Capitolo Decimosecondo.DA MENTANA A DIJON.[1867-1870.]

Capitolo Decimosecondo.DA MENTANA A DIJON.[1867-1870.]

Pagato il debito a Venezia, Garibaldi si preparò a sciogliere il voto a Roma. E Roma, lo sappiamo, era la idea fissa, la stella polare, il termine ultimo della sua missione patriottica. La palla d’Aspromonte aveva potuto arrestarlo in cammino, ma non isviarlo dalla meta. Un giuramento sacro lo legava alla redenzione dell’eterna città, e conveniva che il giuramento s’adempisse:O Roma o morte! Di tutto quell’aggrovigliato intreccio di problemi politici, religiosi, morali onde componevasi allora, e sempre, forse, si comporrà il gran nodo della questione romana, egli non vedeva chiaro che due cose: un mostruoso potere che opprimeva e corrompeva a un punto coll’aiuto dell’armi straniere la metropoli d’Italia, la regina del mondo: il diritto e il dovere degli Italiani di levarsi concordi e di cessare d’un sol colpo la doppia tirannide. Egli accomunava in un odio solo il protetto e il protettore; sicchè a lui stesso sarebbe stato difficile il discernere quali dei due abborrisse dipiù. Che gl’importava se il guardiano del Papato era uno degli arbitri d’Europa, il capo di una potente nazione, sorella di sangue e di civiltà all’italiana, il solo fra tanti principi forastieri che avesse porta una mano soccorrevole alla patria sua, e aiutatala a rialzarsi da un sepolcro di secoli? E non era egli altresì l’Uomo del 2 Dicembre, il «tiranno» della Francia? Non aveva egli riscosso il prezzo di Magenta e Solferino con Nizza e Savoia? Non cancellava egli ogni giorno la memoria de’ suoi beneficii puntellando, solo in Europa, quel tarlato poter temporale che abbandonato da lui crollerebbe in un punto?

Nè gli si opponga come spauracchio la potenza della Francia. L’Eroe era forse il primo di quella lunga schiera d’allucinati che, traendo da una distinzione ragionevole una conseguenza erratissima, reputavano il popolo francese più liberale e più amico dell’Italia di quello che lo fosse, a danno della Francia stessa e della sua propria corona, Napoleone III.

Ingannato pertanto da questa illusione, Garibaldi rifiutavasi a credere che la Francia avrebbe seguito a lungo il suo oppressore in una guerra liberticida; anzi, trascorrendo colla facile fantasia, vedeva già affratellarsi nell’impresa comune i figli delle due nazioni, e per provvidenziale disegno, dalla liberazione di Roma uscire la vendetta del 2 Dicembre e la redenzione della Francia stessa.

Inutile poi parlargli della Convenzione di Settembre. Un Trattato pieno di tante ambiguità, capace di interpretazioni così diverse, e che dalle stesse parti contraenti poteva essere inteso in due sensi totalmente opposti, non era certamente fatto per rassicurare la sua anima semplice e schietta sulle sorti di Roma e persuadergli quella serena e fiduciosa aspettazionedell’avvenire che i negoziatori del Trattato s’erano impromessa.

Fosse anche erronea l’interpretazione del Governo francese che la Convenzione significasse rinuncia perpetua a Roma, questo era pur sempre evidente e indiscutibile che l’Italia concedeva al Papato una tregua indefinita, subentrando essa in luogo della Francia nell’obbligo di tutelarlo, ed impegnandosi persino a custodirgli il mal definito confine, intanto che unaGrande Compagniadi mercenari cosmopoliti gli avrebbe montato la guardia nella capitale.

Ora se v’era Italiano che non potesse acquetarsi a simili patti, quegli era certamente Garibaldi. La Convenzione era stata subita con ripugnanza da parecchi degli stessi uomini di parte moderata, che l’avevano stipulata; a maggior ragione doveva esserlo da lui. Ciò che in essa v’era di equivoco offendeva la sua coscienza; ciò che v’era di chiaro offendeva il suo patriottismo. Molto meno però avrebbe potuto acquietarvisi quando vide la Francia stessa non osservare nemmeno i patti stipulati e farsi beffe dell’Italia.

E alludiamo a quellaLegione d’Antibo, reclutata sfacciatamente tra le file dello stesso esercito francese; comandata da ufficiali francesi; passata in rassegna, arringata da generali francesi: miserabile commedia, intervento male mascherato, violazione grossolana e sleale della lettera e dello spirito della Convenzione, che sdegnò in Italia i più devoti del Governo napoleonico, fece scoppiare in alte grida di protesta tutta la parte rivoluzionaria e diede il trabocco alla misura di collera da cui l’anima dell’Eroe era ricolma.

Che se a tutto ciò si aggiunga l’agitarsi della parte più avanzata dell’emigrazione romana, il sorgere inRoma specialmente per opera sua d’unCentro d’insurrezione, rappresentante la frazione più rivoluzionaria della città, frazione infinitesimale, come chiarirà l’evento, ma che si riprometteva combattere la propaganda addormentatrice delComitato Nazionale, organo del partito moderato, e di apparecchiare il popolo romano alla riscossa, si vedranno, in compendio ma esattamente, riassunte tutte le ragioni che spinsero Garibaldi alla sua seconda crociata per Roma e prepararono Mentana.

L’11 febbraio il Ministero Ricasoli, disapprovato egli pure nella perpetua lite del diritto di riunione, aveva sciolto la Camera e bandito nuove elezioni generali. Dal canto suo la Sinistra parlamentare si apparecchiò a sostenere la lotta dichiarando in un manifesto agli elettori il proprio programma, e invitando al tempo stesso Garibaldi a venir sul continente a prestargli l’appoggio del suo nome e del suo prestigio. Il Generale non si sentiva molto disposto a quella parte; ma un mezzo impegno già contratto coi Veneti di andarli presto a visitare, il desiderio di far cosa gradita a’ suoi amici, la speranza di trovar in quel viaggio una propizia occasione per cominciare la sua propaganda per Roma; lo indussero ad accettare l’invito e il 22 sera arrivò inaspettato, fuorchè da pochi, in Firenze.[342]

Giunto colà però non volle indugiarsi. All’indomani aveva già fatto adesione al programma dellaSinistra,[343]e il 23 s’era già messo in viaggio per la Venezia. Superfluo il dire le ovazioni. Era quella la prima volta che i Veneti lo vedevano e da ciò solo s’argomenti il loro entusiasmo. Come però dei due fini pei quali egli s’era mosso, la campagna elettorale e l’apostolato per Roma, quella non era per lui che l’accessorio e questo soltanto il principale; così i suoi amici che s’erano lusingati di trovare in lui un destro e potente procolo delle loro candidature, dovettero ben presto persuadersi quanto fosse stato grande errore affibbiargli quell’ufficio così disadatto alle sue spalle e cominciarono piuttosto a tremare del suo patrocinio che a rallegrarsene.

Dovunque arrivava, dal terrazzo della casa o dell’albergo che l’ospitava, era costretto dagli stessi inviti della folla a pronunciare un discorso; ma ogni discorso, dopo un esordio il più delle volte freddo e stentato sul tema obbligato delle elezioni, si conchiudeva sempre in una perorazione, ancora più obbligata: Roma. Anche gli argomenti che adoperava per raccomandare questo o quel candidato ricascavano tutti nel ritornello: «Eleggete degli uomini che vi conducano presto a Roma.» A Bologna diceva: «Mandate al Parlamento degli uomini che ci facciano andare a Roma come a casa nostra, e che abbiano più a cuore gli interessi del popolo che quelli dei preti.» A Ferrara, proponendo a deputato il dottor Riboli, soggiungeva:«Bisogna prepararsi a difendersi dai preti, a combattere il clericalismo, perchè è tempo che cessi la di lui preponderanza in Italia.» A Venezia ancora più chiaramente, dal balcone di casa Zecchini dove era ospite, esclamava:

«Abbiamo ancora un bocconcino che non manca di avere la sua importanza: Roma. Dunque Roma, che quei signori mitrati non vogliono cedere all’Italia, e che pure è nostra capitale!... colle buone o colle cattive faremo in modo che ce la diano.

»Quei signori preti, che per tanti secoli l’hanno goduta, deturpata, trascinata nel fango, e del primo popolo ne han fatto una cloaca, sarebbe tempo che finissero d’insudiciarci, che ci lasciassero la nostra capitale.... Io sono persuaso che l’Italia ha abbastanza valorosi per prendersela colle armi. Ma non credo che sia il caso. Roma è nostra, è nostra legalmente. In conseguenza andremo a Roma come andiamo nella nostra stanza, in casa nostra.

»Spero che non vi sarà bisogno di prendere le armi! troppo facile sarebbe andarvi colle armi — noi siamo assuefatti a imprese ben più ardite!...

»Dunque oggi gli Italiani devono ottenere Roma coi mezzi legali; chiederla al Governo italiano, e per conseguenza mandare rappresentanti al Parlamento che non patteggino coi preti, nè coi complici dei preti, nè coi protettori dei preti.» E una voce dalla folla rispondeva:El parla come un Dio![344]

Partito da Venezia andava a ripetere press’a poco le medesime cose a Chioggia, Treviso, Udine, Palmanuova, Belluno, Feltre, Vicenza, Verona, dappertutto;e dappertutto conchiudendo con una sentenza strana davvero sulla sua bocca: che Roma bisogna prima chiederla coi mezzi pacifici e legali; soltanto esauriti questi, coll’armi. Ora che cosa voleva egli dire con quelle insolite parole? Ubbidiva egli ad una raccomandazione fattagli a Firenze da’ suoi amici, ma nell’esprimere il concetto suggeritogli, confondeva i «mezzi morali» coi quali il Parlamento aveva dichiarato di voler andare a Roma, coi «mezzi legali» coi quali si poteva chiedere al Parlamento stesso che affrettasse la soluzione del grande problema? In verità crediamo che non avrebbe saputo spiegarlo egli stesso, tanto era evidente che quella frase era un artificio oratorio insufflatogli da qualche nascosta Egeria, il quale non rispondeva ad alcuno degli abituali concetti della sua mente, nè molto meno agli eroici impulsi del suo cuore.

Ma in quel suo viaggio anche più delle sue parole parvero strani gli atti. O fosse stato colto da uno di quegli accessi di misticismo, dei quali nessun uomo di ardente fantasia va immune, o a forza di scavare il problema che aveva sotto mano fosse arrivato alla conclusione che a rendere compiuta la emancipazione dal Vaticano era necessario principiare da una rivoluzione religiosa; o gli fosse anche balenata l’idea (con uomini siffatti tutte le ipotesi sono permesse) d’esser egli il Maometto, la voce e la spada di siffatta rivoluzione, fatto è che egli non poteva ormai pronunciare una concione politica senza mescolarvi insieme la buona novella di una certa sua religione naturale, un quissimile di quella di Giangiacomo, senza preti, senza culto e senza altari, e che, secondo lui, doveva redimere l’umanità intera, a patto però, s’intende, di cominciare dalla redenzione di Roma.

E l’effetto di quella sua predicazione fu tale che un giorno in Verona un sarto, certo Amadio Somma, convertito, a quanto pare, al suo evangelio, avendogli portato innanzi un suo bambino di nove mesi non battezzato per anco, perchè gli desse il battesimo della sua nuova religione civile, egli, Garibaldi, alla presenza di due testimoni,[345]imposta sul catecumeno la mano, colla formola: «Io ti battezzo in nome di Dio e del legislatore Gesù. Possa tu divenire un apostolo del vero; ama il tuo simile; assisti gli sventurati; sii forte a combattere i tiranni dell’anima e del corpo: sii degno del bravo Chiassi di cui ti impongo il nome,» — lo battezzò.

La quale scena sarebbe bastata a seppellire sotto una valanga di ridicolo qualsiasi uomo più famoso, ma non Garibaldi. I suoi amici ne sorrisero; i suoi avversari ne borbottarono un po’; ma egli restò, come prima, intatto sul suo piedistallo, l’idolo delle moltitudini.

Lasciato il Veneto, passò in Lombardia e in Piemonte, dovunque ricevendo le stesse accoglienze, e dovunque ripetendo le stesse raccomandazioni, le stesse prediche e le stesse cerimonie. A Mantova diceva: «Avversate i preti, ma non i preti come Tazzoli, Grioli e Grazioli, veri sacerdoti di Dio.» A Torino, festeggiato dall’intera cittadinanza, ossequiato oltre che dai capi delle corporazioni operaie e democratiche, dai principali dell’antico partito moderato, quali i Rorà, i Ferraris, i San Martino, dopo la Convenzione di settembre divenuti ardentissimi per Roma; confortava,dal balcone del palazzo Pallavicino, quel popolo «fortissimo, che aveva dato la prima spinta, a dare l’ultima e portarci verso la nostra capitale, Roma;» ad Alessandria battezzava colla stessa formola, «in nome di Dio e di Gesù liberale,» altri figli di popolani, imponendo loro i nomi di Bottino, Lombardi e Cappellini, martiri i primi due del Tirolo, l’ultimo di Lissa!

E finito anche quel giro si riduceva nella fine di marzo a San Fiorano, nella villa dello stesso Pallavicino, dove colle lettere e coi discorsi privati continuava la propaganda che in pubblico aveva cominciata.

Intanto la nuova Camera era stata convocata, e poichè essa non appariva affatto diversa da quella che il barone Ricasoli aveva disciolta, e persino in quella maggioranza, che egli aveva sperato ritemprare al battesimo delle urne, rispuntavano gli stessi screzi, gli stessi attriti, gli stessi germi di sorda opposizione, che l’avevano indotto a congedarla, così rinnovando il poco lodevole esempio del 1861, senza attendere alcun voto che lo giudicasse, rassegnò il potere. E come nel 1861 un uomo era già designato a raccoglierlo, e lo raccolse difatti: Urbano Rattazzi.

Se non che il ritorno al governo del deputato d’Alessandria aveva, segnatamente rispetto alla questione romana, un significato che a nessuno poteva sfuggire. Anzitutto il Rattazzi era pur sempre l’uomo d’Aspromonte; colui, è vero, che aveva fracassato un piede a Garibaldi, ma colui altresì che l’aveva lasciato scorrazzare in armi un terzo d’Italia, poi tenutolo prigioniero come un sovrano vinto in battaglia e alla fine amnistiato.

In secondo luogo le sue opinioni intorno a Roma erano note. Aveva proclamato per mezzo del suo ministro Durando l’urgenza del gran problema; avevacensurata la Convenzione di settembre; s’era opposto al Contratto Langrand Dumonceau; sorrideva della libertà della Chiesa, non intendendo farle alcuna concessione «se non quando fosse cessato il poter temporale dell’autorità ecclesiastica ed il Governo italiano fosse insediato in Roma.»

Infine egli non era ancora la Sinistra, ma ne era il precursore. I suoi rapporti coi capi più autorevoli della parte avanzata non erano un mistero per alcuno. Essi non sedevano nella sala del Consiglio, ma ne occupavano le anticamere; non salivano al palazzo Riccardi per le grandi scale, ma tenevano le chiavi di quelle segrete: Rattazzi li conteneva e moderava, e, occorrendo, non ristava dallo sconfessare pubblicamente le loro idee; ma era manifesto che non avrebbe potuto reggersi a lungo su quel sottile pernio tra la Destra e la Sinistra sul quale si studiava bilicarsi, e che il giorno s’avvicinava a gran passi in cui per necessità di cose, non potendo cadere tra le braccia de’ moderati, sarebbe caduto di nuovo tra quelle de’ rivoluzionari suoi fatali amici.

Ora quanto questa condizione del Governo giovasse ai progetti rivoluzionari che mulinavano pel capo di Garibaldi e de’ suoi amici non è chi nol vegga: possiamo anzi affermare che solo dal giorno in cui il Rattazzi salì al potere, le idee del partito d’azione, vaghe fino allora, incominciarono a disegnarsi con qualche chiarezza ed a prendere una forma rilevata e concreta in un principio d’azione.

E i primi segni di questa maggiore alacrità apparvero ne’ Romani stessi. Quel medesimoCentro d’insurrezione, al quale più su accennammo, pubblicando nel 1º d’aprile il primo suo Manifesto ai Romani, annunziava trascorsa ormai l’ora delle tacite protestee delle imbelli manifestazioni; bandiva la necessità dell’insurrezione e riconoscendo Garibaldi col titolo di Generale romano, lo pregava ad assumere la direzione della patriottica impresa e a darle esecuzione per mezzo degli uomini che a lui fosse piaciuto designare. E Garibaldi, cui nessun eccitamento poteva essere più caro a quei giorni, non cercando chi e quanti fossero coloro che gli parlavano sì alto in nome di Roma, non curandosi di scandagliare fino a qual punto la realtà delle cose, la volontà dei Romani, le ragioni dell’opportunità, consuonassero a sì magnifiche promesse, rispondeva quasi subito, dichiarandosi superbo, diceva, del titolo che gli era rinnovato di Generale romano; accettando senza più l’incarico commessogli; eleggendo per coordinare il lavoro di Roma e quello della restante Italia unCentro d’emigrazione, il quale allacciato a sua volta ad una rete diSub Centriprovinciali e locali, doveva fare il censimento degli idonei alle armi, raccogliere l’Obolo della Libertà, contrapposto all’Obolo di San Pietro, e apparecchiare quanti mezzi fossero in suo potere per la nuova levata che s’annunziava vicina.

E tutto ciò così scopertamente, con tanto rumore di proclami e di programmi, e pubblico via vai di emissari e di agenti, che il barone Malaret, ministro di Francia a Firenze, egregiamente informato d’ogni più minuto particolare dalla doppia polizia del suo Governo e del cardinale Antonelli, si trovò nella necessità di presentare i suoi reclami al Rattazzi e di obbligarlo ad ufficiali assicurazioni.[346]Le quali, a dirvero, non avrebbero potuto essere nè più oneste nè più accorte: scarsi i mezzi di Garibaldi per essere temibili; sacri al Governo italiano gl’impegni assunti colla Convenzione del settembre, e risoluta la sua volontà di farla rispettare; soltanto non poter egli starsi garante che pochi individui isolati non riuscissero a schizzare nel Pontificio per la frontiera; avvenendo il caso però, tener per certissimo che il Governo di Sua Santità avrebbe saputo averne ragione da sè.

E il Rattazzi, giova ridirlo, fino a quel giorno, anzi per molti giorni e mesi ancora parlava sincero. Egli disapprovava ogni conato intempestivo verso Roma e non lo nascondeva; egli non voleva nè denunziare nè perseguitare gli agitatori; ma non aveva alcun vincolo con essi: s’illudeva, come altre volte, sulle forze di Garibaldi, e sperava che il nuovo nembo da lui addensato si scioglierebbe da sè in un acquazzone d’estate; ma in ogni ipotesi egli si credeva forte e destro abbastanza per sorprenderlo ed arrestarlo a tempo. Solo quando sopraffatto dal turbine non vedrà più modo di scongiurarlo, si nasconderà anch’egli tra le nubi e vi soffierà dentro per la disperata speranza di poterne usufruttare lo scoppio a beneficio della sua politica e dell’Italia.

In sui primi di maggio Garibaldi passava di Lombardia in Toscana. Sostato un giorno a Firenze, andava a prender stanza nella villa del deputato Cattani-Cavalcanti, a Castelletti presso Firenze. Ora, che questo tramutamento si collegasse ai disegni su Roma era visibile a chicchessia, e il fatto non tardò a dimostrarlo.

Nella prima settimana di giugno il Generale riceveva in Castelletti una visita inaspettata. Due incaricati dalComitato Nazionale Romano, di quel Comitato che era l’antagonista nato del partito d’azione e che per la sua propaganda eternamente temporeggiatrice s’era acquistato il non immeritato titolo d’addormentatore, si presentarono a lui, dicendosi a nome de’ loro mandanti pronti a entrare in accordo colCentro d’insurrezionee desiderosi di intendersi con lo stesso Generale, circa al programma d’azione. Il come e il quando di quest’azione pare non dicessero: forse si restrinsero a generiche dichiarazioni ed a vaghe profferte; ma Garibaldi, ignaro delle ambagi e delle sfumature del linguaggio, avvezzo a veder dietro ogni detto un fatto, non si cura di chieder di più, e tenendo subito per conchiusa l’alleanza, e per decisa indifferibilmente l’azione, spaccia ai due Comitati di Terni, ilNazionalee l’Insurrezionale, certi Galliano e Perelli col mandato di prendervi alcune centinaia di fucili che sapeva nascosti colà fin dai giorni d’Aspromonte, armare con questi quanti giovani o fuorusciti romani si potessero raccogliere, e fatta irruzione nello Stato Pontificio, gettarvi la prima favilla dell’incendio. Trasognarono all’inatteso messaggio i patriottiternani: il rappresentante del Comitato moderato, certo Mauri, protestò di nulla potere senza espresso ordine de’ suoi capi (riprova codesta che ilComitato Nazionalenon aveva promesso nulla di positivo), e ricusò di ubbidire; il rappresentante delComitato d’azione, certo Frattini, caldo patriotta e vecchio cospiratore, persuaso dalle molte parole del Perelli e del Galliano che la mossa fosse combinata coi Comitati di Roma sìNazionalecheInsurrezionale, e tutto pronto al di là del confine per aiutarla; vinto ancora più dal nome di Garibaldi, di cui i due emissari presentavano un’amplissima credenziale, consentì a secondarli e dar la sua mano all’impresa. Nè furon lunghi gli apparecchi: appena due giorni dopo, il 19 giugno, il Perelli e il Galliano raccoltisi con altri centoquattro giovani nel convento di San Martino, tragittata sopra una barca del Frattini stesso la Nera e ricevute colà presso le armi, s’incamminarono diviati verso la Sabina. Se non che quasi sul punto di sconfinare, nei pressi di Ponte Catino e Castelnuovo, un pelottone del 7º Granatieri, imboscato da più giorni in quelle macchie, circuì in un battibaleno la colonna e fatta per intimorirla una scarica all’aria, le intimò la resa.[347]Infatti il Rattazzi, eccitato, anzi pungolato senza posa, dalla polizia francese, più vigilante forse e informata della sua, era da oltre una settimana sulle orme di tutta la congiura, impartendo ordini rigorosissimi a tutte le autorità così di terra come di mare, affinchè le custodie della doppia frontiera fossero raddoppiate, e ad ogni costo s’impedisse il passaggio di qualsiasi banda d’armati; e, come ognun vede, era stato fedelmente e zelantemente ubbidito.

Pari però all’ingrata sorpresa, il clamore dei delusi. Nessuno voleva assumere la paternità del fallito tentativo, e ogni parte se ne scaricava sull’avversa. Garibaldi indignato imprecava al Governo, «birro del Papa;» il partito d’azione incolpava di tradimento ilComitato Nazionale, accusandolo persino d’aver egli spinto il Generale a quella scorreria coll’intenzione di pubblicarne le trame e comprometterlo; ilComitato Nazionaleinvece apertamente sconfessava l’intempestivo conato e persisteva a raccomandare ai Romani la pazienza e l’aspettazione. Era insomma il consueto palleggio di accuse, di recriminazioni e di vituperii che suol seguitare tutte le imprese fallite, di mezzo al quale sarebbe bensì facile trarre una prova di più delle passioni partigiane; ma non la verità.

Non dobbiamo però tacere che tra mezzo al tumulto delle voci contrarie quella che ci sembrò allora, e ci sembra tuttodì la meno vera, la meno probabile, la meno dimostrata, fu quella che appose alComitato Nazionaled’aver tradito per cieco livore di parte l’impresa da lui medesimo suggerita e apparecchiata. Fino a prova contraria noi non abbiamo alcuna ragione per credere a tanta scelleraggine. Aggiungiamo anzi, che tutte le ragioni ci sforzano a discrederla. E ciò non solo perchè la onestà privata, fino ad oggi indisputata, dei componenti del Comitato Romano ci sta garante della loro probità politica; ma anche perchè se fosse stata soltanto probabile la perfidia apposta al Comitato, Garibaldi, che non era certo sulla via dei riguardosi riserbi e dei temperati discorsi, non l’avrebbe taciuta, ed in ogni caso il Comitato stesso, per ispudorato che si potesse supporre, non avrebbe mai osato di infliggere un biasimo pubblico ad un’azione della quale ognuno avrebbe potutodirgli ad ogni istante: «Tacete, voi stessi ne foste complici.»

No: l’enormezza stessa dell’accusa attesta per la sua incredibilità. Reputiamo superfluo cercare l’autore responsabile di quel tentativo, che potrebbe dirsi il prologo sbagliato d’un dramma male abbozzato; ma se quell’autore si volesse cercare, lo si cerchi in Garibaldi stesso.

Egli ideò e volle e fece eseguire la scorreria; egli scambiando le indeterminate profferte del Comitato moderato per impegni positivi d’azione, e fidandosi alle notizie dubbie ed ai suggerimenti fallaci di agenti innominati ed oscuri, e sprezzando ogni consiglio di preparazione e d’opportunità e dimenticandosi persino di prevenire de’ suoi disegni il Centro di Roma e il Centro di Firenze e tutti i suoi principali amici e cooperatori, egli pel primo rese inevitabile il fallimento d’un’intrapresa che aveva già in sè tanti rischi e tante difficoltà.

Già dicemmo che Garibaldi non fu mai cospiratore, e il modo con cui egli condusse la Campagna preparatoria di Mentana lo proverà luminosamente. Ciò non scema la sua grandezza; ma aggiunge un lineamento più originale e caratteristico alla sua straordinaria figura.

Ma come ognuno immagina, l’infelice successo della Sabina non aveva rallentato un solo istante l’opera di Garibaldi, nè quella de’ suoi amici. Trasferitosi sull’aprirsi di luglio alle Terme di Monsummano, dove lo conduceva la necessità, tutt’altro che fittizia, di curare la sua implacabile artritide, diceva subito adalcuni suoi commilitoni, accorsi a visitarlo: «A Roma ci si andrà; e se hanno impedito a quei duecento valorosi di entrarvi, i duecento diverranno duemila, e i duemila ventimila.» E a Pescia, arringando il popolo raccolto sulla piazza a festeggiarlo, soggiungeva: «Dobbiamo andare a Roma a snidarvi quel vivaio di vipere;» così a Montecatini, a Castelfranco, a Lucca, sempre e dovunque ribattendo il medesimo chiodo e predicando il medesimo verbo, con quel suo linguaggio ignaro di eufemismi, fiammeggiante d’amor patrio, ma che troppo spesso urtando nella corda delicata delle credenze religiose non era sempre, specialmente tra le popolazioni delle campagne, il più opportuno e convincente.

Nè oramai si trattava più di sole parole. Uno dei maggiori ostacoli alla felice riuscita della meditata riscossa era quell’antagonismo più volte accennato delComitato d’insurrezionee delComitato Nazionale, che dividendo i patriotti romani in due campi (e quando si volesse contare la frazione mazziniana delComitato d’azionein tre) formava la cagione principale della loro mutua debolezza.

A Garibaldi però era sempre parso che la prima e più urgente necessità fosse quella di cessare, a qualsiasi patto, quel funesto dissidio, adoperando ogni maniera di sforzi affinchè tutti coloro che nelle due parti ponevano al disopra delle astiosità partigiane il pensiero della patria, stringessero in un sol fascio le loro forze e procedessero concordi al conseguimento del fine comune. E a così onesto desiderio, partecipato dalla eletta dei fuorusciti romani, sembrò rispondere, quasi senza contrasto, l’adempimento; sembrò, diciamo, perchè si vedrà in appresso che la festeggiata concordia era più apparente che reale;più tra i gregari che fra i capi; più tra pochi individui che nella pluralità de’ due partiti.

Comunque, il patto fu sancito, e ilComitato Nazionale Romanoe ilCentro d’insurrezione, scontenti però sempre quelli delComitato d’azione, si fusero in un nuovo ed unico Comitato e lo annunziarono ai loro concittadini in questo manifesto:

«Romani!»Il voto comune, il voto di tutti quelli a cui batte il cuore per l’onore e la libertà della patria, si è realizzato. Non più dissensi, non più divisioni; tutte le frazioni del partito liberale si sono data la mano, hanno unite le forze per abbattere per sempre questo resto del governo papale e dare Roma all’Italia.»Il Comitato Nazionale Romano ed il Centro d’insurrezione fanno quindi luogo ad una Giunta Nazionale Romana, la quale assume la suprema direzione delle cose.»Rallegriamoci di questa santa concordia, e diamo opera a fecondarla con unità di fede e di disciplina, con unità di propositi e di sacrifizi. Il fascio romano è ora veramente formato: facciamo che non si sciolga mai più, e che presto ci dia la vittoria.»Romani!»I cittadini rispettabili che fanno parte della Giunta a cui rassegniamo l’ufficio, sono degni dell’alta missione; ma a nulla riuscirebbero senza il vostro concorso.»Secondateli adunque fidenti ed animosi, e l’impresa non fallirà. Vogliamolo tutti, e ben presto venticinque milioni di fratelli saluteranno Roma capitale d’Italia.»Roma, 13 luglio 1867.»Il Comitato Nazionale Romano.»Il Centro d’Insurrezione.»

«Romani!

»Il voto comune, il voto di tutti quelli a cui batte il cuore per l’onore e la libertà della patria, si è realizzato. Non più dissensi, non più divisioni; tutte le frazioni del partito liberale si sono data la mano, hanno unite le forze per abbattere per sempre questo resto del governo papale e dare Roma all’Italia.

»Il Comitato Nazionale Romano ed il Centro d’insurrezione fanno quindi luogo ad una Giunta Nazionale Romana, la quale assume la suprema direzione delle cose.

»Rallegriamoci di questa santa concordia, e diamo opera a fecondarla con unità di fede e di disciplina, con unità di propositi e di sacrifizi. Il fascio romano è ora veramente formato: facciamo che non si sciolga mai più, e che presto ci dia la vittoria.

»Romani!

»I cittadini rispettabili che fanno parte della Giunta a cui rassegniamo l’ufficio, sono degni dell’alta missione; ma a nulla riuscirebbero senza il vostro concorso.

»Secondateli adunque fidenti ed animosi, e l’impresa non fallirà. Vogliamolo tutti, e ben presto venticinque milioni di fratelli saluteranno Roma capitale d’Italia.

»Roma, 13 luglio 1867.

»Il Comitato Nazionale Romano.»Il Centro d’Insurrezione.»

Queste parole, a dir vero, suonavano tutt’altro che promessa di azione immediata; ma Garibaldi, credulosempre a quello che più desiderava, non curandosi di indagare quanto quella lega fosse salda e sincera, e se dietro quei Comitati, diremmo quasi, quegli stati-maggiori, stesse la milizia d’un popolo veramente deliberato ai cimenti cui era invitato; ingannato, come ai giorni di Sarnico e d’Aspromonte, dalle manifestazioni in gran parte artificiali delle città italiane;[348]fidente, come sempre, nella propria forza e incrollabile nella sua volontà, stimò giunta l’ora di raccogliere i frutti della sua predicazione e di passare dalle parole ai fatti.

Trasferitosi a Vinci (nella villa del conte Masetti, al Ferrale), riepiloga di là in un lunghissimo manifesto le idee che era venuto fin allora sparsamente predicando;[349]convoca presso di sè quelli tra i suoi amici che in quel momento stimava più devoti o meno renitenti a’ suoi concetti, e coll’usato stile, più da Generale che impartisca degli ordini a’ suoi luogotenenti che da capo politico, il quale proponga delle risoluzioni a’ suoi seguaci, li lega a’ suoi disegni; commette a Francesco Cucchi di andare a Roma ad annodare in sua mano le prime fila della trama avviata: manda suo figlio Menotti a tastare il terreno e stringere le prime relazioni nel mezzogiorno; delega Giovanni Acerbi, l’Intendente dei Mille, alla raccolta dei giovani e delle armi alla frontiera umbro-toscana e lo manda in suo nome a scandagliare le intenzioni di Rattazzi; indi passa egli stesso a Siena, a Montepulciano, a Orvieto, a Rapolano scuotendo fin sulle porte del Gran Nemico la fiaccola incendiaria della sua parola, colla quale senza posa da tre mesi lo minacciava.

Ed appariva tanto evidente che oramai l’impresa era non solo deliberata nel suo animo, ma imminente, che ad un banchetto offertogli in Siena dalla storica Accademia de’Rozzi, rispondendo al professore Stocchi, il quale pareva indirettamente consigliarlo a differire il segnale della magnanima riscossa a tempi più maturi, esclamò: «No, no, questo non è il mio pensiero:alla rinfrescatamoveremo.»

Ealla rinfrescatadiventò, da quel giorno, la segreta parola d’ordine di tutti i Garibaldini. Invano il Rattazzi aveva risposto all’Acerbi severe parole, non solo togliendogli ogni speranza che il Governo avrebbe aiutato l’avventura, ma esplicitamente dichiarandogli che l’avrebbe con tutte le sue forze impedita; invano i principali del partito avanzato e gli stessi suoi più devoti amici, quali il Crispi, il Cairoli, il Miceli, il Guastalla, si mostravano o avversi all’impresa, o sgomenti delle difficoltà e dei pericoli onde essa era piena: Garibaldi, o non accettava discussioni o le troncava con uno de’ suoi soliti motti dittatoriali, e camminava imperturbato per la sua via.

Se non che accadeva a quei giorni un fatto singolarissimo. Un gruppo de’ più avanzati socialisti europei, fra i quali il Barny francese, il Fazy svizzero, il Bakounine russo ed altri, s’era dato l’intesa di convocare a Ginevra pel mese di settembre unCongresso internazionale della pace(per chieder cioè la pace universale perpetua, la soppressione degli eserciti stanziali, la federazione dei nuovi Stati d’Europa ed altre siffatte bazzecole), e naturalmente al Congresso fra i famosi campioni della democrazia cosmopolitaera stato invitato il famosissimo fra tutti Giuseppe Garibaldi. Si poteva credere però che quell’invito a discorrere e sentir discorrere di pace, per un uomo tutto affaccendato in apparecchi di guerra non potesse, in quel momento almeno, tornare il più opportuno ed accetto; ma non così per l’Eroe nostro. Nulla anzi a’ suoi occhi di più propizio di quel Concilio ecumenico dei sacerdoti della libertà aperto nella «Roma dell’intelligenza» per dare solennità alla Crociata da lui bandita contro l’altra «Roma bugiarda del Papato;» talchè lasciato a Menotti il mandato di continuare il lavoro incominciato, parte improvviso per Belgirate dove prende seco Benedetto Cairoli, e accompagnato da Giuseppe Missori, Alberto Mario, il professor Ceneri, Vincenzo Caldesi, Mauro Macchi, il dottor Riboli ed altri che non sapremmo dire, continua per Ginevra. E questa volta pure perdoneremo al lettore la cronica delle accoglienze; Ginevra in questo non fu diversa da Londra nè ad alcuno dei tanti luoghi in cui la maliarda figura di quell’uomo comparve. Ivi pure riuscito a gran stento ad aprirsi un varco nella calca, fino alla casa che doveva ospitarlo e presentato dal signor Fazy al popolo ginevrino che dalla piazza lo acclamava, il Generale lo arringa in lingua francese, con un discorso che fu certo uno de’ più nobili che gli uscissero dal labbro in quei giorni e del quale basti il saggio di questi due periodi, ad attestare la eloquenza.

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»La magnifica accoglienza fattami nella vostra città m’inorgoglisce e forse mi dà troppa baldanza. In ogni modo, essa m’incoraggia a dire la verità; e se io avessi la disgrazia di travisarla, crederei di aver commesso un sacrilegio, in un paese donde la libertà del pensiero si va spandendoin tutte le pianure di Europa, a quel modo che vi diffondono le acque sgorgate dalle sue ghiacciaie. (Applausi strepitosi.)»Qui i vostri antenati ebbero animo di assalire tra i primi cotesta pestilenziale istituzione che si chiama: il Papato. A voi, cittadini di Ginevra, che vibraste i primi colpi alla Roma papale, non è più l’iniziativa ch’io domando; ma vi domando di compir l’opera dei vostri padri, quando noi recheremo gli ultimi colpi al mostro. Vi ha nella missione degli Italiani che lo custodirono così a lungo nel loro seno una parte espiatoria; noi faremo il debito nostro. A quell’uopo il vostro consenso potrebbe esserci necessario; io lo spero.» (Applausi.)

»La magnifica accoglienza fattami nella vostra città m’inorgoglisce e forse mi dà troppa baldanza. In ogni modo, essa m’incoraggia a dire la verità; e se io avessi la disgrazia di travisarla, crederei di aver commesso un sacrilegio, in un paese donde la libertà del pensiero si va spandendoin tutte le pianure di Europa, a quel modo che vi diffondono le acque sgorgate dalle sue ghiacciaie. (Applausi strepitosi.)

»Qui i vostri antenati ebbero animo di assalire tra i primi cotesta pestilenziale istituzione che si chiama: il Papato. A voi, cittadini di Ginevra, che vibraste i primi colpi alla Roma papale, non è più l’iniziativa ch’io domando; ma vi domando di compir l’opera dei vostri padri, quando noi recheremo gli ultimi colpi al mostro. Vi ha nella missione degli Italiani che lo custodirono così a lungo nel loro seno una parte espiatoria; noi faremo il debito nostro. A quell’uopo il vostro consenso potrebbe esserci necessario; io lo spero.» (Applausi.)

Nè dissimile fu l’accoglimento che all’indomani ricevette al Congresso di cui teneva la presidenza Giulio Barny ed in mezzo al quale spiccavano variamente illustri i nomi di Edgardo Quinet, di Pietro Leroux, di Stefano Arago, di Luigi Bückner e di altre celebrità della democrazia mondiale. Non dissimile l’accoglimento alla persona, ma assai diverso quello alle idee. Anco in quell’assemblea battagliavano troppi partiti: i socialisti puri della scuola manchesteriana, avversi a qualunque guerra per qualsivoglia pretesto o ragione: gli atei e miscredenti ad oltranza, nemici deliberati d’ogni religione e del nome stesso di Dio e convenuti colà col semplicissimo assunto di chiederne la soppressione: i clericali cattolici zelanti della pace evangelica e sotto quella maschera infiltratisi anche in quel Congresso, ma, quando mai, propizi a quella sola guerra che restituisse alla Chiesa romana il tolto potere; infine i dottrinari della democrazia svizzera, professanti la libertà panacea di tutti i mali; ma soprattutto gelosi della neutralità del loro paese e paurosi di arrischiarne con sovversive dottrine la pace.

Ora Garibaldi in mezzo a costoro era, senza saperlo, come un disperso nel campo nemico: e lo vide ben presto, quando levatosi a rispondere al signor Schmidlin oratore dei clericali, e al signor Fazy oratore dei democratici svizzeri, tentò ribattere in un discorso le loro opinioni per affermare la propria, negli otto articoli di questa proposta:

«1º Tutte le nazioni sono sorelle.»2º La guerra tra di loro è impossibile.»3º Tutte le querele che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere giudicate da un Congresso.»4º I membri del Congresso saranno nominati dalle Società democratiche dei popoli.»5º Ciascun popolo avrà diritto di voto al Congresso qualunque sia il numero dei suoi membri.»6º Il Papato, essendo la più nociva delle sètte, è dichiarato decaduto.»7º La religione di Dio è adottata dal Congresso e ciascuno de’ suoi membri si obbliga di propagarla. Intendo per religione di Dio la religione della verità e della ragione.»8º Supplire al sacerdozio delle rivelazioni e della ignoranza col sacerdozio della scienza e della intelligenza.»La democrazia sola può rimediare al flagello della guerra.»Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno; è il solo caso in cui la guerra è permessa.»

«1º Tutte le nazioni sono sorelle.

»2º La guerra tra di loro è impossibile.

»3º Tutte le querele che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere giudicate da un Congresso.

»4º I membri del Congresso saranno nominati dalle Società democratiche dei popoli.

»5º Ciascun popolo avrà diritto di voto al Congresso qualunque sia il numero dei suoi membri.

»6º Il Papato, essendo la più nociva delle sètte, è dichiarato decaduto.

»7º La religione di Dio è adottata dal Congresso e ciascuno de’ suoi membri si obbliga di propagarla. Intendo per religione di Dio la religione della verità e della ragione.

»8º Supplire al sacerdozio delle rivelazioni e della ignoranza col sacerdozio della scienza e della intelligenza.

»La democrazia sola può rimediare al flagello della guerra.

»Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno; è il solo caso in cui la guerra è permessa.»

A questo colpo inatteso, che dava nel petto a tutte, può dirsi, le idee predominanti nel Congresso, il rimbalzo dello sdegno e della paura collegati insieme fu irrefrenabile. Indarno il Quinet coll’autorevole parola, e il Ceneri e il Macchi colla persuasiva si studiarono difendere le proposte del Generale; i clericali suscitandovi contro la reazione del sentimento cattolico, gli Svizzeri facendo appello al sentimento ancora piùforte ne’ loro concittadini della tranquillità e sicurezza della Confederazione, riuscirono a far tale pressione sul Congresso ed a raggruppar intorno ad essi tale maggioranza, che tutte le proposte di Garibaldi furono scartate e surrogate da una di quelle mozioni verbose e vuote di cui gli archivi del dottrinarismo democratico sono così ricchi, ma che nulla contenendo di sostanziale e di sodo non ci sembrano meritare la fatica d’essere trascritte.

Garibaldi però non attese nemmeno la votazione de’ suoi articoli, e già fiutato il vento infido, pago d’aver gettato in faccia all’Europa democratica ivi congregata la sua bomba incendiaria, tornava l’11 mattina, per la via del Sempione in Italia, e sostato brevemente a Belgirate, metteva capo a Genestrello, altra villa del suo amico Pallavicino presso Voghera.

Colà però lo raggiungevano tosto importanti notizie da Roma che lo consigliarono ad affrettare il suo ritorno in Toscana.

Quelle notizie dicevano certa la insurrezione purchè il braccio di Roma fosse armato: facile l’impadronirsi di due porte e la sorpresa delle ferrovie conducenti a Roma: utile con un colpo di mano occupar le due stazioni d’Orte e di Ceprano; necessario soltanto armi e danaro: tutta la Carboneria, numerosa a Roma, pronta a secondare il moto appena Garibaldi facesse appello. LaGiunta romanapoi rincarando su queste speranze dichiarava, venuta l’ora dell’azione, ogni indugio pericoloso, urgente la costituzione d’un fondo di cassa, al quale, in forma di prestito gratuito o rimborsabile, invitava nuovamente tutti gli Italiani a contribuire.

E come ognuna di queste parole scendeva soave all’animo già febbricitante dell’Eroe, così da Genestrellostesso, senza frapporre un’ora, rispondeva confermando l’appello dellaGiunta romanacon questo nuovo manifesto:

«Alla Giunta Nazionale Romana.»Genestrello, 16 settembre 1867.»Il vostro appello agli Italiani non andrà perduto.»In Italia sonvi molti paolotti, molti gesuiti, molti che sacrificarono sull’altare del ventre. Ma, è pure consolante il dirlo, vi sono molti prodi di San Martino, molti eroici bersaglieri del Re d’Italia, molti soldati della prima artiglieria del mondo, molti nepoti dei trecento Fabii ed un avanzo dei mille di Marsala, i quali, se non m’inganno, hanno prodotto centomila giovani che temono oggi di esser troppi a dividere la misera gloria di cacciar dall’Italia mercenari stranieri e negromanti.»Circa ai mezzi, l’Italia ebbe sempre la disgrazia d’essere troppo ricca per mantenere eserciti stranieri, e fra i suoi ricchi non mancano patriotti che tosto porgeranno, ne sono sicuro, le loro splendide offerte.»Avanti adunque, o Romani, spezzate i rottami dei vostri ferri sulle cocolle dei vostri oppressori, e d’avanzo saranno gl’Italiani che divideranno le vostre glorie.»Vostro»Garibaldi.»

«Alla Giunta Nazionale Romana.

»Genestrello, 16 settembre 1867.

»Il vostro appello agli Italiani non andrà perduto.

»In Italia sonvi molti paolotti, molti gesuiti, molti che sacrificarono sull’altare del ventre. Ma, è pure consolante il dirlo, vi sono molti prodi di San Martino, molti eroici bersaglieri del Re d’Italia, molti soldati della prima artiglieria del mondo, molti nepoti dei trecento Fabii ed un avanzo dei mille di Marsala, i quali, se non m’inganno, hanno prodotto centomila giovani che temono oggi di esser troppi a dividere la misera gloria di cacciar dall’Italia mercenari stranieri e negromanti.

»Circa ai mezzi, l’Italia ebbe sempre la disgrazia d’essere troppo ricca per mantenere eserciti stranieri, e fra i suoi ricchi non mancano patriotti che tosto porgeranno, ne sono sicuro, le loro splendide offerte.

»Avanti adunque, o Romani, spezzate i rottami dei vostri ferri sulle cocolle dei vostri oppressori, e d’avanzo saranno gl’Italiani che divideranno le vostre glorie.

»Vostro»Garibaldi.»

E ciò detto, partiva al dì vegnente (17) per Firenze.

Colà giunto però erano tali ancora gli ostacoli e tanti i motivi di indugio e di prudenza, che qualunque altro uomo ne sarebbe stato scosso; non Garibaldi. Roma non era armata ancora, nè per quanto si fossero studiati fin allora tutti i passi di terra edi mare per introdurvi quei pochi fucili che stavan sempre nascosti nei pressi di Terni e di Follonica, nessuno n’aveva ancora trovato la via. I principali fra gli amici del Generale persistevano sempre presso di lui nel concetto di lasciare a Roma l’iniziativa del moto, apparecchiando bensì in silenzio i mezzi per accorrerle in soccorso; ma evitando ogni apparenza di una importazione artificiale e facendo in ogni caso seguire l’irruzione delle bande all’insurrezione della capitale; non questa a quella.

Infine il ministro Rattazzi, dopo aver dato qualche segno e qualche promessa di tacita acquiescenza, forse nella speranza di guadagnar tempo, e aver persino condisceso a lasciar continuare in segreto gli apparecchi dell’invasione, purchè il Generale acconsentisse a ritirarsi ed a scomparire nella sua Caprera;[350]spinto ora e sempre più dai richiami e dai ministri della Francia, rappresentata allora in Firenze dal signor De la Villestreux, tornava ai suoi primi propositi, protestandosi deliberato ad impedire anco colla forza qualsiasi violazione della Convenzione di settembre e dandone la prova col raddoppiare le guardie alla frontiera e col rinnuovare gli ordini della più severa vigilanza.

A tutto ciò però Garibaldi non movea collo nè piegava sua costa: le armi in un modo o nell’altro sarebbero entrate: a’ suoi amici faceva le mostre di consentireai loro consigli, ripetendo anzi a taluno di loro che l’iniziativa romana la teneva indispensabile;[351]ma non cessava per questo dall’avviare quanti Volontari gli capitavano verso i confini e dal concentrarvi come ad un campo ormai prestabilito l’attuazione e la forza: al Governo infine rispondeva sdegnosamente rifiutando la condizione del ritiro in Caprera; e dichiarandosi a sua volta deliberato a qualunque cimento. Tutt’al più piegando all’argomento sempre più evidente che Roma non era ancora preparata, consentiva a differire la mossa fino agli ultimi di settembre; non però a sospendere e molto meno a mascherare alcuni degli apparecchi avviati.

Epperò, prima che l’agosto finisse, tutte le parti erano nella sua mente assegnate e tutti gli ordini distribuiti come alla vigilia d’un’entrata in campagna. Il Cucchi, munito d’un’amplissima sua credenziale che lo eleggeva suo rappresentante in Roma, partiva un’altra volta per la città eterna a prendervi la direzione del moto creduto imminente; Menotti ed Acerbi doveano tenersi pronti a sconfinare colla gente già raccolta, il primo da Terni coll’obbiettivo su Monterotondo; l’altro da Orvieto coll’obbiettivo su Viterbo, mentre Nicotera e Salomone dovevano fare altrettanto da Aquila e Pontecorvo verso Velletri; a Canzio era commesso di allestire una spedizione marittima che andasse a gettarsi sulle coste pontificie tra Montaltoe Corneto, compiendo così l’invasione da tutte le parti. Nè il Generale arrestavasi a questi ordini guerreschi, ma colla consumata abilità del guerrillero prevedeva tutti i casi possibili, distribuendo a tutti i capi delle colonne designate queste particolareggiate istruzioni:


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