Capitolo Decimo.DA CAPRERA AD ASPROMONTE.[1861-1862.]
Garibaldi è sparito per alcuni istanti dalla scena del mondo, ma il suo spirito è dovunque presente; egli non è più che un’ombra romita sopra un’isola deserta, ma l’eco del suo nome risuona fra i popoli più lontani, e il poema delle sue gesta empie la terra. Nessuna impresa era parsa più maravigliosa della sua. Ben altri prodigi di guerra aveva veduti il secolo nostro; di ben altre catastrofi di regni e rivolgimenti di popoli era stato testimone e narratore; ma lo spettacolo d’un uomo che seguíto da una falange quasi inerme varca incolume i mari, conquista isole e continenti, rovescia in poche settimane uno de’ più antichi troni d’Europa, ma per donarlo, s’impossessa d’una delle più felici contrade del mondo, ma per redimerla, dà terribili colpi se combatte, ma vince più coll’amore che coll’armi, disperde col solo apparire gli eserciti nemici, s’arma e ingrossa per via camminando e combattendo, vola con rapidità cesarea dall’estremo capo d’un Regno alle porte della sua Capitale, e colà giunto, basta il rosseggiare del suofantasma, basta il rumore ancor lontano del suo passo perchè il Re nemico gli abbandoni la reggia de’ suoi padri e la metropoli de’ suoi Stati, ed egli, il taumaturgo, vi entri solo e sereno come ad un convegno festivo, sorridendo alle soldatesche nemiche rimaste a vano presidio, non curando i cento cannoni puntati sul suo cammino, e trionfando più glorioso e sicuro che se l’avessero seguito le legioni di Cesare dopo Ilerda e dopo Farsaglia; uno spettacolo simile, diciamo, la storia non lo vide e non lo raccontò mai, o l’avrebbe esigliato, quasi incredula, nell’età eroica de’ miti e delle leggende.
E dicasi pure che veduti dappresso la leggenda si sfata e il prodigio dilegua; dicasi pure che l’albero della tirannide borbonica era ormai fradicio, e che Garibaldi non ebbe che urtarlo col dito per atterrarlo: varrà, ancora, per risposta quella che già diede un celebrato diario inglese:[164]«Chi se non lui conobbe che il momento della maturità era giunto; chi se non lui ebbe occhio per vedere che l’ora di colpire era venuta, discernendo il punto in cui l’impossibile diventa possibile, nel che, secondo il De Retz, sta la prima dote dei grandi uomini di Stato?»
E quando lo si accetti con la debita discrezione, nemmeno quest’ultimo attributo reputiamo improprio. Anco Garibaldi fu, in un dato momento e in un certo senso, un grande uomo di Stato. Lo fu in una guisa tutta sua ed originale; lo fu più per quell’istinto che tien luogo di genio, che per coscienza; lo fu come lo poteva essere un Capitano che non ha altro Stato fuor che quello misurato dalla sua lancia, e pianta e spiantail suo governo colla sua tenda; ma, rispetto alla missione ch’egli s’era assunta, lo fu. Due fini gli erano imposti nell’Italia meridionale: liberar quei popoli; consegnarli liberati alla legittima Podestà ch’essi invocavano; e chi sappia sorvolare all’inezia de’ particolari, riconoscerà che a quei fini egli adempiette nel più breve tempo, colla maggior concordia e col minor danno possibile.
Che a lui sian mancate le doti dell’Amministratore e del Legislatore, fu abbastanza ridetto, e l’Italia, se appena conosceva la di lui vita, poteva aspettarselo; ma che quelle doti colaggiù, in quelle condizioni, gli potessero grandemente giovare, dubitiamo assai forte. Fosse stato pieno la mente di sapienti concetti legislativi, gli sarebbe pur sempre mancato il tempo ed il modo di effettuarli. Sfasciare uno Stato per ricostruirlo a un tempo, dettar buone leggi sotto il cannone, e meglio che dettarle farle obbedire, aver mestieri di governare col popolo e tenerlo a dovere, inducendolo a sopportare i freni e i carichi degli Stati ordinati, è cosa da pochi; non riuscita, che sappiamo, ad alcuno in Italia, e che, molto meno, poteva riuscire a Garibaldi.
Oltre di che, è egli vero che tutte le provvisioni e le leggi prese o scritte in suo nome nel Mezzogiorno siano state del pari improvvide o stolte? A dire il vero un siffatto quesito si converrebbe meglio in una storia della Dittatura che in una vita di Garibaldi, e ciò per quella ragione, già altrove toccata, ma che giova il rammentare, che dei tanti decreti firmati da Garibaldi Dittatore ben pochi sono quelli, di cui egli abbia avuto chiara coscienza, e gli spetti perciò la piena ed intera responsabilità. Consiglio e fattura de’ suoi Prodittatori e Ministri, ad essiil risponderne! Tuttavia chi voglia accomodarsi d’una finzione legale, e nel Dittatore impersonare tutta la Dittatura, troverà che personificatori e personificati hanno a temere il giudizio dell’equa posterità men di quanto fu scritto.
E non si parli della promulgazione dello Statuto sardo e delle altre leggi che ne sono adempimento; atto lodevole, per fermo, ma assai più politico che amministrativo, di cui furono ottime le intenzioni, ma assai remoti gli effetti. Parliamo soltanto di quelle provvisioni che rendevano testimonianza d’un concetto e d’un indirizzo governativo, che miravano ad un fine pratico e vicino, di cui si poterono vedere sin da principio i frutti o almeno i germogli.
In paese dove la magistratura era apparsa troppe volte strumento servile della tirannide, la purificò dagli elementi più screditati ed aborriti, riordinò i Tribunali, rintegrò, dopo il breve interregno delle Commissioni speciali, le Corti ordinarie, avviò il corso regolare della giustizia, ne ravvivò la fede ed il decoro.[165]E in quelle medesime contrade dove la Polizia non aveva lasciato nella mente altra immagine che quella di un’occulta veheme di delitti e di sangue, e dove nessuno de’ suoi vecchi arnesi era stato risparmiato dalla vendetta popolare, restaurò colla stessa legge sarda la pubblica sicurezza; istituì i corpi delle Guardie e de’ Carabinieri, e li rese rispettati; ottenne una tregua ai reati che parve portentosa.
Fallitogli il nobile tentativo di estendere alla Sicilia, ineducata al debito dell’armi, la legge uguagliatricedella coscrizione, introdusse nel suo esercito le ordinanze e persino avrebbe voluto le assise piemontesi;[166]e frattanto diè vita così al di qua come al di là dello Stretto alle prime Legioni di quella Guardia Nazionale, che fu, specialmente a Napoli, esemplare tutela d’ordine e di sicurezza. Riaprì ed avviò a nuovo indirizzo le Scuole, i Licei, le Università; riordinò il Museo napoletano; fondò a Palermo una Scuola militare per gli adolescenti, ed a Napoli un Collegio gratuito pei figli dei popolani poveri.[167]Aprì in Napoli dodici Asili infantili;[168]assegnò mille scudi annui agli scavi di Pompei; spegnò i piccoli pegni del Monte di Pietà;[169]decretò il miglioramento delle Carceri[170]e la scarcerazione dei prigionieri politici; abolì il nefando privilegio della Comune di Pizzo,[171]benemerita ai Borboni della morte di Murat; accordò pensioni alle famiglie dei morti o mutilati per la patria; perdonabile anche quella alla madre ed alle sorelle di Agesilao Milano; come perdonabile che un uomo siasi creduto in diritto di dare la propria testa per liberare la terra da quel mostro, che passò nella storia col nome di «Re Bomba.»
Abolì le decime e le manimorte; incamerò i beni reali ed ecclesiastici, assegnando però una pensione ai Vescovi ed una cassa di sussidio al Clero minore; soppresse infine l’ordine dei Gesuiti, ma ne tolse il diritto dalla storia e l’esempio da tutta l’Europa civile.
In fatto poi di Finanza camminò sulle orme di tutti i Governi rivoluzionari; annullò l’odiosa gabella del macino, come l’aveva annullata la rivoluzione del 48; abolì, anzi bruciò pubblicamente la carta bollata; decretò, sogno onesto, la soppressione graduale del lotto, surrogandovi le Casse di Risparmio; atterrò ogni barriera doganale tra Sicilia e Napoli; fece prestiti e convertì la Rendita pubblica;[172]ma quando il bilancio siciliano fu sottoposto all’esame del Parlamento, restò bensì controverso se avesse lasciato risparmi, e fu disputabile se quei prestiti potevano essere contratti a condizioni più laute; ma nessuno, nemmeno il più acuto e facondo economista della Camera,[173]potè tassare l’Amministrazione della Dittatura, nonche d’abusi e di malversazioni,[174]di gravi irregolarità. Il maggiore addebito che potè essergli rivolto fu d’aver ecceduto nella largizione degl’impieghi e nel dispendio de’ salari. Ma se il Farini potè dire, difendendo dalla medesima accusa il bilancio dell’Emilia: «Non nego siansi collocati in impiego uomini nuovi. Fu principalissimo intendimento del Governo di chiamare ne’ primi posti di fiducia que’ cittadini che per causa di libertà avevano sofferto persecuzioni ed esiglio. Ed infra i dolori che tormentano chi in tempi nuovi è chiamato ad amministrare la causa pubblica, rammenterò sempre fra’ più acerbi quello di non poter esaudire tanti uomini sventurati, che, in nome delle loro famiglie, in nome della fede politica, invocano un collocamento, cui credono aver loro dato diritto le sventure patite;» perchè non si meneranno buone le stesse ragioni alle Dittature di Napoli e di Sicilia, dove la febbre degl’impieghi e delle pensioni scoppiò con tutti i sintomi d’un fiero contagio; dove i patriotti, che nel 1848 avevano «salvato la patria,» che nel decennio avevano patito nelle prigioni e negli esigli, pullulavano a sciami dal suolo; dove certamente lo strazio d’onest’uomini, che aveva fatto il governo «negazione di Dio,» era stato sì lungo ed immane?
Non è questa un’apologia, è pura difesa della verità. Errori la Dittatura di Garibaldi ne commise enon pochi; ne commise colla Prodittatura Depretis e colla Prodittatura Mordini, colla Segreteria Crispi-Bertani e colla Prodittatura Pallavicino; coi Ministri cavourriani e coi Ministri rivoluzionari; ma qual Governo non ne ha commessi? Quella stessa Luogotenenza regia che s’annunziava medicatrice di tutti i mali, e riparatrice di tutti i torti, succeduta alla Dittatura in giorni relativamente calmi, già queta la marea rivoluzionaria e ormai ridotta a un torneo innocuo la guerra, nuova di prestigio, di forza e d’autorità, quanti errori non commise ella in breve spazio di tempo? Quanto malcontento di popolo non suscitò; quante speranze non deluse, quanti pericoli non rinnovò? Fallirono a Napoli, l’uno dopo l’altro, il Farini e il principe di Carignano; a Palermo il Montezemolo e il Della Rovere, e non correranno molti mesi che Deputati di parte loro si leveranno nel Parlamento italiano[175]ad incolpare le Luogotenenze di torti e d’abusi anche maggiori di quelli ond’era stata incolpata la Dittatura; con questa sola, ma sensibile differenza, che mentre il Governo di Garibaldi era rimproverato d’aver troppo ciecamente favorito i rivoluzionari ed i repubblicani, il nuovo Governo di Vittorio Emanuele era accusato dello stesso favore a tutto beneficio dei Borbonici e dei reazionari.
Il primo atto di Garibaldi, rimettendo il piede nella sua Caprera, fu di levare le briglie e mandar sciolti per l’Isola i suoi due cavalli di battaglia, affinchè ad essi pure non fosse tardata quella libertà ch’egli venivaimpaziente a cercare. E ciò fatto tornò senz’altro al suo consueto tenore di vita, come se tutta quella splendida pompa di potere, di trionfi, di gloria, in che aveva vissuto sette mesi, non gli avesse lasciato nell’anima che sazietà e stanchezza. Deideri, il suo fedele amico e compaesano di Nizza, gli aveva fatto costruire, accanto all’antica, parte con danari suoi, parte col tributo d’altri amici, parte cogli stessi risparmi del Generale, una nuova casa più comoda e più signorile; pure l’antico mozzo gradì la sorpresa e ringraziò del dono, ma non volle abbandonare la sua vecchia casetta, costrutta in tanta parte col sudor della sua fronte; e continuò a dormire in quella medesima stanzetta a pian terreno, la prima a sinistra di chi entra, in cui aveva abitato la prima notte che ebbe un tetto nell’Isola.
Nel rimanente, si levava come per lo passato all’alba, il primo di tutta la colonia, e alternava le sue ore tra la pesca e la caccia (rese talvolta necessarie dalla mancanza del companatico quotidiano), e la coltura di que’ pochi frastagli di terreno che la roccia concedeva e ch’egli, con ingenua pomposità, decorava col nome di campi e di vigne. E il luogo più favorito di que’ giorni era ilFontanaccio, un quarto forse dei celebri quattro iugeri del Romano, tutto frastagliato e scaccheggiato per giunta di roveti e di scogli, e da cui Garibaldi s’era fitto in capo di cavare il suo podere modello. Ed era laggiù che voi potevate vederlo più di sovente, ora affaccendato a sterpare, a potare, a innestare, e qui a piantare un filare di magliuoli siciliani, là a zappare un quadrato di fave napoletane, più sotto a riparare dalle prime sferzate del grecale una buttata d’aranci novelli, più sopra a vegliare allo scavo d’un futuro pozzo artesiano; oraseduto sopra un certo gradino, naturale rialzo del terreno, col cappello sugli occhi e il sigaro spento nella mano, lo sguardo fisso sul mare, tutta la persona immobile e quasi abbandonata, a guatar nel vuoto, a fantasticare, a nuotare nel pelago infinito delle sue ricordanze e dei suoi sogni, tuffandovisi dentro colla voluttà del poeta:
E ’l naufragar m’è dolce in questo mare.
E ’l naufragar m’è dolce in questo mare.
E ’l naufragar m’è dolce in questo mare.
Non eran quelle sole le sue fatiche, un’altra men geniale gli era imposta dalla stessa celebrità cresciuta, ed era, o avrebbe dovuto essere, lo smaltimento della mole di giornali e di lettere che ad ogni corriere gli arrivava. È ben vero che dei giornali finiva a non leggerne più che tre o quattro (preferito a quei giorni ilMovimentodi Genova), e che delle lettere lasciava quasi tutta la briga al suo segretario Basso, od al primo amico che volesse rendergli quell’ufficio, il quale poi lettogliene sommariamente il contenuto, e separate quelle condannate al paniere, dalle poche ammesse all’onore d’una risposta, la scriveva ora sotto dettatura del Generale stesso, ora di suo capo, e poi, usanza tradizionale e tuttora inviolata in Caprera, la spediva irremissibilmente a chiunque si fosse «senza francobollo postale.»
E come le lettere, cominciavano a piovere da ogni parte le visite. Avreste detto che Caprera fosse divenuta la Mecca della Democrazia europea. Non passava venerdì che il postale di Sardegna non sbarcasse alla Maddalena una brigata più o men grossa di pellegrinanti a quella Medinat-al-Nabi dell’eroe; e come è facile immaginare, era un brulicame di tutte le razze e di tutti i colori. Col vecchio amico e commilitone veniva il curioso importuno e il piacentiere sguaiato:coll’innocente idolatra, alla conquista d’una firma o d’una fotografia, accompagnavasi lo scroccone volgare alla cerca d’un’elemosina o d’una commendatizia: le Deputazioni patriottiche, cariche d’indirizzi o di regali, gareggiavano colle ambasciate politiche, o politicanti, portatrici di piani di guerra o di abbozzi di programmi: la filantropessa inglese incontravasi colla emancipatrice americana e la socialista russa: gli emissari occulti di Mazzini s’incrociavano agli agenti segreti del Re: una carovana di emigrati veneti, trentini, istriani, romani, mescolavasi di continuo ad una processione interminabile di proscritti ungheresi, polacchi, spagnuoli, greci, russi, tedeschi, serbi, valacchi, insomma di tutto il mondo dove si sognava, si soffriva o si congiurava per una patria, e Garibaldi tutti accoglieva coll’usata cortesia ed ospitalità; un’ospitalità che poteva parere talvolta assai magra e quaresimale a chi la riceveva, ma che riusciva, per il gran numero, dispendiosissima e soverchiante a chi la dava.
Ma ognuno intende che siffatta pace non era che apparente. «Cincinnato» (il soprannome, divenuto poi volgarmente sazievole, gli fu imposto a que’ giorni) era tornato suo malgrado all’aratro, e ben diverso dal romano, non avrebbe accolto sospirando gli oratori del Senato che gli offrivano la Dittatura. Le parole del suo ultimo bando ai Volontari: «Se il marzo del 61 non trova un milione d’Italiani armati, povera libertà, povera vita italiana!...» non erano, sulle sue labbra, una figura rettorica; non è retore mai chi è pronto a confermare la frase col sangue; ma voto ardente e convincimento profondo dell’animo suo. Sinceramente egli credeva che la prossima primavera del 1861 non potesse passare senza una grande conflagrazione di popoli; vedeva già l’Ungheria e i PrincipatiDanubiani insorti: non dubitava un istante che, gettata una scintilla, tutta l’Europa, da Mantova a Galatz, andasse in fiamme: affermava che era un sacro dovere l’Italia farsi antesignana e aiutatrice del grande riscatto, e capitanarlo.[176]
Nè a questo pensiero frammischiavasi alcun intendimento di ribellione. Non solo Garibaldi tenevasi stretto per debito di lealtà alla bandiera di Marsala; ma credeva più che mai che in quella sola stesse la salute d’Italia. Soltanto voleva, e qui rincomincia il suo dissidio col conte di Cavour, che il Governo scrollasse il giogo umiliante delle alleanze straniere, della napoleonica principalmente, raccogliesse in un fascio solo tutte le forze vive combattenti dell’Italia, e, senza riguardo a colore e partito, le avventasse tutte insieme all’ultima battaglia della redenzione d’Italia. «Che il conte di Cavour armi (diceva un giorno a Caprera a due suoi amici[177]), ed io sono politicamente con lui,» e in questo concetto stette prima, stava allora, starà poi tutta la sua politica. E dicasi pure che un simile linguaggio nascondeva una condizione imperiosa,e, se vuolsi, anche una minaccia; ma non poteva dirsi ancora un cartello di sfida e una manifesta ribellione. Garibaldi era sempre nella legalità. Voleva spingere, spronare il Governo; ma il proposito di forzargli la mano e di trascinarlo a forza non gli era spuntato ancora nell’animo, o almeno da nessun suo scritto o discorso traspariva. E di ciò fanno principale testimonianza queiComitati di provvedimento per Roma e Venezia, progenie diretta di quelli che il Bertani aveva già fondati per la Sicilia, e che Garibaldi aveva consentito a ricostituire siccome gli organi destinati a dar vita e disciplina a quel concetto di armamento universale della nazione, che era, a’ suoi occhi, lo stromento ed il simbolo insieme d’ogni vera rigenerazione. Nella mente sua siffatti Comitati dovevano essere aiuto, non impedimento, al Governo: propagare le idee, preparare gli animi, ordinare le forze, apprestare i mezzi, come già erano stati apprestati per Marsala, ma senza sconfinar per anco dalla legge; procedendo sempre d’accordo col Governo che la nazione s’era dato, rammentando il giuramento fatto al suo Re, e attendendone il cenno, che non parevagli poter essere lontano.
«Io desidero[178](scriveva al segretario de’ Comitati,Bellazzi) l’apertura concorde di tutti i Comitati italiani per coadiuvare al gran riscatto. Così Vittorio Emanuele, con un milione d’italiani armati, questa primavera chiederà giustamente ciò che manca all’Italia.» E due settimane dopo, agitatosi e deliberato dalla Presidenza de’ Comitati il programma definitivo dell’Associazione, scriveva anche più esplicitamente:
«Accettando la presidenza dell’Associazione dei Comitati di provvedimento e dando la mia adesione ai tre articoli formulati dall’Assemblea generale il 4 di questo mese, nomino come mio rappresentante presso il Comitato centrale il generale Bixio, autorizzandolo a farsi sostituire, occorrendo, da una terza persona di sua piena fiducia.[179]Il Comitato centrale, invocando il patriottismo degli Italiani, insisteva tenacemente presso tutti i Comitati di provvedimento, eccitandoli a promuovere nuove oblazioni tra i nostri concittadini, e a riunire tutti i mezzi necessari ad agevolare a Vittorio Emanuele la liberazione della rimanente Italia.Altra delle precipue cure del Comitato centrale dovrà essere quella di istituire Comitati in tutti i punti della Penisola, ove non esistessero ancora, onde al più presto da un capo all’altro d’Italia, non esclusa la Venezia nè Roma, si trovi l’associazione organizzata, ed operi simultanea, concorde e rapidamente, obbedendo a un medesimo impulso.Il Comitato centrale dovrà, come parola d’ordine di tutti i giorni, d’ogni momento, ripetere incessantemente a tutti i Comitati e cercare per ogni altra via di farlo penetrare nell’animo di tutti gl’italiani: — che nella prossimaprimavera di quest’anno 1861 deve irremissibilmente porre sotto le armi un milione di patriotti, unico mezzo a mostrarci potenti e farci veramente padroni delle nostre sorti e degni del rispetto del mondo che ci contempla.»Credo debito mio rendere avvertiti i Volontari che nessun arruolamento è stato da me promosso, nè consigliato per ora.»Un giornale col titolo diRoma e Venezia(il quale, ispirandosi ai concetti enunciati, predichi la necessità dellaGuerra santaa far cessare una volta la vergogna che pesa sull’Italia, e che in pari tempo inculchi agli elettori, come uno dei mezzi più efficaci a raggiungere l’intento, la scelta dei deputati, che mirando anzitutto al totale affrancamento ed integrità d’Italiaimpongano al Governo il generale armamento della nazione) deve essere fondato in Genova senz’altro indugio.»
«Accettando la presidenza dell’Associazione dei Comitati di provvedimento e dando la mia adesione ai tre articoli formulati dall’Assemblea generale il 4 di questo mese, nomino come mio rappresentante presso il Comitato centrale il generale Bixio, autorizzandolo a farsi sostituire, occorrendo, da una terza persona di sua piena fiducia.[179]
Il Comitato centrale, invocando il patriottismo degli Italiani, insisteva tenacemente presso tutti i Comitati di provvedimento, eccitandoli a promuovere nuove oblazioni tra i nostri concittadini, e a riunire tutti i mezzi necessari ad agevolare a Vittorio Emanuele la liberazione della rimanente Italia.
Altra delle precipue cure del Comitato centrale dovrà essere quella di istituire Comitati in tutti i punti della Penisola, ove non esistessero ancora, onde al più presto da un capo all’altro d’Italia, non esclusa la Venezia nè Roma, si trovi l’associazione organizzata, ed operi simultanea, concorde e rapidamente, obbedendo a un medesimo impulso.
Il Comitato centrale dovrà, come parola d’ordine di tutti i giorni, d’ogni momento, ripetere incessantemente a tutti i Comitati e cercare per ogni altra via di farlo penetrare nell’animo di tutti gl’italiani: — che nella prossimaprimavera di quest’anno 1861 deve irremissibilmente porre sotto le armi un milione di patriotti, unico mezzo a mostrarci potenti e farci veramente padroni delle nostre sorti e degni del rispetto del mondo che ci contempla.
»Credo debito mio rendere avvertiti i Volontari che nessun arruolamento è stato da me promosso, nè consigliato per ora.
»Un giornale col titolo diRoma e Venezia(il quale, ispirandosi ai concetti enunciati, predichi la necessità dellaGuerra santaa far cessare una volta la vergogna che pesa sull’Italia, e che in pari tempo inculchi agli elettori, come uno dei mezzi più efficaci a raggiungere l’intento, la scelta dei deputati, che mirando anzitutto al totale affrancamento ed integrità d’Italiaimpongano al Governo il generale armamento della nazione) deve essere fondato in Genova senz’altro indugio.»
Questi e non più erano i pensieri di Garibaldi nel gennaio del 1861; che se mutarono in appresso, prepariamoci a seguirne le fasi ed a penetrarne le cagioni, cominciando però a notare attentamente le date, ed a rispettare la cronologia, che mai, come in questo periodo della vita dell’eroe, così copiosa di contraddizioni e di evoluzioni, meriterà il suo nome di «occhio della storia.» Non abbiamo negato mai, riconfermiamo anzi, che un siffatto programma poteva contenere in germe quel diritto dell’iniziativa individuale che fu per parecchi anni nel Parlamento e fuori la divisa della parte rivoluzionaria, o garibaldina che vogliasi dire; ma a’ giorni di cui discorriamo, quel germe non era ancora venuto a maturanza, nè l’idea, vagamente adombrata nelle sonanti frasi dei proclami, tradotta in una formola precisa, e soprattutto cimentata al paragone de’ fatti. Però di Garibaldi allora non disdice ripetere quel che un giornale massimo di parte moderata scriveva ancora con benignità di lui: «Se iComitati cammineranno come desidera il Generale, il paese l’asseconderà ed applaudirà, così come applaude ai generosi sentimenti, coi quali il generale Garibaldi desidera la concordia di tutti i partiti.[180]
Uno dei più intricati problemi, legati dalla rivoluzione al Governo italiano (gli spettava questo nome, dacchè il Parlamento, nella persona di tutti i rappresentanti della Penisola, aveva proclamato il Regno d’Italia e Vittorio Emanuele suo Re), era quello dell’esercito meridionale. Garibaldi nell’ultima sua lettera a re Vittorio[181]gli aveva detto: «Io imploro dalla Maestà Vostra che accogliate nel vostro esercito i miei commilitoni che hanno bene meritato della patria e di Voi;» ma egli ignorava probabilmente che non era in arbitrio di Re costituzionale il cedere o resistere a siffatta preghiera.
Infatti, due giorni dopo della partenza di Garibaldi, usciva unOrdine del giornodel Comando supremo dell’esercito, tradotto poi in Decreto,[182]in cui, proclamati i Volontari benemeriti della patria, li dichiarava però Corpo separato dall’esercito regolare, offriva ai gregari la scelta tra due anni di ferma o il congedo con tre mesi di soldo, ed agli ufficiali l’alternativa tra uno scrutinio de’ loro titoli fatto da apposita Commissione e la rinuncia della spada, mercè sei mesi di stipendio.
Questa provvisione, come era da attendersi, anzichè contentare, ferì nel vivo tutta la parte garibaldina, così la frazione militare come la politica, e la fece scoppiare in altissimi lai. Nè gli argomenti alle querele difettavano. O come, dicevasi, gridate benemerito l’esercito del Mezzodì e nell’ora stessa lo colpite di sospetti e d’ostracismo! Promettete che la milizia de’ Volontari sarà conservata e poscia collo spaventacchio della ferma di due anni in una mano e l’offa del congedo salariato nell’altra, la fate fuggire e la sciogliete! Accogliete senza tanta ritrosia nè inquisizione nelle file dell’esercito gli ufficiali ducali, granducali, borbonici, avanzi la maggior parte di corti servili e di caserme oziose, strumento fino all’ultima ora delle tirannidi domestiche, più corruttrici delle straniere, e codesti di Garibaldi, reliquie di tutte le battaglie italiane, li sogguardate con sospetto, li ponete al duro bivio o d’un sindacato umiliante, o d’una rinuncia prezzolata, e pareggiandoli alla bassa condizione di mercenari, li avvilite e li corrompete insieme?! Infine non è lecito, soggiungevano coloro che riguardavano le cose dal più alto punto della politica, disperdere in momenti così solenni tanto prezioso tesoro di giovani forze: il Governo, sacrificando il supremo fine dell’armamento nazionale a misere gelosie di parte o convenienze di persone, si chiarisce dimentico del primo fra i suoi doveri; e tenendo divisi i figli della stessa patria destinati a formare un solo esercito, sotto una sola bandiera, alimenta egli pel primo quel funesto antagonismo, che a parole tanto depreca, e prepara colle sue mani l’armi della discordia civile.
Ma nemmeno alla parte contraria facevan difetto le buone ragioni. L’armamento della nazione, ripeteva, è nei propositi del Governo; tanto vero che il decretodell’11 novembre conserva il Corpo dei Volontari e lo riordina. A due soli patti però era possibile dare una forma organica e durevole a una milizia siffatta: rendendone stabile la forza, mediante una ferma purchessia; depurandone i quadri, previa un sindacato. E come una lunga ferma obbligatoria repugnava alla natura ed al nome stesso di volontari, così quella facoltà, tanto censurata, di scegliere tra l’assoldamento e il congedo, diveniva una imprescendibile necessità. Nè diversamente poteva comportarsi quanto agli ufficiali. Una cerna era indispensabile, così per scemarne la quantità che per migliorarne la qualità. Non si dimentichi mai che erano settemila, circa un ufficiale ogni sei soldati;[183]che in mezzo a loro, tra non pochi egregi per singolari virtù militari e civili, parecchi non avrebbero saputo come giustificare le loro «favolose promozioni,» e moltissimi come chiarire la loro fosca origine e la lor dubbia vita; che perciò nessuno avrebbe potuto accoglierli alla cieca nelle file d’un esercito di specchiato carattere e di pure tradizioni, come il piemontese, dove i gradi erano sudato frutto non che del valore, dell’anzianità, dello studio, della esperienza, senza offendere l’esercito stesso e rischiare di corromperlo e scompaginarlo profondamente.
E ciò basti alla cronaca dell’increscioso litigio; chè il giudicarne sarà ufficio di più tarda e più fredda posterità. A parer nostro (è parere, non sentenza), si errava da entrambi le parti. Avevano torto i Garibaldini di presentare il conto, e torto il Governo di tirare di prezzo: torto i primi di querelarsi di unalegge, della quale, o per un verso o per l’altro, gli uni intascando il soldo e andandosene liberi, gli altri restando nelle file e aspettando a lor agio la conferma, tutti si avvantaggiavano; e torto il secondo di non avere, intorno a sì importante questione, un’idea netta e una volontà recisa, lasciando estendere e divampare, mercè una fiacca altalena di ripulse irose e di concessioni avare, un braciere di discordie che poteva riuscire funesto; torto infine tutti quanti permettendo che un alto problema di difesa nazionale immiserisse in un meschino piato di salari e di stipendi; talchè paresse che l’amor d’Italia fosse il pretesto, e il fine ultimo e vero, le spalline, le pensioni, la carriera di due eserciti rivali.[184]
E com’è naturale, ogni parola della gran contesa ripercuotevasi a Caprera: non passava corriere che Garibaldi non fosse costretto a riudire, dalle innumeri lettere e gazzette che da ogni dove gli fioccavano, l’eco delle lamentazioni de’ suoi compagni d’armi, accompagnata dalla pittura, più o men fedele, degli strapazzi e delle persecuzioni di cui il Governo li angariava; e non passava corriere che sulla fronte del Generale non calasse una nuova nube, e sull’anima, non per anco purgata dalla ruggine antica, non piovessero nuove e più acri stille d’amarezza. E non perchè egli desse ragione in cuor suo a tutte quelle querimonie, ma perchè colle sorti de’ suoi commilitoni, che non avrebbe mai potuto abbandonare senza parer egli medesimo improvvido ed ingrato, vedeva identificata la causa dell’armamento nazionale, dell’armamento, s’intende, quale lo concepiva egli, che era ormai il solo verbo della sua politica, il solo regolo delle sue azioni, l’unica corda vibrante nell’anima sua.
Quando però a quella dei Volontari venne ad intrecciarsi la questione delle provincie meridionali, enella stampa cominciò a rumoreggiarne e nello stesso Parlamento a penetrarne la discussione, ed ai richiami de’ suoi vecchi camerata vennero ad aggiungersi gli appelli de’ suoi amici di Palermo e di Napoli, che lo pregavano a riassumere nel suo patrocinio la causa delle loro provincie sgovernate, egli, che non aveva voluto accettare, sino allora, alcuna candidatura,[185]accetta quella del Collegio di Napoli offertagli come protesta; vi è eletto il 30 marzo alla quasi unanimità: parte il 1º d’aprile da Caprera; sosta poche ore del 2 a Genova, e riparte la sera stessa per Torino, deliberato a entrare egli pure in Parlamento ed a partecipare alla lotta.
La inattesa apparizione aveva sorpreso amici ed avversari.[186]Tuttavia, mentre i primi s’affrettavano a trarne profitto pei loro fini, i secondi non seppero con alcun onesto artificio e lieta accoglienza prevenirne gli effetti. I più importanti fra i Cavourriani,lungi dall’accostare il Generale per tentar d’illuminarne e correggerne le idee, affettavano di cansarlo; la stampa moderata lo apostrofava di superflue paternali e di alteri consigli; il Governo stesso, infine, aspettava proprio l’indomani del suo arrivo sul continente per far perquisire in Genova le stanze delComitato centrale di provvedimento, cercandovi, invano, indizi di arruolamenti, gettando in faccia al Generale ed alla parte sua una inutile od almeno intempestiva provocazione, aggiungendo nuova esca alle tante materie predisposte all’incendio. Conseguenza pertanto di questi due fatti furono le interpellanze del deputato Brofferio per chiedere ragione al Ministero della perquisizione di Genova e la interpellanza del deputato Ricasoli per invitare con indiretta, ma chiara intimazione il generale Garibaldi a scolparsi di certe parole, irriverenti al Re ed al Parlamento, attribuitegli dalla stampa e sollecitare al tempo stesso il Ministero a rispondere della di lui intenzione circa all’esercito dei Volontari. E poichè il Ministero non volle dare al Brofferio soddisfazione alcuna, anzi rincarò con parole, nè tutte giuste, nè tutte opportune, il torto di Garibaldi e de’ suoi; e al Ricasoli invece, quasi il suo invito non fosse che il frutto d’un tacito accordo, si dimostrò premuroso, anzi impaziente, di dar ragione; così la prima battaglia parlamentare tra la parte garibaldina e la cavourriana, quella battaglia preparata da dodici mesi di ostilità, di sfide, di scaramucce, desiderata forse più dai gregari, ma non saputa evitare con abbastanza prudenza dai capi, si annunciò ad un tratto imminente ed inevitabile.
Ed eccoci alle memorabili Tornate dei 18, 19 e 20 aprile. Fin dal 14 il Generale aveva inviato al Presidente della Camera una lettera ed un progetto di legge: nella lettera respingeva, sdegnando giustificarsene, le parole irriverenti al Re ed alla Rappresentanza nazionale, appostegli da’ giornali;[187]nel progetto di legge, ombra pallida del suo pensiero, consiglio e fattura de’ suoi amici, specie del Depretis, proponevacome rincalzo all’esercito l’istituzione delle Guardie nazionali mobili; chiamando a parteciparvi tutti i validi da’ diciotto ai trentacinque anni.[188]Ma il Governo, pure ammettendo la discussione della proposta, la fece rimandare agli Uffici e aspettò a piè fermo il giorno della interpellanza.
Il 28 aprile Garibaldi fece la sua prima entrata nel Parlamento italiano; e pari alla celebrità dell’uomo ed alla straordinarietà dell’evento fu l’aspettazione. Vestiva la stessa foggia che da Quarto in poi non aveva più abbandonato:sombrerospagnuolo in mano, camicia rossa,ponciogrigio; abbigliamento, se vuolsi, strano assai per un Parlamento, e nel quale si può anche convenire che talvolta si pavoneggiasse, ma che egli aveva fatto suo per quello spirito di originalità e d’indipendenza quasi selvaggia, che era l’essenza vitale del suo carattere; abbigliamento che egli preferiva alle sgarbate uniformi ed alle complicate bardaturedelle nostre mode per la ragione medesima, per la quale preferiva il suo scoglio di Caprera a tutte le metropoli del mondo, una zuppa di fave ai più elaborati manicaretti di Brillat-Savarin; che portava insomma perchè gli piaceva ed era cresciuto, ragazzo male avvezzo dal destino, facendo sempre il piacer suo, ma senza metterci, come fu detto, alcun recondito fine di teatralità, e certo senza sospettare di mancar di reverenza a chicchessia.
Lo accompagnavano, uno per fianco, quasi lo menassero prigione, il letterato Macchi e il professore Zuppetta, accompagnatura a ver dire poco marziale: quando comparve al sommo dell’ultimo settore di sinistra un uragano d’applausi scoppiò anche dalle ultime gallerie; e non poteva parere onore straordinario, se la stessa accoglienza era stata fatta all’ammiraglio Persano, e sarà tra poco ripetuta al generale Cialdini.
Cessate le salve festive, il fuoco vero cominciò. Anco un breve sunto di quelle tre giornate parlamentari esorbiterebbe da questo libro: bastino a ritrarne la fisonomia i tratti più caratteristici. Aperse il dibattimento il Ricasoli con un esordio, più solenne che necessario, conchiudendo colla domanda già annunziata circa ai Volontari in particolare ed all’armamento in generale, e invitando il Governo a dar spiegazione del suo ultimo decreto dell’11 aprile, pel quale erano istituiti i quadri di tre divisioni di Volontari, ma posti i loro ufficiali in disponibilità. Toccò a rispondere al Fanti, e fu, come al suo solito, infelice; lesse, con lena affannata e accento sbiadito, un lungo discorso infarcito di particolarità, di cifre, di citazioni, di raffronti non sempre appropriati; nel quale ricantate le note argomentazioni dell’impossibilitàdi tenere sotto le armi Volontari in pace, del soverchio numero degli ufficiali, delle promozioni favolose, della necessità d’una cerna, finiva dichiarando che nulla aveva da mutare, perchè in nulla aveva fallito, e invocava tranquillo la fiducia dalla Camera.
Fu allora la volta di Garibaldi. Ringraziò il Ricasoli d’aver posta quella importante questione; preludiò alla concordia; respinse da sè ogni imputazione di colpa in quel dualismo, cui il Barone aveva accennato, perocchè «tutte le volte che quel dualismo potrà nuocere alla gran causa del paese, egli piegò e piegherà sempre;» chiedendo soltanto «ai rappresentanti della Nazione, se come uomo egli avrebbe mai potuto porgere la mano a colui che lo fece straniero in Italia.» Se non che, a un certo punto, entrato a discorrere del suo esercito, senza alterazione, senza transizione di sorta, senza lasciar presentire ad alcuno la procella che stava per scatenare, esclama che i «prodigi dell’esercito meridionale furono offuscati solamente quando la fredda e nemica mano di codesto Ministero faceva sentire i suoi malefici effetti,» e come se ciò fosse poco ancora, punto badando all’agitazione che quelle prime parole avevan già suscitata in tutta la Camera, scaraventa in mezzo all’Assemblea, in faccia ai Ministri nient’altro che questo colpo di folgore: «quando l’amore della concordia e l’orrore d’una guerra fratricida, provocata da questo stesso Ministero....» e più forse avrebbe detto, se un tuono di grida indignate non avesse tronca a mezzo l’atroce ingiuria. Il conte di Cavour, pallido d’ira, balza dalla sua scranna e grida con quanto ha di voce: «Non è permesso insultarci a questo modo; signor Presidente, faccia rispettare il Governo ed i rappresentanti della Nazione;» il Presidente ammonisce,scampanella, si sgola a sua volta: la Destra e il Centro strillano, ululano, si dimenano come ossessi: la Sinistra è muta, stordita, quasi mortificata dalla sortita del suo Capitano; ma Garibaldi, con quella medesima ostinazione che sul campo di battaglia e quando più imperversa la bufera nemica lo faceva invincibile, ripete ancora con voce tonante: «Sì la guerra fratricida....» Talchè nuova e più fragorosa stroscia di proteste e di richiami; la Destra urla: All’ordine; la Sinistra ribatte: Libertà di parola; il tumulto è al colmo: «Molti Deputati (trascriviamo il Resoconto parlamentare) abbandonano i loro stalli.... rumori da tutte le parti della Camera. Il Presidente si copre il capo; gran numero di Deputati è sceso nell’emiciclo, dove si disputa vivamente. La seduta rimane sospesa per un quarto d’ora; cessata l’agitazione dolorosa, la seduta è ripresa alle ore 4 in profondo silenzio.»
La parola toccava novamente al Generale: il Presidente gliela dà coll’ammonizione che gliel’avrebbe tolta se avesse trascorso ancora; egli se la ripiglia imperturbato, come se nulla fosse accaduto e senza un motto, non che di scusa, di schiarimento o di spiegazione, continua il suo discorso. E per un po’ tutto pareva rimesso sulla buona via. Garibaldi leggendo più che parlando, dappoichè era evidente che una parte del discorso gli stava scritta davanti, continua a far la censura dei provvedimenti del Fanti: questi a difendersi, quegli a replicare: a primo aspetto sarebbesi detto che la calma era tornata, se una nube vagante su tutti i banchi dell’Assemblea non avesse avvertito che il nembo non era sciolto per anco e che poteva riscoppiare. E lo sentì per primo Nino Bixio, e fu allora che gli uscirono dall’anima grande, sfolgoranti come una spada, alternate di gemiti e di bestemmie,grido di eroe che combatte e angoscia di figlio che prega, le più potenti e ispirate parole che sian mai state proferite in un Parlamento italiano: «Io sorgo in nome della concordia e dell’Italia (Bravo, bravo). Quelli che mi conoscono, sanno che io appartengo sopra ad ogni cosa al mio paese.... (Segni d’approvazione). Io sono fra coloro che credono alla santità dei pensieri che hanno guidato il generale Garibaldi in Italia (bravo!); ma appartengo anche a quelli che hanno fede nel patriottismo del signor conte di Cavour (Applausi). Domando adunque che nel nome santo di Dio si faccia un’Italia al di sopra de’ partiti (Applausi vivissimi e prolungati dalla Camera e dalle tribune). Io faccio un discorso che non sarà del tutto parlamentare. Ma quanto agli uomini come il generale Garibaldi e come il conte di Cavour, debbo dire che c’è la disgrazia (e tutto al mondo non può andar bene) che si cacciano in mezzo un’infinità d’altri uomini che mettono la discordia (bene); questo non posso astenermi dal dirlo (Applausi). Ebbene, io ho una famiglia, e darei la mia famiglia e la mia persona il giorno che vedessi questi uomini e quelli che con il signor Rattazzi hanno diretto il movimento italiano stringersi la mano (Segni di approvazioni). Per l’amor di Dio non pensiamo che ad una cosa. Il paese nostro non è ancora abbastanza compatto, queste discussioni ci pregiudicano nell’opinione dell’estero. Il conte di Cavour è certamente un uomo generoso; la seduta d’oggi nella prima sua parte dev’essere dimenticata, è una disgrazia che sia succeduta, ma vuol essere cancellata dalla nostra mente. Ecco quello che io volevo dire (Applausi vivissimi e prolungati).»
Non poteva essere sordo al nobile appello il Conte; e rimossa da sè l’accusa d’esser stato nemico de’ Volontari,rammentando al Generale ch’egli primo aveva pensato ad istituirli chiamando lui a comandarli, dichiarò, fra gli applausi dell’Assemblea, che la prima parte di quella seduta tenevala per non avvenuta; opponevasi solo alla proposta del Generale per alte ragioni politiche, pel timore soprattutto che gli arruolamenti da lui voluti potessero essere interpretati come provocazione di guerra; ma quanto ai Volontari ripeteva le sue proteste di stima e simpatia, desiderando che quelle sue parole «fossero accolte dall’onorevole Generale e da’ suoi amici politici collo stesso sentimento di concordia e di schiettezza, colle quali egli le pronunciava a nome del Ministero.»
E Garibaldi, soggiunte alcune spiegazioni sui Cacciatori delle Alpi,[189]le accolse, restituendo al conte diCavour tutte le sue cortesie, e dichiarandogli, cosa a ver dire nulla più che onesta, «che non aveva mai dubitato del suo patriottismo;» le accolse, conviene dirlo, anche meglio che con vacue parole, mutando radicalmente la sua prima proposta, tanto radicalmente che, mentre dianzi sollecitava il Ministero a ricostituire immediatamente l’esercito meridionale, ora lasciava al Ministero di «ordinare la chiamata dei Volontari quanto prima lo trovasse opportuno.» Era un gran pegno che la parte garibaldina dava alla concordia, e non era soverchia la lusinga che il Ministero l’avrebbe accettato. Ma il Ministero, o perchè si reputasse vincolato alla formola concordata col Ricasoli, o perchè gli paresse atto di buona politica il dimostrare che il Governo non aveva mestieri di venire a patti col suo popolare avversario, e che sentiva in sè tanta forza da resistergli e domarlo, ricusò ogni accordo ed ogni transazione.
La discussione pertanto riprese e continuò, ma non più intorno al tèma veramente interessante e disputabile della chiamata immediata o differita de’ Volontari, poichè oramai di questo anche la proposta di Garibaldi lasciava la balía al Ministero; ma sul misero punto se quei «quadri» che eran disegnati sulla carta si avessero a tenere per effettivi, e quegli ufficiali che il decreto dell’11 aprile aveva posti in disponibilità, dovessero essere chiamati, dopo uno scrutinio, in attività di servizio. Epperò s’intende che ridotta a siffatti termini la questione poteva bensì appassionare ancora i partiti, e dar di quando in quandooccasione a sottili argomentazioni od a vivaci scaramucce; ma non poteva più interessare Garibaldi. Non era quello ch’egli chiedeva: non era per lo stipendio o la carriera di alcune centinaia di ufficiali ch’ei s’era mosso, e tutto quanto si veniva dicendo di sofistico o di generoso, di propizio o d’avverso intorno a quell’argomento non lo toccava più. Invano il conte di Cavour, nuovamente da lui interpellato, gli promette di prendere in maturo esame la sua proposta circa la Guardia mobile; invano gli soggiunge che alla prima seria minaccia di guerra chiamerebbe i Volontari e ne darebbe a lui il comando; Garibaldi oramai non vuole più ascoltare che una sola parola: armamento generale della nazione, chiamata subita dei Volontari; e poichè il Conte quella parola non poteva o non voleva proferirla, il dissidio, fino a quel momento contenuto e dissimulato fra le ambiguità e le cortesie reciproche, irrompe in tutta la sua violenza.
Non appena infatti il Presidente del Consiglio ebbe cessato di parlare, che il Generale s’alza di nuovo e fra lo stupore, lo sbalordimento anzi di tutta la Camera, non eccettuati gli stessi suoi amici, dichiara che tutto quanto gli era venuto dicendo sino allora il conte di Cavour lo hapienamente insoddisfatto; che per sola condiscendenza a’ suoi amici egli aveva consentito a «modificare in senso malva,» parole sue, il suo Ordine del giorno; ma che oramai essendo anche questo repudiato dal Governo, egli pure tornava al suo antico programma, l’unico in cui avesse fede: armamento generale della nazione e guerra immediata; conchiudendo alla fine che non essendo soddisfatto nè dell’Ordine del giorno Ricasoli nè del proprio, non ne avrebbe votato alcuno e sarebbesi astenuto.
E Garibaldi dal suo punto di veduta era logico: ilsolo veramente logico fra tutta la Sinistra: l’unico che vedesse la questione dell’armamento nazionale dalla sua vera altezza; l’unico che contrapponesse alla politica del conte di Cavour un’altra politica, errata forse, temeraria certo, ma lucida e grande.
Pochi istanti dopo 194 sì approvarono la proposta ministeriale, 92nola respinsero; il Ministero avea stravinto, il volgo misto dei fatui e dei piacentieri poteva menare il trionfo; ma chi avesse bene esaminati i frutti di quella vittoria, sarebbesi prestamente accorto che eran «stecchi con tosco.» La questione dei Volontari era insoluta più che mai; poichè una mostra di quadri senza soldati e senza ufficiali non era una soluzione. L’irritazione della Sinistra garibaldina era cresciuta, perchè aveva veduto respinte tutte le sue più oneste e conciliative proposte. Sulla conciliazione di Garibaldi non potevasi più contare, perchè ormai egli era nella condizione del vinto, a cui fu negato quartiere. La concordia infine, quella concordia che era stata eretta in Parlamento come la Divinità tutelare della Patria, a cui ogni oratore s’era creduto in obbligo di sciogliere un inno e di bruciare un grano d’incenso, era caduta fragorosamente dal suo provvisorio piedistallo, aprendo fra i contendenti un nuovo e più profondo solco di discordia.
E ne apparvero tosto i certissimi segni. Il 21 aprile, non dileguata peranco l’eco della recente battaglia parlamentare, il generale Cialdini, tradito, conviene pensarlo, dalla più infelice ispirazione della sua vita, arrogatosi a un tratto l’ufficio di vindice e campione dell’esercito, del Parlamento, del Re e dell’Italia, indirizzava,sui giornali, al generale Garibaldi questa inaspettatissima lettera: «Voi non siete, dicevagli, l’uomo che io credeva, nè il Garibaldi che ho amato. Voi osate mettervi a paro del Re, parlandone coll’affettata famigliarità d’un camerata; al di sopra del Governo, dicendone traditori i Ministri; al di sopra del Parlamento, vituperandone i rappresentanti; al di sopra degli usi parlamentari, presentandovi alla Camera in un costume strano e teatrale; al di sopra infine di tutto il paese, che vorreste sospingere dove e come meglio v’aggrada. Collo sparire dell’incanto è scomparso l’affetto che a voi mi legava. Voi operaste grandi cose; ma il merito di aver liberato l’Italia meridionale non spetta a voi solo. Voi eravate sul Volturno in pessime condizioni, quando noi arrivammo. Capua, Gaeta, Messina, Civitella non caddero per opera vostra e cinquantaseimila Borbonici furono battuti, dispersi, fatti prigionieri da noi, non da voi. È dunque inesatto che il Regno sia stato liberato dalle armi vostre. Voi ordinaste al colonnello Tripotidi ricevere i Piemontesi a fucilate: voi dunque provocatore vero della guerra civile; ma io, nemico d’ogni tirannia o rossa o nera, saprò combattere anche la vostra.»
Se il generale Cialdini agisse soltanto di suo capo o sospinto dalle suggestioni di nascosti e zelanti consiglieri, fu disputato, ma non potè esser chiarito.[190]Certo non è presumibile che un Generale dell’esercito ardisse scrivere ed inviare un simile cartello di sfida, se in qualche modo non l’affidava il consenso o latolleranza tacita del Governo, o per lo meno della podestà militare a lui immediatamente superiore. Guai pertanto se l’altro Generale raccoglieva il guanto collo stesso sentimento, con cui eragli stato gittato. Uno scontro fra i due soldati avrebbe potuto dirsi il minor danno; il pericolo grande era che dietro i capitani si movessero i gregari, che da un duello ne rampollassero mille, che il mattino del nostro risorgimento fosse funestato dallo scandalo deipronunciamentie dal sangue della guerra cittadina.
Fortunatamente però il più rozzo fu il più saggio, e Garibaldi, guidato soltanto da’ suoi generosi istinti e dal suo profondo amore patrio, trovò tale una risposta, che attutì tutte le ire e soffocò nel nascere la lite: