Capitolo Decimoterzo.ULTIMI ANNI.[1871-1882.]
Triste il narrare questi ultimi anni: triste, come lo spettacolo d’una grandezza che decade e sopravvive a sè stessa. Garibaldi non è oramai che il fantasma d’un gigante, costretto a strascinare sulla terra il peso della sua passata grandezza e ad assistere lentamente, faticosamente alla propria consunzione. Il leone manda ancora dal suo antro solitario qualche ruggito d’amore e di collera; ma l’ugna, l’ugna che lo rese terribile e glorioso nelle pugne del suo tempo, affievolita dagli anni e dall’infermità, pende inerte dal suo tronco invecchiato, e lo danna ad un ozio che è il più tormentoso de’ suoi mali e, forse, il più funesto dei suoi nemici.
Perocchè la fortuna che fu larga al nostro Eroe di tanti favori, gli rifiutò tuttavia il più grande: quello di giacere sull’ultima orma delle sue vittorie e di morire a tempo. Parole crudeli a quanti lo conobbero e lo amaron vivo, ma di cui i futuri sapranno estimare l’alta pietà.
È giusto, infatti, è doveroso che a noi suoi contemporanei,commossi tuttora dalla sua partita recente, ogni minuto di quella vita, ogni soffio di quel respiro guadagnato alla morte, sembri una ineffabile conquista; ma alla storia, che guarda l’uomo nell’immortalità, e misura il proprio amore e la propria ammirazione non dal numero ma dall’utilità degli anni vissuti, quest’appendice di giorni vuoti e prosaici, appiccicati ad una vita così poetica e così piena, questo lungo, freddo, decennale tramonto, imposto a forza ad un sì rapido mattino e ad un sì caldo meriggio, sembreranno una superfetazione capricciosa, uno strascico superfluo, un castigo crudele del destino, inflitto ad uno de’ più nobili suoi figliuoli, ed ella, per la prima, si studierà di affrettarne il fine condensandone in poche pagine la sintesi dolorosa.
E ciò tanto più che a nessun uomo dovette increscere la troppo lunga vita, quanto a Garibaldi; e non già per filosofico tedio, o per intolleranza dei malanni comuni della vecchiaia; ma per fastidio di quella che è certamente l’infermità più tormentosa dell’eroismo: l’inerzia.
Perocchè sotto la scorza logora dagli anni e dagli acciacchi del Garibaldi sessagenario, reduce da Dijon, c’era sempre il Garibaldi giovane e virile di Montevideo e di Marsala; c’era cioè quel contrasto tra la fiamma del cuore e la rigidezza delle membra, i voli della mente e il peso del corpo, gl’ideali dello spirito e le realtà della vita, che sono l’eterno tormento di tutte le grandi anime; e all’anima novissima di quel novissimo Eroe, martirio incomportabile.
E ciò per una ragione che è la chiave di tutte le altre: Garibaldi non credeva fornita la sua giornata.
Da giovane era partito troppo da lontano, verso una cima troppo eccelsa, perchè ora anche la lungavia percorsa gli paresse termine ultimo al suo viaggio. Vedeva, in gran parte per opera sua, la patria una; ma era dessa forte, gloriosa, felice, quale l’aveva sognata? E al di là della patria non v’erano altre patrie, ed altre patrie ancora? E al di sopra di tutte le patrie non v’era dessa l’umanità? Forse che colla indipendenza delle nazioni tutti i problemi politici, sociali del suo tempo erano risolti? Ma le reliquie di Roma sacerdotale chi le spazzava? E i privilegi sopravviventi chi li aboliva? E alle plebi affamate chi provvedeva? E gli eserciti stanziali quando si trasformavano? E la fratellanza dei popoli, e gli Stati Uniti d’Europa, e la pace universale quando si proclamavano? Quanti mali da rimediare; quante battaglie da combattere; quante mete da raggiungere ancora!
Ora si prenda un uomo simile, invecchiato in queste idee, avvezzo non a bandirle soltanto colle parole, ma a confermarle coi fatti e segnarle col sangue, e poscia lo si sforzi a ripassarle, ruminarle e rimuginarle per dieci anni nel silenzio d’un’isola deserta, tra i soliloqui d’un ozio forzato, chiudendogli colla vasta palestra de’ campi di battaglia l’unica distrazione e l’unico sfogo, al troppo e al vano delle sue utopie e delle sue chimere; si configga a un tratto il protagonista operoso sullo scanno dello spettatore inerte; si costringa il più battagliero de’ condottieri, il più infaticabile de’ cavalieri erranti ad entrare nella giornea dell’apostolo verboso o del gazzettiere polemista; si trasformi insomma l’uomo d’azione in uomo di parola, obbligandolo a barattare i poderosi colpi di spada della giovinezza nelle ventose figure rettoriche della vecchiaia, e il concitato imperio e il celere obbedir delle battaglie, in prolisse concioni, in elaborati programmi ed in sofistiche lucubrazioni, e siavrà un concetto delle torture morali che Garibaldi dovette provare negli ultimi suoi anni; e al tempo stesso la ragione più interiore e più vera delle contraddizioni, degli errori, de’ difetti, che ombreggiano più foscamente che mai quest’ultimo periodo della sua vita.
Non furono però nè errori ignobili nè contraddizioni spregevoli, nè difetti volgari. La parola fu sovente condannabile; il pensiero stesso talvolta confutabile; ma l’intento non cessò mai d’esser puro ed elevato.
Anche l’epistolario di Garibaldi, specialmente il volume più farraginoso del suo ultimo decennio, avrebbe mestieri d’un rogo purificatore; ma quando la fiamma avrà compiuta l’opera sua, sopra le scorie della veste informe e selvaggia, in mezzo agli atomi volatili delle idee stravaganti e fantastiche, rimarranno sempre, ceneri pure e inconsumabili, le reliquie d’un pensiero e d’un amore eterni: il pensiero e l’amore della umanità.
