Capitolo Decimoprimo.DA LONDRA A BEZZECCA.[1863-66.]
Garibaldi è a Caprera e la sua ferita rimargina con lentezza, ma con regolarità; il piede imbustato in un apparecchio inamidato va acquistando ogni giorno elasticità e vigoria; non può abbandonarsi ancora con grande confidenza all’appoggio delle gruccie, sicchè quando esce per l’Isola è costretto a farsi trascinare in un carrozzino a seggiola, dono ed industria elegante d’Inglesi; ciò malgrado, i medici son persuasi che la guarigione non sia più che una questione di tempo e che di tutto il danno temuto non resterà più che una zoppicatura appena sensibile.[246]
Pure mai forse come in quell’anno egli sentì il cruccio dell’impotenza e il tedio dell’inerzia. La Polonia era novamente insorta: spinta alla disperazione dall’ukase che le strappava in una notte il fiore dei suoi figli[247]per mandarli sotto l’assisa del pretoriano moscovita a servire tra le rupi del Caucaso, o le nevi della Siberia, dava di piglio alle sue lancie, si inselvava ne’ suoi boschi, e ricominciava per la quarta volta, contro il suo colossale oppressore, uno di quei duelli ineguali a cui la vecchia Europa da oltre ottant’anni assisteva, le braccia al sen conserte, incoraggiando la indomita combattente de’ suoi applausi sentimentali e de’ suoi petrarcheschi conforti per abbandonarla poi sempre a nuovo e più crudo martirio.
Però con qual cuore udisse l’infermo di Caprera i primi annunzi dell’eroica lotta l’immagini chi lo conobbe. Egli avrebbe voluto accorrere, volare, ritentare sulle rive della Vistola le disperate prove da lui compiute nelle campagne dell’Uruguay e della Sicilia, pagare almeno col sangue suo il debito di gratitudine che l’Italia doveva ai tanti Polacchi morti per lei; ma il leone è confitto alla sua rupe; l’eroe non è più che un apostolo inerme ed impotente, che può ancora dare i suoi figli, spronare i suoi amici, fustigare senon scuotere, con infiammati appelli e acerbe rampogne, l’infingarda apatia dei popoli e de’ governi; ma il soccorso vero, poderoso, efficace, il soccorso del suo braccio di soldato e della sua esperienza di capitano, egli non può darlo più: Aspromonte l’ha rapito alla Polonia.
Intanto, null’altro potendo, parlava e scriveva. A Mariano Langievicz, Dittatore degli insorti, scriveva: «Che Dio vi benedica: tutti saremo con voi e presto;[248]» ai popoli dell’Europa gridava: «Non abbandonate la Polonia;[249]» al popolo inglese soggiungeva: «Volgiti all’Oriente, o generoso; là si dibatte in un lago di sangue sotto ilknoutsterminatore lo schiavo bianco.... Britanno, chiama a te i popoli ed i popoli ti seguiranno.[250]» All’Emigrazione polacca rispondeva: «Voi mi chiedete una parola, ed io vorrei porgevi dei fatti:[251]» all’esercito russo finalmente, quasi glossando un enfatico manifesto che poco prima Vittor Hugo gli aveva diretto, pregava a «considerare i Polacchi come fratelli ed a meritare le benedizioni della specie umana, stringendo la mano alla più sventurata ed alla più degna delle nazioni.[252]» Ma eran parole; più sincere e generose per fermo di quelle che a quei medesimi giorni schiamazzavano nelle concioni de’ tribuni, cinguettavano nelle pagine delle gazzette, o arzigogolavano nelle note delle Cancellerie diplomatiche, mane’ loro effetti poco dissimili; parole anzi non bene accette a quei medesimi pei quali erano profferite, perchè il Governo insurrezionale di Varsavia, timoroso che l’intervento di Garibaldi potesse imprimere al moto polacco un carattere troppo rivoluzionario e alienargli per tal modo lo sperato favore delle Potenze europee (dell’Austria principalmente, che in sulle prime era parsa secondare sottomano gli insorti), faceva intendere al famoso Capitano[253]che la Polonia eragli grata della sua magnanima offerta e contava sul di lui morale patrocinio, ma che per il momento non reputava opportuno che la sua persona apparisse sul teatro della lotta.
Ed anche in Italia la causa polacca raccoglieva aiuto più d’orazioni che d’opere. E non parliamo del Governo costretto dalla condotta incerta degli Stati occidentali e più dalla posizione ambigua presa dall’Austria ad una grande circospezione; ma nella stessa democrazia, fra i più devoti commilitoni di Garibaldi, gli animi erano perplessi e i pareri divisi. Perocchè se tutti consentivano nella santità della causa e nel debito di aiutarla, i più non ne vedevano nè il mezzo nè la via; e pochissimi soltanto, primo fra tutti l’anima eroica ed impaziente di martirio di Francesco Nullo, cui attendeva la bella morte dei prodi sugli argini di Olkutz, pochissimi erano quelli che si mostrassero deliberati ad ogni sbaraglio.[254]Tuttavia un Comitato erasi costituito in Genova sotto la direzione di Clemente Corte che andava un po’ a stento, per ver dire,accattando armi e danari, soccorrendo gli esuli polacchi che volevan rimpatriare e apparecchiandosi alla meglio all’eventualità d’una spedizione. E non andò molto infatti che parve offrirsene l’opportunità.
In sul finire di maggio due emissari polacchi[255]erano arrivati a Caprera apportatori di questo audacissimo progetto: attaccare la Russia anche da mezzogiorno; raccogliere in Costantinopoli quante armi e volontari fosse possibile; sommovere la Rumenia, rovesciar coll’aiuto del partito nazionale, capitanato dal Rossetti e dal Bratiano, il principe Couza; e fatto base del Principato, penetrare, con legioni miste d’italiani e Polacchi, guidati da Menotti, in Bessarabia, e di là per la Podolia e la Gallizia dar la mano agli insorti del centro.
Non ci arrestiamo a discutere l’attuabilità di siffatto progetto; eran progetti di esuli disperati e basta: aggiungiamo questo solo: che Garibaldi diè il consenso; che Menotti[256]partiva pochi giorni dopo da Caprera con un piroscafo che nascondeva nella sua stiva tutto il piccolo arsenale dell’Isola, compresovi un cannoncino; che a Genova il Comitato per la Polonia, presieduto dal Corte, accettò l’idea, soltanto fece intendere così al Generale come ai Polacchi che trattandosi d’impresa sì fortunosa nella quale andava avventurata non solo la vita di tanti giovani, e le poche sostanze del Comitato, ma il credito della stessa democrazia italiana e del loro capo, era per lo meno prudente inviar qualcuno a Costantinopoli ed a Bukarest affine di scandagliare il terreno, esaminare fino a qual punto il disegno fosse effettuabile, prenderegli accordi coi Comitati polacchi esistenti colà e rapportare ogni cosa agli amici d’Italia. E ciò convenuto, Giacinto Bruzzesi e Giuseppe Guerzoni, scelti di comune accordo a quell’ufficio, s’imbarcarono per l’Oriente. Se non che poche settimane di dimora a Costantinopoli, una visita fatta dal Bruzzesi a Bukarest bastarono ai due esploratori per conoscere tutto il vero. In primo luogo il Governo turco poteva fino a un certo segno chiudere un occhio sui disegni della Emigrazione polacca, ma protestavasi fermamente risoluto ad impedire qualsiasi accolta d’armi e d’armati sul suo territorio; in secondo quantunque il trono del principe Couza apparisse assai vacillante, nè il Rossetti nè i suoi amici stimavano giunta l’ora di dargli l’ultimo crollo, tanto meno arrischiando la patria loro in una avventura il cui primo frutto sarebbe stato di inimicare alla causa dell’indipendenza rumena la potente Russia, sua naturale tutrice; finalmente v’era bensì a Costantinopoli un manipolo di Polacchi deliberati a tentare, non foss’altro perchè l’avevano promesso, la impresa, ma per l’esiguità del numero e la povertà dei mezzi sfiduciati essi pei primi di poterla condurre a compimento. E tanto è vero che in sul cominciare di luglio essendosi un centinaio di loro raccolti ne’ dintorni di Galatz furono dal Governo di Bukarest immediatamente perseguiti, e prima che riuscissero a varcare il Pruth, disciolti e disarmati. Però riportate queste notizie a Genova, l’impossibilità della divisata impresa apparve a’ suoi più accesi zelatori evidente, e Garibaldi pel primo si rassegnò a rinunciarvi.
Quasi contemporaneamente anche la insurrezione polacca, stremata da oltre un anno di lotta disperata, mandava gli ultimi aneliti. Sempre cullata dalla speranza che la platonica tenerezza e la verbosa commiserazionedelle Potenze occidentali si convertissero finalmente in aiuti efficaci d’opere e d’armi; sempre credente alla voce de’ suoi esuli che, illusi a lor volta dalle lunghe promesse de’ capitani veri o presunti della rivoluzione europea, le facevan balenare ad ogni giro di luna il miraggio d’una spedizione, d’uno sbarco, d’una crociata;[257]oggi confortata dall’aspettazione d’un congresso europeo, domani rianimata dal sogno d’una insurrezione rumena o galliziana, o d’una ripresa della quistione d’Oriente; la grande martire riusciva bensì a protrarre per tutto l’inverno del 1864 la sua prodigiosa agonia, ma ahimè! senz’altro frutto che di veder ingrandire giorno per giorno la già immane ecatombe de’ suoi figli, e rinnovare sulla pietra risuggellata del suo sepolcro la funebre epigrafe del primo suo campione:Finis Poloniæ.
Ed eccoci a quel viaggio d’Inghilterra che per il modo onde fu avviato e condotto, il clamore che menò, gli spettacoli che offerse, i sentimenti che suscitò, i commenti a cui porse occasione divenne non per Garibaldi e l’Italia soltanto, ma per buona parte d’Europa, un vero avvenimento.
L’idea di veder Garibaldi nel loro paese non eranuova nei cervelli inglesi, e fin dal 1862, e prima e dopo Aspromonte, a voce e per iscritto, vecchi e novelli amici gliene avevan più volte ripetuto l’invito. Il Generale però, pur protestandosi desiderosissimo di ringraziare in persona il popolo inglese per il grande patrocinio prestato in ogni tempo alla causa italiana, s’era sempre schermito dal prendere alcun impegno definitivo. E ciò non tanto per l’argomento della sua infermità, divenuto dopo Aspromonte, achilleo davvero, quanto perchè non si sentiva in fondo all’animo abbastanza tranquillo circa all’opportunità di quel viaggio che poteva vestire le apparenze d’una vanitosa questua d’onori, e risolversi, anche contro sua volontà, nel clamore d’un trionfo senza alcun beneficio per l’Italia.
Tuttavia, quando in sul finire del 1863 corse la notizia che il Generale poteva coll’appoggio d’un tenue bastoncello passeggiare francamente per l’Isola e che perciò quell’impedimento della salute, l’unico riconosciuto dagli Inglesi, era cessato; i fautori del viaggio gli furono novamente addosso con tanta concordia e tanta insistenza che non gli fu più possibile pagarli di risposte evasive, e gli convenne prendere un partito.
Nè si creda, come a taluno parve, che quei promotori o fautori fossero pochi ed oscuri. V’erano persone di tutti i ceti e di tutte le parti,WhigseTories, nobili e popolani, commercianti ed avvocati, segretari di Stato e membri del Parlamento, lordi scritti da secoli nelpeeragee dame accolte ne’ penetrali più rigidi della società inglese; v’era tutto ciò che in un paese di libertà e di discussione forma, illumina e dirige l’opinione pubblica, se pure in quel caso l’opinione pubblica non era anticipatamente formata dal consensoistintivo del popolo intero.[258]Nè si vuol dire che queste persone fossero mosse da un solo pensiero; come suole accadere, i motivi personali si frammischiavano anche allora ai pubblici, ed è assai probabile che i sentimenti di simpatia all’Italia e d’ammirazione pel suo eroe non fossero le sole molle eccitatrici di tutto quell’entusiasmo. Così, a mo’ d’esempio, mentre iWhigscaldeggiavano il viaggio, perchè vi scorgevano un mezzo di accrescere la popolarità del Governo; iTorieslo favorivano per il motivo precisamente opposto, che il Ministero vi avrebbe trovato una certa cagione di triboli e di guai: così intanto che i radicali, i socialisti, i rivoluzionari, gli agitatori e i congiurati di tutte le cause e di tutte le patrie, di cui la metropoli era il grande asilo, sollecitavan la venuta di Garibaldi più per la speranza di farne uno strumento delle loro idee e un vessillifero delle loro imprese che per il desiderio di festeggiare la sua persona e rendere omaggio alle sue virtù, il popolo, scevro di secondi fini, lo desiderava ed aspettava ansiosamentesolo per mirare in lui uno dei più nobili frutti del suo sangue; povero, semplice, ingenuo, figlio delle sue opere come lui: il marinaio divenuto redentore di popoli, e creatore di re.
Un dubbio solo restava a chiarire: fino a qual punto il Governo, rappresentato a que’ giorni dal Gabinetto Palmerston, gradisse quel viaggio e fosse disposto a favorirlo. Lord Palmerston infatti, richiesto a nome del Comitato per il ricevimento di Garibaldi (poichè un Comitato s’era già formato e lo presiedeva quello stesso signor Richardson che aveva istituito il Comitato per le manifestazioni garibaldine ai giorni d’Aspromonte), aveva manifestato intorno a quel disegno un aperto scontento, non già perchè fosse o amasse apparire freddo ammiratore del Generale, del quale pensava «che non avrebbe mosso un dito per recar disturbi all’Inghilterra;[259]» ma perchè non sapeva fino a qual segno l’agitazione popolare suscitata dalla sua venuta potesse trascorrere, nè in qual modo un’accoglienza anche semiufficiale potesse essere interpretata dai potentati, specie da Napoleone III, del quale, ardendo la contesa dano-germanica, apprezzava più che mai l’amicizia. Però resistette, traccheggiò, chiese proroghe, suscitò inciampi; e sol quando i membri del Comitato per il ricevimento gli fecero intendere che Garibaldi sarebbe venuto anche contro il suo consenso, mutò tattica e volse tutto il suo ingegno a fare in guisa che l’avvenimentoormai inevitabile gli tornasse più innocuo o meno pericoloso.
Fra i più entusiasti di quel viaggio v’erano certi signori Chambers di Liverpool, marito e moglie, entrambi devoti al Generale e per le cure prodigategli durante la sua infermità al Varignano ed a Pisa a lui singolarmente cari: egli, il marito, rispettabiletory, maggiore della milizia e colonnello deiRifles Volunteersdella sua contea, ma per l’indole flemmatica e aliena dalle brighe pubbliche assai più inclinato a secondare le voglie della moglie che a dirigerle; ella donna di scarse attrattive femminili, ma dotata in cambio di tutta la energia che mancava al marito, invasata da quello ardore d’apostolato che in molte donne della sua razza fa singolar contrasto collo spirito di famiglia e il culto dellahome, e che essendosi fitta in capo di condurre il Generale in Inghilterra s’era fatta oramai di quest’impresa, lo scopo supremo della sua volontà tenace e della sua febbrile operosità.
Ora, come tutto ciò era noto in Inghilterra, ad essi principalmente il Comitato del ricevimento affidò il mandato di riannodare la pratica del viaggio e di concertare tutto quanto fosse necessario alla sua effettuazione.
Però s’intende che essi, la signora principalmente, non si fecero pregare; giunsero in sullo scorcio di gennaio a Caprera, vi si insediarono senza cerimonie e posero tosto il Generale in un vero stato d’assedio. La signora Chambers non gli lasciava, staremmo per dire, un istante di tregua; gli entrava in camera, lo seguiva alla passeggiata, ne interrompeva i lavori, ne turbava le ore a lui più care della meditazione e della solitudine, e sempre e dappertutto per parlargli d’un argomento solo: il viaggio d’Inghilterra. Ora gli recavai giornali che pronosticavano il suo arrivo, ora gli mostrava lettere di questo o quell’Inglese che l’invitavano al viaggio, ora disputava, ora pregava, ora per convincerlo dipingeva con enfatici colori le accoglienze che lo attendevano: le contentezze della nobiltà; le gioie dellacity; l’entusiasmo del popolo. Il Generale però esitava sempre; sicchè può affermarsi che poche risoluzioni furono da lui più dibattute e ponderate di quella. Due dubbi principalmente gli battagliavano nell’animo e lo tenevano perplesso. Qual era il pensiero del Governo britannico intorno a quel suo viaggio; quale profitto avrebbe potuto ritrarne l’Italia? E poichè da un canto le esitanze del Palmerston duravano sempre, e dall’altro la parola d’ordine mandata alla signora Chambers era di togliere al viaggio qualsiasi colore politico e molto più rivoluzionario, così le due principali obbiezioni del Generale continuarono a restare lungamente intatte e i negoziati a non progredire d’un passo.
Sui primi di marzo però arrivarono all’infaticabile plenipotenziaria decisivi soccorsi. Dicemmo che Lord Palmerston, veduta l’impossibilità di scongiurare un avvenimento che ormai l’Inghilterra tutta voleva, aveva da quell’accorto uomo che era finito coll’acconciarvisi, riserbandosi soltanto di studiare co’ suoi amici il modo onde cansarne o almeno scemarne i probabili pericoli e i certi fastidi. E il modo fu ben presto trovato. Anzitutto per levare viemeglio dal viaggio ogni ombra d’intento politico si doveva propalare la voce, e non mancavano giornali all’uopo,[260]che il Generale, non per anco ristabilito dalla sua ferita, venisse solo in Inghilterra per cercare, in un clima diverso, un ristoro alla sua malferma salute; poscia importava fare in guisa che il Generale appena messo piede sul suolo britannico fosse circondato da tali persone e cadesse in tali mani che gl’impedissero, senza parere, qualsiasi scarto e, assopendolo tra le carezze e cingendolo di catene di rose, lo tenessero, a sua insaputa, prigioniero. Così fermato il disegno, l’esecuzione fu un portento di abilità e di esattezza. Il signor Seely, membro del Parlamento e insieme del Comitato promotore, cominciò ad accaparrarlo per la sua villa di Brook-House nell’isola di Wight, dove avrebbe potuto, diceva, rimettersi dai disagi del viaggio prima d’accingersi alla maggior fatica dell’ingresso in Londra; ma dove infatti era convenuto dovesse passare una specie di quarantena, la quale desse modo a’ suoi ospiti di scrutarne le intenzioni, catechizzarne lo spirito ed apparecchiarne il contorno. Nello stesso tempo il Duca di Sutherland gli scriveva per offrirgli la principesca ospitalità del suo palazzo di Stafford-House, più volte insistendo perchè non gli fosse negato tanto onore. Infine il signor Thornton Hunt,segretario, o uno dei segretari privati di Lord Palmerston, parlando in proprio nome, ma lasciando intendere che era certo d’interpretare i propositi del suo Ministro, toglieva su di sè di vincere quella che fin allora era stata una delle più forti obbiezioni del Generale, assicurandolo che il governo della Regina non poteva nutrire alcun sentimento avverso ad un fatto che non solo era voluto dalla grande maggioranza del popolo britannico, ma tendeva ad onorare una delle più schiette personificazioni del patriottismo e della virtù; certo, soggiungeva, non era quello il caso di parlare di accoglienze ufficiali; ma qualora tanto il Generale quanto i suoi amici si fossero studiati a spogliare la visita desiderata da ogni carattere politico, impedendo sopratutto che potesse mai degenerare in pretesto di agitazioni e di tumulti, egli, il signor Hunt, poteva quasi star mallevadore che così Lord Palmerston come i suoi colleghi sarebbero stati lietissimi d’incontrare dove che sia l’ospite onorato dall’Inghilterra, e associarsi come cittadini inglesi al meritato onore che la loro patria gli tributava.[261]
Al ricevere di questi iterati inviti, alla lettura di queste lettere, il Generale si diede per vinto; e non già perchè le offerte del signor Seely, o del Duca di Sutherland lo avessero sedotto o le dichiarazioni del segretario Hunt appagato: ma perchè dopo due anni di negoziati, di dispute, di lotte, egli pure era all’estremo delle sue forze; perchè una volta assicurato che al desiderio del popolo inglese s’associava il consenso del suo Governo, non avrebbe più potuto senza taccia di selvatichezza rispondere a tanta cortesia con un rifiuto; perchè se anco gli fosse impedito di bandire ai quattro venti quale fosse il vero ed ultimo scopo della sua visita e quali aiuti sperasse ritrarre a profitto della sua Italia, si lusingava tuttavia che non gli sarebbe o prima o poi mancata l’occasione di farlo intendere in segreto; perchè infine se non poteva propriamente definire in che quell’ultimo scopo avesse a consistere ed a quale impresa quegli aiuti dovessero servire, sperava sempre che da cosa nascesse cosa, e che in ogni caso le circostanze l’avrebbero ispirato e la fortuna come sempre soccorso.
Ed è questo un punto che nella storia di quest’episodio non va dimenticato. Garibaldi non aveva intornoal suo viaggio in Inghilterra alcun fermo e chiaro concetto: avrebbe voluto che non isterilisse in una vana mostra; ma in qual modo renderlo fecondo, egli pel primo sarebbe stato incapace ad affermare. Più volte infatti, interrogato da chi l’attorniava,[262]che cosa si farebbe in Inghilterra? dava risposte diverse e contradittorie: ora accennava in confuso all’idea di armar in qualche porto inglese uno o più bastimenti per muovere una disperata guerra di corsari contro l’Austria allora impegnata nel litigio danese; ora delineava vagamente progetti di spedizioni in Grecia o in Polonia; ora carezzava il disegno di raccogliere in Inghilterra denari ed armi per una futura impresa veneta; ed altre siffatte fantasticaggini. Delle quali fantasticaggini però era utile toccare per mettere in sodo fin da principio che nessuna libidine di popolarità, nessuna vanità di pompe e di trionfi spingeva l’eroe a quel pellegrinaggio; ma soltanto la speranza, vaga, annebbiata, finchè si voglia, di poter giovare un’altra volta, come si fosse, alla causa della patria sua, alla causa di tutti i popoli oppressi, per la quale andava, da circa trent’anni, apostolo armato pel mondo predicando e combattendo.
Deciso il viaggio, in poche settimane ne furono apprestati i mezzi. Giusto un accordo preso tra i signori Chambers e il Comitato di Londra, un bastimento dellaPeninsular Oriental Companydoveva passare a Caprera per prendere il Generale e tragittarlo a Malta, d’onde un altro della stessa Compagnial’avrebbe poi trasportato in Inghilterra.[263]E così avvenne.
Il 21 aprile laVallettagettava l’àncora nelle acque della Maddalena; poche ore dopo il Generale vi s’imbarcava. Lo accompagnavano il signor Chambers, i figli Menotti e Ricciotti, il dottor Basile, il signor Sanchez spagnuolo (destinato però a sbarcare a Gibilterra), Giovanni Basso e Giuseppe Guerzoni. Prima dell’imbrunire il piroscafo sferrò e nella sera del giorno 22 approdava nel porto della Valletta. E com’era a prevedersi, non appena corsa la nuova di quell’inaspettato arrivo, la città fu tutta a rumore; e Garibaldi cominciò tosto a saggiare le prime delizie diquelle ovazioni di cui tra poco il popolo inglese lo sazierà. Fortunatamente ilRipon,quel secondo vapore dellaPeninsulareche doveva portarlo in Inghilterra, arrivò; egli potè imbarcarvisi con tutti i suoi, e nella notte stessa del 23 ripigliare il suo viaggio. Il quale sino alla fine fu felicissimo, senz’altro di notevole che una fermata a Gibilterra, dove il Governatore del Capo, appena saputo l’arrivo del Generale, gli manda incontro ufficiali di terra e di mare, in grande uniforme, per ossequiarlo in suo nome ed invitarlo a scendere a terra. Ma il Generale, adducendo che il piroscafo era sulle mosse, si schermì cortesemente; e infatti prima che il sole di quel medesimo giorno 26 aprile fosse tramontato, ilRiponaveva già varcato lo stretto e dopo altri sei giorni di prospera navigazione gettava l’àncora nel porto di Southampton.
Quantunque piovesse a dirotto e fosse domenica, ciò nonostante un’immensa moltitudine di popolo, alla cui testa primeggiava ilMayordella città, stava ad attendere fino dalla mattina l’annunziato visitatore. Le campane suonavano a festa: i bastimenti ancorati nel porto avevano issato ai più alti pennoni le loro bandiere, e tutta la città era pavesata dagli intrecciati colori d’Italia e d’Inghilterra. Gran numero di cittadini erano accorsi da Londra e dalle terre vicine; e non appena ilRiponapparve all’imboccatura del Solten,[264]il Duca di Sutherland, il signor Seely, il signor Negretti ed altri Italiani, sopra un agile vaporetto di rimorchio gli erano mossi incontro. Pochi istanti dopo ilRiponentrava neldock, e il Generale montato sul ponte salutò più volte col cappello la folla aspettante, la quale indovinatolo allo storico suo costumegli rispose con salve triplicate di fragorosissimiurrà. Intanto però che ilRiponmanovrava per accostar lo scalo, il Duca di Sutherland, il signor Seely, e il signor Negretti montavano al suo bordo, impazienti, dicevano, di dare il benvenuto al Generale, che doveva essere loro ospite; in fatto premurosi di dare un principio d’esecuzione al disegno prestabilito d’isolarlo al più presto da ogni consorzio pericoloso e impadronirsene. Garibaldi non cercò più che tanto, e deliberato ormai a non far cosa che potesse sgradire a’ suoi ospiti, e in ogni caso a cattivarseli e vincerli colla dolcezza e la sottomissione, accettò senz’altro la graziosa offerta e si preparò a scendere a terra.[265]
Qui però confidiamo che il lettore non ci vorrà muovere rimprovero se gli risparmiamo un’altra volta la circostanziata narrazione delle accoglienze. In una storia in cui codesta sorta di trionfi occorre ad ogni passo e sovente con monotona somiglianza si rinnova, la parsimonia delle descrizioni ne par quasi un preciso dovere e tanto più in questo viaggio dove il gigantesco romano trionfo di Londra sta per riassumerli e vincerli tutti.
Accolto allo scalo dal Lord Mayor; condotto in una carrozza a quattro cavalli alTown-Halle quivi convitato dal Mayor stesso a sontuoso banchetto, ricevute nel corso della giornata innumerevoli visite, udito al mattino vegnente l’indirizzo del Consiglio di città e rispostogli in uno stentato e lento, ma chiaro inglese che «la nazione britanna meritava la riconoscenzadegli Italiani,» ricevute poco dopo le Deputazioni delle città di Bristol e di Newcastle, e d’altre Corporazioni e Comitati, passò finalmente nelle mani del signor Seely, il quale, rapitoselo sopra uno degli eleganti vaporetti che fanno il servizio dell’isola di Wight, se lo trafugò per viottole segrete nel suo Brook-House,[266]spaziosa e dorata muda, dove il leone prima di comparire in pubblico dovrà addestrarsi, per alquanti giorni, ad addolcire la voce ed ammorbidire le ugne.
A Brook-House il Generale doveva restare sinchè i preparativi del ricevimento di Londra fossero compiuti. Nè egli sembrava premuroso di abbreviare il termine del suo ritiro. L’ospitalità infatti del signor e della signora Seely, oltrechè splendida era sì amabile, e il recesso così ameno, e quel riposo così grato, che ogni uomo anche di gusti meno semplici e solitari di Garibaldi vi si sarebbe obbliato. Era però un ozio relativo. Il solo rispondere alle innumerevoli lettere d’invito, d’offerte, di augurii, di domande di ritratti, d’autografi e di capelli che da ogni angolo del Regno gli fioccavano, era una faccenda laboriosissima. Così le visite che era obbligato a fare nelle principali terre dell’Isola (notevole tra tutte l’accoglienza di Newport), s’alternavano con quelle che riceveva a Brook-Houseegli stesso; e quindi oggi il poeta Tennyson[267]e Lord Shafterbury; domani il signor Gladstone, Cancelliere dello Scacchiere, e Carlo Blind il celebre patriota tedesco; posdomani i signori Kinnaird ed Ashley membri del Parlamento, e Alessandro Herzen, l’ardente agitatore russo: un altro giorno infine Giuseppe Mazzini in persona, che il Generale stesso aveva desiderato vedere prima del suo arrivo in Londra, col quale s’abbracciava affettuosamente e restava in lungo segreto colloquio.
La più geniale però di tutte quelle occupazioni fu la rivista all’arsenale di Portsmouth. Invitatovi dallo stesso ammiraglio Seymour, comandante di quella stazione navale, trasportato da Cowes a Portsmouth sulyachtammiraglioFire Queen, comandato dal capitano Scott, un avanzo di Trafalgar; incontrato all’ingresso del porto dalle lancie di tutti i comandanti della squadra e da grandissima folla di cittadini; condotto a visitare minutamente ogni punto del grandioso stabilimento e cantieri, e officine, e scuole di marina, gli è alla fine, sulRoyal Sovereign, offerto il grandioso spettacolo di una gara al bersaglio con cannoni Armstrong di 300 libbre, nuovissimi allora, seguíto tosto da evoluzioni e manovre a fuoco di tutta la squadra.[268]
Frattanto il giorno destinato al solenne ingresso in Londra era giunto, e la mattina dell’11 aprile, giusta il convenuto, Garibaldi s’imbarca col signor Seely, i signori Chambers, i figli e gli altri suoi compagni di viaggio per Southampton, d’onde in sul mezzogiorno un treno apposito, al tuonar del cannone, allo squillar delle campane, lo trasportava con velocità inglese verso la grande metropoli.
Anche Londra però erasi degnamente preparata a riceverlo. Era stato stabilito che il Generale smonterebbe alla stazione diNine Elms, ove sarebbe ricevuto dai membri del Comitato promotore, dai Delegati degli operai e della Colonia italiana; che fuori della stazione lo attenderebbero schierate per scortarlo, ciascuna colle sue musiche e i suoi gonfaloni, le corporazioni principali della città, tra le altre quelle dellaSoutwark Temperance, deiForesters, degliOld Fellows; deiTemperance Sons of Phenix, degliOld Friends, e dellaLegione inglese Garibaldinel 1860; che di là monterebbe nella carrozza a tiro a quattro del Duca di Sutherland e per Wandsworth Road, Miles, Brough, New Bridge-Street, Upper-Kennington, Lane, Kennington-Road, Westminster-Bridge-Road, Westminster-Bridge, Parliament Street, Charing Cross e Pall-Mall, procederebbe, processionalmente, fino a Stafford-House. Quantunque però fosse stato annunziato che egli non arriverebbe a Nine Elms se non verso le due del pomeriggio, tutte le strade d’onde doveva passare brulicavano, fin dalle prime ore del mattino, d’una folla immensa, multiforme, rumorosa, che veniva crescendo, ad ogni istante, incalzando, accavallandosi, allagandole piazze e le vie, stipando i palchi eretti espressamente lungo il passaggio, rigurgitando dalle finestre, spuntando dagli abbaini, arrampicandosi sui tetti, penzolando dagli alberi, vivente oceano di teste che faceva ondeggiare all’occhio, case, monumenti, torri, ponti, giardini, e pareva quasi subissarli.
Finalmente, poco dopo le due, un lungo fischio e un subitaneo e più violento mareggiare della folla annunziava che il treno tanto aspettato entrava in stazione. Garibaldi ne scese tosto, e uditi gl’indirizzi delle Deputazioni, ricevuti gli omaggi d’un’eletta di spettatori e spettatrici, raccolta sotto un ricco padiglione, che l’apostrofava co’ più teneri ed eroici nomi e «Dio vi benedica, benvenuto nel paese della libertà» e «Benvenuto l’eroe italiano,» riuscì finalmente, non senza stento per la fitta calca che ne assiepava le porte, a uscir dalla stazione ed a montare nella carrozza designatagli. E qui accadde un fatto straordinario, il più straordinario forse fra i mille di quella giornata. Tutta quella moltitudine che dianzi fiotteggiava e sordamente mugghiava come un mare gonfiato dai primi soffi della bufera, all’apparire di Garibaldi sulla carrozza, fosse il pittoresco ed insolito costume, fosse la nuova meraviglia di quella superba testa leonina, nella quale la natura pareva essersi compiaciuta a fondere insieme tutti i tratti della forza e della bellezza; tutta, dicevamo, quella tempestosa e sterminata moltitudine, s’abbonacciò a un tratto e per alcuni secondi restò davanti a quella inattesa apparizione, estatica, muta, quasi pietrificata, come se avesse veduto balzar di sotterra all’improvviso, il biondo e capelluto fantasma d’uno de’ leggendari eroi d’Engisto e d’Horsa, cari ad Odino ed a Thor. Ma fu, come dicemmo, un attimo, chè subito dopo, scossa la istantaneamalía, quella stessa moltitudine esalò dall’immane petto tale un ruggito, tale un iato, non sapremmo dire, se di tripudio, d’ammirazione o d’amore, da far correre un brivido per le vene ai più, e lasciar a sua volta lo stesso Garibaldi sbalordito per un istante ed esterrefatto.
Allora cominciò lo sfilare delle corporazioni e delle rappresentanze; finita la sfilata, il corteo si mosse e si vide un nuovo spettacolo.[269]Migliaia di braccia s’agitavano; migliaia di fazzoletti sventolavano; migliaia di cappelli salutavano; migliaia di mani applaudivano; migliaia e migliaia di bocche gridavano co’ più svariati accenti, co’ più fantastici attributi, un nome solo: Garibaldi. La processione delle corporazioni che aprivano la marcia, arrestata a ogni passo dalla piena, avanzava lentamente; ancora più lentamente la carrozza del Generale. In taluni luoghi la stipa era tale che la carozza, incastrata entro un serraglio di corpiumani, non poteva nè avanzare nè retrocedere. E in mezzo a tutto ciò due meraviglie, una per gl’Inglesi: la serenità olimpica di Garibaldi; un’altra per il forestiere: l’ordine perfetto, nel disordine immane di tutta quella folla babilonica, mantenuto da pochipolicemensenz’armi. Dire i saluti a cui ha risposto, i baci che ha restituito, le strette di mano che ha barattate il Generale sarebbe impossibile: basti che dopo poche ore le sue mani, il suo volto, il suo mantello erano tutti tigrati di macchie nerastre come fosse uscito appena da una fucina o da una miniera. A un certo punto, presso Westminster, una subitanea rotta della fiumana popolare divide il Generale dalle corporazioni, ond’eccolo tagliato fuori dal suo corteo e prigioniero d’un popolo nuovo, ma non meno infanatichito, che a somiglianza del primo lo assale, lo serra, lo pigia, vuol parlargli e farlo parlare; lo assorda colle sue voci, lo soffoca ne’ suoi amplessi, lo ucciderebbe fors’anco, se l’opportuno intervenire di due o trepolicemennon lo liberasse a tempo da quelle strette d’amore delirante, e non aprissero, in quel gigantesco ginepraio di mani e di braccia, un breve spiraglio per cui potere proseguire. Quando a Dio piacque infatti il convoglio potè ravviarsi: passò Westminster-Bridge, passò Trafalgar-Square, dove la base della colonna di Nelson, fitta di spettatori, sembrava un piedestallo di statue viventi, ed entrò in Pall-Mall; ma in quel punto, circa le sette e mezzo, l’ultimo raggio di sole si nascondeva nel lenzuolo di nebbia delle sere britanniche, e pochi istanti dopo carrozze, bandiere, rappresentanze, spettatori e Garibaldi non erano più che una torbida fantasmagoria d’ombre confuse che s’agitavano nella caliginosa opacità della notte imminente. Ma ciò non ostante il popolo continuavaancora a seguire, a gridare, a segnare a dito Garibaldi, indovinandolo coll’istinto, salutando il suo mantello grigio che solo spiccava ancora nelle tenebre. Finalmente l’architettonica massa di Stafford-House spuntò: la folla raccolta sullosquare, tra preghiere, ammonimenti, spinte, fece quel tanto di largo che permettesse alla carrozza d’entrare la grande cancellata del palazzo e colà finalmente il Generale potè mettere piede a terra. Un tappeto di porpora era steso dall’atrio allo scalone, a’ piedi del quale attendeva con gran corteo di gentiluomini e di dame la bella Duchessa di Sutherland; Garibaldi s’avanzò verso di lei con passo lento ma fermo; ne ricevette il benvenuto, ne sfiorò colla sua destra, affumicata dal contatto di tutto il catrame di Londra, la candida mano, e lasciando delusa la moltitudine che ancora s’ostinava a volerlo rivedere, sparì nei penetrali della principesca dimora. Sei ore da Nine-Elms a Stafford-House; sei ore per cinque miglia: un mezzo milione di spettatori accalcati sulla via del passaggio; una piena di popolo quale non vide l’esercito inglese reduce da Crimea, erano le parole che correvano su tutte le labbra alla fine di quella memorabile giornata e ne riepilogavano la meraviglia.
All’indomani Garibaldi parve riposato, ma cominciarono allora le sue dodici fatiche. Come però non è questa una storia aneddotica e il descriverle tutte, episodio per episodio, particolare per particolare, richiederebbe, senza iperbole, un volume, così ne restringeremo il racconto in rapidissimi tocchi.
Il 12 di buon mattino ascolta un indirizzo degli abitanti del quartiere di San Pancrazio, santo a lui memorabile; visita più tardi a Chiswick la Duchessa madre di Sutherland; dove incontra Lord Russell, Lord Granville, il duca e la duchessa d’Argyll, il conte e la contessa di Clarendon, il signore e la signora Gladstone e durante la colazione la banda del secondo reggimento delleLife Guardsgli suona il suo inno. Sul pomeriggio altra visita a Lord Palmerston, col quale si trattiene in segreto oltre un’ora, e la sera banchetto, ricevimenti e discorsi ancora.
Il 13 mattina rivista all’arsenale di Woolwich, dove impennatisi i cavalli gli operai dello stabilimento trascinano la sua carrozza a forza di braccia; nella sera banchetto di quaranta coperti dal duca di Sutherland, e subito dopo solenne ricevimento, durante il quale il Generale, seduto sopra una specie di trono nella gran sala degli Staffords, vede sfilargli davanti la più antica e più pura nobiltà di Brettagna e di Scozia.
Il 14 mattina udienza alle Deputazioni della città di Manchester; poco dopo rivista della brigata dei pompieri, di cui è colonnello il Duca di Sutherland, e la sera comparsa al Covent-Garden dove si rappresenta laNormae in suo onore un atto dellaMuta di Portici; ed egli è letteralmente coperto di fiori dalle più belle mani del Regno Unito.[270]
Il 15 escursione agricola a Bedford e davanti a nuova moltitudine di popolo, convenuto da tutte le parti del distretto, esperimenti delle macchine Howard;alla sera desinare intimo da Antonio Panizzi, il celebre restauratore delBritish Museume vecchio amico suo.
Nella mattina del 16 visita alla birreria Berkley e Perkins; verso il tocco gran concerto al Palazzo di Cristallo, datogli dagli Italiani; trentamila spettatori lo accolgono, una Deputazione di suoi compatriotti gli presenta una bandiera col motto «Roma e Venezia;» Arditi dirige l’orchestra, e un coro di mille voci gli canta:
O Garibaldi nostro salvator,Te seguiremo al Campo dell’onor.
O Garibaldi nostro salvator,Te seguiremo al Campo dell’onor.
O Garibaldi nostro salvator,
Te seguiremo al Campo dell’onor.
DalCrystal Palacepassa a Piccadilly[271]dove Lord Palmerston lo convita a solenne banchetto.
Il 17 è domenica, e come è noto il rigoroso rispetto che gl’Inglesi professano od ostentano per il giorno festivo, così il russo Alessandro Herzen riunisce in casa sua a fraterna mensa, fra una scelta d’amici, Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini.[272]
L’agape però nulla aveva di politico. Certo in quel cenacolo di apostoli e di soldati di tutte le patrie e di tutte le libertà un discorso doveva ricorrere e dominare su tutti gli altri; ma nessuno prestabilito disegno di complotti rivoluzionari, nessun occulto pensiero presiedeva il nobile simposio. Gli stessi brindisi, commoventissimi per chi li profferiva come per chi li udiva, non furono che reciproche testimonianze d’onore e d’affetto, scevri interamente da ogni ascoso fine politico, se non forse l’altissimo di riaccostarealmeno un istante due grandi spiriti affratellati un giorno dalla medesima idea, e che non avrebbero potuto passarsi vicini senza seppellire in un amplesso ogni ricordo della passata discordia. Mazzini con ispirate parole bevve alla «libertà de’ popoli, all’associazione de’ popoli, a Garibaldi vivente incarnazione di questa idea, alla povera, santa Polonia, alla giovine Russia.» Garibaldi con caldo accento rispose: «Al mio amico e maestro Giuseppe Mazzini;[273]allaPolonia, alla Russia, all’Inghilterra.» E al toccar de’ bicchieri una lacrima brillava nell’occhio di tutti i commensali; ed Herzen, strozzato dall’emozione, non potè pronunciare che poche e rotte parole.
Al lunedì vegnente ricevimento a Stafford-House di privati e di Deputazioni;[274]visita a Ledru Rollin, e Louis Blanc; al tocco un secondo concerto popolare al Palazzo di Cristallo, dove un popolo misto di Corporazioni, di Rappresentanze, di Deputazioni, sfila davanti al Trionfatore, che sa trovare per tutti il contegno e la parola opportuna, notevole e notata da coloro che cominciavano ad impensierirsi di quei trionfi, quella da lui gridata ad alta voce alla Deputazione degli esuli polacchi: «Chiedo che la nobile nazione inglese non voglia abbandonare la nazione polacca.»
Il martedì invece è giornata di riposo, se riposo può dirsi leggere o firmare serque di lettere e di ritratti, discorrere con centinaia di persone e posare ora per un busto, ora per una fotografia, risedersi a tavola tre o quattro volte il giorno, per non far torto all’usanza degli ospiti, meravigliati che un eroe mangiasse così poco e bevesse anche meno, e finito il pasto, all’ora rituale in cui le signore lasciano i lor cavalieri in intimi colloqui colSherrye colBrandy, si ritirasse con loro.
Così però era arrivato il 20 aprile; il giorno solennissimo destinato al conferimento della cittadinanza di Londra, che è, come ognuno sa, il più grande onore che la vecchiacitypossa dare, invidiato e raramente ottenuto dagli stessi Sovrani; e che a Garibaldi era stato decretato, senza contrasto, appena ebbe messo il piede sul suolo britannico. E come la storica cerimonia fu anche il compendio simbolico di tutte le onoranze tributate all’eroe italiano, così ne toccheremo meno fugacemente.
Assistito ad un asciolvere dal duca d’Argyll, in un tiro a quattro allaDaumontda Prince’s Gate, dimora del signor Seely dove il Generale era passato, s’avviò in sul mezzogiorno verso Guild-Hall. Lo accompagnavano, giusta il rito, il signor Richardson e l’Alderman Scott, ciambellano del Town-Hall, cui spettava quest’onore, il primo per aver proposto, il secondo per aver secondato la mozione delFreedom: lo seguivano in altra carrozza il signor Seely e i figli, e in altre ancora un lungo corteo di membri del Parlamento e di nobili invitati. Le botteghe erano chiuse, i lavori sospesi come nel giorno dell’ingresso. Turbe di popolo assiepavano le strade per le quali doveva passare il corteo; ma all’ingresso dellacitye più ancora nei pressi del Palazzo di città la calca è sì densa, la piena sì procellosa da pareggiare quasi quella impareggiabile dell’11 aprile. Arduo perciò come in quel giorno il transito; arduo aipolicemencontenere il torrente; arduo e pericoloso insieme per il Generale lo scendere di carrozza. Vi pervenne tuttavia, e allora, accolto nell’atrio di Guild-Hall dalla deputazione del Comitato di ricevimento, passando fra due ale digentlemene diladiesche lo salutano e s’inchinano come ad un re, è condotto nel gran salone del Consiglio, in mezzo ad unafiorita corona d’invitati, e quivi, sotto un ricco baldacchino, sopra seggiolone dorato, fra il signor Seely e suo figlio Ricciotti,[275]fatto sedere.
Entrarono allora gravi e solenni nel loro storico costume, roboni di velluto nero, parrucche bianche a zazzera, grandi lattughe allo sparato, il Lord Mayor, gli Aldermen, i Clerks, e fattosi un solenne silenzio il Town’s Clerk venne innanzi e lesse il seguente decreto:
«Che l’onorevole titolo di cittadino sia conferito al generale Garibaldi come segno di riverenza al più magnanimo e valoroso dei patriotti e gli sia presentato in una scatola d’oro del valore di cento ghinee.»
Una salva d’applausi era già scoppiata alle parolemost generous and magnanimous man, un’altra ancora più fragorosa seguì la chiusa del decreto. Allora il Generale si alzò e il signor Scott gli lesse un lungo indirizzo, nel quale, dopo avergli significato come Londra andasse superba d’avere tra’ suoi cittadini un uomo che a nessun altro poteva essere paragonato, «perchè in nessun uomo si trovarono insieme accoppiate come in lui la semplicità d’un Cincinnato, l’incorruttibilità d’un Dentato, il cuore di Leonida, la tenerezza d’una donna, la confidenza d’un fanciullo;» conchiuse ringraziandolo d’aver destata in Inghilterra la fiamma della libertà, ed augurando all’Italia di compiere la sua unità ed indipendenza.
Il Generale, che aveva ascoltato con profondo e decoroso raccoglimento, fece in inglese, con accento stentato e troppo apertamente meridionale, ma conperfetta correzione di sintassi e di lingua, questa risposta: