompa; ma poichè sembra che Garibaldi non possa far nulla al mondo, nemmeno la comunissima cosa del matrimonio senza singolarità, ecco un aneddoto de’ suoi sponsali che merita essere ricordato.

Quantunque colonnello della Repubblica uruguayana, Garibaldi non riscuoteva altro stipendio che la razione de’ viveri del soldato; ond’eran mesi che egli non vedeva la croce d’un quattrino, e Anita quanto lui. Siccome però nessuna Chiesa ha mai prestato il servizio divino senza salario (i Pagani lo chiamavano l’olocausto, i Cristiani lo dicono tassa; ma il loro Dio non fu mai gratuito); così anche il curato di San Francisco, fedele alla massima del chi serve all’altare vive dell’altare, dichiarò nettamente ai promessi sposi che: niente quattrini, niente sacramento.

Ora che viso facesse il nostro eroe a quella pretesa, nessuno lo sa; probabilmente pensò a modo suo,che la divina natura prescrivendo i connubii non aveva accompagnato il precetto d’alcuna gabella; comunque, certo è che, se volle sposare, dovette levarsi di tasca l’orologio d’argento, ultimo scampolo d’un lungo naufragio, e consegnarlo al degno Ministro di Cristo in pagamento della sua benedizione.

E fu così che Garibaldi conquistò il diritto di dare il suo nome alla madre de’ suoi figli. Il modesto orologio d’argento fu l’unico regalo di nozze d’Anita: ma quanta ricchezza d’amore nel sacrificio di quell’umile arnese; quante illustri spose, trafficate come merce nanti notaro, avrebbero preferito, alle splendide gemme della loro cesta nuziale, quel povero pegno del bandito Nizzardo!

Ma l’ora d’imbarcarsi era suonata; e Garibaldi non ne attese il rintocco. Preso il comando egli stesso dellaConstitucion, accompagnato dalProcidae dalPereira, salpa verso i primi di luglio da Montevideo e arriva senza intoppo presso a Martin Garcia; costretto dal solo canale navigabile a passare sotto alle sue batterie, ne patisce per più ore il fuoco micidiale, ma vi risponde vigorosamente e passa oltre.

A tre miglia più su la marea abbassa, laConstituciondà in secco in uno dei tanti banchi che frastagliano il fiume, e mentre tutto l’equipaggio è occupato ad alleggerire la nave arenata, trasportandone sulProcidale batterie, ecco comparirgli di fronte, a vele spiegate, tutta la squadra argentina composta di sette grosse navi, comandate dal noto Brown, la più grande celebrità navale dello Stato. Col maggior legno incagliato, coll’altro reso inutile dal soverchio carico, con una sola goletta contro sette bastimenti da guerra, bersagliato da due fuochi, resa impossibile la ritirata e mortale la resistenza; la posizione dell’ammiraglioitaliano era terribile. Se la disperazione avesse potuto capire in quell’anima di ferro, l’avrebbe annientata: il disprezzo della vita, il sentimento dell’onore, la religione del dovere l’ingigantirono. All’ammiraglio nemico invece tutto arrideva: la forza del numero, il vento in poppa, la certezza della preda, gli applausi delle popolazioni che da tutte le rive dell’isola vicina lo incoravano alla facile pugna e gli prenunziavano la vittoria. Ma anche in quel giorno la fortuna, a cui Garibaldi aveva sempre creduto, vegliava per lui. Nel punto stesso in cui il Brown si prepara all’assalto, anche la sua nave ammiraglia arena, e la stessa confusione, lo stesso disordine, lo stesso travaglio ch’era prima sulla flotta orientale passano sull’avversaria, e fiaccano di tanto la baldanza degli assalitori, di quanto risollevano il coraggio degli assaliti. Intanto che gli Argentini sono affaccendati a disincagliare la loro ammiraglia, laCostitucionrimonta a galla e riprende le sue batterie ed i suoi materiali, e in poche ore tutta la piccola flottiglia repubblicana è pronta alla manovra ed al combattimento. Ma, nota il medesimo Garibaldi, «le fortune al pari delle disgrazie non vengono mai sole.» Infatti, forse nel momento stesso in cui anche la maggior nave argentina stava per rigalleggiare, e le due squadre, libere da ogni impaccio, venire al cozzo decisivo, ecco una fitta nebbia stendere un velo impenetrabile su tutta la plaga, e come la nuvola inviata da Apollo fra Ettore ed Achille, rendere l’uno all’altro invisibili i due combattenti.

E fu la salvezza del più debole, chè, mentre questi potè sgusciare non visto fra le navi nemiche, e spinto da buon vento infilare il Paranà e correrne buon tratto, il più forte ne smarrì intieramente la traccia e corse a cercarlo per oltre tre giorni su per l’Uruguay,dove il Brown aveva tutta la ragione di supporlo diretto.

Grande fu il pericolo, a cui il nostro eroe poteva dirsi scampato; minimo tuttavia al paragone di quelli che l’attendevano ancora.

Entrato nel Paranà, cominciano a mancargli i piloti pratici del fiume, o se ve n’ha alcuno nelle fila del suo equipaggio, si nasconde o si schermisce, ond’è costretto a ricorrere all’argomento persuasivo della sua sciabola per forzarlo a prestar l’opera sua.

Giunto a San Niccola, prima città argentina della riva destra, s’impadronisce di alcune navi mercantili che trascina seco come onerarie, e trova il pilota che gli abbisognava; ripreso il viaggio fra due rive ostili e vigilate da tanti armati, è costretto, tutte le volte che scende per vettovagliarsi, a sostenere piccole scaramuccie, che lo infastidiscono, ma non lo arrestano; onde arriva senza dannosi incidenti fin sotto a Boyada. Ivi però la città, munita di batterie e guardata da un forte presidio argentino, appena lo vede affacciarsi lo saluta d’un vivissimo fuoco; ma egli aiutato dal vento può filare rapidamente a grande distanza e continuare incolume fino a Las Concas, dove sbarca per vettovagliarsi e d’onde riparte sotto una nuova salva d’artiglieria. E non ha finito ancora; poche miglia più in su, in un luogo detto il Cerrito, sessanta bocche da fuoco in batteria lo attendono per vomitargli contro la morte; e quel che è peggio, le sinuosità del fiume e i giri del vento l’obbligano a bordeggiare sotto la grandine nemica per oltre due miglia. Pure nemmeno questo lo sgomenta o lo trattiene; ribatte valorosamente colpo per colpo, marcia, combatte e manovra insieme, e ridotto al silenzio, dopo un combattimento di più ore, il fuoco nemico, e catturate alcunenavi mercantili che s’erano rifugiate sotto le di lui batterie, allegro e trionfante, come reduce da una festa, ripiglia la sua rotta.

La sua mèta era Corrientes, chiave del Paranà e base principale dell’impresa, e Corrientes infatti gli aveva già spedito in aiuto una piccola flottiglia di barche; ma presso Nueva Cava la maggior siccità del fiume, che da mezzo secolo si fosse veduta, lo sorprende, e gli toglie ogni possibilità di navigare più oltre. E poichè sapeva che il nemico s’affrettava minaccioso sulle sue orme, risolve di voltargli la fronte e prepara sul luogo stesso la sua difesa. Sulla sinistra del fiume, dove l’acqua era più bassa, schiera una fila di piccole barche armate di cannoni, che gli serve così di trincea galleggiante come di ponte alla terra; nel centro áncora ilPereira, sulla destra colloca laCostitucion, che ammarra fortemente, per impedire che la rapida corrente la trasporti. Il nemico intanto s’avanza superiore di numero, baldanzoso d’animo, sempre comandato dal famoso Brown, confidente nella facilità di poter esser soccorso ad ogni passo d’armati e di vettovaglie; mentre agli Orientali, isolati in mezzo ad un paese nemico, nessuna speranza restava d’aiuto o rinforzo qualsiasi. Pure la pugna non si poteva rifiutare; le circostanze la rendevano inevitabile, e per la vita e per l’onore bisognava combattere.

