Capitolo Nono.DAL FARO AL VOLTURNO.[1860.]

Capitolo Nono.DAL FARO AL VOLTURNO.[1860.]

Se la passata nel Regno era caldeggiata da quei medesimi che prima l’avevano sconsigliata, l’eseguirla era impresa assai meno facile di quanto, anche ai credenti nel genio e nella fortuna di Garibaldi, potesse apparire.

L’esercito borbonico, non ostante le defezioni e le perdite, poteva sempre mettere in linea un centomila uomini, e Garibaldi, sommati insieme i Mille, le tre spedizioni Medici, Cosenz e Sacchi, la brigata Türr di stanza a Catania e la brigata Bixio staccata a Taormina,[108]non riusciva a rassegnarne diecimila. La flotta nemica teneva sempre il mare con dieci fregate e cinque corvette a vapore, due vascelli e quattro fregate a vela, senza contare i legni minori; e a tutte quelle moli era già molto se la nascente marina siciliana poteva contrapporre quattro o cinque piroscafi armati per ripiego, ed assolutamente incapaci, non che a misurarsi col potente avversario, di recare, ad unaimpresa tanto fortunosa qual è sempre uno sbarco di truppe, alcun valido soccorso. E v’ha di peggio. La posizione dei Regi sullo Stretto era formidabile. Dodicimila uomini protetti da una fitta linea di forti guardavano da Bagnara a Reggio la costa calabrese; due grosse fregate, ilFieramoscae laFulminante, fiancheggiate da legni minori correvano il Canale e vi spadroneggiavano, infine sulla stessa costa sicula possedevano nella cittadella di Messina un posto avanzato, il quale, se altro non poteva, s’insinuava pur sempre come una spia insidiosa nel campo garibaldino e nuoceva al segreto ed alla libertà delle sue mosse.

Primo pensiero di Garibaldi perciò fu di uscire dalla città al più presto e di trapiantarsi a Punta di Faro. E fu ispirazione provvidenziale. Nessun luogo più opportuno all’impresa che Garibaldi apparecchiava, di quella specie d’Istmo che costituisce la estrema punta settentrionale dello Stretto e che, ora dalla sua forma e giacitura, ora dalla torre che l’illumina, si chiama alternamente,Punta, Capo o Torre di Faro. Posta tra l’alto mare e la parte più angusta dello Stretto, essa era al tempo stesso un agguato, una sfida ed uno zimbello. Un agguato, perchè nascondeva sempre la doppia opportunità, o di traversare all’improvviso il Canale o di gettarsi al largo per rischiare uno sbarco sopra un altro punto della costa napoletana; una sfida, perchè minacciava, come un’opera avanzata, la riva nemica, e opportunamente armata poteva ribattere i fuochi de’ suoi forti e delle sue batterie; uno zimbello, perchè costringeva i Regi a tenervi fissi gli occhi, ed a perdere di vista, per quel solo, tutti gli altri punti.

Nessuno pertanto di questi vantaggi era sfuggito all’occhio esperto del nostro Capitano; e senza averin mente alcun concetto definito e compiuto deliberò frattanto di fare di quella lingua di terra, obliato nido di pescatori, la base delle sue operazioni e il campo delle sue forze.

Eccolo quindi trasferire colà il suo Quartier generale: riunirvi le due brigate Medici e Cosenz, tenendo pronta a raggiungerle quella del Sacchi; farvi costruire batterie, ordinando all’Orsini di montarvi i cannoni di grosso calibro presi a Milazzo ed a Messina; raccogliervi infine, sotto gli ordini del Castiglia, un centinaio di barche da pesca, che dovevano nella mente sua comporre la flottiglia da sbarco, e tener il posto delle fregate da guerra di cui il nemico andava superbo.

Convintosi però che uno sbarco in massa, di viva forza, lungo lo Stretto, era impossibile, Garibaldi deliberò sperimentare in sulle prime il sistema dei colpi di mano, delle sorprese, degli assalti alla spicciolata, mercè i quali afferrare un caposaldo sulla riva opposta e preparare un colpo più decisivo. Infatti, nella sera dell’8 agosto, commetteva al calabrese Musolino di tentare, con una scelta mano di volontari (lo secondavano come ufficiali, Missori, Alberto Mario, Vincenzo Cattabeni), la sorpresa del forte Cavallo, e la sommossa dell’ultima Calabria; e tre sere dopo, ordinava a Salvatore Castiglia di sbarcare presso Alta Fiumara con altri quattrocento uomini, che dovevano andare in rincalzo de’ primi e impadronirsi con essi di qualche punto della costiera. È vero che nessuno di questi tentativi riuscì: Musolino al primo colpo di cannone del forte, veduta impossibile la sorpresa, non tentava nemmeno l’assalto e si rifugiava nei forestali dell’Aspromonte; le barche del Castiglia, fulminate dai fuochi incrociati delle fregate e delle batterie di terra,erano costrette a virar di bordo e a ricorrere più che frettolose sotto la tutela del Faro; ma ciò non ostante chi reputasse questi conati tutti del pari infruttuosi, s’ingannerebbe a partito. Se altro buon effetto non erano atti a produrre, questo di certo fruttavano: stancheggiavano con allarmi e marcie continuate il nemico; ne dividevano le forze e ne confondevano le idee, e sopra ogni cosa lo confermavano e quasi indurivano nell’errore che unico disegno degl’invasori fosse la traversata diretta del Canale: errore che Garibaldi aveva veduto nascere con gioia, ch’egli stesso s’era studiato di nutrire e di crescere, e che gli aprirà tra breve le porte del Regno.

Quando infatti vide i Borbonici ben bene sprofondati nell’illusione, e fu certo ormai che tutti i loro sguardi e tutte le loro forze erano converse all’unico punto del Faro, Garibaldi commette al Sirtori il comando supremo dell’esercito, gli raccomanda di continuare come prima in quelle finte e in quegli apparecchi che avevano tanto giovato fino allora, e la notte del 12 scompare.

Dov’era andato?

In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ordinamento d’una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno.

Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera,veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.

Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d’esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi.

Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, laGulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardte Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi ilFrankline ilTorino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata laGulnarae da essa ricevuta l’intimazione di continuare la rotta volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono.

Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Toccata con mano, dopo quindici giorni di vani sperimenti, la difficoltà del passaggio dello Stretto, misurata l’esiguità delle proprie forze e persuaso che in essa stava il maggior ostacolo all’impresa; udito dal Bertani che in Sardegna stava aspettando una bella ed agguerrita legione di circa ottomila armati, co’ quali poteva d’un colpo solo addoppiare il suo esercito; convinto anche più che la spedizione romana, utile un tempo, era divenuta intempestiva e che a Roma si poteva marciar più spediti e sicuramente per la via di Napoli, delibera, quasi all’improvviso, di correre egli stesso nel Golfo degli Aranci a prendere quel prezioso soccorso e portarselo seco in Sicilia.

Di tutte le azioni di Garibaldi questa fu quella che i repubblicani gli perdonarono meno; ma pochi converranno nella loro sentenza. Certamente egli, non che approvata aveva consigliata e affrettata la spedizione negli Stati pontificii; talchè fa meraviglia che nel suo libro de’Mille, dopo d’averla dichiaratainutile, anzinociva, la rinfacci poi con amare parole a coloro che pur la ordinarono e apparecchiarono col suo esplicito consenso, stimolati e spinti fino all’ultimo istante da lettere e telegrammi suoi, che lo scrittore deiMille, più labile di memoria del loro Capitano, può aver dimenticato, ma che la storia non può scancellare.[109]

Ma ciò detto, il torto di Garibaldi si ferma qui. Generalissimo di tutte le forze popolari in Italia, Dittatore d’uno Stato, garante in quell’ora delle sorti della patria che a lui principalmente si affidava, egli non solo aveva il diritto di muovere le sue insegne e mutare i suoi disegni a seconda delle opportunità, e giusta il criterio ch’egli via via se ne formava; ma n’aveva il preciso dovere. Pessimo de’ Capitani colui che ad una male intesa fedeltà a formole preconcette e convenzioni partigiane sacrifica la vittoria, prima e suprema sua norma. I Mazziniani che consideravano di quella spedizione più l’aspetto politico che militare, potevano credere sufficiente trionfo della parte loro, anche la sola iniziativa; ma di questo Garibaldi, uomo di guerra, non poteva appagarsi.

Più che alla gloria d’un partito egli guardava alla grandezza d’Italia, e in ciò stava la sua eccellenza.

Che fossero primi a entrare nelle Marche e nell’Umbria le camicie rosse o i cappotti bigi: che di far l’Italia egli dovesse dividere l’onore con Vittorio Emanuele nulla gli caleva, se non è anche più giusto il dire che gli caleva questo solo: di veder tutti gli Italiani uniti e concordi affinchè la grand’opera si compisse più presto. Oltre di ciò era naturale che giunto vittorioso al Faro, e in procinto di tentare unaltro passo decisivo, egli reputasse assai più saggio afforzarsi nel suo campo per fornire prestamente la ben incominciata impresa, anzichè sperdere le sue forze in un’avventura nuova, lontana e piena tuttora d’alea e di difficoltà, osteggiata dal Governo nazionale, temuta da buona parte degl’Italiani, e conducente ad una mèta, se pur vi conduceva, alla quale per una via più lunga, ma più certa, poteva e voleva arrivare quando che sia egli stesso.

E il successo gli diede ragione. Lasciato nella notte del 12 il Faro, delude prodigiosamente la crociera borbonica e dà fondo, sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fáscino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, fa prima un’escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.

Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sulTorinoa raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglioneChiassi sulFranklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta, circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’Armi e Capo Spartivento, l’estrema spiaggia calabrese.

IlTorinos’era arenato; Garibaldi dapprima aveva tentato di liberarlo facendolo tirare a rimorchio dalFranklin, ma non gli era riuscito. Allora non volendo lasciar quella preda ai nemici, s’era deciso ad andar egli stesso al Faro in cerca d’un soccorso qualsiasi; quando fatti pochi nodi vide arrivargli addosso due vapori della flotta borbonica, l’Aquilae laFulminante, i quali appena scoperte sul far del giorno le antenne delle due navi garibaldine accorrevano a tutto vapore contro di loro coll’intento e la speranza di catturarli assieme a tutti gli imbarcati.

A Garibaldi allora non restò che retrocedere e buttarsi a salvamento sulla costa calabrese abbandonando alla sua sorte ilTorino, che infatti bombardato prima dai legni, poi saccheggiato e dato alle fiamme dagli equipaggi borbonici, colò lentamente a fondo.

Tutti gli armati però ne erano discesi; il Bixio s’era già impadronito del telegrafo; il Missori subentratoal Musolino nel comando militare della banda d’Aspromonte, richiamato al tempo stesso da un biglietto di Garibaldi e dal fragore della cannonata borbonica, s’era accostato di monte in monte a Melito; la strada littoranea era tutta sgombra fin presso a Reggio; non restava che impadronirsi di Reggio medesima, e il Generale volle che nella notte stessa ne fosse tentato l’assalto.

Reggio è munita al mare da un forte, al monte da un castello, ed era a que’ giorni difesa da circa duemila uomini comandati dal vecchio generale Gallotti. Avendo però gli abitanti chiesto al Comandante borbonico di risparmiare alla città un combattimento nelle vie, egli pietosamente consentì, chiudendo parte de’ suoi nel Castello e andando ad appostarsi col rimanente, non più d’un migliaio, lungo una fiumara asciutta, scorrente a mezzogiorno della città, ma che non gli poteva servire di schermo alcuno. Infatti essendo stato deciso che l’Eberhardt attaccasse per la sinistra e il Bixio per la destra, questi potè girare gli avamposti del nemico, prima che egli se ne fosse avveduto, e spiegatosi l’assalto costringerlo a riparare frettolosamente nell’abitato. Qui però la resistenza degli assaliti fu più gagliarda; e avrebbe anche fatto costar più cara la vittoria degli assalitori, se il Chiassi, a capo di due compagnie della brigata Sacchi, non fosse piombato di costa sul nemico, e non ne avesse affrettato lo scompiglio e la ritirata. Restava però ai Regi il Castello; e quivi infatti si ritrassero, disposti, pareva, a nuova e più lunga resistenza; il che, a Garibaldi, bisognoso d’impadronirsi di Reggio prima chele colonne del Briganti e del Melendez, accampate tra San Giovanni e Piale, arrivassero al soccorso, dava non poco pensiero. Fortunatamente la comparsa del Missori sulle alture sovrastanti al Castello, e alcuni colpi ben appuntati de’ suoi, persuasero i difensori d’essere totalmente circondati; e nel pomeriggio del giorno stesso li indussero ad innalzare bandiera bianca. Garibaldi, com’era sua arte e suo proposito, fu nei patti liberalissimo: alle truppe libera l’andata alle lor case o dove gradissero; agli ufficiali salva la spada e le robe private; solamente il materiale del forte, cinquantotto pezzi di vario calibro e cinquecento fucili, senza dire delle buffetterie e delle munizioni, in mano del vincitore.

Ma la vittoria di Reggio era ben presto coronata da un’altra più importante e decisiva. Nella notte dal 21 al 22 il generale Cosenz imbarcata sopra la flottiglia del Faro parte della sua divisione, i Carabinieri genovesi e la Legione estera, riusciva ad afferrare la sponda calabra poco lontano da Scilla, ed a trovarsi così alle spalle della brigata Briganti, accampata, come dicemmo, nei dintorni di San Giovanni.

A questo annunzio Garibaldi, che s’era già mosso con tutte le forze contro il Briganti, non esita un istante; lo serra più dappresso, ai fianchi e di fronte, e quando è ben certo d’averlo circuito, gli intima senz’altro la resa a discrezione. Avrebbe forse resistito il Generale borbonico, se la soldatesca, ormai svogliata di combattere, diffidente de’ suoi ufficiali, e dagli ufficiali stessi corrotta, disamorata d’una bandiera che pareva portasse fatalmente nelle sue pieghe la sconfitta e l’ignominia, carezzata soprattutto dall’idea di tornare a’ suoi focolari, come il presidio di Reggio, non avesse fatto sedizione e costretto il suoGenerale a subire il patto umiliante. Allora si videro novemila uomini d’ogni arma, ricchi d’artiglieria, protetti da batterie d’acqua e di terra, abbassare l’armi innanzi a seimila scamiciati; e quali patteggiati, quali no, andarsene ciascuno a beneplacito suo, a stormi, a branchi, a coppie; facendo di sè lunga riga per tutte le vie del Regno; qua trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di limosina; stendendo talora la mano agli stessi Garibaldini che li cacciavano innanzi; dove passando umili ed innocui, dove lasciando traccia di prepotenze e di delitti: più atroce di tutti quello perpetrato a Melito, dove abbattutisi in quel misero generale Briganti, a cui essi pei primi avevano imposto il disonore, non seppero meglio nascondere la vergogna del proprio tradimento che gridando lui traditore (solita accusa delle soldatesche vinte contro i Capitani infelici); e giubilanti d’aver nelle mani una vittima espiatrice dell’onta comune, selvaggiamente lo trucidarono.

Da quel giorno lo sfacelo continuò colla celerità spaventosa d’una putrefazione. Padrone delle due rive del Faro e di lungo tratto della sponda tirrena, raccolti ormai nelle Calabrie da venti a venticinquemila uomini, e libero di farli avanzare per terra e per mare secondo i casi e le opportunità; acclamato, festeggiato, portato sulle braccia dalle popolazioni accorrenti in armi sui suoi passi, Garibaldi s’innoltrava verso Napoli colla rapidità d’una folgore e la maestà d’un trionfo.

Bellum ambulando perfecerunt, fu detto dei Cesariani nella Gallia, e così poteva dirsi di Garibaldi.La sua non era una guerra, era una passeggiata militare. La rivoluzione non lo scortava soltanto, lo precedeva. Fino dal 17 agosto, prima ancora dello sbarco di Garibaldi a Melito, Potenza cacciava i pochi Gendarmi che la custodivano, e tutta la Basilicata si vendicava in libertà. All’annunzio della vittoria di Reggio tutte le Calabrie insorgevano; Cosenza costringeva il generale Caldarelli a capitolare con una brigata intera ed a ritirarsi a Salerno col patto di non più guerreggiare contro Garibaldi; a Foggia le truppe facevan causa comune col popolo; a Bari altrettanto: sicchè il generale Flores, comandante militare delle Puglie, era costretto a riparare cogli avanzi dei fedeli nel Principato; fuga da un incendio in un precipizio. Il generale Viale posto con dodicimila uomini a guardia della Termopile di Monteleone, minacciato da una sedizione pari a quella che aveva forzato il Briganti, non osando attendere Garibaldi, batteva in precipitosa ritirata, abbandonando agl’invasori una delle chiavi della Calabria. Succedutogli nel comando il generale Ghio, egli pure continuò la ritirata; ma pervenuto a Soveria-Manelli, tra Tiriolo e Cosenza, fosse stanchezza della lunga corsa, fosse disperato proposito, pensò di prendervi campo e di attendere di piè fermo l’instancabile persecutore. Fu la sua rovina.

Quando egli arrivava a Soveria, le alture, che da oriente e da settentrione la dominano, erano già occupate dalle bande calabresi dello Stocco, ed egli si trovava già prima di combattere quasi aggirato. Garibaldi frattanto lo incalzava di fronte, e vista l’infelice posizione del suo nemico, non gli lasciò un istante di posa. Egli che faceva quella guerra correndo le poste, precedendo di sette giorni la sua stessa avanguardia, esploratore degli esploratori, era giunto infaccia al Ghio, quasi solo; ma non per questo pensò d’indugiarsi. Ordinato a tutte le truppe che lo seguivano di convergere tutte a marcia forzata per Tiriolo, appena ha sottomano l’avanguardia della divisione del Cosenz, forte non più di millecinquecento uomini, la spinge, ancora trafelata, sulla strada di Soveria-Manelli; fa calar dalle alture le bande dello Stocco e intima al generale Ghio la resa. Questi tenta guadagnar tempo e negoziare; ma gli fu accordata un’ora sola, e dopo un’ora sola altri dodicimila uomini andavano sperperati e disciolti in varie direzioni come quelli del Briganti, lasciando in mano del fortunato Dittatore tutte le Calabrie.

E quel che era accaduto da San Giovanni a Cosenza, ripetevasi dovunque. Non era una rivoluzione, era una grande diserzione. Il trono borbonico non cadeva tanto per l’assalto de’ suoi nemici, quanto per l’abbandono e l’infedeltà de’ suoi difensori. I soldati disertavano: i Generali capitolavano: i cortigiani si nascondevano: i funzionari fuggivano: i Napoletani non scacciavano il proprio Re, gli voltavano le spalle.

E lo stato delle provincie riflettevasi coll’intensità d’un vasto focolare nella capitale. Il conte di Cavour, ostinato a volere che una sommossa scoppiasse in Napoli prima dell’arrivo di Garibaldi, ne aveva affidata la suprema cura al marchese di Villamarina ed all’ammiraglio Persano e sotto di loro un vario stuolo di emigrati, cui la nuova Costituzione aveva riaperte le porte della patria, e di emissari d’ogni provincia e d’ogni fatta s’affaticavano alla tanto travagliosa quanto inutile trama. Il barone Nisco, per mezzo del Persano,introduceva nella città migliaia di fucili: il generale Nunziante, compro dal Cavour, diffondeva fra l’esercito proclami corruttori: a bordo della squadra piemontese infine stavan nascosti due battaglioni di Bersaglieri, pronti a scendere a terra al primo segnale di rivolta;[110]e quantunque non fosse da aspettarsi che il popolo napoletano volesse dipartirsi da quel sistema di resistenza passiva e di inerzia ostile che era nell’indole sua, e in parte imposta dagli avvenimenti che camminavano più celeri della sua volontà; tuttavia, questi soli due fatti d’un popolo che aspettava da un’ora all’altra la caduta de’ suoi Re, e d’un esercito che non pareva più disposto a sparare un sol colpo per scongiurarla, bastano ad accertare che il fato de’ Borboni era consumato.

Nè la reggia era più sicura della piazza. Sorpreso da un turbine che avrebbe dato le vertigini a’ più gagliardi, aggirato da opposte correnti, circuito da consiglieri o fiacchi o stolti o infidi, col sospetto e la discordia nella stessa sua famiglia, Francesco II era la foglia in preda alla tormenta. Le Potenze lo abbandonavano; l’Inghilterra gli era ostile; la Francia lo trastullava di vane promesse; la Russia, la Prussia, l’Austria lo confortavano di sterili proteste; il Papa era impotente; il Piemonte, lo sappiamo, teneva in mano tutte le molle della tagliola in cui doveva cadere. Dovunque si volgesse, non udiva che amari rimproveri, o consigli vani ed impraticabili. Il conte di Siracusa, suo zio, lo consigliava ad abdicare;[111]il Ministero di Liborio Romano lo invitava formalmentead uscire temporaneamente dallo Stato e ad affidare il governo ad una reggenza; solo il conte Brenier, ministro di Francia, e il generale Pianell ed altri pochi gli davano l’unico consiglio, degno d’un Re, di mettersi a capo del suo esercito e di cadere o vincere con esso; ma era consiglio troppo alto per l’animo suo e ormai forse inutile e tardivo. In tanta tempesta di pensieri egli non s’appigliava a partito alcuno; o piuttosto li tentava tutti senza coerenza e senza energia. Ora faceva chiedere alle Potenze la neutralizzazione di Napoli e del territorio, colla speranza di arrestare Garibaldi e di restaurare, indugiando, le sorti del Regno; ora mandava segrete lettere a Garibaldi stesso per offrirgli cinquantamila uomini e la flotta per la guerra contro l’Austria, a condizione che s’arrestasse e gli salvasse il restante del Regno;[112]ora infine, rifiutata dalla Diplomazia la neutralizzazione e da Garibaldi, sdegnosamente, l’alleanza, si buttava in braccio alla reazione, tramando colla madre, la moglie, il generale Cutrofiano, l’Ischitella ed altri arnesi di Corte, un nuovo colpo di Stato, una specie di 15 maggio, che avrebbe dovuto fare man bassa di tutte le libertà e di tutti i liberali, se, come tutte le congiure, non fosse stato anzi tempo scoperto e i congiurati stessi non si fossero chiariti impotenti a tentarlo soltanto.

Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere, risolute, dicevano, adattraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale.

Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare, con qualche probabilità di buon successo, la prova estrema a cui si erano impegnati.

L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo. Nella sera del 5 settembre, il Re, radunato il Consiglio dei Ministri, chiese il da farsi, e una sola fu la risposta loro: impossibile la resistenza; il Re si ritirasse a Gaeta colla famiglia; le truppe ripiegassero dietro il Volturno; Napoli fosse lasciata in tutela della sua Guardia nazionale. Il Re s’arrese al consiglio, e la sera del 6 settembre, intanto che le sue truppe cominciavano il loro movimento, dato un addio, non privo di dignità, ai suoi antichi sudditi, s’imbarcava colla moglie e i parenti sopra ilColon, nave da guerra spagnuola, e scortato da un’altra della stessa bandiera, poichè la sua flotta aveva rifiutato di seguirlo, salpava alla volta di Gaeta. La partenza di Francesco II fu pei Napoletani il lieto fine inaspettato d’un dramma che minacciava ad ogni scena difinire in tragica catastrofe. Tutti respiravano come sollevati da un incubo. I patriotti che conseguivano la libertà senza il dolore di macchiarla di sangue civile; il popolo che poteva mutar di padrone senza nemmeno darsi la fatica d’una sommossa; i cortigiani cui era concesso di voltar livrea senza passare per ingrati; i magistrati cui era lecito di barattar giuramento senza esser tacciati di fedifraghi; gli ammiragli, i generali, le assise dorate dell’esercito e dell’armata, cui s’offriva la rara fortuna di passar sotto le bandiere del vincitore senza la vergogna di disertare quelle del vinto; Liborio Romano, infine, cui era riuscito di far sparire Francesco II e comparire Garibaldi, rendendosi ministro possibile dell’uno e dell’altro: tutti avevan sul volto quell’aria di soddisfatta sicurezza che esalò dal petto di Don Abbondio quando udì che Don Rodrigo era morto. Infatti la nave che portava in esiglio perpetuo Francesco II era ancora in vista del Golfo, che il Presidente de’ suoi Ministri proponeva ai colleghi fosse tosto annunciato a Garibaldi il felice evento, e invitato a venire a prendere possesso della metropoli. Non era ufficio che spettasse a’ Ministri d’un Re che non aveva ancora abdicato, e il Manna, il De Martino, lo Spinelli, rispettosi di sè medesimi, lo ricusarono; ma il Romano era preparato a ben altro, e quando gli fu detto esser necessario comporre un indirizzo di devozione da presentarsi al Dittatore: «Eccolo,» disse, e lo trasse di tasca bell’e fatto.

All’udir pertanto la gran nuova, Garibaldi che era già arrivato ad Eboli parte difilato per Salerno; colà ricevuta la Deputazione del Ministero che lo invitava d’affrettare il suo ingresso nella capitale, risponde saviamente esser pronto a partire appena vengano a lui il Sindaco e il Comandante della Guardia nazionaledella città; raccomandare frattanto l’ordine e la calma; ma poichè anche il Romano, divorato dalla febbre di ricevere egli per il primo il trionfatore, replica con enfatica parola l’invito, Garibaldi lasciando ogni esitazione prende a Vietri la ferrovia; arriva a mezzogiorno alla stazione di Napoli, dove Liborio Romano lo riceve e gli declama l’indirizzo preparato; e al tocco, in carrozza, accompagnato dal Cosenz, dal Bertani dal Nullo e da due altri ufficiali, entra in Napoli, e passando sotto il fuoco de’ forti tuttora occupati dai Borbonici, traversando i drappelli delle soldatesche nemiche sparse per la città, protetto soltanto dall’amore entusiasta d’un popolo e dalla serenità radiosa del suo volto che incute al pericolo e disarma il tradimento, va a posare allaForesteria(Palazzo del Governo), e ne prende possesso. Modo di conquista unico nella storia: prodigio quasi divino d’un’idea, cui basta la fede d’un eroe ingenuo e sorridente per disperdere gli eserciti, atterrare le fortezze ed abbattere i troni!

Primo atto di Garibaldi in Napoli fu di aggregare tutta la marina da guerra e mercantile delle Due Sicilie alla squadra del re Vittorio Emanuele, comandata dall’ammiraglio Persano.[113]Questo Decreto era già unprincipio d’annessione, e doveva bastare esso solo a testimoniare della fede del Dittatore e a disarmare a un tempo tutti i sospetti e tutte le diffidenze. Quella flotta, oggetto da un mese delle bramosíe e delle trame del conte di Cavour, per aver la quale egli ed il Persano avevan tanto armeggiato e congiurato, ecco che Garibaldi spontaneamente, tre ore appena dal suo ingresso in Napoli, al solo vedere l’ammiraglio di Vittorio Emanuele, la consegna egli stesso nelle di lui mani. Dal punto di veduta della politica rivoluzionaria era il più madornale degli spropositi; ma dal punto di veduta della politica unitaria italiana, era il più sublime degli olocausti.

Pure non bastò. Il conte di Cavour aveva detto alla rivoluzione:non plus ultra; e ciò non per tema che Garibaldi tradisse la Monarchia, ma per repugnanza che la Monarchia gli dovesse troppo. E su questo pernio ruotava da tre mesi tutta la sua politica. A Palermo aveva cercato arrestare il vincitore coll’annessione immediata; al di qua dello Stretto s’era provato a prevenirlo col fargli scoppiare dinanzi per iniziativa e con forze monarchiche una sommossa che lo costringesse o a tornarsene a Caprera, o a divenire un luogotenente di Vittorio Emanuele; dileguata poi anche la chimera dell’insurrezione monarchica, non cessa per questo dal macchinare: ora perchè Persano si assicuri della flotta; ora perchè s’impossessi dei forti di Napoli; ora perchè si tolga in mano la dittatura. Udito infine che Garibaldi è alle porte di Napoli, risolve con Vittorio Emanuele l’invasione delle Marche e dell’Umbria, «resa necessaria, scriveva al La Marmora, dalla conquista di Napoli;» — «unico mezzo, soggiungeva al Persano, per domare la rivoluzione e impedire che entrasse nel Regno.» E qui non s’ingannava. Lo scopo finale «dicoronare Vittorio Emanuele re d’Italia in Campidoglio,» lunge dal nasconderlo, Garibaldi lo gridava colla sua ingenua franchezza a’ quattro venti. Lo proclamava ne’ suoi bandi; lo diceva ne’ suoi colloqui; lo ripeteva al ministro inglese Lord Elliot, quando questi lo pregava a nome del suo Governo di non toccare la questione della Venezia;[114]lo confermava all’ammiraglio Persano ed al conte di Villamarina, quando l’uno dopo l’altro andavano ad annunciargli la deliberata impresa degli Stati pontificii.

«All’udire (dice un autorevole scrittore)[115]che i soldati piemontesi si apparecchiavano a entrare nell’Umbria e nelle Marche, il Dittatore manifestò gioia schiettissima. Ma poi, fattosi pensieroso, dopo alcuni istanti di silenzio, disse: — Se questa spedizione è diretta a tirare un cordone di difesa attorno al Papa, farà un pessimo effetto sull’animo degl’Italiani; — Villamarina con franca e calorosa parola si pose a dimostrare, che, se tra la politica sarda e quella seguíta dal Dittatore v’era qualche screzio in ordine ai mezzi, v’era perfetta concordia di fine, e che quindi bisognava che l’una aiutasse l’altra. — A me poco importa, riprese Garibaldi, che il Papa rimanga in Romacome vescovo, o come Capo della Chiesa cattolica; ma bisogna togliergli il principato temporale, e costringere la Francia a richiamare i suoi soldati da Roma. Se il Governo sardo è capace di conseguire tutto ciò per negoziati diplomatici, faccia pure, ma presto; giacchè, se tarda, niuno mi potrà trattenere di sciogliere la questione colla sciabola alla mano.»

Di fronte a queste dichiarazioni dell’eroe la risoluzione del conte di Cavour diventava legittima e quasi necessaria. E però la spedizione delle Marche e dell’Umbria può dirsi, dopo la guerra di Crimea, la più ispirata e fatidica azione del grand’uomo di Stato. Con quel passo egli salvò al tempo stesso la Monarchia e l’Italia; frenò il corso precipitoso della rivoluzione, per riaddurla poscia più sicuramente alla mèta.[116]Se un giorno, esaurito ogni altro mezzo, fosse per divenire necessario di recidere colla sciabola il nodo di Roma, nessuno poteva, nel 1860, nè affermare, nè negare: certo in quell’istante pareva, anche ai più impazienti, intempestivo; e il Mazzini stesso nel suo proclama di risposta alla circolare di Pier Luigi Farini, non si peritava a confessare che «la questione di Roma sarà sciolta, spero provarlo, pacificamente più tardi.[117]»

Ma se l’andare incontro a Garibaldi per prevenirlo e compiere più ordinatamente l’impresa ch’egli aveva rivoluzionariamente iniziata, era concetto ardito e saggio al tempo stesso; il vessare di sospetti, di pressure, di spinte l’uomo che aveva liberato mezza Italia, perchè s’affrettasse a deporre un potere ch’egli non aveva alcuna intenzione di ritenere, era affatto inopportuno ed improvvido, e poteva, a lungo andare, riuscire funesto. Certo Garibaldi, a Napoli, non aveva più le ragioni che in Sicilia per differire l’annessione, e s’intende che i patriotti napoletani intorno ad una questione di sì capitale importanza dovessero esporgli sin da principio i loro voti colla più aperta franchezza. Quello tuttavia che non s’intende è che vi fossero annessionisti così impazienti da pretendere che il Dittatore scrivesse il decreto dell’annessione appena messo il piede in Napoli, incerte tuttora le sorti della guerra, non chiari per anco gli effetti dell’impresa negli Stati pontificii, non esaurita ancora, nè di qua nè di là dallo Stretto, la fase della rivoluzione. L’annessione era ormai nella forza delle cose, e come Garibaldi non avrebbe potuto, anco volendolo, impedirla, così non s’addiceva a coloro, che insommadovevano a lui la libertà di discuterla, l’imporgliela ad ora fissa, lo strappargliela quasi a forza di mano. Nessun diritto aveva egli dato fino allora agli annessionisti di dubitare delle sue intenzioni; molti argomenti invece per rassicurarli. A Napoli si annuncia, proclamando Vittorio Emanuele:Vero Padre della Patria.[118]Giunto, consegna la flotta borbonica all’ammiraglio Persano; il giorno stesso nomina Ministri i capi più eletti della parte moderata e cavouriana; poco dopo prega il Persano a volergli mandare in città i Bersaglieri per custodire gli arsenali ed i porti; infine al settimo giorno promulga lo Statuto del Regno sardo come legge fondamentale di tutto il novello Stato. Come insospettire dunque e diffidare di lui? Certo gli stavano al fianco altri consiglieri dell’annessione non zelanti, e della politica del Cavour tutt’altro che amici; ma fino a qual punto li ascoltava egli? Lo spettro pauroso degli annessionisti era il Bertani, segretario generale della Dittatura, dell’impresa di Roma fautore aperto, in fama di mazziniano, anima rivoluzionaria al certo ed in ogni suo proposito audace e tenacissima. Ma senza dire che il Bertani non era veramente avverso all’annessione,ma soltanto la voleva differita e condizionata, i suoi avversari non dovevano ignorare che il suo ascendente sul Dittatore era assai debole; che anzi di tutti gli uomini che attorniavano Garibaldi, quello che più gli era in sospetto e quasi in uggia era appunto il celebre medico; vuoi per i suoi rapporti occulti col Mazzini, vuoi per i contrasti avuti, e non per anco interamente quetati, per la spedizione di Terranova; vuoi per la disformità dei temperamenti e dei caratteri: l’uno rigido, loico, tenace, e sopra ogni cosa partigiano; l’altro mobile, subitaneo, intollerante delle opposizioni metodiche e ombroso dei consigli dottrinari; facile alle simpatie ed alle antipatie; accessibile da cento parti, ma sopra alcuni punti, formanti il suocredo, incrollabile e quasi inabbordabile.

Tutto ciò per altro non fu nemmanco sospettato dai partigiani a oltranza dell’annessione immediata; e così a Napoli come in Sicilia cominciarono tosto ad assediare il Dittatore di indirizzi e di deputazioni, di cicalate di gabinetto e di manifestazioni di piazza, che in sulle prime ottenevano da lui l’effetto precisamente contrario.

Però se a Napoli la sola sua presenza bastava a moderare le impazienze ed a tenere in rispetto le opposizioni; in Sicilia, lui assente, presente invece il suo Prodittatore, dell’annessione segreto istigatore dapprima, poscia pubblico favoreggiatore, le voglie annessioniste erano divenute smaniose, e fino a un certo punto anco pericolose. Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola.

«La scena (scrive il Bertani)[119]accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garibaldi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: — Basso, scrivete:Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete; — allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: — Generale, voi abdicate; — e capacitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): — Avete ragione, — rispose, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: — Basso, stracciate la lettera. —

»E poi con calma riprese a dettare:Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti, e cominciate dai due C.....[120]

»E la scena finì;»..... ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana. Gli annessionisti, capitanati principalmente dal Cordova, e spalleggiati dal Depretis, non volevano desistere dal loro proposito; anzi in un Consiglio di Ministri ventilarono persino se non si dovesse bandire il plebiscito anche malgrado la lettera di Garibaldi. Il Crispi invece colla parte più rivoluzionaria e garibaldina insisteva perchè la volontà del Dittatore fosse rispettata; onde tumulti in piazza e conflitti in Palazzo, che mantenevano Palermo in uno stato d’agitazione assai presso all’anarchia e scrollavano sempre più la poca autorità al Prodittatore. Quando però corse la nuova che Garibaldi era entrato in Napoli, tanto il Crispi, quanto il Depretis, decisero, l’uno dietro l’altro, di partire pel Continente, onde rendere giudice un’altra volta ilDittatore della perpetua controversia. E il Dittatore fu ancora del parere di Fortino; sicchè il Crispi continuò a stargli al fianco Ministro degli affari esteri, ed al Depretis, fallitogli ormai il principale scopo della sua missione, non restò che rassegnare l’ufficio. La rinuncia del Depretis però lasciava la Sicilia senza Prodittatore e senza governo, e all’urgente bisogno Garibaldi pensò di provvedere egli stesso in persona. La sera del 16 settembre, infatti, s’imbarca quasi di nascosto; approda l’indomani a Palermo; radunati tostamente i Ministri e trovatili fermi nella loro idea, con parole fin troppo dittatorie li congeda; elegge a Prodittatore Antonio Mordini, allora Auditore generale dell’esercito garibaldino, e lo fiancheggia di Ministri a lui graditi; fattosi al balcone del Palazzo arringa il popolo impaziente di acclamarlo dopo i recenti trionfi, lo ringrazia d’aver avuto fede in lui e di aver respinto un’annessione ch’egli credeva intempestiva, l’incuora a persistere finchè vi siano fratelli da liberare;[121]e dopo aver protestato nuovamente della sua amicizia per VittorioEmanuele, «l’unico rappresentante della causa italiana,» si accommiata colla lusinga di aver per alquanto tempo restaurata la pace e l’autorità in Sicilia, e ritorna a Napoli, dove le faccende della guerra s’erano già troppo risentite della sua mancanza.

Appena potè aver sottomano un nucleo di forze, Garibaldi aveva spedito in tutta fretta il generale Türr ad Ariano per soffocarvi una sommossa borbonica suscitata dal Vescovo di colà, e spalleggiata dal generale Bonanno che presidiava con una brigata l’Abruzzo Ulteriore. E il valoroso Ungherese se n’era sbrigato presto e bene; costretti i reazionari a piegar la testa, il Bonanno a render l’armi con tutta la sua brigata, il Vescovo, divenuto da quel giorno fervente patriotta, a ringraziarlo della sua umanità e cortesia. Questo felice successo però nè cansava nè ritardava per nulla l’estrema prova, a cui la rivoluzione, non ostante la sua corsa vittoriosa, era chiamata. L’esercito, ritiratosi dietro il Volturno, contava ancora tra Capua e Gaeta circa cinquantamila[122]uomini, era provveduto d’un ricco materiale, protetto da un fiume di cui signoreggiava le due sponde, appoggiato infine, senza dir dell’estremo propugnacolo di Gaeta, da una fortezza di prim’ordine, quale Capua; e se, come certi indizi facevan credere, l’appello di Francesco II, il quale da Gaeta invitava i suoi fedeli alla riscossa, eraascoltato, la partita giuocata allora con tanta fortuna poteva ridiventare molto combattuta ed incerta.

Garibaldi però ne era impensierito più di quello che volesse confessare; ma obbligato ad attendere che le sue truppe, disseminate dal Golfo di Policastro a quelle di Salerno, si rannodassero, molestato ai fianchi dall’insorgere della reazione e costretto egli stesso dalla controversia annessionista ad allontanarsi da Napoli ed a partire per Sicilia, non potè nei primi giorni consacrarsi alle cose della guerra con l’intera energia del suo spirito, o se anche tutto lo spirito, non avrebbe potuto consacrarvi soldati. Però soltanto tra il 12 e il 13 di settembre aveva potuto mandare la divisione Türr, forte non più di quattromila uomini, ad appostarsi tra Caserta e Santa Maria; raccomandando però così al suo Comandante, come al generale Sirtori, capo di Stato Maggiore, di tenersi in sulla difesa, spiccando tutt’al più delle bande volanti sui fianchi ed alle spalle del nemico, onde tentare di sollevargli dattorno le popolazioni e turbarne le mosse.

Ma bastò ch’egli fosse lontano, perchè la fortuna, schiava fin allora del maliardo eroe, scuotesse la chioma e tentasse fuggire dalle sue insegne.

Il generale Türr (se d’accordo col Sirtori o di suo capo, è controverso; ma certo frantendendo od oltrepassando gli ordini precisi del suo Generale) s’era proposto di tentare una grande operazione strategica; nientemeno che di impadronirsi delle due sponde del Volturno, e di occuparvi sulla destra il forte luogo di Caiazzo che domina uno dei suoi passi. Infatti il 19 mattina mentre la brigata Rustow fingeva un attacco contro la fronte di Capua, spinto poi troppo a fondo o dall’imprudenza dei capi o dalla foga dei combattenti; il battaglione Cattabeni marciava per il passodi Limatola sopra Caiazzo e con poco sforzo se ne impossessava. All’apparenza il colpo pareva riuscito; molto sangue di prodi era stato versato, ma insomma i Garibaldini potevan credersi padroni delle due rive del Volturno e felicemente piantati come una punta aguzza sulla costa sinistra del nemico. Illusione d’inesperti coraggiosi che sole ventiquattro ore basteranno a dileguare!

Già reduce da Sicilia e precisamente nella sera del 19 al campo di Caiazzo, Garibaldi aveva tosto compreso il grosso fallo del generale Türr, e se n’era accorato; ma o perchè gli repugnasse abbandonare nel pericolo il battaglione del Cattabeni, uno dei suoi vecchi soldati, o perchè temesse il triste effetto che sulla accendibile fantasia dei Napoletani poteva produrre una ritirata; per ragioni insomma di umanità o di politica, quelle ragioni che furono sempre le peggiori nemiche dei migliori concetti di guerra, comandò che il Cattabeni, minacciato d’imminente attacco, fosse soccorso prima con una brigata del Medici; poi, la brigata non essendo pronta, con un reggimento, quello che comandava il colonnello Vacchieri. E il preveduto accadde. Il Cattabeni e il Vacchieri, assaliti il 21 mattina da forze quattro volte superiori, furono, malgrado la prodezza dei capi e dei soldati, interamente sbaragliati; ferito e prigioniero col grosso del suo battaglione lo stesso Cattabeni; salvatosi a stento coll’avanzo dei suoi il Vacchieri; molti che, cercando scampo nel fiume, tentarono guadi mal noti, miseramente affogati.

Era il primo errore commesso durante quella campagna; era il primo e l’unico rovescio. Però se gli ordini lasciati da Garibaldi ai suoi fossero stati osservati, e l’errore ed il rovescio sarebbero stati evitati.

Garibaldi aveva certamente ordinato al Türr di lanciar scorribande al di là del Volturno; ma non gli aveva dato facoltà di prendere posizioni fisse, molto meno poi di dare battaglia per prenderle. Non si tengono con iscarse forze le due rive di un fiume privo di ponti, dominato da una fortezza; e il nostro Capitano l’aveva tosto compreso. Il difficile non stava tanto nel prendere Caiazzo, quanto nel conservarlo; e poichè a conservarlo occorrevano una e forse più teste di ponte sul Volturno e forze pari ai borbonici, così la rotta del 21 settembre era prevedibile ed inevitabile[123]

Persuaso anche prima del 21 settembre dell’impossibilità di conservare una posizione offensiva-difensivasulle due sponde del Volturno, deliberò di tenersi nella più stretta difensiva sulla sinistra del fiume stesso. Disgraziatamente anco la difesa, per la esiguità delle forze e l’estensione del terreno, rendevasi molto problematica e difficile. Perocchè non bastava difendersi dalle sortite di una piazza forte come Capua, ridotta un campo trincerato di circa quarantamila uomini, ma conveniva guardare, per il corso di sedici miglia, i passi di un fiume tortuosissimo, come il Volturno, e che forma una delle linee più bizzarre e insidiose che la topografia strategica conosca. I meandri e gli avvolgimenti di questo fiume son tanti, che un esercito costretto a campeggiare sulla sinistra del suo tronco inferiore, se lo trova, comunque si giri, di fronte, ai fianchi e alle spalle nel tempo medesimo. Non ha, è vero, che un sol ponte stabile, quello di Capua; ma in iscambio, una serie di ponti volanti a barche, detti, nel vernacolo del paese,scafe, che danno il mezzo a chiunque ne sia padrone, e i Borbonici lo erano, di tragittarsi da una sponda all’altra con una facilità di poco minore a quella che offrirebbe un sistema di ponti fissi.

E non basta. Posto che l’obbiettivo dei Regi fosse Napoli, essi potevano marciarvi per sette grandi vie collegate tra di loro da un dedalo di strade minori, che di tanto agevolavano ad essi le offese, di quanto accrescevano le difficoltà della difesa. Da Capua infatti essi potevano arrivare alla capitale, così per la doppia via Santa Maria-Caserta, o Sant’Angelo-Caserta, come per la strada più lunga, ma non meno insidiosa, San Tammaro-Aversa. Dal Volturno poi gli sbocchi erano tanti quante lescafe. Dallescafedi Formicola e di Caiazzo si spiccavano due vie, che congiungendosi al bivio del Gradillo venivano a cadertraverso la colonia di San Leucio, sul gran parco di Caserta; dallascafadi Limatola un’altra via, passando rasente Castel Morone, riusciva più a oriente alla medesima mèta; infine da tutti i passi del Volturno superiore si poteva sboccare sulla strada di Piedimonte-Dugenta, che piombava diritta sui Ponti della Valle e Maddaloni, a nove miglia da Napoli.

Ora il difensore, forzato a manovrare su questo scacchiere, non aveva libertà di scelta: o guardarne tutti i passi del pari, o, concentrandosi in pochi punti, correr rischio di vedersi aggirato e tagliato fuori della sua base d’operazione. Il suolo gli offriva qua e là qualche buon punto d’appoggio; come la catena del Tifata alle spalle di Sant’Angelo, i poggi di Briano ed i boschi di San Leucio innanzi al bivio di Formicola e di Caiazzo; la vetta di Castel Morone di contro allascafadi Limatola: le alture di Monte Caro, di Villa Gualtieri e del Longano a guardia di Maddaloni; ma tutti questi baluardi essendo interrotti e separati da grandi intervalli scoperti, non bastavano a bilanciare la lunghezza della linea e la sottigliezza del numero, col quale l’esercito garibaldino era costretto a difenderla.

Ora nessuno vorrà credere che il difetto d’una siffatta linea sia sfuggito al nostro Capitano: molti anni dopo, in un suo libro lo denunziava egli stesso;[124]ma da vero uomo di guerra, anzichè perdersi in vani conati per cambiare ciò che la natura aveva creato, e la forza delle cose gl’imponeva, prese il suo partito di far fronte al nemico su tutti i punti, salvo a distribuire le forze a seconda delle naturali difese delsuolo, ed a tenersi sotto mano una forte riserva per accorrere sul punto più minacciato.

Ciò deliberato, stende fra Santa Maria e San Tammaro la divisione Cosenz,[125]comandata dal Milbitz (quattromila uomini e quattro pezzi), e vi stabilisce la sua sinistra; colloca a Sant’Angelo, in comunicazione colla prima, la diciassettesima divisione Medici (quattromila uomini e quattro pezzi), e ne fa il suo centro; apposta a San Leucio la brigata Sacchi (duemila uomini), ed a Castel Morone il battaglione Bronzetti(dugentosettanta uomini); affida alla divisione Bixio, la più forte di tutte (cinquemilaseicento uomini e otto pezzi), la difesa dei Ponti della Valle e Maddaloni, e vi assicura la sua destra; mette a guardia della strada d’Aversa la nascente brigata Corte; accampa a Caserta, sotto il comando del Türr, la sua riserva (quattromilasettecento uomini e tredici pezzi) e insedia, nella celebre Villa del Vanvitelli, prediletto svago dei Borboni, il suo Quartier generale.

Ventunmila uomini, la più parte de’ quali male armati e peggio istruiti, seminati sopra un terreno di oltre venti chilometri, dovevano contrastare il passo a quarantamila vecchi soldati, il fiore dei fedeli del Borbone, protetti da una fortezza di primo ordine, armata di sessanta bocche da fuoco, fiancheggiati da un fiume tutto in mano loro, ai quali la vicinanza, e tra poco la presenza, del Re loro trasfonderà uno spirito novello, e che tenendosi incolpevoli delle vergogne di Palermo, di Reggio e di Soveria parevano tanto più deliberati a vendicarle.

Una battaglia era imminente; molti indizi l’annunciavano, Garibaldi la presentiva. «Tornato da Palermo (scrive egli stesso) presi stanza a Caserta, e visitando ogni giorno Monte Sant’Angelo, da dove scorgeva bene il campo dei nemici, a levante della città di Capua e nei dintorni, dai loro movimenti sulla sponda destra del Volturno, che non potevano sfuggire al mio osservatorio del Monte suddetto, e dalle loro disposizioni, io congetturava essere i Borbonici in preparativi d’una battaglia aggressiva.» E non s’ingannava. Fin dal 26 settembre il generale Ritucci,nuovo comandante supremo dell’esercito regio, aveva già fermato il suo disegno, modello di primitiva semplicità: attaccare la linea garibaldina su tutti i punti, con maggior sforzo alle due ali di Santa Maria e di Maddaloni, e, sfondatala, marciare su Napoli. E da ciò questa distribuzione di parti: il generale Tabacchi colla divisione della guardia, settemila uomini, doveva assalire Santa Maria, fiancheggiato alla sua destra dalla brigata Sergardi, tremila uomini, che spuntando l’estrema sinistra garibaldina a San Tammaro aveva per iscopo di minacciare la strada d’Aversa. Al centro, invece, dando la destra al Tabacchi e sostenuto a manca dal generale Colonna, cui era commesso di passare con cinquemila uomini la Scafa di Triflisco, doveva marciare su Sant’Angelo con diecimila uomini, maggior nerbo degli assalitori, il generale Afan de Rivera: ad oriente il colonnello Perrone, con milledugento combattenti spalleggiati però da una riserva di altri tremila rimasti a Caiazzo, doveva sboccare da Limatola, e per la strada di Castel Morone mirare diritto a Caserta: all’ultima destra, infine, il Von Mechel con una divisione di ottomila uomini, la più gran parte Tedeschi, doveva, per la strada di Ducenta, avventarsi sul Bixio ai Ponti della Valle, e di là, dando la mano al Perrone, come questi doveva darla al Colonna, al Rivera, al Tabacchi, a tutti quanti marciare a bandiere spiegate su Napoli. Il gran colpo era stato deciso per il 1º ottobre, onomastico di Francesco II; il Re stesso, coi fratelli, doveva seguire, a convenevole distanza, le sue legioni, e coll’augusta presenza incoraggiarle, da lontano, alla sacra riscossa.

Fino dalla vigilia Garibaldi aveva notato sotto le mura di Capua un grande tramenío, sicchè, come uomo che ha letto fino al fondo il pensiero del suo avversario,diceva o mandava a dire a’ suoi Luogotenenti: «Fate buona guardia, domani saremo attaccati.»

In sull’alba del 1º ottobre, infatti, un crescente colpeggiare di moschetteria, echeggiante da Sant’Angelo a Santa Maria, annunziava che la zuffa era cominciata. Poco dopo il Milbitz era già alle prese col Tabacchi, e il Medici con Afan de Rivera; laonde Garibaldi, accorso al fragore de’ primi colpi a Santa Maria, aveva subito indovinato che la giornata sarebbe stata, come suol dirsi, assai calda, e che conveniva rinforzare senza indugio Santa Maria, che era, tra i punti principali della sua linea, il più debole e per postura e per numero di difensori. Mandò quindi a chiedere a Caserta la brigata Assanti della riserva, e confidatosi interamente al Milbitz, uno de’ suoi vecchi commilitoni di Roma, partì in carrozza per Sant’Angelo, altro dei punti che più gli stavano a cuore.

Potevano essere le sei del mattino. Circa all’ora medesima gli avamposti del Bixio si scontravano con l’avanguardia di Von Mechel, e il Perrone passava il Volturno a Limatola. Se non che, giunta verso la metà della strada che da Santa Maria mena a Sant’Angelo, la carrozza di Garibaldi è all’improvviso tempestata da una grandine di fucilate, e al tempo stesso involta in un nugolo di nemici sbucati da certe fosse asciutte che tenevan luogo di vere strade coperte. E già quella prima scarica aveva morti il cocchiere ed un cavallo della carrozza; talchè Garibaldi stesso, in presentissimo pericolo, fu costretto a balzare a terra ed a mettersi co’ suoi aiutanti in sulla difesa. «Ma (narra egli medesimo) mi trovavo in mezzo ai Genovesi di Mosto ed ai Lombardi di Simonetta. — Non fu quindi necessario di difenderci noi stessi; quei prodi militi, vedendoci in pericolo, caricarono i Borbonici con tanto impeto,che li respinsero un buon pezzo distanti e ci facilitarono la via verso Sant’Angelo.[126]»

Pure anco l’arrivo a Sant’Angelo non fu senza pericolo. Intanto che la prima catena del Rivera per quelle fosse o strade coperte, che dicemmo, s’insinuava non vista dentro il fianco sinistro del Medici e stava per tagliargli ogni comunicazione col Milbitz, dal lato opposto le avanguardie del Colonna, tragittata nella notte la Scafa di Triflisco, aggiravano favorite dalle tenebre la destra di Sant’Angelo, e per sentieri ascosi di monti arrivavano in sul fare dell’alba sui poggi di San Vito, uno dei contrafforti del Tifata. Poco mancò pertanto che Garibaldi, il quale appunto verso quella medesima ora arrivava su quell’altura, cascasse in mezzo a quella nuova imboscata di nemici; e sarebbe certamente accaduto se appena scortili non li avesse arrestati, cacciando loro incontro il drappello della sua scorta, facendoli al tempo stesso pigliar di costa da una compagnia del Sacchi che chiamò in tutta fretta da San Leucio.

Liberato, con tanta fortuna sua e della giornata che stava combattendo, da quel nuovo pericolo, Garibaldi potè abbracciare dal suo osservatorio di Sant’Angelo tutto il quadro della battaglia. E gli apparve formidabile. Il Milbitz e il Medici resistevano prodemente, ora contrastando, ora riacquistando con infaticabili contrassalti i punti capitali delle loro posizioni; ma il nemico, forte delle sue grosse riserve, rinnovava di continuo con truppe fresche gli assalti, mentre i Garibaldini, diradati dalla strage e dalla stanchezza, erano all’estremo della loro possa. Si combatteva da una parte e dall’altra da oltre sei ore; ma verso iltocco pomeridiano un nuovo e generale assalto del Tabacchi contro il Milbitz, e di Afan de Rivera contro il Medici, addossa i difensori agli ultimi ripari delle loro linee. Il Milbitz a Santa Maria è ridotto alla difesa di Porta Capuana; il Medici a Sant’Angelo è forzato a disputare con un pugno di gente il crocivio Capua-Sant’Angelo, Santa Maria-Sant’Angelo, centro delle sue, e chiave di tutte le posizioni a occidente di Caserta. Ancora un passo de’ Borbonici e la giornata è perduta. Garibaldi lo vede, ed afferrando a volo l’istante, scende a galoppo dal Tifata, rincora, rampogna, raduna, risospinge al combattimento quanti fuggiaschi o sbandati incontra per via: raccomanda al Medici, cui ogni raccomandazione era superflua, di tenersi a Sant’Angelo fino all’ultimo fiato; spicca ordine al Sirtori di mandare incontanente a Santa Maria tutte le riserve, e pei sentieri bistorti e ruinosi della montagna, poichè la strada diritta era in potere del nemico, corre egli stesso a Santa Maria per attendervi le riserve e ristorare la pugna.

Le riserve infatti, verso le due pomeridiane, parte per la consolare, parte per la ferrovia, arrivarono. Non v’era più un solo istante da perdere; ogni altro capitano le avrebbe cacciate, senza dar loro un secondo di riposo, nella mischia: Garibaldi no. Composto il viso all’abituale placidezza, non tradendo alcun segno d’interna trepidazione, rassicura col solo aspetto le truppe sopravvenienti, comanda agli ufficiali che siano lasciate riposare, dice ad alta voce al generale Türr, in guisa che tutti possano sentirlo: «La vittoria è certa, manca solo il colpo decisivo;[127]» poi,senza fretta, senza trambusto, con ordine e calma mirabili, piglia egli stesso la brigata Milano e parte della Eber e la caccia sulla strada di Santa Maria a Sant’Angelo; intanto che il Türr col rimanente della Eber e gli avanzi della Milbitz va a rinforzare la difesa di Porta Capuana e a fronteggiare il nemico su tutta la sinistra. Nel suo concetto le riserve mandate alla riscossa sulla destra dovevano attaccare il nemico in due colonne e con due obbiettivi affini, ma diversi: l’uno, cioè, urtare diagonalmente la destra del Tabacchi in modo da spuntarlo e separarlo da Afan de Rivera; l’altro marciar perpendicolarmente sul fianco sinistro di questi, in guisa da minacciarne la ritirata e da liberar a Sant’Angelo il Medici che eroicamente agonizzava. E tutto riuscì a seconda. Pochi colpi, alcune cariche a fondo brillanti, soprattutto quelle della Legione ungherese e del battaglione Milano, e i Generali borbonici, sconfidati da tanta resistenza, se non stremati di forze, fatta coprire la loro fronte, spezzata da un’ultima carica di cavalleria, male guidata e presto risospinta, suonarono a ritirata. Alle 5 della sera tutte le posizioni garibaldine erano riconquistate. Il Medici tornava signore indisputato del suo quadrivio. Il Türr e il Rustow (il Milbiltz era rimasto ferito) inseguivano le schiere disordinate del Tabacchi e del Rivera, fin sotto le mura di Capua. Alla stessa ora il Bixio, dopo avere per tutta la giornata ributtati gli assalti di Von Mechel, lo ricacciava colle baionette alle reni di là dai Ponti della Valle fin presso a Ducenta; al Perrone infine, trattenuto sei ore sotto Castel Morone dall’eroico petto di Pilade Bronzetti e de’ suoi trecento, sacratisi a certa morte per la salvezza comune, era tolto di tentare per quel giorno il divisato colpo su Caserta; sicchè in quell’orastessa, 5 pomeridiane, Garibaldi poteva telegrafare a Napoli: «Vittoria su tutta la linea.[128]»


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