XII.

PIANO DELLA GIORNATA DEL VOLTURNO (Versione più grande)

PIANO DELLA GIORNATA DEL VOLTURNO (Versione più grande)

E vittoria era, piena, compiuta, gloriosa e, checchè altri abbia novellato, tutta dell’armi volontarie, tutta garibaldina. All’indomani, come suol spesso accadere dopo i grandi fatti d’arme, la battaglia ebbe uno strascico che poteva arricchire e quasi allietare la vittoria, ma non avrebbe mai potuto, non che metterla in forse, turbarla un istante. Dicemmo che Pilade Bronzetti, anzichè cedere il passo di Castel Morone, a lui affidato, aveva tolto di morire col fiore più eletto de’ suoi. Da ciò era conseguíto che il Perrone, perduto intorno a quella vetta il suo tempo migliore, e ritardato novamente da un contrassalto ardito di alcune compagnie della brigata Sacchi, era stato sopraggiunto dalla sera e non aveva più potuto proseguire per Caserta, come era suo disegno. Tuttavia, o perchè ignorasse (strana cosa invero) la ritirata dell’esercito suo, o perchè fosse d’animo temerario e sconsiderato, non volle rinunziarvi per l’indomani, e all’alba del giorno mosse per la via di Caserta Vecchia alla sua mèta. Il generale Sirtori, che tutta la giornata del primo aveva vegliato con grande alacrità all’invio dei rinforzi e delle munizioni, e insieme alla sicurezza del Quartier generale, fu il primo ad avvertir l’avanzarsi del corpo del Perrone e nella notte stessa n’aveva mandato l’annunzio a Garibaldi, che spossato dallagrande fatica della vigilia era rimasto a prendere un po’ di riposo a Sant’Angelo. Egli però fu più noiato del sonno interrotto, che conturbato dalla gravità del messaggio. Anche senza vederlo aveva, per istinto, compreso che si trattava d’un corpo isolato, rimasto spensieratamente di qua dal Volturno e che non poteva in alcuna guisa rimettere in dubbio la vittoria della vigilia. Montato tuttavia a cavallo, corre nella notte stessa a Caserta, dove concorda col Sirtori le disposizioni necessarie, non tanto per combattere, quanto per irretire e prendere il nemico. Il Sirtori con una frazione della brigata Assanti levata da Santa Maria, e un battaglione di Bersaglieri dell’esercito settentrionale chiamato il dì innanzi da Napoli, quando più ondeggiava la fortuna, doveva stare alla difesa di Caserta, quindi del centro; il Bixio ebbe ordine di attorniare il nemico dal lato di Monte Viro e Caserta Vecchia, cioè dalla sua sinistra; mentre Garibaldi in persona con un manipolo di Carabinieri genovesi, alcuni frammenti della brigata Spangaro razzolati a Sant’Angelo, un battaglione regolare della brigata Re e l’intera brigata Sacchi, si era assunto di accerchiarlo dalla destra, togliendogli così ogni scampo.

Se non che, intanto che le truppe destinate all’azione si ordinavano e mettevano in marcia, l’avanguardia del Perrone, che già nel mattino era stata scoperta dalle guide del Missori a Caserta Vecchia, si avanzava alla sprovveduta sino alle prime case di Caserta,[129]talchè il Sirtori, costretto ad accorrere alla difesa con quanta gente si trovava fra mano, diè modo a quei bravi Bersaglieri dell’esercito settentrionale,chiamati la vigilia, di barattare coi Borboni alcuni felici colpi di carabina, e di suggellare anche sui campi del Mezzogiorno la fratellanza non mai smentita tra i soldati di Vittorio Emanuele e le camicie rosse della rivoluzione.[130]Intanto però che il Sirtori respingeva l’attacco di fronte, le truppe destinate all’aggiramento giungevano a’ loro posti, sicchè non restò più che a dar sul nemico l’ultimo colpo. Infatti verso le tre pomeridiane, attaccata dai Calabresi dello Stocco, e dal battaglione della brigata Re, lanciati alle spalle ed ai fianchi di Caserta da Garibaldi stesso, attorniata e serrata da due brigate del Bixio, perseguitata dal battaglione Isnardi della brigata Sacchi, opportunamente accorsa a chiudere il passo ai respinti da Caserta, tutta la colonna del Perrone o restò prigioniera, o andò dispersa di là dal Volturno, assicurando con nuovi trofei la vittoria della giornata precedente.

La battaglia del Volturno, e per l’estensione del campo e pel numero de’ combattenti e per la durata della pugna e per la grandezza dei risultati, fu una delle più grosse che l’armi italiane abbiano combattuto. Ventimila giovani volontari, disseminati sopra un terreno tortuoso e capricciosissimo di circa venti chilometri, resistettero ad un esercito di quarantamilavecchi soldati agguerriti, ed alla fine lo sbaragliarono. Le perdite dei Garibaldini sommarono all’incirca a cinquecento morti, a milletrecento feriti e milletrecento sbandati o prigionieri; fuori del conto i codardi che passeggiavano le vie, biscazzavano nei caffè, o sbevazzavano nelle taverne di Napoli, intanto che i loro camerati combattevano e morivano. Dei morti e feriti borbonici invece incerto il numero, quantunque sia probabile che per la imperfezione delle armi garibaldine non abbia uguagliato quello dei vincitori; certissimo però quello dei prigionieri e delle prede: tremila e più tra soldati ed ufficiali e sette bocche da campagna di grosso calibro. Come in tutte le grandi fazioni campali, così in questa i fattori della vittoria furono tre: il genio del Capitano supremo, la prodezza de’ suoi Luogotenenti e soldati, gli errori del nemico. «Il generale Garibaldi (dice un ufficiale tedesco storico e testimone) fu inarrivabile prima, nel corso e dopo la battaglia.[131]» Preparato da molti giorni ad un assalto generale, prese in tempo le opportune misure per respingerlo, raddoppiò colla sua la vigilanza dei suoi Luogotenenti e si premunì da ogni sorpresa. Non appena accesa la pugna, ne estimò l’importanza, ne fermò il disegno, ne divinò l’obiettivo. Salito fin dal mattino al suo prediletto osservatorio del Tifata, vi potè abbracciare d’uno sguardo l’intero campo di battaglia e seguirne davvicino tutte le principali vicende. Veduto il balenare delle sue linee e il soverchiare del nemico, non dubitò un istante della vittoria. Apparso il momento del colpo decisivo, l’afferrò al volo; chiamò in tempo le riserve e le capitanò egli stesso; egli stesso le diresse contro il punto più offensibile del fianconemico e decise della giornata. Nella prima fase dell’azione fu l’occhio, nella seconda la mente e l’anima dell’esercito suo. Comandò e combattè insieme; osservò con acutezza, ragionò con logica, agì con rapidità e precisione; dovunque apparve serenò, col solo aspetto, i combattenti, fugò la paura e sovraneggiò la fortuna.

Il dubbio, tenace tuttora nella mente di molti, che Garibaldi non sia mai stato che un abile partigiano, inetto al comando di numerosi eserciti ed alle fazioni della grossa guerra, non merita più, dopo il 1º ottobre, di essere seriamente discusso. Nella battaglia del Volturno erano impegnate tante forze quante a Rivoli, sopra un terreno non meno esteso di quello di Marengo, e se il vincere una siffatta battaglia non conferisce al vincitore il titolo di Capitano, Bonaparte fino alle Piramidi non avrebbe potuto dirsi che un guerrigliero.[132]Certo anche Garibaldi non avrebbe potuto vincere senza Generali e soldati; ma avrebbe forse Napoleone trionfato in tante battaglie senza i Massena, i Soult, i Ney, i Lannes, i Marmont, i Davoust? E invero la condotta dei divisionari di Garibaldi al 1º ottobre è degna d’esser citata ad esempio. Posti a difendere con forze inadeguate posizioni tutt’altro che gagliarde, e il cui primo difetto era di essere tutte ugualmente importanti, adempirono l’arduo assunto con grande abilità e valore; disputarono palmo a palmo il terreno, tenendosi concentrati nei punti decisivie soprattutto usando a tempo e con energia dei contrassalti offensivi, che sono la salvezza di tutte le difese. È vero che furono a lor volta mirabilmente secondati. Il Bixio disse: «Quando dei corpi saranno comandati da ufficiali come Dezza, Piva, Taddei, Spinazzi, ed avranno a capo di Stato Maggiore un ufficiale come Ghersi, se la vittoria non coronerà sempre i loro sforzi, certo sapranno incontrare ai loro posti una morte gloriosa.[133]»

Ora lo stesso avrebbe potuto dirsi a Santa Maria, di Faldella, di Malenchini, di Eber, di De Giorgis, di Assanti, e a Sant’Angelo di Simonetta, di Ferrari, di Guastalla, di Cadolini, di Spangaro, e a Caserta di Bonnet, di Bruzzesi, di Majocchi; e serbata la debita misura di tutti i gregari. Le azioni di valore in quella giornata furono innumerevoli; ma a tutte sovrasta, come una gloria, quella del Bronzetti a Castel Morone, il cui generoso sacrificio salvò, ben può dirsi, l’esercito garibaldino dal più terribile colpo che il nemico gli serbasse, poichè a nessuno è dato affermare quel che sarebbe avvenuto, se il 1º ottobre un corpo, anche relativamente piccolo, fosse piombato su Caserta, nell’ora decisiva, costringendo Garibaldi ad usar contro di esso quelle riserve che gli erano necessarie a ristorare la battaglia sugli altri punti più minacciati.

Ma, siccome dicemmo, una parte non ultima della vittoria va dovuta agli errori de’ nemici. «Per fortuna nostra (scrive Garibaldi stesso), fu pur difettoso il piano di battaglia dei Generali borbonici. Essi ci attaccarono con forze considerevoli su tutta la linea, in sei punti diversi, a Maddaloni, a Castel Morone,a Sant’Angelo, a Santa Maria, a San Tammaro, ed in un punto intermediario di cui non ricordo il nome, ove comandava il general Sacchi.

»Diedero così una battaglia parallela, cozzando col grosso del loro esercito contro il grosso del nostro, ed assalendo posizioni da noi studiate e preparate.

»Se avessero invece preferito una battaglia obliqua, cioè minacciato cinque dei punti summentovati, con avvisaglie di notte, e nella stessa notte portare quarantamila uomini sulla nostra sinistra a San Tammaro, o sulla nostra destra a Maddaloni, io non dubito essi potean giungere a Napoli con poche perdite.

»Non sarebbe stato perciò perduto l’esercito meridionale, ma un grande scompiglio ce lo avrebbero cagionato. Con un’ala rotta, ed il nemico padrone di Napoli e delle nostre risorse, diventava l’affare un poco serio.[134]»

E di più non ci occorre aggiungere. Garibaldi con questo giudizio, tanto modesto quanto esatto, ha dimostrato una volta di più che nessuno degli elementi del cimentoso problema incontrato il 1º ottobre nella pianura capuana gli era rimasto ignoto; ch’egli agì con piena coscienza della situazione sua e degli avversari; che la vittoria non premiò in lui soltanto il valore, e non servì soltanto la fortuna; ma ubbidì alla sagacia, all’arte, alla prodezza, a tutte le doti che formano il buon Capitano, e lo rendono degno delle marziali corone.[135]

Le due giornate del Volturno avevano tolto ai Borbonici ogni probabilità di prossima rivincita, ma nonogni possibilità di lunga resistenza. Francesco II, non ostante le perdite, poteva ancora allineare circa a quarantamila combattenti; le principali fortezze delRegno, Capua e Gaeta, erano sempre in suo potere; tutto il territorio dal Volturno al Tronto era signoreggiato dal suo esercito; gran parte della popolazionerurale degli Abruzzi gli rimaneva fedele e in taluni distretti, come in quello d’Isernia, i contadini respingevano apertamente la rivoluzione e pigliavan le armiin sua difesa; talchè egli poteva protrarre per lungo tempo la lotta e se non voltare la fortuna, differire ancora la finale caduta.

Pel contrario l’esercito garibaldino cominciava ad assottigliarsi e svigorirsi. I rinforzi non bilanciavano più da parecchio tempo le perdite: le grandi spedizioni del Continente erano arenate: la Sicilia, dati al passaggio dello Stretto dai quattro ai cinquemila Picciotti, pareva come esaurita; e peggio devesi dire delle Calabrie, delle Puglie, di tutte le provincie del Regno. Indarno Garibaldi ripeteva i suoi belligeri appelli in nome di Roma e Venezia; da qualche avventuriero in fuori nessuno rispondeva più alla chiamata. Dei ventunmila uomini del 1º ottobre non ne restavano oramai che diciottomila; e quando si eccettui una legione inglese, masnada di beoni e di saccomanni,[136]non una insegna di soccorso spuntava sull’orizzonte.

E come andava scemando la quantità, così peggiorava la qualità. I bei giorni di Calatafimi e di Milazzo erano passati. Nelle schiere cominciavano a serpeggiare quei primi sintomi di stanchezza, che sono quasi sempre i precursori della dissoluzione. Una parte reggeva ancora al dovere; ma la molla dell’entusiasmo, che aveva fino allora rese dolci le privazioni e belli i pericoli, era fiaccata. La vanità dei brevetti e dei gradi, i mercenari calcoli della carriera, già subentravano, nel cuore di molti, ai puri stimoli dell’amore della patria e della gloria. Gli ufficiali esuberavano inmisura insolita[137]anco fra gli eserciti rivoluzionari, ed acceleravano essi pei primi, coll’ingombro degl’inetti e lo scandalo degli oziosi, la corruzione dell’intero esercito.

Anche i migliori principiavano ad essere disamorati d’una guerra che dopo l’annunciato sopraggiungere dell’esercito sardo perdeva la sua ragione principale, e null’altro prometteva che un’incresciosa vigilanza attorno ad una uggiosa fortezza in una più uggiosa pianura. Che se a tutto ciò s’aggiunga l’intristire della stagione, le lunghe e piovose notti del morente autunno, il difetto di riparo e di vesti, il crescere conseguente delle sofferenze e delle malattie, si intenderà di leggieri come l’esercito garibaldino potesse tener ancora la difensiva sulla linea occupata, ma non mai pensare ad alcuna decisiva operazione offensiva, molto meno poi all’impresa di Roma. E Garibaldi lo sentiva, e talvolta nei confidenti abbandoni dell’amicizia gliene fuggiva di bocca l’amara confessione. «Leggete questa lettera di Mazzini (diceva ad Alberto Mario, qualche giorno dopo la vittoria del Volturno); egli mi sprona alla spedizione di Roma. Sapete se io non ci abbia di lunga mano pensato. Il 1º ottobre abbiamo sconfitto il nemico a tal punto, che non sarà più in grado d’affrontarci; ma non potrò mai andare a Roma, lasciandomi addietro sessantamila uomini trincerati fra due fortezze, i quali intanto si ripiglierebbero Napoli.[138]» E se quei sessantamila uomini erano un’amplificazione, tutto il resto era pura verità. Dopo il 2 ottobre l’esercito garibaldinobastava appena a salvar Napoli da un colpo di mano, se pure bastava.

Ma a distoglierlo dalla temeraria impresa, più ancora della ragione militare poteva la politica.

Disfatto a Castelfidardo il Lamoricière, espugnata Ancona, riuscita oltre la speranza l’impresa delle Marche e dell’Umbria, il conte di Cavour deliberò di farsi perdonare l’audacia coll’audacia e di spingere l’esercito, già sulla via, all’invasione del Regno. Così con un colpo solo lo strappava a Garibaldi ed al Borbone insieme; rompeva gli ultimi indugi all’annessione, rivendicando alla spada del suo Re l’onore di compiere e assodare l’opera dalla rivoluzione iniziata.

Sfidata ancora la collera delle Potenze d’Europa, di cui presentiva le strida, ma insieme presagiva l’inerzia;[139]annunziata con brutale laconismo al Ministro napoletano presso la Corte di Torino la sua risoluzione; chiesta dal Parlamento subalpino,[140]non ancoraitaliano, l’approvazione della sua politica e la balía di annettere tutte le provincie italiane, che liberamente dichiarassero di voler far parte integrante della Monarchia; spinge il Re stesso a mettersi a capo dell’esercito vincitore ed a passare il Tronto. E Vittorio Emanuele, cui nulla era più gradito della parte di re guerriero, e che degli ardimenti del suo Ministro era piuttosto l’istigatore che il moderatore, lasciata la reggenza al Principe di Carignano raggiunge il 3 ottobre l’esercito ad Ancona; d’onde bandito ai Napoletani, in un Manifesto, a dir vero, nè sobrio nè modesto,[141]ch’egli stava per arrivare, invitato, tra loro, a «chiudere l’èra delle rivoluzioni,» s’incamminò a grandi giornate verso i confini del Regno.

Ciò stante a Garibaldi non faceva mestieri di grande acume politico per comprendere che egli non poteva più oramai muovere le insegne contro Roma senza urtare o prima o poi nelle schiere di Vittorio Emanuele, e peggio ancora nella volontà di quel Parlamento che era a quei giorni il supremo rappresentante morale, se non per anco legale, della nazione intera; senza incorrere perciò nella terribile responsabilità d’una guerra civile. E poichè nulla era più profondo nel cuore del patriottico eroe che l’orrore della discordia fraterna, così molto prima d’accorgersi che gliene mancava la forza e molto prima che Vittorio Emanuelevenisse a capitanare l’esercito d’Ancona, egli aveva deliberato in cuor suo, mormorando, imprecando, fors’anco, a chi ve lo sforzava, ma pure senza restrizioni nè riserve, di rinunciare, pel momento almeno, ad ogni tentativo su Roma.

E di questo fanno fede due documenti noti, ma per avventura non abbastanza notati, nè dirittamente finora interpretati. Il primo è l’Ordine del giornodel 28 settembre, nel quale, bandita con esultanti parole ai Volontari la disfatta del Lamoricière, precorreva colla speranza gli eventi, compiacevasi della resa d’Ancona e della passata dell’esercito del Settentrione nel Regno anche prima che ciò avvenisse, e conchiudeva giubilando: «Fra poco avremo la fortuna di stringere quelle destre vittoriose.[142]» L’altro ancora più espressivo è la lettera ch’egli stesso dirigeva a re Vittorio Emanuele in data del 4 ottobre, e che preferiamo riprodurre testualmente:

«Caserta, 4 ottobre 1860.»Sire,»Mi congratulo colla Maestà Vostra per le brillanti vittorie riportate dal vostro bravo generale Cialdini e per le felici lor conseguenze. Una battaglia guadagnata sul Volturnoed un combattimento alle due Caserte pongono i soldati di Francesco II nell’impossibilità di più resisterci. Spero dunque poter passare il Volturno domani. Non sarebbe male che la Maestà Vostra ordinasse a parte delle truppe, che si trovano vicino alla frontiera abruzzese, di passare quella frontiera e far abbassare le armi a certi gendarmi che parteggiano ancora per il Borbone.»So che V. M. sta per mandare quattromila uomini a Napoli, e sarebbe bene. Pensi V. M. che io le sono amico di cuore, e merito un poco d’esser creduto. È molto meglio accogliere tutti gli Italiani onesti, a qualunque colore essi abbiano appartenuto per il passato, anzichè inasprire fazioni che potrebbero essere pericolose nell’avvenire.»Essendo ad Ancona, dovrebbe V. M. fare una passeggiata a Napoli per terra o per mare. Se per terra, e ciò sarebbe meglio, V. M. deve marciare almeno con una divisione. Avvertito in tempo, io vi congiungerei la mia destra, e mi recherei in persona a presentarle i miei omaggi, e ricevere ordini per le ulteriori operazioni.»La V. M. promulghi un decreto che riconosca i gradi de’ miei ufficiali. Io mi adopererò ad eliminare coloro che debbono essere eliminati.»

«Caserta, 4 ottobre 1860.

»Sire,

»Mi congratulo colla Maestà Vostra per le brillanti vittorie riportate dal vostro bravo generale Cialdini e per le felici lor conseguenze. Una battaglia guadagnata sul Volturnoed un combattimento alle due Caserte pongono i soldati di Francesco II nell’impossibilità di più resisterci. Spero dunque poter passare il Volturno domani. Non sarebbe male che la Maestà Vostra ordinasse a parte delle truppe, che si trovano vicino alla frontiera abruzzese, di passare quella frontiera e far abbassare le armi a certi gendarmi che parteggiano ancora per il Borbone.

»So che V. M. sta per mandare quattromila uomini a Napoli, e sarebbe bene. Pensi V. M. che io le sono amico di cuore, e merito un poco d’esser creduto. È molto meglio accogliere tutti gli Italiani onesti, a qualunque colore essi abbiano appartenuto per il passato, anzichè inasprire fazioni che potrebbero essere pericolose nell’avvenire.

»Essendo ad Ancona, dovrebbe V. M. fare una passeggiata a Napoli per terra o per mare. Se per terra, e ciò sarebbe meglio, V. M. deve marciare almeno con una divisione. Avvertito in tempo, io vi congiungerei la mia destra, e mi recherei in persona a presentarle i miei omaggi, e ricevere ordini per le ulteriori operazioni.

»La V. M. promulghi un decreto che riconosca i gradi de’ miei ufficiali. Io mi adopererò ad eliminare coloro che debbono essere eliminati.»

Chi consideri pertanto di questa lettera, il tempo, il contenuto, la forma, ne vedrà risplendere vieppiù il significato. Essa fu scritta il 4 ottobre, prima dunque che Garibaldi potesse conoscere il bando di Vittorio Emanuele ai Napoletani, prima che l’esercito sardo si fosse levato d’Ancona, prima assai che il Parlamento avesse votato l’annessione dell’Italia meridionale, e sanzionato con siffatto voto la politica del conte di Cavour.

Checchè dunque scriva a lode o vitupero lo spirito di parte, questo rimane incontrastato, che Cavour e Garibaldi, lo statista e l’eroe, quasi nel tempo stesso, ad insaputa l’uno dell’altro, s’accordavano a dareal Re quel medesimo consiglio, intorno al quale pareva dovessero restar divisi implacabilmente!Ecco il giudicio uman come spesso erra. I monarchici superlativi credevano d’essere costretti, o prima o poi, a dar battaglia «alla rivoluzione personificata in Garibaldi,[143]» e Garibaldi apriva loro le porte di quello che ancora era suo Stato, di null’altro ansioso che di incontrarli e schierarsi sotto le loro insegne.

Nè si dica che la sua lettera parla di «una passeggiata;» è questa un’attenuazione metaforica per scemare l’importanza del fatto e farne parere più facile l’esecuzione; ma s’intende da sè che «la passeggiata» d’una divisione, capitanata da un Re, fiancheggiata da un’altra divisione, entro i confini d’uno Stato forestiero, è invasione bella e buona, è guerra in tutte le forme. E con quali intendimenti egli affretti la venuta di Vittorio Emanuele, è palese: vuol essere il primo a rendergli omaggio, desidera «ricevere i suoi ordini per le ulteriori operazioni,» ambisce, in una parola, di combattere al suo fianco, come suo luogotenente, contro il comune nemico.

Il linguaggio della lettera è semplice e schietto, ma reverente e affettuoso insieme; in essa il soldato dà consigli al Re; ma consigli saggi, di moderazione e di temperanza, che re Vittorio, il quale chiamerà un giorno l’antico mazziniano Medici a suo primo aiutante di campo, e il vecchio repubblicano Crispi a suo primo Ministro, non si pentirà d’aver ascoltati. Tutto persuade, adunque, che allorquando più si strillava a Torino perchè Garibaldi si ostinasse nell’avventura di Roma, egli n’aveva già deposto, almeno per quell’anno, il proposito, e che ad altro non pensavase non a finir gloriosamente, in compagnia dei suoi fratelli dell’esercito sardo, sotto gli ordini del suo Re, la guerra contro il Borbone.

Ma perchè indugiava dunque ancora l’annessione, quell’annessione voluta ormai dalla quasi totalità del paese, decretata dal Parlamento, da Garibaldi stesso, indirettamente offerta a Vittorio Emanuele, e contro la quale, colla rinunzia alla marcia su Roma, cessava ogni ragione ed ogni pretesto? In verità, giunti a questo punto, il concetto del nostro eroe ci sfugge. Abbiamo compresa e difesa la sua resistenza all’annessione sino al giorno del suo ingresso in Napoli; l’abbiamo scusato d’averla differita anche dopo l’entrata dell’esercito sardo sul territorio ecclesiastico; ma ora, appressandosi quell’esercito, vietata dall’espressa volontà del Governo e del Parlamento la via di Roma, certo l’incontro ed il conflitto, nè l’intendiamo, nè sappiamo difenderla più. E fortuna volle che non la sapesse intendere a lungo nemmeno Garibaldi, siccome il seguito di questo racconto sta per dimostrare.

Fino dall’11 settembre il Dittatore chiamava presso di sè Giorgio Pallavicino coll’intenzione di offrirgli la Proditattura delle provincie napoletane. E l’onorando patriotta accorreva all’invito; se non che, giunto a Napoli, non assunse subito l’ufficio; ne ripartiva, invece, immediatamente per adempiere un altro confidenziale mandato commessogli dal Dittatore e del quale ecco la ragione. La ruggine frappostasi tra il conte di Cavour e il generale Garibaldi fin dalla cessione di Nizza, s’era, per gli attriti del Mezzogiorno,dilatata e approfondita al segno da degenerare in aperta e implacabile inimicizia. Insusurrato da incauti o maligni consiglieri, il Generale aveva finito coll’accogliere il sospetto, che colui il quale era stato capace di mercanteggiare una volta una terra italiana, lo sarebbe stato la seconda. Ignaro o dimentico di quanto il conte di Cavour aveva operato per soccorrere l’impresa di Marsala, non ricordava, del rivale, che gli intoppi, le insidie, le trafitture; finchè venne il giorno, in cui, in buona fede, credendo che quegli solo, il Ministro, fosse d’inciampo al compimento della sua missione nazionale, ebbe l’infelicissima ispirazione di chiederne al Re il congedo, insieme al Farini ed al Fanti, che giudicava, ed erano, suoi complici.[144]

Nè Vittorio Emanuele era re da piegare a siffatta intimazione, nè il conte di Cavour ministro da consigliarlo. E ciò tanto più che la lettera del Dittatore, arte o imprudenza che fosse, era stata divulgata su pei giornali, e la dignità del Governo, non che quella della Corona, pubblicamente ferita. Su questo proposito il conte di Cavour fece in Parlamento alcune dichiarazioni, che non vanno dimenticate. «Fin dall’agosto, diss’egli, quando il dissenso del generaleGaribaldi era probabile, ma non ancora conosciuto, io non aveva esitato, per olocausto alla concordia, di offrire al Re la mia rinuncia e dell’intero Gabinetto; ma dal momento, egli aggiungeva, che quella lettera era stata propalata, che quel dissenso era divenuto pubblico, non era più lecito a noi l’offerta delle nostre dimissioni, giacchè, o Signori, io lo ripeto, se la Corona sulla richiesta di un cittadino, per quanto illustre egli sia e benemerito della patria, avesse mutati i suoi consiglieri, essa avrebbe recato al sistema costituzionale una grave e, dirò anzi, una mortale ferita.[145]»

E, per fermo, così la condotta sua, come quella del Re, non poteva essere nè più decorosa, nè più corretta. Chi sgarrava in tutto ciò era Garibaldi; ma poichè anche al conte di Cavour non pareva vero d’aver un’arma in mano per iscreditare e indebolire l’avversario fortunato, i mutui rancori, caritatevolmente soffiando gli zelanti d’ambo le parti, eran venuti di giorno in giorno siffattamente inturgidendo da minacciare non lontano qualche scoppio violento.

Ma appunto in que’ giorni giungeva in Napoli il Pallavicino, il quale, appena seppe il segno pericoloso a cui era giunto il dissidio, si offerse di comporlo, facendosi mediatore a Torino di proposte, com’egli le reputava, conciliatrici. E poichè Garibaldi consentì tosto, munito d’una seconda sua lettera pel Re il Marchese si rimise in viaggio. Se non che le condizioni, ond’egli era apportatore, non erano quelle per l’appunto che meglio potessero condurre ad un accordo. Garibaldi insisteva ancora nel pretendere il congedo del Cavour; in compenso prometteva l’annessioneimmediata. La risposta fu quindi quale era da attendersi: una disputa di più tra il Conte ed il Marchese, e una nuova e più ricisa ripulsa. Al Prodittatore perciò non restò che il ritorno a Napoli; ma dicasi a lode del suo animo patriottico, lasciando per via ogni risentimento della fallita missione e non d’altro preoccupato che d’affrettare, come cittadino e come governante, quel patto d’unione, che era anco a’ suoi occhi la pietra angolare della finale unità d’Italia.

Nel frattempo però la questione dell’annessione erasi pericolosamente inasprita e complicata. E per ben intendere quanto fossero diverse le favelle che garrivano in quel piato, è mestieri rammentarsi chi e quanti erano coloro che, più o men dappresso, attorniavano Garibaldi. V’era anzitutto il Ministero, presieduto dal Conforti, cui eran colleghi il Pisanelli, il D’Afflitto, lo Scialoja, il Ciccone, il Crispi, tutti, meno quest’ultimo, Cavourriani infocati e dell’annessione zelatori impazienti ed intolleranti. V’era di contro a quello, rivale nata, antagonista necessaria, la Segreteria della Dittatura, gabinetto aulico del Bertani, grande macchina celerifera di leggi e decreti, fucina di tutte le discordie e di tutti i guai del Governo dittatoriale, la quale nella questione del plebiscito, dopo essersi sforzata d’indugiarlo fino all’estremo, ora professava apertamente di volerlo circuito di tutte le condizioni e garanzie di un vero contratto. Infine v’era quella che potrebbe dirsi la Sezione politica del Quartier generale, rappresentata principalmente da Alberto Mario, del prolungamento della Dittatura e del plebiscito condizionale partigiano ardentissimo, e per laprodezza dell’animo, la illibatezza del carattere, la gentilezza della parola e dell’aspetto, caro al Generale e da tutti rispettato. All’infuori poi del contorno abituale e del consorzio ufficiale del Dittatore, ma più vicini a lui di quanto non paresse, v’erano Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo; l’Apostolo degli Unitari, e il Filosofo dei Federalisti: il primo, venuto a Napoli di volontà sua nella fiducia di giovare, nella lusinga di potere, il quale, sebbene non avesse veduto che una sol volta e clandestinamente il Dittatore, non tralasciava di insufflargli di continuo, mediante quegl’innumerevoli biglietti ond’era prodigiosamente fecondo, il suo antico verbo delse no, no, cioè a dire di non cedere alla Monarchia di Savoia un solo palmo delle provincie liberate, se non a patto che essa s’impegnasse a gridar subito l’Italia una dal Campidoglio; l’altro, venuto per espresso invito del Generale, il quale molinava di farne ora un ambasciatore a Londra, ora un suo prodittatore, e che pur con diverso intento arrivava alle stesse conclusioni del Mazzini, volendo che le condizioni del plebiscito fossero prima discusse e sancite da un’Assemblea, specie di Costituente, per impedire, diceva, che la Monarchia violasse la integrità dell’Italia, e mercanteggiasse le nuove provincie annesse, come aveva già mercanteggiato Nizza e Savoia.

Ora, quando si aggiunga a tutto ciò il quotidiano supplizio degl’indirizzi e delle orazioni, il vociar della stampa, il tumultuar della piazza, si vedrà fra quante correnti diverse fosse abballottata la mente del Dittatore, e come, non avendo l’animo temprato a siffatte bufere, rischiasse più d’una volta d’andarne travolto. E di questo ondeggiare faticoso della sua volontà si risentono dal mezzo settembre in poi tutti i suoi atti. Il 25 settembre accetta la rinuncia de’ suoi Ministri,querelantisi per l’annessione; ma tre giorni dopo incarica di nuovo il Conforti della composizione d’un altro Gabinetto, che riesce poco dissimile al primo. Al fin di settembre, noiato dalle perpetue querele della Segreteria, congeda in cortese forma il Bertani, ma gli sostituisce pochi giorni dopo il Crispi, non meno inviso di lui. Lascia che Pallavicino, suo prodittatore preconizzato, scriva al Mazzini, «con buono intendimento e povero consiglio,[146]» una lettera in cui, fattogli intendere che la sua persona creava inciampi al Governo e pericoli alla nazione, sì cheanche non volendolo divideva, lo invitava a bandirsi da quelle provincie, quanto dire d’Italia;[147]e si tiene accanto Carlo Cattaneo, repubblicano e federalista insieme, che frugandogli continuo nella ferita di Nizza, empiendogli l’animo di sospetti contro il Piemonte, il suo Re e il suo Ministro,divideva davvero volendolo, ed era il più pericoloso di quanti Consiglieri l’attorniavano allora.

Il 5 ottobre, infine, insedia nella Prodittatura il Pallavicino stesso, dell’annessione schietta ed immediata fautore aperto e deliberato, e permette che, a Palermo, l’altro suo prodittatore Mordini, bandisca nel giorno stesso i Comizi per l’elezione dell’Assemblea siciliana, che dovrà stabilire il tempo e le condizioni del plebiscito.[148]

Non fu quello il miglior periodo del governo di Garibaldi, nè manco il più lieto della sua vita. Egli non anelava che al bene della patria sua; ma l’occhio debole ed inesperto non ne travedeva che un barlume nel cielo procelloso di quei giorni, e spesso scambiava il fosco balenar delle nubi per la luce da lui desiderata. Una così fatta condizione di cose non poteva, senza manifesto pericolo della patria, più a lungo durare, e il Pallavicino tolse su di sè la responsabilità e l’onore di farla cessare. L’8 ottobre, posto in mora per l’ultima volta Garibaldi a decretare il plebiscito, e udito, o creduto di udire da lui una risposta favorevole,[149]propone e fa approvare al Consiglio de’ Ministri il decreto che convoca pel 22 il popolo delle provincie meridionali ad accettare o respingere il seguente plebiscito: «Il popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e suoi legittimi discendenti,» e si prepara a promulgarlo.

Grande, naturalmente, la meraviglia in Garibaldi,che non aveva mai creduto di autorizzare siffatto decreto; grandissimo lo sdegno in tutti gli antiannessionisti, i quali, stimandosi giuocati dal novello Prodittatore, si prepararono a prendere la rivincita. Indotto il Dittatore a convocare presso di sè, a Caserta, per l’11 ottobre i principali d’ambe le parti, e intervenuti per l’una col Pallavicino il Caranti suo segretario ed il ministro Conforti, per l’altra col Cattaneo il Crispi, il Mario, il Parisi, ministro dell’interno per la Sicilia, la discussione si fece tosto ardente e pugnace. «Garibaldi (scrive lo stesso signor Caranti[150]), Crispi, Cattaneo, il Ministro dell’interno della Sicilia, e, se non erro, Mario e qualche altro peroravano per l’assemblea, Pallavicino solo la combatteva. L’ora erasi fatta tarda assai; Pallavicino, convulso dallo sdegno e dal dolore, dichiarò che egli non voleva avere alcuna partecipazione a questo tradimento dell’unità nazionale, che era ben dolente di dover vedere che colui che con una mano aveva tanto operato in suo pro, coll’altra la atterrasse, che egli all’istante rassegnava i suoi poteri, e che il domani avrebbe abbandonato Napoli.»

Ma non appena le notizie della deplorevole scena corsero per la Capitale, ecco la città intera commoversi: le vie, quantunque alta la notte, affollarsi come per incanto d’un popolo imperioso; i pubblici ritrovi risuonar di dispute infiammate; un analizzare, un chiosare, un giudicare in varie guise le novelle del Consiglio di Caserta; ma altresì un concordare di tutti, della grandissima maggioranza almeno, in questa unica sentenza: la nuova risoluzione del Dittatore poter esprimere forse la volontà d’un partito, non certamentequella del popolo napoletano; questi invocar sempre l’annessione pronta e incondizionata; importare quindi alla dignità del popolo stesso, alla salute d’Italia intera che questo voto fosse al più presto, ma in modo perentorio e solenne manifestato.

«Infatti (aggiunge il citato scrittore[151]) il domani mattina pareva che per un incanto in Napoli fossevi stata una grande nevicata di Sì. Essi stavano affissi su tutte le porte, le finestre, le mura delle case, sulle vetture, sui cappelli degli uomini, sui loro abiti, sui vestiti delle donne, nelle vetrine dei negozi, nei poetici tempietti degli acquaiuoli. Ovunque vi foste rivolto, dappertutto avreste trovato un Sì, con cui quella nobile popolazione sanzionava il dogma dell’unità nazionale.»

Nè a questo si fermavano le dimostrazioni. La Guardia Nazionale, rimasta in quei frangenti l’unica tutrice dell’ordine, si accordava nello scrivere un indirizzo al Dittatore, in cui con figliale, ma schietta parola lo supplicava a non cimentare la sua gloria, disdicendo quel plebiscito che già era dal suo Prodittatore bandito: consimile indirizzo andava correndo fra i varii ordini de’ cittadini e coprendosi di migliaia di firme; turbe di popolo infine percorrevano la città, accampavano sulle piazze, assediavano il palazzo del Governo, alternando agli evviva per Vittorio Emanuele, Garibaldi e Pallavicino, grida di morte al Mazzini, al Cattaneo, a tutti gli antiannessionisti; profondamente turbando la pubblica quiete, minacciando gli eccessi a cui le folle scatenate sogliono giungere.

Nè possiamo in tutto aderire a quanto scrittori di parte antiannessionista vanno tuttora asserendo, chequelle manifestazioni non altro siano state che spettacoli allestiti dai loro medesimi avversari. Vi avranno, forse, messa una mano; ma non si suscita una città di mezzo milione per solo artificio di sètte o di cricche. Era quella palesemente la volontà di Napoli e del Reame intero, volontà determinata, nol negheremo, da molti e opposti motivi, ispirata così dell’amor puro d’Italia e dal desiderio onesto d’uscir dal provvisorio, come dall’impazienza servile di adorare il novello astro; così dallo schietto affetto alla Casa di Savoia, come dall’interessata speranza di una più lauta mèsse di stipendi e d’impieghi; ma volontà pur sempre chiara, ferma ed universale.

E però la situazione era gravissima. Garibaldi, chiamato in tutta fretta dal Türr, di recente eletto Comandante della provincia e città di Napoli, accorse alla Capitale e potè da sè medesimo accertarsene. Infatti, accompagnato egli pure da grande moltitudine, che applaudiva a lui ed al Pallavicino, ma gli intronava le orecchie degliabbassoe deimorteai fautori dell’Assemblea, ed empiva a lui stesso la carrozza diSì, fu costretto a farsi al balcone della Foresteria ad arringare il popolo tumultuante,[152]il quale però abbonacciatoben presto dal caro aspetto, dall’affascinante parola, e più forse dall’annunzio del non lontano arrivo del Re, non tardò a quietarsi e disperdersi.

Ma l’impressione prodotta in Garibaldi da quella solenne manifestazione fu profonda. Decise perciò di riconvocare pel giorno medesimo (13 ottobre) i suoi Ministri e Consiglieri, e si recò egli stesso alla Foresteria per invitare il Pallavicino ad esser parte dell’adunanza. Questa doveva aver luogo al Palazzo d’Angri, dove il Dittatore soleva prendere stanza. Erano presenti, oltre a lui, il Prodittatore, i ministri Conforti e Crispi, Aurelio Saliceti, Carlo Cattaneo, Francesco De Luca. Il Generale cominciò, chiedendo che tra i due opposti partiti dell’Assemblea e del Plebiscito si cercasse un mezzo di conciliazione. Il Pallavicino e il Conforti risposero che non sapevano vederne alcuno, e propugnavano novamente con caldo accento la necessità del plebiscito schietto ed immediato. Il Cattaneo, a sua volta, ribattè combattendo per la sua teoria dell’assemblea. Il Conforti replicò di nuovo; il Saliceti introdusse una sua proposta, per la quale Garibaldi doveva proclamare per decreto la sovranità nazionale di Vittorio Emanuele, salvo a farla sancire da un plebiscito e regolare da un Parlamento: altri diceva altre cose; talchè la discussione facendosi sempre più aspra econfusa, il Pallavicino stanco di quel lungo ed affannoso dibattere erasi già alzato dicendo: «Vedo che io sono inutile qui, permettetemi che io mi ritiri,» quando il generale Türr, che era stato incaricato di presentare al Dittatore i voti della Guardia Nazionale e della cittadinanza, testè citati, e che era giunto poco dianzi alla riunione, si rivolse al Dittatore e gli disse: «Prima che prendiate una decisione, dalla quale può dipendere la sorte d’Italia, vi prego di esaminare il desiderio della popolazione di Napoli;» e gli sciorinò sotto gli occhi gli indirizzi che aveva portati seco.

Il Dittatore li lesse, vide le numerosissime firme onde erano segnati, stette un istante profondamente concentrato, poi, ripresa quella serenità che gli era consueta nei momenti delle solenni risoluzioni: «Non voglio assemblea, esclamò, si faccia l’Italia.... E voi, caro Giorgio (riprese, volgendosi al Pallavicino), voi non siete inutile qui; e vi prego di rimanere al vostro posto e cercate di meritarvi anche d’ora innanzi la stima della popolazione di Napoli.[153]»

L’annessione era deliberata. Non diremo col signor Caranti «che il Leone avesse trionfato delle Volpi,» poichè a nessuno di quanti in que’ giorni lo consigliavano s’addice la volgare similitudine; ma il Leone aveva trionfato certamente di sè stesso, de’ suoi ricordi di Nizza, de’ suoi rancori contro il Cavour, delle sfide del Farini, delle impertinenze del Fanti, della sua medesima ignoranza, illuminando colla fiamma del cuore le tenebre involontarie della mente, e dal solo amore alla patria traendo le ispirazioni al più sapiente atto politico della sua vita.

E, cosa singolare in quest’uomo singolarissimo, nel giorno stesso[154]ch’egli deponeva la Dittatura d’un regno, e i Napoletani tentavano una grossa sortita da Capua che poteva mettere un’altra volta in serio cimento le sue linee, e s’impegnava sotto i suoi occhi una battaglia, egli, il Capitano di ventura, il filibustiere, l’uomo del sangue, dalle alture di Sant’Angelo, al rombo del cannone, al fragore della mischia, dettava un Manifesto, oMemorandumche vogliasi dire, in cui predicava, colla fede d’un Apostolo e l’accento d’un Vate, la Confederazione europea, la fratellanza dei popoli, la fine della guerra, il disarmo universale delle nazioni, conchiudendo con queste parole degne dello spirito di Gentile e dell’eloquenza di Canning:

«Memorandum alle Potenze d’Europa.»È alla portata di tutte le intelligenze, che l’Europa è ben lungi di trovarsi in uno stato normale e convenevole alle sue popolazioni.»La Francia, che occupa senza contrasto il primo posto fra le Potenze europee, mantiene sotto le armi seicentomila soldati, una delle prime flotte del mondo, ed una quantità immensa d’impiegati per la sua sicurezza interna.»L’Inghilterra non ha il medesimo numero di soldati; ma una flotta superiore e forse un numero maggiore d’impiegati per la sicurezza de’ suoi possedimenti lontani.»La Russia e la Prussia, per mantenersi in equilibrio, hanno bisogno pure di assoldare eserciti immensi.»Gli Stati secondari, non foss’altro che per ispirito di imitazione, e per far atto di presenza, sono obbligati di tenersi proporzionalmente sullo stesso piede.»Non parlerò dell’Austria e dell’Impero ottomano, dannati per il bene degli sventurati popoli che opprimono a crollare.»Uno può alfine chiedersi: perchè questo stato agitato e dell’Europa? Tutti parlano di civiltà e di progresso?... a me sembra invece che, eccettuandone il lusso, non differiam molto dai tempi primitivi, quando gli uomini si sbranavano fra loro per strapparsi una preda. Noi passiamo la nostra vita a minacciarci continuamente e reciprocamente, mentre che in Europa la grande maggioranza non solo dell’intelligenza, ma degli uomini di buon senso, comprende perfettamente che potremmo pur passare la povera nostra vita senza questo perpetuo stato di minaccia e di ostilità degli uni contro gli altri, e senza questa necessità che sembra fatalmente imposta ai popoli da qualche nemico segreto ed invisibile dell’umanità, di ucciderci con tanta scienza e raffinatezza.»Per esempio, supponiamo una cosa:»Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato.»Chi mai penserebbe a disturbarla in casa sua, chi mal si avviserebbe, io ve lo domando, turbare il riposo di questa sovrana del mondo?»Ed in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte, e gl’immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni ed alla miseria dei popoli per essere prodigati in servizio di sterminio, sarebbero convertiti invece a vantaggio del popoloin uno sviluppo colossale dell’industria, del miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici, e nell’erezione delle scuole che tornerebbero alla miseria ed alla ignoranza tante povere creature che in tutti i paesi del mondo, qualunque sia il loro grado di civiltà, sono condannate dall’egoismo del calcolo e dalla cattiva amministrazione delle classi privilegiate e potenti all’abbrutimento, alla prostituzione dell’anima o della materia.»Ebbene! l’attuazione delle riforme sociali che accenno, appena dipende soltanto da una potente e generosa iniziativa. Quando mai presentò l’Europa più grandi probabilità di riuscita per questi benefizi umanitari?»Esaminiamo la situazione: Alessandro II in Russia proclama l’emancipazione dei servi;»Vittorio Emanuele in Italia getta il suo scettro sul campo di battaglia, ed espone la sua persona per la rigenerazione di una nobile razza e di una grande nazione;»In Inghilterra una Regina virtuosa ed una nazione generosa e savia che si associa con entusiasmo alla causa delle nazionalità oppresse;»La Francia finalmente, per la massa della sua popolazione concentrata, per il valore dei suoi soldati e per il prestigio recente del più brillante periodo della sua storia militare, chiamato ad arbitra dell’Europa.»A chi l’iniziativa di questa grand’opera?»Al paese che marcia in avanguardia della rivoluzione! L’idea di una Confederazione europea che fosse posta innanzi dal capo dell’Impero francese, e che spargerebbe la sicurezza e la felicità del mondo, non vale essa meglio di tutte le combinazioni politiche che rendono febbrile e tormentano ogni giorno questo povero popolo?»Al pensiero dell’atroce distruzione che un solo combattimento, tra le grandi flotte delle Potenze occidentali, porterebbe seco, colui che si avvisasse di darne l’ordine dorrebbe rabbrividire di terrore, e probabilmente non vi sarà mai un uomo così vilmente ardito per assumere la spaventevole responsabilità.»La rivalità che ha sussistito tra la Francia e l’Inghilterra dal XIV secolo fino ai nostri dì esiste ancora; ma oggi, noi lo contrastiamo a gloria del progresso umano, essa è infinitamente meno intensa, di modo che una transazione tra le due più grandi nazioni dell’Europa, transazione che avrebbe per iscopo il bene dell’umanità, non può più essere posta tra i sogni e le utopíe degli uomini di cuore.»Dunque la base di una Confederazione europea è naturalmente tracciata dalla Francia e dall’Inghilterra. Che la Francia e l’Inghilterra si stendano francamente, lealmente la mano, e l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Ungheria, il Belgio, la Svizzera, la Grecia, la Romelia verranno esse pure, e per così dire, istintivamente, ad aggrupparsi intorno a loro.»Insomma tutte le nazionalità divise ed oppresse, le razze slave, celtiche, germaniche, scandinave, la gigantesca Russia compresa, non vorranno restar fuori di questa rigenerazione politica, alla quale le chiama il genio dei secolo.»Io so bene che una obbiezione si affaccia naturalmente in opposizione al progetto che precede.»Che cosa fare di questa innumerevole massa d’uomini impiegati ora nelle armate e nella marina militare?»La risposta è facile:»Nel medesimo tempo che sarebbero licenziate queste masse, saremmo sbarazzati delle istituzioni gravose e nocive, e lo spirito dei sovrani non più preoccupato dall’ambizione, dalle conquiste, dalla guerra, dalla distruzione, sarebbe rivolto invece alla creazione di istituzioni utili, e discenderebbe dallo studio delle generalità a quello delle famiglie ed anche degl’individui.»D’altronde coll’accrescimento dell’industria, con la sicurezza del commercio, la marina mercantile reclamerà dalla marina militare sul momento tutta la parte attiva di essa; e la quantità incalcolabile di lavori creati dalla pace, dall’associazione, dalla sicurezza, ingoierebbe tutta questa popolazione armata, fosse anche il doppio di quello che è oggi.»La guerra non essendo quasi più possibile, gli eserciti diverrebbero inutili. Ma quello che non sarebbe inutile è di mantenere il popolo nelle sue abitudini guerriere e generose,per mezzo di milizie nazionali, le quali sarebbero pronte a reprimere i disordini e qualunque ambizione tentasse infrangere il patto europeo.»Desidero ardentemente che le mie parole pervengano a conoscenza di coloro, a cui Dio confidò la santa missione di fare il bene, ed essi lo faranno certamente, preferendo ad una grandezza falsa ed effimera la vera grandezza, quella che ha la sua base nell’amore e nella riconoscenza dei popoli.»

«Memorandum alle Potenze d’Europa.

»È alla portata di tutte le intelligenze, che l’Europa è ben lungi di trovarsi in uno stato normale e convenevole alle sue popolazioni.

»La Francia, che occupa senza contrasto il primo posto fra le Potenze europee, mantiene sotto le armi seicentomila soldati, una delle prime flotte del mondo, ed una quantità immensa d’impiegati per la sua sicurezza interna.

»L’Inghilterra non ha il medesimo numero di soldati; ma una flotta superiore e forse un numero maggiore d’impiegati per la sicurezza de’ suoi possedimenti lontani.

»La Russia e la Prussia, per mantenersi in equilibrio, hanno bisogno pure di assoldare eserciti immensi.

»Gli Stati secondari, non foss’altro che per ispirito di imitazione, e per far atto di presenza, sono obbligati di tenersi proporzionalmente sullo stesso piede.

»Non parlerò dell’Austria e dell’Impero ottomano, dannati per il bene degli sventurati popoli che opprimono a crollare.

»Uno può alfine chiedersi: perchè questo stato agitato e dell’Europa? Tutti parlano di civiltà e di progresso?... a me sembra invece che, eccettuandone il lusso, non differiam molto dai tempi primitivi, quando gli uomini si sbranavano fra loro per strapparsi una preda. Noi passiamo la nostra vita a minacciarci continuamente e reciprocamente, mentre che in Europa la grande maggioranza non solo dell’intelligenza, ma degli uomini di buon senso, comprende perfettamente che potremmo pur passare la povera nostra vita senza questo perpetuo stato di minaccia e di ostilità degli uni contro gli altri, e senza questa necessità che sembra fatalmente imposta ai popoli da qualche nemico segreto ed invisibile dell’umanità, di ucciderci con tanta scienza e raffinatezza.

»Per esempio, supponiamo una cosa:

»Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato.

»Chi mai penserebbe a disturbarla in casa sua, chi mal si avviserebbe, io ve lo domando, turbare il riposo di questa sovrana del mondo?

»Ed in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte, e gl’immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni ed alla miseria dei popoli per essere prodigati in servizio di sterminio, sarebbero convertiti invece a vantaggio del popoloin uno sviluppo colossale dell’industria, del miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici, e nell’erezione delle scuole che tornerebbero alla miseria ed alla ignoranza tante povere creature che in tutti i paesi del mondo, qualunque sia il loro grado di civiltà, sono condannate dall’egoismo del calcolo e dalla cattiva amministrazione delle classi privilegiate e potenti all’abbrutimento, alla prostituzione dell’anima o della materia.

»Ebbene! l’attuazione delle riforme sociali che accenno, appena dipende soltanto da una potente e generosa iniziativa. Quando mai presentò l’Europa più grandi probabilità di riuscita per questi benefizi umanitari?

»Esaminiamo la situazione: Alessandro II in Russia proclama l’emancipazione dei servi;

»Vittorio Emanuele in Italia getta il suo scettro sul campo di battaglia, ed espone la sua persona per la rigenerazione di una nobile razza e di una grande nazione;

»In Inghilterra una Regina virtuosa ed una nazione generosa e savia che si associa con entusiasmo alla causa delle nazionalità oppresse;

»La Francia finalmente, per la massa della sua popolazione concentrata, per il valore dei suoi soldati e per il prestigio recente del più brillante periodo della sua storia militare, chiamato ad arbitra dell’Europa.

»A chi l’iniziativa di questa grand’opera?

»Al paese che marcia in avanguardia della rivoluzione! L’idea di una Confederazione europea che fosse posta innanzi dal capo dell’Impero francese, e che spargerebbe la sicurezza e la felicità del mondo, non vale essa meglio di tutte le combinazioni politiche che rendono febbrile e tormentano ogni giorno questo povero popolo?

»Al pensiero dell’atroce distruzione che un solo combattimento, tra le grandi flotte delle Potenze occidentali, porterebbe seco, colui che si avvisasse di darne l’ordine dorrebbe rabbrividire di terrore, e probabilmente non vi sarà mai un uomo così vilmente ardito per assumere la spaventevole responsabilità.

»La rivalità che ha sussistito tra la Francia e l’Inghilterra dal XIV secolo fino ai nostri dì esiste ancora; ma oggi, noi lo contrastiamo a gloria del progresso umano, essa è infinitamente meno intensa, di modo che una transazione tra le due più grandi nazioni dell’Europa, transazione che avrebbe per iscopo il bene dell’umanità, non può più essere posta tra i sogni e le utopíe degli uomini di cuore.

»Dunque la base di una Confederazione europea è naturalmente tracciata dalla Francia e dall’Inghilterra. Che la Francia e l’Inghilterra si stendano francamente, lealmente la mano, e l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Ungheria, il Belgio, la Svizzera, la Grecia, la Romelia verranno esse pure, e per così dire, istintivamente, ad aggrupparsi intorno a loro.

»Insomma tutte le nazionalità divise ed oppresse, le razze slave, celtiche, germaniche, scandinave, la gigantesca Russia compresa, non vorranno restar fuori di questa rigenerazione politica, alla quale le chiama il genio dei secolo.

»Io so bene che una obbiezione si affaccia naturalmente in opposizione al progetto che precede.

»Che cosa fare di questa innumerevole massa d’uomini impiegati ora nelle armate e nella marina militare?

»La risposta è facile:

»Nel medesimo tempo che sarebbero licenziate queste masse, saremmo sbarazzati delle istituzioni gravose e nocive, e lo spirito dei sovrani non più preoccupato dall’ambizione, dalle conquiste, dalla guerra, dalla distruzione, sarebbe rivolto invece alla creazione di istituzioni utili, e discenderebbe dallo studio delle generalità a quello delle famiglie ed anche degl’individui.

»D’altronde coll’accrescimento dell’industria, con la sicurezza del commercio, la marina mercantile reclamerà dalla marina militare sul momento tutta la parte attiva di essa; e la quantità incalcolabile di lavori creati dalla pace, dall’associazione, dalla sicurezza, ingoierebbe tutta questa popolazione armata, fosse anche il doppio di quello che è oggi.

»La guerra non essendo quasi più possibile, gli eserciti diverrebbero inutili. Ma quello che non sarebbe inutile è di mantenere il popolo nelle sue abitudini guerriere e generose,per mezzo di milizie nazionali, le quali sarebbero pronte a reprimere i disordini e qualunque ambizione tentasse infrangere il patto europeo.

»Desidero ardentemente che le mie parole pervengano a conoscenza di coloro, a cui Dio confidò la santa missione di fare il bene, ed essi lo faranno certamente, preferendo ad una grandezza falsa ed effimera la vera grandezza, quella che ha la sua base nell’amore e nella riconoscenza dei popoli.»

Il 21 finalmente il plebiscito[155]era votato, così al di qua che al di là dello Stretto. La formola: «Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile sotto lo scettro di Casa Savoia,» era assai più comprensiva della semplice annessione al Piemonte, ma forse ne esagerarono la portata coloro che videro in esso il vincolo della Monarchia, la garanzia dell’Unità, il pegno di Roma. L’unità d’Italia era già nel fatto dell’unione di ventiduemilioni d’italiani; il vincolo della Monarchia stava nella storia d’una Casa, che da vent’anni aveva confuse le sue sorti a quelle dell’intera nazione; il pegno stava nell’evoluzione naturale del risorgimento italiano, e il Cavour stesso, molto prima che il plebiscito fosse bandito, lo dava al Parlamento nelle solenni parole: «Noi vogliamo fare di Roma la splendida capitale del Regno d’Italia.»

Col plebiscito e l’entrata di Vittorio Emanuele nel Regno l’opera di Garibaldi e della rivoluzione nel Mezzogiorno poteva dirsi finita. Pure, nè il Dittatore nè il suo Prodittatore lo credevano: il Pallavicino s’affaticava a profittare di quegli ultimi istanti per riordinare e migliorare l’amministrazione della cosa pubblica, quasi direbbesi, per rassettare la casa che doveva consegnare a’ novelli signori; Garibaldi sentivasi obbligato a qualcosa più che montar la guardia al Volturno; egli lusingavasi davvero di poter dare una mano non invalida a quelli che, non per una blandizia rettorica, egli chiamava «i fratelli del Settentrione;» e non nascondeva ad alcuno la nobile ambizione di combattere sul medesimo campo di battaglia al loro fianco. Quando infatti per la vittoria del Cialdini al Macerone (21 ottobre),[156]Francesco II decise di abbandonareCaiazzo e la destra del Volturno, e serbando la sola Capua di ritirarsi prima verso, poi dietro il Garigliano, Garibaldi, passato il fiume a Formicola, con circa cinquemila[157]uomini, commesso alla divisione Medici di difendere da una eventuale sortita di Capua la sua marcia di fianco, s’incamminò per la strada di Venafro sulle traccie de’ Borbonici. Da Venafro, all’incontro, scendevano le avanguardie dell’esercito settentrionale, e il 26 ottobre a Caianello, poco lungi da Teano, le due schiere s’incontrarono.[158]«Erano le 6 del mattino (scrive Alberto Mario, testimonio all’episodio); Garibaldi e noi del suo seguito eravamo già discesi da cavallo. Garibaldi vestiva l’abito leggendario, e a cagione dell’umidità erasi coperto il capo e le orecchie col fazzoletto di seta annodato sotto il mento. Di lì a poco le musiche intuonando laMarcia realeannunciarono il Re, il quale arrivò sopra un cavallo arabo stornello. Garibaldi andò incontro a lui, ed egli venne verso Garibaldi fra la strada e la stradella. Garibaldi, cavatosi il cappellino, gridò:Salute al Re d’Italia, e il Re rispose: — Grazie. — Il Re soggiunse: — Come state, caro Garibaldi? — E Garibaldi fece: — Bene, e Vostra Maestà? — E il Re: — Benone. — Indi stettero a colloquio in presenza nostra un quarto d’ora. Dopo di che si partì per Teano. Il Re a destra, a sinistra Garibaldi, e, dietro, il seguito dell’uno e dell’altro alla rinfusa.[159]»

E fu allora che Garibaldi, sentendo che una battagliaal Garigliano era imminente, chiese al Re l’onore del primo scontro. Ma il Re: «Voi vi battete da lungo tempo: tocca a me adesso; le vostre truppe sono stanche, le mie fresche; ponetevi alla riserva.»

Il bel sogno di Garibaldi di affratellare sullo stesso campo le camicie rosse e i cappotti grigi era ito in dileguo. Reduce la sera stessa da Calvi, disse mestamente alla signora White Mario: «Ci hanno messi alla coda;» e la frase scolpiva un’intera politica. Per metterlo alla coda era stata deliberata la spedizione dello Stato ecclesiastico, e per metterlo alla coda arrischiata l’entrata nel Regno; poteva forse parere crudele che subito, al primo incontro, Vittorio Emanuele glielo rammentasse; ma era logico. Garibaldi aveva vinto troppo: bisognava che la partita di quell’indiscreto donatore di regni fosse chiusa; bisognava dimostrare che si poteva vincere senza di lui, dovesse la vittoria costare a cento doppi più cara;[160]bisognava, e qui intendiamo l’altezza del concetto, che il futuro Re d’Italia potesse presentarsi a’ suoi nuovi popoli, non già nelle umili sembianze d’un sovranello protetto e patteggiato, ma di un vero Re soldato e conquistatore.

Garibaldi aveva finito davvero. Arrivata sul Volturno la divisione del generale Della Rocca e stabilitodi serrar Capua con regolare assedio e di espugnarla con bombardamenti, Garibaldi, o perchè gli ripugnasse di cannoneggiare una città italiana, o perchè stimasse la parte sua oramai accessoria e quasi superflua, lascia il comando de’ suoi, ancora campeggianti intorno a Capua, al Generale sardo, e si ritira a Napoli. Di là il 29, quasi segno di commiato, scrive al Re un’affettuosa lettera, nella quale, dopo «rimesso in sua mano il potere sopra dieci milioni d’Italiani bisognosi d’un regime riparatore,» lo assicurava che in quelle contrade avrebbe trovato un popolo civile, amico dell’ordine, quanto desideroso della libertà, pronto ad ogni sacrificio, se richiesto nell’interesse della patria e di un governo nazionale; affermava che l’Isola di Sicilia, malgrado le difficoltà suscitatevi da gente venuta di fuori, ebbe ordini civili e politici pari a quelli dell’Italia superiore, e godeva tranquillità senza esempio. Supplicava infine «mettesse sotto la sua tutela tutti coloro che egli aveva avuti a collaboratori in quella grande opera di affrancamento dell’Italia meridionale, e accogliesse nel regio esercito i suoi commilitoni che bene avevano meritato della patria.[161]»

E così gli ultimi giorni della sua Dittatura si avvicinavano. Il 31 ottobre consegnava solennemente alla Legione ungherese una bandiera ricamata per essa dalle signore napoletane; il 2 novembre Capua segnava la resa; il 4 faceva aiMillela solenne distribuzione delle medaglie loro decretate dal Comune di Palermo; il 6 passava in rassegna sulla piazza di Caserta il suo stracciato, ma glorioso esercito, dopo aver atteso invano che il Re venisse ad onorare d’un suo sguardo i prodi che da Marsala a Sant’Angeloavevano combattuto in suo nome.[162]Al dì vegnente, 7 novembre, giorno prefisso al solenne ingresso di Vittorio Emanuele in Napoli, lo accompagnava in carrozza, seduto alla sua sinistra, nella consueta sua assisa, dirimpetto i due Prodittatori, sotto una proterva pioggia che sciupava gli archi, dilavava i parati e infracidiva i fiori, ma non poteva intiepidire l’immenso entusiasmo dei Napoletani, ebbri di quel giorno tanto aspettato. E fu l’ultima comparsa pubblica del Dittatore. Gli furono offerti il collare dell’Annunziata, il grado di Maresciallo, altri onori e stipendi: rifiutò ogni cosa. L’8 di novembre consegnò a Vittorio Emanuele, nella gran Sala del trono, il plebiscito delle Due Sicilie; poscia, diretto a’ suoi compagni d’armi un ultimo belligero addio,[163]in sull’alba del 9, tacitamente,clandestinamente, quasi un fuggitivo, seguíto dal Basso, dal Gusmaroli, dal Coltelletti, dal Nuvolari e da qualche altro famigliare, s’imbarcò sulWashingtonalla volta della sua Caprera.

Le ultime parole da lui dette ai pochi che l’avevano scortato a bordo, furono quelle del suo addio ai Volontari: «A rivederci a Roma.» Quando tutto fu lesto alla partenza, sciolse egli stesso la fune del bastimento, quasi volesse simboleggiare che scioglieva così le ritorte del potere, nel quale era stato fino allora avvinto e ricuperava la sua libertà. L’eroe però non partiva a mani vuote: Basso, il segretario, nascondeva nelle sue valigie alcune centinaia di lire, ed egli stesso aveva fatto imbarcare sulWashington, spoglie opime della conquista, un sacco di legumi, un altro di sementi e un rotolo di merluzzo secco!

IlGiornale Ufficiale di Napoliostentò per tre giorni di ignorare la sua partenza; il Farini nell’annunciare la sua Luogotenenza ai Napoletani si scordò di nominarlo; altrettale cortesia fu suggerita al Re nel suo bando ai Palermitani, talchè fra il Liberatore che trionfa da Marsala al Volturno e il Dittatore che parte povero, oscuro e insalutato da Napoli, resterà dubbio nella storia quale sia il più grande.


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