A questo punto però sentiamo che lo storico dell’eroico conflitto può essere il solo Garibaldi; e poichè il racconto fu svisato da molti, e a noi dorrebbe l’ometterne o l’alterarne la minima parte, così lasciamo la parola a lui stesso:

«Era il 15 agosto 1842;[74]il vento benchè debolespirava favorevole al nemico; ma per mezzo della nostra ala sinistra, che appoggiavasi alla stessa banda del fiume, dominavamo interamente il passo e potevamo sbarcare una parte della nostra gente per contrastare passo a passo il terreno al nemico e impedirgli di rifornirsi dizavorra.[75]Così riuscì ai nostri di ritardare i progressi dell’avversario, il quale fu costretto ben presto a tornare sotto alla custodia de’ suoi bastimenti. Il maggiore Pedro Rodriguez, posto comandante alle truppe di terra, lo stesso che si era salvato con me dal naufragio di Santa Caterina, si comportò in questo scontro con molta prodezza ed abilità.

»Predisposti verso sera i suoi avamposti, il nemico si preparò alla battaglia dell’indomani. Il sole non era sorto ancora, che gli Argentini aprivano il fuoco da tutte le bocche, messe, durante la notte antecedente, in batteria, e il combattimento durò, d’ambe le parti col massimo accanimento, fino a notte calata. La prima vittima caduta a bordo dellaCostitucionfu un ufficiale italiano di nome Giuseppe Barzone, del quale non potei prendermi cura, immerso com’era nell’ardente tumulto della battaglia.

»Le perdite furono grandi da ambe le parti: i nostri legni erano, dal tempestar incessante dei colpi, quasi disfatti. La corvetta mostrava una sì enormespaccatura, che, malgrado l’infaticabile nostro pompare e tutti i nostri sforzi per rattopparla alla meglio, si reggeva a stento sull’acqua. Il comandante delPereiraera stato morto a terra da una palla nemica, e in lui perdetti il migliore e più valoroso dei miei commilitoni. Quantunque però avessimo molti morti e feriti, e il nostro equipaggio fosse ormai sfinito, non potevamo ancora concederci alcun riposo. Finchè ci restavano ancora a bordo polvere e palle, dovevamo continuare a combattere, non solamente per vincere, ma, lo ripeto, per salvare l’onore.

»Durante la notte dal 16 al 17 l’intero equipaggio fu occupato a fabbricar cartuccie già esaurite, a frantumare le catene d’áncora per surrogarle alle mancanti munizioni, ed a pompare l’acqua minacciante da ogni parte. Manuele Rodriguez con un manipolo d’uomini scelti era occupato a trasformare in brulotti alcune piccole barche mercantili, per spingerle colla maggior quantità di materie combustibili contro il nemico. E questo trovato riuscì bensì allo scopo d’inquietare tutta la notte il nostro avversario, ma non potè produrre tutto il desiderato effetto, stante la grande spossatezza della nostra gente, peggiore nostro danno.

»Però fra tutte le avversità di quella notte infernale, nulla mi accorò di più che l’abbandono della flottiglia di Corrientes. La componeva una squadriglia di piccole barche, sulle quali avevo fatto grande assegnamento, sia per risarcire le nostre perdite, sia per trasportar viveri e feriti; la comandava un Villegas, gradasso se mai ve ne fu, ma che al primo apparire del nemico voltò la prua, e, per quanto lo richiamassi e l’inseguissi io stesso, non ricomparve più.

»Allora coll’animo amareggiato da quel nero tradimentoche troncava in un punto le ultime mie speranze, ma ancora deliberato a sfidare il destino, tornai al mio bordo. L’alba non era spuntata ancora. Dovevo combattere, e non scorgevo a me d’intorno che gente sfinita di stanchezza; non sentiva che il gemito dei feriti. Tuttavia feci suonare la sveglia, lasciai raccogliere la gente, e dalla poppa d’un bastimento diressi loro alcune parole di conforto e d’incoraggiamento. E non furono vane; un residuo di disperata energia animava tuttora i miei compagni; un grido concorde di battaglia uscì dai loro petti; ciascun di loro andò al suo posto. Ma, non ostante la breve illusione di qualche vantaggio, dovevamo trovare in quel giorno la catastrofe.

»Le nostre nuove cartuccie erano di polvere scadentissima; le nostre palle di forte calibro erano terminate e state surrogate con altre più piccole e peggiori; cosicchè la nostra nave di diciotto cannoni, che al primo giorno aveva tanto danneggiato il nemico, non lanciava più oramai che deboli ed incerti colpi. Il nemico pertanto, accortosi della nostra condizione, ridiventò tanto ardito da stendere in linea tutti i suoi legni, ciò che non gli era riuscito il giorno precedente. Mentrechè la sua posizione migliorava ad ogni momento, la nostra peggioravasi di altrettanto, e seriamente dovemmo pensare alla ritirata; e non già alla ritirata dei bastimenti, oramai impossibile, ma alla nostra personale salvezza. A questo scopo ordinai che tanto i feriti, quanto le armi, le munizioni ed i viveri fossero trasbordati sopra alcune piccole barche che ancora ci erano rimaste, e quantunque la battaglia non avesse posato un istante, e la tempesta delle bordate nemiche si andasse facendo sempre più furiosa e micidiale, l’operazione riuscì.

»Allora, quando i feriti, le munizioni, i viveri furono in salvo, e l’ultimo uomo fu sbarcato, e dei nostri bastimenti non restò più in faccia al nemico che il nudo scheletro, appiccai loro io stesso la miccia, e intanto ch’essi saltavano in aria tra un nuvolo di faville e di fiamme, mi buttavo in salvo alla riva.»

La campagna del Paranà è una delle più gloriose di Garibaldi, e militarmente risguardata anche più prodigiosa di quella deiMille. Lanciato con mezzi inadeguati in una impresa insensata, la fece parere, a forza di abilità e di eroismo, quasi effettuabile. Sottrattosi con fortuna degna del coraggio al fuoco incrociato d’una piazza forte e d’una crociera navale, corse per cinquecento miglia, fra due rive seminate d’insidie ed irte di nemici, e navigando per circa due mesi sotto una tempesta incessante di mitraglie, e in mezzo a una rete, sempre rinnovata, d’ostacoli, combattendo per aprirsi la via, combattendo per riposare, combattendo per fornirsi di viveri: combattendo, manovrando, correndo sempre giunse fin presso alla mèta.

E quando da ultimo, arrestato più dall’avversità degli elementi che dall’arte dell’avversario, fu costretto ad accettare, in condizioni disuguali, una battaglia decisiva, si difese tre giorni e tre notti; pesto, sfracellato, decimato, continuò a combattere; coi legni ridotti uno sfasciume, e innondati da cento bocche d’acqua, cogli equipaggi diradati dalla strage e affranti dalla stanchezza, continuò a combattere; malgrado il tradimento degli alleati, continuò a combattere ancora; esaurite finalmente tutte le munizioni,gettò nelle logori fauci de’ pochi cannoni superstiti le catene delle sue áncore, e quando ebbe vomitato contro il nemico, certamente non superbo, l’ultimo pezzo di ferro de’ suoi bastimenti, vi appiccò le fiamme, e non lasciò in preda al tramortito vincitore che le ceneri d’un incendio e le acque fumanti d’un fiume.

L’alto fatto di Nueva Cava parve degno dei più illustri fasti navali e lo proclamarono insieme amici e nemici. Lo stesso ammiraglio Brown, passando dopo alcuni anni da Montevideo, volle stringere la mano all’eroe del Paranà ed esprimergli la sua ammirazione che sì giovane d’anni avesse saputo dar prova, assieme al focoso ardimento proprio dell’età sua, di tutte le doti de’ più provetti e consumati comandanti di mare.

L’Italia infatti il 15 agosto 1842 aveva acquistato un ammiraglio, e non lo seppe allora, come non lo comprese più tardi; e non le resta, anche oggi, che mormorare melanconicamente: Oh! perchè non ebbi quell’uomo a Lissa!

Toccando terra però il pericolo aveva mutato forma; ma non era del tutto scomparso. Le milizie provinciali del Corrientes, che ancora tenevano pel Rosas, si posero tosto sulle orme della piccola schiera fuggente, e la obbligarono più volte a far testa e a difendere la sua vita. Tuttavia di mano in mano che essa s’internava nel paese la persecuzione rallentava, e gli avanzi di Nueva Cava poterono arrivare, affranti bensì da una lunga marcia traverso sabbie e paduli, ma sani e salvi, ad Esquina, cittaduzza del Corrientes in mano degl’insorti e che poteva perciò offrir loro un temporaneo, ma sicuro asilo. E in Esquina Garibaldi dimorò in un riposo relativo parecchi mesi, fino a chegli giunse da Montevideo l’ordine d’incamminarsi con quanta gente poteva raccogliere a San Francisco dell’Uruguay per congiungersi all’esercito del Ribera, il quale, lasciato il Corrientes, si proponeva di disputare il passaggio del fiume all’Oribe che gli marciava incontro a grandi giornate.

Nè Garibaldi frappose indugio, e traversato da occidente ad oriente tutto il territorio del Corrientes, e viaggiando parte per terra, parte per acqua, giunse a San Francisco, ma non vi trovò più il Ribera. Questi infatti ne era già partito da parecchi giorni, e aveva già ritraversato l’Uruguay per andare a dar battaglia all’Oribe sulla sponda sinistra: ultima follía colla quale l’antico luogotenente dell’Artigas, sempre valoroso, ma sempre inetto, coronava la lunga serie de’ suoi errori militari.

E invero Garibaldi non s’era ancora mosso da San Francisco, che il Ribera aveva incontrato sull’Arojo-Grande l’esercito dell’Oribe, e ne era stato completamente disfatto (6 novembre 1842).

Fu quella una delle giornate più nefaste del popolo orientale. Colla disfatta del Ribera era annientato il solo esercito che potesse tenere la campagna e fronteggiare il nemico; la Banda Orientale restava quasi senza difesa; l’Oribe, padrone delle due rive dell’Uruguay, poteva penetrare nel cuore del paese e correre difilato sulla capitale; e Oribe voleva dire Rosas, cioè la perdita dell’indipendenza, il trionfo della più nefanda tirannia, il principio delle più sanguinarie carneficine: laMas-Horcaa Montevideo.

«Il sole di dicembre (scriveva or sono pochi anni un Orientale), sommergendo i suoi raggi nell’Oceano ci lasciò sconfitti all’esterno, senza esercito, senza milizie, nemmeno per l’interno, senza materiale da guerra,senza denari, senza rendite, senza credito.[76]» E il quadro poteva dirsi lugubre, ma non esagerato. Guai se il popolo si fosse in quei momenti accasciato e non fossero usciti dalle sue fila uomini nuovi, capaci, se non di vincere, di arrestare l’insolente fortuna del nemico, e di guadagnare col tempo quella vittoria morale del sacrificio e della virtù che, tosto o tardi, riesce quasi sempre a trionfare della brutale vittoria dell’armi!

Nè tutto, a rigore di termini, era perduto: restava ancora in piedi Montevideo, il primo nido della patria e l’ultimo suo baluardo; ed a Montevideo si volsero, quasi per tacito consenso, tutti gli uomini e tutte le forze. A presidente della Repubblica viene eletto lo stesso presidente del Senato, l’integerrimo Joachin Juares; allo screditato Ribera subentra nel comando in capo dell’esercito il generale Paz, valoroso Argentino, antico ufficiale del Lavalle; il Vidal cede il portafoglio della guerra al colonnello Pacheco Y Obes, figlio di un antico patriotta di Mercedes, generoso carattere di soldato e di poeta che continuava ancora alla partigiana la difesa del suo natío distretto, quando l’esercito dell’Oribe straripava da ogni parte; finalmente Santiago Vasques per gli affari interni e stranieri, e Francesco Muños per le finanze, componevano un Governo d’uomini risoluti e concordi a continuare la guerra ad ogni costo, a chiudersi nelle mura della capitale, ed a convertirla, se tanto occorreva, in una novella Troia.

E come i propositi, apparvero tostamente energici i fatti. Montevideo non era più dal 1833 una fortezza, chè i suoi bastioni erano stati fin d’allora smantellati.Era però forte di natura, cinta tutta all’intorno da una catena dicerriecerriti, che la proteggevano da occidente a settentrione, mentre all’est ed al sud la guardava il mare. Il rafforzarla perciò anche d’opere transitorie non era nè arduo nè lungo; e a questo intese soprattutto il colonnello del Genio, Eceveria, restaurando l’antico forte del Cerro, custode del lato occidentale della città; elevando intorno agli altri lati un doppio ordine di trincee; munendo infine il porto del Buceo di opere che lo tutelassero da un assalto improvviso. Nello stesso tempo il ministro Pacheco bandiva la leva in massa; decretava la libertà degli schiavi e li armava; concentrava nella capitale tutte le milizie sparse all’intorno, lasciando al Ribera poche bande e pochi squadroni con cui batter la campagna; chiamava Garibaldi, quasi dimenticato a San Francisco, e gli affidava l’ordinamento e il comando d’una nuova flottiglia; proclamava la patria in pericolo; trasfondeva in tutto il popolo il suo eroico spirito.

Stando così le cose, l’Oribe, ritardato nella sua marcia dalla ostinata resistenza dei distretti, compariva il 16 febbraio 1843 innanzi a Montevideo. Lo precedeva la fama di antichi e nuovi massacri; lo accompagnava un esercito di circa quattordicimila uomini; lo seguiva poco dopo un feroce proclama, con cui annunziava: non avrebbe dato quartiere a nessuno, tratterebbe come selvaggio unitario ogni straniero sospetto di favorire i ribelli. Gli animi però all’accostarsi del pericolo rimbalzarono anche più forti; e il proclama dell’Oribe, il quale, a detta dell’inglese ammiraglio Parvis, «avrebbe fatto vergognare gli stessi selvaggi,[77]»anzichè intimidire gli stranieri, non fece che eccitare il loro sdegno, e persuaderli anche più della necessità di accettare la spavalda disfida e di rintuzzare colle armi la brutale minaccia. Ond’ecco al manifesto del proconsole di Rosas ordinarsi prima in legione i Francesi; poi rispondere un manifesto dello stesso Garibaldi, col quale invita tutti gli Italiani a prender le armi in difesa della loro seconda patria d’esiglio. E poichè la causa di Montevideo era causa comune a tutta la colonia straniera, gli uomini di cuore per sentimento di gratitudine alla terra che li ospitava, i ricchi e gli agiati per benintesa sollecitudine dei loro interessi, gli spiantati e gli avventurieri per vaghezza di fortuna o bisogno di guadagno, tutti favorivano, qual più qual meno, un’impresa, in cui ciascuno giocava una posta e scorgeva la compiacenza d’un affetto, o la speranza d’un affare. Tre legioni straniere di Francesi, di Spagnuoli, d’Italiani si organizzarono tosto. La spagnuola, composta in gran parte di Carlisti, disertò pochi mesi dopo al fraterno campo dell’Oribe, e non importa discorrerne più.

La francese, grossa in sulle prime di duemila cinquecento uomini, passò al comando del colonnello Thiebaud. L’italiana non più forte, da principio, di cinquecento volontari, ebbe per comandante, suggerito da Garibaldi stesso, un certo Mancini, e per maggiori dei due battaglioni, in cui era stata divisa, i piemontesi Ramella e Danuzio, antichi sott’ufficiali dell’esercito sardo.

L’Oribe frattanto aveva continuato a stringere la piazza, ed occupato con un colpo di mano il Cerrito, centro de’ contrafforti che girano intorno a Montevideo, spingeva i suoi posti avanzati fin sotto al Cerro, la chiave delle posizioni, la Malakoff, si direbbe, se Montevideo potesse uguagliarsi a Sebastopoli. Tuttavianelle sue prime mosse fu lento ed incerto; spese le forze in vane dimostrazioni e sterili schermaglie, dando così tempo agli assediati di agguerrire le genti e di perfezionare la difesa.

In una però di quelle scaramuccie la Legione italiana fece mala prova; presa da un timor pánico voltò alle prime fucilate le spalle, rientrando in Montevideo fra le risate del popolo, che si credeva ormai in diritto di farsi beffa del decantato valore italiano. Ne moriva di vergogna, per usare l’espressione sua, Garibaldi, e cedendo alle istanze degli stessi Italiani, i quali dicevano: «Con Garibaldi, se non si vince si muore onorati,» risolvette di prendere egli stesso il comando della Legione, conservando però nel tempo medesimo il governo della flottiglia.

E naturalmente la Legione non tardò a sentire l’impulso della nuova mano che la dirigeva. Il 28 marzo 1843 fu ordinata una sortita, che aveva per iscopo di arrestare l’avanzarsi degli assedianti verso il Cerro, e la Legione italiana, di turno in quel giorno agli avamposti, ne fece necessariamente parte. Comandava la spedizione il vecchio generale Panza, bravo soldato un tempo, ma infiacchito dagli anni, il quale giunto in faccia al nemico cominciò a perdersi in manovre ed andirivieni senza mai decidersi a muovere innanzi, e a cominciare da qualche banda l’azione. Garibaldi non tardò molto ad infastidirsi di quel vano temporeggiare, e si provò anche a suggerire al suo impacciato generale il come e il dove dell’assalto; ma il brav’uomo non aveva orecchi per siffatti consigli e avrebbe continuato, Dio sa fin quando, a girovagaree tentennare, se non fosse sopraggiunto a tempo il generale Pacheco a far sentire l’impero del suo comando, e a dar all’opera il moto desiderato.

La più forte posizione degli Oribeani era l’ala destra, dove occupavano un’altura protetta da largo fossato che poteva servire di trincera, e guardata più innanzi da una casa che poteva dirsi un avamposto.

Garibaldi scorse subito che là era la chiave delle posizioni nemiche, e l’accennò al Pacheco; il quale, consentito tostamente nel giudizio del colonnello italiano, volle anche affidare a lui e alla sua Legione l’onore di sloggiare dalla minacciosa postura il nemico.

Garibaldi non se lo fece ripetere due volte; ordinata in colonna serrata la Legione, le si pone alla testa e le dice queste sole parole: «Bisogna andare a baionetta calata, senza tirare un colpo, a quella casa; seguitemi.» E la Legione va; e calma, silenziosa, ordinata, senza rispondere un colpo alla grandine delle palle nemiche, senza balenare un istante, va come il colonnello aveva ordinato, e s’impossessa della casa.

Ed ora, dice Garibaldi, dopo aver lasciato qualche momento di riposo, bisogna andare di nuovo e allo stesso modo anche a quella fossa; e la Legione va come prima, come prima supera il vallo infuocato e lo bagna del sangue de’ suoi migliori, arriva, come Garibaldi aveva voluto, al ciglio della fossa, e già sta per toccar colla baionetta il nemico, quando questo, sbalordito dal nuovo e furioso assalto, dà le spalle, volta in precipitosa fuga, e inseguíto colla punta alle reni ricorre fino a’ suoi trinceramenti.

Il fatto d’arme non aveva per sè importanza alcuna; ma aveva rianimato lo spirito dei legionari e reintegrato il loro credito nell’animo de’ Montevideani.Tornata la Legione a Montevideo, il ministro Pacheco la passò all’indomani in rassegna sulla piazza della Matriz, e la ringraziò del suo valore e la rimeritò de’ più caldi elogi; il cui suono echeggiato dalle grida di trionfo, dalle salve di battimani della popolazione, scese sul cuore di Garibaldi come la musica più dolce ch’egli potesse ascoltare, come il maggior premio a cui potesse ambire.

Da quel giorno il Cerro fu chiamato il Campo afortunado, e più tardi la Legione fu presentata della sua bandiera: un drappo nero dipinto del Vesuvio in eruzione; emblema della rivoluzione fremente nel seno d’Italia, di cui Gaetano Sacchi, quel medesimo che oggi comanda un corpo dell’esercito italiano, fu il primo alfiere.

Ciò non ostante la Legione covava alcuni germi di corruzione, che urgeva assolutamente sradicare. E che in un’accolta così improvvisata d’uomini raunaticci si fosse insinuato alcuno de’ tanti elementi impuri che sono il portato naturale di tutte le emigrazioni e di tutte le rivoluzioni, non è meraviglia. Il Mancini, per esempio, s’era manifestato inetto, il Ramella pusillanime, alcuni altri ufficiali s’erano imbrattati di laide concussioni; non pochi militi avevano mostrato di amare più il ladroneggio ed il bottino, che le armi e le battaglie. Garibaldi dall’altra parte fidente ed ingenuo di natura, ed occupato più spesso dalle cure della sua flottiglia, non aveva potuto in sulle prime nè tutto vedere, nè tutto riparare. Però non volendo sopportare più oltre uno stato di cose che poteva riuscire di disdoro a lui stesso, pensò di affidare la Legione alle mani d’un uomo onesto e sicuro che potesse sorvegliarla da vicino e sbrattarla dalle male erbe che la infestavano. Risolvette quindidi scrivere a quel Francesco Anzani che aveva incontrato sull’Uruguay nel suo viaggio a Montevideo, e nel quale aveva scoperto fin d’allora tutte le qualità convenienti all’ufficio a cui lo destinava.

Francesco Anzani infatti, brianzuolo d’origine,[78]proscritto d’Italia dalle persecuzioni del 1821, combattente delle guerre e delle rivoluzioni di Grecia, di Spagna, di Portogallo, di Francia, vissuto più anni in America in un onorato esiglio, accoppiava in sè le più splendide doti del soldato alle più rare virtù dell’uomo, ed a giudizio universale, se pareggiava Garibaldi in gagliardía ed eroismo, lo superava di senno e di prudenza e non gli era forse inferiore che di fortuna. L’Anzani pertanto non seppe rifiutare l’invito dell’amico; e arrivato nel luglio del 1842 a Montevideo, vi assunse tosto il comando in secondo della Legione. Nè questa tardò a sentire l’influsso del suo occhio vigilante e del suo regime severo. I concussionari furono ben presto messi a dovere; i ladri ed i vigliacchi sfrattati; i maggiori disordini repressi.

Ciò non ostante tutto il marcio non potè essere in un subito espulso; e, compresso, per dir così, dalla mano gagliarda del nuovo comandante, si nascose per scoppiare più tardi. Infatti poco dopo l’arrivo dell’Anzani si susurrò d’una congiura, che aveva per iscopo di uccidere lui e Garibaldi, e di vendere all’Oribe la Legione italiana; e poche mattine dopo si udì che una mano di cinquanta legionari, guidati da due ufficiali,[79]erano passati, disertando dagli avamposti, al nemico, con perpetua ignominia loro, ma senzaprodurre altro effetto, come disse l’Anzani, che di purgare più presto la Legione della lue che l’infettava. Così purificata e riordinata, la Legione italiana fu pronta a nuovi e maggiori cimenti. Ogni due giorni di servizio alle trincere ed ogni otto di presidio al Cerro, era naturale che le occasioni di segnalarsi le si presentassero di frequente, e che in quella palestra quasi quotidiana s’agguerrisse sempre più.

Il 28 novembre 1843, agli avamposti di Las Cruces, il colonnello Nera, accostatosi di troppo alle linee nemiche, è colpito da una palla mortale e cade in potere degli Oribeani. Garibaldi si pone alla testa di alcune compagnie della Legione e si precipita sul nemico per strappargli la nobile preda; una mischia corpo a corpo s’accende: da un lato la Legione corre in aiuto de’ suoi; dall’altro nuovi corpi nemici giungono in rinforzo di loro; la zuffa si muta in vero combattimento; la Legione tocca gravi perdite, ma il nemico è scacciato dalle sue posizioni e il corpo del colonnello Nera è ricuperato.[80]In quel fatto d’armi però si potranno lodare la generosità dell’intento e le prodezze de’ combattenti, ma non altrettanto la prudenza del capo. Come d’un altro celebre eroismo si potrebbe dire anche di questo: «tuttociò è bello, ma non è la guerra;» e Garibaldi stesso divenuto maestro di guerra consentirà non essere lecito a buon capitano provocare, per sola pompa di coraggio o impeto di generosità,un combattimento, di cui non è prevedibile la fine e può trascinare nel conflitto, contro ogni volontà ed aspettazione dei capi, l’intero esercito, e fors’anco comprometterne le sorti.

Meritevole invece d’incondizionata ammirazione è il fatto della Boyada avvenuto il 24 aprile 1844. Il Ribera con alcune migliaia di cavalieri correva sempre la campagna, sforzandosi a tener in iscacco l’Urquiza e ad impedirgli di congiungersi all’esercito dell’Oribe. Ora questi decise, secondo noi a sproposito, di dar un ultimo colpo al suo antico avversario, staccando contro di esso una parte delle truppe d’assedio con lo scopo d’assalirlo alle spalle, intanto che l’Urquiza l’avrebbe battuto di fronte. Trapelò tuttavia fra gli assediati la mossa del nemico, e si prepararono ad approfittarne andando ad assalire lui stesso ne’ suoi accampamenti.

Fermato pertanto il concetto, i generali Paz e Pacheco concordarono così il modo d’esecuzione: sortire col presidio del Cerro e attaccare il corpo d’osservazione nemico, e intanto che l’attenzione e le forze degli Oribeani sarebbero attirate da quella banda, assalire colla guarnigione di Montevideo il campo del Cerrito, centro, come è noto, delle forze assedianti. E il disegno era buono, ma richiedeva precisione, accordo, prontezza, qualità tutte che alla prova fallirono. Infatti nel momento che il presidio del Cerro doveva sortire, una disputa insorse fra i due ufficiali, che non sappiamo per quale ragione comandavano assieme il forte, onde ritardato, anzi fallito l’attacco di fianco, l’Oribe si trovò in grado non solo di ributtar l’assalto degli avversari, ma di riassalirli egli stesso con tutte le sue forze. Da ciò conseguì facilmente che quella, che poteva essere ai Montevideani sicura vittoria,si mutò in sconfitta, la quale sarebbe anco divenuta totale disfatta, se la retroguardia non fosse stata commessa alla Legione italiana, e Garibaldi e l’Anzani non l’avessero comandata.

Fra il Cerrito ed il Cerro corre tra due rive fangose un rio melmoso, detto la Boyada, che i fuggenti dovevano a forza attraversare, e contro il quale perciò gli Oribeani avevano piantato una batteria e diretto tutto il fuoco delle loro moschetterie. Oltre a ciò, quasi alle spalle di questa pericolosissima linea di ritirata, sorgeva un vecchio edificio, chiamato il Saladero, di cui gli Oribeani avevano subito apprezzato l’importanza e verso il quale s’erano già incamminati a passo di corsa.

Garibaldi indovinò subito il doppio pericolo di siffatta posizione, ma non ondeggiò un istante, e col suo nativo colpo d’occhio vide immantinente il da farsi. Prese alcune compagnie della Legione e rinfiancatele d’alcune squadre di negri, le dispone, col fango fino al ginocchio, lungo la Boyada, ingiungendo loro di aspettare il nemico a piè fermo e di non colpirlo che a bruciapelo, mentr’egli coll’altra parte della Legione si lancia a testa bassa contro il Saladero, dove già stava per entrare il nemico, e d’onde lo scaccia colle baionette alle reni. Da quel momento la via della ritirata potè dirsi franca. L’esercito montevideano, protetto dalla trincea vivente della sua intrepida retroguardia, sfila in salvo fin sotto i bastioni del Cerro; il nemico, tentato invano di sfondare colle mitraglie il baluardo di petti umani che gli contrasta il passo, si arresta; e la Legione italiana, pesta, sanguinosa, scemata, tra morti e feriti, di ben sessanta combattenti, ma balda ed ordinata, entra in Montevideo, dove fa risuonare novellamente fra grida di ammirazione e di riconoscenza il nome italiano.

Le cose dell’assedio procedevano, sebbene a rilento, piuttosto seconde agli assediati; quando ai primi di giugno del 1844 accadde un fatto, che attirò su Montevideo un nuovo pericolo, e rischiò di comprometterne le sorti. Fra gli equipaggi della piccola flottiglia, sempre comandata da Garibaldi, s’erano infiltrati, ad insaputa sua, due disertori dell’esercito brasiliano, onde il Governo di Rio Janeiro ordinò al comandante la squadra imperiale nella Plata di reclamarne l’estradizione. L’ammiraglio brasiliano però in luogo di rivolgere la sua domanda al Governo di Montevideo, come era suo debito, andò ad ancorarsi a un tiro di pistola dalla squadriglia orientale, intimando minacciosamente a Garibaldi la consegna dei due fuggitivi. Aveva trovato, come suol dirsi, il suo uomo. Garibaldi per risposta fece chiamare un mozzo e in pretto genovese gli disse: «Inchiodami questa bandiera alla punta dell’albero di maestra, e poi vediamo chi ce la farà abbassare!» Ne sorse naturalmente un litigio diplomatico, che poteva in seguito rompere in aperto conflitto. Il ministro Pacheco, geloso dell’onore nazionale, stava per respingere la violenta intimazione e ribattere, occorrendo, la forza colla forza; gli altri suoi colleghi del Governo, timorosi di aggravare con una nuova inimicizia la situazione già tanto critica della patria, inclinavano alla sommissione, e deliberavano collegialmente di acconsentire alla domanda. Al Pacheco pertanto fu mestieri piegare il capo e dar egli stesso l’ordine della estradizione dei due disertori, ma nello stesso tempo rassegnò il suo ufficio di ministro della guerra e si ritrasse a Rio Janeiro.

Nessuno però vorrà credere che soltanto il dissidio per l’affare brasiliano sia stato la cagione della sua rinuncia. Quello ne fu tutt’al più l’occasione; le cause vere risalivano più in alto e più lontane. Il Ribera non aveva mai saputo rassegnarsi a fare in quella guerra, quasi combattuta per cagion sua, la seconda parte, e copertamente per mezzo di molti aderenti che gli restavano in Montevideo, minava il Governo in cui vedeva quasi un usurpatore de’ suoi diritti, e specialmente il generale Pacheco, rivale tanto più invidiato, quanto più glorioso. E come dal canto suo il Pacheco colla severità del suo carattere e il rigore del suo governo aveva offesi non pochi, quali nella vanità, quali nell’interesse, ed ingrossato perciò di rancori volgari lo stuolo degli odii politici; così in capo a due anni di gloriosi servigi resi alla patria dovette avvedersi che il solo modo di giovarle ancora era di risparmiarle la guerra civile e di allontanarsi.

Colla sua partenza l’anima stessa della difesa di Montevideo venne meno. Il nemico non fece alcun notabile progresso; ma la cronaca delle brillanti sortite si chiuse, l’entusiasmo popolare raffreddò, la discordia dei partiti rinacque ed il Governo si chiarì impotente a contenerla.

A tale essendo le cose nella capitale, giunse dalle campagne l’annunzio di un irreparabile disastro.

L’esercito del Ribera, se tale poteva dirsi un’accozzaglia di uomini e cavalli, accodata, come le orde barbariche, da interminabili file di carri carichi di donne e di fanciulli, sorpreso dall’Urquiza ad India Muerta era stato il 24 marzo 1845 completamente disfattoe costretto a rifugiarsi co’ suoi laceri avanzi nel Brasile. Il colpo era fiero, ma forse nelle sue conseguenze meno esiziale di quel che poteva temersi. La battaglia d’India Muerta pose, è vero, tutte le campagne in balía del Rosas e aperse all’Urquiza le vie della capitale; ma in compenso paralizzò, almeno per qualche tempo, l’influenza del Ribera, produsse il richiamo del Pacheco, ravvivò il semispento ardore dei Montevideani, affrettò l’intervento delle Potenze straniere.

Per la sola presenza del Pacheco la difesa riprese l’antico vigore. Il 27 maggio 1845 era ordinata una nuova sortita contro l’ala nemica in osservazione al Cerro; gli Oribeani caduti da un lato in una imboscata della Legione italiana, assaliti dall’altro vigorosamente dalla guarnigione, eran volti in precipitosa fuga, salvi soltanto da completa disfatta pel propizio scoppiare d’un uragano che sospese la battaglia.

Garibaldi dal canto suo, che partecipava col Pacheco alla direzione superiore della difesa, ideava altri colpi di mano col suo piccolo naviglio, ed alcuni ne tentava. Un giorno proponeva d’imbarcare sulla flottiglia la Legione, di sbarcare di notte a Buenos-Ayres e rapirvi il Rosas; e se il Governo avesse consentito alla temeraria proposta, era uomo da eseguirla. Spesse volte si trastullava a catturare, sotto gli occhi dell’ammiraglio Brown, qualche legno mercantile, o ad inquietare con assalti notturni la squadra nemica. Un mattino finalmente esce a vele spiegate con tre de’ migliori suoi legni, e va a sfidare nel suo ancoraggio la squadra del Rosas, composta di tre grossi navigli e armata di quarantaquattro pezzi. L’annunzio dell’audace disfida mette in moto tutta la popolazione di Montevideo; le terrazze delle case, gli alberi dei bastimentisono coperti di spettatori. Garibaldi è già arrivato a portata de’ cannoni del nemico, e tutti attendono trepidi ed impazienti il cominciare del navale duello, quando l’ammiraglio Brown giudica più prudente voltare la prua e prendere il mare.

Ma nè questa, nè altre tali prodezze, nè le frequenti, ma piccole e parziali fortune degli assediati avrebbero potuto salvare a lungo la città dall’inevitabile caduta, se la Francia e l’Inghilterra non si fossero decise ad intervenire a favore di Montevideo, intimando al Rosas lo sgombro della Banda Orientale. E le obbligavano al passo energico il sentimento dell’umanità e della giustizia; la perfidia del Rosas, sfacciatamente fedifrago a tutti i patti promessi; la cura dei molti interessi che i loro nazionali avevano sulla Plata; la indipendenza della Repubblica orientale da esse medesime guarentita.

Non per questo il dittatore di Buenos-Ayres si lasciò intimidire. Dopo aver traccheggiato due mesi deludendo uno dopo l’altro cinqueultimatum, rispose infine che rifiutava ogni concessione, e s’apparecchiò nuovamente a sostenere il suo potere coll’armi. Ed è allora soltanto che la squadra anglo-francese, ricevuto l’ordine di usare la forza, corre spazzando d’ogni nave argentina il Plata ed il Paranà; sbaraglia la squadra del dittatore a Obligado e lo blocca nella sua capitale (agosto 1845).

Ed è allora altresì che il Governo di Montevideo rinasce alla speranza di poter riavere un esercito di campagna che lo aiuti a combattere gli assedianti, e che trovando libero ormai l’Estuario da ogni nave nemica, ordina a Garibaldi di risalire colla sua flottiglia e parte della Legione la Plata e di entrare nell’Uruguay col doppio fine di ravvivare l’insurrezionenei distretti, e di dar la mano ai dispersi avanzi dell’esercito del Ribera rifugiati nel Brasile.

Garibaldi, lieto di tornare al suo doppio ufficio di capitano di terra e di mare, mosse, senza indugiarsi, all’impresa. S’impadronì facilmente, e senza colpo ferire, di Colonia, di Martin Garcia, di Mercedes; passò intrepido sotto le batterie di Paysandu, respinse un attacco del generale Lavalleja[81]all’Hervidero, sorprese Gualeguaychu, dove catturò il famoso Millan suo torturatore; infine arrivò al Salto, luogo forte sulla sinistra dell’Uruguay, distante dodici leghe soltanto dalla frontiera brasiliana, il cui nome corrisponde al nostro dicateratta, e dove il fiume perciò non è più navigabile che alle piccole barche. Colà stabilì il suo quartier generale, si fortificò, mandò avviso del suo arrivo ai rifugiati del Brasile, scacciò dal Tapevi, affluente dell’Uruguay, le truppe del Lavalleja, e si assicurò così i fianchi e le spalle; quindi (il 5 decembre 1845) assalito egli stesso al Salto dal generale Urquiza, che spavaldamente andava dicendo di non aver di fronte che «cuori di polli,» lo costrinse a dar le spalle vergognosamente e a ripassare l’Uruguay pesto e malconcio.

Frattanto i rinforzi attesi andavano arrivando; il colonnello Baez era già entrato nel Salto con duecento cavalli; il 7 febbraio 1846 il generale montevideano, Anacleto Medina, spediva un messo a Garibaldi per avvisarlo che il giorno susseguente si sarebbe riunito a lui con circa cinquecento uomini di cavalleria, male armati e peggio equipaggiati; richiedendolo nel tempo stesso di notizie sulle posizioni e sulle forze del nemico e d’aiuti in caso di bisogno. Garibaldi mandò a rispondereche all’indomani si sarebbe trovato con un rinforzo sulle alture del Tapevi, presso il quale appunto il Medina doveva passare; e come promise eseguì. Soltanto gli esploratori avendolo assicurato che il nemico campeggiante ne’ dintorni del Tapevi non era più forte di quattrocento uomini, stimò più che bastevole uscir con sole quattro compagnie della Legione, e duecento cavalieri del Baez, lasciando il resto sotto gli ordini dell’Anzani alla guardia del Salto.

E da questo punto comincia la prima fase di quella giornata di Sant’Antonio, che fu la più gloriosa di quante la Legione italiana abbia combattute; la sola che abbia riecheggiato in Europa; la prima che abbia fatto sapere all’Italia, quasi disavvezza alle armi, che di là dall’Oceano v’era una mano di fratelli italiani che sapeva ancora trattarle, e cresceva un Capitano prodigioso serbato forse a rinnovare nella terra nativa i miracoli che lo rendevano famoso sui campi stranieri.

E poichè di tanti racconti letti od uditi dell’epico gesto, il più schietto, il più semplice, il più compiuto insieme ci parve quello fornitoci dal generale Sacchi, così affidiamo a lui, testimonio ed attore del fatto, l’ufficio di celebrarlo.[82]

«Nella mattina, dalle 8 alle 9 e mezza, sortiva Garibaldi dal paese, alla testa di circa centonovanta soldati italiani, divisi in quattro piccole compagnie, e circa duecento cavalieri comandati dal colonnello Baez che da pochi giorni s’era a noi riunito. Costeggiandola sinistra dell’Uruguay un po’ prima delle 12, si arrivò alle alture del Tapevi, fiancheggiati sempre dal nemico che fu tenuto in soggezione dalle nostre catene di cacciatori.

La fanteria prese posizione sotto tettoie di paglia (taperas), che altro vantaggio non ci offrivano fuorchè ripararci dai cocenti raggi del sole; la cavalleria si spinse fino al Tapevi in esplorazione. Una mezz’ora si passò senza nessuna dimostrazione ostile per parte del nemico: ma questo da tempo covava un inganno e ci aveva tratti nell’agguato, occultando accuratamente le sue forze nei boschi del Tapevi per trarci all’aperta campagna onde ottener ciò che non gli fu mai dato sotto la protezione della nostra batteria. La nostra cavalleria fu attaccata da forze molto superiori e travolta verso la parte nostra; Garibaldi precedeva tutti nella corsa, ed arrivato a noi ci dirigeva queste parole: — I nemici son molti, ma per noi son pochi ancora, non è vero? Italiani, questo sarà un giorno di gloria pel nostro paese; non fate fuoco se non a bruciapelo! —

Grandi masse di cavalleria si avanzano intanto su di noi, e per poco ci lusingammo di aver a fare con sola cavalleria; ma fummo ben presto disingannati nel veder scender dalla groppa dei cavalli i fanti, ed ordinarsi in numero di circa trecento: mille e più erano i cavalieri, tutti sotto il comando del generale Servando Gomez. Le nostre piccole compagnie furono ordinate in battaglia sotto le tettoie per trar profitto di una scarica generale e caricar quindi alla baionetta; la cavalleria si tenne pronta ad agire ove più occorresse. La fanteria nemica ci assaliva di fronte; la cavalleria ci prendeva ai fianchi ed alle spalle; ma quando la fanteria fu a trenta passi da noi, l’accogliemmo conuna scarica così concorde e aggiustata, che s’arrestò di botto; e poichè anche il suo comandante era caduto da cavallo, lo scompiglio del nemico crebbe a tal segno, che noi pensammo di trarne profitto immediatamente. E ben n’era tempo, perchè anche la cavalleria ci era sopra e pochi istanti di titubanza ci potevano riuscir fatali. Dietro l’esempio e la voce di Garibaldi, ci scagliammo dunque sulla fanteria impegnando una lotta corpo a corpo, che terminò colla quasi totale distruzione sua. Ed anco la nostra cavalleria ci giovò in quel frangente, divergendo da noi una parte delle truppe nemiche e caricando forze tre volte superiori quando già stavan per piombare su noi; se non che avviluppata dal numero fu costretta a cercar la propria salvezza nella velocità dei cavalli, e così restammo soli sul campo! Diciassette soltanto preferirono divider le nostre sorti; voltata la briglia, s’apersero un cammino fra il nemico, e lasciando i cavalli vennero a combattere con noi; il restante continuò la sua rapida corsa verso il paese, traendo dietro a sè un buon nucleo di forza che gli inseguiva facendone macello. Fu un bene per noi la diversione di una parte delle forze nemiche nel momento più critico, sebbene l’abbandono dei nostri cavalieri ci abbia grandemente addolorati.

Troppo lungo sarebbe l’enumerare tutte le valorose azioni individuali, di cui fecero mostra gl’Italiani in quel giorno; la lotta colla fanteria durò circa venti minuti e pochi fanti nemici scamparono alla morte. Era dolorosa necessità il dovere uccidere solo per scemare il numero dei nemici, ma la nostra salvezza dipendeva dalla distruzione della fanteria; altra speranza per noi non vi era, avendosi a che fare con un nemico che non dava quartiere. L’anima di Garibaldiera trasfusa in tutti noi; ove appariva Garibaldi si centuplicavano le nostre forze, ed egli era dappertutto; in tutti i gruppi la sua voce confortatrice, il suo esempio rincoravano, rianimavano quasi gli estinti, perchè furon veduti giovani, coperti di otto o dieci ferite da taglio, combattere senza posa quasi fossero ancora sani e robusti, e spirare appena terminata la lotta.

La cavalleria nemica fu spettatrice della distruzione della propria fanteria, senza potervi porre riparo; i suoi ripetuti assalti furono sempre respinti dai nostri, che in un attimo si aggruppavano ed obbligavano interi squadroni a dar volta, lasciando il terreno seminato di cadaveri. Fra i tanti un solo esempio citerò di valore pressochè feroce, di cui fui testimonio. Un trombetto, giovane appena di quindici anni, piccolo, tarchiato, rosso di capelli, che durante il combattimento ci aveva continuamente animato coi suoni della sua cornetta, fu da un cavaliere nemico ferito di vari colpi di lancia. Allora gittar la cornetta, sguainare il coltello e avventarsi contro il feritore fu un punto. Indarno questi tentava liberarsene spingendo a carriera il cavallo; il prode trombetto, avviticchiato alla gamba destra del suo nemico, l’andava percotendo con furiosi colpi di coltello; fino a che lo vidi io stesso abbandonar la sua preda e cader col capo spaccato da un fendente. Nel tempo stesso però il cavaliere precipitava a sua volta trapassato da una palla de’ nostri; ed esaminandone dopo il combattimento il cadavere gli trovai io stesso la gamba lacerata da parecchie pugnalate, e coll’impronta dei denti del giovinetto.

Distrutta la fanteria, restammo padroni del campo; il nemico si ritirò a rispettosa distanza atterritodalla nostra difesa; non abbandonò però il pensiero di considerarci come cosa sua, e dispose tutta la sua cavalleria, una metà della quale era armata di carabina, all’intorno del nostro campo, sicuro che la fame e la mancanza di munizioni ci avrebbero costretti alla resa! Cessato il combattere, emozioni ben diverse dalle già provate subentravano nel nostro animo! In un ristretto spazio di terreno giaceva una quantità di corpi estinti od agonizzanti, amici e nemici confusi in uno! Ci straziava l’animo la voce degli agonizzanti che chiedevan acqua e non se ne aveva una sola goccia. E questo bisogno era sentito da tutti; a tutti la febbre, prodotta dall’agitazione del combattere e dai cocentissimi raggi del sole, ardeva le viscere; per una goccia d’acqua molti avrebbero data la vita; basti che alcuni supplirono alla mancanza bevendo le orine che raccoglievano nelle scarpe.

La nostra posizione era ben critica: scemati di numero; feriti la maggior parte dei superstiti; circondati da un nemico imponente e minaccioso; la nostra energia era pressochè esaurita. In molti dei nostri alla forza d’animo mostrata nel combattimento era subentrata un’apatica noncuranza per tutto ciò che accadeva loro d’attorno; parecchi si gettavano al suolo nella speranza di non più rialzarsi.... guai a noi se il nemico ci avesse attaccati un’altra volta in quei momenti! La grandezza d’animo di Garibaldi rifulse in quell’occasione di tutta la sua più pura luce! Per lui si operarono prodigi combattendo; a lui era serbato rialzare gli animi abbattuti dopo il combattimento, e vi riescì. Colla solita sua facondia amorevole ed insinuatrice, ci fece un quadro della nostra situazione; ci persuase di quanto allora più che mai era necessario, il conservare la fortezza d’animo che ci avevaanimati dapprima onde uscire dalla scabrosa posizione; parlò della certezza di una ritirata appena potesse essere protetta dall’oscurità; della gloria che ne ridondava all’Italia ed a noi pei fatti di quel giorno; finalmente tanto disse, che tutti si sentirono un’altra volta animati dall’alito di quell’uomo, a cui i destini serbano per certo le più grandi azioni a pro del suo paese! Con mucchi di cadaveri d’uomini e cavalli si formò una trincera di riparo alle moleste palle del nemico, ed in quella posizione si attese la notte, usufruttuando il tempo a sollevare e curare, per quanto ci fu possibile, i nostri feriti; ed alle bende e filaccie supplirono le nostre camicie! Si parlò a lungo dei fatti della giornata, e qualche volta la voce di Garibaldi intuonava l’inno nazionale uruguaiano, a cui facevano eco le voci di tutti, non esclusi i feriti.[83]

Era tanto il terrore del nemico, che i suoi capi non riuscirono a condurlo all’attacco una seconda volta, sebbene lo tentassero ripetutamente. Più volte vedemmo radunarsi gli squadroni e muover verso dinoi; ma al primo nostro fuoco dar volta, non ostante la voce dei loro capi e le piattonate che loro piovevano sulle spalle.

Il nemico tentò pure di farci accettare un parlamentario, ma non ci riuscì.... ci avrebbe portate condizioni di resa, e di renderci non ne volevamo sapere. A un certo punto un cavaliere nemico ben montato si spinse audacemente fin presso il nostro campo, e passando come il fulmine fra l’una e l’altra tettoia da noi occupata tentò gettarvi un tizzone acceso per incendiarla. Il colpo gli fallì; ma l’audace ebbe salva la vita soltanto per la generosità di Garibaldi, che gridò a noi:Non fate fuoco su quel bravo.

Dal canto nostro si economizzava la munizione per la ritirata e non si faceva fuoco che a colpo sicuro. Le ore di aspettazione furono secoli, principalmente pei poveri feriti; ma finalmente venne la desiderata oscurità; taluni de’ nostri inviati, strisciando sul terreno, verso il nemico, ritornarono col grato avviso che solo alcune vedette rimanevano a cavallo, e che il rimanente se ne stava coi cavalli a pascolo: bisogno a cui non avevan potuto attendere in tutto il giorno. Ad un miglio circa da noi avevamo il bosco che costeggia l’Uruguay, porto di salute al quale tante volte nel giorno avevamo rivolti gli occhi e che l’indolenza o l’ignoranza del nemico, sicuro ormai della sua preda, ci lasciava aperto.

In gran silenzio si formò una piccola colonna; i feriti atti a camminare nel mezzo, gl’impotenti sulle spalle, meno due che, doloroso il dirlo, dovemmo abbandonare agonizzanti ed impotenti affatto ad essere trasportati!... Ad un dato segnale si partì compatti, a passo accelerato, decisi a tutto; presimo la direzione del bosco e passammo silenziosi in mezzo al nemico,che stupefatto del nostro ordine, senza opporre resistenza, ci lasciò libero il varco, e prima ch’egli si fosse riavuto, avesse messo le briglie a’ cavalli, e si fosse posto a inseguirci, noi avevamo già guadagnato il bosco. Una truppa meno affezionata al suo capo, meno agguerrita, dopo una giornata così disastrosa, arsa dalla sete, si sarebbe sbandata appena giunta al bosco, cercando la propria salvezza individuale ed il soddisfacimento di quel possente bisogno che fu il nostro martirio in tutta la giornata; poche parole che Garibaldi preventivamente ci aveva diretto ovviarono a quello inconveniente; nessuno si sbandò, nessuno corse a dissetarsi al fiume, bensì, ubbidienti all’ordine, tutti si gettarono a terra distesi in una lunga catena e in attesa, silenziosi, del nemico, che non molto si fece attendere. Il suono delle sue trombe ci avvisò del suo avvicinarsi, e poco stante comparvero i suoi squadroni, che noi, silenziosi sempre e nascosti, attendemmo fino alla distanza di venti passi circa per indi salutarli con una salva che li colpì nel più fitto e riescì micidialissima, mettendoli in scompiglio e persuadendoli a dar volta a briglia sciolta!

Un grido di Garibaldi allora ci avvisò che era tempo di bere! Soddisfatta la sete, riprendemmo la ritirata verso il Salto, parte seguendo la riva del fiume, altri il bosco. Il nemico ci molestò fino quasi all’entrata del paese, ma i suoi tiri non ci cagionarono più alcuna perdita. A poca distanza dal Salto, al passo di un guado che a causa della sua strettezza dovevasi eseguire a uno a uno, incontrammo il bravo Anzani, nostro tenente-colonnello e comandante la Legione italiana, che ci era venuto incontro fino a quel luogo onde poterci abbracciare tutti. Or due parole su questo bravo: egli era rimasto nel Salto a causa di unapiaga in una gamba; con lui eran pure rimasti pochi de’ nostri ammalati e dodici uomini di guardia alla batteria, unica difesa del forte! Il nemico, inseguendo la nostra cavalleria sin entro il paese, intimò all’Anzani la resa della batteria annunciandogli la morte e la prigionia di noi tutti, compreso Garibaldi, ed offrendo salva la vita a lui ed ai suoi. L’Anzani rispose da forte qual’era: disse che avrebbe difesa la posizione fino all’estremo; che avanzavagli abbastanza polvere per farlo, e che avrebbe fatto saltare la batteria in uno coi suoi compagni prima di arrendersi; pertanto aspettava l’attacco! Il nemico non credè conveniente cimentarsi a quell’impresa, e così l’Anzani salvò a noi la ritirata, procacciò all’Italia una nuova gloria, e ben altre prove a favore del suo paese avrebbe dato, se una morte immatura non lo avesse colpito mentre poneva il piede sul suolo d’Italia!

Nella notte poi entrarono nel paese i cinquecento del generale Medina, che per incidenti diversi non aveva potuto operare la sua congiunzione in tempo utile. Quantunque tutta la sua gente fosse disarmata, il nemico demoralizzato dai fatti del giorno non lo molestò menomamente.

Gli abitanti del paese presero amorevole cura dei nostri feriti. La nostra perdita ammontò a quarantatrè morti, dei quali trentasette sul campo di battaglia e sei in conseguenza delle ferite; del rimanente pochi furono gli illesi da ferite: la perdita del nemico fu di cinquecento uomini e più fra morti e feriti; nei primi diversi ufficiali superiori! Appena seppimo libera dal nemico la campagna, sortimmo a raccogliere i corpi dei nostri fratelli e li deponemmo in una fossa all’uopo preparata poco lungi dallo stesso terreno ove caddero valorosamente pugnando: un’alta croce colla modestaiscrizione: —Trentasette Italiani — morti combattendo — l’8 febbraio 1846— indica il luogo ove quei valorosi riposano per sempre!»

A questo racconto non manca per esser compito che l’Ordine del giorno, in cui Garibaldi ringrazia i suoi legionari della vittoria, e il Decreto, con cui la Repubblica orientale decretava ai vincitori di Sant’Antonio imperitura onoranza. Ecco pertanto nella loro integrità i due documenti; dolenti soltanto di non poterli raccomandare a più durevoli pagine:


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