PREFAZIONE.

PREFAZIONE.

Amai Garibaldi con affetto di figlio e fedeltà di soldato: lo seguii nelle sue imprese da Varese a Milazzo, dal Volturno a Condino, da Aspromonte a Mentana; vissi con lui in Caprera circa nove mesi nella dolce intimità della vita domestica, ed ebbi l’immeritata fortuna di accompagnarlo nel suo gran Trionfo d’Inghilterra; fui sovente il depositario e l’interpetre de’ suoi più nascosi pensieri, e, onore anche più grande, non mi fu negato di fargli sentire, talvolta, i consigli di quella che a me pareva la Verità; subii, come tutti coloro che l’accostarono, il fascino della sua eroica bellezza; piegai, come i più, all’impero della sua grande anima dittatoria, ma, liber’uomo in faccia al Liberatore, ne sostenni i fulgori, e seppi scorgerne le ombre; e spero che tutte queste ragioni mi giustificheranno presso ogni discreto lettore dell’audacia di scriverne la vita.

«Una delle mille!» esclamerà qualche frettoloso. Pur troppo! Anzi fra pochi giorni si potrà soggiungere:una delle migliaia! E in verità se non avessi dovuto ripensare ad altro che a quanto fu scritto in passato e si scriverà ancora in avvenire, nei secoli più lontani, intorno a Garibaldi, la tentazione di presentarmi anch’io a questo universale torneo di penne, non mi sarebbe passata pel capo. Soltanto non bisogna dimenticarsi che se la bibliografia di Garibaldi è già grande, e sarà tra poco immensa, Garibaldi lo è ancora più. Egli può dirsi, come il Shakespeare immaginato da Vittor Hugo: infinito come l’Oceano. Invadetelo da tutti i porti: navigatelo, corretelo, frugatelo in tutti i sensi, e vi resterà sempre qualche seno nascosto, qualche banco sottacqueo, qualche scogliera inavvertita, dove anche la navicella del più umile ingegno potrà ormeggiarsi e gettar lo scandaglio.

Lo so! non correranno molti anni e ci sarà unaLetteratura Garibaldina, come ci è una Letteratura Omerica, Dantesca, Shakespeariana e via dicendo; ma affinchè quella letteratura possa sorgere degna del suo grande tema, ed acquistare un valore reale nella storia della nostra patria e del nostro secolo, occorre anzitutto che il pubblico dei lettori e dei critici non guardi soltanto alla mole dei libri pubblicati sullo stesso soggetto, non li misuri tutti in fascio a occhio e croce, non faccia il viso dell’arme ad ogni libro nuovo, solo perchè viene ad ingrossare la catasta de’ vecchi. Abbiamo ed avremo la farraginosa compilazione indigesta, e l’utile compendio popolare; abbiamo ed avremo la pesante orazione accademica,e lo svelto bozzetto giornalistico; abbiamo ed avremo il partigiano panegirico tribunizio e la rabbiosa invettiva clericale; abbiamo ed avremo la scialba fotografia borghese o la pettegola cronica aneddotica, e la sintesi ardita coniata in bronzo, o la greca effigie incisa in cammeo: non abbiamo ancora, ma forse l’avremo un giorno, la Vita Plutarchiana, il Poema Omerico, o il Dramma Sofocleo; e confido che in questa mondiale biblioteca non si vorrà rifiutare l’entrata anche a questo mio modesto volume, che non è ancora, s’intende bene, la storia; ma che pure aspira, senza jattanza come senza ipocrisia, a tentarne il primo saggio ed a scriverne la prima sillaba.

E forse con ciò ho già detto che questo non è un libro d’occasione. Egli segue di poche settimane la scomparsa dell’eroe; ma esso fu meditato e preparato da tempo. Frutto sudato di quasi tre anni di ricerche, di studi, di fatica, esso potrà meritare tutte le taccie fuorchè quelle della estemporaneità e della fretta. Il culto stesso, che tanto io quanto i miei giovani editori, professiamo alla memoria venerata del grande Patriotta, ci avrebbe sempre preservati da questo sacrilegio. Nè io avrei mai voluto deporre ai piedi della tomba recente di Caprera il vile tributo d’una compaginatura abborracciata, nè gli eredi dell’onorato nome di Gaspero Barbèra avrebbero mai consentito a prestar mano ad un’opera bastarda che, sfruttando una grande popolarità ed una grande sventura,mirasse soltanto ad occupare il già troppo stipato mercato librario e ad impaniare in una frasconaia di pagine rapinate il pubblico dabbene.

Ben altro fu il mio scopo; ben altra è la mia speranza. Ripensando spesso, e come non pensarvi!, a Garibaldi; riguardando a quella nova e portentosa figura di gigante, rifacendo nel mio pensiero il poema di quell’epica vita, poscia leggendo o rammentando quanto si era scritto di lui in verso e in prosa, m’era accaduto, in più d’un caso, di consentire o d’ammirare; ma poi, riepilogando le cose lette e confrontando il Garibaldi del mio pensiero con quello stampato fin allora ne’ libri, chinavo il capo con un senso di scontentezza e conchiudevo: Eppure in tutti questi volumi c’è del bello e del buono, ma il Garibaldi vero, il Garibaldi della storia, non del romanzo; della patria, non della parte; dell’amore, non dell’idolatria, è molto, ma molto lontano di qui.

E va da sè ch’io non m’impanco in alcun modo a censore di coloro che mi precedettero in questa medesima impresa, ed a molti dei quali io stesso vado debitore di non pochi ed utilissimi sussidi. Incitati dall’occasione, incalzati dall’ora, preoccupati principalmente di portare, come corre il detto, il loro «sasso all’edificio,» lavorarono co’ primi materiali che loro caddero sotto mano, scrissero come l’amore dettava, e sarebbe davvero imperdonabile indiscretezza il chieder loro di più.

L’ingratitudine di chi viene ultimo non sarà certo,per parte mia, il compenso di chi ebbe il merito di essere primo. Soltanto non è far torto a chicchessia il dire che per ragioni affatto indipendenti dalla volontà e dall’ingegno degli scrittori anteriori, i falli trascorsi e i vuoti rimasti ne’ loro libri sono ancora sì numerosi ed importanti, che diventa impossibile accettar quelle opere per fondamento certo e per modello compito d’una vera storia critica e ragionata dell’uomo che hanno rappresentato. E rinviando al testo ed alle sue note l’esame dei particolari, ecco in riassunto i difetti capitali e le lacune più evidenti che scòrsi in quelle opere e più vivamente mi colpirono:

Una trascuranza ingiustificata dell’ambiente in cui Garibaldi crebbe e si sviluppò; quindi un esame molto leggero ed una rassegna molto affrettata di tutti quegli elementi domestici, sociali e politici, che dall’arte paterna all’educazione materna, dai primi suoi amici ai primi suoi viaggi, dalle sue lunghe consuetudini colla sconfinata libertà del mare alla sua dimora decenne tra le solitudini della pampa, contribuirono a svolgere il germe della sua vita eroica ed a plasmare il suo carattere;

Una conoscenza scarsa ed una esposizione inadeguata della storia e delle costumanze, delle fazioni e delle rivoluzioni appunto di quei due Stati dell’America meridionale, il Rio-Grande e l’Uruguay, tra i quali Garibaldi si formò; epperò una rappresentazione troppo vaga e fantastica della parte cheegli vi ebbe, degli influssi che vi subì, del patrimonio di idee e di abitudini che ne riportò;

Un’analisi troppo superficiale od una sintesi poco fedele di tutte quelle antinomie, quelle contraddizioni, quelle mutazioni rapide ed assidue che frastagliano come fasci di vapori nembosi la serena splendidezza del suo volto, e lo convertirebbero in una specie di Proteo mostruoso, se allo storico armato della fiaccola della filosofia mancasse l’ardire di scendere fino all’ultimo fondo gli abissi di quell’anima, e scrutarne l’alto mistero;

Una narrazione delle sue imprese dal 1859 al 1870, specie delle maggiori, di Marsala, Aspromonte e Mentana, veridica e piena nel suo complesso; ma in molti particolari scarsa, in molte affermazioni gratuita, in molti giudizi erronea, e che svisando alcuno dei tratti più caratteristici dell’Eroe nelle tre azioni più importanti della sua vita, svisano insieme ne’ suoi aspetti più solenni la storia del nostro Risorgimento;

Infine, ed è forse il più, una narrazione parziale ed angusta delle sue gesta militari, ed una sconoscenza o grossolana o meschina delle sue doti geniali di vero e grande Capitano; parzialità, angustia e sconoscenza che traggono origine in gran parte dai pregiudizi e dalle gelosie della vecchia scolastica militare, che questo mio libro non riuscirà certamente a debellare, ma che forse sforzerà ad ammutolire od a provare il contrario.

Ora, scemare, per quanto sia da me, questi difettie colmare, fin dove possa, queste lacune; tentare la prima prova di una storia ragionata e documentata di Garibaldi, nè frigida nè passionata, nè piazzaiola nè scolastica, che prepari almeno le fondamenta della storia futura e cominci il giudizio della posterità; ricostruire al lume della critica e della ragione tutta intera la maravigliosa figura del gigante, rifondendola coi frammenti più preziosi offerti dalle opere precedenti e rassodandola sul suo eccelso piedestallo, col sussidio dei documenti più autentici e delle testimonianze più autorevoli che mi fosse dato raccogliere; rimontare fino alle origini della sua grandezza, cercandone nei primi ambienti in cui si svolse la sua gioventù, le cause ed i fattori; rifare con maggiore ampiezza e precisione la sua vita di marinaio e cospiratore; correggere, per ingrandirla e nobilitarla, la sua leggendaria odissea d’America, rifacendogli d’attorno, in una storia più veridica ed accurata di quel paese, una scena più pittoresca e più viva; difenderlo dalle partigiane contumelie, difenderlo ancora più dalle cortigiane piacenterie; cingere, se fosse possibile, d’aureola più luminosa il suo volto, ma segnarne al tempo stesso i chiaroscuri, notarne le disarmonie, confessarne le imperfezioni; affrontare, trepido ma non sgomento, l’enigma forte della sua anima, e senza lasciarmi intimidire dalla incantevole sfinge, nè arrestarmi ai primi aspetti del fenomeno, cercare di penetrarlo fino al fondo, fino a quella causa prima e a quell’idea madre che conciliigli opposti ideali in una sintesi suprema; rinnovare con maggior larghezza e precisione tecnica la storia delle sue campagne, fin qui immiserita o svisata, rivendicando da tutti i preconcetti di casta e di scuola le sue geniali qualità di capitano, e sfatando la badiale sentenza: «Fu un ardito guerrillero, non un generale;» questi sono gli scopi principali ed accessori, temerari, ma non superbi, di questo libro, che vorrebbe essere, se la materia rispondesse «all’intenzion dell’arte,» un ritratto ed un quadro, un saggio critico ed un racconto, una storia politica ed una storia militare.

Sarò io riuscito? È l’eterna domanda di chi fa, alla quale raramente soddisfa la risposta di chi giudica. In ogni modo questo so di certo, che dall’istante in cui la tentazione di mettermi a questo cimento mi colse, non ebbi più posa. Scrissi in America per aver libri; viaggiai mezza Italia per raccogliere documenti; tempestai di lettere e di quesiti centinaia di persone; ammucchiai nel mio studio monti di manoscritti e di volumi, da parecchi dei quali non trassi altro frutto che il perditempo e la noia di leggerli; misi a contributo di notizie tutti gli amici e commilitoni del Generale; osai persino salire, nella mia questua di documenti, le scale della Reggia, ridiscendendone, è vero, a mani vuote (e non certo per volontà di re Umberto), ma commosso e confuso dalle parole altamente benigne con cui il figlio di Vittorio Emanuele volle accogliere il mio annunzio e incoraggiare il miolibro.[1]Ma ohimè! Se lo scovare i documenti della storia passata nella polvere degli archivi e fra le tarme dei codici è cosa difficile, strappare le testimonianze della moderna alle mani ed alla bocca de’ contemporanei, lo è ancora più. Nessuno concede tutta la verità, o la concede pura, o la concede in tempo. Interrogate dieci persone, testimoni auricolari ed oculari dello stesso fatto: dieci risposte diverse. Chi fraintende il quesito; chi annega una briciola di notizia in una fiumana di ciancie; chi per la biografia dell’eroe vi dà la sua; chi risponde tardi, quando il capitolo è già scritto e l’informazione è divenuta inutile; chi non risponde affatto. Il giornale politico scrive pel suo Delfino, il documento ufficiale dice la verità ufficiale, il personaggio importante si tiene prudentemente abbottonato, il vecchio cospiratore continua a cospirare, il commilitone si vanta e lo sbarazzino inventa!

E ciò non ostante, convinto, malgrado tutti questi inciampi e questi sconforti, che gli elementi per avviare una intrapresa consimile a quella che io andavo vagheggiando esistessero e che anco i pochi da me raccolti potessero bastare; convinto anche più che per condurre a termine un’opera qualsiasi bisogna pure che qualcuno la incominci; trassi coraggio dal pensiero di Voltaire:que du moins j’aurai encouragé ceux qui me feront oublier,[2]e mi gettai allo sbaraglio.

Quali siano frattanto quegli elementi, a che si riducano i materiali di cui potei giovarmi, le fonti a cui attinsi, gli ausilii in cui potei confidare, è questo, se non m’inganno, il momento di dirlo e lo farò brevemente.

LeVitee leStoriestampate sino ad ora intorno a Garibaldi, si dividono in due categorie: opere di seconda mano, compilazioni, rifacimenti, compendi, ec., delle quali non accade occuparsi: opere in parte o in tutto originali, tolte a sorgenti genuine, suffragate da testimonianze solide e da autentici documenti, sulle quali soltanto si può fare un assegnamento e che non esitai di mettere a contributo.

E fra queste, intralasciate le opere di carattere generale o le memorie di soggetto più particolare, che si troveranno citate nel testo, ecco ad una ad una le principali:

Prima di tutte leMemoriestesse di Garibaldi confidate nel 1859 ad Elpis Melena (signora Schwarz) colle parole: «Bologna 29 settembre 1859. — I manoscritti da me rimessi, ad Elpis Melena sono scritti di mio pugno;» tradotte e pubblicate dall’Autrice in tedesco col titolo:Garibaldi’s Denkwurdigkeiten nach handschriftlichen Aufzeichnungen desselben und nach autentischen Quellen, etc., Hamburg, Hoffmann und Campe, 1861, che vanno dalla nascita dell’eroe sino al 1849 e debbon ritenersi il primo e fondamentale documento della sua vita. Il primo, ma non il solo nè indiscutibile, perchè l’Autore stesso, tradito dalla memoria o dalla fretta, cadde più volte in involontarie confusioni di date e di fatti, e mirando in alcuni punti a descrivere più la propria vita interiore che la esteriore, lasciò nel suo lavoro molte dimenticanze e desiderii.[3]

E dopo leMemorie autobiografiche edite, vengono in ordine di cronologia e d’importanza:

LaBiografia di Giuseppe Garibaldicompilata daG. B. Cuneo, Genova, R. Tipografia Ferrando di proprietà Martini (senza data di stampa); libretto di sole ottantaquattro pagine, ma prezioso di particolari, specie sulle gesta dell’eroe nell’Uruguay, e che essendo scritto da uno de’ più antichi e fidi amici di Garibaldi, dimorante con lui a Montevideo nei giorni stessi della memorabile guerra contro l’Argentina, è degno della massima fede.

Montévideo, ou une nouvelle TroieparAlexandre Dumas, Paris, Imprimerie Centrale de Napoléon Caix et fils, 1850; libro che sebben porti un nome alquanto sospetto all’esattezza storica, pure ha il valore indiscutibile d’essere fondato sopra molti documenti uruguajani citati nel testo; compilato sulla più grossa istoria del Wright,Le Siége de Montévideo, e in gran parte o dettato o riveduto dallo stesso generale Pacheco y Obes, ministro della guerra e capo della difesa di Montevideo, durante l’assedio, e autore a sua volta della

Réponse aux détracteurs de Montévideo, Paris, 1849; opuscolo ricco di documenti ufficiali e di testimonianze gloriosissime, onorevolissime al condottiero italiano; raccolte poi nellaLetteradiG. B. CuneoalCorriere Livornesedel gennaio 1847; e neiDocumenti intorno a Garibaldi e la Legione italiana a Montevideo, pubblicati per cura del colonnelloE. De Laugier, Firenze, Tip. Fumagalli, 1846.

Infine, tacendo per ora di altri opuscoli e giornali sulle vicende di quel periodo, che più tardi a suo luogo si troveranno, la

Reseña Historica Estadistica y Descriptiva con Tradiciones orales de las Repúblicas Argentina y Oriental del Uruguay desde el descubrimiento del Rio de la Plata, hasta el año de 1876, porFlorencio Escadro, Montevideo, Imprenta de laTribuna, Calle 25 de mayo, 124, 1876, dove si trova più d’un capitolo dedicato alle prodezze del nostro Eroe.

E passando con lui in Italia:

L’Écho des Alpes Maritimes; La Concordiadi Torino;L’Italia del PopoloeIl 22 Marzodi Milano, tutti giornali del 1848 che abbondano, quali più, quali meno, di particolari e aneddoti sul ritorno di Garibaldi in patria.

La Italia, Storia di due anni (1848-1849) diC. Augusto Vecchi, Torino, Tip. Scolastica di Sebastiano Franco e figlio, 1856, 2ª edizione; libro in cui Garibaldi campeggia, e scritto dall’autore con candidissima fede; ma, tranne che nei fatti di cui il Vecchi fu testimonio, o nelle parti documentate, da accettarsi con qualche cautela.

La Storia dell’Intervento francese in Roma nel 1849, del colonnelloFederico Torre, Torino, Tip. delProgresso, 1851;La Repubblica Romana del 1849, diG. Beghelli, Lodi, Società Cooperativo-Tipografica, 1874;L’Assedio di Roma, diF. D. Guerrazzi, Livorno, Tip. A. B. Zecchini, 1864; variamente pregevoli, masoltanto nelle pagine documentate, o avvalorate da testimonianze oculari, fondamenti di storia.

Garibaldi in Rom, Tagebuch aus Italien 1849, vonGustav Hoffsteter, già maggiore nell’esercito romano, Zurich, Schulbers, 1860. Diario indispensabile alla storia della celebre ritirata da Roma.

I Cacciatori delle Alpi comandati dal generale Garibaldi nella guerra del 1859 in Italiadi Francesco Carrano, capo di stato maggiore di Garibaldi, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1860. Racconto popolare. Libro fondamentale per la campagna di quell’anno.

Varese ed Urban nel 1859 durante la guerra per l’Indipendenza Italiana; notizie storiche raccolte e compilate su documenti dal sacerdoteGiuseppe Della Valle, Varese, Tip. Giuseppe Carughi, 1863. Preziosissima cronica.

I Mille, diGaribaldi, Torino, Tip. e Lib. Camilla e Bertolero, 1874; dove la storia s’intreccia al romanzo, e nelle stesse parti storiche l’autore non osserva abbastanza l’esattezza delle date, o confonde alcune particolarità; ma di cui basta il nome per testimoniare la importanza.

La Vita di Giuseppe Garibaldi, narrata dalP. Giuseppe da Forio, Napoli, St. Tip. Perrotti, 1862; compilazione laboriosissima in due volumi in-8º, e nel secondo, repertorio affastellato, ma fitto di articoli di giornali, di lettere di Garibaldi, o a Garibaldi, di squarci di libri, di documenti e materialid’ogni data, nel quale frugando con tatto e accortezza, si può accattare una messe di notizie.[4]

Le Memorie dell’ammiraglio ingleseSir Rodney Mundy,«Hannibal» at Palermo and Naples during the Italian Revolution 1859-1861. With notices of Garibaldi, Francis II and Victor Emmanuel, London, Murray, 1863; opera indispensabile.

Diario privato politico militare, dell’ammiraglioC. di Persano, nella campagna navale dell’anno 1860-1861, Torino, Roux e Favale. Un vol. in-8º, notissimo, indiscretissimo, utilissimo.

Abba Giuseppe Cesare,Noterelle d’uno dei Mille, edite dopo venti anni, Bologna, Zanichelli, 1880; gioiello di ricordi personali, legato in una forma di finissimo lavoro.

Aspromonte, ricordi storici militari, del marcheseRuggiero Maurigi, ec., Torino, 1862; eVerità sul fatto di Aspromonte, per un testimonio oculare, Milano,1862, pubblicato da A. Dumas; aiuti pregevolissimi, il primo più del secondo, alla conoscenza di molti particolari del triste episodio del 1861.

Politica segreta italiana(1863-1870), Torino, Roux e Favale, 1880; abbondante di documenti e di notizie, non sempre esatte, sul viaggio di Garibaldi in Inghilterra, e sul breve periodo d’Ischia, e però da usarsi con molta critica e cautela.

Garibaldi, diAlberto Mario; ritratto vigorosamente schizzato, che direi tra i più somiglianti, se in molti tratti non si risentisse troppo della nota fede e del noto entusiasmo dell’autore; ma per tutti quegli episodi del 1860, del 1866, del 1867, di cui il Mario stesso fu partecipe e spettatore, autorevole come una storia.

Storia della Insurrezione di Roma nel 1867, perFelice Cavallotti, continuata daB. E. Maineri, Milano, presso la LibreriaDante Alighieri, 1869;L’Italia nel 1867, storia politica e militare, ec., perGustavo Friggesy, comandante la seconda colonna nelle giornate di Monterotondo e Mentana, Firenze, 1868; per giudizi molto discutibile, per copia di documenti e valore di testimonianze assai autorevole.

Garibaldi et l’armée des Vosges. Récit officiel de la campagne, avec documents etc., par le général Bordone, chef d’état major de l’armée des Vosges, Paris, Librairie internationale, 1871; e il titolo solo ne dice la importanza. — E per quanto poi sia difficile vincerne la ripugnanza, utile a consultarsi.

Garibaldi, ses opérations en l’armée des Vosges, par Robert Middleton, Paris, Garnier frères, 1872; non foss’altro come documento del furore d’ingratitudine a cui il rimorso d’un beneficio immeritato può trasportare la bestialità umana. — Dal laido libro ne ristorerà per la festiva vivacità.

La Camicia rossa in Francia, diG. Beghelli, Torino, Civelli, 1871; eI Garibaldini in Francia, diJessie White Mario; florilegio delicatissimo di esempi di carità e di valore dato da quei generosi che, sotto le insegne del Capitano dei Mille, andarono a restituire alla Francia agonizzante il sangue di Magenta e di Solferino.

E quando io abbia aggiunto a tutto ciò i Documenti e le Lettere che si possono cavare dalle grandi Raccolte e dagli Epistolari politici più noti; quali: l’Archivio Storico triennale delle cose d’Italia; iDocumenti della Guerra Santa; laStoria documentata della Diplomazia Europea, diNicomede Bianchi; i Documenti ufficiali pubblicati dal Governo, specialmente nei due momenti d’Aspromonte e di Mentana; gliAtti della Camera dei Deputati; iDiscorsi Parlamentari del conte di Cavour, editi da Giuseppe Massari; gliEpistolari, delLa Farina, dell’Azeglio, delPanizzi, delPallavicino; e infine le innumerevoli lettere del Generale, gettate, spesso per isconsiderato zelo di imprudenti amici, ai quattro venti della pubblicità, e dal 1859 stampate in tutti i maggiori giornali contemporanei; e poscia si compia questa giàtroppo lunga rassegna, col ricordo delle principali e più accreditate storie generali politiche e militari; notevoli tra le prime laStoria in continuazione del La Farina, delloZini, e laCronistoria dell’Indipendenza, delCantù;[5]indispensabili tra le seconde, oltre i Rapporti ufficiali dei quattro stati maggiori, italiano, francese, austriaco e prussiano, le istorie del Rustow, del Lecomte, del Pecorìni-Manzoni, del Chiala, del Corsi, del Ferrari, il lettore potrà formarsi un’idea approssimativamente esatta del materiale stampato sul quale io ho condotto questo mio lavoro, e dei principali criteri coi quali ne ho fatto la scelta e l’ho messo in opera.

Ma come io agognava a qualcosa di più d’un semplice lavoro di rifusione e di critica, nè potevo accontentarmi di ritessere soltanto sull’ordito altrui, così mi posi tosto, come dianzi accennai, a cercare vicino e lontano, tra gli archivi pubblici e privati, dalla viva voce e dai ricordi manoscritti de’ principali cooperatori e confidenti del mio grande Protagonista, tutto quell’altro maggior soccorso di notizie, di testimonianze e di documenti, che mi fosse dato raccogliere e mi paresse atto a sindacare e correggere, schiarire ed integrare le opere già stampate.

Confesso però che la mèsse fu assai meno abbondante di quella che io aveva immaginata, e che certamente giace tuttora sepolta, non saprei se più per l’inabilità mia che non seppe dissotterrarla, o per l’inerzia di coloro che promisero e non diedero, furono interrogati e non risposero, per essere poi domani probabilmente i primi censori della mia fatica.

Tuttavia, ecco il fiore della raccolta:

Centosettantanove pagine autografe, scritte a matita, diMemoriediGaribaldi,[6]datemi da GiovanniBasso, vecchio amico e segretario del Generale; reliquia sacra del pensiero e del cuore, che non oserei gittar tutta in pascolo alla pubblica curiosità, e che custodisco religiosamente.

Le sue lettere a me, delle quali due o tre sole importanti a questo libro.

AlcuniDocumentiimportantissimi sulla vita del Generale a Montevideo, con isquisita cortesia e generosità raccolti per me da Don P. Antonini y Diez, ministro dell’Uruguay a Roma, e da suo zio il signor Giacomo Antonini, vissuto a lungo a Montevideo ed uno degli amici di Garibaldi sin da quei giorni.

UnDocumento storicosul quarantasette confidatomi, nel suo originale, dal generale Giacomo Medici.

La copia d’unaLetteradi Garibaldi ad Anita, datata da Subiaco, gennaio 1849, cortesemente regalatami dall’ingegnere Clemente Maraini.[7]

Un estratto dallaCronaca di Varesedel signorA. Moroni, diario fedelissimo del 1848, cortesemente concessomi dalla famiglia.

Moltibiglietti, lettere, ordini del giorno, decreti, ec. di Garibaldi, laboriosamente raccolti durante l’assedio del 1849, e liberalmente favoritimi dal mio buon amico e compagno d’armi, il colonnello Guglielmo Cenni, uno dei Mille, prode seguace del Generale dal 7 aprile al 1º ottobre 1860.

Un fascicolo diMemoriecorredate di documenti del luogotenente colonnello Gioachino Bonnet, che illustrano molte particolarità sin qui oscure della fuga di Garibaldi per le valli di Comacchio, e gettano una luce nuova e inattesa sulla tragica catastrofe di Sant’Alberto.

Un fascicoletto diRicordi autografi sull’assedio di Roma e il battaglione dei Volteggiatori Lombardidel luogotenente colonnelloCadolini, uno dei prodi difensori e feriti del Vascello.

Un grosso quaderno diRicordidel generale Gaetano Sacchi, riguardanti principalmente gli anni di Garibaldi in America, coll’aggiunta di molti particolari poco noti sul 1848, l’assedio di Roma, la campagna del 1859, la spedizione di Sicilia, vero tesoro per me, e dopo gli autografi del Generale, la gemma più ricca che dia qualche pregio a questo libro.

E finalmente passando dai documenti inediti alle testimonianze, molti appunti da me presi sotto dettatura: dal signor cav. Antonini y Diez predetto, circa Montevideo; dal signor Andre nizzardo, circa i primi anni di Nizza; da Giovanni Basso, sui viaggi marittimi; da Menotti Garibaldi, sulla sua famiglia,da Francesco Crispi e dal generale Türr, sulla spedizione del 1860; dal dottor Ripari, sopra alcuni particolari del 1861; e da molti altri amici e commilitoni, che anche in brevi parole, o mi porsero uno schiarimento, o mi ravvivarono un ricordo, o mi indicarono una fonte, ed ai quali tutti, qualunque sia la forma e la misura della loro cooperazione, attesto qui dal più vivo dell’animo la mia sincera e profonda gratitudine.

Ed ora che ho candidamente esposto il disegno, i mezzi e gli stromenti di questa mia qualsiasi opera, vegga il lettore se io era degno di intraprenderla e la giudichi. La giudichi con severità, se vuole, ma con larghezza. Vegga se in queste pagine vi trova per avventura un Garibaldi più umano e più storico, ma per ciò appunto, se fosse stato colto nella sua vera luce, più bello e più grande, e si pronunci. Non perdoni ad alcun errore essenziale, non assolva alcun giudizio arbitrario, non mi licenzi alcun tratto capriccioso; ma non mi passi al lambicco e al microscopio, non mi danni al foco eterno pel primo peccatuccio veniale, non s’arresti qua ad una data forse non bene accertata, là ad una variante forse non interamente testimoniata, altrove ad una sfumatura di tinte forse non perfettamente indovinata: m’avverta e mi corregga anche di questi falli; ma non mi sentenzi e non mi decapiti per questi. Però se mi troverò in faccia al primo sistema di critica, ascolterò con attenzione le accuse, piegherò il capo a tutte le motivatesentenze e cercherò di fare ammenda delle colpe. Se mi capiterà tra’ piedi il secondo, tirerò via scrollando le spalle e disprezzando. E il disprezzo d’un galantuomo fa poco rumore, ma picchia lo stesso nella coscienza di chi l’ha meritato.

E non mi si ridica quel che già mi son sentito dire a proposito del mioNino Bixio, che per Garibaldi l’ora della storia non è ancora suonata. Curioso orologio codesta Istoria che per disporsi a suonar la sua ora sta sempre fermo e non comincia mai a battere i primi minuti!

Ma io sospetto forte che codesta frase fatta non sia mai stata altro che il sotterfugio di qualche furbo, il quale non avendo i suoi conti ben chiari colla storia non trova mai il tempo d’aggiustarli. Devo averlo detto altrove, ma è il caso di ripeterlo: la storia è l’eternodivenirehegeliano. I contemporanei la incominciano, i posteri la continuano e la rifanno perpetuamente. Ciascun secolo la impronta del proprio suggello arrecandovi il tributo di nuove idee e nuovi fatti, ma insieme l’ingombro di nuovi errori, di nuovi pregiudizi, e nuove passioni. Però coloro che sperano l’intera verità storica dalla posterità, non sono più saggi di coloro che attendono la rivelazione dell’essere dalla ragione umana. Per essi il Macaulay diceva: «Ritratti o Istorie che possano offrire la verità tutta intera non se ne danno; ma i migliori ritratti, i migliori racconti sono quelli in cui certi lati della verità sono presentati in maniera tale da produrre,con quanta maggiore approssimazione sia possibile, l’effetto dell’insieme.[8]»

E concediamo facilmente che la verità storica posseduta dai viventi sia minore di quella accumulata dai pronipoti; ma a chi appena riguardi vedrà la maggiore ricchezza di questi non essere altro ancora che il frutto e l’eredità del lavoro di quelli. Oltre di che, se la storia contemporanea non può sempre per ragioni d’opportunità o di prudenza tutto dire e tutto svelare, quelle medesime ragioni, quando siano espressamente dichiarate, sono di per sè sole un fatto della storia. Il riserbo che uno storico, coetaneo ai fatti da lui narrati, deve professare per un partito o per una persona tuttora potenti; il pericolo di cadere sotto le forbici d’una Censura dispotica, o la tema di offendere un pregiudizio legittimo od un sentimento popolare, tutti questi ed altri motivi di silenzio o di dissimulazione sono altrettanti indizi delle condizioni di un tempo e d’una civiltà; e quando Tacito ritornava desiderando in quellarara temporum felicitate ubi sentire quæ velis et quæ sentias dicere licet,[9]tratteggiava con un tocco solo l’età dei Claudi e dei Neroni, meglio che avrebbe potuto fare con una intera cronaca di fatti. Lasciamo dunque ai pusilli, ai mediocri ed ai tristi la paura della Storia; gli atleti come Garibaldi, che l’hanno sfidata viventi, che l’hannoscritta col loro sangue e glorificata colla loro vita, non la temono morti.

Ma prima di prendere commiato dal benigno lettore, mi preme di sbarazzare a me il terreno, a lui forse la mente da una ultima obbiezione; un’obbiezione che non mi fu fatta, è vero, direttamente, ma che mi parve risonare con una nota dominante e un ritornello preferito nell’universale epicedio che la terra tuttora sbigottita e commossa non è stanca di sciogliere sulla tomba del suo maraviglioso figliuolo.

Si dice che Garibaldi non è una persona, ma una personificazione; non è un uomo, ma un mito; laonde chi lo aggrava di una cappa storica, e lo costringe nelle seste della critica e lo rapisce ai liberi cieli della leggenda e della poesia, lo offusca e lo impiccolisce. Io non lo credo: io sento quanto altri tutto ciò che vi è in lui di straordinario, di fenomenale, di difficilmente riducibile, starei per dire, al comun canone umano; ma d’altra parte, come nessuno vorrà obbligarmi a credere al miracolo ed a contribuire ad una deificazione, così persisto nel ritenere che quanto più avremo studiato l’uomo portentoso nelle cause e nelle leggi naturali e storiche che l’originarono, e tanto più il portento ci apparirà grande e raggiante di quella luce meno fantastica e abbarbagliante, ma più intensa e più durevole che irradia soltanto dall’inestinguibile focolare della verità.

L’Etna è forse il più favoloso e mitologico di tuttii monti della terra: pure soltanto l’alpinista ardito che, di girone in girone, su per le sue spalle di lava, n’abbia raggiunto il cratere, può comprenderne la terribilità maestosa ed evocare nella fantasia i giganti fulminati che vi stanno sepolti. Così di Garibaldi, la sua leggenda parrà tanto più meravigliosa e sarà tanto più indistruttibile quanto più s’imbaserà largamente nella Storia, e il Critico futuro sentirà palpitare, sotto la spoglia granitica del nuovo Titano italico, le carni d’un uomo.

Nè la Storia nocque mai alla leggenda; spesso ha sfatato la spuria, fiore artificiale della rettorica letteraria, del fanatismo politico, o della superstizione religiosa; ma ha rispettato quella legittima, frutto della ingenua e calda fede popolare, anzi più d’una volta ha aiutato ad allargarla, a schiarirla, e interpretarla.

Quanto non si è scritto di critica storica, e per tacere degli eroi leggendari di Grecia e di Roma, intorno a Carlomagno e a’ suoi Paladini; al Tell ed a Giovanna d’Arco; al Re Arturo e a Federico Barbarossa! Ebbene, hanno essi perduto alcuna parte della loro poetica vita? V’è egli, non dirò poeta e romanziere, ma storico e filosofo, che neghi o rifiuti, e non adoperi sovente come simbolo e personificazione della nobiltà cavalleresca, della fede, della patria, dell’autorità, della forza, dell’amore, della sventura, quelle romantiche creazioni della medioevale fantasia?

Nè bisogna scordarsi che una trasformazione totale dell’uomo storico nell’eroe favoloso, quale avvennenella culla del mondo greco o negli albóri del mondo cristiano, non è più possibile. Per sostenerlo converrebbe immaginare non solo un regresso della civiltà fino all’infanzia e quasi alla barbarie, ma una scomparsa universale di tutti i ricordi, di tutti i documenti, di tutti i monumenti della Storia, il che per lo meno è tanto lontano quanto la scomparsa della terra stessa.

Ma finchè l’incivilimento, con tutti gli strumenti e le forze da lui accumulate, esista; fino a che la stampa, formidabile divinità, signoreggi nel mondo, e possa con milioni d’occhi scrutare, e milioni di bocche denunziare, e milioni di pagine perpetuare le azioni anco de’ più ascosi mortali, non ci sarà fede creatrice di popoli, nè genio inventivo di poeta che possa sviluppare un uomo della Storia dalla realtà che da capo a piedi lo fascia, sottrarlo al sindacato della ragione critica che da ogni parte lo assale, svellerlo totalmente dalla terra per sublimarlo alle nubi e farne una costellazione del cielo.

Orlando o Maometto, Spartaco o Cesare, la forma e il grado di trasfigurazione che le età nuove consentiranno oramai ai loro grandissimi, non potranno oltrepassare i confini d’una contemplazione commossa della loro umanità e d’una glorificazione entusiasta della loro virtù.

Guardate Washington e guardate Napoleone. Quali figure, in diverso e quasi inimico aspetto, più colossali e più degne delle apoteosi dell’epica! Eppure nonostante il culto consacrato all’uno dagli eredi beneficati d’un sublime retaggio di Libertà, all’altro dai superstiti d’una gigantesca epopea, nessuno di loro potè sfuggire alle leggi della sua civiltà e del suo tempo, e pur restando entrambi sul loro piedistallo maravigliosi, nessuno riuscì a divenir leggendario. Così, senz’alcun proposito di istituir confronti, che la fortuita vicinanza di questi tre nomi potrebbe far sospettare, così Garibaldi.

Egli torreggia già sull’Olimpo e salirà, salirà ancora, ma sciogliersi interamente nelle nebbie della leggenda, gettare la sua personalità e responsabilità d’uomo non lo potrà mai. La Storia lo ebbe, e la Storia lo terrà. Dica pure Dante a Virgilio:

Mai non pensammo forma più nobiled’eroe...........

Mai non pensammo forma più nobiled’eroe...........

Mai non pensammo forma più nobile

d’eroe...........

Livio giustamente risponderà sorridendo:

È de la Storia, o poeti,de la civile Storia d’Italiaè quest’audacia tenace ligure,che posa nel giusto, ed a l’altomira, e s’irradia nell’ideale.[10]

È de la Storia, o poeti,de la civile Storia d’Italiaè quest’audacia tenace ligure,che posa nel giusto, ed a l’altomira, e s’irradia nell’ideale.[10]

È de la Storia, o poeti,

de la civile Storia d’Italia

è quest’audacia tenace ligure,

che posa nel giusto, ed a l’alto

mira, e s’irradia nell’ideale.[10]

Padova, 15 giugno 1882.

Giuseppe Guerzoni.

FAC-SIMILE DI DUE PAGINE DELLE MEMORIE DI GARIBALDI

FAC-SIMILE DI DUE PAGINE DELLE MEMORIE DI GARIBALDI


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