«Anch’io, Generale, fui vostro amico ed ammiratore delle vostre gesta. Oggi sarò ciò che voi volete, non volendo scendere certamente a giustificarmi di quanto voi accennate, nella vostra lettera, d’indecoroso per parte mia verso il Re e verso l’esercito: forte in tutto ciò, della mia coscienza di soldato e di cittadino italiano.»Circa alla foggia mia di vestire, io la porterò sinchè mi si dica che non sono più in un libero paese, ove ciascuno va vestito come crede.»Le parole al colonnello Tripoti mi vengono nuove. Io non conosco altro ordine che quello da me dato: — Di ricevere i soldati italiani dell’esercito del Settentrione come fratelli; — mentre si sapevache questo esercito veniva per combattere la rivoluzione personificata in Garibaldi. (Parole, di Farini a Napoleone III.)»Come deputatolo credo avere esposto alla Camera una piccolissima parte dei torti ricevuti dall’esercito meridionale dal Ministero, e credo di averne il diritto.»L’armata italiana troverà nelle sue file un soldato di più, quando si tratti di combattere i nemici d’Italia —e ciò non vi giungerà nuovo.»Altro che possiate aver udito di me verso l’armata sono calunnie.»Noi eravamo sul Volturno al vespero della più splendida vittoria nostra, ottenuta nell’Italia del Mezzogiorno prima, del vostro arrivo, e tutt’altro che in pessime condizioni.»Da quanto so, l’armata ha applaudito alle libere parole e moderate d’un milite Deputato, per cui l’onore italiano è stato un culto di tutta la sua vita.»Se poi qualcheduno si trova offeso dal mio modo di procedere, io parlando in nome di me solo, e delle mie parole sono garante, aspetto tranquillo che mi si chieda soddisfazione delle stesse. —Torino, 22 aprile 1861.»
«Anch’io, Generale, fui vostro amico ed ammiratore delle vostre gesta. Oggi sarò ciò che voi volete, non volendo scendere certamente a giustificarmi di quanto voi accennate, nella vostra lettera, d’indecoroso per parte mia verso il Re e verso l’esercito: forte in tutto ciò, della mia coscienza di soldato e di cittadino italiano.
»Circa alla foggia mia di vestire, io la porterò sinchè mi si dica che non sono più in un libero paese, ove ciascuno va vestito come crede.
»Le parole al colonnello Tripoti mi vengono nuove. Io non conosco altro ordine che quello da me dato: — Di ricevere i soldati italiani dell’esercito del Settentrione come fratelli; — mentre si sapevache questo esercito veniva per combattere la rivoluzione personificata in Garibaldi. (Parole, di Farini a Napoleone III.)
»Come deputatolo credo avere esposto alla Camera una piccolissima parte dei torti ricevuti dall’esercito meridionale dal Ministero, e credo di averne il diritto.
»L’armata italiana troverà nelle sue file un soldato di più, quando si tratti di combattere i nemici d’Italia —e ciò non vi giungerà nuovo.
»Altro che possiate aver udito di me verso l’armata sono calunnie.
»Noi eravamo sul Volturno al vespero della più splendida vittoria nostra, ottenuta nell’Italia del Mezzogiorno prima, del vostro arrivo, e tutt’altro che in pessime condizioni.
»Da quanto so, l’armata ha applaudito alle libere parole e moderate d’un milite Deputato, per cui l’onore italiano è stato un culto di tutta la sua vita.
»Se poi qualcheduno si trova offeso dal mio modo di procedere, io parlando in nome di me solo, e delle mie parole sono garante, aspetto tranquillo che mi si chieda soddisfazione delle stesse. —Torino, 22 aprile 1861.»
La nobile lettera apriva essa stessa la via alla conciliazione; e onesti amici d’ambe le parti, il Fabrizi, il Pallavicino, il Depretis, s’interposero per affrettarla. Il Re stesso, già fin dalle prime conturbato dal doloroso dissidio, volle intervenire coll’alta sua influenza; nè solo per conciliare i due Generali; ma, ciò che più importava, i capi delle due parti, la mente e il braccio della sua politica, Cavour e Garibaldi.
E la regia volontà fu obbedita: alle 7 pomeridiane del 23 aprile, i due avversari, invitati a convegno dal Re, venivano in presenza sua a franche spiegazioni ed aperta conciliazione;[191]e poco dopo i due Generali abbracciaronsi fraternamente nel palazzo Pallavicino.
L’autore di queste pagine, però, scrivendo a quei giorni in un autorevole diario, e desiderando di dare a’ suoi lettori, intorno alla riconciliazione di Cavour con Garibaldi, più sicure e circostanziate notizie, scrisse al Generale stesso, pregandolo, per solo interesse della storia, a volergliele fornire. E il Generale gli rispose da Majatico, villa del Pallavicino, questa lettera, la quale, come si vedrà, dava un suono assai diverso dai cantici di pace, che la troppo credula speranza aveva già fatto intonare:
«Majatico, 29 aprile 1861.»Caro Guerzoni,»Io non ho stretto la mano di Cavour, nè cercato riconciliazioni. Ho bensì consentito ad un abboccamento, i cui risultati sono stati da parte mia: — Armamento e giustizia all’esercito meridionale. Se così riesce — io porgerò la piccolissima opera mia all’opera del Conte. — Diversamente io seguirò il sentiero che ci siam tracciato da tanto tempo — per il bene della causa nazionale — anche contro la volontà di chicchessia.»Trecchi, che servì d’intermediario alla conferenza, s’incarica di far tacere le millanterie dei ministeriali. — Vedremo — in ogni modo non si deve pubblicare nulla di mio per ora. — In caso poi — cosa molto probabile — che non si ottenga nulla, e che quei signori continuino a gracchiare, allora ripiglieremo il tralasciato.»Ho incaricato il generale Medici d’un mio programma sull’occorrente.»Mi resta a ringraziarvi.»Vostro»G. Garibaldi.»
«Majatico, 29 aprile 1861.
»Caro Guerzoni,
»Io non ho stretto la mano di Cavour, nè cercato riconciliazioni. Ho bensì consentito ad un abboccamento, i cui risultati sono stati da parte mia: — Armamento e giustizia all’esercito meridionale. Se così riesce — io porgerò la piccolissima opera mia all’opera del Conte. — Diversamente io seguirò il sentiero che ci siam tracciato da tanto tempo — per il bene della causa nazionale — anche contro la volontà di chicchessia.
»Trecchi, che servì d’intermediario alla conferenza, s’incarica di far tacere le millanterie dei ministeriali. — Vedremo — in ogni modo non si deve pubblicare nulla di mio per ora. — In caso poi — cosa molto probabile — che non si ottenga nulla, e che quei signori continuino a gracchiare, allora ripiglieremo il tralasciato.
