«Non mi è possibile esprimere a voi, come rappresentanti di questa gloriosa città, la gratitudine che io provo dell’onore che mi avete oggi conferito. Ne inorgoglisco più che dell’avere il primo onore, il primo grado in guerra, perchè non so qual cosa possa tenersi più onorevole che l’esser libero cittadino di questa città. Nè io dico questo per adularvi. Ho veduto che questo è il vero centro della libertà del mondo, è il foco della civiltà di tutte le nazioni. Qui niuno è straniero, perchè in Inghilterra ogni uomo è in casa sua. Vi ripeto che non potrei esprimere la mia riconoscenza, ma ve ne ringrazierò, non potendolo per me stesso, in nome della mia patria, che aspetta dall’Inghilterra quell’aiuto ch’essa può dare in guerra.»Certo l’Italia non potrà mai dire abbastanza quanto è grata a questo paese pel gran favore con cui ha accolto la sua causa, e per gli aiuti che le ha dato in tempi di gran bisogno. Nè è questa la sola volta che io sono stato beneficato dal popolo inglese. Lo fui in America quando dovetti alla protezione inglese se fui salvo da gran pericolo. — Ebbi anche aiuto da Inglesi in Cina. Tutto questo non potrei mai dimenticare; ma dovunque sarò, il mio affetto, la riconoscenza verso il popolo inglese sarà imperitura. — Ripeto che sono gratissimo per me e per la mia patria al popolo inglese.»
«Non mi è possibile esprimere a voi, come rappresentanti di questa gloriosa città, la gratitudine che io provo dell’onore che mi avete oggi conferito. Ne inorgoglisco più che dell’avere il primo onore, il primo grado in guerra, perchè non so qual cosa possa tenersi più onorevole che l’esser libero cittadino di questa città. Nè io dico questo per adularvi. Ho veduto che questo è il vero centro della libertà del mondo, è il foco della civiltà di tutte le nazioni. Qui niuno è straniero, perchè in Inghilterra ogni uomo è in casa sua. Vi ripeto che non potrei esprimere la mia riconoscenza, ma ve ne ringrazierò, non potendolo per me stesso, in nome della mia patria, che aspetta dall’Inghilterra quell’aiuto ch’essa può dare in guerra.
»Certo l’Italia non potrà mai dire abbastanza quanto è grata a questo paese pel gran favore con cui ha accolto la sua causa, e per gli aiuti che le ha dato in tempi di gran bisogno. Nè è questa la sola volta che io sono stato beneficato dal popolo inglese. Lo fui in America quando dovetti alla protezione inglese se fui salvo da gran pericolo. — Ebbi anche aiuto da Inglesi in Cina. Tutto questo non potrei mai dimenticare; ma dovunque sarò, il mio affetto, la riconoscenza verso il popolo inglese sarà imperitura. — Ripeto che sono gratissimo per me e per la mia patria al popolo inglese.»
Certo questo discorso non aveva nulla di peregrino, ma il Generale che al toccar del suolo inglese pareva aver acquistato il senso, a lui tanto innaturale, della convenienza e della misura, ed essersi trasformato in un attore provetto, a cui nessuno dei lenocinj dell’arte sia ignoto; il Generale, dico, seppe dare a quelle sue parole, studiate più che non si pensi, tale un’impronta di verità e di naturalezza, e trovare recitandole un atteggiamento così artisticamente equilibratotra la modestia e la dignità, un gesto così giustamente misurato tra la vivacità italiana e la rigidezza anglo-sassone, un’intonazione così abilmente indovinata tra la rozzezza eroica e la cortesia signorile, e sopratutto tali modulazioni, tali blandimenti e incanti di voce da suscitare in tutto l’uditorio un vero delirio. Una triplice tonante salva d’applausi, quali forse quella sala non aveva mai uditi, accolse la fine del discorso e soltanto la maestà del luogo e della cerimonia parve trattenere da più clamorose manifestazioni. Quando però il Generale, salutato il Mayor e la Mayoressa, si mosse per uscire, il pubblico, rotta ormai quella diga di tradizionale rispetto che l’aveva fino allora contenuto, dimenticò ogni gravità, e scavalcando sedie e barriere si rovesciò letteralmente su di lui, per ottenere, con mille voci, l’onore d’un suoshake hands. Nè forse l’eroe sarebbesi rifiutato anche a quel capriccio se taluno de’ suoi amici non si fosse opposto, dicendo che ciò avrebbe nociuto alla sua salute; il che bastò perchè tutta quella folla tumultuante si ritraesse e diradasse in silenzio.
Allora il Generale uscì da Guild Hall per passare a Mansion-House, dove il Lord Mayor dava in suo onore lo storico banchetto dellaLoving Cup, nel quale il Generale, ignaro del rito, bevve alla salute del Popolo inglese fra le acclamazioni de’ convitati.
Non fu quella però l’ultima impresa di quella giornata campale. Alle 6 il Generale dovette intervenire ad un altro banchetto, il terzo in un giorno, offertogli dal Cancelliere dello Scacchiere e trattenervisi fino a tarda ora sempre sulla scena, sempre in sull’all’erta per ascoltare e rispondere, sempre meraviglioso a tutti di semplicità, di cortesia, di tatto e di pazienza.
Ma nel medesimo giorno che Londra scriveva nell’Albo de’ suoi cittadini il nome di Giuseppe Garibaldi, una voce, susurrata pochi giorni prima come una vaga ipotesi ed una remota eventualità, prendeva a un tratto nei giornali la forma asseverante d’una positiva notizia: «Garibaldi interrompeva il suo viaggio e si preparava a ripartire per l’Italia.» Naturale pertanto che un simile annunzio destasse in tutte le classi della vasta metropoli (eccettuati forse i pochi consiglieri e preparatori di quella partenza) il più grande stupore ed il più vivo malcontento. Indarno i diari amici del Ministero si studiavano di onestare e spiegare quella repentina risoluzione con semplici e naturali motivi; dicendola imposta da ragioni di salute, consigliata dai medici, suggerita dalla pietosa sollecitudine di risparmiare al Generale, già affranto dalle fatiche de’ suoi primi trionfi, nuovi e più gravi travagli; la città, le classi popolari principalmente, non sapevano appagarsi di queste ragioni; e messe già in sospetto da tutta quella estemporaneità di passione amorosa onde l’aristocrazia britannica era stata presa per il mozzo nizzardo, fiutavano sotto quelle mostre di zelo per la salute d’un uomo, che stava forse benissimo, le fila d’una trama aristocratica o politica, cominciando già a dimostrare apertamente la loro incredulità e diffidenza, agitandosi nei pubblicimeetings, e forzando il governo stesso a rispondere in Parlamento.
Per intendere frattanto fino a qual punto quei sospetti fossero giustificati, e fra le tante e contradittorie ragioni di quella partenza, sceverare, non diremo la vera, ma la più prossima al vero, importa rimontarealcuni giorni addietro e penetrare un po’ più addentro nel retro scena della storia.
Il lettore non ha dimenticato che il Governo inglese non aveva mai veduto di buon occhio il viaggio di Garibaldi. Presago dei disturbi che la inopportuna visita gli avrebbe, o prima o poi, arrecati, Lord Palmerston s’era studiato fino alla fine di scongiurarla, e solo quando la vide ormai inevitabile fece buon viso, come suol dirsi, all’avversa sorte, e s’adoperò, nel modo che sappiamo, a menomarne le conseguenze. In sulle prime però tutto parve andargli a seconda. Garibaldi s’era abbandonato, senza resistenza alcuna, alle braccia dei Geni tutelari che dovevano, durante il suo passaggio per Albione, custodire la sua innocenza e preservarlo dai diabolici contatti della rivoluzione; Garibaldi mansueto, quale mai non fu, passava di banchetto in banchetto, di cerimonia in cerimonia, di teatro in teatro, rappresentandovi, appuntino come una brava bestia feroce bene ammaestrata, la parte che meglio gradiva a’ suoi custodi e al suo pubblico, senza dare mai il più piccolo segno di ribellione, o mandare il più lieve ruggito di collera. Non v’era dunque a pentirsi troppo d’averlo lasciato venire. È ben vero che egli aveva messo sottosopra mezza Inghilterra, e in combustione tutta Londra; ma infine era sperabile, era presumibile che a poco a poco il fanatismo si stancherebbe, l’entusiasmo svamperebbe, la vecchia freddezza inglese riprenderebbe il sopravvento; lo stesso attore a forza di essere veduto e sentito si logorerebbe, e tutto rientrerebbe in breve, con poco fastidio, nella calma e nell’ordine di prima. Accadde invece tutto il contrario. Passavano i giorni, le ovazioni succedevano alle ovazioni, e gli spettacoli agli spettacoli, ma il saturnale garibaldino non davaalcun segno di cessare. Garibaldi continuava da oltre una settimana a mostrarsi, a concedersi, a distribuirsi a quanti volevano vederlo, udirlo e toccarlo; ma il farnetico non accennava a calmarsi; Londra tornava ogni mattina e ogni sera a mirare, a contemplare ad adorare il suo nuovo idolo in tutte le pose e su tutti gli altari, ma non ne era sazia ancora.
Eppure Londra non era che una stazione, ed il trionfatore non si trovava ancora che alla prima pietra miliare della sua via trionfale. Ma che sarebbe accaduto se egli avesse mantenuto la promessa di visitare una ad una tutte le principali città d’Inghilterra e di Scozia, Manchester, Birmingham, Bristol, Newcastle, Liverpool, Glascow, Edimburgo, che l’attendevano impazienti di rinnovargli tra le loro mura i trionfi della Capitale?
Questo era il pensiero che principalmente turbava gli uomini di Stato inglesi, e in generale quanti pregiavano, sopra ogni cosa, l’ordine e la quiete del loro paese. Perocchè se tanta, dicevano essi, era l’agitazione che quel fatato Italiano era riuscito a suscitare in Londra dove pure le masse popolari erano guidate e contenute dalla presenza del governo e del Parlamento, dagl’influssi d’una stampa autorevole e dall’azione moderatrice di numerose classi superiori illuminate e potenti, quale non sarebbe stata in quelle grandi città manifattrici, alveari giganteschi d’operai e d’industriali, focolari naturali delle idee rivoluzionarie e socialiste, miniere profonde e insidiose cariche insieme d’oro e di dinamite, d’onde l’Inghilterra traeva da secoli la sua ricchezza, ma che troppo arditamente esposte al contatto d’una scintilla fulminea, avrebbero anche potuto cagionarne la rovina!
Certo non era a temersi che Garibaldi vi andassea suscitare una rivoluzione sociale; ma il solo dubbio ch’egli riuscisse a trascinare quelle popolazioni in manifestazioni di politica internazionale ed a renderle complici più o meno dirette de’ suoi appelli e de’ suoi disegni patriottici, bastava ad obbligare un governo appena consapevole della propria responsabilità alla più grande cautela e vigilanza. Nè queste apprensioni eran del tutto infondate. Garibaldi era stato fino allora, non all’occhio degli Inglesi soltanto, un miracolo di saggezza e di temperanza; ma fino a quando il miracolo fosse per durare nessuno poteva affermarlo. L’eroe non poteva rinnegare a lungo la propria natura, e con lui era prudenza star pronti a tutte le sorprese. Anche in que’ primi dieci giorni egli aveva fatto più d’una scappata fuori del morbido serraglio in cui i suoi guardiani lo tenevano custodito; e il brindisi a Mazzini, le visite a Ledru Rollin e Luigi Blanc, le parole ai Polacchi, parevano segni abbastanza eloquenti che v’erano idee, amicizie, relazioni, alle quali egli, sotto pena di snaturarsi, non poteva rinunciare.
Oltre di che i Mentori blasonati, che s’erano tolto il carico della sua tutela in Londra, non lo potevano accompagnare dappertutto, e il giorno in cui egli fosse uscito dalle loro mani per cadere in quelle, a mo’ di esempio, dei Taylor, degli Stuard, dei Cowen, conosciuti in Inghilterra per le loro opinioni rivoluzionarie, la loro intimità con Mazzini, e la loro influenza sulle popolazioni artigiane delle città industriali, nessuno poteva prevedere fino a qual punto il mutato ambiente avrebbe influito sul mobile spirito del Patriotta italiano, nè a qual eccesso, una volta lasciato in balía di consiglieri o complici o compiacenti, avrebbe potuto trascorrere.
E ciò tanto più che il vero ultimo scopo della sua visita in Inghilterra non traspariva ancora. Egli andava bensì dicendo, e i suoi seguaci ripetendo, che l’unico motivo di quella sua visita era stato il ringraziare il popolo inglese di quanto aveva operato per l’Italia; ma questa spiegazione, buona forse, non appagava abbastanza gli uomini politici inglesi, avvezzi a non credere troppo alla gratitudine, e a diffidare un tantino anche delle parole degli eroi. Infatti i suoi incessanti rapporti col Mazzini, col Saffi, l’arrivo continuo dall’Italia di ufficiali garibaldini, di deputati, di personaggi politici che apparivano un istante, s’abboccavano col Generale e sparivano,[276]se non costituivano ancora un indizio certo di congiure latenti, erano però sintomi poco rassicuranti, i quali, sommati a tutti gli altri segni, accrescevano naturalmente le inquietudini del Governo inglese e ne acuivano i sospetti.
Nè qui finivano le inquietudini che quella visita troppo prolungata cagionava ai Ministri di Sua Maestà Britannica. L’indomani della entrata di Garibaldi in Londra era il giorno destinato alla riunione della Conferenza diplomatica per l’accomodamento della lite dano-germanica; e la coincidenza di questi due fatti poneva il gabinetto di Lord Palmerston in una posizione singolarmente difficile e delicata. Era infatti per lo meno strano che la Diplomazia europea fosse convocata a negoziar della pace, in quella città che era in quel momento la più agitata del vecchio mondo, e ripeteva da mane a sera l’apoteosi di colui che passava per il campione giurato di tutte le rivoluzioni e di tutte le guerre.
E più di tutti dovevano sentire il dispetto di quei trionfi l’Austria e la Francia. Per Francesco Giuseppe, Garibaldi era sempre l’uomo di Luino e di Sarnico; per Napoleone III, quello del Gianicolo e d’Aspromonte; per entrambi l’Annibale implacato che quando non poteva guerreggiarli coll’armi, li combatteva colle parole, colla penna e col nome.
Ora come l’amicizia della Francia e dell’Austria era a quei giorni uno dei perni della politica inglese, così veniva da sè che il governo della Regina fosse il primo a riguardare con ansietà il perdurare d’un fatto che era cagione di disgusto a’ suoi più utili amici e poteva, lungamente protratto, fruttare alla stessa Inghilterra noie e contrarietà imprevedibili. Nè, per far intendere il loro sentimento circa la presenza di Garibaldi in Londra, era mestieri che i Gabinetti europei ricorressero al mezzo estremo delle proteste. Quando Lord Palmerston nella Camera dei Comuni,[277]diceva che «qualunque governo forestiero si fosse fatto lecito di intromettersi nelle interne faccende dell’Inghilterra avrebbe avuto da qualsiasi governante del suo paese una urbana sì, ma franca e ferma risposta,» diceva cosa da tutti saputa, sottintesa e creduta.
Ma ognuno sa che tra la diretta intromissione e l’indifferente astensione ci corre tanto spazio che basta per contenere insieme la indiretta disapprovazione e il tacito dissenso, la triste scontentezza e il broncio amichevole, tutte le gradazioni del malcontento e del malumore. È noto che la politica ha parecchi vocabolari: che in diplomazia ciò che non si vuol dire ufficialmente si susurra ufficiosamente; che il più delle volte basta un segno, un monosillabo, unsilenzio tempestivo ed un sussiego calcolato per dir più di tutti i discorsi e di tutte le note. Ora tale era appunto il linguaggio che conveniva a quel caso. Nessuno dei governi interessati avrebbe osato esprimere al Gabinetto di Londra il proprio dispiacere per gli onori straordinari che il popolo inglese aveva stimato di rendere a quell’avventuriere fortunato; ma pochi di loro avevan saputo nascondere il proprio scontento.
Era stato notato infatti che a nessuno dei grandi ricevimenti dati al Patriota italiano, meno l’ambasciatore di Turchia e il Ministro degli Stati Uniti, nessun altro diplomatico, nemmeno in forma privata, era intervenuto; che il conte Appony, ambasciatore d’Austria, s’era chiuso fin dall’arrivo in uno sdegnoso ritiro non comparendo più nemmeno al Palazzo del governo; che l’Austria e la Prussia tardavano ad inviare i loro rappresentanti al Congresso, senza dire apertamente che la cagione ne fosse la sgradita vicinanza di quello spadroneggiante trionfatore, ma facendolo con abbastanza chiarezza trapelare; che infine la stampa governativa ed officiosa così di Francia come d’Austria e di Germania, canzonando quella nuova frenesia garibaldina onde il serio popolo britannico era stato colto, non perdevano mai il destro di tirare una botta contro i ministri della Regina che si lasciavano pigliare dallo stesso delirio e adoravano lo stesso feticcio.
Combinati questi fatti, sommate tutte queste cagioni;[278]considerato da un canto la necessità di tagliarcorto ad un’agitazione fino allora soltanto inquietante che poteva tralignare in più pericolosi disordini, e dall’altro la convenienza di evitare alle potenze amiche, in un momento di negoziati diplomatici, una cagione di fastidio e di disgusto, il Governo inglese deliberò di indurre Garibaldi ad abbreviare il suo viaggio e ad affrettare il suo ritorno in Italia.
E fermato il disegno, il modo d’esecuzione, e gli esecutori furono presto trovati. Quei medesimi fedeli del governo che s’erano fino allora assunto di guidare i primi passi dell’eroe sul suolo britannico, quei medesimi s’impegnerebbero a condurnelo fuori. La sera del 16 infatti il duca di Sutherland, il signor Seely, il dottor Fergusson, medico della Regina, il generale Eber, il colonnello Peard, il signor Gladstone, e pochi altri amici del Generale si raccolsero a consiglio in Stafford-House e convennero prestamente sul da farsi: Il Generale doveva esser un ammalato: il dottor Fergusson l’avrebbe attestato; i suoi ospiti amici, compresi dall’obbligo di risparmiare al grande patriota i danni e i pericoli d’un viaggio più disastroso,si sarebbero tolto l’assunto di consigliargli il ritorno desiderato: il Duca di Sutherland, ottenuto l’assenso, l’avrebbe fatto a poco a poco dileguare portandoselo via sul suo velocissimoyacht; e tutto sarebbe riuscito al suo fine senza scandali e senza compromissioni.
Con quest’accordo la mattina del 17 il dottor Fergusson cominciò a fare al Generale, ignaro ancora di quella parte d’ammalato immaginario che gli era preparata, la sua prima visita, e notò in lui tracce così profonde di stanchezza, e lo trovò così sofferente anche nella gamba sana costretta a sostenere parte del lavoro della ammalata che non potè a meno di dichiarare al Duca di Sutherland, «i suoi timori sugli effetti che ne potevano derivare dalla permanente eccitazione prodotta da quelle ripetute ovazioni, che gli stessi uomini più robusti non avrebbero potuto affrontare.»
Come restasse a questa lettera inattesa il nobile Duca, inutile ridire: tutta Stafford-House fu piena in poche ore della dolorosa notizia, e l’argomento della malattia del Generale su tutte le labbra de’ suoi ospiti e frequentatori.
Il dottor Fergusson però, da medico coscienzioso, non poteva fidarsi al giudizio di una sola visita, e volle ripeterne una seconda: ma ahimè il pronostico non poteva essere diverso! Non solo il Generale era stanco, non solo «ne conveniva egli stesso;» non solo era manifesta la sua fisica debolezza, ma cominciava già a trasparire la mentale. Infelice eroe, stanco, debole, sofferente nella gamba destra per contraccolpo della sinistra, e quasi scemo di mente! L’Archiatro di Sua Maestà la Regina Vittoria non poteva più esitare; e presa tosto la penna non più soltanto al duca di Sutherland, ma anche al suo collega il signor Seely,scrisse risolutamente che, viste le miserande condizioni del generale Garibaldi, «riteneva ormai pericoloso per lui l’adempiere a tutti i presi impegni;» e consigliava perciò «sì l’uno che l’altro e tutti i suoi amici d’Inghilterra di cercare un mezzo qualsiasi per distoglierlo dalle imprudenti emozioni delle sue visite progettate.[279]»
La parola era detta; il dado era tratto e conveniva tosto giuocare l’ultima posta. Ecco infatti il Duca di Sutherland, il signor Seely, il generale Eber, il colonnello Chambers, il signor Negretti, tutti quantigli artefici ed i complici della trama stringersi attorno al Generale e tentare di persuaderlo con tutti gli argomenti che loro occorrevano, al passo desiderato. Indarno. Il Generale, o troppo ingenuo per sospettare l’intrigo o troppo furbo per mostrar d’accorgersene, rispondeva a tutti invariabilmente: «che non s’era mai sentito così bene come da quando era venuto in Inghilterra;» in ogni caso pochi giorni di riposo gli sarebbero bastati a rimetterlo dalla momentanea stanchezza; non potere però in alcun modo deludere l’aspettazione di tanti cari amici, di tante illustri città, e mancare alla propria promessa. Innanzi a questa non preveduta resistenza, i manipolatori della partenza si trovarono un po’ sconcertati e stimarono necessario di invocare l’autorevole intervento dello stesso Cancelliere dello Scacchiere. E questi accettò, e nella sera medesima del 18, in presenza del Duca di Sutherland, del dottor Fergusson, del signor Seely, del colonnello Peard, del generale Eber, del signor Negretti e di due o tre altri amici[280]del Generale, ebbecon questi un lungo colloquio. L’assunto era arduo: la veste ufficiale onde il signor Gladstone era rivestito ne accresceva le difficoltà; ma egli seppe tirarsi d’impiccio con mirabile delicatezza e maestria. Accortosi prestamente che quell’argomento ormai logoro «della salute» non aveva più alcuna presa sull’animo d’un uomo che credeva e protestava di sentirsi benissimo, vi scivolò sopra lievemente e volse tutta l’arte a toccare altri tasti più graditi o meno stridenti. Dichiarò che parlava come amico, non come membro del governo; respinse, sprezzandolo come indegno di confutazione, ogni sospetto di ingerenza forestiera e di secondo fine politico: assicurò il Generale che qualunque fosse la sua risoluzione nessun Inglese si sarebbe permesso di mancare ai doveri dell’ospitalità; desiderava soltanto fargli considerare come ormai, visitata Londra, lo scopo principale del suo viaggio fosse raggiunto, e come quelle stesse splendide ovazioni che erano uno dei più mirabili avvenimenti del nostro tempo, anzichè crescere, potessero, colla continuata ripetizione, scemare della loro dignità e bellezza: in ogni caso nessuno poter pretendere che gli impegni da lui presi dovessero tenersi per incondizionati e assoluti; sì che quando non credesse di sciogliersi da tutti restavagli sempre l’espediente di limitare le sue visite ai luoghi più vicini e più importanti, facendo valere verso gli altri la ragione indiscutibile della salute e della necessità di riposo che avrebbe tagliato corto a tutte le querele e a tutte le pretese. Ed altre cose disse e avrebbe potuto soggiungere l’eloquente ministro, se il Generale n’avesse avuto mestieri.
Ma egli, che fino allora non aveva voluto o saputo capire, vide come in un lampo tutta la situazione.Più il signor Gladstone si studiava a girar attorno alla ragione principale che l’aveva mosso a parlare, e più questa ragione, come per effetto di chiaroscuro, risaltava; più adoperava a tener lontano dal suo discorso l’ombra del governo e più quell’ombra ricompariva e il suo pensiero erompeva. Il solo fatto del suo intervento in quel negozio era un fatto politico; il solo trovarsi a fianco agli uomini che da tre giorni peroravano per la causa della partenza, parlava più eloquentemente d’ogni discorso. Il Generale dunque capì, e alzandosi di scatto dalla sedia con quel suo fulmineo risolvere che tante volte scompigliava i calcoli più studiati de’ suoi avversari: «No! disse, con voce secca e imperiosa, credo impossibile fare una scelta fra città e città, e dare la preferenza piuttosto all’una che all’altra, sarebbe scortesia ch’io non commetterò mai. Piuttosto, se credete che debba partire, partirò domani.[281]»
Alla sortita inattesa, così il signor Gladstone come i suoi colleghi restarono alquanto sconcertati.
Non era infatti una partenza precipitata e quasi clandestina che essi s’eran proposto di ottenere dal Generale: un siffatto modo avrebbe avuto l’aspetto o d’una fuga o d’uno sfratto, e destate anche più vive quelle agitazioni che essi miravano a spegnere. Essi chiedevano soltanto un lento ritiro; un allontanamento a piccole giornate; un dileguarsi insensibile che togliesse ogni sospetto di violenza e vestisse tutte le sembianze d’un atto volontario e spontaneo del Generale stesso. Però quando udirono quelle due parole: «partirò domani,» misurarono tosto il pericolo e corsero tutti insieme al riparo adoperandosi con ogni miglior argomento a smuovere il loro ospite da una risoluzione che rischiava di guastare i loro disegni assai più d’un reciso rifiuto. Ma il Generale fu in quella sera irremovibile; e soltanto la mattina dopo (19), assalito nuovamente dalle insistenti preghiere di quasi tutti i suoi consiglieri della vigilia,[282]irretito,fors’anco sedotto, dalle provette blandizie della Duchessa madre di Sutherland e dalle rosee grazie della giovane sua nuora, finì col cedere e col dichiarare che sarebbe partito come e quando ai loro amici fosse piaciuto. Era la vittoria desiderata, e non restava più che bandirla nei giornali per rendere impossibile colla pubblicità qualsiasi pentimento. Infatti nello stesso pomeriggio del 19, i signori Duca di Sutherland e Seely inviavano alTimesle tre lettere del dottor Fergusson, da noi già compendiate, facendole precedere da questa loro dichiarazione che annunciava la prossima partenza dell’eroe, precisandone persino il giorno ed il modo:
«All’Editore delTimes.»Il Duca di Sutherland ed il signor Seely presentano i loro omaggi all’editore delTimese gli trasmettono copia delle lettere ricevute dall’illustre professore Fergusson sullo stato sanitario del generale Garibaldi.»In conseguenza di ciò, il Generale si trova costretto a rinunciare al suo progetto di visitare le provincie, e partirà da Londra venerdì mattina. S’imbarcherà sulyachtdel Duca di Sutherland, il quale lo accompagnerà alla sua residenza dell’isola di Caprera.»
«All’Editore delTimes.
»Il Duca di Sutherland ed il signor Seely presentano i loro omaggi all’editore delTimese gli trasmettono copia delle lettere ricevute dall’illustre professore Fergusson sullo stato sanitario del generale Garibaldi.
»In conseguenza di ciò, il Generale si trova costretto a rinunciare al suo progetto di visitare le provincie, e partirà da Londra venerdì mattina. S’imbarcherà sulyachtdel Duca di Sutherland, il quale lo accompagnerà alla sua residenza dell’isola di Caprera.»
Quale effetto producesse nel popolo inglese questo annuncio, già accennammo: di amaro sospetto ne’ più; d’intera contentezza in pochi; di sorpresa in quasi tutti. Però l’opinione pubblica si divise quasi tosto in due campi. Gli amici del governo, gli uomini politici, le classi superiori e in generale tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, erano inquieti o tediati di quella prolungata baraonda garibaldina, lodavanoil Generale d’esservisi arreso; gli avversi al Ministero, gli idolatri dell’eroe, la gente più di sentimento che di ragione, e tutti coloro in generale cui quella baraonda piaceva o giovava, non sapevano persuadersi che la malattia fosse reale (tanto più dopo una attestazione del dottor Basile che la smentiva[283]), nè quella partenza spontanea e sospettandovi sotto un oscuro complotto aristocratico e diplomatico, a cui non parevano estranei nè il Governo inglese, nè Napoleone III, nè l’Austria, s’apparecchiavano con tutti i mezzi che la legge loro concedeva a sventarla.
Già infatti tra il 20 e il 21 la più parte dei giornali liberali e radicali[284]denunziava, esagerandolo, il misterioso complotto: innumerevoli cartelli affissi per le vie avvertivano il popolo che Garibaldi era forzato a partire: allaTaverna di Londraper iniziativa del Comitato di Ricevimento convocavasi un meeting nel quale si deliberava «non essere desiderabile che il generale Garibaldi venisse indotto ad abbandonare l’Inghilterra, tanto più che non erano stati sufficientemente chiariti i motivi della sua partenza.» Un altromeetingpubblico e più numeroso preparavasi per istigazione di Mazzini a Primrose, sotto la Presidenza del signor Beales; infine il Ministro degli Esteri, il Presidente del Consiglio, e il Cancellieredello Scacchiere erano invitati a dar spiegazione nelle due Camere di quell’inatteso rimpatrio, e sopratutto a dichiarare quanto vi fosse di vero nella voce persistente che il governo della Regina, spinto da suggestioni straniere, vi avesse partecipato.
Ma le risposte erano prevedibili. Lord Clarendon si dichiarò persino inconsapevole della progettata partenza, e quanto a Napoleone III non solo lo purgò da qualsiasi taccia d’avversione a Garibaldi, ma assicurò che caduto il discorso su quel tema, l’Imperatore gli disse di comprendere benissimo come un uomo sì straordinario, quale era Garibaldi, dovesse toccare l’animo agli Inglesi e trasportarli fino all’entusiasmo. Nè sostanzialmente diverse furono le parole di Lord Palmerston e del signor Gladstone. Solo il primo soggiunse anche più esplicitamente che qualunque governo forastiero facesse all’inglese, sopra un consimile argomento, una rimostranza qualsiasi, «riceverebbe una urbana sì, ma ferma ed aperta risposta;» mentre il secondo, senza sconfessare la sua intromissione nell’affare e narrati press’a poco i fatti come li narrammo noi stessi, si studiò soltanto a rimuovere da sè e dal governo ogni sospetto di indebita ingerenza e d’inospitale pressione, ed a gettare la colpa dell’avvenimento su quella disgraziata salute del Generale, del cui stato sofferente, dopo le attestazioni d’un medico come il signor Fergusson e d’amici così affezionati e devoti, come il signor Seely e il Duca di Sutherland, non era più possibile dubitare.[285]
Contemporaneamente le Deputazioni deimeetingssi presentavano a Garibaldi, il quale, fluttuante ancoratra le promesse fatte agli uni di visitarli ed agli altri di partire, si tirava alla meglio d’impaccio dicendo agli inviati delLondon Tavern, che desiderava ardentemente di visitare i suoi vecchi amici di Newcastle e del Nord, ma che avrebbe meglio considerato se dopo la promessa data poteva cambiare di determinazione;[286]e scrivendo anche più esplicitamente al signor Beales, presidente delmeetingche si stava preparando a Primrose, ed a tutti i suoi amici «che accettassero i suoi ringraziamenti per l’affetto dimostratogli: che sarebbe felice di rivederli in circostanze migliori e quando potesse a tutto agio godere del loro nobile paese; ma pel momento essere obbligato a lasciare l’Inghilterra.[287]» E queste ultime parole valgono un documento. Garibaldi poteva essere o più generoso o più coerente tralasciandole; ma infine se la verità suo malgrado gli scappò dalla penna, raccogliamola e scriviamola come l’unica conclusione chiara di tutto questotorbido negozio: Garibaldi fu obbligato a partire d’Inghilterra; graziosamente, soavemente obbligato; ma «obbligato.»
Fissata la partenza pel 22, Garibaldi adopera i due giorni che gli avanzano a fare a precipizio tutte quelle visite che per dovere o per affetto non poteva assolutamente tralasciare. Però il 21, di buon mattino, sciogliendo un voto da lui fatto sino dal suo arrivo in Inghilterra, va in compagnia di Panizzi e d’altri Italiani, a visitare la tomba di Ugo Foscolo a Chiswick; resta alcuni istanti assorto in una mesta contemplazione dinanzi all’avello del poeta, indi vi depone una corona d’alloro in bronzo sul cui nastro aveva fatto scolpire egli stesso la leggenda:
AI GENEROSIGIUSTA DI GLORIA DISPENSIERA È MORTE.DEPOSTA OGGI 21 APRILE 1864DAL GENERALEGIUSEPPE GARIBALDI.
Al tornare dal suo pellegrinaggio, si reca senza perdere un istante alReform-Club, dove subíto, non sapremmo dire se più il tormento o l’onore d’uno de’ soliti banchetti, il presidente, Lord d’Elbury, lo arringa chiamandolo «lo strumento di Dio,» e soggiungendogli, parole significative su quel labbro ed in quel luogo, che «le accoglienze ricevute dal popolo inglese dovevano essergli largo compenso per l’apparente ingratitudine che viene da un luogo d’onde l’ingratitudine era meno da aspettarsi.» Licenziatosi poi anche di là con opportune parole di ringraziamento, si facondurre a Richmond per prendervi commiato da Lord Russell; quindi, reduce nuovamente in Londra senza il respiro d’un istante, passa a visitare, introdottovi da Lord Clifford, la Camera dei Lordi, i quali al suo apparire si distraggono e si agitano al segno che Lord Chelmsford, che in quel momento parlava, può a stento continuare il suo discorso, finito il quale tutti s’accalcano intorno all’eroe, e quanti fra di loro l’hanno conosciuto, specialmente iWhigs, si disputano l’onore di salutarlo pubblicamente, il Vescovo d’Oxford fra i primi. Finalmente verso sera, sempre senza sosta e senza riposo, passa alFishmonger Club(Circolo dei pescivendoli), uno de’ più antichi, e, non ostante il nome, de’ più aristocratici circoli di Londra, dove l’attende a uno de’ loro pranzi tradizionali, famosi per luculliane ghiottornie di pesci, il fiore più eletto della nobiltà, della ricchezza, dell’armi, della eleganza e della cultura britanniche; dove il primoWarden(il primo Guardiano) gli accorda il titolo di membro onorario delClub, ambito quanto ilFreedom, e d’onde parte a tarda notte pensando forse, con segreta compiacenza, che era quella l’ultima delle sue sterili fatiche londinesi, e che toccava oramai alla vigilia di quel rimpatrio che egli più d’ogni altro sospirava.
Nel giorno vegnente, infatti, fatta colazione dal Console Generale degli Stati Uniti, visitato nella sua casa Giuseppe Mazzini, congedatosi da Lord Shaftesbury, ricevute a Prince’s Gate quante persone vogliono dirgli addio, incontrato a Stafford-House il Principe di Galles che avea espresso il desiderio di conoscerlo in quel luogo ed a quel modo, lasciati al Popolo inglese i suoi addii, i suoi ringraziamenti e le sue scuse di non poter andar per ora dovunque aveadesiderato, accompagnate dalla promessa di tornar forse fra non molto a veder, nella quiete della vita domestica inglese, gli amici che allora non poteva,[288]verso le 3 del pomeriggio, in carrozza a quattro cavalli, accompagnato soltanto dal Duca e dalla Duchessa di Sutherland e dal signor Seely, passando in mezzo a un fitto stuolo di popolani che fin dalla mattina l’attendevano e gli gridavano: «Non partite, Generale, non partite,» s’avviò alla volta di Clifden Park, una delle principesche villeggiature della madre dei Sutherland, nei dintorni di Maidenhead.
E di quella sosta in villa, le ragioni erano parecchie: si allontanava subito da Londra il Generale senza portarlo via di colpo dall’Inghilterra, il che sarebbe stato pericoloso: si mettevano tra lui e i suoi più intimi e devoti un tratto di ferrovia e i cancellid’un castello feudale, e lo si separava così da consiglieri sospettati a torto avversi al rimpatrio:[289]si abituava insensibilmente il buon popolo inglese alla sgradita separazione, e mostrandogli il suo eroe contento della quiete della campagna, e vivente co’ primi suoi ospiti nei termini della più cordiale famigliarità, di tanto si avvalorava la credenza ch’egli fosse realmente sofferente e bisognevole di riposo, di quanto si svigoriva il sospetto che la sua partenza fosse l’effetto d’un intrigo e d’una violenza.
Trascorsi infatti tre giorni nelle delizie di Clifden (un giardino d’Armida a cui non mancava la fata), il 26 mattino, in ferrovia, sempre accompagnato dal Duca e dalla Duchessa di Sutherland, si mosse alla volta del Cornwall; giunto a Bristol, devia per Weimouth dove visita la squadra, vede manovrare ilWarrior, e pranza a bordo dall’ammiraglio Dacres; di là, continuando per Exeter e Plimouth, ossequiato sempre dai Mayors delle città, da svariate Deputazioni e da sempre nuova moltitudine di popolo, smonta finalmente a Penquite Par, dimora di quel suo vecchio commilitone, il colonnello Peard, che aveva avuta tanta parte nell’imbroglio di quella partenza. Quivi però non passa che la notte e una parte del giorno successivo; chè inviato di colà un nuovo e più lungo manifesto alla nazione inglese, nel quale raccomandava più apertamente che fino allora non avesse fatto la causa dellapatria sua,[290]sul cadere del giorno stesso, sempre in compagnia del Duca di Sutherland e del costui fratello,del figlio Ricciotti, di Basile e di Basso, ne ripartiva per Fowey, dove l’Ondinel’attendeva, lesta alla partenza, e sulla quale in fatti pochi istanti dopo metteva alla vela. Costretto però da un forte vento di levante a poggiare nella notte stessa a Weimouth, non poteva ripartirne che il giorno successivo, sicchè soltanto nel mattino del 28 aprile può veramente dirsi ch’egli abbia lasciato le spiaggie d’Inghilterra.[291]
Il 5 maggio, data a quel viaggiatore memorabile, ritraversava lo Stretto di Gibilterra, e dopo altri quattrogiorni di fausta navigazione, il 9 dello stesso mese, egli afferrava finalmente il porticciuolo della sua diletta Caprera, d’onde quarantaquattro giorni prima era salpato pieno di illusioni e di speranze, dove tornava non sapremmo più dire se scontento dei disinganni patiti, o felice della pace e della libertà che stava per riacquistare.
Da quel viaggio, in verità, Garibaldi aveva raccolti onori quali e quanti nessun uomo aveva mai conseguiti in quel paese, ma un frutto sostanziale, un aiuto anche indiretto, un beneficio anche remoto non l’aveva raccolto.
Aiutare la Polonia, sommovere il Veneto, intraprendere una guerra di corsa contro l’Austria, con danari, armi e bastimenti inglesi, erano stati i tre fini nascosti, vaghi ancora quanto ai mezzi, fermi quanto all’intento, che l’avevano spinto a quel faticoso pellegrinaggio, e sappiamo oramai che nessuno di quei tre fini gli riuscì. Un giornalista francese scrisse a quei medesimi giorni che «gli Inglesi impinzarono Garibaldi diplum puddingsditurtle’s soupse disandwiches, ma che quanto al suo milione di fucili non gli diedero un soldo,[292]» e non sapremmo negare che la frase contenga, malgrado la forma triviale, gran parte di vero. Garibaldi ottenne tutto dal popolo inglese; tutto fuori di quello che più gli stava a cuore; sebbeneconvenga soggiungere ad onor suo che egli non chiese nulla. Fin dai suoi primi passi sul suolo britannico, aiutato da quell’istinto che spesse volte s’addormentava nel suo spirito, ma che svegliatosi gli teneva luogo di genio, s’accorse immantinente che qualunque parola anche remotamente allusiva a imprese rivoluzionarie non solo non avrebbe trovato ascolto in quel paese, per indole e per istoria positivista e utilitario, ma gli avrebbe, quasi di colpo, alienata quella pubblica opinione che era del massimo suo interesse serbarsi amica. Però ingoiò ogni parola ardente che gli potesse ricorrere alle labbra, chiuse in fondo al petto le sue patriottiche speranze e i suoi belligeri disegni; imparò subito la parte di ospite soddisfatto, di commensale compiacente, di Eroe cerimonioso, che gli veniva con tanto garbo imposta, e lasciò anche quella volta che la vecchia sua fortuna decidesse di lui. I suoi ospiti, d’altra parte, prima lo assordarono d’applausi, lo ingozzarono di pranzi, lo soffocarono di doni, lo tempestarono di brindisi, di indirizzi e di poesie, lo menarono di qua, di là, di su, di giù, dove loro piacque, mostrandolo su tutti i palchi e in tutte le fiere, come il fenomeno vivente, e lagreat attractiondell’ultima moda; poi, quando ne furono satolli e ristucchi, lo pregarono gentilmente d’andarsene, ed egli se n’andò.
Se n’andò; e noi, confessiamo il vero, preferiamo ancora questo Garibaldi che s’adatta docilmente alla maschera dell’ingenuo e del compiacente, e pur vedendo le grosse panie tese intorno a lui, le rispetta e le compatisce, ad un altro Garibaldi qualsiasi che per raggiungere fini impossibili avesse usato del suo prestigio e della sua popolarità a mandar sossopra il paese che lo accoglieva, il quale poi, e a dir tutto, seaveva il dovere di parlar più schiettamente all’eroe che andava con tanto abbandono ad assidersi a’ suoi focolari, non ne aveva però alcuno di farsi paladino della sua politica e di seguirlo nelle sue avventure.
Garibaldi però non rimaneva a lungo nella sua isola. Il 19 di giugno collo stesso vapore con cui era giunto d’Inghilterra e che il Duca di Sutherland, dopo un giro in Oriente, aveva rinviato nelle acque di Caprera a disposizione del Generale, questi approdava improvvisamente nell’isola d’Ischia, prendendo stanza in Casamicciola presso un suo amico.[293]Pretesto, come al solito, il bisogno di curare in quelle terme salutari la sua artritide: ragion vera un progetto di spedizione in Oriente, di cui erano state segnate, durante il viaggio d’Inghilterra, testè lungamente narrato, le prime linee.
Ma qui pure ci troviamo tra le mani un’aggrovigliata matassa della quale non ci è possibile sbrogliare i fili senza rifarci parecchi mesi addietro e ripassar nuovamente la Manica. È noto che Vittorio Emanuele non ebbe mai grande tenerezza per la formola «il Re regna e non governa.» Scrupoloso de’ suoi doveri, ma geloso de’ suoi diritti; infiammato dell’alto orgoglio di non essere soltanto nella grande impresa commessagli dalla Provvidenza un simbolo vano od un gonfaloniere passivo, ma un artefice operoso ed un utile combattente; unico forse tra i Principi costituzionali, se non lo uguaglia il Taciturno, che intempi procellosi abbia saputo conciliare la tutela delle prerogative regie colla osservanza delle libertà popolari; egli non credeva venir meno alla costituzione giurata, se partecipava un po’ più che astrattamente alla politica del suo Stato e dentro i termini della legge faceva sentire l’influsso del suo pensiero e qualche volta il peso della sua volontà. Da ciò quindi quella che fu chiamata la politica segreta o personale di Vittorio Emanuele; da ciò quella nomea di Re cospiratore a cui ogni nuova lettera che si pubblichi di lui aggiunge un documento; da ciò infine quell’ordito sottile d’intrighi, di complotti, di congiure mazziniane, garibaldine, regie, italiane, polacche, ungheresi, rumene, serpeggiante come una vegetazione spuria nelle pagine della storia palese, che sorprende il più delle volte ed arresta lo storico, e gli impedisce di scrutare e conoscere fino al fondo la verità, od anco conosciutala di scoprirla e proclamarla tutta quanta. E così dicasi ora dell’episodio d’Ischia.
Vittorio Emanuele, dopo aver fino al 1862 cospirato a modo suo con tutti coloro che accettavano di far l’Italia con lui, nel 1863 fa l’ultimo passo a cui un re possa giungere, e si risolve a cospirare anche con colui che gli diceva apertamente di volerla fare contro di lui: con Giuseppe Mazzini. In un libro recente[294]questa pagina dei rapporti segreti tra Vittorio Emanuele e Giuseppe Mazzini fu, non potremmo dire se fedelmente, certo diffusamente scritta, e il lettore potrà attingere di colà più ampi particolari. Al nostro racconto basta il rammentarne questo solo: che per oltre un anno Re e Tribuno continuarono a carteggiare segretamente fra loro, ed a dibattere in vario senso,per mezzo di confidenti e di cifrari, progetti d’insurrezioni nella Venezia, nella Polonia, nella Gallizia, nell’Ungheria, nei Principati, senza però riuscire ad intendersi mai. Nè lo potevano. Mentre infatti il Mazzini voleva che la rivoluzione veneta precedesse, come scintilla all’incendio, tutte le altre, e che il Governo italiano se ne facesse complice e aiutatore; Vittorio Emanuele rifuggiva da idea siffatta; dichiarava che qualsiasi tentativo di simil genere l’avrebbe non solo abbandonato, ma represso, e consentiva soltanto a secondare copertamente i moti progettati della Gallizia, dell’Ungheria e dei Principati, dei quali però non s’impegnava a profittare «se non quando prendessero tali proporzioni da tenere fortemente occupata l’Austria e da permettere all’esercito italiano di tentare l’impresa comune con probabilità di riuscita.[295]»
Erano, come ognun vede, due concetti totalmenteopposti e destinati a non incontrarsi mai. Mazzini mirava a farsi stromento della monarchia, e Vittorio Emanuele della rivoluzione: entrambi volevano la stessa impresa, ma nessuno de’ due intendeva rinunciare all’altro il diritto e l’onore di compierla; entrambi eran guidati dallo stesso fine, ma nel mentre il tribuno, responsabile soltanto del credito d’un partito, era pronto a giuocare tutto su una carta; il Re, mallevadore della sorte d’un’intera Nazione, era deciso a non rischiare nulla all’azzardo; disposto bensì ad accettare od affrettare l’opportunità come e d’onde che sia; ma col fermo proposito di tenersi sempre libero di giovarsene o di ripudiarla a sua posta, e di respingerne da sè e dall’Italia la responsabilità.
È vero che in una seconda fase delle trattative[296]Mazzini aveva acconsentito anche a posporre il moto veneto al galliziano a patto soltanto che gli si fosse lasciata preparare una introduzione d’armi pel Veneto; ma il Re, risoluto più che mai a non impegnarsi in cosa alcuna che potesse compromettere l’Italia e scemare la libertà d’azione del suo governo, ricusò anche questo patto; sicchè non corse molto tempo che ogni negoziato fra i due illustri cospiratori andò rotto per sempre.[297]
Rotti i negoziati, ma non abbandonata l’idea. Vittorio Emanuele non voleva rinunciare a quella suachimera, forse troppo favorita, dell’insurrezione galliziana; e, sia che la credesse un mezzo, come pensò taluno, d’allontanare dall’Italia i più torbidi elementi; sia che vi intravedesse davvero una opportunità ed una leva, la leva tanto desiderata della nuova riscossa italiana, n’aveva fatto da due anni uno dei punti di mira della sua politica segreta. Però mentre ne carteggiava col Mazzini, ne trattava insieme col Klapka e col Türr, capi del Governo insurrezionale ungherese, ne cospirava con altri suoi agenti secondari a Costantinopoli, a Belgrado, a Bukarest, e finalmente, verso la metà d’aprile, proprio ne’ medesimi giorni in cui il Generale arrivava in Inghilterra, risolveva d’aprirsene anche con lui. Infatti verso il 15 d’aprile arrivava a Londra certo signor Porcelli, uno degli emissari segreti del Re, coll’incarico da lui di esporre al Generale il progetto galliziano, e promettergli, se acconsentisse, tutti gli aiuti che potesse desiderare. Il Generale però cansò dal dare una risposta immediata e decisiva, e ciò tanto più che per un progetto quasi consimile era già impegnato col Comitato insurrezionale polacco residente in Londra presieduto da certo Borzilawski e in relazione col Mazzini. Scorsi però quattro o cinque giorni arrivò d’Italia, con un mandato quasi consimile, un messaggiero anche più importante, il generale Klapka in persona, e poichè Garibaldi era già a Clifden Park, la visita tra i due famosi soldati avvenne colà. Quel che siansi detto, nè noi, nè alcun altro saprebbe affermare, poichè restarono chiusi in camera e soli;[298]ma non è difficile l’indovinarlo. L’argomento del loro discorso fu certo l’insurrezione galliziana, della quale il Klapka, per desiderio del Re, era destinato ad essere uno dei capi.[299]Anche in quel giorno però crediamo che nulla da veruna parte siasi definitivamente stabilito; e in questa credenza ci rafferma il fatto che il Klapka non era beneviso alla parte rivoluzionaria degli Ungheresi e dei Polacchi, coi quali Garibaldi teneva sempre corrispondenza e che stimava imprudente, almeno per allora, lo scontentare.[300]
Intanto al partire del Generale dall’Inghilterra ecco press’a poco la situazione; press’a poco, perchè in tutte le congiure, massime in quella che aveva per campo mezza Europa, v’è sempre una parte misteriosa, cangiante e, ci si perdoni la frase, volatile, che nessuno può cogliere con sicurezza e fissare.
Mazzini, in rotta momentanea col Re, ma in pace momentanea con Garibaldi, anima del Centro rivoluzionario polacco-ungherese del Borzylawski e in rapporto con tutti i Comitati rivoluzionari immaginabili, che predica, e, come dice egli, prepara la sommossa veneta, prima se possibile, dopo se non lo è, di quella galliziana; ma in ogni caso, insurrezione entro l’anno dappertutto, ad ogni costo, col Re, con Garibaldi, col Klapka, con tutti.
Il Re, che vuole il moto serbo-ungherese-gallizianoanteriore al veneto, cospira per questo col Klapka, col Türr, con Garibaldi, pronto, come vedremo tra poco, a cospirare di nuovo col Mazzini e co’ suoi, se convenivano nelle sue idee, e accettavano la sua disciplina.
Klapka, che promette il moto galliziano-ungherese a patto che non sia guastato con conati intempestivi, nè caschi in mani rivoluzionarie. Il Comitato rivoluzionario magiaro-polacco, che promette la stessa cosa a patto che non ne sia affidato il comando a Klapka; Garibaldi finalmente pronto a tutto, amico di tutti, legato insieme con Vittorio Emanuele, con Mazzini, col Borzylawski, con chicchessia, indifferente a cominciare dalla Venezia o dall’Ungheria, dalla Serbia o dalla Gallizia, purchè si cominciasse; e compendio e conclusione di tutto quest’agitarsi di tanti cuori generosi e di tanti nobili spiriti, un’ombra trattata come cosa salda; un tesoro negli spazi immaginari speso per realtà; una enorme cambiale d’eroismo e di sangue tratta sulla vita di ben dieci milioni d’uomini, ma che nessuno ha fino allora accettata; insomma una rivoluzione, certa, infallibile, europea, a cui nulla oramai mancava, fuorchè una cosa insignificante: i popoli che la facessero.
Ma in sullo scorcio di maggio l’intrigo cominciò ad arruffarsi ancora più. Il Re si metteva in corrispondenza col Comitato rivoluzionario polacco di Londra (quindi indirettamente col Mazzini) e ne approvava tutte le proposte; conveniva con lui di sollecitare il moto ungherese-galliziano, escludendone affatto il Klapka e il Türr, fermo il comando supremo a Garibaldi;metteva in comunicazione il Plenipotenziario del Comitato (signor Bulewsky) col suo ministro dell’Interno (allora Ubaldino Peruzzi); s’impegnava a fornire l’erario dell’impresa e intanto ne sborsava i primi fondi; consentiva che in Italia si ordinassero i primi quadri del Corpo spedizionario e prometteva d’inviarlo a sue spese in Moldavia, ed altre concessioni e soccorsi.[301]
Intanto però che il Re stringeva questi accordi, coll’Emigrazione polacco-ungherese, quindi, giova ripeterlo, col Mazzini stesso, che n’era la mente, fosse diffidenza de’ suoi nuovi soci, fosse istinto di autorità o bisogno di far da sè, fosse il gusto di cospirare anche nella cospirazione, il fatto è ch’egli, all’insaputa così del Mazzini, come del Bulewsky, avviava segretamente col Garibaldi un’altro complotto che invece di assicurare l’esito della progettata impresa, riuscì, come vedremo tra poco, al fine precisamente opposto, di farla tramontare per sempre.
Infatti quel signor Porcelli che vedemmo comparire a Londra, incaricato di aprire a Garibaldi le prime intenzioni del Re intorno al moto galliziano, eccolo circa alla metà di maggio riapparire a Caprera, abboccarsi in segreto col Generale, ripartirne tosto, ma per tornar subito dopo col postale successivo, e così di seguito per due o tre volte, e sempre con aria, fin troppo, di mistero e di congiura. Contemporaneamente il Re, questo pure bisogna notare, incaricava Bixio, allora comandante il campo di San Maurizio, di interrogare il signor Accossato di Genova se, dati certi eventi, avrebbe potuto tenere a disposizionedel Re uno o due de’ suoi vapori;[302]mentre poi, quasi ne’ medesimi giorni, si vedeva il Duca di Sutherland, reduce dalla sua corsa in Oriente, approdare a Caprera, lasciarvi il suoyacht, ripartirne per Torino, dov’era ricevuto dal Re, correre al Campo di San Maurizio, esservi onorato dal Bixio d’onori fin anco eccessivi,[303]e come epilogo e chiave insieme di tutti questi fatti il generale Garibaldi imbarcarsi, come dicemmo, sul piroscafo del Sutherland e partire per Ischia.
Tuttavia per alcuni giorni, nè della cagione di tutto quel sordo andirivieni, nè della mèta ultima dell’escursione ad Ischia nulla era trapelato per anco. Il Generale fin dal primo nascere di quell’arruffio austro-orientale s’era chiuso nel più geloso silenzio, e, tranne qualche parola sfuggitagli con Menotti, non aveva svelato ad anima viva la novella trama a cui, insieme con Vittorio Emanuele, stava lavorando.
Se non che sul finire di quel mese il Generale, credendo giunta forse l’ora d’agire, fu obbligato ad aprirsi, almeno con quelli tra’ suoi più devoti e fidati che si era predestinati per compagni; epperò chiamato a sè il Guerzoni, che gli faceva sempre da Segretario, gli svelò a larghi tratti tutto il disegno. Diceva press’a poco tutto quello che noi abbiamo narrato: il Re d’accordo con lui, imminente l’insurrezione, il principe Couza disposto ad appoggiarla, il colonnello Frigesy pronto, a Bukarest, ad entrare inUngheria con una mano d’Ungheresi e Polacchi, egli prossimo a partire per Costantinopoli, d’onde poi a tempo opportuno entrerebbe nei Principati: aspettare per questo un vapore da Genova che lo portasse in Oriente, intanto partissi anch’io per Torino affine di chiamare a raccolta gli amici comuni, e me ne indicava i nomi, e farli convenire ad Ischia. Come restasse il Guerzoni a quella inattesa rivelazione non ridiremo: basti solo ch’egli misurando subitamente e senza grande sforzo di acume tutti i rischi d’una siffatta avventura, incoraggito dalla fiducia che gli accordava il Generale e dalla coscienza d’adempiere ad un alto dovere, non si peritò a rispondere anche a quel Garibaldi col quale era cosa sì ardua il solo discutere, e pel quale egli nutriva una venerazione quasi figliale, non si peritò, diciamo, a rispondergli: «che egli l’avrebbe, come sempre, ubbidito e seguito in capo al mondo; ma che ponderasse se quella impresa era possibile; se le notizie che riceveva da quei paesi lontani erano certe; se i soccorsi promessi parevano bastanti; se infine Vittorio Emanuele, re costituzionale, era autorizzato a promettergli un aiuto che solo d’accordo col Parlamento e col Ministero avrebbe potuto arrecargli. Infine soggiunse non intendere come anche giunto a Costantinopoli, il Generale potesse sperare di penetrare di là, tanto più con un seguito d’ufficiali e in atteggiamento guerresco, fino in Gallizia, e credere che il Governo ottomano o il principe Couza non l’avessero ad arrestare per via anche prima che l’arrestassero al confine transilvano i battaglioni austriaci. Infine pregò, scongiurò il Generale a pensare alla risoluzione che stava per prendere: andarne della sua vita tanto preziosa; andarne della salvezza della patria medesima.»
«Che cosa importa la vita,» interruppe con uno de’ suoi più fieri accenti il Generale: «è ora di finirla: l’Italia non si libera che colla rivoluzione. Se volete partire, partite, se no manderò un altro.»
Il Guerzoni chinò la testa e partì. Giunto a Torino dava convegno a tutte le persone indicategli dal Generale; Benedetto Cairoli, Giovanni Acerbi, Clemente Corte, Enrico Guastalla, Giuseppe Missori, Giacinto Bruzzesi, Giovanni Chiassi, Francesco Cucchi, Agostino Lombardi,[304]e manifestò loro i propositi, se non è meglio dire, la volontà del Generale, e li invitò, come n’aveva ricevuto l’incarico, ad Ischia, dove avrebbero ricevute più compiute istruzioni. Al messaggio del Guerzoni unanime fu il sentimento di tutti i suoi commilitoni, unanime il dolore di quella risoluzione del loro Generale, e il proposito di sconsigliargliela con tutte le loro forze. Lasciatigli pertanto in questa disposizione d’animo, fatta una visita al generale Bixio al Campo di San Maurizio, il Guerzoni il 6 di sera (gioverà rammentarsi di questa data) ripartiva per Ischia; dove cinque giorni dopo, tra il 12 e il 13, lo raggiungevano pure il Cairoli, il Bruzzesi, il Corte, il Guastalla, il Lombardi, l’Acerbi; insomma quasi tutti gli ufficiali garibaldini dianzi accennati. Se non che sullo stesso vapore col quale avevano viaggiato gli amici di Garibaldi erasi imbarcato pure il signor Porcelli, e come vedremo, apportatore d’una novella totalmente inaspettata. Giunta infatti tutta questa varia comitiva a Casamicciola, il primo ad essere ricevuto dal Generale fu Benedetto Cairoli, il secondo il signor Porcelli, col quale il Generale volle restar solo e sitrattenne lungamente. Ma quale non fu la meraviglia di tutti gli astanti e convenuti nel sentire, poco dopo, dalle labbra stesse del Generale: ogni idea di partenza abbandonata, l’impresa abortita e libero ciascuno di tornare alle proprie case?
Perchè mai? Che cosa era accaduto? Quale era la nuova cagione di quel mutamento così repentino e inopinato?
IlDirittodel 10 luglio pubblicava a titolo di documento questa sedicente protesta.