XVIII.

«Salto, 10 febbraio 1846.»Fratelli,»Avanti ieri ebbe luogo ne’ campi di Sant’Antonio, a una lega e mezzo da questa città, il più terribile ed il più glorioso combattimento. Le quattro compagnie della nostra Legione, e forse venti uomini di cavalleria rifuggitisi sotto la nostra protezione, non solo si sono sostenuti contro mille e dugento uomini di Servando Gomez, ma hanno sbaragliato interamente la fanteria nemica che ci assaltò in numero di trecento. Il fuoco cominciò a mezzogiorno e durò fino a mezzanotte: non valsero al nemico le ripetute cariche delle sue masse di cavalleria, nè gli attacchi de’ suoi fucilieri a piedi; senz’altro riparo che d’una casupola in rovina (tapera), ove non erano in piedi se non alcune travi, i legionari hanno respinto i ripetuti assalti del più accanito de’ nemici; io e tutti gli uffiziali abbiamo fatto da soldati in quel giorno. Anzani che era rimasto nel Salto, ed a cui il nemico aveva intimato la resa della piazza, rispose colla miccia alla mano e il piè sulla Santa Barbara della batteria, quantunque lo avesse il nemico assicurato che tutti eravamo caduti o morti o prigionieri. Abbiamo avuto trenta morti e cinquantatrèferiti: tutti gli uffiziali sono feriti, meno Scaroni, Saccarello il maggiore, e Traverso, tutti leggermente.Io non darei il mio nome di legionario italiano per tutto il globo in oro.Alla mezzanotte entravamo in ritirata nel Salto, poco più di cento legionari italiani con settanta e più feriti, compresi i leggermente, che ci precedevano, contenendo, quando troppo c’incalzava, un nemico di milledugento, e repellendolo impaurito. Oh! questo merita d’essere scolpito. — Addio, vi scriverò più a lungo un’altra volta.[84]Il vostroG. Garibaldi.»«DS. — Gli uffiziali che erano con me e che rimasero feriti sono: Cassana, Marrocchetti, Beruti, Ramorino, Saccarello minore, Sacchi, Grafigna e Rodi.»

«Salto, 10 febbraio 1846.

»Fratelli,

»Avanti ieri ebbe luogo ne’ campi di Sant’Antonio, a una lega e mezzo da questa città, il più terribile ed il più glorioso combattimento. Le quattro compagnie della nostra Legione, e forse venti uomini di cavalleria rifuggitisi sotto la nostra protezione, non solo si sono sostenuti contro mille e dugento uomini di Servando Gomez, ma hanno sbaragliato interamente la fanteria nemica che ci assaltò in numero di trecento. Il fuoco cominciò a mezzogiorno e durò fino a mezzanotte: non valsero al nemico le ripetute cariche delle sue masse di cavalleria, nè gli attacchi de’ suoi fucilieri a piedi; senz’altro riparo che d’una casupola in rovina (tapera), ove non erano in piedi se non alcune travi, i legionari hanno respinto i ripetuti assalti del più accanito de’ nemici; io e tutti gli uffiziali abbiamo fatto da soldati in quel giorno. Anzani che era rimasto nel Salto, ed a cui il nemico aveva intimato la resa della piazza, rispose colla miccia alla mano e il piè sulla Santa Barbara della batteria, quantunque lo avesse il nemico assicurato che tutti eravamo caduti o morti o prigionieri. Abbiamo avuto trenta morti e cinquantatrèferiti: tutti gli uffiziali sono feriti, meno Scaroni, Saccarello il maggiore, e Traverso, tutti leggermente.Io non darei il mio nome di legionario italiano per tutto il globo in oro.

Alla mezzanotte entravamo in ritirata nel Salto, poco più di cento legionari italiani con settanta e più feriti, compresi i leggermente, che ci precedevano, contenendo, quando troppo c’incalzava, un nemico di milledugento, e repellendolo impaurito. Oh! questo merita d’essere scolpito. — Addio, vi scriverò più a lungo un’altra volta.[84]Il vostro

G. Garibaldi.»

«DS. — Gli uffiziali che erano con me e che rimasero feriti sono: Cassana, Marrocchetti, Beruti, Ramorino, Saccarello minore, Sacchi, Grafigna e Rodi.»

Ed ecco il:

«DECRETO.Desiderando il Governo dimostrare la gratitudine della Patria ai prodi che combatterono con tanto eroismo nei campi di Sant’Antonio il giorno 8 del corrente; consultato il Consiglio di Stato, decreta:Art. I. Il signor generale Garibaldi, e tutti coloro che lo accompagnarono in quella gloriosa giornata, sono benemeriti della Repubblica.Art. II. Nella bandiera della Legione italiana saranno inserite a lettere d’oro, sulla parte superiore del Vesuvio, queste parole: Gesta dell’8 febbraio del 1846, operate dalla Legione italiana agli ordini di Garibaldi.Art. III. I nomi di quelli che combatterono in quel giorno, dopo la separazione della cavalleria, saranno inscritti in un quadro, il quale si collocherà nella sala del Governo, rimpetto allo Stemma nazionale, incominciando la lista col nome di quelli che morirono.Art. IV. Le famiglie di questi, che abbiano diritto a una pensione, la goderanno doppia.Art. V. Si decreta a coloro che si trovarono in quel fatto, dopo di esserne stata separata la cavalleria, uno scudo che porteranno nel braccio sinistro, con questa iscrizione circondata d’alloro:Invincibili combatterono l’8 di febbraio del 1846.Art. VI. Fino a tanto che un altro corpo dell’esercito non s’illustri con un fatto d’arme simile a questo, la Legione italiana sarà in ogni parata la diritta della nostra fanteria.Art. VII. Il presente Decreto si consegnerà in copia autentica alla Legione italiana, e si ripeterà nell’Ordine generale tutti gli anniversari di questo combattimento.Art. VIII. Il Ministro della guerra resta incaricato della esecuzione e della parte regolamentare di questo Decreto, che sarà presentato all’Assemblea de’ Notabili: si pubblicherà e inserirà nel R. N.Suarez. — Josè De Beja. — Santiago. — Vasquez. — Francisco. — I.Mugnoz.[85]

«DECRETO.

Desiderando il Governo dimostrare la gratitudine della Patria ai prodi che combatterono con tanto eroismo nei campi di Sant’Antonio il giorno 8 del corrente; consultato il Consiglio di Stato, decreta:

Art. I. Il signor generale Garibaldi, e tutti coloro che lo accompagnarono in quella gloriosa giornata, sono benemeriti della Repubblica.

Art. II. Nella bandiera della Legione italiana saranno inserite a lettere d’oro, sulla parte superiore del Vesuvio, queste parole: Gesta dell’8 febbraio del 1846, operate dalla Legione italiana agli ordini di Garibaldi.

Art. III. I nomi di quelli che combatterono in quel giorno, dopo la separazione della cavalleria, saranno inscritti in un quadro, il quale si collocherà nella sala del Governo, rimpetto allo Stemma nazionale, incominciando la lista col nome di quelli che morirono.

Art. IV. Le famiglie di questi, che abbiano diritto a una pensione, la goderanno doppia.

Art. V. Si decreta a coloro che si trovarono in quel fatto, dopo di esserne stata separata la cavalleria, uno scudo che porteranno nel braccio sinistro, con questa iscrizione circondata d’alloro:Invincibili combatterono l’8 di febbraio del 1846.

Art. VI. Fino a tanto che un altro corpo dell’esercito non s’illustri con un fatto d’arme simile a questo, la Legione italiana sarà in ogni parata la diritta della nostra fanteria.

Art. VII. Il presente Decreto si consegnerà in copia autentica alla Legione italiana, e si ripeterà nell’Ordine generale tutti gli anniversari di questo combattimento.

Art. VIII. Il Ministro della guerra resta incaricato della esecuzione e della parte regolamentare di questo Decreto, che sarà presentato all’Assemblea de’ Notabili: si pubblicherà e inserirà nel R. N.

Suarez. — Josè De Beja. — Santiago. — Vasquez. — Francisco. — I.Mugnoz.[85]

Nè l’epico gesto esaltò soltanto gli Orientali; gli stranieri stessi, quelli almeno il cui animo non era offuscato da odii partigiani, o da miserabili invidie, gareggiarono nel celebrarlo. «Io vi felicito (scriveva a Garibaldi stesso l’ammiraglio francese Lainé),[86]io vi felicito, mio caro Generale, d’avere così potentemente contribuito colla intelligente ed intrepida vostra condotta al compimento di fatti d’arme, dei quali si sarebbero inorgogliti i soldati della grande armata, che per un momento contenne tutta l’Europa. Io vi felicito in egual modo per la semplicità e la modestia che rendono più cara la lettura della relazione, in cui ci date i più minuti ragguagli d’un fatto, del quale potreste senza timore attribuirvi tutto l’onore. Del resto questa modestia vi ha cattivato le simpatie di persone atte a meritamente apprezzare ciò che voisiete venuto operando da sei mesi in qua, tra le quali noterò in primo luogo il nostro Ministro plenipotenziario, che onora il vostro carattere, e nel quale avete un caldo difensore soprattutto allorquando si tratta di scrivere a Parigi coll’intento di distruggere le impressioni sfavorevoli, che ponno aver fatto nascere alcuni articoli di giornali, redatti da persone poco use a dire la verità anche quando raccontano dei fatti avvenuti sotto i propri loro occhi.[87]»

Tosto infine che la notizia varcò il mare e giunse in Italia, i patriotti se ne impadronirono come d’un annunzio di vittoria nazionale, e il narrar la giornata del Salto, il decantarne i prodi, il glorificarne il condottiero, divenne in un subito parte di quella congiura di manifestazioni politiche, all’apparenza tutte letterarie ed accademiche, colle quali gli Italiani si studiavano a ravvivare le già accese scintille del patrio incendio, e punzecchiavano, non potendo di meglio, con invisibili, ma tormentose trafitture la settemplice maglia de’ loro oppressori. Così a Bologna il Felsineo dava un esteso ragguaglio del fatto, e le Letture di famiglia di Torino, e il Diario del Congresso scientifico italiano e altri giornali, lo riproducevano; a Livorno G. B. Cuneo stampava nel Corriere Livornese[88]unaserie d’articoli per sbugiardare i calunniatori della Legione e celebrare le virtù del suo capo.

A Firenze erano raccolti per cura del colonnello De Laugier, il futuro eroe di Curtatone, i documenti relativi all’impresa di Garibaldi a Montevideo, e in una pubblica radunanza era annunziato un libro che li avrebbe distesamente narrati. Per tutta Italia infine si apriva, quasi pubblicamente, una sottoscrizione per una spada d’onore al colonnello Garibaldi, che era per incanto coperta di firme, e il giovine Bertoldi incuorava con un inno al patriottico dono.

Chi sono quei fortissimi,Che vinto il lungo assaltoD’un oste innumerevoleEntran festanti in Salto?Per chi quel serto intrecciano?Di chi parla quel cantico guerrier?Itali sono, ed italoÈ il Condottier dei forti;Un giogo iniquo a frangereSi sfidan mille morti,Ogni terreno è patria,Nessun popolo a noi vive stranier.Chi ne’ tuoi chiusi oracoliPuò penetrar, gran Dio?Tu dei più eletti spiritiVedovi il suol natío;Tu lasci qui nell’ozioTanta gagliarda gioventù morir:E va Gioberti, vindiceDell’italo pensiero,Ad erger su gli elveticiDirupi un trono al Vero;È Garibaldi un fulmineChe fa l’americane acque stupir.[89]

Chi sono quei fortissimi,Che vinto il lungo assaltoD’un oste innumerevoleEntran festanti in Salto?Per chi quel serto intrecciano?Di chi parla quel cantico guerrier?Itali sono, ed italoÈ il Condottier dei forti;Un giogo iniquo a frangereSi sfidan mille morti,Ogni terreno è patria,Nessun popolo a noi vive stranier.Chi ne’ tuoi chiusi oracoliPuò penetrar, gran Dio?Tu dei più eletti spiritiVedovi il suol natío;Tu lasci qui nell’ozioTanta gagliarda gioventù morir:E va Gioberti, vindiceDell’italo pensiero,Ad erger su gli elveticiDirupi un trono al Vero;È Garibaldi un fulmineChe fa l’americane acque stupir.[89]

Chi sono quei fortissimi,

Che vinto il lungo assalto

D’un oste innumerevole

Entran festanti in Salto?

Per chi quel serto intrecciano?

Di chi parla quel cantico guerrier?

Itali sono, ed italo

È il Condottier dei forti;

Un giogo iniquo a frangere

Si sfidan mille morti,

Ogni terreno è patria,

Nessun popolo a noi vive stranier.

Chi ne’ tuoi chiusi oracoli

Può penetrar, gran Dio?

Tu dei più eletti spiriti

Vedovi il suol natío;

Tu lasci qui nell’ozio

Tanta gagliarda gioventù morir:

E va Gioberti, vindice

Dell’italo pensiero,

Ad erger su gli elvetici

Dirupi un trono al Vero;

È Garibaldi un fulmine

Che fa l’americane acque stupir.[89]

Garibaldi restò ancora alcuni mesi al Salto, continuando a battagliare colla flottiglia e colla Legione fino a che il Governo stesso lo richiamò a Montevideo, dove ritornò difatti in sul cominciare di settembre.Nella Banda Orientale però erano accaduti nel frattempo dolorosi, ma importanti avvenimenti.

Il general Ribera, che era rientrato, pochi mesi prima, nella capitale, si mette a capo, il 1º aprile 1846, d’una sedizione militare; assale e rovescia il Governo e s’impadronisce del potere. Da quel giorno, nota Garibaldi stesso, la guerra cessa d’essere nazionale, e diventa una meschina lotta di fazioni personali che indeboliscono la difesa e insanguinano la città, la quale di certo sarebbe caduta nelle mani del Rosas, se la Francia e l’Inghilterra coi loro negoziati non avessero ritardata la catastrofe. Nemmeno il governo del Ribera durò a lungo, che ripreso dalla sua incurabile manía di capitanare eserciti in rasa campagna e di dar battaglie, pochi giorni dopo la sua uscita da Montevideo nel gennaio 1847, è nuovamente disfatto e per la seconda volta forzato a riparare nel Brasile, da dove non ritorna più che uomo privato ed impotente.

Ciò nonostante Garibaldi non s’era lasciato sfuggire occasione veruna per rendere ancora alla Repubblica quanti servigi erano da lui, e col disegno di secondare le operazioni del Ribera in campagna risaliva con una nuova flottiglia e nuove truppe l’Uruguay fino a Las Vacas, correva fino all’influente del Dajman; vi sbaragliava, il 20 maggio, in un brillante combattimento di cavalleria le truppe riunite del Lama e Vergara, luogotenenti del Gomez, spazzando per alcun tempo d’ogni nemico tutto il territorio attorno al Salto; quando il generale Pacheco, risalito, per la caduta del suo rivale, al potere, lo chiama in Montevideo, e gli offre il comando della piazza.

Garibaldi però, a cui era parso eccessivo onore persino il grado di Generale, avrebbe volontieri rifiutato l’arduo incarico, se la deferenza al rispettato amico, e il desiderio di prestare fino all’ultimo l’opera sua alla Repubblica, non l’avessero indotto a sobbarcarsi ad un ufficio, in cui il cuore gli presagiva di non incontrare che difficoltà ed amarezze. E non s’ingannò. Fin che Garibaldi dava gratuitamente il sangue e la vita per la causa orientale e s’accontentava dei secondi onori e dei posti subalterni, era un fratello, era un eroe, e gli ambiziosi, anzichè adombrarsene, potevano sperare di farsene sgabello e per la stessa degnazione con cui l’onoravano ingrandire sè stessi; ma quando lo videro salire ai primi onori ed occupare, anche forzato, quei posti, a cui essi avevano, forse senza merito, agognato, non gli perdonarono più.

Il fratello divenne uno straniero, l’eroe un avventuriere, il vincitore di Nueva Cava e di Sant’Antonio un inetto, tutta la congiura delle piccole e grandi gelosie, dei pregiudizi locali, delle permalosità spagnuole scoppiò contro di lui e lo costrinse a deporre l’ufficio.

Non prima però d’aver reso alla Repubblica un ultimo e segnalato servigio. Ammutinatosi, forse per istigazione de’ suoi stessi nemici, un reggimento di Negri, e nessuno dei capi osando affrontarlo per rimetterlo all’obbedienza, «Rimanete adunque se avete paura,» esclamò Garibaldi; e seguíto dal solo Sacchi si presenta a cavallo innanzi al reggimento ribelle, penetra nelle sue file, lo arringa con alcune di quelle toccanti e incisive parole che solo i grandi capitani sanno trovare in simili occasioni, e lo riconduce al dovere.

Fu quello l’ultimo pericolo corso da Garibaldi a pro della Repubblica, per cui aveva da sei anni combattuto.

Ma ormai i bei giorni di Montevideo sono passati. La città è piena di fazioni, l’esercito di sedizioni, il Governo di rivalità; la difesa si trascina innanzi languida e inonorata; i migliori, come il Sosa, il Battle, l’Estaban, il Diaz, son morti o fuggiaschi; l’assedio dura per la sola forza d’inerzia degli assedianti e degli assediati, e le sorti della Repubblica pendono assai più dai negoziatori diplomatici, che dalle battaglie e dalle armi.

Oltre di che un’altra patria, ben più cara e più sacra, richiama ed attende Garibaldi; e se il suo braccio continua a combattere ancora per la causa di Montevideo, la sua anima è altrove.

Il 1847 stava per finire; e ogni bastimento che da mesi approdasse alla Plata, portava dal vecchio continente l’annunzio d’un avvenimento importante.

Un nuovo Pontefice benediva l’Italia, perdonava ai ribelli, accoglieva i proscritti e poneva in tutela della Croce la causa dei popoli.

Un fremito di vita nuova correva da un capo all’altro della Penisola; i suoi popoli già ardivano squassar le catene in viso ai loro tiranni, e chiedere ad alta voce quella libertà che avevano sino allora sommessamente sospirata. In alcune città l’agitazione legale poneva gli oppressori all’aspro bivio o d’incrudelire, o di cedere; in altre le prime avvisaglie erano già cominciate, e il sangue era pegno di conflitti maggiori. Ogni angolo d’Italia era un braciere di congiure, e i Principi stessi, o sinceri o atterriti, promettevano riforme e costituzioni; la Polonia, la Gallizia, l’Ungheria reclamavano dalle antiche dinastie nuovi statuti sociali; la Francia, l’Austria, la Germania stessa parevano alla vigilia d’una rivoluzione.

L’impressione che le novelle d’Italia facevano sull’animo di Garibaldi è più facile immaginarla che descriverla. «La sua fisonomia (scrive il Cuneo, che doveva vederlo ogni giorno) aveva preso un’espressione nuova, i suoi modi erano divenuti più concitati; sovente ei s’arrestava sopra pensieri, e gli sfuggiva un leggiero sorriso, come a chi attende una lieta fortuna.» Pio IX soprattutto l’aveva esaltato; onde colto dal farnetico comune per quel Pontefice, in cui la fantasia degli Italiani s’era creata un novello Giulio II, s’accorda coll’Anzani a indirizzargli, per mezzo di monsignor Bedini, nunzio apostolico in Rio Janeiro, la seguente lettera:

«Illustrissimo e rispettabilissimo signore,Dal momento in cui ci sono arrivate le prime nuove dell’esaltazione del sovrano pontefice Pio IX e dell’amnistia che egli concesse a’ poveri proscritti, noi abbiamo con attenzione e con sempre crescente interesse seguite le orme che il capo supremo della Chiesa imprime sulla via dellagloria e della libertà. Le lodi, il di cui eco arrivò sino a noi dall’altra parte del mare, il fremito col quale l’Italia accoglie la convocazione dei deputati e vi applaude, le saggie concessioni fatte alla stampa, l’istituzione della guardia civica, l’impulso dato all’istruzione popolare e all’industria, senza contare le tante sollecitudini tutte dirette al miglioramento d’una nuova amministrazione, tutto infine ci ha convinti che uscì finalmente dal seno della nostra patria l’uomo, che comprendendo i bisogni del suo secolo aveva saputo, secondo i precetti della nostra augusta Religione, sempre nuova, sempre immortale, e senza derogare alla loro autorità, piegarsi frattanto alle esigenze dei tempi. E sebbene tutti questi progressi non avessero alcuna diretta influenza sopra di noi, gli abbiamo nondimeno seguiti da lungi, accompagnando coi nostri applausi e coi nostri voti l’accordo universale dell’Italia e di tutta la Cristianità. Ma quando da pochi giorni apprendemmo l’attentato sacrilego, col quale una fazione fomentata e sostenuta dallo straniero, non ancora stanca dopo tanto tempo di straziare la nostra povera patria, si propose di rovesciare l’ordine di cose attualmente esistente, ci è sembrato che l’ammirazione e l’entusiasmo per il Sovrano Pontefice fossero un troppo debole tributo, e che un dovere più grande ci fosse imposto.Noi che vi scriviamo, o illustrissimo e rispettabilissimo signore, siamo di coloro, i quali, sempre animati dal medesimo pensiero che ci ha fatto subire l’esilio, abbiamo prese a Montevideo le armi per una causa che ci sembrò giusta, e riunite poche centinaia d’uomini nostri compatriotti qua venuti colla speranza di trovarvi giorni meno dolorosi di quelli che subivamo nella nostra patria.Ora nei cinque anni dacchè dura l’assedio delle sue mura, ciascuno di noi più o meno ha dovuto far prova più d’una volta di rassegnazione e di coraggio; e grazie alla Provvidenza ed a quello spirito antico, che infiamma ancora il nostro sangue italiano, la nostra Legione ha avuto occasione di distinguersi; ed ogni volta che questa occasione si è presentata, essa non ha lasciato fuggirsela, di maniera che (io credo sia permesso dirlo senza vanità) ha sul camminodell’onore sorpassato tutti gli altri corpi che erano suoi rivali e suoi emuli.Adunque se oggi le braccia che hanno qualche uso delle armi sono accette a Sua Santità, è superfluo il dire che più volentieri che mai noi le consacreremo al servigio di colui, che fa tanto per la patria e per la Chiesa.Noi ci chiameremo adunque fortunati, se potremo venire in aiuto dell’opera redentrice di Pio IX assieme a’ nostri compagni, a nome dei quali ve ne facciamo parola, e noi non crederemo di pagarla troppo cara con tutto il nostro sangue.Se la vostra illustre e rispettabile signoria pensa che la nostra offerta possa essere accetta al Sovrano Pontefice, che Ella la deponga a’ piedi del suo trono.Non è già la puerile pretensione che il nostro braccio sia necessario che ce lo fa offrire; sappiamo benissimo che il trono di san Pietro riposa su basi che non possono nè crollare, nè confermare i soccorsi umani, e che di più il novello ordine di cose conta numerosi difensori, i quali saprebbero vigorosamente respingere le ingiuste aggressioni dei suoi nemici; ma poichè l’opera deve essere repartita tra i buoni, e la dura fatica data ai forti, fate a noi l’onore di contarci tra questi.Attendendo, ringraziamo la Provvidenza d’aver preservato Sua Santità dalle macchinazioni dei tristi, e facciamo voti ardenti perchè le accordi lunghi anni per il bene della Cristianità e dell’Italia.Non ci resta più altro che pregar voi, illustre e venerabilissimo signore, di perdonarci il disturbo che vi causiamo, e di ricevere i sentimenti della nostra perfetta stima e del profondo rispetto, con i quali noi ci professiamo della sua illustrissima e rispettabilissima persona i più devoti servitoriG. Garibaldi.F. Anzani.[90]»

«Illustrissimo e rispettabilissimo signore,

Dal momento in cui ci sono arrivate le prime nuove dell’esaltazione del sovrano pontefice Pio IX e dell’amnistia che egli concesse a’ poveri proscritti, noi abbiamo con attenzione e con sempre crescente interesse seguite le orme che il capo supremo della Chiesa imprime sulla via dellagloria e della libertà. Le lodi, il di cui eco arrivò sino a noi dall’altra parte del mare, il fremito col quale l’Italia accoglie la convocazione dei deputati e vi applaude, le saggie concessioni fatte alla stampa, l’istituzione della guardia civica, l’impulso dato all’istruzione popolare e all’industria, senza contare le tante sollecitudini tutte dirette al miglioramento d’una nuova amministrazione, tutto infine ci ha convinti che uscì finalmente dal seno della nostra patria l’uomo, che comprendendo i bisogni del suo secolo aveva saputo, secondo i precetti della nostra augusta Religione, sempre nuova, sempre immortale, e senza derogare alla loro autorità, piegarsi frattanto alle esigenze dei tempi. E sebbene tutti questi progressi non avessero alcuna diretta influenza sopra di noi, gli abbiamo nondimeno seguiti da lungi, accompagnando coi nostri applausi e coi nostri voti l’accordo universale dell’Italia e di tutta la Cristianità. Ma quando da pochi giorni apprendemmo l’attentato sacrilego, col quale una fazione fomentata e sostenuta dallo straniero, non ancora stanca dopo tanto tempo di straziare la nostra povera patria, si propose di rovesciare l’ordine di cose attualmente esistente, ci è sembrato che l’ammirazione e l’entusiasmo per il Sovrano Pontefice fossero un troppo debole tributo, e che un dovere più grande ci fosse imposto.

Noi che vi scriviamo, o illustrissimo e rispettabilissimo signore, siamo di coloro, i quali, sempre animati dal medesimo pensiero che ci ha fatto subire l’esilio, abbiamo prese a Montevideo le armi per una causa che ci sembrò giusta, e riunite poche centinaia d’uomini nostri compatriotti qua venuti colla speranza di trovarvi giorni meno dolorosi di quelli che subivamo nella nostra patria.

Ora nei cinque anni dacchè dura l’assedio delle sue mura, ciascuno di noi più o meno ha dovuto far prova più d’una volta di rassegnazione e di coraggio; e grazie alla Provvidenza ed a quello spirito antico, che infiamma ancora il nostro sangue italiano, la nostra Legione ha avuto occasione di distinguersi; ed ogni volta che questa occasione si è presentata, essa non ha lasciato fuggirsela, di maniera che (io credo sia permesso dirlo senza vanità) ha sul camminodell’onore sorpassato tutti gli altri corpi che erano suoi rivali e suoi emuli.

Adunque se oggi le braccia che hanno qualche uso delle armi sono accette a Sua Santità, è superfluo il dire che più volentieri che mai noi le consacreremo al servigio di colui, che fa tanto per la patria e per la Chiesa.

Noi ci chiameremo adunque fortunati, se potremo venire in aiuto dell’opera redentrice di Pio IX assieme a’ nostri compagni, a nome dei quali ve ne facciamo parola, e noi non crederemo di pagarla troppo cara con tutto il nostro sangue.

Se la vostra illustre e rispettabile signoria pensa che la nostra offerta possa essere accetta al Sovrano Pontefice, che Ella la deponga a’ piedi del suo trono.

Non è già la puerile pretensione che il nostro braccio sia necessario che ce lo fa offrire; sappiamo benissimo che il trono di san Pietro riposa su basi che non possono nè crollare, nè confermare i soccorsi umani, e che di più il novello ordine di cose conta numerosi difensori, i quali saprebbero vigorosamente respingere le ingiuste aggressioni dei suoi nemici; ma poichè l’opera deve essere repartita tra i buoni, e la dura fatica data ai forti, fate a noi l’onore di contarci tra questi.

Attendendo, ringraziamo la Provvidenza d’aver preservato Sua Santità dalle macchinazioni dei tristi, e facciamo voti ardenti perchè le accordi lunghi anni per il bene della Cristianità e dell’Italia.

Non ci resta più altro che pregar voi, illustre e venerabilissimo signore, di perdonarci il disturbo che vi causiamo, e di ricevere i sentimenti della nostra perfetta stima e del profondo rispetto, con i quali noi ci professiamo della sua illustrissima e rispettabilissima persona i più devoti servitori

G. Garibaldi.F. Anzani.[90]»

La qual lettera, quando si pensi a quella specie di ubbriacatura guelfa da cui le teste erano state prese nel 1848, e si ricordi che il Mazzini stesso, pochi mesi dopo, ne scriveva direttamente al Papa una consimile, non potrà parere strana ad alcuno. Essa, al contrario, getta un raggio di più sul carattere di Garibaldi e ne rileva uno de’ tratti più espressivi. Dominato dall’idea fissa di fare l’Italia, unica luce del suo cervello, unica fiamma del suo cuore, egli non conobbe mai preferenza d’uomini o predilezione di parti; combattè a fianco del Mazzini; combattè agli ordini di Napoleone e di Vittorio Emanuele; avrebbe combattuto, diceva un giorno, «col demonio;» qual meraviglia che egli fosse nel 1848 disposto a combattere sotto le insegne del Vicario di Cristo? Franco condottiero della causa de’ popoli, era la bandiera ch’egli guardava, non i capitani o gli alleati.

La lettera a Pio IX sarà il capostipite d’un interminabile epistolario; ma chi vi frugherà dentro con senso di misericordia e intelletto d’equità, troverà sempre sotto l’incondita congerie delle bizzarrie, delle contraddizioni e delle volgarità la stessa schiettezza ingenua di sentimenti, la stessa ignoranza bonaria della realtà, la stessa credulità sconsiderata all’utopia, lo stesso concetto romanzesco ed eroico della vita; ma altresì la stessa fiamma d’amor patrio, che brilla, quasi gemma legata in similoro, nella prima lettera a Pio IX.

E a me non sembra strano che il nunzio Bedini ingannato, come tanti altri, dalle mostre liberalesche del suo Signore, rispondesse ai due patriotti per assicurarli, «che se la distanza di tutto un emisfero può impedire di profittare di magnanime offerte, non ne sarà mai diminuito il merito, nè menomata la soddisfazionenel riceverle;[91]» come non deve punto stupire che egli nel 1849, prete, Legato nelle Romagne, ministro d’un Pontefice che ripudiava ogni alleanza colla rivoluzione, facesse bombardare dagli Austriaci la patriottica Bologna, divenisse complice della fucilazione di Ugo Bassi e di Ciceruacchio, cercasse a morte lo stesso Garibaldi. Pio IX aveva mutato, o se vuolsi, spiegato meglio la sua politica, e il suo Legato la mutava o spiegava con lui, e ben ingenui coloro che se ne maravigliano!

Le notizie pertanto d’Europa e d’Italia s’erano andate facendo di giorno in giorno più gravi; la risposta di Pio IX non veniva, ma venivano le lettere de’ patriotti, compagni di fede e di congiure, che da ogni parte annunziavano inevitabile la rivoluzione ed imminente lo scoppio. Il Mazzini soprattutto, che non aveva mai perduto di vista il suo affigliato di Marsiglia, s’era posto in diretto carteggio con lui per informarlo dell’andamento delle cose, infervorarlo a tenersipronto, accaparrare in certa guisa il braccio suo e de’ suoi commilitoni per le attese battaglie della patria. Infine la Colonia italiana, composta in gran parte di proscritti del 1821 e del 1831, non poteva restare insensibile alle novelle che le venivano d’Italia, e desiderosa di mostrare alla dolce madre lontana il loro cuore di figli, andavano eccitando Garibaldi, se di eccitamento poteva aver bisogno, affinchè persistesse nel magnanimo proposito, promettendogli tutti i conforti e gli aiuti onde avesse bisogno.

La partenza frattanto per l’Italia era nel petto di Garibaldi cosa ormai risoluta, quando l’annunzio della sollevazione di Palermo e di Messina del 12 gennaio 1848 venne a precipitarla. Non v’era più da indugiare; la lotta era cominciata; in Italia si combatteva e si moriva: il posto di Garibaldi e della sua Legione era là. Una sola cosa era incresciosa e al tempo stesso difficile: svincolarsi da Montevideo; e non perchè Garibaldi fosse legato alla Repubblica da alcun patto indissolubile, chè la sua condotta era sempre stata subordinata alla condizione del ritorno in Italia; ma perchè gli riusciva doloroso abbandonare prima dell’ora decisiva una causa giusta ed un popolo amato.

Una pubblica sottoscrizione era stata già aperta fra gl’Italiani per «la spedizione in Italia comandata da Garibaldi,» e il solo Stefano Antonini aveva firmato per 30,000 lire. Un brigantino era stato noleggiato ed allestito di tutto l’occorrente. Anita, appena sgravata di Ricciotti, erasi già imbarcata fin dal dicembre per l’Italia e tutto cospirava a credere la partenza inevitabile. Invano il Governo di Montevideo, conscio della gran perdita che stava per fare, tentava trattenere con preghiere, con lusinghe, con studiati indugi l’impaziente Italiano; invano gli stranieri stessi, che vedevanoin Garibaldi una delle più sicure garanzie dei loro interessi, si sforzavano a ritardarne, almeno, la partenza, offrendogli di assumere a loro carico il più delladiariad’affitto del bastimento noleggiato. Garibaldi non si sentiva più padrone della sua volontà, e tutte quelle preghiere, quelle insistenze, quegl’indugi, anzichè piegarlo non facevano che inasprirlo, strappandogli spesso dalle labbra il detto piena d’amarezza:Duolmi che arriveremo gli ultimi, quando tutto sarà finito.

Affinchè però l’impresa riuscisse al suo fine, era mestiere precisarne la mèta, divisarne i luoghi d’approdo, avvertirne gli amici ed aderenti, prepararle in Italia stessa il terreno.

Pochi mesi dopo la giornata del Salto, era sbarcato a Montevideo e si era arrolato nella Legione, Giacomo Medici. Era un giovane di maschia bellezza, d’intrepido cuore, d’ingegno acuto e prudente insieme, d’affabili modi; e Garibaldi, presentendo in lui l’uomo che ormai la storia ha fatto suo, l’ebbe caro prontamente e ripose in lui tutta la sua fiducia. Però egli fu anche il prescelto da Garibaldi come il foriero e preparatore in Italia della divisata spedizione. Il Medici doveva partir subito, vedere a Londra il Mazzini e accontarsi con lui; percorrere, facendo propaganda, il Piemonte, penetrare in Toscana e accordarsi col Fanti, col Belluomini, col Guerrazzi e con altri molti; prepararvi nascostamente armi ed armati ed attendervi Garibaldi colla Legione, che non avrebbe tardato a raggiungerli tra Piombino e Viareggio.

Ma a rendere ben chiaro il concetto di Garibaldi e il mandato del Medici, valga il documento che qui per la prima volta pubblichiamo:

«Istruzioni.Terrai presente soprattutto che scopo nostro è di recarci in patria non per contrariare l’andamento attuale delle cose, e i Governi che v’acconsentono; ma per accomunarci ai buoni, e d’accordo con essi andare innanzi pel meglio del paese; ma che noi preferiremmo lanciarci ove una via ci fosse aperta ad agire contro il Tedesco, contro cui denno essere rivolte senza tregua le ire di tutti: e tanto più lo vorremmo, chè la gente che ci accompagna è mossa principalmente da questo ardentissimo desiderio, che ove non venisse soddisfatto potrebbe dar luogo allo sfiduciamento; scemare o infiacchire i compagni, che avvezzi alla vita attiva del campo male s’adatterebbero a vivere nei quartieri; perciò ti recherai:1º A consultare M.... (Mazzini) intorno ai passi da darsi onde preparare le cose nel senso indicato; e appena a ciò provveduto t’affretterai per alla volta di Genova, Lucca, Firenze e Bologna, a meno che con M.... non risolviate altrimenti. Per questi punti ti do lettere che consegnerai ai loro indirizzi, se pure lo crederai conveniente, dietro le intelligenze con M....2º Dagli amici ti procurerai commendatizie per tutti quei punti che crederai utili visitare, affine di dar moto e preparare gli uomini, e combinare elementi di cooperazione, quanto più ti sarà possibile.3º Scorsi quei paesi ti ridurrai in Livorno, come luogo più acconcio a sapere di noi; perchè nostro pensiero è approdare in uno dei porti seguenti: Viareggio, Cecina, Piombino, San Stefano, Port’Ercole. Soltanto ne devieremo, se ci perverranno notizie che ci consiglino farlo pel meglio; e in ogni caso tenteremo sempre ogni mezzo onde fartene avvertito.4º Una delle cose che dovrai tenere in vista, si è quella di indurre gli amici a tener pronti quei mezzi indispensabili a provvedere il bisognevole almeno pei primi giorni; mancando su questo punto tanto essenziale si correrebbe rischiodi perdere il frutto di tante fatiche, e dei sacrifici fatti con tanta generosità dai nostri compatriotti in Montevideo.5º I venti, o altre cause, potrebbero obbligarci a toccare in Gibilterra. Se M.... ha ivi persona fidata le diriga lettere per me, informandomi della marcia delle cose e sul da farsi — e potrà appena tu arrivi cominciare a scrivere. La persona che incaricasse dovrebbe stare sempre all’erta, affine di farmi pervenire ogni cosa a bordo, e subito; senza aspettare che si scendesse a terra: potrebbe non convenire andarci; potrebbero le quarantene impedirlo. — Dal nome del bastimento, che è quello diSperanza, con bandiera orientale, sarebbe al momento avvertito del nostro arrivo — e perchè ne fosse più sicuro, e potesse riconoscerlo facilmente, alzeressimo all’albero di prora una bandierabiancaattraversata orizzontalmente, per quanto è lunga e nel bel mezzo, da una striscianera.Di quanto scrivesse a noi potrebbe darti avviso se ciò potesse farci mutare di direzione.Ai porti indicati puoi aggiungervi anche quelli di Talamone e di Livorno. Anche il bastimento è abrigantino.Montevideo, 20 febbraio 1848.G. Garibaldi.Le lettere che io ti scriverò dirette a Livorno saranno al nome di MrJames Gross — nella soprascritta — Signor Giacomo Medici.[92]»

«Istruzioni.

Terrai presente soprattutto che scopo nostro è di recarci in patria non per contrariare l’andamento attuale delle cose, e i Governi che v’acconsentono; ma per accomunarci ai buoni, e d’accordo con essi andare innanzi pel meglio del paese; ma che noi preferiremmo lanciarci ove una via ci fosse aperta ad agire contro il Tedesco, contro cui denno essere rivolte senza tregua le ire di tutti: e tanto più lo vorremmo, chè la gente che ci accompagna è mossa principalmente da questo ardentissimo desiderio, che ove non venisse soddisfatto potrebbe dar luogo allo sfiduciamento; scemare o infiacchire i compagni, che avvezzi alla vita attiva del campo male s’adatterebbero a vivere nei quartieri; perciò ti recherai:

1º A consultare M.... (Mazzini) intorno ai passi da darsi onde preparare le cose nel senso indicato; e appena a ciò provveduto t’affretterai per alla volta di Genova, Lucca, Firenze e Bologna, a meno che con M.... non risolviate altrimenti. Per questi punti ti do lettere che consegnerai ai loro indirizzi, se pure lo crederai conveniente, dietro le intelligenze con M....

2º Dagli amici ti procurerai commendatizie per tutti quei punti che crederai utili visitare, affine di dar moto e preparare gli uomini, e combinare elementi di cooperazione, quanto più ti sarà possibile.

3º Scorsi quei paesi ti ridurrai in Livorno, come luogo più acconcio a sapere di noi; perchè nostro pensiero è approdare in uno dei porti seguenti: Viareggio, Cecina, Piombino, San Stefano, Port’Ercole. Soltanto ne devieremo, se ci perverranno notizie che ci consiglino farlo pel meglio; e in ogni caso tenteremo sempre ogni mezzo onde fartene avvertito.

4º Una delle cose che dovrai tenere in vista, si è quella di indurre gli amici a tener pronti quei mezzi indispensabili a provvedere il bisognevole almeno pei primi giorni; mancando su questo punto tanto essenziale si correrebbe rischiodi perdere il frutto di tante fatiche, e dei sacrifici fatti con tanta generosità dai nostri compatriotti in Montevideo.

5º I venti, o altre cause, potrebbero obbligarci a toccare in Gibilterra. Se M.... ha ivi persona fidata le diriga lettere per me, informandomi della marcia delle cose e sul da farsi — e potrà appena tu arrivi cominciare a scrivere. La persona che incaricasse dovrebbe stare sempre all’erta, affine di farmi pervenire ogni cosa a bordo, e subito; senza aspettare che si scendesse a terra: potrebbe non convenire andarci; potrebbero le quarantene impedirlo. — Dal nome del bastimento, che è quello diSperanza, con bandiera orientale, sarebbe al momento avvertito del nostro arrivo — e perchè ne fosse più sicuro, e potesse riconoscerlo facilmente, alzeressimo all’albero di prora una bandierabiancaattraversata orizzontalmente, per quanto è lunga e nel bel mezzo, da una striscianera.

Di quanto scrivesse a noi potrebbe darti avviso se ciò potesse farci mutare di direzione.

Ai porti indicati puoi aggiungervi anche quelli di Talamone e di Livorno. Anche il bastimento è abrigantino.

Montevideo, 20 febbraio 1848.

G. Garibaldi.

Le lettere che io ti scriverò dirette a Livorno saranno al nome di MrJames Gross — nella soprascritta — Signor Giacomo Medici.[92]»

Il Medici infatti tre giorni dopo s’imbarcava per la sua missione; e il 15 aprile 1848 Garibaldi medesimo, accompagnato da ottantacinque de’ suoi legionari, fra cui l’Anzani, ammalato, il Sacelli, ferito, Ramorino, Montaldi, Marocchetti, Grafigna, Peralta, Rodi, Cucelli e il suo moro Aghiar; soccorso dallo stesso Governo orientale di armi, di munizioni, di cannonisul brigantinoBifronte, ribattezzato espressamente per quel viaggio coll’auguroso nomeLa Speranza, comandato dal capitano Gazzolo, salpò da Montevideo per i lidi d’Italia.[93]

Nel 1836 l’America raccoglieva un oscuro marinaio e un disertore proscritto; dopo undici anni ella restituiva all’Italia un ammiraglio provetto, un capitano invitto, un eroe glorioso. In quegli undici anni Garibaldi consacratosi alla causa di due Repubbliche, rappresentanti, a’ suoi occhi, la causa stessa della libertà e della giustizia, aveva per esse patita la tortura e toccata una ferita mortale; trionfato d’un naufragio e additato un nuovo passaggio all’Oceano; costruito flottiglie e organizzato legioni; fatta la corsa sui mari, sui fiumi e guerreggiato a piedi ed a cavallo sui campi; sostenuto quattro combattimenti navali e dodici terrestri; vinto, nella campagna di Rio Grande, al Galpon de Chargucada, a Imeruy, sulle lagune di Santa Caterina e di Los Patos, a Santa Vittoria ed a San Josè; e in quella di Montevideo, a San Martin Garcia, a Nueva Cava, alle Tres Cruces, alla Boyada, all’Hervidero, al Salto ed al Dayman; fronteggiato in una ritirata d’oltre diciotto mesi un nemico soverchiante, e delusa più volte la caccia di potenti crociere; capitanato per seicento leghe una spedizione navale traverso un fiume seminato di batterienemiche; presa d’assalto una fortezza e diretta la difesa d’una piazza forte; e sbaragliando sovente, emulando sempre i più famosi guerriglieri del suo tempo, non lasciandosi nè insuperbire dalle fortune, nè abbattere dai rovesci, inventando talvolta nuovi artificii e nuovi stratagemmi di guerra, vincendo la forza coll’astuzia e colla prodezza il numero, facendo umana, tra costumanze feroci, la guerra, avea reso temuto e ammirando il suo nome agli stessi nemici, e risuscitato sui più lontani lidi i ricordi del valore italiano.

Ciò non ostante le virtù del soldato e le vittorie del capitano sono un nulla a paragone di quella virtù suprema, di quella vittoria che mai, fino allora, gli fallì contro i più naturali istinti della natura umana. Ond’è sotto questo rispetto che la frase tante volte ripetuta di lui «uomo di Plutarco» diventa rigorosamente vera.

Entrato al servizio di Montevideo senza patteggiare nè per sè nè per la sua Legione alcun salario, visse fin dal primo giorno, come l’ultimo de’ suoi soldati, delle sole razioni militari. Ricevuta nel 1845 dal generale Ribera l’offerta di vaste terre da dividersi fra lui e i suoi legionari, le rifiuta a nome della Legione stessa, dicendo: «che tanto egli, quanto i suoi compagni, chiedendo d’essere armati ed ammessi a dividere i pericoli del campo coi figli di queste contrade, avevano inteso d’ubbidire unicamente ai dettami della loro coscienza; che avendo essi soddisfatto a ciò che essi riguardavano come un dovere, essi continueranno da uomini liberi a soddisfarvi, dividendo, finchè le necessità dell’assedio lo richiederanno, pane e pericoli coi loro valenti compagni del presidio di questa metropoli, senza desiderare o accettare rimunerazione o compenso delle loro fatiche.»

Promosso, col Decreto che abbiamo citato, al grado di Generale, non gli parve aver fatto abbastanza per meritarlo, e con questa nobilissima lettera, ch’egli scrisse al Ministro della guerra, vi rinunziò:

«Nella mia qualità di comandante in capo la Marina nazionale, onorevole posto in cui piacque al Governo della Repubblica collocarmi, nulla ho io fatto che merti la promozione a colonnello maggiore (Generale). Come capo della Legione italiana quello che posso aver meritato di ricompensa io lo dedico ai mutilati ed alle famiglie dei morti della medesima. I benefizi non solo, ma gli onori anche mi opprimerebbero l’animo, comprati con tanto sangue italiano. Io non aveva seconde mire, quando fomentava l’entusiasmo de’ miei concittadini in favore d’un popolo che la fatalità lasciava in balía d’un tiranno; ed oggi smentirei me stesso accettando la distinzione che la generosità del Governo vuole impartirmi. La Legione mi ha trovato colonnello nell’esercito, come tale mi accettò suo capo, e come tale la lascerò, una volta compíto il voto che offerimmo al popolo orientale. Le fatiche, la gloria, i rovesci che possono ancora toccare alla Legione, spero dividerli con essa fino all’ultimo. Rendo infinite grazie al Governo, e non accetto la mia promozione del Decreto 16 febbraio. La Legione italiana accetta riconoscente la distinzione sublime che il Governo le decretò il 1º marzo. Una sola cosa chiedono i miei uffiziali, la Legione ed io, ed è questa: che siccome spontanea e indipendente fu l’amministrazione economica, la formazione e la gerarchia del Corpo fin dal suo principio, s’abbia a continuare sullo stesso piede, e chiediamo quindi a V. E. compiacersi di annullare la promozione, di cui tratta il Decreto del 16 febbraio relativamente agli individui che appartengono alla Legione italiana.Dio sia per molti anni con V. E.Giuseppe Garibaldi.»

«Nella mia qualità di comandante in capo la Marina nazionale, onorevole posto in cui piacque al Governo della Repubblica collocarmi, nulla ho io fatto che merti la promozione a colonnello maggiore (Generale). Come capo della Legione italiana quello che posso aver meritato di ricompensa io lo dedico ai mutilati ed alle famiglie dei morti della medesima. I benefizi non solo, ma gli onori anche mi opprimerebbero l’animo, comprati con tanto sangue italiano. Io non aveva seconde mire, quando fomentava l’entusiasmo de’ miei concittadini in favore d’un popolo che la fatalità lasciava in balía d’un tiranno; ed oggi smentirei me stesso accettando la distinzione che la generosità del Governo vuole impartirmi. La Legione mi ha trovato colonnello nell’esercito, come tale mi accettò suo capo, e come tale la lascerò, una volta compíto il voto che offerimmo al popolo orientale. Le fatiche, la gloria, i rovesci che possono ancora toccare alla Legione, spero dividerli con essa fino all’ultimo. Rendo infinite grazie al Governo, e non accetto la mia promozione del Decreto 16 febbraio. La Legione italiana accetta riconoscente la distinzione sublime che il Governo le decretò il 1º marzo. Una sola cosa chiedono i miei uffiziali, la Legione ed io, ed è questa: che siccome spontanea e indipendente fu l’amministrazione economica, la formazione e la gerarchia del Corpo fin dal suo principio, s’abbia a continuare sullo stesso piede, e chiediamo quindi a V. E. compiacersi di annullare la promozione, di cui tratta il Decreto del 16 febbraio relativamente agli individui che appartengono alla Legione italiana.

Dio sia per molti anni con V. E.

Giuseppe Garibaldi.»

Finalmente il generale Pacheco, rispondendo ai detrattori di Montevideo,[94]abbracciava nella sua apologia anche il generale Garibaldi, e faceva delle sue virtù private e civili, poichè delle guerresche nessuno aveva dubitato, questa pittura: «Nel 1843 il signor Francesco Angeli, uno fra i più rispettabili negozianti di Montevideo, indirizzandosi al Ministro della guerra, facevagli sapere che nella casa di Garibaldi, del capo della Legione italiana, del capo della flotta nazionale, dell’uomo infine che dava ogni giorno la sua vita per Montevideo, non si accendeva di notte il lume, perchè nella razione del soldato, unica cosa sulla quale Garibaldi contasse per vivere, non erano comprese le candele. Il Ministro mandò pel suo aiutante di campo, G. M. Torres, centopatacconi(500 lire) a Garibaldi, il quale, ritenendo la metà di questa somma, restituì l’altra perchè fosse recata alla casa di una vedova, che, secondo lui, ne aveva maggior bisogno. Cinquantapatacconi(250 lire), ecco l’unica somma che Garibaldi ebbe dalla Repubblica. Mentre rimase tra noi, la sua famiglia visse nella povertà; egli non fu mai calzato diversamente da’ soldati; sovente i di lui amici dovettero ricorrere a sotterfugi per fargli cambiare gli abiti già logori. Egli aveva amici tutti gli abitanti di Montevideo; giammai vi fu uomo più di lui universalmente amato, ed era questo ben naturale. Garibaldi, sempre primo a’ combattimenti, lo era egualmente a raddolcire i mali della guerra. Quando recavasi negli offici del Governo, era per domandare grazia per un cospiratore, o per chiedere soccorsi in favore di qualche infelice: ed è all’intervento di Garibaldi che il signor Michele Haedo, condannato dalle leggidella Repubblica, dovè la vita. Nel 1844 un’orribile tempesta flagellava la rada di Montevideo; eravi nel porto una goletta, che, perdute le áncore, stava affidata con evidente pericolo all’unica che le rimaneva; in quella goletta si trovavano le famiglie de’ signori Canil. Il generale Garibaldi, informato del pericolo, s’imbarcò con sei uomini, recando seco un’altra áncora, colla quale la goletta fu salva. A Gualeguaychu fa prigioniero il colonnello Villagra, uno dei più feroci capi del Rosas, e lo lascia in libertà, come anche gli altri di lui compagni. Nella sua spedizione all’interno egli si distinse per molti tratti di cavalleresca generosità, che anche al dì d’oggi formano argomento di conversazione nel campo de’ due partiti.[95]»

Innanzi a queste testimonianze potrebbe la storia degnar d’uno sguardo i miserabili libelli di pochi stranieri, e coll’onore d’una confutazione superflua scavare i loro nomi dal perpetuo oblío in cui sono sepolti?

Nel 1847 quando il nome di Garibaldi era quasi ignoto, e le sue gesta malnote, e parlar di Garibaldi era un parlar d’Italia; era bello che la voce intemerata di G. B. Cuneo schiacciasse, coll’argomento decisivo dei documenti, i botoli che addentavano Garibaldi e la sua Legione là appunto dove la loro corazza era più tersa e inattaccabile; ma ora l’opera sarebbe affatto vana ed accademica.

Nel luglio 1849 Lord Howden nella Camera dei Pari di Londra faceva di Garibaldi questo elogio ancora più eloquente:

«Il presidio di Montevideo era quasi tutto composto di Francesi e d’Italiani, ed era comandato da un uomo, cui sono felice di poter rendere testimonianza,che solo era disinteressato tra una folla d’individui che non cercavano che il loro personale ingrandimento. Intendo parlare di un uomo dotato di gran coraggio e di alto ingegno militare, che ha il diritto alle vostre simpatie per gli avvenimenti straordinari accaduti in Italia, del generale Garibaldi!»

Ora nessuno meglio di Lord Howden poteva parlare così; egli che, avendo proposto a Garibaldi di sciogliere la Legione mediante un compenso in danaro, si era sentito dire: «Gl’Italiani in Montevideo avere impugnate le armi per difendere la causa della giustizia, e questa causa non potersi abbandonare mai da uomini onorati.[96]»

Ed è qui la vera grandezza originale di Garibaldi. Egli nobilitò il nome di soldato di ventura, elevò a missione il mestiere dell’armi, creò il tipo del condottiero disinteressato, che va per il mondo, paladino gratuito della causa della giustizia, senza nemmeno la speranza di condurre in isposa, come i compagni d’Artù, la bella principessa per cui ha dato il sangue, pago sin troppo di riportare alla terra natía il fiero orgoglio delle alte imprese compiute, ravvivato di quando in quando dal ricordo delle gloriose ferite.

Pure al Garibaldi che tornava in Italia manca un ultimo tratto, e disgraziatamente è un’ombra. L’America era stata per lui un’eccellente palestra per l’educazione militare, ma non fu, nè poteva essere, una buona scuola d’instituzione politica. Non era certo fra un popolo di passioni veementi, di fazioni perpetue, di rivoluzioni periodiche, dove ognicaudilloche si mettessea capo d’una masnada digauchospoteva usurpare la dittatura, salvo ad essere a sua volta rovesciato da uncaudillopiù fortunato, che un giovane come Garibaldi poteva formare la sua mente politica ed educarsi al culto della legge, all’amore dell’ordine, al giusto concetto della libertà. Ingenuo, fantasioso, inesperto, era naturale che il suo spirito ricevesse come cera l’impronta del paese in cui aveva trovato un asilo ospitale, di cui amava la pittoresca natura e la razza valorosa, con cui aveva stretto sui campi di battaglia un patto indissolubile di fratellanza, e dove infine aveva udito per la prima volta, non più susurrar timidamente ne’ crocchi o nascostamente nelle congiure come in Italia, ma gridar altamente, ma difendere apertamente colle armi que’ nomi di patria, di libertà e d’indipendenza, che erano l’unico patrimonio politico della sua mente e l’unica religione del suo cuore.

Trascorsa metà della vita in una consuetudine ininterrotta di corsari, di soldati, di marinai e di pastori, senza ritemprarsi quasi mai nel contatto d’una società più colta e più civile; portato da’ suoi istinti selvatici, dalle sue abitudini marinaresche, dai suoi gusti solitari, e soprattutto dal suo prepotente bisogno d’indipendenza, a vagheggiare quei vasti deserti della Pampa che a lui ripetevano sulla terra un’immagine dei deserti dell’Oceano, e ad ammirare, fors’anco ad invidiare, la sorte dei suoi fieri abitatori; qual meraviglia che a’ suoi occhi ilgauchorappresentasse il miglior tipo dell’uomo libero, ed egli s’abituasse a poco a poco a pensare, a operare, a vestire perfino come quella parte dell’umana famiglia in cui era cresciuto, e che un giorno ne portasse seco in Europa non solo le idee e le credenze, ma le costumanze e le foggie?!

CARTA DELL’URUGUAY (Versione più grande)

CARTA DELL’URUGUAY (Versione più grande)

Ungauchotemprato da un innesto europeo e purificato da un alto ideale umano; un Artigas, meno i puntigli e la vanità; un Ribera, più il genio, il disinteresse e la fortuna: ecco il Garibaldi che l’America rinviava in Italia, e che il tempo e la civiltà potranno, in qualche parte, modificare, ma che resterà, ne’ suoi tratti caratteristici, immutato.


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