»Ho incaricato il generale Medici d’un mio programma sull’occorrente.
»Mi resta a ringraziarvi.
»Vostro»G. Garibaldi.»
La qual lettera dimostra all’evidenza tre cose: che tutto quel discorrere e scrivere e affannarsi d’amici,di avversi, di Ministri, di Deputati, di Re, per indurre l’eroe a modificare in qualche parte soltanto il suo pensiero, era stato fiato e tempo sprecato; che il dissidio del Generale col Conte non aveva radice in alcun rancore personale, ma in ragioni politiche, che soltanto il mutuo pegno delle opere poteva conciliare; che infine Garibaldi scese la reggia di Vittorio Emanuele, mormorando ancora ilse no, nodel primo suo Maestro, e covando, forse inconsciamente, in cuore il germe di Sarnico e d’Aspromonte.
Il 1º maggio Garibaldi era già tornato a Caprera: il 6 giugno moriva il conte di Cavour. L’Italia aveva perduto il suo grand’uomo di Stato; la libertà, uno de’ suoi più devoti amici; la dinastia di Savoia, uno de’ suoi più validi sostegni; la rivoluzione, uno de’ suoi più abili moderatori, e (stupiscano pure i superficiali, chi pensa sarà con noi) Garibaldi stesso, il migliore de’ suoi interpreti ed alleati. Si narrò[192]che il nobile Conte nell’uscire, la sera del 20 aprile, dalla Camera dei Deputati, vibrante tuttora delle emozioni provate in quelle tre memorabili giornate, al La Farina che lo abbordava scalmanato: «Eppure, dicesse, eppure se venisse il momento della guerra, prenderei sotto il mio braccio il generale Garibaldi e gli direi: andiamo a vedere che cosa si dice dentro Verona.» Queste parole parlan meglio d’ogni documento. Lo Statista aveva capito l’Eroe; egli era penetrato nel più intimo segreto della sua anima e ne teneva le chiavi. Cavourvivo, molte pagine della storia d’Italia sarebbero state diverse, e quelle della vita di Garibaldi del pari. Cavour vivo, la guerra dell’indipendenza non sarebbesi protratta di cinque anni (la gran trama rivoluzionaria a cui lavorava lo dimostra), e Sarnico ed Aspromonte non sarebbero accaduti. Cavour vivo, il valore vero di Garibaldi sarebbe stato più utilmente e più degnamente estimato; non sarebbe stato inviato, come nel 1866, a dar di cozzo contro le rupi trentine; e se al governo della flotta, avrebbe signoreggiato l’Adriatico; se a capo d’un esercito di Volontari, avrebbe preceduto o fiancheggiato il regolare e forse risparmiate all’Italia Lissa e Custoza. Vivo Cavour, finalmente, Garibaldi non avrebbe più trovato nelle contraddizioni e nelle ambagi di Governi fiacchi, presi dal prurito malaticcio delle grandi gesta, un incoraggiamento e quasi una ragione a mettersi sulla via della ribellione: la gagliarda e prestigiosa mano del grande Ministro l’avrebbe saputo a tempo blandire e frenare, a tempo lanciare e trattenere, e nessuno può affermare, ma nemmen negare, che un giorno la mente soggiogando il cuore, il cuore infiammando la mente, Cavour e Garibaldi si modificassero a vicenda, e l’uno finisse più rivoluzionario, l’altro più moderato: legge naturale di selezione e d’evoluzione.
Garibaldi frattanto era tornato alle sue consuete abitudini, e in tutto quel 1861 non vi furono di notevoli nella sua vita che questi due episodi. Ai primi di luglio corse pei giornali la voce d’un attentato alla vita del Generale. Dicevasi che quattro mercenari, prezzolati da una segreta congrega reazionaria annidata in una città di confine,[193]eran partiti per Capreraonde compiere il reo disegno; che il Generale, avvertito del pericolo, l’aveva, come altra volta,[194]disprezzato; che i famigliari di lui non solo, ma tutta la popolazione di Maddalena era nella più grande ansietà; che il Governo, già istruito della trama da alcuni complici pentiti, aveva già posto la Caprera sotto la più stretta sorveglianza ed altri particolari.
E forse si esagerava; ma tutto non era favola, come attesta questa lettera di C. Augusto Vecchi, che appunto a que’ giorni era ospite del Generale nell’Isola:
«Caprera, 8 agosto 1861.»Ieri sera vennero qui tre cavalleggieri. Avevano avuto sentore che due uomini di male affare erano sbarcati in Caprera. Noi la credemmo un’ubbía. Essi si licenziarono e noi andammo a cena. Stagnati ed io passeggiammo fumando su e giù pel piazzale sino alle undici, e poi andammo a coricarci. Verso le tre udii i cani abbaiare ed escire a starno dal chiuso. Poco dopo mi addormentai.»Alle cinque era in piedi. E vidi i gendarmi, i quali narravano l’accaduto nella notte. Quando noi andammo a cena, essi si ridussero sugli scogli che prospettano sull’alto il nostro piazzale e vi si adagiarono a distanza determinata. Alle tre udirono rumore di passi, e nelle tenebre videro dueuomini passare parallelamente ai loro posti ad un tiro di pistola. Il Maresciallo esclamò: —Chi va là?— Fu risposto con un’archibugiata.»Allora i tre trassero loro addosso e discostandosi, il Maresciallo replicò: —Fermi in nome del Re.— Una voce gli ingiuriò con un’oscena parola. I gendarmi scaricarono di nuovo il moschetto ed udirono uno dei ribaldi gridare: —Madonna!— Ed ambedue a gambe, a precipizio. Accorsi dov’erano i tristi, trovarono le loro palle confitte sullo scoglio; sopra il granito, tre stampi di una mano insanguinata; per la terra, una breve gora di sangue; e più in giù tracce sanguigne sulla via percorsa: un fazzoletto di cotone macchiato di sangue ed un fiaschetto di corno con polvere dentro.»I Sardi feriti guaiscono: —Gesù, Maria, Giuseppe!— Dunque i gendarmi argomentarono, quei due non essere banditi dell’Isola, ma assassini venuti di fuori.»Poichè il Generale ebbe preso il suo bagno a vapore, lo avvertirono dell’accaduto. Ed egli, colla solita indifferenza, disse d’aver veduto dalla sua finestra, ieri, prima di passeggiare con me, due uomini ignoti passar su per gli scogli. Parlò coi gendarmi e cercò di persuaderli del malinteso, onde non allarmassero la popolazione della Maddalena. Poi andò col Carpeneti a visitare una vignetta lontana.»Ma i cavalleggieri col loro rapporto alle Autorità hanno impensierito il paese. Le esagerazioni si accrescevano sulle bocche del popolo. Le donne urlavano dalle finestre che era stato ucciso il loro Generale. E tutti all’accorrere sul porto e gettarsi nelle barche. Le donne si fermarono alla Moneta. Le Autorità — meno la ecclesiastica — i gendarmi, i bersaglieri marittimi, i doganieri, i cittadini di ogni classe — persino i ragazzi — sbarcarono in armi a Caprera e accorsero sul piazzale. Mi parve lo spianato del palazzo di Caserta, quando noi avevamo l’onore di proteggervi l’unità della patria. Le squadre partirono per la via del monte, per la parte opposta. E tutti avevano nel cuore una sola idea — far salva la più nobile e la più necessaria esistenza all’Italia.»Due golette governative facevano intanto il giro dell’Isola. Una di esse disse d’aver visto una barca staccarsi a pieno vento dall’isola del Giglio colla prua vòlta a Capo Ferro. Si sono spediti ordini per indagare chi fossero gli individui che ne sbarcassero.»Nè più. — Vi ho scritto, perchè si sappia il vero di ciò che è avvenuto.»C. Augusto Vecchi.[195]»
«Caprera, 8 agosto 1861.
»Ieri sera vennero qui tre cavalleggieri. Avevano avuto sentore che due uomini di male affare erano sbarcati in Caprera. Noi la credemmo un’ubbía. Essi si licenziarono e noi andammo a cena. Stagnati ed io passeggiammo fumando su e giù pel piazzale sino alle undici, e poi andammo a coricarci. Verso le tre udii i cani abbaiare ed escire a starno dal chiuso. Poco dopo mi addormentai.
»Alle cinque era in piedi. E vidi i gendarmi, i quali narravano l’accaduto nella notte. Quando noi andammo a cena, essi si ridussero sugli scogli che prospettano sull’alto il nostro piazzale e vi si adagiarono a distanza determinata. Alle tre udirono rumore di passi, e nelle tenebre videro dueuomini passare parallelamente ai loro posti ad un tiro di pistola. Il Maresciallo esclamò: —Chi va là?— Fu risposto con un’archibugiata.
»Allora i tre trassero loro addosso e discostandosi, il Maresciallo replicò: —Fermi in nome del Re.— Una voce gli ingiuriò con un’oscena parola. I gendarmi scaricarono di nuovo il moschetto ed udirono uno dei ribaldi gridare: —Madonna!— Ed ambedue a gambe, a precipizio. Accorsi dov’erano i tristi, trovarono le loro palle confitte sullo scoglio; sopra il granito, tre stampi di una mano insanguinata; per la terra, una breve gora di sangue; e più in giù tracce sanguigne sulla via percorsa: un fazzoletto di cotone macchiato di sangue ed un fiaschetto di corno con polvere dentro.
»I Sardi feriti guaiscono: —Gesù, Maria, Giuseppe!— Dunque i gendarmi argomentarono, quei due non essere banditi dell’Isola, ma assassini venuti di fuori.
»Poichè il Generale ebbe preso il suo bagno a vapore, lo avvertirono dell’accaduto. Ed egli, colla solita indifferenza, disse d’aver veduto dalla sua finestra, ieri, prima di passeggiare con me, due uomini ignoti passar su per gli scogli. Parlò coi gendarmi e cercò di persuaderli del malinteso, onde non allarmassero la popolazione della Maddalena. Poi andò col Carpeneti a visitare una vignetta lontana.
»Ma i cavalleggieri col loro rapporto alle Autorità hanno impensierito il paese. Le esagerazioni si accrescevano sulle bocche del popolo. Le donne urlavano dalle finestre che era stato ucciso il loro Generale. E tutti all’accorrere sul porto e gettarsi nelle barche. Le donne si fermarono alla Moneta. Le Autorità — meno la ecclesiastica — i gendarmi, i bersaglieri marittimi, i doganieri, i cittadini di ogni classe — persino i ragazzi — sbarcarono in armi a Caprera e accorsero sul piazzale. Mi parve lo spianato del palazzo di Caserta, quando noi avevamo l’onore di proteggervi l’unità della patria. Le squadre partirono per la via del monte, per la parte opposta. E tutti avevano nel cuore una sola idea — far salva la più nobile e la più necessaria esistenza all’Italia.
»Due golette governative facevano intanto il giro dell’Isola. Una di esse disse d’aver visto una barca staccarsi a pieno vento dall’isola del Giglio colla prua vòlta a Capo Ferro. Si sono spediti ordini per indagare chi fossero gli individui che ne sbarcassero.
»Nè più. — Vi ho scritto, perchè si sappia il vero di ciò che è avvenuto.
»C. Augusto Vecchi.[195]»
La minaccia infatti non si rinnovò; ma scampato da un pericolo, ecco invitarlo un altro cimento, perpetua sua vicenda. Ardeva fra gli Stati Uniti del Nord e del Sud la guerra così detta di secessione, e il presidente Lincoln, o fosse grande fiducia nel prestigio oramai mondiale del Liberatore di Sicilia, o fosse penuria, in quell’improvviso irrompere della rivolta, di buoni e reputati Generali (gli allievi di West-Point eran pochi, la più parte secessionisti; e i Grant, i Sherman, i Sheridan non s’eran rivelati ancora), fece chiedere a Garibaldi per mezzo del Console della Federazione a Bruxelles se avrebbe accettato il comando in capo dell’esercito federale. Nessuna offerta poteva riuscire più geniale e lusinghiera all’eroe: aggiungere alla gloria d’una vita spesa ne’ due emisferi per la libertà de’ suoi fratelli di razza, quella di capitanare a nome d’una grande Repubblica la guerra d’emancipazione dei Negri, voto della sua giovinezza, onore del suo secolo, era tale tentazione da vincere ogni modestia e tal premio da compensare ogni pericolo.
Pure gradì, ma non accettò tosto l’invito. Pensoso più d’Italia che di sè stesso, non sapeva risolversi ad abbandonarla alla vigilia forse di quella nuova riscossada lui tanto invocata, e frattanto temporeggiava, ponendo condizioni che erano clausole dilatorie; consultando il Governo, che gli faceva dire: «Andasse pure, non aver per ora alcun bisogno di lui;[196]» interrogando gli amici più divisi e perplessi di lui e incapaci d’un concorde consiglio.
Prevaleva tuttavia anco fra i principali, il partito dell’accettazione, non tanto per gli onori e gli allori che la bella avventura prometteva, così al Capitano come a’ suoi seguaci, quanto perchè, parendo a tutti lontana la possibilità d’una guerra in Italia, conveniva assai meglio alla stessa fama dell’eroe ch’egli traversasse quel periodo di tregua forzata, tra le lotte d’una vasta e gloriosa palestra anzichè nell’angusta arena delle fazioni nazionali, o nell’ozio increscioso e nella solitudine amareggiata di un’isola deserta.
Se non che al divulgarsi della nuova anche il paese cominciò a commuoversene; gli avversi alla partenza si fecero essi medesimi istigatori o consiglieri di manifestazioni popolari: a Napoli si andava sottoscrivendo un indirizzo al Generale che lo scongiurava a non abbandonare l’Italia, ed a recarsi nel Mezzogiorno a sanare le piaghe che il Governo di Torino vi aveva riaperte; talchè egli, incapace di distinguere, in quelle dimostrazioni, la parte artificiale dalla sincera, e credendo di udire in quelle voci la voce della patria stessa, finì col dichiarare al Console americano d’esser dolente di non poter aderire all’invito, soggiungendo «che dubitare del trionfo della causa dell’Unione non poteva; ma che, se per mala sorte la guerra dovesse continuare, egli avrebbe vinto tutti gli ostacoliper affrettarsi alla difesa d’un popolo che gli era tanto caro.[197]»
E la guerra durò ancora quattro anni e l’invito fu ripetuto, ma Garibaldi, anche volendo, non avrebbe più potuto accettarlo: un ostacolo ch’egli non avrebbe mai potuto prevedere, ma più forte d’ogni volontà, gliel’avrebbe vietato: la palla d’Aspromonte.
In sullo scorcio di febbraio il senatore Giacomo Plezza, presi seco il suo schioppo ed i suoi cani da caccia, s’imbarcava per Caprera. E che unico scopo della sua gita fosse una partita alle pernici ed alle beccaccie, i giornali spacciarono e il pubblico credette. Ma non appena il Senatore fu nell’Isola, svela a Garibaldi l’arnese da caccia non essere che una maschera; mandarlo in segreto il barone Ricasoli (primo successore del conte di Cavour) onde assicurarlo in suo nome che il Governo non aveva rallentato, nè rallenterebbe un istante dagli apparecchi dell’impresa nazionale; affrettarne anzi, ma non esserne ancora maturata l’opportunità; pregar quindi il Generalea non voler con moti intempestivi guastare l’opera bene avviata; giunta l’ora, sarebbe fra i primi avvertito; tenesse frattanto come pegno dei buoni intendimenti del Governo l’imminente apertura dei Tiri a segno nazionali e l’invito che gli faceva per mezzo suo di venire sul continente a presiederne l’inaugurazione e a diffonderne l’istituzione.
Che il Plezza abbia tradotto esattamente, oppure no, il pensiero del suo mandante; che a lui sia stato commesso soltanto di invitare il Generale «a rimanersi tranquillo in aspettazione dell’opportunità;[198]» che quell’idea di trastullare l’irrequieto Capitano con quella distrazione dei Bersagli sia stata suggerita prima dal Plezza, e dal Ricasoli soltanto assentita, tutto ciò poco monta; il fatto è che Garibaldi aveva il diritto di credersi invitato da un’ambasciata del Governo, e poichè quell’invito s’accordava coi mille che da ogni parte i suoi amici gli inviavano, e colle sue più segrete speranze e vivaci impazienze, così l’accettò tosto, e il 2 marzo in compagnia del Plezza medesimo sbarcava improvviso, come al solito, in Genova.
Se non che tre giorni dopo il Ministero Ricasoli non era più. Meglio ancora dell’aperta ostilità degli avversari l’avevan ucciso la tolleranza ostentata, e la malcelata freddezza de’ suoi amici. Certi suoi atteggiamenti più altezzosi che fieri verso Napoleone III ed i suoi Ministri, ond’era venuto in fama di poco devoto e poco gradito all’imperiale protettore; certe sue professioni di fede liberalesca, più mistiche a ver dire che pratiche, ma ad orecchio moderato troppopuritane; la stessa rigidezza baronale colla quale soleva trattare uomini e cose, l’avevano da lungo tempo indebolito nel favore della sua parte; ma quando gli fu chiesto, quasi per metterlo alla prova, di sciogliere i garibaldiniComitati di provvedimento, ed egli in nome della libertà d’associazione, mallevata dallo Statuto, sdegnosamente rifiutò, fu evidente, nonostante l’ombra d’uno stentato voto di fiducia, che ogni consenso d’idee e di affetti fra lui e la Destra era rotto, e che altro non gli restava che deporre il governo. E così fece; e poichè il Rattazzi ne febbricitava di voglia da più mesi, e il Re lo prediligeva, e i Centri lo invocavano, e la Sinistra prometteva tollerarlo, e la Destra doveva subirlo, così egli ne fu il naturale successore; senz’altro contrasto che de’ più arrabbiati delle varie consorterie moderate, le quali non avendo saputo fino allora nè combattere con lealtà, nè sostenere con franchezza il Ricasoli, si lagnavano ora ch’egli cadesse in un punto ed in un modo da lasciarne l’eredità al loro più aborrito avversario.
All’udire pertanto questa nuova, anche Garibaldi s’allietò. Egli non conosceva il Deputato d’Alessandria che di nome, e non era certo in grado di giudicare della sua politica, molto meno di distinguere quella sottile linea che appena lo discerneva dai moderati; ma da ogni parte glielo dipingevano per vecchio avversario del conte di Cavour, diletto a Vittorio Emanuele, beneviso a gran parte della Sinistra, democratico d’origine e di costumi; e ciò bastava perchè egli si felicitasse del cambio e si illudesse di trovare in lui un alleato più compiacente e più maneggevole. Nè alcuno si curò, a quel che parve, di trarlo d’illusione; chè ridottosi il Generale a Torino e ristrettosi a intimo colloquio, prima col Re, poi col Rattazzi medesimo,partì da entrambi quasi entusiasta, a tutti magnificando le idee del nuovo Ministro, esortando i suoi amici a sostenerlo, ripromettendosi di compiere con lui le più grandi cose. E fino a qual punto fossero arrivate da un lato le promesse o le lusinghe del Presidente del Consiglio, e dall’altro la bonomia o la credulità del Generale, sarà difficile il documentare; certo da quel giorno si diffuse la voce che in quei colloqui fossero stati fermati importantissimi disegni; che Ministero e Garibaldi agissero ormai d’accordo; e che l’Italia fosse alla vigilia di grandi avvenimenti.[199]
Ma intanto che questi avvenimenti, più o meno probabili, maturavano, Garibaldi era chiamato a Genova da un’altra cura. Le antiche discordie della parte rivoluzionaria erano rinate. Essa pure era da molto tempo partita in due fazioni, o frazioni che vogliansi dire, l’una procedente più direttamente da Mazzini, che accettava condizionatamente la Monarchia, rimetteva bensì al tempo, ma non nascondeva il suo ideale repubblicano, teorizzava il diritto dell’iniziativa privata, predicava l’azione immediata e continua, poneva al Governo il dilemma: lasciarla fare e seguirla, o cadere; l’altra, capitanata più visibilmente da Garibaldi, che pur avendo con la prima molti punti di somiglianza, pure ne dissomigliava in tre essenzialissimi: era schiettamente monarchica; credeva, senza dottrineggiaredella sua legittimità, alla utilità dell’iniziativa rivoluzionaria e alla potenza della guerra popolare; serbavasi ferma tuttavia a non staccarsi dal Governo, pronta anche, se egli precedeva, a marciare dietro a lui; infaticabile solo a sospingerlo se indugiava; ma, fino al giorno in cui discorriamo, aliena pur sempre dal disconoscerlo ed esautorarlo. Ora, com’è ben naturale, ciascuna di queste due frazioni aveva la sua speciale organizzazione; e come la garibaldina era disciplinata, e quasi militarmente instrutta neiComitati di Provvedimento, così la mazziniana per opera principalissima dell’infaticabile Bertani (che nel Bellazzi, già suo creato ed ora segretario de’ Comitati, trovava un fomite di più alle sue antipatie) era venuta prendendo nome e persona in tanteAssociazioni unitarie, che a primo aspetto si sarebbero dette un plagio e un pleonasmo deiComitati, che in realtà ne differivano per quei punti che abbiamo posti in rilievo, e coi quali combatteva da parecchi mesi una sorda guerra fraterna, immagine riprodotta per mille membra della suprema discordia de’ capi.
Parve quindi urgente ai principali delle due parti che il periglioso dissidio cessasse; e cercandone il modo, nessun migliore espediente seppero immaginare che un’Adunanza generale, quasi un Concilio ecumenico, di tutti i rappresentanti deiComitatie delleAssociazioniauspice da Londra l’Apostolo del pensiero, da Caprera il Pontefice dell’azione.
Convocata infatti da Garibaldi stesso, l’Assemblea si raccolse in Genova nel teatro Paganini il 9 di marzo. Eran presenti tutti i caporioni e caporali della democrazia, non meno di quattrocento persone; presiedeva Garibaldi per ciò appunto venuto da Torino; il quale, dopo aver nell’usato stile, scongiurato per laconcordia, additato nuovamente Roma e Venezia, riaffermata la necessità di formare il fascio, o com’egli diceva, «il fascio romano di tutte le forze,» aperse la discussione, quanto dire tutte le cataratte della patriottica eloquenza. Pure fu notabile che in un’adunata d’uomini sì diversi, nessuno esorbitò. Parve anzi che l’Assemblea ci mettesse una tal quale ostentazione ad imitare l’ordine e la gravità dei dibattimenti parlamentari, sicchè fra il dispetto e l’ironia fu battezzata disecondo Parlamento. E d’un Parlamento ebbe, a dir vero, tutto l’aspetto e tutta la solennità, tanto che se fu doveroso che il Governo la rispettasse, perocchè così l’impedirla come il discioglierla sarebbe stato del pari illegittimo, certamente fu molto significativo che un’Assemblea di quattrocento persone, non munite d’alcun mandato legale, assegnasse termini alla pace ed alla guerra; accettasse e respingesse alleanze; passasse in rassegna armi ed armati; facesse e rifacesse l’Italia, e il Governo fosse costretto a restare inerte spettatore di tutto ciò, quasi in sembianza di tacito complice.
Per ventura però le deliberazioni furono meno paurose delle discussioni. IComitati di Provvedimentosi fusero colleAssociazioni unitariein un nuovo sodalizio che prese nome diSocietà Emancipatrice; un Comitato di ventiquattro membri, cibreo di tutte le tinte, fu eletto a rappresentarla; si auspicò al fausto connubio; si inneggiò a Roma e Venezia; si indusse Garibaldi ad invocare come pegno della restaurata concordia il richiamo di Mazzini, e tutto passò come iride, lasciando i nembi di prima.
Ma il Governo era impegnato a concedere ben più. Reduce Garibaldi a Torino, Rattazzi perfezionando il disegno del Barone Ricasoli gli commette la direzione dei Tiri a bersaglio, colla balla di girare Italia per propagarne l’effettuazione: poco dopo gli consente la istituzione di due battaglioni diCarabinieri mobilicomandati da suo figlio Menotti;[200]apparentemente destinati a combattere il brigantaggio nel Mezzogiorno, ma presti, occorrendo, per altre imprese; infine, complotto trapelato soltanto più tardi, ma non men vero, gli promette un milione di lire per provvedere all’armamento d’una spedizione in Grecia, insorta allora contro il re Ottone, e che Garibaldi aveva promesso soccorrere[201]se non gli si apriva altra via in Italia.
Così il Dittatore cacciato da Napoli pareva risorgere a Torino. Si invocava il suo consiglio, si ambiva il suo aggradimento, si interpretavano i suoi discorsi come responsi d’oracolo. Ospite del senatore Plezza, la sua casa pareva un ministero; una processione perpetua di Garibaldini, di patriotti, di Ministri, di Deputati d’ogni colore, di ammiratori e sollecitatori d’ogni fatta, passava e ripassava a visitarlo, a onorarlo, a consultarlo.I principi reali di Savoia lo convitavano alla loro mensa quasi ingloriando dell’onore; finalmente l’ultima settimana di marzo scortato dai figli e da numeroso corteo di luogotenenti e di commilitoni, sopra treni appositi, in carrozze separate, a spese dello Stato, s’incamminava alla volta di Lombardia. Per contrapposto in quei medesimi giorni Vittorio Emanuele moveva colla Corte e coi Ministri a visitare per la seconda volta il Mezzogiorno; ma la cronaca narrò che il viaggio del mozzo nizzardo fu più trionfale.
I Sindaci gli muovono incontro, i Municipi lo albergano a loro spese, i Prefetti lo banchettano, il clero lo ossequia, l’esercito lo acclama, le Guardie nazionali gli presentano l’armi, i Garibaldini in camicia rossa montano la guardia alla sua porta, le donne lo corteggiano, lo abbracciano, lo baciano, ne portan via per reliquia i capelli e le vesti, gli offrono in dono le gemme ed i figli: infine dovunque arriva una turba immensa di popolo lo attende impavido alla pioggia ed al sole, monta sui tetti e sugli alberi per vederlo, si precipita, appena lo scorge, intorno a lui, lo avviluppa, lo serra, lo trasporta, lo tien prigione del suo affetto e del suo delirio, lo spia in ogni atto, lo segue in ogni passo, assedia da mane a sera gli approcci della sua casa, lo chiama e richiama al balcone, lo fa parlare e lo apostrofa, gli promette tutto quello ch’egli domanda, gli grida ad ogni istante: «Roma e Venezia;» a cui il Generale risponde quasi invariabilmente: «Sì, Roma e Venezia son nostre, e se saremo forti, le avremo.»
A Milano, murato da un serraglio vivente, non gli basta un’ora per arrivare dalla Stazione all’albergo: dalla terrazza dellaVillesaluta «il popolo delle cinque giornate capace di venticinque,» raccomanda la carabina;promette al solito Roma e Venezia. Inaugurando con pompa solenne il bersaglio provinciale, spara egli il primo colpo, che i giornali trovano stupendo. Dovendosi distribuire le medaglie commemoratrici delle ultime campagne, ne è commesso l’ufficio a lui, e molti, pigliando le medaglie da quella mano, piangon di gioia e tentano baciarla. Il Sindaco lo arringa; le Guardie nazionali e le Associazioni operaie gli sfilan davanti a bandiere spiegate; i membri dell’Istituto Lombardo s’affrettano a visitarlo; il prefetto Pasolini lo invita a pranzo, e all’udire il racconto delle sue gesta esclama: «Questa sera divento garibaldino anch’io.[202]» Manzoni infine, visitato per omaggio dall’eroe, dice: «Sono io che devo prestar omaggio a voi: io che mi trovo ben piccolo dinanzi all’ultimo deiMille, e più ancora dinanzi al loro Duce, che ha redento tanta parte d’Italia e nel modo migliore, offrendola a Vittorio Emanuele;» e avendogli il Generale nell’accommiatarsi fatto presente d’un mazzettino di viole, «lo conserverò, esclama il Poeta, lo conserverò in memoria d’uno de’ giorni più belli della mia vita!»
A Monza, a Como, a Lodi gli stessi deliramenti; a Parma, presiedendo un Comizio d’operai al teatro San Giovanni, molte voci gli gridano: «Viva Mazzini, ed egli replica: «Viva Vittorio Emanuele.[203]» A Casalmaggiorebandisce la «Religione della santa Carabina.» A Cremona è una epifania di donne, di ufficiali dell’esercito, di preti: monsignor Vescovo Novasconi, malato, si leva di letto per ricevere la sua visita: il clero gli manda una deputazione e pende dal suo labbro, come da un nuovo Messia: dodici donne, madri, spose, figlie di morti per la patria, gli presentano un indirizzo firmato da un migliaio di signore e popolane cremonesi, nel quale promettono «che al nuovo appello del Capitano dei Mille esse ridaranno ai loro uomini il brando che spezzerà per sempre le catene delle loro sorelle ancora schiave.» Era un’ebbrezza che dava il capogiro alle teste più salde e non sarà meraviglia se tra poco ne sarà preso lo stesso Garibaldi. Perocchè respirare tanto tempo in un’atmosfera sì infocata e non esserne infiammato; sentirsi per quindici giorni intronati gli orecchi dalle paroledi «Roma e Venezia» e non crederle sincere; vedersi portato in trionfo, udirsi glorificato e quasi incielato da un popolo intero e non credersene il Dittatore; sapersi segretamente spalleggiato dallo stesso Governo e non supporlo consenziente e complice, poteva essere saggezza non difficile alla fredda mente d’un filosofo e d’un uomo di Stato; ma all’anima ribollente d’un eroe diventava virtù pressochè impossibile. Garibaldi sta per commettere i due più grandi errori della sua vita; ma quando pure non bastasse a riscattarli la nobile prepotenza dell’amor patrio, starebbero sempre a loro scusa questi tre argomenti: la imprevidente e ambidestra condotta del Governo, che pur di godere un riflesso della popolarità del Generale gli aveva sacrificato una parte della propria autorità; la obbedienza passiva dei di lui amici e commilitoni che tenendosi vincolati da una specie di giuramento militare non seppero nè parlargli con verità, nè resistergli con fermezza; finalmente la spensierata e quasi fanatica apoteosi che i Lombardi prima, i Siculi poi, fecero d’un uomo che pure s’atteggiava ad arbitro della nazione e li invitava a seguirlo in una avventura che aveva tutte le apparenze d’una follia e d’una ribellione.
A ciascuno la sua responsabilità. Per aver il diritto di dire tutta la verità ai grandi bisogna prima saperla dire ai popoli. Sarnico ed Aspromonte li fecero in gran parte anche gli Italiani. Stia pure a loro discolpa che il magico Capitano li stregò col suo fascino; il Governo li confuse colle sue ambagi; la parte rivoluzionaria li sorprese colle sue audacie; non è men vero che se Garibaldi non avesse trovato fin dai primi passi tanto incoraggiamento d’applausi, di promesse e di offerte, non avrebbe mai potuto pensare, nonchè avviare,le due temerarie imprese a cui nel 1862 s’accinse. Gl’Italiani gli urlavano: «A Venezia,» ed egli, seguendo la sua natura, rispondeva: «Andiamo.» Essi gli giuravano sulla spada e sulla croce, nelle piazze e nelle chiese: «Roma o morte;» ed egli li invitava a confermare i giuramenti coi fatti; essi continuarono per un mese a rappresentare sotto i suoi occhi la commedia dell’eroismo disperato e del patriottismo indomabile; ed egli, ignorando quanto di rettorico, di melodrammatico e di carnevalesco s’ascondesse ancora, per antica legge ereditaria, nelle vene de’ suoi concittadini, egli, l’eroe dabbene e sincero, li prese sul serio e scontò la pena per tutti.
La storia di Sarnico è breve. Garibaldi, visitate ancora Brescia, Castelgoffredo, Asola, Desenzano, Pavia, adducendo il bisogno di curarsi della sua vecchia artritide si riduce in sul finire d’aprile presso le Terme sulfuree di Trescorre, nella villa del suo vecchio amico Gabriele Camozzi. Chiunque però sapeva che Trescorre giace come al centro delle valli che mettono al Tirolo, e osservava gli andamenti del Generale e de’ suoi seguaci non poteva tardare ad avvedersi che la salute e i bagni erano un comodo pretesto; ma la ragione vera, ben altra e più grave. La villa Camozzi sembrava divenuta un Quartier-generale. Un andirivieni incessante di Garibaldini, di profughi veneti e trentini, di Deputati dell’estrema Sinistra; un discorrere sommesso, un appartarsi guardingo, un apparire e scomparire misterioso, dicevano abbastanza che qualcosa di nuovo si macchinava. Il 5 maggio i membri dellaEmancipatrice, convenuti a Trescorre per festeggiarela partenza di Quarto, confermavano l’alleanza e la concordia giurata a Genova, e davano a Garibaldi nuovo stimolo a compiere il concepito disegno.[204]
Era una congiura condotta press’a poco colla stessa noncuranza del segreto con cui due anni prima lo era stata la più grande congiura di Marsala. I più noti luogotenenti di Garibaldi, i più celebrati agitatori del partito d’azione[205]giravan apertamente di città in città ad incettare armi, a commettere vesti, a comprare scarpe, a negoziar prestiti di danaro; e bastava averocchi ed orecchi per conoscerne i passi ed udirne i discorsi. Garibaldi stesso, infine, aveva già dato al Governo di Torino il più chiaro di tutti gl’indizi, inviando agli ultimi d’aprile il dottor Ripari a richiedere al signor Capriolo, segretario dell’interno, plenipotenziario del Rattazzi assente, tutto o parte di quel milione che già era stato promesso per la Grecia, e che era assai facile sospettare dovesse servire a impresa più vicina. Insomma la trama ordivasi con tanta sicurezza e pubblicità che a Parigi ed a Vienna sapevasi già quello che il Ministero a Torino, e, cosa ancor più strana, i suoi governatori di Brescia e di Bergamo sul teatro stesso dell’azione ignoravano. Ma un caso inatteso venne ad illuminarli. A Genova una banda di audaci, svaligiato in pien meriggio il banco Parodi, tenta la fuga sopra una tartana che mesi prima era stata noleggiata a nome di Garibaldi dal colonnello Cattabene, appunto per quella spedizione di Grecia di cui tanto si discorreva e che mai si effettuava. La polizia italiana, frattanto, scoperta la via tenuta dai ladri, riesce ad arrestarli in mare sulla tartana medesima; ma quivi, trovando fra le carte del Capitano il primo contratto del Cattabene, sospetta questi pure complice del furto, e saputolo a Trescorre presso il Generale, senza badar più che tanto, nella notte del 13 aprile, arresta lui pure e lo traduce come un malfattore ad Alessandria. Proteste del Generale; strida del partito; invano; chè al Tribunale soltanto spetta decidere la lite. Se non che l’autorità, frugando la casa del Cattabene per iscoprire maggiori tracce della sua colpabilità nel furto Parodi, viene inaspettatamente ad avere tra le mani gl’indizii d’un’altra impresa non sospettata fino allora: gli appunti, gli ordini, i piani dell’imminente invasione del Tirolo. A tal punto ancheil Governo si desta, e mentre bandisce illegittimi tutti quegli apparecchi e falsa la vociferata connivenza del Governo, e ferma la risoluzione d’impedire e reprimere quei tentativi, occorrendo anche colla forza,[206]spedisce truppe a sbarrare tutti i passi di Valcamonica e di Valsabbia; ordina che quanti s’avviano per quelle valli siano arrestati; pone sotto rigorosa sorveglianza Trescorre stesso e i suoi abitatori.
Ed era tempo. Il 14, sera, un manipolo di giovani conveniva da ogni parte nei dintorni del lago d’Iseo, manifestamente avviati per la Valcamonica: il 15 il colonnello Nullo e il capitano Ambiveri, seguíti da una più grossa squadra, stavan per raggiungerli: tutto dimostrava che si era alla vigilia d’un’entrata in campagna. Allora anco i Prefetti di Brescia e di Bergamo si riscuotono in sussulto: Nullo, Ambiveri e cinquantacinque de’ loro compagni sono presi a Palazzolo: altri quarantaquattro tra Sarnico ed Alzano Superiore: e i prigionieri, con l’imprudenza che segue sempre le risoluzioni precipitate, sono tradotti parte a Bergamo e parte a Brescia, patria di quasi tutti gli arrestati, le due città più infiammabili d’Italia. E ne apparvero tosto le conseguenze: il popolo bergamasco si accontentò d’un tumulto presto sedato; ma il bresciano più sulfureo s’avventa alle prigioni per tentare di liberare i prigionieri: il picchetto di guardia resiste; spiana l’armi, fa fuoco: un cittadino è ferito, un altro morto: grande lutto e maggior scompiglio in tutta la città.
A questa nuova Garibaldi schizza fuoco e fiamme: scaraventa contro i difensori delle prigioni di Brescia una violenta invettiva, pareggiandoli «a sgherri mascherati da soldati,» e proponendo una spada d’onoreall’ufficiale russo Popof, che favoleggiavasi avesse spezzato la sua piuttosto che usarla contro l’inerme popolo di Varsavia; nè pago di ciò, chiede imperiosamente al Prefetto di Bergamo la liberazione de’ suoi prigionieri, proclamando «aver essi agito per espresso suo ordine e sè solo in ogni evento responsabile.» Dove fosse per trascorrere l’accecato Achille era pauroso il pensarlo; pure avendogli il dabben Prefetto comunicato la cortese, ma ferma risposta del Ministero: «rincrescere al Governo, ma non poter ammettere il modo di vedere del generale Garibaldi circa le conseguenze de’ fatti avvenuti;» eccolo a un tratto, come se tutto quel furore non fosse stato che un fuoco d’artificio, mutar parole e contegno; ridivenir ragionevole e sereno; temperare in una nuova lettera le acerbe frasi dirette all’esercito:[207]promettere a quanti l’avvicinano d’aver deposto ogni pensiero di spedizione; reduci i ministri da Napoli, abboccarsi tranquillo col Rattazzi e il Depretis; tranquillo partirsi da Torino; tranquillo ritirarsi a Belgirate, ospite di Benedetto Cairoli, d’onde dichiara pubblicamente: «Che ogni arruolamento che si potesse fare, sarebbe a sua insaputa ed avrebbe la sua disapprovazione.[208]»
E non basta: riapertosi in quei medesimi giorni il Parlamento, il Generale consigliavasi di inviare al Presidente della Camera dei Deputati una lunghissima lettera, la quale, riassunta ne’ suoi capi principali, diceva: esser venuto sul continente chiamato dal Ministro Ricasoli, che dicevasi disposto ad occuparsi seriamente dell’armamento nazionale: il nuovo Ministero avergli confermato il mandato dei Tiri a segno, e più «data larga speranza» che sarebbesi adoperato alacremente alla definitiva costituzione d’Italia: pegno dei patti convenuti doversi riguardare la istituzione di due battaglioni di Carabinieri Genovesi; venuta meno anco questa promessa, aver egli rimandato alle loro case i giovani accorsi a parteciparvi; ma poichè parte di loro riluttava a rimpatriare, egli «li consigliò a raccogliersi in alcuni luoghi della pacifica Lombardia nei quali si doveva provvedere al loro mantenimento con ispontanee oblazioni di buoni cittadini, mentre essi si sarebbero esercitati viemeglio alle armi in aspettazione di futuri avvenimenti.» Il Governo quindi equivocò fatalmente sullo scopo di quei depositi: niente di più falso che si trattasse d’un tentativo d’invasione nel Tirolo; dolorose tutte le persecuzioni di cui i suoi compagni furono fatti segno: suo grido sempreVittorio Emanuele, e guai a chi tocca il concetto salvatore: necessario però a fecondarlo l’armamento universale della nazione. Questa tende alla sua unificazione come i gravi al centro della terra: irrefrenabile l’agitazione della gioventù: chi vuole opporsi al generoso movimento assume tutta la responsabilità delle disgrazie che ci possono minacciare.[209]
Non rifaremo la discussione, o meglio il diverbio, che per questa lettera s’accese in Parlamento. Il Crispi la difese passo passo, spiattellando in faccia al Rattazzi anche la storia del milione, o, come volgarmente dicevasi, delmilioncinopromesso per la Grecia; il Rattazzi armeggiò abilmente a contraddirla in tutti quei punti che lo prendevano di mira; la Camera, più per tutelare l’autorità del governo che per fiducia nel Ministero, votò un Ordine del giorno che prendeva atto delle di lui dichiarazioni e lo incoraggiava a far rispettare la legge; ma un’opinione s’accordò nelle menti, che la verità non si disse nè si seppe intera da alcuno; e che poche giornate meritarono come quella il proverbiale titolo dijournée des dupes.
E questo giudizio tocca per primo Garibaldi. Quale imperiosa ragione abbia potuto indurre il Generale a firmare quella lettera (a firmare, diciamo, non a scrivere, poichè lo stile prolisso e il sillogizzare curialesco la dimostrano evidentemente fattura d’altra mano), a noi non fu dato chiarire; il segreto è morto probabilmente coll’eroe. Per certo quel messaggio non diceva tutta la verità e ne dissimulava la principalissima parte. Che la spedizione del Tirolo non dovesse aver luogo immediatamente; che tra la raccolta delle armi e degli armati, e il momento dell’invasione potesse o dovesse trascorrere ancora un certo tempo, e che in questo intervallo fosse possibile una resipiscenza e un contr’ordine, ciò si comprende di leggieri; e in questo senso la lettera del Generale diceva il vero; ma che tutta quella gioventù si radunasse ai piedi dello Stelvio e del Tonale, sulle soglie del confine austriaco, solo per esercitarsi alle armi, o molto meno, come nell’eccesso del suo zelo apologetico volle dare a credere il deputatoCrispi,[210]o molto meno per apparecchiarsi a tragittare il Mediterraneo e combattere in Grecia, ciò oltrepassa i confini del credibile e dell’intelligibile, e ciò non è.[211]E non andremo in cerca per questo di superflue prove; non faremo appello alla testimonianza di centinaia dei nostri antichi amici e compagni d’armi; non pretenderemo nemmeno che si creda alla nostra;[212]ci basta rammentare un fatto solo: Bixio, alla Camera dei Deputati, nella tornata dell’8 giugno 1862, studiandosi a dimostrare che il Ministero non potevaavere alcun sentore di quella impresa di cui eran piene le bocche, adoperò questo singolarissimo argomento: «Tanto vero, esclamò, che Garibaldi interrogò me se conveniva renderne partecipe il ministro Depretis ed io ne lo dissuasi.» Ora è troppo ovvio che nè Garibaldi avrebbe stimato necessario di consultare il Depretis, nè Bixio reputato sì pericoloso il farlo, se quei disegni che allora mulinavano per la mente del Generale fossero stati embrioni ancora non nati; o, come egli scriveva, si fossero arrestati all’innocente idea di esercitar alle armi qualche giovanetto ramingo e sfaccendato.
La verità è che Sarnico doveva essere la prima tappa di Trento; e sarebbe stato più degno di Garibaldi confessare apertamente il proprio generoso errore, anzichè sforzarsi a mascherarlo di avvocateschi sotterfugi e di pie menzogne. Certo più che a lui la responsabilità della lettera del 3 giugno spetta ai malavvisati consiglieri che gliela dettarono; certo egli non s’indusse ad apporvi il proprio nome se non per l’ingenuo convincimento di salvare per tal modo i suoi amici compromessi da lui e per lui; ma non è men increscioso il pensare che egli per una male intesa convenienza politica abbia dovuto lasciar cadere sull’immacolata fama della sua lealtà una stilla d’inchiostro e siasi esposto a veder sorridere della sua parola, sacra fin ora, la più benigna posterità.
Anche quello strascico di mar vecchio che aveva lasciato dietro di sè la burrasca di Sarnico pareva del tutto quietato. Garibaldi era sempre a Belgirate nella villa dei Cairoli; ma vi menava da due settimaneuna vita sì privata e tranquilla che persino quei diari, che erano in voce di suoi più intimi, non sapevan che si dire di lui. La sola nuova un po’ importante che da qualche tempo fosse corsa dal Lago Maggiore fu che a cagione di nuovi dissidi insorti tra il Generale e la parte mazziniana (quella che voleva l’azione a ogni costo) egli aveva dato la sua rinuncia di Presidente dellaSocietà Emancipatrice; e, com’è ben naturale, anche questo fatto parve ai più buono augurio che l’eroe andasse a poco a poco mettendo il cuore in pace, e deponendo, almeno pel momento, ogni proposito di fortunose avventure.
Se non che, a un tratto, una dietro l’altra, coll’incalzare staremmo per dire d’un nembo che s’avanzi, rumoreggiarono queste notizie: Garibaldi è giunto a Torino dov’ebbe un segreto abboccamento col Re e un alterco con Rattazzi; Garibaldi seguíto da un manipolo de’ suoi fidati è ripartito per Caprera: Garibaldi è sbarcato improvvisamente a Palermo.
Ma a che fare a Palermo? Perchè quel viaggio precipitato e misterioso? Quale nuovo disegno covava il Generale? Quale nuova sorpresa preparava egli all’Italia? Eran queste le domande ansiose che susurravan su tutte le labbra e s’agitavan in tutti i cuori ed ai quali nè oggi, nè mai, forse, sarà concesso dare precisa e certa risposta. Tuttavia, rifrugando fra queiframmenti a matitadi cui altrove abbiamo parlato, ci venne fatto di trovare questa pagina di tutto pugno del Generale che getta un raggio di luce inattesa sulle origini d’Aspromonte, e decifra almeno la prima sillaba dell’«enigma forte:»