Nel 1871, col sangue acre ancora degli influssi del partito rivoluzionario francese, che, non ostante tutti i suoi torti, era stato ancora il solo amico e difensore ch’egli avesse trovato in Francia, scrive una lettera all’avv. Petroni, che si potrebbe dire un’apoteosi dellaComune; ma ecco che in fondo all’epistola, tornando come sopra sè stesso, e chiedendosi che cosa sia l’Internazionale, la figura e la presenta così pura d’intendimenti, così temperata di mezzi, così diversa insomma dalla realtà, che nell’atto in cui sta per farne l’apoteosi ne pronuncia la condanna.[392]
Quattro anni dopo, nel 1875, quasi lo crucciasse il pensiero di non aver fatto abbastanza per Roma, gli balena l’idea, grandiosa certamente, di convertire il Tevere in un canale navigabile da Roma al mare, risanare l’Agro romano, restituire all’antica metropoli del mondo la prisca prosperità, bandendo da essa alla terza Italia un intero programma di nuova vita economica e sociale.
E non si ferma ad una vaga proposta; ma rattratto dall’artritide, torturato da reumi, abbandona Caprera, arriva improvviso a Roma, lasciando per alcuni giornitrepidi de’ suoi propositi amici e nemici; e colà, dichiarato a tutti il fine che lo moveva, spiega ne’ suoi minuti particolari il suo progetto; invoca ed ottiene per esso il patrocinio di Vittorio Emanuele, il favore d’un grandissimo numero di uomini tecnici e parlamentari e il consenso del Governo medesimo; il quale però, o perchè non trovasse effettuabile il disegno, come andava egli stesso dicendo, o perchè in suo segreto fosse poco propizio alla proposta a cagione del proponente, tirò siffattamente in lungo il negozio, che il Generale vessato, stanco, nauseato ormai di tutte quelle lungherie e quegli andirivieni «di Commissioni che nominavano le sotto Commissioni» per non approdare mai a nulla, abbandonò per disperata l’impresa, portando seco l’ingiusto sospetto d’essere stato canzonato, e un rancore di più contro il governo della parte moderata che accagionava di tutti i mali.[393]
Salutò quindi egli pure come l’aurora d’un’èra novella l’assunzione della Sinistra parlamentare al governo; e nei primi mesi plaudì ai magniloquenti programmi, diede il pegno del suo nome alle lusingatici promesse, distribuì ai novelli ministri, succedentisi con vertiginosa vicenda, diplomi di genio e di patriottismo, inneggiò ai regni della Riparazione:Saturnia regna.
Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè noncorreranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’uomo fatale, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia;[394]di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine.
Nè basta, come alla demolizione della Sinistra costituzionale tutti i partiti radicali avevan interesse, così riuscì loro, giovandosi dello stato di esaltazione in cui l’Eroe si trovava, d’averlo facilmente complice d’un loro disegno: e complice, per Garibaldi, non poteva voler dire che gonfaloniere e capitano.
Per la qual cosa eccotelo in brevi giorni a capo d’una così dettaLega della Democrazia, la quale raccogliendo sotto una specie di bandiera neutra tutte le gradazioni del partito radicale, dall’unitario al federalista, dal Mazziniano al Garibaldino, dal repubblicanoinsurrezionistaal repubblicanoevoluzionista, ponesse in mora la Monarchia, o di concedere il suffragio universale, la revisione della Costituzione, la trasformazione degli eserciti permanenti in nazione armata, l’incameramento di tutte le proprietà ecclesiastiche, l’abolizione della legge delle guarentigie alPapato spirituale, e un micolino di riforme sociali — o di cadere. Quest’ultima parola, a dir vero, non era espressamente scritta, ma era nella maggior parte dei compilatori del grande programma sottintesa; e per ciò appunto, Garibaldi, organicamente impenetrabile ai sottintesi ed alle anfibologie, non la capì e la sottoscrisse. Gli avessero detto chiaro: oggi poniamo a Casa di Savoia il dilemma o di darci la repubblica — o d’andarsene, Garibaldi, che al di sopra d’ogni repubblica aveva posto sempre l’unità e la concordia della patria, che ebbe sempre un religioso orrore anche del solo nome di guerra civile, che intendeva per Repubblica la «Dittatura d’un uomo onesto» ed era sempre stato alieno dalle sottigliezze dei dottrinari, come egli li chiamava, che gli facevan corona, Garibaldi, lo crediamo fermamente, non avrebbe mai sancito quel pericoloso dilemma, nè dato il suo nome al cartello di sfida che lo intimava.
Ma così la sua passata per Roma, al pari della famosaLegada lui cresimata, lasciò, come suol dirsi, il tempo che aveva trovato. La Sinistra continuò a volgersi in sè stessa co’ denti: in luogo del suffragio universale promise una riforma, di cui soltanto la prova de’ fatti potrà dimostrare la bontà e contro la quale i primi a ribellarsi furono i medesimi radicali dellaLega; mise quattro anni ad abolire la gabella del macinato, che doveva sparire al tocco di bacchetta magica; l’esercito stanziale è per fortuna d’Italia sempre in piedi; la legge delle guarentigie riconosciuta dai replicati giuramenti di fedeltà dei nuovi governanti par più sicura che mai; la riforma sociale sembra piuttosto destinata a divenire un programma della nuova Destra che della vecchia Sinistra; qualche bandieretta rossa a saliscendi fu nonvista, qualche grido non interamente ortodosso fu compatito; ma la libertà piena di spiegar al vento i vessilli e di levare al cielo i voti della repubblica non fu per anco concessa: finalmente iComitati dell’Irredenta, dopo essere stati per qualche tempo carezzati in segreto, furono essi pure scomunicati e disciolti in pubblico, con uno zelo da meritare la gratitudine dell’Austria stessa.
Ora tutto ciò non era fatto certo per strappare gli applausi dell’Eroe, il quale tornato a Caprera, giàsenex querulusegli pure, si pentiva sempre più d’aver accordato il suo patrocinio a quella Sinistra così fedifraga alle sue promesse; e ad ogni atto del governo che urtasse nelle sue idee ripigliava a borbottare, a maledire, a sfolgorare de’ suoi anatemi anche coloro tra i Ministri che gli erano stati più cari; non rispettando nella cecità dell’ira sua nemmeno il suo Benedetto Cairoli (sol perchè gli fece sostenere il genero Canzio, condannato dai Tribunali per discorsi sovversivi), coprendo d’un oltraggio plebeo, che la penna sdegna ripetere, colui che poco prima aveva egli stesso proclamato il «Baiardo della democrazia.»
Eppure dalla Sinistra accettò due favori, per varie cagioni non dimenticabili. Fin dal 1875, il ministro Minghetti, edotto delle angustie finanziarie del Generale che già confinavano colla povertà, penetrato, al pari della nazione intera, da un alto sentimento di riconoscenza verso l’uomo che tanto aveva operato e tutto sacrificato per la patria sua, aveva ottenuto che il Parlamento approvasse e il Re sancisse (Vittorio Emanuele non aveva mestieri che altri lo istruisse delle quotidiane necessità del suo grande amico) una Legge che accordava a Garibaldi una rendita di lire cinquantamila annue a decorrere dal 1º gennaio1875 ed inoltre un’annua pensione vitalizia di altre cinquantamila lire colla stessa decorrenza.[395]
Ma Garibaldi in sulle prime scorse in quel dono un salario a’ suoi servigi, un oltraggio al suo disinteresse, una vittoria de’ suoi nemici, una perdita di quella indipendenza che fino allora era stata la più preziosa delle sue ricchezze, ed aspramente rifiutò. E in verità se egli avesse potuto respingere quel dono, l’aureola della sua fronte avrebbe avuto una stella di più. Ma la vita ha realtà implacabili; realtà che non perdonano nemmeno agli eroi, e Garibaldi pure dovette piegarvi la fronte.
Finchè durò al potere la Destra persistette nel rifiuto; ma venuto agl’Interni Giovanni Nicotera e conosciuto più dappresso tutte le strettezze in cui il Generale si dibatteva, toccato egli stesso con mano la prova che così egli come i suoi figli potevano essere minacciati da un istante all’altro da una levata di creditori e dallo scandalo d’un fallimento, trovò in un forte sentimento di dovere il coraggio di dipingereal Generale tutta la gravità delle condizioni sue, chiedendogli un’altra volta l’accettazione di quel dono, che non era insomma se non il compenso inadeguato de’ suoi grandi servigi e un tributo doveroso che l’intera nazione veniva volontaria a deporre a’ suoi piedi.
E tuttavia l’Eroe riluttò ancora, durando per parecchi giorni una delle più fiere battaglie della sua vita. Ma posto finalmente tra la sua fierezza d’uomo e il suo amore di padre, sbigottito dal pensiero di non lasciare a’ suoi figli che un retaggio di miseria e forse di disonore, premuto, incalzato da ogni parte, dai parenti, dagli amici, consapevoli più di lui dei pericoli che da ogni parte stringevano, piegò tristamente il capo a inesorabile fato ed accettò. E corse la voce che nel dare il doloroso assenso, mormorasse sospirando cupamente «anche questo mi fanno fare,» le quali parole dette o pensate soltanto che siano, dovranno risuonare come un perpetuo rimorso nella coscienza di coloro che lo posero nella disperata necessità di subire quel grande sacrificio, e quasi sull’orlo del sepolcro gli rapirono quella che sarebbe stata la gemma più sfolgorante della sua corona: la gloria del morir povero.
Quell’amarezza però gli venne raddolcita ben presto da una grande consolazione. Sappiamo di toccar un delicatissimo tasto e vi scivoleremo leggieri. Chi lesse quanto ne dicemmo noi stessi[396]sa come il matrimonio di Garibaldi colla signora marchesa Giuseppina Raimondi sia rimasto in quello stato che i legali chiamano: rato e non consumato.
Dal giorno in cui i due coniugi si separarono a Fino, essi non s’incontrarono, non si videro, possiamo soggiungere non si perdonarono più, e il loro vincolo si mutò da quell’ora in quella specie di catena lunga che la nostra sapiente legislazione civile inventò col nome di «separazione,» e la quale non essendo nè la libertà nè la schiavitù, nè il matrimonio nè il libero amore, pone i falsi coniugati nell’alternativa perpetua o del celibato obbligatorio o del concubinato forzoso e crea in mezzo alla nostra società quelle condizioni famigliari scandalose e violenti di cui Giuseppe Garibaldi e Giuseppina Raimondi furono uno degli esempi più celebri, ma non più dolorosi.
Se non che a quale de’ due partiti dell’alternativa si sia appigliato Garibaldi, non è mestieri ridirlo. Alla castità si sentiva negato; e un giorno conosciuta, come ogni mortale conosce, la signora Francesca Armosino, n’ebbe da lei, a lunghi intervalli, tre figli: Clelia, nata il 16 febbraio 1867; Rosita, nata il 10 luglio 1869, morta il 1º gennaio 1871; Manlio, nato il 23 aprile 1873.[397]
Ora di fronte a questi fatti che cosa potevano desiderare e volere, Garibaldi, la signora Raimondi, la signora Francesca; che cosa avrebbero potuto desiderare e volere, giunti all’età del raziocinio i figli stessi nati da lei? E che cosa, aggiungiamo noi, potrebbe desiderare e volere non diciamo la legge scritta de’ codici, ma la legge morale scritta nella coscienza di tutto l’uman genere?
Da un lato un’unione fittizia rimasta sterile; dall’altro un vincolo reale saldato da diciannove annid’amore e dal pegno di tre figli; di qua la famiglia legale, ma immaginaria, di là una famiglia illegittima, ma vera; di qua tre bambini innocenti a cui un atto di giustizia può dare un nome, di là due donne, all’una delle quali la legge può riscattare il fallo, e all’altra riconsacrare il suo amore; in verità nè Garibaldi, nè la signora Raimondi, nè la signora Armosino, nè, a parer nostro, i tribunali depositari della morale pubblica e privata, potevano esitare più. I coniugi Garibaldi Raimondi se ebbero un torto fu di aver troppo atteso: essi dovevano chiedere molto prima che la legge regolasse la loro anormale condizione, e ciò tanto più che ai molti e solenni argomenti morali se ne aggiunsero, a quanto sembra, parecchi di stretto ordine legale che confermavano il loro diritto.
Comunque, sul principiare del 1879 deliberarono d’accordo di domandare o la nullità o lo scioglimento del loro matrimonio, ma al primo passo furono sfortunati: il Tribunale Civile di Roma con una sua sentenza del 6 luglio 1879 respinse la loro istanza.
Allora Garibaldi non ebbe più posa. Tempestava di lettere gli amici e i giornali, consultava avvocati, scongiurava il giovane Re, se i tribunali non lo potevano, a sciogliere egli stesso con un colpo della sua autorità dittatoria il nodo iniquo (a queste teoriche garibaldine siamo già avvezzi); voleva a forza che il Cairoli, Presidente del Consiglio, proponesse al Re un decreto, o alla Camera una legge, che lo liberasse dal giogo incomportabile e gli desse modo di divenir marito e padre legittimo della sua donna e de’ suoi figli.
E va da sè che Re e Ministro si rifiutassero all’atto autoritario, d’onde novelle sfuriate dell’Eroe,pacificate ben presto dalla notizia che un celebre avvocato, il più celebre d’Italia, Pasquale Stanislao Mancini, assumeva su di sè l’ardua causa, sicchè non era disperabile che la Corte d’Appello revocasse la prima sentenza e facesse paghi i reclamanti. E così avvenne.
La Corte d’Appello di Roma, considerato principalmente che il matrimonio Garibaldi Raimondi avvenne sotto il regime del diritto austriaco, emanante dal Concordato del 1855, il quale appunto ammetteva la nullità dei matrimonirati e non consumati, colla sua sentenza del 14 gennaio 1880 «dichiarava Giuseppe Garibaldi libero dal vincolo del matrimonio celebrato in Como il 24 gennaio 1860 ed il matrimonio stesso destituito d’ogni conseguenza giuridica.»
Ne fu beato il Generale e pochi giorni dopo la pronunciata liberazione, il 26 gennaio, innanzi al Sindaco della Maddalena dava la mano di legittimo sposo alla sua Francesca, e, cosa forse per lui anche più dolce, il nome a’ suoi bambini che adorava. Non fu così piena e unanime la soddisfazione del pubblico, e del forense in principal modo. Più d’uno, riguardando la causa solo dal punto di veduta giuridico; reputò il primo voto della Corte d’Appello romana un’aperta illegalità, un diritto privilegiato creato per un uomo privilegiato, una violazione insomma di tutti i principii della nostra legislazione civile.
Va da sè che noi non osiamo metter verbo in siffatta lite: noi, indotti, consideriamo il problema nel rispetto più umile e più comune della moralità e della naturale giustizia, e, confessiamo il vero, nella nostra coscienza di giurati avremmo noi pure pronunciato l’annullamento. Sia pur stata violata, in qualche punto delle sue rigide forme, la legge; ma lo diremo conun egregio giureconsulto: «Noi confessiamo di non poter soffocare un intimo e prepotente sentimento di soddisfazione che le incongruenze giuridiche dei canoni e dei causisti abbiano permesso di rimediare ad una condizione di cose, dolorosa ad un tempo ed eccezionalmente immorale.[398]»
Ma in sullo scorcio del 1880 le condizioni di salute del Generale declinarono rapidamente. L’artritide si era fatta cronica e invincibile, e gli sformava mani e piedi in modo miserando. Ogni moto, eccettuato quello della carrozzella a mano, gli era interdetto. Gli organi vitali funzionavano regolarmente, la mente era lucida, la energia morale vivace, ma una paralisi incipiente delle membra ed un catarro senile costringevano medici ed amici alla più grande vigilanza. E ciò non ostante intendeva curarsi a modo suo; dai medici non accettava che i consigli che gli garbavano; non voleva rinunciare nè anche nella stagione men propizia ai bagni, ed era tanto difficile governarlo da ammalato, quanto guidarlo da sano.
E tuttavia, anche in questo stato, appena udì che suo genero era stato arrestato a Genova, volle a forza farsi portare colà per protestare, almeno colla presenza, contro quello che a lui era parso una violazione ed un arbitrio; e pochi giorni dopo, invitato a partecipare in Milano alla commemorazione di Mentanaed allo scoprimento del suo monumento, si faceva mettere in vagone e partiva. E il suo ingresso nella capitale lombarda fu lo spettacolo più pietoso a cui la grande città avesse da tempo assistito. Steso sopra un letto, trascinato a passi lenti da una grande carrozza, bianca la barba, cereo il viso, immobile la persona, le mani rattrappite involte in un fazzoletto, coperto il capo da una papalina dorata e argentata, ammantellato in una specie di paludamento pontificale, Garibaldi sembrava piuttosto la salma d’un santo portato a processione da un popolo di devoti, che il corpo vivo d’un uomo! «Pare sant’Ambrogio!» mormorava il popolino milanese, memore de’ giorni in cui faceva passeggiare per la città il suo antico protettore, e forse l’analogia che la fantasia popolare trovava tra quel vecchio Pontefice armato della libertà latina e il belligero arcivescovo campione della nuova fede romana contro la prepotenza gotica, non era fisica soltanto. Pure quella reliquia d’eroe non s’arrendeva ancora; imperterrito accettava tutti gl’inviti, si prestava a tutte le cerimonie, riceveva a centinaia visite ed omaggi ed assisteva il 3 novembre da una loggia apposita, all’inaugurazione del monumento per cui era venuto; soltanto così egli che lo faceva come coloro che glielo permettevano o consigliavano, non pensavano abbastanza che ognuna di quelle fatiche era un giorno di più sottratto alla sua vita?[399]
Nel 1881, non soltanto per ragioni di salute, aggravatasi anche per una caduta fatta dalla carrozzella sugli scogli di Caprera, d’onde n’ebbe la testa ferita e qualche minuto di deliquio, si recava sopra la riviera ligure e in certa villetta d’Alassio vi passava due mesi d’inverno in una placida e forse ristoratrice solitudine.
Se non che aveva appena, può dirsi, riposto il piede nel suo eremo, che scoppiò il conflitto italo-francese per la questione tunisina, quindi l’una cosa dietro l’altra: il grido delle prepotenze del signor Roustan, la invasione della Reggenza, l’estorsione del trattato del Bardo, gli insulti alla nostra bandiera, gli eccidi dei nostri operai a Marsiglia, le contumelie quotidiane della stampa francese buttateci in viso a piene mani, e tutto insomma quell’insieme di fatti che misero in chiara luce a qual caro prezzo la nostra vicina repubblicana ci presterebbe la sua amicizia, e qual frutto usuraio d’umiliazioni e di servitù ella pretenda ancora dal beneficio, principalmente imperiale, di Solferino e di Magenta, pagato tuttavia abbastanza collo scotto di Nizza e di Savoia, e col sangue di Mentana e di Dijon.
Ora s’immagini a queste notizie il vecchio Eroe! Pareva che tutti quegli oltraggi fatti alla patria sua, penetrassero come lame di spada nel suo petto, tanto erano acute le urla di dolore e di collera che mandava.Schizzava fuoco e fiamme, e se avesse contato alcuni anni di meno, è difficile pensar qual nuovo incendio avrebbe suscitato in Italia. Avreste detto che al limitare del sepolcro, nel punto stesso che la compagine del suo corpo si sfasciava, l’anima sua ringiovanisse e sfolgorasse nuovamente di tutta l’energia de’ suoi giorni più gagliardi.
Null’altro potendo, parlava e scriveva, ma eran scritti e parole che valevano fatti. Egli solo parve a quei giorni la voce della nazione; e quegli Italiani, la grande pluralità pur troppo, che avevan stimato doveroso subire l’oltraggio con quel temperato risentimento e quella dignitosa rassegnazione con cui si sopporta una insignificante mancanza di galateo in una conversazione, quegli Italiani dovettero sentire ognuna di quelle parole piombar loro sull’anima come tante goccie roventi e destarvi almeno un istante di vergogna e di rimorso. Prima aveva cominciato con una nota più temperata: «Io sono amico della Francia e credo si debba fare il possibile per conservare la di lei amicizia. Però siccome sono Italiano anzitutto, darò lietamente questo resto di vita acciò l’Italia non sia oltraggiata da chicchessia....[400]» Poi alzando il tono coll’incalzar degli avvenimenti: «Il trattato della Francia col Bey fece crollare la buona opinione che io avevo per la Francia.... e se i suoi ingiusti procedimenti in Africa continuano, ci costringerà a ricordarci che Cartagine e Nizza sono francesi come io sono tartaro, e che nell’antica Cartagine gli Italiani hanno tanto diritto quanto la Francia, e che devono tendere alla completa indipendenza della Tunisia.[401]»
E quasi tutto ciò non fosse ancora abbastanza esplicito, come uomo cui tarda di dir tutto e nella forma più chiara il suo pensiero, prorompeva:
«Caprera, 22 settembre 1881.»Miei cari amici,»Lavare la bandiera italiana trascinata nel fango per le vie di Marsiglia — e stracciare il Trattato — tolto colla violenza — al Bey di Tunisi: solo a tal patto gl’Italiani potranno tornare a fraternizzare coi Francesi — lasciare a Bismarck accarezzare il Papato, e non oltraggiare la Repubblica coll’alleanza della menzogna — dalla quale si minaccia l’Italia.»I nostri vicini da ponente a levante devono capire esser finiti i tempi delle loro villeggiaturenel bel paese. E se han paura i........, gl’Italiani sono disposti a non tollerare oltraggi.»Sono»vostro»G. Garibaldi.[402]»
«Caprera, 22 settembre 1881.
»Miei cari amici,
»Lavare la bandiera italiana trascinata nel fango per le vie di Marsiglia — e stracciare il Trattato — tolto colla violenza — al Bey di Tunisi: solo a tal patto gl’Italiani potranno tornare a fraternizzare coi Francesi — lasciare a Bismarck accarezzare il Papato, e non oltraggiare la Repubblica coll’alleanza della menzogna — dalla quale si minaccia l’Italia.
»I nostri vicini da ponente a levante devono capire esser finiti i tempi delle loro villeggiaturenel bel paese. E se han paura i........, gl’Italiani sono disposti a non tollerare oltraggi.
»Sono
»vostro»G. Garibaldi.[402]»
Nè di sole parole si contentava. Udito che Palermo si prepara a festeggiare il suo Vespro, vede in quella commemorazione della disfatta angioina un risveglio del sentimento nazionale, e ad ogni costo, non sappiam se sprezzando i consigli de’ medici e de’ parenti, perchè di questi consigli non si vide la prova, ma certo sprezzando i consigli della sua salute, deliberò di recarsi a Palermo. Solo concede a sè stesso, non sapremmo se dire il riposo, o la fatica maggiore, di arrivarvi a piccole giornate, posando prima a Napoli, rivedendo le Calabrie, rifacendo a ritroso, come chi ricorda, la strada trionfale del 1860. E parte, e il 21 gennaio è a Napoli: ricevuto con delirio dalla città, che dal 60 in poi non l’aveva più riveduto, mache rispettando il suo stato lo lascia tranquillo per oltre due mesi nella villa del signor Maclean a Posilipo, dove entrando, alla vista del magnifico golfo, esclama col nostalgico affetto del vecchio marinaio: «Oh bello questo mare!»
Colà però il corpo riposava, non lo spirito ancora. Egli non perde d’occhio Tunisi, e ad un certo punto è tale la nausea che lo prende delle rodomontate francesi e della dappocaggine italiana, che a pochi giorni di distanza scrive al signor Leo Taxil: «È finita, la vostra repubblica chiercuta non ingannerà più alcuno. L’amore e la venerazione che avevamo per lei si son mutati in disprezzo.[403]» E ad un ministro italiano andato a visitarlo, soggiungeva: «Lessi in qualche giornale che trattate con la Francia, per trovarmodo di accettare senza scandalo il trattato del Bardo. Non lo fate. Una nazione non può mai tollerare le offese. E, se lo farete, io, vecchio, che non potrò correre l’Italia gridando vendetta contro di voi, io mi farò trascinare qui alla Riviera di Chiaia e in via Toledo, e sputerò sul viso alle guardie di pubblica sicurezza e alle sentinelle dell’esercito italiano, finchè o una mi uccida con un colpo di baionetta, o mi si porti a morire in prigione. Così, se voi farete quello, io farò che voi mi ammazziate, sperando che la mia morte muova contro di voi il popolo.[404]»
Tanta era ancora la fiamma vitale in quel settuagenario disfatto!
E dicasi pure ch’egli esagerava; a parer nostro, l’esagerazione era più nella forma che nel sentimento; ma gli è sol quando un paese esagera a questo modo, sente di sè e del proprio onore in siffatta guisa, che si fa rispettare dagli amici e dai nemici, e diventa grande.
Da Napoli a traverso le Calabrie, posando una notte a Catanzaro, parte in vettura, parte in ferrovia, pellegrinaggio micidiale a quell’uomo, arrivò allo Stretto, e di là, salutata la sua Messina, entrò il 28 marzo, di mattina, a Palermo.
Ma qui pure, come a Milano, come a Napoli, sorvoleremo alle accoglienze, poichè l’immaginarle è più facile che il descriverle. Noteremo soltanto un episodio singolare. Si era fatta correre la voce che il Generale, affranto dal lungo viaggio, avesse talmente bisogno di riposo che persino le grida e gli applausiavrebbero potuto nuocergli. Ond’ecco tutta la popolazione palermitana, concorde per incanto in un solo sentimento, soffocare le voci, smorzar i passi, domar l’indole espansiva ed entusiastica, e al Generale, cui aveva forse preparato uno dei suoi più strepitosi baccanali di gioia, render l’omaggio, nobile, delicato, figliale del silenzio.[405]
All’indomani Garibaldi, ospitato lungo la marina nel casino del signor Ugo Delle Favare, Sindaco di Palermo, scriveva di tutto suo pugno, con sforzo grandissimo della mano, ma lucido ancora di mente, questo Manifesto ai Palermitani, che senza toccare della Francia, la quale già pareva tornar verso l’Italia a meno violenti consigli, riepilogava il supremo ideale ghibellino del Vespro, e insieme gli amori e gli odii più antichi dell’anima sua.
«A te, Palermo — città delle grandi iniziative, maestra nell’arte di cacciare i tiranni — appartiene il diritto della sublime iniziativa di cacciare dall’Italia il puntello di tutte le tirannidi, il corruttore delle genti che — villeggiando sulla riva destra del Tevere — sguinzaglia di là i suoi neri cagnotti alla adulterazione del suffragio universale, quasi ottenuto, dopo essersi provato a vendere l’Italia per la centesima volta.»Ricordati — o valoroso popolo — che dal Vaticano si mandarono benedizioni agli sgherri che, nel 1282, cacciasti con tanto eroismo.»Forma, quindi, nel tuo seno — dove palpitano tanti cuori generosi — una associazione che abbia il titolo diEmancipatrice dell’intelligenza umana, la cui missione sia quella di combattere l’ignoranza e svegliare il libero pensiero.»Occorre andare, per ciò, tra le plebi della città e delle campagne, per sostituirvi alla menzogna la religione del Vero.»Giuseppe Garibaldi.»
«A te, Palermo — città delle grandi iniziative, maestra nell’arte di cacciare i tiranni — appartiene il diritto della sublime iniziativa di cacciare dall’Italia il puntello di tutte le tirannidi, il corruttore delle genti che — villeggiando sulla riva destra del Tevere — sguinzaglia di là i suoi neri cagnotti alla adulterazione del suffragio universale, quasi ottenuto, dopo essersi provato a vendere l’Italia per la centesima volta.
»Ricordati — o valoroso popolo — che dal Vaticano si mandarono benedizioni agli sgherri che, nel 1282, cacciasti con tanto eroismo.
»Forma, quindi, nel tuo seno — dove palpitano tanti cuori generosi — una associazione che abbia il titolo diEmancipatrice dell’intelligenza umana, la cui missione sia quella di combattere l’ignoranza e svegliare il libero pensiero.
»Occorre andare, per ciò, tra le plebi della città e delle campagne, per sostituirvi alla menzogna la religione del Vero.
»Giuseppe Garibaldi.»
E trascorriamo ancora sulle feste, sulle visite, sulle ovazioni, tutte minori di quelle che avrebbe volute il popolo palermitano, maggiori pur sempre di quelle che le condizioni minacciosissime del suo ospite potevano comportare. Il 31 marzo, infatti, anniversario del terribile eccidio, il Generale non potè assistere alla lunga cerimonia; ma due giorni prima di partire volle visitare ad ogni patto la storica chiesa di Santo Spirito e giunto sulla piazza del famoso «mora, mora,» pronunciò con voce commossa, ma chiara: «Onoriamo la memoria dei nostri padri palermitani che seppero scacciare i tiranni, e dico i nostri padri perchè anch’io mi credo palermitano come voi.»
All’indomani suo figlio Menotti leggeva alla folla radunata sotto le sue finestre, al chiarore d’una serenata, un affettuoso addio del padre, nel quale egli si protestava ancora «figlio di Palermo,» e il 17 aprile, mattina, imbarcato sulCristoforo Colomborisalpava per Caprera....
Non doveva uscirne più. Tra l’aprile e il maggio le notizie del suo stato di salute s’erano fatte sempre più rare e confuse; la notte dal 2 al 3 giugno corser l’uno dietro l’altro i telegrammi: Garibaldi è agonizzante: Garibaldi è morto. Corre il detto: «chesaetta previsa vien più lenta;» infatti da parecchi anni l’Italia vedeva il suo Eroe morire giorno per giorno, e vi era tristamente apparecchiata; tuttavia come il colpo non fu preceduto da alcun segno prenunziatore, così l’effetto ne parve ugualmente fulmineo e tremendo.
E l’Italia, com’era da attendersi, si scosse in sussulto e guardò sbigottita la immensità della perdita che aveva fatto. Un sol pensiero occupa in un subito tutte le menti, un sol nome corre su tutte le labbra; una folla triste e come trasognata ingombra le vie; le bandiere si abbrunano, le feste si sospendono, i negozi si differiscono: i teatri, le scuole, le officine si chiudono: la concordia della sventura affratella, come nel funebre giorno di Vittorio Emanuele, gli affetti e le opinioni più discordi: quei medesimi che ieri ancora sprezzavano ed aborrivano l’implacato nemico, s’arrestano riverenti innanzi al cordoglio della nazione e sentono essi pure muoversi qualcosa nel loro cuore, che se non è peranco dolore, è rispetto e pietà. E tuttavia, l’ansietà che tutti preme, appena scosso il primo stordimento della percossa, è il conoscere la storia degli ultimi momenti dell’eroe! Come e quando morì? e chi l’attorniava e chi l’assistette, e quali furono le ultime sue parole, e chi raccolse l’estremo suo respiro, e chi gli chiuse gli occhi, e chi lo compose sul letto di morte?
Nel mattino del 1º giugno il Generale aveva cominciato a sentirsi male. Il catarro bronchiale gli faceva ingorgo più del solito nel petto e non potendo espellerlo gli rendeva sempre più lento e affannoso il respiro. Non c’era presso di lui a Caprera altro medico che il dottore Cappelletti, medico di bordo delCariddi, ancorato in quelle acque, ma egli avvertìtosto la gravità del caso, e d’accordo colla signora Francesca e con Menotti, che da più giorni si trovava presso il padre, telegrafò al dottor Albanese in Palermo, perchè accorresse immediatamente.
Ma il male incalzava con rapidità terribile e nella notte dal 1º al 2 s’aggravò siffattamente che nel cuore di tutti gli astanti entrò lo sgomento d’un pericolo urgente. Allora ne fu telegrafato a Canzio a Genova ed a Ricciotti a Roma; ma oramai nè essi, nè Albanese potevan più giungere a tempo.
La forte natura del Generale, prostrata da una decenne congiura d’infermità, era alla sua ultima prova.
Nel pomeriggio del 2 la difficoltà crescente del respiro, l’affievolimento della voce, l’abbandono delle forze, fecero a tutti comprendere che la catastrofe era imminente.
Tuttavia il Generale, sebbene parlasse a stento, aveva ancora la mente serena. Solo l’inquietava la tardanza d’Albanese, sicchè iteratamente domandò se Albanese fosse arrivato; se il vapore fosse in vista; ma nessuno potè dargli la consolante risposta! A un certo punto due capinere, consuete visitatrici del Generale, vennero a posarsi sul suo balcone aperto, cinguettando allegramente; la moglie, temendo disturbassero l’ammalato, fece un gesto per allontanarle; ma il Generale, con un fil di voce soave, susurrò: «Lasciatele stare, son forse le anime delle mie due bambine che vengono a salutarmi prima di morire. Quando non sarò più vi raccomando di non abbandonarle e di dar loro sempre da mangiare.»
E pare siano state quelle le ultime parole che profferì. Solo più tardi chiese ripetutamente del piccolo Manlio, infermiccio egli pure, si asciugò con un moto convulso della mano la fronte, mormorando «sudo....»cercò il suo cielo, il suo mare.... sorrise a’ suoi cari.... e colla placidezza d’un patriarca, fra le braccia della dolce famiglia, alle 6.22 pomeridiane spirò.[406]
E da allora comincia il grande epicedio delle Nazioni. Re Umberto scrive di proprio pugno al figlio Menotti:
«Mio padre m’insegnò nella prima gioventù ad onorare nel generale Garibaldi le virtù del cittadino e del soldato.»Testimone delle gloriose sue gesta, ebbi per lui l’affetto più profondo e la più grande riconoscenza e ammirazione. Queste memorie mi fanno sentire doppiamente la gravità irreparabile della perdita.»Mi associo quindi al supremo cordoglio del popolo italiano, e prego d’essere interprete delle mie condoglianze condividendole coll’intera nazione.»Umberto.»
«Mio padre m’insegnò nella prima gioventù ad onorare nel generale Garibaldi le virtù del cittadino e del soldato.
»Testimone delle gloriose sue gesta, ebbi per lui l’affetto più profondo e la più grande riconoscenza e ammirazione. Queste memorie mi fanno sentire doppiamente la gravità irreparabile della perdita.
»Mi associo quindi al supremo cordoglio del popolo italiano, e prego d’essere interprete delle mie condoglianze condividendole coll’intera nazione.
»Umberto.»
La Camera dei deputati ed il Senato prorogano per quindici giorni le loro tornate; il Governo propone e il Parlamento approva che laFesta Nazionale dello Statutosia sospesa, le esequie dell’Eroe sieno fatte a pubbliche spese, una pensione vitalizia di diecimila lire annue sia assegnata alla vedova ed a ciascuno de’ figli.
In ogni terra d’Italia, da Roma al più umile borgo, si decretano statue e lapidi, e si consacrano istituzioni benefiche in sua memoria; le università, gl’istituti scientifici, le associazioni operaie, ogni maniera di sodalizi gareggiano nel commemorare con pubblici discorsi e solenni onoranze la sua vita e la sua morte; l’elettrico non basta a sfogare la colluvie de’ telegrammi che da ogni angolo, può dirsi, della terra, piove a Caprera.
L’Assemblea dei deputati della Repubblica francese sospende per un giorno le sue sedute; la Sinistra del Senato vota un indirizzo di cordoglio alla famiglia dell’estinto; il Municipio di Parigi delibera di inviare rappresentanti a’ suoi funerali; Lione, Marsiglia, Dijon attestano con pubbliche manifestazioni le loro condoglianze; lo stesso urlo di protesta della lega napoleonico-legittimista vale un omaggio di più. La Camera dei deputati e il Senato di Washington approvano una mozione deplorante «la morte di Garibaldi ed esprimente la simpatia degli Stati Uniti per l’Italia.» La Camera dei deputati di Buda-Pest vuole scritto nel processo verbale il compianto della nazione ungherese, per la scomparsa dell’Eroe; il Consiglio nazionale di Berna, con voti 63 contro 20, «rende omaggio a nome del popolo svizzero alla memoria di Garibaldi, si associa all’Italia nel lutto causato dalla morte del grande patriotta.» Nel Consiglio municipaledi Londra Sir John Bennet propone «una mozione di profonda simpatia alla nazione italiana in occasione della morte del cittadino Garibaldi e condoglianze alla famiglia,» e la mozione è approvata all’unanimità.
Tutta la stampa mondiale dice in vario tenore il compianto del grand’uomo.
Il Times, che non gli fu mai amico, scrive: «Ebbe tutte le qualità del leone; non soltanto il coraggio senza confini, ma le doti più nobili, come la magnanimità, la placidezza e l’abnegazione.»
LaFranceesclama: «Questa morte è un lutto dell’umanità. Garibaldi era cittadino del mondo.» La tedescaVossische Zeitung: «Dobbiamo dimenticare il ricordo di averlo avuto nemico;» e ilTageblattconferma: «Egli nel suo idealismo vide solo l’infelicità della Francia e non pugnò contro il popolo germanico, ma bensì in favore della libertà del popolo.» LaGermania, organo dell’ultramontanismo tedesco, dichiara: «Vogliamo rendergli questa giustizia. Egli fu generoso, patriottico, pronto al sacrificio.» L’austriacaNeue Freie Presseconchiude: «Simili figure sono i fari della storia. Non con lunga calcolata previdenza, non con piani e concetti faticosamente elaborati, essi muovono i loro passi; è con l’azione vivace, libera che essi si imprimono nella memoria degli uomini, e a coloro che paurosamente guardano il loro entusiasmo, risponde Guglielmo Tell con le parole messegli in bocca da Schiller: — Se io fossi stato prudente, non sarei stato Tell! — »
Due soli uomini nel secolo nostro migraron dalla terra accompagnati da sì universale consenso di laudi e di dolore: Vittorio Emanuele e Garibaldi; perchè essi soli parvero incarnare due delle più straordinarieeccezioni della storia: un Re fedele alla Libertà, che oblia le tradizioni della sua stirpe e arrischia il retaggio dei suoi figli per la redenzione di un popolo; un popolano che si eleva, per sola virtù propria, fino alla potenza di Re; ma per tornare invitto dalle tentazioni dell’ambizione, nel suo modesto focolare, e sacrificare gli affetti del suo cuore e gli ideali della sua anima alla suprema felicità della patria.
Quali funebri pertanto potevano parere degni di un tant’uomo se non quei medesimi resi al grande Re che l’aveva preceduto nella tomba? più solenni ancora se fosse stato possibile! Quindi un grande lavorío di fantasie, una subita faccenda di necrofori pubblici e privati per risolvere l’arduo problema; quindi un vociferar di monumenti e di mausolei, un presentarsi di imbalsamatori, di pietrificatori, di conciatori d’ogni fatta; un progettare di onoranze e di cortei di ogni specie; e la flotta che dovrà levare la salma da Caprera; e le rappresentanze che dovranno scortarla; e i Principi del sangue che dovranno accompagnarla; e il luogo di Roma (se il Gianicolo, il Campidoglio o il Panteon era tuttavia controverso, ma in Roma pareva certo) in cui doveva posare; quando da Caprera il dottore Albanese inviò questo telegramma: