VII.

«1º Punto di concentrazione delle colonne invadenti il territorio romano — Viterbo.»2º Si raccomanda ad ogni comandante di colonna di non impegnare combattimenti colle truppe pontificie, senonchè con molta probabilità di riuscita. Ed ove le forze nemiche sieno superiori, manovrare di modo da concentrarsi su Viterbo ove si troverà probabilmente la colonna principale.»3º Ove un comandante di colonna si trovasse nella assoluta necessità di combattere, egli deve ricordarsi e ricordare ai suoi che il mondo intiero ha gli occhi su di noi e sa che noi siamo assuefatti a vincere.»4º A qualunque costo i comandanti delle colonne non devono impegnarsi in combattimenti colle truppe dell’esercito italiano.»5º Scopo del movimento è il rovesciare il governo dei preti, proclamare Roma capitale d’Italia e lasciare il popolo romano in piena libertà sulle proprie condizioni di plebiscito.»6º Credo superfluo il raccomandare molto un lodevole contegno verso le popolazioni. I militi della libertà, nostri fratelli d’armi, sono assuefatti a trattare il popolo da fratelli e giammai vi fu esempio che si macchiassero di brutture.» 7º Si darà alle colonne l’organizzazione ch’ebbero in tutti i tempi i corpi volontari — acciocchè essi si presentino al paese ispirandovi la fiducia — e la paura ai nemici d’Italia.»8º I comandanti delle colonne hanno il diritto d’impossessarsi d’ogni cosa appartenente alle autorità nemiche a profitto della rivoluzione.»9º Abbisognando di viveri od altro, ne faranno richiesta alle autorità municipali o locali, rilasciando loro idonee ricevute.»10º Una colonna che si trovi nell’impossibilità di concentrarsi alla colonna principale — manovrerà di modo da non combattere con isvantaggio, inquietando il nemico quanto è possibile — e procurerà frattanto di mettersi in comunicazione col quartiere generale.»11º In quest’impresa gl’Italiani devono ben penetrarsi d’avere su di loro gli occhi del mondo intiero — e che quindi il nome italiano deve uscirne bello, radiante di gloria, salutato con entusiasmo e rispetto da tutte le nazioni.»12º Fra le eventualità possibili, vi è quella di essere io arrestato. In quel caso, il movimento deve continuare colla stessa impavidezza — come se fossi libero. E deve pur continuare anche che arrestassero la maggior parte dei capi.»13º In caso non riuscisse una colonna nell’intento, le altre devono continuare il moto come se nulla fosse successo.»G. Garibaldi.»

«1º Punto di concentrazione delle colonne invadenti il territorio romano — Viterbo.

»2º Si raccomanda ad ogni comandante di colonna di non impegnare combattimenti colle truppe pontificie, senonchè con molta probabilità di riuscita. Ed ove le forze nemiche sieno superiori, manovrare di modo da concentrarsi su Viterbo ove si troverà probabilmente la colonna principale.

»3º Ove un comandante di colonna si trovasse nella assoluta necessità di combattere, egli deve ricordarsi e ricordare ai suoi che il mondo intiero ha gli occhi su di noi e sa che noi siamo assuefatti a vincere.

»4º A qualunque costo i comandanti delle colonne non devono impegnarsi in combattimenti colle truppe dell’esercito italiano.

»5º Scopo del movimento è il rovesciare il governo dei preti, proclamare Roma capitale d’Italia e lasciare il popolo romano in piena libertà sulle proprie condizioni di plebiscito.

»6º Credo superfluo il raccomandare molto un lodevole contegno verso le popolazioni. I militi della libertà, nostri fratelli d’armi, sono assuefatti a trattare il popolo da fratelli e giammai vi fu esempio che si macchiassero di brutture.

» 7º Si darà alle colonne l’organizzazione ch’ebbero in tutti i tempi i corpi volontari — acciocchè essi si presentino al paese ispirandovi la fiducia — e la paura ai nemici d’Italia.

»8º I comandanti delle colonne hanno il diritto d’impossessarsi d’ogni cosa appartenente alle autorità nemiche a profitto della rivoluzione.

»9º Abbisognando di viveri od altro, ne faranno richiesta alle autorità municipali o locali, rilasciando loro idonee ricevute.

»10º Una colonna che si trovi nell’impossibilità di concentrarsi alla colonna principale — manovrerà di modo da non combattere con isvantaggio, inquietando il nemico quanto è possibile — e procurerà frattanto di mettersi in comunicazione col quartiere generale.

»11º In quest’impresa gl’Italiani devono ben penetrarsi d’avere su di loro gli occhi del mondo intiero — e che quindi il nome italiano deve uscirne bello, radiante di gloria, salutato con entusiasmo e rispetto da tutte le nazioni.

»12º Fra le eventualità possibili, vi è quella di essere io arrestato. In quel caso, il movimento deve continuare colla stessa impavidezza — come se fossi libero. E deve pur continuare anche che arrestassero la maggior parte dei capi.

»13º In caso non riuscisse una colonna nell’intento, le altre devono continuare il moto come se nulla fosse successo.

»G. Garibaldi.»

A tal punto però anche il Ministero, perduta ormai ogni speranza di contenere coi privati consigli e le blande minaccie il patriotta agitatore, deliberava di lasciar quel riserbo che s’era fino allora imposto, e di accettare il guanto che gli era gettato. Però nel 21 agosto comparve nellaGazzetta Ufficialeuna dichiarazione del Governo, la conclusione della quale era che «se alcuno si attenterà di venir meno alla lealtà de’ patti e violare quella frontiera da cui ci deve allontanare l’onore della nostra parola, il Ministero non lo permetterà in niun modo e lascerà ai contravventori la responsabilità degli atti che avranno provocato.»

Ma «un po’ tardi,» notava il signor De Moustier[352]nelricevere notizia di questa dichiarazione; un po’ tardi pel Governo, un po’ tardi per Garibaldi stesso.

Egli oramai aveva tratto il dado, nè anco volendolo poteva più retrocedere. Anzi quella pubblica minaccia gli parve come un avvertimento di rompere gli ultimi indugi; talchè già coperti vari punti della frontiera di Roma di Volontari, pronti a seguirlo il Menotti e l’Acerbi; la mattina del 23 settembre s’incamminava accompagnato soltanto dal fedele Basso e dal signor Del Vecchio, alla volta d’Arezzo, diretto, secondo diceva, e voleva far credere, a Perugia (per ingannare la vigilanza della polizia aveva fatto spedire colà i suoi bagagli); ma proseguendo ratto nella sera stessa di quel giorno per la strada di Orvieto, e andando quella notte a pernottare a Sinalunga a circa cinquanta miglia dal confine orvietano.

Il prefetto di Perugia però non s’era lasciato allucinare e aveva provveduto in guisa che qualunque strada il Generale fosse per prendere, al primo tocco di telegrafo, potesse essere arrestato. E così fu. Garibaldi, ospitato in Sinalunga dal signor Agnolucci, s’era appena coricato, che una compagnia di soldati e carabinieri, venuti da Orvieto, invadeva il paese, circuiva la sua casa, e un luogotenente de’ carabinieri salito da lui, gli intimava senz’altro l’arresto. Il Generale non chiese che il tempo di fare il suo solito bagno: gli fu concesso; e di lì a mezz’ora in biroccino fino a Lucignano, poscia in ferrovia fu tradotto col Basso e il Del Vecchio nella direzione di Firenze. Nemmeno Firenze però era l’ultima meta che gli era stata imposta; il treno ne traversò rapido la stazione, e soltanto a Pistoia sostò per alcuni istanti per deporre il Basso e il Del Vecchio, e continuare di là, senza resta, fino ad Alessandria, dove il Governo aveva decisoche il Generale passerebbe i primi giorni della sua cattività.

A Pistoia però nemmen l’occhio vigile de’ suoi custodi aveva potuto veder tutto. Infatti il Generale era riuscito in quei pochi momenti di fermata a scrivere a matita un biglietto, e prima che il Del Vecchio s’allontanasse a ficcarglielo nelle mani. Il biglietto era un nuovo e più fiero appello all’insurrezione, e diceva testualmente così:

«24 settembre.»I Romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i loro tiranni: i preti.»Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli — e spero lo faranno — a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi.»Avanti adunque nelle vostre belle risoluzioni, Romani e Italiani. Il mondo intiero vi guarda, e voi, compiuta l’opera, marcerete colla fronte alta e direte alle nazioni: Noi vi abbiamo sbarazzata la via della fratellanza umana dal più abominevole suo nemico: il Papato.»Caro Del Vecchio — voi non verrete in prigione con me — e farete stampare queste linee.»G. Garibaldi.»

«24 settembre.

»I Romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i loro tiranni: i preti.

»Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli — e spero lo faranno — a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi.

»Avanti adunque nelle vostre belle risoluzioni, Romani e Italiani. Il mondo intiero vi guarda, e voi, compiuta l’opera, marcerete colla fronte alta e direte alle nazioni: Noi vi abbiamo sbarazzata la via della fratellanza umana dal più abominevole suo nemico: il Papato.

»Caro Del Vecchio — voi non verrete in prigione con me — e farete stampare queste linee.

»G. Garibaldi.»

La lettura pertanto di queste linee e ancora più l’annuncio dell’arresto del Generale suscitò in tutte le maggiori città d’Italia fierissimi tumulti. In Firenze i deputati della Sinistra, raccoltisi in Palazzo Vecchio, firmavano una protesta per l’illegale arresto del loro collega; i giornali avanzati schizzavano fiamme; il popolo inferocito percorreva le vie cercando a morte il Rattazzi, il quale solo al caso di essere entrato per il mal tempo in una vettura pubblica, dovette di non essere subito riconosciuto e d’aver salva la vita. E a Bologna, a Modena, a Milano, a Torino, a Pavia, a Genova, le stesse manifestazioni; a Genovasoprattutto, dove la collera per l’arresto del Generale, inasprita dal sequestro delle armi destinate alla spedizione marittima del Canzio, era giunta a tale che la folla diede un vero assalto a Palazzo Tursi.

Nè in Alessandria l’aria era più quieta. Al primo giungere di Garibaldi nella fortezza, anche quella popolazione, comechè spettatrice abituale di tanti prigionieri politici, s’era commossa; e i soldati stessi del presidio, affollati sotto le finestre della cittadella dove il Generale era stato rinchiuso, gli gridavano «A Roma, a Roma!» il che gli fece dire più tardi:[353]«Se avessi detto una sola parola che suonasse lavacro delle vergogne italiane, uffiziali e soldati mi avrebbero seguíto ovunque.»

Intanto l’agitazione crescente della Penisola, i doveri della pubblica tutela, le insistenti e quasi insolenti pressioni della Francia ponevano il Governo in terribili frangenti.

Anzitutto che cosa fare di quel prigioniero? Era ancora il medesimo problema d’Aspromonte, ma più intricato forse; giacchè sostenere che Garibaldi fosse stato colto in flagrante non era sì facile assunto, e l’accusa di violazione della immunità parlamentare poteva tornare assai pericolosa. Però dopo molto ondeggiare tra il processo, la libertà incondizionata, la libertà condizionata, Rattazzi si risolveva ad inviare in Alessandria il generale Pescetto, Ministro della Marina, coll’incarico di commuovere l’animo del Generale, e di indurlo, se fosse possibile, a ritornare a Caprera sotto la sola condizione che non avrebbe fatto alcun tentativo per uscirne. Ma il Generale diede a questa proposta un così aperto e secco rifiuto che ilPescetto, dopo aver chiesto e atteso invano per oltre dodici ore nuove istruzioni, s’indusse, sotto la propria responsabilità, a consentirgli il ritorno a Caprera senza condizione alcuna, provvedendo soltanto che non s’indugiasse a Genova e fosse trasferito immediatamente alla sua isola da un piroscafo della R. Marina.

E così avvenne.

Il 27 mattina, in sull’alba delle 4, il Generale usciva da Alessandria e circa due ore dopo smontava nella casa del signor Coltelletti all’Acquasola di Genova. Quivi il popolo ebbro di rivederlo, ma credendolo tuttavia prigioniero, minacciava di liberarlo egli stesso colle proprie braccia; quando il Generale con una lettera ad A. G. Barrili, Direttore delMovimento, nella quale diceva che «a scanso d’equivoci tornava a Caprera libero e senza condizioni,» e con molte altre consimili parole dirette ora in italiano, ora in genovese alla folla, riuscì a quietare ogni tumulto e nella sera del giorno stesso condotto amichevolmente a bordo del regio Avviso l’Esploratore, ricevuto con tutte le mostre d’un illustre viaggiatore, in realtà custodito come un deportato, salpava per Caprera.

Ma dietro al corpo di Garibaldi prigioniero restava la sua anima; restava nell’eco infocata de’ cento manifesti e de’ mille discorsi, restava in quelle demosteniche parole: «I Romani hanno il diritto d’insorgere; gl’Italiani hanno il dovere di aiutarli, e spero lo faranno a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi:» e, se un dubbio fosse ancora possibile, restava in quest’ultima lettera a Francesco Crispi, scritta sulla nave stessa che lo portava a Caprera, e nella qualenon sapresti se più ammirare il senso fatidico dell’Eroe che presentiva in un atto di suprema energia la soluzione del grande problema, o la virtù del patriota che non fa della salvezza della patria un misero piato di vanità o di primazia, ed è sempre pronto ad ecclissarsi dietro chiunque inalberi prima di lui il vessillo redentore.

«Caro Crispi,»Dopo ben maturo esame della situazione, io vedo un solo modo di rimediarla a soddisfazione della nazione e del governo.»Invadere Roma coll’esercito italiano e subito.»Non creda il governo di contentare l’Italia in altro modo. Essa perdonerà le sue miserie, ma non la sua degradazione. Ed oggi non solo la nazione italiana si sente oltraggiata, ma si sente oltraggiato l’esercito; e se in Alessandria, quando ero acclamato dall’intiera guarnigione, io avessi detto una parola che suonasse lavacro delle vergogne italiane, uffiziali e soldati mi avrebbero seguíto ovunque.»Per cotali considerazioni il governo si persuada che, con pochi giorni d’energia, esso tutto accomoda, si concilia la nazione intiera e dove vi fosse minaccia esterna di volerlo inceppare, noi solleveremo fino alle donne, ai bambini, e certo il mondo vedrà risoluzione di popolo, come forse non ha veduto ancora.»Rispondetemi subito.»Vostro»G. Garibaldi.»27 settembre 1867.»

«Caro Crispi,

»Dopo ben maturo esame della situazione, io vedo un solo modo di rimediarla a soddisfazione della nazione e del governo.

»Invadere Roma coll’esercito italiano e subito.

»Non creda il governo di contentare l’Italia in altro modo. Essa perdonerà le sue miserie, ma non la sua degradazione. Ed oggi non solo la nazione italiana si sente oltraggiata, ma si sente oltraggiato l’esercito; e se in Alessandria, quando ero acclamato dall’intiera guarnigione, io avessi detto una parola che suonasse lavacro delle vergogne italiane, uffiziali e soldati mi avrebbero seguíto ovunque.

»Per cotali considerazioni il governo si persuada che, con pochi giorni d’energia, esso tutto accomoda, si concilia la nazione intiera e dove vi fosse minaccia esterna di volerlo inceppare, noi solleveremo fino alle donne, ai bambini, e certo il mondo vedrà risoluzione di popolo, come forse non ha veduto ancora.

»Rispondetemi subito.

»Vostro»G. Garibaldi.

»27 settembre 1867.»

Ora in cospetto d’una causa così santa e di una fede sì ardente, e dopo tante ripetute manifestazioni della medesima volontà, al punto in cui erano giunte le cose, un dilemma si presentava chiaro ai vecchi garibaldini e a tutto in generale il partito democratico italiano: o sconfessare il loro Capo, rinnegando conlui tutto il proprio passato rivoluzionario e dando una mentita a tutte le idee sin allora espresse in Parlamento e fuori circa al modo di risolvere la questione romana; o continuare l’opera da lui avviata, giovandosi soltanto della sua forzata e temporanea assenza per compierne meno precipitosamente gli apparecchi e sceglierne con maggior ponderatezza l’opportunità e l’istante.

Se non che, come accade sovente, alla concordia nel fine non andava di pari passo l’accordo dei mezzi. Crispi, ormai buttatosi corpo e anima nella congiura, Fabrizi, Cucchi, Cairoli, Guastalla, Miceli, La Porta, Oliva, Guerzoni, tutta in generale la frazione politico-militare del partito garibaldino opinavano sempre che il segnale della riscossa dovesse partire da Roma, e che qualsiasi anticipato moto di bande, mettendo sull’allarme il Governo pontificio, non potesse che nuocere alla riuscita dell’impresa principale. Menotti, invece, Canzio, Acerbi e qualcun altro, tenendosi più ligi alle istruzioni del Generale, persistevano a credere che le due mosse dovessero andare parallele; che la insurrezione di Roma non accadrebbe mai, o difficilmente, senza l’esempio e l’eccitamento della insurrezione della campagna, e che questa non potrebbe mai ottenersi se non per mezzo di una irruzione di Volontari che la suscitasse.

Tuttavia il dissidio non era tra amici e commilitoni impacificabile, e già pareva che l’idea dell’iniziativa romana, caldeggiata, più che da tutti, dal Cucchi, che la dava, se il tempo non mancasse alla preparazione, per sicura, e dal Crispi, che oltre a tant’altre ragioni tentava dimostrare non renitente il Rattazzi col quale aveva frequenti convegni, pareva, dico, che quell’idea cominciasse a prevalere; quando ad un tratto, all’improvvisoper tutti, una mano di forse centocinquanta giovani, dei quali soltanto un terzo armati di pessimi fucili, capitanati dal trentino Luigi Fontana, uno dei Mille, appiattati fino a quel giorno nelle macchie d’unaBanditaviterbese, chi dice spinti dalla fame, chi dalla paura d’essere smacchiati e presi dalle truppe italiane spedite alla loro caccia, passano il confine, si buttano sopra Acquapendente e dopo una zuffa accanita vi fanno prigionieri trentadue gendarmi pontifici e s’impossessano della terra.

Fu il trabocco della bilancia: Acerbi e Menotti si credettero impegnati d’onore ad accorrere in aiuto degli arditi che pei primi eransi gettati allo sbaraglio; e tra quei medesimi che fino allora erano stati piuttosto avversi a qualsiasi intempestiva invasione armata, cominciava a farsi strada l’idea che fosse mestieri soccorrere i combattenti e che in ogni caso non si potesse abbandonarli. Ecco perciò Acerbi dar l’ordine alle altre sue genti, che aveva raccozzate nei dintorni d’Orvieto, di sconfinare; ecco Menotti partire per Terni col proposito di fare altrettanto; ecco Nicotera prepararsi ad imitarli. Fra il 2 e il 5 ottobre tutto l’agro viterbese e la Sabina formicolavano di bande. Il 4 era passato Menotti con soli venti uomini; ma il 7 ne aveva seicento, ed occupato Nerola, sul confine sabino, aveva già respinta una prima ricognizione di Pontifici. Il 3, i Garibaldini d’Acquapendente rinforzati da alcune centinaia di camicie rosse, guidate dal maggiore Ravini, occupavano prima San Lorenzo, poi Bagnorea, da dove il 5, dopo un eroico ma sfortunato combattimento, eran ricacciati in disordine su Castiglione; alcune squadriglie stormeggiavano presso Bolsena, ed altre nei dintorni di Viterbo; e finalmente Acerbi, dopo lungo e non bene giustificabileindugio, compariva in mezzo a’ suoi e annunziata la sua prodittatura, piantava il Quartier generale a Torre Alfina.

Che faceva ora innanzi a questa marea crescente il Governo? Urbano Rattazzi fino a quel momento, fino cioè alla passata delle bande, aveva parlato ed agito chiaramente. Tutt’al più qualche eccessivo gli poteva rinfacciare un po’ di lentezza nella caccia de’ Volontari accorrenti a Garibaldi, e qualche reazionario di non aver fino dalle prime fatto man bassa su tutte le libertà, e posta mezza Italia in istato d’assedio; ma insomma gli uomini equi ed imparziali dovranno convenire che un governo liberale in una monarchia costituzionale, in una questione nazionale d’indole così delicata e complessa, come quella suscitata dalla crociata garibaldina, non poteva fare di più. Egli aveva protestato apertamente che disapprovava quel moto e che l’avrebbe, occorrendo, impedito anco colla forza: aveva confermato il fatto col detto, sequestrando, disperdendo, incarcerando: anche i più esigenti conservatori non potevano chiedergli di più. Se non che, quando il torrente malgrado tutti gli sforzi dilagò e parve manifesto che l’arrestarlo non era più possibile senza opporgli dighe di cadaveri umani; quando il fatto si chiarì più forte d’ogni consiglio e il sentimento patriottico soverchiava anche ne’ più prudenti ogni considerazione politica;[354]quando infine la repressione del conato garibaldino poteva parere una sconfessione dell’idea nazionale ed essere interpretata come un atto di paura o di soggezione all’Impero Francese, unico protettore rimasto al Papato, allora ilgabinetto Rattazzi non poteva più esitare: o cedere ad altri immediatamente il governo della pubblica cosa (e non sarebbe stato nè onesto nè coraggioso), o secondare arditamente, anzi governare egli stesso il moto che non aveva potuto impedire.

Ma come tutti i deboli e i mediocri, prese non diremo nemmanco una via di mezzo, ma cento viottole torte che non conducevano ad alcuna. Oggi sequestrava i fucili de’ Volontari e domani metteva in mano dei Comitati garibaldini quelli degli arsenali governativi:[355]non permetteva che i Volontari sconfinassero in grosse bande, e li lasciava passare alla spicciolata; conveniva che una insurrezione in Roma sarebbe stata il taglio macedone di tutti i nodi, e largheggiava di danari in suo soccorso e forniva di passaporti coloro che volessero entrarvi ad aiutarla, ma non aveva il coraggio di confessarlo, e soprattutto d’aiutarla pubblicamente; minacciava ripetutamente al Governo francese di occupar Roma al primo annuncio d’insurrezione, e alle troppe parole non faceva mai seguire il fatto. Il solo audace partito di cui si sentì capace fu la istituzione d’una certaLegione Romana, che doveva a’ suoi occhi imprimere il suggello d’un’insurrezione veramente paesana e spontanea a quella che fin allora era stata accusata di importazione forestiera, e forzare anche la più incredula diplomazia a riconoscerne la autentica romanità. Il qual disegno, piccino in sè stesso, ordito ad insaputa dei principali capi garibaldini, e pregiudicato fin dal nascere dal sospetto d’una cospirazione nella cospirazione, finì poi, per le mani indegne cui fu affidato, adegenerare in un vero pericolo ed in un danno reale per l’impresa stessa cui mirava giovare.

Infatti il ministro Rattazzi, fidatosi, con una cecità che riesce tuttora inesplicabile, a certo Filippo Ghirelli, emigrato romano e già maggiore prima di Garibaldi, eppoi dell’esercito, commise a lui non solo l’ordinamento ed il comando dellaLegione, ma persino il titolo e le facoltà di Commissario regio nel distretto d’Orte; dei quali titoli e facoltà quel nobil campione del valore romano seppe usare così bene che per saggio della sua onestà svaligiò in compagnia del famigerato barone Franco Mistrali la Posta d’Orte; per documento della sua accortezza politica impose una taglia di 25,000 franchi al clero della stessa città; per riprova infine de’ suoi talenti militari tagliò la ferrovia tra Orte e Corese, base delle comunicazioni ferroviarie della rivolta; per la quale ultima prodezza, prima ancora che il Fabrizi lo destituisse, fu cacciato via da’ suoi stessi soldati col grido di traditore.

Ciò non ostante, l’insurrezione si sosteneva, e quantunque breve, ognuna delle colonne invadenti aveva fatto un passo avanti. Il 13 ottobre, Nicotera, dopo un ritardo, a dir vero, poco giustificabile, riusciva a sconfinare a Vallecorsa con oltre ottocento uomini (dei quali peraltro soltanto alcune centinaia armate alla meglio) e s’avviava l’indomani per Falvaterra. Nel giorno stesso Menotti si spingeva fino a Montelibretti, che contrastava all’indomani per tutto il giorno al nemico, abbandonandolo senza plausibile ragione la sera; ma per ricuperarlo al mattino vegnente.[356]In fine il 15 ottobre l’Acerbi, rimastosi immobiletutti quei giorni a Torre Alfina, moveva con tutte le sue forze sopra San Lorenzo, ne sloggiava il nemico e si preparava a marciare su Viterbo, che si diceva pronta ad insorgere al primo apparire delle camicie rosse.

Solo Roma non dava ancora alcun segno di vita, nè lo poteva. Una sollevazione generale, uno di quegli impeti spontanei e irresistibili di popolo, che, senza bisogno di disegni e d’apparecchi, coll’armi sole dello sdegno e dell’amor patrio, fa crollare in poche ore le più antiche tirannidi, in Roma non era possibile. L’infiacchimento degli animi e de’ corpi, naturale effetto della centenaria educazione sacerdotale, e l’idea propagata dalla funesta scuola delComitato Nazionale, e infiltratasi anche nelle fibre de’ più energici, che unica soluzione sperabile alla questione romana fossero il consenso delle maggiori Potenze cattoliche e l’opera lenta dei mezzi morali, avevano doma, se non ispenta, l’antica virtù del popolo romano, e toltagli la fede di poter da sè solo vendicarsi in libertà. Però sola cosa sperabile e conseguibile in Roma era una sommossa parziale; un colpo di mano degli elementi più rivoluzionari e gagliardi della città (e non abbondavano), preparato artificialmente nel segreto d’una congiura, epperò soggetto ai mille eventi ed ai mille pericoli di tutte le congiure. Affinchè però anche un siffatto colpo di mano potesse riuscire in una città quale Roma, due condizioni erano indispensabili: che il lavoro preparatorio potesse essere condotto con una certa libertà e sicurezza: che in ogni caso le bracciapronte a tentarlo fossero armate. Ora al 16 ottobre Roma non aveva ancora una sola arma da guerra; e quanto a cospirare, la sveglia data alla polizia papale dalla invasione garibaldina, l’aveva reso così pericoloso e difficile che poteva dirsi un vero miracolo se la trama non era dieci volte al giorno scoperta e disfatta. Appena infatti la prima banda ebbe sconfinato, il Governo pontificio lasciò ogni ritegno; e raddoppiati i posti militari; chiuse o vegliate più gelosamente le porte; frugando case ed alberghi; espellendo i forestieri sospetti; mettendo alle calcagna d’ogni patriotta un birro; perlustrando notte e giorno la città; minacciando con pubbliche gride i cittadini, pose Roma, senza dirlo apertamente, in un vero stato d’assedio. Ora introducete armi e cospirate in siffatta città! Cucchi, Guerzoni, Adamoli, Bossi, Cella, stretti in lega coi membri più operosi della Giunta Nazionale, lavoravano arditi e indefessi; ma, senza che nessuno osasse confessarlo all’altro, tutti sentivano gli influssi di quel nemico che fin da principio aveva più d’ogni altro cooperato ad accrescere le difficoltà dell’opera loro: la sollevazione intempestiva e forse sterile delle province, che aveva reso pressochè impossibile la sorpresa della capitale.

Ma torniamo a Caprera. LaGazzetta Ufficialedel 27 settembre stampava: «Il generale Garibaldi avendo manifestato il desiderio di ritornare a Caprera, il Governo, trovando questa intenzione conforme alla sua, vi ha tosto aderito;» ma in queste parole l’organo governativo mentiva a una metà del vero, e ne dissimulava l’altra metà. Mentiva quando diceva che il Generaleaveva chiesto egli stesso di tornarsene a Caprera; come vedemmo, posto al bivio dal generale Pescetto o di restar prigione nella fortezza d’Alessandria, o di tornarsene senza condizioni al suo eremo, egli non aveva fatto che appigliarsi a questo partito come al minor male; dissimulava poi la parte più importante della verità, quando taceva che appena toccata terra il generale Garibaldi era stato posto sotto la custodia d’una squadra prima di quattro, poi di cinque, finalmente di nove[357]legni da guerra, e rinchiuso nella sua isola se non veramente come un prigioniero, come un relegato a confino.

Il Generale tuttavia ricusò in sulle prime di credere ad una sì aperta mancanza di fede, e continuando a reputarsi libero de’ suoi passi e delle sue azioni tempestava di lettere e di telegrammi il Cucchi ed il Crispi perchè alla lor volta mantenessero la data parola e mandassero un vapore a prenderlo.[358]Il che nè il Cucchi, nè il Crispi potevano fare: il Cucchi perchè era in Roma; il Crispi perchè sapeva bene quali erano gli ordini del Governo e non poteva sperare di mutarli se non col mutare della politica generale del Governo stesso. E per questo egli scriveva al Generale: «State tranquillo: ottime disposizioni e spero non tarderete a vederne conseguenze;» e perquesto il Generale continuava ancora per alquanti giorni a pazientare ed attendere.

Venne però il momento in cui l’inganno non fu più possibile. Agli 8 di ottobre infatti avendo voluto far la prova d’imbarcarsi sopra il vapore postale che tocca periodicamente la Maddalena, un legno della crociera, la Sesia, tirò replicatamente su di lui e forzatolo a montare al suo bordo lo ricondusse a Caprera. Allora finalmente aperti gli occhi all’evidenza, mandò quella specie di ruggito di leone incatenato che suonava così:

«Caprera, 10 ottobre 1867.»Amici carissimi,»Sono veramente prigioniero, e vi lascio pensare con che spirito, sapendo Menotti ed i miei amici impegnati sul territorio romano.»Impegnate il mondo perchè non mi lascino in questo carcere.»Un saluto a tutti dal»sempre vostro»G. Garibaldi.»

«Caprera, 10 ottobre 1867.

»Amici carissimi,

»Sono veramente prigioniero, e vi lascio pensare con che spirito, sapendo Menotti ed i miei amici impegnati sul territorio romano.

»Impegnate il mondo perchè non mi lascino in questo carcere.

»Un saluto a tutti dal

»sempre vostro»G. Garibaldi.»

Ma gli amici erano tuttora divisi in due; alcuni, quali il Crispi, il Fabrizi, il Cairoli, il Guastalla, fidenti sempre negli accordi col Rattazzi, opinavano che il Generale avrebbe assai meglio giovato a sè ed alla causa sua attendendo in Caprera l’esito de’ negoziati: altri invece, tra questi principalissimo Stefano Canzio, diffidente di tutte quelle ambagi, non ammetteva dimore; e non vedendo altra salute che nel ritorno del Generale sul continente, prima ancora che la signora Mario recasse da Caprera il biglietto testè citato, lavoravano a tutt’uomo alla sua liberazione. Non passavano infatti tre giorni che Stefano Canzio, noleggiata colla mediazione di Andrea Sgarallino e col danarod’Adriano Lemmi, l’instancabile e inesauribile tesoriere della rivoluzione, la paranzellaSan Francesco, e avuto seco a bordo Andrea Viggiani, espertissimo marinaio della Maddalena, salpava da Livorno, e dopo tre giorni di traversíe e di rischi d’ogni fatta, ingannata felicemente la crociera in mezzo alla quale fu costretto a passare, approdava alla Maddalena, poco lunge dalla punta della Moneta, e per mezzo della signora Collins, una Inglese dimorante da lunghi anni in quel paraggio, riusciva a rendere avvertito del suo arrivo il Generale e a comunicargli il fine che l’aveva condotto.

E il Generale, che a guisa dell’uomo del Vangelo era sempre pronto, inviava tostamente il Basso con la figlia Teresita alla Moneta, e concertava col genero questo disegno di fuga.

Egli, il Generale, tragitterebbe di notte da Caprera alla Moneta, e di là in una barca da pesca tenterebbe di afferrar la Sardegna, o nel porto di Liscia o in quello d’Arsachena; il Canzio e il Viggiani collaSan Francesco, girata la Maddalena, andrebbero a lor volta a prender terra sulla costa orientale sarda e nel porto di Brandinchi l’aspetterebbero.

Ma tutto ciò era molto facile a dirsi, e forse per il Canzio ed il Viggiani, intraprendenti e audaci, non straordinariamente difficile ad effettuarsi; ma per il Generale, guardato a vista nell’isola, addirittura portentoso e quasi impossibile.

Una squadra di nove legni da guerra senza contare i minori[359]guardava Caprera da tutti i lati, visitandoqualsiasi barca salpasse dall’isola, od anche solo la costeggiasse, ricacciando indietro tutte quelle i cui andamenti fossero appena sospetti e tirando a palla, come fu fatto sul Generale stesso e sulla figlia, su quanti navigatori di quelle acque non si mostrassero pronti ad obbedire al comando. La vigilanza era dunque rigorosissima e dato lo scopo non poteva essere minore in quello stretto di Bonifacio, tutto frastagliato, come un arcipelago di scogli e bassi fondi, intorno ad un’isola, quale Caprera, tutta seni, calanche, porticciuoli innumeri e di cui Garibaldi conosceva come un pesce i più misteriosi recessi.

«Per guardare un’isola simile — esclamava ancora il comandante Isola — non c’era che legare una barca ad ogni scoglio.... e per essere sicuri che Garibaldi non fuggisse imbarcarselo a bordo d’un legno da guerra e portarselo a fare un viaggio all’estero.»

Pure il capo della crociera, non pago delle prese precauzioni, raddoppiava ogni giorno d’astuzie e di vigilanza. Ora mandava a terra con studiati appigli i suoi ufficiali a spiare le mosse del Generale in casa sua: ora gli si presentava egli stesso col pretesto di chiedere nuove della sua salute, in fatto per accertarsi della sua presenza; ora infine poneva sotto guardia speciale di un’apposita squadriglia di barche da guerra tutti i legni grandi e piccoli del Generale, cioè il canotto, ilYacht, dono d’Inghilterra, un’altra barca, e tutto quanto insomma galleggiava nel porto dello Stagnarello, che era il principale asilo della piccola flottiglia di Caprera.[360]

Allora adunque la fuga poteva dirsi quasi disperata, e allora Garibaldi la tentò.

A lui di tutto quell’arsenale non era rimasto, perduto in un magazzino tra gli altri rottami marinareschi, che un canottino, una chiatterella, uno di quei gingilli, diremo così, sottili, leggieri, fragili, capaci appena d’un uomo e d’un remo, che i cacciatori pisani usano per la caccia delle anitre e delle beccaccie nelle morte gore de’ loro paduli, e che appunto dal nome della caccia son chiamatibeccaccini. Mai più sospettare che Garibaldi si sarebbe avventurato a traversare uno stretto di mare su quella tavola che un buffo di vento poteva capovolgere ed un’ondata ingoiare; mai più sospettare che il gingillo fosse uno strumento bellico, e che ilbeccaccinodel cacciatore dovesse portare la guerra al Papato! Fu dunque non visto, dimenticato, trascurato, che so io, non calcolato e non contato. Lo contò per altro Garibaldi, che nell’anima chiusa covava la fuga colla fissazione del forzato nell’Ergastolo; lo contò sì bene che, colta una notte oscura, lo fece, a spalle d’un suo fido, trasportare e rimpiattare ben bene in una delle più ascose insenature del così detto Passo della Moneta, punto che, per essere più prossimo all’isola della Maddalena, serviva a meraviglia al disegno che già molinava in mente e di cui quel trasporto poteva dirsi la prima mossa esecutrice. Fatto ciò, si disse ammalato, e chiuso in camera, invisibile per parecchi giorni ad anima viva, stette ad aspettare l’occasione. E l’occasione, come dicemmo, navigava già alla sua volta, e gliela conduceva laparanzelladi Stefano Canzio.

Durante tutta la giornata del 16 era regnata una fitta nebbia, frequente in que’ paraggi, e la notte perciò prometteva d’essere oscurissima. Garibaldi scelse quella; e verso le 10, calato solo al nascondiglio del suobeccaccino, si spiccò da terra e s’avventurò al tragitto.Bisognava possedere l’occhio felino, veggente nelle tenebre, di Garibaldi; essere vissuto in que’ mari da quindici anni, saperne a memoria pietra a pietra tutti gli scogli e quasi indovinare dove vegliano a fior d’acqua e dove dormono insidiosi; essersi provato dieci altre volte a passare illeso in mezzo ad una flotta nemica, conoscere a prova tutte le leggi, tutte le manovre, tutti gli strattagemmi, tutte le abitudini della gente di mare, da quelle del mozzo a quelle del nostromo, da quelle dell’ammiraglio a quelle del corsaro, per concepire anche solo la speranza di poter approdare a quel modo, in quell’ora, con cento occhi e cento fanali puntati su di voi, in un porto o ad una riva qualunque.

Tanto più che le barche della crociera non solo potevano vedere, ma udire; e il più lieve batter di remo, persino un insolito frangere d’onda, bastava a destarne l’allarme.

Il problema era dunque doppio: avanzare senza farsi vedere e vogare senza farsi sentire; ridurre a un punto impercettibile la barca, e a un fiato quasi insensibile il remeggio ed ogni altro rumore. E Garibaldi lo risolse. Disteso allungato immobile dentro il suo guscio, in guisa da formare con esso e colla superficie del mare quasi una linea sola, maneggiando coll’agilità delpiroghiereindiano la spatola che gli tien luogo di remo, studiando la rotta, spiando ogni ostacolo, misurando ogni colpo, vogando leggiero e costante, inoltrando guardingo e veloce, come uno smergo che strisci sull’acqua, scivola via.

Le storie narrano di molti aiuti prestati dai piccoli ai grandi; da quella notte del 16 ottobre esse dovranno anche registrare l’aiuto prestato dal piccolo navicello maremmano al grande vincitor di Palermo, al grande vinto di Mentana.

Ci fu anzi un momento in cui Garibaldi passò così rasente ad un barcone di guardia che poteva persin sentire le parole delle sentinelle; pure anche in quel momento nessuno sospettò di lui ed egli continuò felicemente, fino alla Maddalena, il tragitto. Sbarcato poi, la signora Collins lo ricoverò in casa sua, e là, sotto la duplice tutela della santità della donna e della inviolabilità d’una bandiera che non tollera insulti, passò il resto della notte.

Alla mattina del 17, nessun movimento insolito, nessuno indizio di novità importante nelle acque di Caprera e della Maddalena; soltanto una barca di pescatori fu veduta passare tra l’isolotto San Stefano e la Punta Rossa, colla prua verso Liscia o verso Arsachena. Per sola formalità, la barca giunta in vicinanza di un legno di crociera, probabilmente ilFerruccio, ebbe ilChi va là?—Pescatori!fu risposto. Infatti pescatori maddalenesi d’aragoste ecorallinidi Torre del Greco rifanno ogni mattina quella strada e per quella direzione, ed era già cosa convenuta di lasciarli liberamente passare. Nella barca, tinta la barba, camuffato da pescatore, insieme con Basso, il servo Maurizio e il marinaio Cuneo, v’era Garibaldi.

Sbarcò in una insenata della Punta di Sardegna e quivi in unaconca(specie di caverna) passò la notte. Al mattino seguente montato sopra uno di que’ ginnetti sardi che ballano sulle roccie, per valli e per monti, su per sentieri dove appena s’inerpica il caprone selvatico, per diciassett’ore di seguito, arrestandosi appena per lasciar rifiatare le bestie, giunse presso Porto San Paolo, dove riposatosi alcune ore nellostazzodel pastore Jaceddu, continuò di lì a poco per Brandinchi; e colà trovati Canzio e Viggiani, coltoun vento fresco di poppa in sulle tre e mezzo pomeridiane del 18 mise alla vela per la costa toscana.

E così il vecchio Corsaro tornava signore del regno ampio de’ venti e sarà bravo chi lo arriva. Superato all’alba del 19 il Canale di Piombino, giunse in poche ore in vista della rada di Vado, a poche miglia da Livorno e verso le nove del mattino vi atterrò. Colà però nuovo e non meno fastidioso ostacolo. Tutta quella spiaggia vadese è un impasto così appiccaticcio di rena e di alghe, che mettervi il piede senza restarvi invischiati dentro è quasi impossibile.

Ecco dunque tutta la brigata de’ fuggitivi, ma più Garibaldi cui la ferita d’Aspromonte rendeva penosissimo il camminare, costretta ad aprirsi faticosamente un sentiero tramezzo quei paduli, spesso affondando fino a mezza gamba e avanzando a piccoli passi, talvolta non potendo nè avanzare nè retrocedere; ma pure a forza di volontà e di costanza riuscendo a sfangare da quella melma ed a guadagnare finalmente le case di Vado.

E da quel punto tutto va a seconda. Canzio noleggiati in Vado due baroccini monta egli stesso sul primo col Generale, che aveva ripreso per precauzione il suo vecchio nome di guerra di «Giuseppe Pane;» sul secondo vengon dietro gli altri tre compagni, e via allegramente tutti insieme alla volta di Livorno. E quivi pure il Generale non arrivava a tutti inaspettato. Entrato per vie remote in città, riposatosi alcune ore in casa degli Sgarallino, monta verso la mezzanotte sul legno da posta, che Adriano Lemmi aveva già apparecchiato, e a trotto serrato, senza voltarsi indietro, correndo senza posa quel resto di notte e tutta la mattina successiva, in sul mezzogiorno del 20 arrivava in Firenze.

Ad Empoli gli erano mossi incontro, già edotti del suo arrivo, Enrico Guastalla e Benedetto Cairoli; e tant’era la gioia che sfavillava dall’animo del Generale che buttandosi tra le braccia di Benedetto esclamò: «Di tante rischiate imprese che ho tentato in vita mia la più ardua e la più bella, e di cui sentirò un certo vanto fino che campi, è codesta mia fuga da Caprera.»

Descrivere la sorpresa, la scossa, la gioia e lo sgomento insieme, cagionati da quell’inaspettata apparizione, noi non lo sapremmo. Governo, Parlamento, cittadini, erano tutti sossopra. I telegrammi della vigilia avevano per l’appunto assicurato che Garibaldi era sempre a Caprera, non solo ben sorvegliato e custodito, ma anche un po’ ammalato e quindi costretto a rimanere in camera; e la mattina dopo eccotelo, come uno spettro balzato di sotterra, a Firenze. Fu detto subito che il Governo l’aveva lasciato scappare, e quanto non fosse vero lo sappiamo! Chi non l’aveva veduto non voleva crederlo. Vedutolo, il fáscino della sua persona riguadagnava tutti i cuori. Il popolo lo contemplava col superstizioso stupore con cui si contemplerebbe un redivivo: gli amici lo consultavano con ansietà: gli avversari lo interrogavano con rispetto: tutti gli si affollavano dintorno trepidi ed inquieti, come se egli portasse nelle pieghe del suopunchoi destini d’Italia.

E quel che è più, nessuna forza poteva pel momento opporglisi. Il Governo non esisteva più che di nome. Fin dal 18 ottobre ad Urbano Rattazzi, dopo aver respinto uno ad uno i partiti che il Governo francese pretendeva imporgli, ora dell’intervento momentaneosul territorio pontificio per disarmarvi i Volontari; ora dell’intervento misto in Roma, francese e italiano, per tutelarvi il Pontefice e proporvi d’accordo la questione romana ad un Congresso europeo, non era rimasta aperta altra via che quella dell’intervento puro e semplice in Roma, non già coll’intento, dichiarava il Rattazzi medesimo, di tagliar colla spada il nodo della questione romana, ma di tutelare insieme alla indipendenza spirituale del Santo Padre gli interessi de’ Romani rimettendo nelle loro mani l’arbitrio delle loro sorti politiche. Come, però, al solo annuncio di questo disegno il Governo francese s’era tosto inalberato minacciando a sua volta di rioccupare Roma, e se avesse fatto un sol passo innanzi di intimar guerra all’Italia; così il Gabinetto Rattazzi, ridotto al bivio estremo, o di raccogliere il guanto di sfida della Francia, o di sottomettersi a’ suoi voleri, non avendo potuto trovarsi concorde nè sull’uno nè sull’altro partito, rassegnò i suoi poteri indicando al Re il generale Cialdini come l’unica persona politica che in quell’istante potesse succedergli.[361]Ma poichè d’altra parte il Cialdini, giunto in Firenze soltanto nella giornata del 21, era più lontano che mai dal riuscire nella composizione del Gabinetto, così il Rattazzi perchè non era più Ministro, il Cialdini perchè non lo era ancora, nessuno de’ due si sentiva l’autorità e la forza di porre le mani sul grande ribelle, il quale in poche ore era ridivenuto più potente che mai, e oramai padrone di tutti i suoi passi.

Il Cialdini, è vero, tentò nella mattina del 22, prima per mezzo del Crispi, poi direttamente egli stesso, di persuaderlo a fermarsi e a ritirarsi nuovamente nell’ombra, assicurandolo che la questione romana non sarebbe abbandonata, nè l’intervento straniero permesso; ma le scariche a polvere sulle corazze producono lo stesso effetto. Fermo, tenace più che mai nel suo proposito, banditi l’un dopo l’altro due nuovi appelli di guerra,[362]nel secondo de’ quali, credulo immantinente ad una fola, sparsa non si sa come, in Firenze, che i Romani fossero insorti, diceva: «A Roma i nostri fratelli innalzano barricate e da ieri sera si battono cogli sgherri della tirannide papale. L’Italia spera da noi che ognuno faccia il suo dovere;» arringato due volte dal suo albergo in Piazza Santa Maria Novella il popolo fiorentino, scompare improvviso come era venuto; e in sul pomeriggio del giorno stesso con un treno straordinario procacciatogli dal Crispi parte per Terni, dove saputo che il Cialdini ed il Rattazzi, postisi per un istante d’accordo, avevano dato ordine d’inseguirlo (inseguirlo fu detto, ma non raggiungerlo), sconfinò, in sul primo albeggiare del 23, da Passo Corese.

Nella sera stessa in cui Garibaldi arrivava a Terni, la tanto promessa e invocata e sudata insurrezione romana scoppiava;... ma ohimè! eterno apologo delle montagne partorienti!

A tutto rigore, nonostante i prodigi d’operosità e d’ardire del Cucchi e de’ suoi compagni, gli apparecchi dell’impresa non erano ancora compíti; e nonfoss’altro, le armi, quelle armi, senza le quali i congiurati romani si protestavano impotenti a qualunque sforzo, non erano per anco potute penetrare in Roma; e gli unici duecento fucili su cui gl’insorti potevano contare, dopo essere rimasti sepolti per alquanti giorni sotto la pozzolana della riva sinistra del Tevere, era parso grande fortuna disotterrarli e nasconderli in certa Vigna Matteini, a circa un miglio da Porta San Paolo. Però tutto l’arsenale dell’insurrezione consisteva in alcune serque di bombe Orsini e direwolverse in qualche barile di polvere. Ma il Comitato di Firenze a nome del Rattazzi stesso, il generale Fabrizi da Terni, tutti scrivevano o facevano dire al Cucchi: «una schioppettata, una sola schioppettata, per carità,» e la schioppettata fu tirata.

Nel disegno de’ congiurati, troppo a dir vero complicato, il più grosso drappello, guidato dal Cucchi stesso, doveva assalire il Campidoglio, e se gli veniva fatto d’impadronirsene, asserragliarvisi; un’altra squadra, comandata dal colonnello Bossi, tentare lo stesso colpo sul corpo di guardia di Piazza Colonna: Guerzoni con cento uomini condurre, sforzando la Porta San Paolo, il carico delle armi dalla Villa Matteini entro la città, e presso Campo Vaccino distribuirle: Giuseppe Monti minar la caserma Serristori: Francesco Zoffetti ed altri sette cannonieri inchiodare le artiglierie di Sant’Angelo: i fratelli Cairoli infine (benchè il loro magnanimo tentativo non potesse dirsi concertato, almeno quanto al tempo e al modo, col Comitato Romano) dovevan scendere pel Tevere fino a Ripetta, apportando ai Romani parte delle armi di Terni, e, quel che più montava, l’aiuto d’un manipolo di valorosi, le cui forze potevansi dire centuplicate e dalla prodezza singolare dei Capitani e dall’apparire inopinato.

E tutto ciò a giorno e ora fissa: il 22 ottobre alle ore sette della sera.

Se non che coteste fila erano troppe, perchè potessero essere tutte forti del pari e qualcuna spezzandosi non producesse lo sfasciamento dell’intera trama. La polizia era già in sull’all’erta: tutti i particolari forse non conosceva; ma pareva certa del giorno e dell’ora, e frattanto il generale Zappi, governatore di Roma, faceva murare sei delle dodici porte della città; raddoppiava i posti di Piazza Colonna e del Campidoglio; tratteneva in quartiere le truppe ed altre siffatte precauzioni. Però il Guerzoni (che in luogo dei cento promessi, compagni n’aveva sette), sorpreso quasi tosto nella Villa Matteini e assalito da una compagnia di Zuavi rinfrancata da Gendarmi e Dragoni, era costretto, dopo breve lotta, ad abbandonare le armi agli aggressori; l’assalto del Campidoglio, alla cui difesa stava nascosto il De Curten con due compagnie, fallì; quello di Piazza Colonna, dispersi i congiurati anche prima dell’ora, non potè nemmeno essere tentato; la caserma Serristori saltò in parte; ma gli Zuavi, quei medesimi che erano andati ad assalire Vigna Matteini, ne erano usciti; sicchè fu assai più il rumore che il danno; i Cairoli infine, del cui arrivo nè Cucchi nè alcun altro era stato avvertito in tempo, pervenuti nella notte del 22 con settantasei compagni all’altezza di Ponte Molle, e udito di là il fallimento della sperata sollevazione, eran stati costretti a tenersi rimpiattati nella notte fra i canneti della riva ed a cercarsi, alla prim’alba, un rifugio meno periglioso nella Villa Glori sui Monti Parioli. Scoperti anche colà, assaliti nel pomeriggio da un nemico tre volte soverchiante, piagato a morte Enrico, rotto da ben dieci ferite Giovannino, l’un fratello spirante nelle bracciadell’altro esangue, decimata in breve la più bella schiera di prodi che l’Italia da molto tempo avesse partorito, il campo restò al numero ed alla forza, miserabile conquista dei vincitori, ara perenne di gloria al sacro stuolo dei vinti.[363]

E tuttavia non fu quella la catastrofe più tragica di quell’infelice conato. Nel lanificio Ajani in Trastevere, alcuni patriotti avevano raccolte poche armi col proposito di usarle, se, come speravasi, Roma era decisa a ritentare la riscossa. Se non che scoperto per l’imprudenza d’un fanciullo il ricovero, circuita e battuta da ogni lato la casa, gli assaliti infiammati dallo spartano esempio di Giuditta Tavani-Arquati si preparano a disperata difesa. Combattono prima dagli abbaini, dalle finestre, dalle porte; poscia, penetrata l’onda degli aggressori, invase le scale, sfondati gli ultimi serragli che il furore aveva innalzati, il combattimento si muta in zuffa feroce, al pugnale, coll’ugne, co’ denti; dominante in mezzo a tutti la eroica Giuditta, che incuora, comanda, combatte, fino a che, già cadutole al fianco il marito e il figlio giovanetto, essa medesima ai replicati colpi soccombe, ingombrando con altri nove cadaveri la memorabile casa, fumante di orrida strage.

E il magnanimo fatto bastò esso solo a scontar l’inerzia di Roma nel 1867. Nè più operose e risolute s’eran mostrate le provincie. Viterbo, che da tanto tempo andava promettendo all’Acerbi, già grosso di mille uomini, di insorgere, non ne aveva ancora trovato,fino al 22, nè la forza nè la opportunità, sicchè il Prodittatore era sempre alla sua famosa Torre Alfina: Menotti, da parte sua, dopo il combattimento del 14 ottobre, sospettoso di nuovi assalti, costretto a cercarsi una stanza più propizia al vivere e all’ordinarsi, dopo aver errato un po’ alla ventura da Nerola a Monte Calvario e da questo a Pericle, finiva col riparare a Scandriglia nel territorio del Regno; similmente il Nicotera tra il 23 e il 24 mattina non s’era ancora mosso da Veroli; talchè quando Garibaldi giunse sul teatro della guerra trovò la insurrezione delle provincie paralizzata, quella della capitale soffocata, le bande scoraggite e disordinate; e insomma l’insieme della situazione anco peggiore di quella in cui l’aveva lasciata al suo partire per Caprera.

E tuttavia al suo giungere sul teatro della guerra uomini e cose risentirono tosto l’impulso della sua mano poderosa. Tutte le colonne del centro, tanto quella che Menotti aveva riportata a Scandriglia come le altre che stavano organizzandosi a Terni od erano già in cammino per passare il confine, ricevevano tutte insieme e nel giorno stesso (22 ottobre) l’ordine di muovere senza ritardo e di venirsi a concentrare a Monte Maggiore e Passo Corese. Però la sera del 25 Garibaldi stesso poteva telegrafare al Comitato Centrale di Firenze: «Occupo Passo Corese e Monte Maggiore con le forze riunite di Menotti, Caldesi, Salomone, Mosto e Friggesy.» Concentramento, diciamolo subito, ammirabile, favorito di certo dalla inerzia de’ Pontifici, ma che per la rapidità di pensiero con cui fu concepito e d’azione con cui fu eseguito, merita nota come quello che assicurava al piccolo esercito insurrezionale la prima condizione della vittoria: l’unità delle forze.

Ma che cos’erano codeste forze di cui parla il telegramma di Garibaldi, com’erano formate, ed a quanto salivano?

Che fossero colonne, quali di due, quali di tre o quattro battaglioni formanti, come i Bersaglieri dell’esercito, unità tattica ed amministrativa da sè, ma riuniti sotto il comando dei colonnelli già nominati, lo possiamo dire; ma conoscere ed accertare a quanto ascendessero i loro uomini, cioè, per dirla militarmente, a quanto sommasse la loroforza, fu impossibile cosa a noi, ma crediamo lo sia stato, e lo sarà sempre ai comandanti stessi, allo Stato Maggiore e a tutti quanti ebbero tra le mani alcune delle fila di quellavoro di Penelope[364]a cui s’era ridotto, per le ragioni già discorse, l’organismo dell’esercito insurrezionale. Pure non temiamo dilungarci troppo dal vero tenendoci intorno ai settemila uomini.

Garibaldi intanto andava molinando come prendere di notte e per sorpresa Monte Rotondo. È desso l’anticoEretum, poi feudo degli Orsini, dei Barberini, dei Grillo ed ora dei Montefeltro, una delle solite cittaduzze della Comarca, lanciata sopra un’altura se non inaccessibile, molto ardua di certo, ricinta da mura non a prova di cannone ma tali da scoraggiare le scalate; ha due porte massicce e gagliardamentesbarrate; ha nel centro, ultimo ridotto, un castello quadrato, solido, fitto di finestre e di feritoie d’ogni guisa: è posizione forte per sè, non solo, ma chiave di posizioni; guarda e domina, a occidente la grande via Salara e la ferrata; a mezzogiorno, per mezzo di Mentana, la Nomentana e Tiburtina, e tutte insomma le principali vie strategiche che dalla sinistra del Tevere sboccano in Roma; munito d’artiglieria, può essere buon punto di ritirata e di difesa a chi lo possiede, un cimento per chi deva impadronirsene, una minaccia per chi l’abbia alle spalle, e finchè si parli o si scriva d’arte militare, resterà sempre arduo il comprendere come lo Stato Maggiore pontificio o non l’abbia guernita anticipatamente di tutte le forze capaci d’una lunga difesa, o, quello che tornava ancora più opportuno appena Garibaldi vi apparve dattorno minaccioso, non siasi tenuto pronto a spedirvi da Roma un nerbo di truppe sufficienti a sostenere gli assediati ed attaccare sul fianco gli assalitori. Lasciarono invece che Garibaldi facesse a sua posta un giorno ed una notte, nè si decisero a partire da Roma che la mattina del 26, due ore dopo che Monte Rotondo aveva già capitolato.

Fallita però, per le consuete ragioni per cui falliscono quasi sempre tutte le imprese notturne, la sorpresa ordinata per la notte del 24, non restò che l’attacco di fronte e fu ordinato per l’alba del 25.

A difesa di Monte Rotondo stavano circa trecento uomini, tutti della Legione d’Antibo, ed ora può ben dirsi, tutti dell’esercito francese, alcuni gendarmi e dragoni a cavallo e due pezzi di artiglieria da sedici. Avevano asserragliate le porte, aperto nelle mura un ordine di feritoie, occupate le finestre delle case che sovrastavano, e non sappiamo se ignorando la presenzadi tutto l’esercito di Garibaldi o per alto sentimento d’onore militare, s’apprestarono a vigorosa difesa.

Le colonne di Valzanía, Mosto, Friggesy e Caldesi, erano destinate all’assalto; quella di Salomone fu lasciata a guardia della stazione della ferrovia e della Salaria, d’onde era buona regola attendersi da un istante all’altro un attacco di fianco. Il lato scelto all’attacco fu il meridionale e la Porta San Rocco, ma pare che la scelta non fosse bene ponderata. Se la posizione nemica fosse stata meglio riconosciuta, si sarebbe scoperto che dal lato occidentale, dove le mura cessano e le case cominciano, gli approcci erano assai più agevoli e la presa più facile e meno costosa. Assalita invece di fronte, nel suo punto più forte, dovea essere pagata al caro prezzo di diciannove ore di combattimento e del sangue più prezioso.

Valzanía e Caldesi attaccarono con parte delle loro genti dalla destra, appoggiandosi al convento di Santa Maria; Mosto co’ suoi Genovesi veniva di fronte; da sinistra, sboccando dal convento de’ Cappuccini, Friggesy; Menotti dirigeva, sotto gli ordini del padre, l’azione generale. Malgrado che i nostri soperchiassero di numero, era sempre un combattimento disuguale. I nemici al sicuro dietro le feritoie e armati di squisite armi di precisione; i nostri a petto nudo, scoperti, veri bersagli viventi ai tiri nemici, armati di quegli arnesi che tutti sanno, affranti per giunta dagli stenti per le rapidissime marcie di due giorni, gittati a cozzare contro pareti inaccessibili che vomitavano la morte! pure andavano e morivano al grido di Garibaldi e d’Italia, lietamente. Gli ufficiali, è vero, brillavano tra i primi nello sbaraglio, e molti di loro, i Mosto, i Martinelli, gli Uziel, iSabbatini, i Giovagnoli cadevano quali morti e quali feriti. Ma tutta la giornata era trascorsa, la sera stava per calare e il nemico continuava il suo fuoco micidiale e non dava alcun segno di resa.

«Ma pur bisogna vincere, grida Garibaldi, bisogna vincere stanotte,» e ordinava che si raccogliessero in fretta tutti i mezzi per incendiare la porta. Ed ecco subitamente ufficiali e soldati formare una mobile catasta di legne e zolfo, e fattasi di quella al tempo stesso una barricata e un brulotto, sospingerla, sotto il grandinar incessante delle fucilate, contro la porta e appiccarvene le fiamme. La porta verso le otto cominciò ad ardere, ed a mezzanotte cascava già carbonizzata e sfasciata da tutte le parti. Però anche questa operazione era costata molte vite generose, tra le quali il capitano Sabbatini di Sogliano, perocchè il nemico non aveva mai smesso un momento dal trarre contro gl’incendiari. Alla fine appena scavato un pertugio i Volontari, proprio come onda che abbia trovato la stura, vi si precipitarono dentro. I Dragoni nella loro caserma esterna si arresero; ma gli Antiboini serrati nel castello non vollero udir parola di dedizione, e appena albeggiato ricominciarono a moschettare, e con fuoco più terribile, i Garibaldini stipati per le strade, onde fu forza rizzare una barricata e appiccare l’incendio anche alla porta del castello. Allora minacciati essi pure dalle fiamme, veduto ormai svanire l’ultimo raggio di quella speranza di soccorso che forse li tenne in vita, verso le nove del mattino stesso alzarono bandiera bianca, e la resa fu stipulata.

Caddero tutti, senza onore d’armi, prigionieri di guerra, lasciando i due cannoni con poco più di settanta cariche e tutte le altre munizioni da bocca e da guerra che possedevano. Una compagnia li scortòa Passo Corese e li consegnò alle truppe italiane, primo ed ultimo trofeo della campagna. Ai nostri questa giornata costò centoquaranta feriti e quaranta morti, cifra che ci venne confermata dal Medico Capo del corpo sanitario dell’esercito insurrezionale, e che possiamo ritenere esatta.

Verso le undici antimeridiane del giorno stesso una colonna di Pontificii di circa duemila uomini di tutte le armi, zuavi, antiboini, cacciatori esteri, mezzo squadrone di dragoni, e mezza sezione d’artiglieria, con tutto comodo, con tutta placidezza, usciva da Porta Pia per andare in soccorso dei difensori di Monte Rotondo, e arrivava verso le quattro del pomeriggio presso alla stazione. Ivi gli avamposti di Salomone accolsero la testa di colonna a fucilate, ond’essa, avvedutasi che tutto era finito su a Monte Rotondo, con molto disordine, quasi tornasse da una rotta (noi stessi ne fummo testimoni oculari) rientrò il giorno dopo in Roma.

La giornata di Monte Rotondo produsse lo sgombro di tutto il territorio pontificio e la ritirata dell’intero esercito dietro i ponti del Tevere e del Teverone, onde facevasi omai evidente che tutto lo sforzo papale andava a concentrarsi nella difesa delle mura di Roma, le quali in tutta fretta erano state guernite di batterie e di fortilizi d’ogni natura.

E libera per tal modo la campagna, Acerbi, cui era fallita due giorni prima (24 ottobre) una sorpresa di Viterbo, se ne impadroniva nella giornata stessa di Monte Rotondo senza colpo ferire, insediandovi la prodittatura e proclamandovi i plebisciti; altrettantofaceva a mezzodì il Nicotera, il quale, dopo l’eroico sacrificio di Raffaele Benedetto e de’ suoi ventidue compagni a Monte San Giovanni, campeggiato altri due giorni nei dintorni di Veroli, saputa sgombra di nemici tutta la provincia di Velletri vi si gettava tosto con tutte le sue genti; trionfando il 28 a Frosinone, il 30 a Velletri, dove egli pure, colla proclamazione dei plebisciti, dissipava i maligni sospetti insorti sul colore della sua bandiera.

Stando così le cose, Garibaldi, regalato un giorno di riposo a’ suoi Volontari, lasciato un battaglione a Monte Rotondo, un altro a Mentana, e speditone un terzo col colonnello Pianciani a Tivoli, ordinato alle colonne dell’Acerbi e del Nicotera di raggiungerlo, mosse difilato con tutte le sue forze verso Roma. La sera del 27 pernottò a Fornuovo: il 29 portò il suo quartier generale a Castel Giubileo, spingendo i suoi avamposti oltre a Villa Spada in vista del ponte Salario, a pochi tiri dall’inimico. I Pontificii pare l’attendessero da questo lato, giacchè Porta del Popolo, Porta Salara e Porta Pia e tutte le ville attigue, la Torlonia, la Patrizi, la Ludovisi, erano state guernite di pezzi coperti e occupate da compagnie imboscate. Monte Mario, contrafforte formidabile che munisce l’entrata di Porta del Popolo, era pure stato posto in istato di difesa, ed una specie di campo trincierato vi si andava alacremente costruendo.

Garibaldi vide le difficoltà e passò tutta la giornata del 29 a studiarle. Tuttavia una falsa notizia, recatagli da un bugiardo messaggiere, «che Roma fosse pronta a ritentare nella notte dal 29 al 30 una seconda riscossa,» lo indusse a persistere nel primo divisamento di attaccare Monte Mario, e pensando rincorare colla promessa di un vicino aiuto i Romani,ordinò si accendessero molti fuochi lungo tutta la linea del campo e si preparassero quante barche potevasi, per il passaggio del Tevere. A chi scrive queste linee toccò l’amaro ufficio di far sentire a Garibaldi, addormentatosi nella forte speranza della battaglia, la sgradita sveglia della delusione. Tutto era spento in Roma. I Romani non potevano fare e non avrebbero fatto di più; chi gli aveva portato quel messaggio era od un ingannato od un ingannatore. Garibaldi ci diede ascolto, e gli eventi risposero se noi avevamo detto il vero.

Allora il Generale si volse ad altri pensieri. Stare accampato lungo le umide rive d’un fiume, senza avanzarsi nè retrocedere, a nulla approdava e molto poteva nuocere, specialmente alla salute de’ soldati, e tutto consigliava a prendere stanza in qualche luogo sicuro e difeso, centrale tra le due colonne di destra e sinistra che dovevano raggiungerlo, aspettando l’occasione propizia per riprendere più decisamente le offese.

Gli restava per altro a riconoscere la postura e il contegno dell’inimico dall’altra parte della città, vedere fino a qual segno fossero guardati i ponti sul Teverone, e infine scandagliare lungo la via il punto più debole per l’assalto futuro.

A tal uopo, la mattina del 30, scortato da due battaglioni di Carabinieri genovesi sotto gli ordini di Burlando e Stallo, da una dozzina di guide e dal suo Stato Maggiore, guidò egli stesso la divisata ricognizione su Ponte Nomentano. Menotti con tutte le sue genti, meno un battaglione rimasto a Castel Giubileo, dovea marciare più tardi in sostegno della ricognizione. E in questa breve e quasi oscura operazione, parve ancora una volta quell’acume militare e quellafamigliarità col campo di battaglia, onde Garibaldi terrà mai sempre, contrastato o no, il primo posto tra i primi capitani del mondo.

Egli stesso in un bullettino, che noi scrivemmo sotto la sua dettatura nel suo quartier generale di Monte Rotondo, faceva con brevi e scolpite parole la storia di quella giornata.


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