GARIBALDI.Capitolo Ottavo.DA MARSALA AL FARO.[1860.]
GARIBALDI.
Il 20 gennaio 1860 il conte di Cavour riafferrava il governo, e l’Italia risentiva tosto la mano del nuovo timoniere. Non conviene tuttavia piaggiar nessuno, nemmeno il genio fortunato. Fra la situazione politica trovata dal gran Ministro al cominciar del nuovo anno e quella da lui lasciata a’ suoi successori correva per l’appunto la stessa differenza che tra una nave in alto mare, sbattuta dalla tempesta, e una nave, lottante bensì cogli ultimi colpi della traversía, ma già in vista della terra e prossima a toccare il porto. Dell’eredità di Villafranca al Ministero La Marmora-Rattazzi toccarono tutti i rischi e tutti i fastidi; al conte di Cavour tutti i frutti e tutti i trionfi. Ad essi, se fosse lecito dire, la parte penosa ed oscura della liquidazione; a lui l’attuosa e brillante dell’accettazione. Sia giusta la storia: se il conte di Cavour fosse stato al potere dal luglio al dicembre 1859, non avrebbe potuto comportarsi diversamente dai suoi eredi; e gli sarebbe stato giuocoforza o temporeggiare e barcamenarsi com’essi; o volendo osar troppo, porreogni cosa a repentaglio. Il Ministero La Marmora-Rattazzi non compì grandi cose; ma, come suol dirsi di certi medici, aiutò la natura ad operare: diede cioè tempo ed agio all’Italia d’aspettare che tutto quel cumulo di difficoltà, d’ostacoli, di triboli che facevan barriera d’ogni dove al nostro cammino, si assottigliasse e s’indebolisse da sè, per sola forza delle cose, sì che non restasse più che scavalcarlo con un passo, o rovesciarlo con una spinta.
E così infatti era accaduto. L’annessione dell’Italia centrale al Regno sardo era, se non consacrata nella forma, compiuta nella sostanza; la chimera napoleonica d’una federazione austro-italiana presieduta dal Papa già ita in dileguo; tutti i progetti di congressi, di conferenze, di vicariati, di regni autonomi svaporati; tutte le promesse di restaurazioni, papali, ducali, granducali, scritte ne’ capitolari di Villafranca, cassate dalla manifesta volontà degl’Italiani, e ridotte lettera morta. Napoleone III, dopo cinque mesi di politica ambidestra, una pubblica e avversa, una segreta e propizia all’Italia, liberatosi dal reazionario Walewsky, dettato o ispirato l’opuscolo:Il Papa e il Congresso,[1]si chiariva di giorno in giorno più favorevole alle nostre sorti; mentre l’Inghilterra, subentrati iWhigsaiTorys, dichiarava apertamente la sua simpatia per la causa italiana, s’associava al Napoleonide nell’idea del non intervento armato, e ne faceva uno de’ cardini della sua politica nella Penisola. L’Austria sola continuava naturalmente ad atteggiarsi o stile e minacciosa; ma tanto la Prussia, quanto la Russia, sebbene diffidenti della rivoluzione e gelose del diritto divino, non sapevano risolversia far causa comune l’una colla prepotente rivale, l’altra colla fedifraga ed ingrata alleata, e chiaramente lasciavano intendere che non avrebbero mai tratta la spada per lei: unica cosa che importasse. E intanto il savio contegno dell’Italia centrale continuava a far l’ammirazione di tutti i popoli civili; forzando i suoi stessi avversari a parlare con rispetto d’una rivoluzione che procedeva con sì pacata e ordinata costanza, ed a discuter seriamente di quel nuovo diritto fondato sulla volontà popolare e sui caratteri indelebili delle nazioni, che la vecchia Diplomazia non voleva ancora riconoscere, ma che avrà sconvolto, prima che il secolo finisca, tutta l’Europa.
A tale essendo le cose, restava solo che una mano vigorosa desse l’ultimo colpo; e il Cavour ricomparve nell’arena. Salito appena al potere, annunciò ai Gabinetti d’Europa che oramai era impossibile una più lunga aspettativa; che le popolazioni italiane, dopo avere atteso lungamente indarno che le Potenze d’Europa mettessero ordine a’ loro affari, avevan diritto di passar oltre, e che «il solo scioglimento pratico consisteva nell’ammissione legale dell’annessione, già stabilita in fatto, dell’Emilia, come della Toscana.[2]»
Chi però vedesse in queste ardite dichiarazioni l’atto irriflessivo d’un giuocatore disperato che rischia l’ultima sua posta, s’ingannerebbe a partito. Il conte di Cavour aveva già calcolato tutte le sorti del giuoco, ed era certo oramai che la partita decisiva sarebbe stata per lui. Che l’Austria strepitasse o la Germania e la Russia tenessero il broncio, poco gli caleva. Sapeva d’aver seco, più che queste non volessero confessare,Francia e Inghilterra; sapeva meglio ancora d’aver per sè il diritto, il fatto, l’opinione civile, e ciò gli bastava. Non andò guari infatti che l’Inghilterra inviava ai Gabinetti delle maggiori Potenze queste quattro proposte: non intervento armato; diritto ai popoli dell’Italia centrale di decidere, con un nuovo voto de’ lor Parlamenti, circa i loro destini; garantita la sovranità papale, ma sgombra Roma dai Francesi; soltanto la questione di Venezia taciuta e messa in disparte. Rispose sdegnosamente l’Austria; non piegarono tosto le Corti nordiche; ondeggiò ancora per poco lo stesso Napoleone, tentando introdurre nelle proposte inglesi altre condizioni: ma poichè egli consentiva nella massima fondamentale del non intervento, e richiedeva solo che al voto de’ Parlamenti si sostituisse il suffragio universale; il conte di Cavour, vinte o deluse tutte le nuove eccezioni, lo prese in parola, e mandata copia delle proposte inglesi, così come le aveva modificate l’Imperatore, ai Governi della Toscana e dell’Emilia, li invitò senza più a pronunciarsi. Era quanto dir loro (se già non era stato detto in privato): procedete subito ai plebisciti e confermate le annessioni; e va da sè che nessun invito poteva riuscire più aspettato e più gradito. Così tre giorni dopo l’ultima Nota francese, mentre ancora i potentati erano affaccendati a librare, analizzare, stillare le famose quattro proposte, l’Emilia e la Toscana votavano per voto universale la loro unione alla Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele; e la rivincita di Villafranca era presa.
Se non che nessuna gioia senz’amarezza; l’imperatore Napoleone metteva alle annessioni dell’Italiacentrale un prezzo; quel medesimo ch’egli aveva prima richiesto per la cacciata degli Austriaci: Savoia e Nizza. Nè era da pretendersi che l’opera sua fosse tutta gratuita. Nemmeno la Francia era lagran nazioneche potesse far la guerra soltantoper un’idea. Ciò si scrive volentieri nell’ebbrezza del trionfo, sui proclami; ma rare volte si ratifica co’ fatti. Quand’anche Napoleone l’avesse voluto, non era in di lui balía chiedere il sangue della nazione ond’era capo, per una guerra non sua, senza procacciarle almeno un compenso rimuneratore dei rischi corsi e dei sacrifici patiti. Oltre di che la cessione della Savoia e di Nizza era la conseguenza, per dirla collo stesso conte di Cavour, «della politica che ci aveva portati a Milano, a Bologna, a Firenze;» ed era certamente un’applicazione di que’ medesimi principii di volontà nazionale e di voto popolare che noi stessi avevamo invocati siccome fondamento giuridico alla nostra rivoluzione, e sul quale dovrà consistere l’intero edificio d’Italia.
Piuttosto era ad esaminarsi se tutto quel compenso era dovuto; se di quel tanto sacrificio richiesto all’Italia, una parte almeno non poteva esser risparmiata. Per la Savoia nessun dubbio: poteva essere doloroso abbandonare que’ monti, antemurale di nostra casa e cuna de’ nostri Re; ma proclamato il diritto delle nazioni, diveniva necessario e doveroso. Per Nizza, invece, il discorso mutava: ivi tutto era Italia; e la miscèla di idiomi, propria a tutte le regioni confinanti, non bastava a cancellarne i grandi e solenni caratteri scritti dalla storia, dalla natura e da Dio.
Però che l’imperiale alleato chiedesse con pari durezza le due spoglie, nessuno contende; rimane solo a chiarirsi se l’una non poteva essere più validamente e più tenacemente contrastata dell’altra. Il conte diCavour, disse uno de’ suoi più valenti cooperatori,[3]aveva perduto di fronte all’ingrata questione la consueta sua serenità, e facilmente si crede; ma che abbia posto a risolverla tutto il nerbo dell’anima sua; ch’egli abbia tentato la salvezza di Nizza con quel medesimo sforzo di destrezza e di energia da lui adoperato a disfar Villafranca, e unificar mezza Italia, questo in nessun libro e in nessun documento è attestato: eppure questo sarebbe stato un serto di più alla sua gloria. Si direbbe che il gran Ministro, assorto nell’unico fine «di rendersi complice[4]» la Francia, non ne vedesse alcun altro. Tuttavia se al conte di Cavour fosse balenato il pensiero che quella complicità era per Napoleone ormai fatale, e che in ogni caso non avrebbe mai fatto guerra all’Italia per Nizza, come non gliela fece, nè la potè fare per Bologna e Firenze,[5]forse avrebbe risparmiato agl’Italiani quel gentile e caro brano di patria, e a sè sospetti, rancori, inimicizie, di cui tra non molto egli e la parte sua sentiranno, primi, le difficoltà ed i danni.
Oltre a ciò avevano offesi i modi. Nizza era inondata da emissari napoleonici; bandi pubblici firmati dai magistrati del Re, o tollerati o non abbastanzapuniti, apertamente propugnavano la dedizione alla Francia; nessun’arte di pressione e di broglio era risparmiata; la libertà del voto, unica scusa e salvaguardia di quel triste plebiscito, sfrontatamente conculcata.
Qual maraviglia pertanto che un soldato, un nizzardo, Giuseppe Garibaldi, infiammato d’amore per la terra nativa e d’odio per ogni signoria straniera; inasprito da quello spettacolo nauseabondo di frodi e di violenze, si levasse per il primo contro un Governo che, per usare il linguaggio suo, «mercanteggiava come armento la città sua;» e vedesse da quell’istante un nemico in colui che era stato a’ suoi occhi l’artefice e lo stromento principale del mercato?
Prima conseguenza della felice annessione era l’ampliamento e la rinnovazione del Parlamento. Lo stesso conte di Cavour aveva richieste le elezioni generali come precipua condizione al suo ritorno al Governo; e infatti dal 25 al 29 marzo i Collegi delle antiche e nuove province convenivano all’urne per eleggere i loro deputati.
E naturalmente tra gli eletti fu anche Garibaldi. Molti Collegi gli furono profferti, tra gli altri Brescia, Stradella, Varese; ma egli ringraziò tutti, dichiarando di non poter accettare che per Nizza «posta in pericolo di cadere nelle ugne del protettore padrone,[6]» eche a lui incombeva difendere. Nizza infatti lo elesse;[7]ond’egli appena conosciuto il voto lascia Caprera, corre nella sua città, vi raggruppa i suoi amici e devoti, tenta avvivare (e la sola sua presenza bastava) la fede nella patria antica; e illuso che il sentimento suo sia pur quello di tutti i suoi concittadini; ignaro che intorno a quel po’ di popolo schietto ed onesto, che si sentiva e voleva essere italiano, brulicava una plebe famelica, pronta al miglior offerente, e una borghesia ingorda, impaziente di subiti guadagni, che avrebbe venduto dieci patrie; parte per Torino accompagnato dal suo amico Robaudi, col proposito d’interpellare il Governo sulla sorte della sua città natale e di fare un ultimo sforzo per scongiurarne la perdita.
Del suo arrivo a Torino, delle commozioni provate dalla città, son pieni i giornali del tempo; ma in ciò nessuna maraviglia. Presentata col Robaudi la sua interpellanza fin dal 7 aprile, soltanto nella tornata del 12 fu ammesso a svolgerla. Era la prima volta che Garibaldi compariva nel Parlamento subalpino;grande quindi l’impazienza di conoscere l’oratore e di giudicare il politico; «generale, siccome dice il resoconto ufficiale, il movimento d’attenzione.»
Parlò calmo e breve; ma è dubbio se con parole e concetti tutti suoi.[8]Reclamò l’osservanza dell’articolo 5º dello Statuto, che pei trattati importanti cessione di provincie richiede la perentoria sanzione della Camera: rammentò la storia di Nizza datasi a Casa di Savoia nel 1391 a patto di non essere ceduta a straniera potenza: dichiarò ogni traffico di gente repugnante al diritto ed alla coscienza delle nazioni civili: denunziò sommariamente i fatti di pressione elettorale, sotto la quale era soffocata la libertà di voto de’ suoi concittadini: chiese infine che, sino all’approvazione del trattato, il voto di Nizza fosse sospeso.
Rispose il Cavour temperato e cortese; negando l’incostituzionalità, giustificando il trattato colla necessità politica e l’interesse d’Italia; attenuando, non smentendo, i fatti di pressione. La discussione s’avvivò. Per Nizza, in vario tenore, parlarono i nizzardi Laurenti-Robaudi e Bottero, sostenuti dal Mellana edal Mancini; per il trattato i ministri Farini e Mamiani e il deputato Pier Carlo Boggio; e la conclusione fu l’approvazione d’un ordine del giorno di questi, mercè il quale «espressa la fiducia che il Governo del Re provvederebbe efficacemente che le guarentigie costituzionali e la sincerità e libertà del voto nelle provincie di Savoia e Nizza sarebbero rispettate,» la Camera non chiedeva di più.
E di più forse, al punto cui eran le cose, non si poteva nè sperare nè conseguire; ma Garibaldi non era uomo d’intenderlo, e uscì da Palazzo Carignano coll’anima ribollente d’ira e d’amarezza; nauseato di quella politica barattiera, a senso suo, e codarda, e guardando da quell’istante il conte di Cavour collo stesso occhio, con cui si guarderebbe colui che vi ha strappato dal braccio vostra madre, e l’ha gettata al mercato.
Ma per ventura sua e d’Italia altri e ben più gravi avvenimenti eran già venuti a divertirlo da quei turbolenti pensieri, e ad aprire al vorticoso torrente della sua passione patriottica uno sfogo più degno e più vasto.
La rivoluzione italiana era proceduta a sembianza d’un corpo leggiero, che, in una grossa battaglia, un po’ trasportato dal suo ardore, un po’ sospinto dalle circostanze, marcia avanti, senza badare nè a destra nè a manca, occupa alla baionetta un’eccellente posizione; ma, giunto colà, si trova circuito da nemici, che di fronte, ai fianchi, alle spalle gli fanno siepe da ogni lato; sicchè non può più nè avanzare nè retrocedere. Dovunque l’Italia si rivolgesse, incontrava unabarriera di ferro che le sbarrava il cammino e la forzava a ristare. Ai fianchi, accampata sul Quadrilatero, l’Austria; di fronte, meglio che dalle spade mercenarie, difeso dalla sua ibrida natura, il Papato; dietro a lui, nemico imbelle, ma protetto dall’egida dei trattati, il Re di Napoli; dietro a tutti il vecchio diritto, le vecchie tradizioni, la vecchia Europa; caparbi avversari avvezzi a non piegare mai che alla forza ed ai fatti compiuti.
Ora come l’Italia potesse trovar da sè stessa la via d’uscir da siffatti frangenti, nessuno, nemmeno il genio del conte di Cavour, lo sapeva. Pertanto egli pure s’accontentava di stare alla specula degli eventi, e più che a muovere innanzi badava a temporeggiare con frutto e ad assodarsi sull’occupato terreno. Il concetto dell’unità italiana non s’era ancora affacciato alla sua mente, come cosa pratica ed effettuabile, e frattanto gli pareva saggio volgere le prime cure a due scopi più prossimi e conseguibili: rafforzare il nuovo Stato, ed apparecchiarsi a nuova guerra coll’Austria.[9]A questo intento però, oltre al lavorío diplomatico che continuava a condurre con mano infaticabile, reputava ottimo mezzo premere sul Re di Napoli, tentando attrarlo nell’orbita del moto italiano e associarlo alla politica del Piemonte pel conquisto dell’indipendenza nazionale. Ma nè il pusillo Francesco era uomo da seguirlo per cotali altezze, nè gli uomini che l’attorniavano, o inetti o codardi, da sospingervelo. A Napoli si credeva sempre alla rivincita legittimista e la si preparava. La Reggia borbonica eradivenuta il centro della gran congiura principesca, che doveva restaurare su tutti i troni rovesciati d’Italia il diritto divino. Si arruolavano mercenari; si concentrava l’esercito negli Abruzzi; si fantasticava un’occupazione delle Marche; si patteggiava che contemporaneamente il Papa invaderebbe le Romagne, e il Duca di Modena i Ducati; si aspettava ad ogni istante di veder l’Austria rivarcare il Mincio, e Germania e Russia calar dalle loro selve e dalle loro steppe alla crociata dell’oppressa legittimità. Quanto all’interno, si derideva ogni consiglio di riforme, si sfidava, o fingevasi, ogni minaccia di rivoluzione; e in ogni evento fidando sull’esercito devoto, sulla sbirraglia innumerevole, sulla magistratura servile, e più che tutto sull’Ajossa, dittatore della Polizia di Napoli, e sul Maniscalco, emulo suo a Palermo, si dormiva fra due guanciali.
A riscuoterli dal sopore squillò la campana della Gancia: la soluzione che indarno il conte di Cavour cercava; la soluzione che forse l’Italia avrebbe dovuto attendere dalla lenta opera del tempo, usciva a un tratto dal seno misterioso della rivoluzione, e un pugno di popolani, decisi di morire per la patria loro, recideva quel nodo, che nè la forza legale della nuova Monarchia, nè la destrezza politica del suo grande Ministro, sarebbe bastata a risolvere.
L’insurrezione siciliana non fu, come ben s’immagina, una eruzione vulcanica e subitanea. Astrazion fatta dall’odio per la tirannia borbonica, tre grandi cause n’avevano preparato e affrettato lo scoppio. L’indomita energia d’una falange di patriotti e di proscritti che da tutte le terre dell’Isola, da tutti gli angoli d’Europa soffiavano da anni nella fiamma el’alimentavano. L’apostolato infaticabile di Giuseppe Mazzini, che dal 1856 in poi aveva indirizzati al Sud tutti gli sforzi del partito d’azione da lui capitanato, e fatto del moto siciliano la leva suscitatrice dell’unità di tutta la Penisola. Infine, e con maggior efficacia per fermo, gli avvenimenti dell’Italia superiore e centrale, i quali dimostrando possibile quell’unità, che poco dianzi agli occhi de’ più pareva un’utopia; attestando la devozione d’una Casa guerriera e d’un Re galantuomo alla causa nazionale; dando all’Italia un nome, un esercito, un governo, una diplomazia; aprivano anche ai Siciliani un orizzonte di speranze novelle, spegnevano nell’Isola le viete discordie, confondevano in un solo tutti i vecchi partiti, porgevano infine ai patriotti sinceri e spassionati di tutti i colori un vessillo di rannodamento ed un grido di battaglia.
E di questo fermento latente degli animi non tardarono ad apparire i segni manifesti. Le dimostrazioni succedevano alle dimostrazioni; i Consigli locali rifiutavano i consueti indirizzi di sudditanza al nuovo Re: i nomi di Vittorio Emanuele e di Napoleone III suonavan su tutte le labbra, apparivano su tutte le pareti; gli animi pendevano dalle notizie di Lombardia, come da altrettanti messaggi di vita e di morte; le vittorie di Magenta e di Solferino, a malgrado le minaccie della polizia, erano festeggiate con luminarie ed acclamazioni; passava infine per lo stretto la flotta degli alleati diretta all’Adriatico, e Messina tutta versavasi sulle sue spiagge a salutare le armate liberatrici.[10]
Una vasta trama avvolgeva l’Isola e Comitati segreti ne tenevano le fila e la governavano. Si propagavano e affiggevano scritti incendiari; si allestivano armi e munizioni; si ordinavano squadre, e tutto ciò sotto gli occhi del truce Maniscalco che indarno ne cercava gli autori e nella cecità della furia colpiva a casaccio, confiscando, torturando, percuotendo spesso i più innocenti, e affrettando per tal modo lo scoppio dell’uragano che presumeva scongiurare.
Anche la Sicilia, è ben vero, aveva sentito il contraccolpo di Villafranca; ma fu buffo passeggiero, e i propositi un istante rattiepiditi si rianimarono con novello vigore. L’esempio fortunato dell’Italia centrale cominciava a persuadere anche i più restii, che oramai la prima arbitra de’ propri destini era la Sicilia stessa e che l’ora di rompere gli indugi s’avvicinava a gran passi. Soltanto iComitati Lafarinianie dellaSocietà nazionale, male ispirati interpreti della politica del conte di Cavour, assai più rivoluzionario di loro, persistevano a sconsigliare ogni moto da essi chiamato intempestivo, «promettendo la salute della Sicilia a patto che non fosse insorta nel periodo delle annessioni.[11]»
Verso la metà di settembre però, Francesco Crispi, anima in quei giorni della parte più avanzata degli esuli siciliani, accordatosi da un lato con Giuseppe Mazzini e con tutti gli amici suoi, dall’altro incoraggiato dalle facili parole dello stesso Dittatore Farini, che a quei giorni pareva inclinato a tutti gli ardimenti, s’imbarcava nascostamente per la Sicilia, dovegià con pari rischio e audacia era stato dal 1856 in poi altre due volte, per gettar sulla bilancia degli oscillanti il peso della sua ascoltata parola e dar l’ultimo tratto al partito dell’insurrezione.
E i più fervidi dei patriotti siciliani, parvero disposti ad ascoltarlo; e serrate le fila, assegnati i posti, distribuite le poche armi e munizioni, la sollevazione fu deliberata pel 4 ottobre; poi, per difficoltà sopravvenute, differita all’11 di quello stesso mese.[12]Ma anche in quel giorno l’impresa, chi scrisse perchè già scoperta dalla Polizia, chi affermò per effetto delle lettere di alcuni Lafariniani venute a raccomandare novelli indugi,[13]dovette essere differita a più propizia occasione. Differita, diciamo, non abbandonata e soltanto in alcune parti del suo disegno modificata.
Così i patriotti siciliani, come Francesco Crispi, come in generale tutti quanti lavoravano a quell’opera, avevan finito col convenire che un moto nell’Isola non poteva scoppiare, e scoppiato espandersi e trionfare se non l’iniziava o almeno non lo soccorreva immediatamente una spedizione armata di fuori, capace di divenire il nerbo dell’insurrezione e di governarla. Però fu intorno a questo nuovo concetto che s’appuntarono tutti gli sforzi del partito d’azione dal novembre del 1859 fino alla spedizione di Quarto che ne fu l’incoronazione.
Il Crispi, che a stento era scampato da Sicilia, pellegrinava dal Farini al Rattazzi e dal La Farina a Garibaldi chiedendo a tutti: armi, danaro, aiuti per la vagheggiata impresa; Nicola Fabrizi, che da Malta per oltre venti anni era stato l’anello di congiunzione tra la Sicilia e il partito d’azione, tornava colà per riannodarvi le trame già allentate; Giuseppe Mazzini moltiplicava le lettere, i proclami, gli emissari, cercando nellaFalange sacradi Genova, dove già avea trovato i seguaci del moto del 1856, il nucleo della spedizione di cui proponeva il comando, se Garibaldi ricusava capitanarla, al Bixio, al Medici, a chicchessia, e racimolando a spizzico schioppi, polveri e moneta, goccie a innaffiare un deserto, ma che facevan testimonianza non solo della sua incrollabile fede, ma quella volta almeno d’un senso profondo e quasi fatidico delle necessità d’Italia. Infine nella notte del 20 marzo Rosolino Pilo, dei Conti di Capaci, elettissima anima d’eroe e di martire, d’intesa col Mazzini e col Crispi, incuorato da Garibaldi stesso, salpava su fragile paranza in compagnia di Giovanni Corrao con poche armi e poco peculio alla volta della sua isola natía, deliberato a chiamarvi alle armi i suoi compaesani e a dar egli, per primo, l’esempio della magnanima rivolta.
Ma questa scoppiò per forza propria anche prima del suo arrivo.[14]La brutalità del Governo aveva cospirato più di tutte le propagande. Le fila da lui spezzate si riannodarono da sè stesse; ad ogni patriotta incarcerato o spento, ne subentravano cento;un ignoto pugnalava in pien meriggio sulla porta della Matrice lo stesso Maniscalco, che dava così egli pel primo col proprio sangue il segnale della riscossa.
Il disegno era: far del Convento della Gancia, i cui frati sapevansi devoti alla causa nazionale, base d’operazione; preparare, nascosti ne’ suoi sotterranei, colle poche armi già introdotte in città, un manipolo di animosi disposti a trattarle; all’alba del 4 aprile al suono delle campane a stormo sbucare dal Convento, chiamando la città alle armi; altre schiere di patriotti frattanto, già appostati in Via Scopari e nella chiesa della Magione, uscirebbero a lor volta ad appoggiare il movimento: simultaneamente le squadre del contado, già preste, sforzerebbero le porte, e mettendo il nemico fra due fuochi compirebbero l’opera.
E così fu fatto. Capo degli animosi che dovevan cominciare il fuoco dalla Gancia si profferì un popolano, certo Francesco Riso, fontaniere d’arte, anima candida di patriotta e di eroe, che fu il vero iniziatore della rivoluzione palermitana, e il cui nome va ormai proferito in Italia accanto a quelli de’ suoi martiri più gloriosi.
Se non che il Maniscalco, per una delle consuete e fatali imprudenze inseparabili da siffatte imprese,[15]ebbe vento della trama, e sebbene in una perquisizione, fatta la sera del 3 al Convento, non gli fosse riuscito di scoprire nulla di più, fece tuttavia occupare durante la notte tutti gli approcci della Gancia da picchetti di truppa e di sbirraglia, e si tenne preparato ad ogni evento. Infatti all’alba del 4 fu pronta la campana di SantaMaria degli Angeli a dare il segnale; pronto Francesco Riso ad uscir al cimento; pronti i due drappelli di Via Scopari e della Magione a far la parte loro; ma sorpresi e questi e quelli e colti dalle soldatesche già appostate a tutti i varchi; sopraffatti in breve da altre sopravvenienti da ogni banda; furono parte dispersi, parte costretti a ricoverarsi nel Convento della Gancia, che divenne così l’estrema rôcca de’ patriotti. Ma non tardarono ad assalirli, superbi del numero, i Borbonici, e atterratane, senza grande sforzo, la porta, ricacciati di scala in scala, di piano in piano, i disperati difensori, ferito a morte l’eroico Francesco Riso, freddato d’un colpo il Padre Angelo di Montemaggiore, in brev’ora rimasero padroni del campo sanguinoso. Allora i vincitori non conobbero più freno; e trucidando alla cieca quanti incontravano; scorrazzando, manomettendo, guastando l’intero Convento; non arretrandosi nemmeno dinanzi alla santità degli altari, spogliando le immagini sacre de’ loro arredi e sperdendo al suolo persino le particole consacrate, coronarono con quest’ultima prodezza la vittoria del trono e dell’altare.
E fu crudele disdetta; chè le bande del contado fide alla promessa si erano già da ogni parte appressate ai sobborghi ed alle porte, richiamando verso sè stesse molta forza de’ Regi e appiccando in più luoghi, come ai Porrazzi, zuffe ardimentose, le quali potevano anco volgersi in vittoria, se l’insurrezione cittadina avesse potuto dilatarsi e dar loro la mano.
E tuttavia l’insurrezione poteva dirsi sbaragliata, non vinta. Le squadre ritiratesi nei dintorni continuavanobravamente la resistenza, e ne erano principali: quella di Piana de’ Greci comandata da Luigi Piediscalzi; quella di Corleone guidata dal marchese Firmaturi; quella di Termini condotta dal Barrante e da Ignazio Quattrocchi; quelle di Ventimiglia, di Ciminna e Villafrati organizzate da Luigi La Porta; infine quelle dei distretti d’Alcamo e di Partinico capitanate dai fratelli Sant’Anna; le più numerose di tutte. Quanto al rimanente dell’Isola poi, appena corse l’annunzio del 4 aprile, tutte le maggiori città si apparecchiarono, secondo le forze e la possibilità, a secondare il moto, e quali con protesta solenne, come Messina; quali levandosi in aperta rivolta, come Girgenti, Noto, Caltanissetta, Trapani; non conseguendo, è vero, in alcun luogo alcun successo decisivo; ma dove scacciando o bloccando i piccoli presidii, dove inviando la più belligera gioventù a ingrossare le squadre alla campagna, dove organizzando, come a Trapani, le guardie nazionali, persino col consenso dell’Intendente borbonico, alimentavano, se non potevano afforzarlo, il fuoco dell’insurrezione, al quale mancava bensì la forza di divampare in incendio struggitore, ma s’appiccava con cento fiammelle in cento luoghi, molestando gli oppressori e facendo testimonio della vitalità degli oppressi.
E Palermo stessa quantunque spopolata de’ suoi più animosi, dagli arresti e dalle stragi e soffocata dallo stato d’assedio, e minacciata dai Consigli di guerra permanenti, e tenuta d’occhio da ventimila soldati e da una sterminata sbirraglia, non voleva permettere che i Salzano ed i Maniscalco potessero impunemente spacciare nelle loro gride: «la popolazione palermitana estranea ed indifferente al moto sfortunato del 4 aprile;» talchè, a smentire l’artificiosa calunnia, il 13 aprile versavasitutta quanta nelle vie e nelle piazze a testimoniare con migliaia di voci i suoi sentimenti d’odio al Borbone, a gridare Italia e Vittorio Emanuele, a sfidare con ogni maniera di scherni e di sfregi il superbo vincitore, il quale, sbalordito da tanta solennità di manifestazione, nè osando inferocire contro una sì grande moltitudine inerme, dovette rassegnarsi a patire in pace la fiera disfida.
Ma superfluo il dire che proteste, manifestazioni, pronunciamenti a nulla valevano, se o prima o poi non li seguiva o non li afforzava una vittoria militare qualsiasi, che desse all’insurrezione un punto d’appoggio ed una promessa di durata.
Disgraziatamente, nè le forze soverchianti dell’esercito regio, nè la natura e lo stato delle squadre permettevano di sperare che il giorno di quella vittoria fosse vicino.
Quel che fossero quelle squadre l’abbiamo detto altrove.[16]Un cento di giovanotti, o come dicon là dipicciotti, raccolti o condotti dal signore della terra, o da qualche noto e stimato patriotta; armati, quando lo erano tutti, della paesanascopetta; forniti al più di tre o quattro cartuccie, tenute care comeonzed’oro; scalzi, laceri, la maggior parte, ed affamati: ecco una squadra. Di siffatte se ne potevano contare, è vero, alcune diecine, e non difettavano certamente di alcune delle doti più preziose del soldato: il valore ne’ combattimenti, la tolleranza delle fatiche, la pazienza delle privazioni; ma la povertà d’armi e di munizioni, la inesperienza de’ condottieri, la dissuetudine della guerra, la mancanza di disciplina, la perpetua mobilità, sicchè da un giorno all’altro sparivano o ricomparivano,ingrossavano o si diradavano, senza che mai si potesse far calcolo sulla loro forza precisa, ne sfruttavano la virtù e ne isterilivano i sacrifici.
Però dopo aver tenuto altri sette giorni sulle alture circostanti Palermo e conseguíto persino, in uno scontro alla Bagheria, di bloccar nella loro caserma due compagnie di Regi, incalzati da ogni dove da soverchianti colonne mobili, perduta Bagheria, cacciati da Gibilrossa, minacciati da Monreale, alle bande non restò altro partito che abbandonare quella linea troppo inoltrata e ritirarsi in Misilmeri, dove le gole di Portella di Mare e di Belmonte potevano offrire un buon baluardo ai difensori e un nuovo centro di riscossa all’insurrezione.
Se non che difettose le forze, povera l’arte e avversa la fortuna. Scacciati tra il 12 e il 13 da Misilmeri (chi incolpa l’incuria delle guardie, chi il tradimento de’ paesani, chi la sfortuna); fallito un assalto di Sant’Anna contro Monreale; rovesciati poco dopo anche dalle alture di Monte Cuccio; ecco gl’insorti costretti a cedere nuovo terreno e a ripiegare su Piana de’ Greci, dove li conduceva la speranza di potersi unire, appoggiando ad occidente, alle squadre del Sant’Anna, che dopo l’infausto successo di Monreale andavano a lor volta ritraendosi, ed erano venute a darsi la posta presso Carini. E a Carini li aspettava una prova decisiva.
I Regi non avevano mai perduto la pista delle squadre, molto meno di quella del Sant’Anna, e appena saputo del loro concentramento, mossero in tre colonne: l’una pel mare a destra (generale Wytemback, mille uomini), una per Baida al centro (duemila uomini, generale Cataldo), una da Monreale a sinistra (mille uomini, colonnello Bosco), col proposito di circuirlee di distruggerle. Se gl’insorti però avessero deciso di concentrar la difesa in Carini occupandone la rôcca e sbarrandone le vie, avrebbero potuto, se non ributtar l’assalto, protrarre a lungo la resistenza; ma impietositi dalle strida degli abitanti che non volevano una battaglia fra le loro case, scelsero il partito di uscire all’aperto, e fu la loro rovina. Resistettero tuttavia imperterriti al primo fuoco della colonna proveniente dal mare; ma attaccati in breve di fronte e di fianco dalle altre colonne, schiacciati dal numero, esauste le cartuccie non tardarono ad esser vôlti in rotta precipitosa, abbandonando Carini al furore de’ vincitori, che ubriachi dalla facile vittoria vi si precipitano dentro, saccheggiando, uccidendo, stuprando, consumandovi una di quelle immani carneficine, onde il nome borbonico va famoso.
E coll’infausta giornata di Carini, l’insurrezione siciliana agonizzò. Restavano qua e là dispersi sui monti alcuni frammenti di squadre; ma traccheggiati da ogni parte, stremati di forze, privi di viveri e di munizioni, sarà gran mercè se i più costanti fra loro potranno trascinare di rupe in rupe una vita precaria, e se di quando in quando la debole eco di qualche rara fucilata potrà annunciare ai Siciliani che l’Isola loro non era ancor morta e combatteva sempre.
Al primo grido dell’insurrezione siciliana grande fu la commozione in tutta Italia. I nemici per dispetto o paura, gli amici per affetto o speranza, nessuno poteva riguardare con occhio freddo e non curante un avvenimento, che apriva una via sì inaspettata all’interrotto moto italiano. Però man mano che risuonaval’annunzio d’un nuovo fatto, svisato, come accade, dalla lontananza e amplificato dal desiderio, una la voce che usciva dai petti patriottici, uno il proposito: bisogna aiutare i fratelli. E la magnanima idea, caldeggiata, prima che dagli altri, dai fuorusciti così di Sicilia come di Napoli, accolta dalle città più importanti, bandita dai Comitati e dalle rappresentanze di tutti i partiti, acclamata colla passione dell’età dalla gioventù più animosa, e finalmente già tradotta in un principio d’esecuzione mediante pubbliche collette d’armi e di danari, divenne in breve il convincimento, la volontà, diremmo quasi il decreto della nazione intera.
Se non che s’affacciava a tutte le menti un’incognita, e susurrava su tutte le bocche una domanda: Che cosa farà il generale Garibaldi? Che cosa farà il conte di Cavour? Consentirà egli, l’Eroe, a recare all’Isola combattente l’aiuto poderoso del suo braccio e del suo nome? Vorrà egli, il Ministro, impegnare nella zarosa impresa la politica del suo Governo, e dare egli stesso, o almeno permettere che si diano, i soccorsi invocati? Quanto al Cavour, vedremo tra poco quel ch’egli ne pensava: quanto a Garibaldi, ecco, sceverato dalle piacenterie partigiane come dalle calunnie, l’animo suo.
Non era quella la prima volta che egli era invitato a capitanare un’insurrezione siciliana. Anco senza rimontare più addietro, glien’avevano scritto e parlato fin dal settembre del 1859 a Bologna; gliel’avevano ripetuto nel marzo del 1860 a Genova; non c’era, può dirsi, patriotta ed esule siciliano che accostandolo e portandogli un saluto dai suoi concittadini, non gli annunziasse imminente una levata della sua Isola, e non sollecitasse la promessa del suo soccorso.
Ma a tutti questi Garibaldi aveva sempre risposto: — «Non assumere su di sè di promovere insurrezioni: se i Siciliani spontaneamente si leveranno in armi, egli, se non sia impedito da altri doveri, accorrerà in loro aiuto. — Frattanto, soggiungeva, risovvenitevi che il mio programma èItalia e Vittorio Emanuele.[17]»
Era infatti un dir troppo e nulla; e i Siciliani ne sapevan quanto prima. Gli è che Garibaldi non fu mai nè un iniziatore, nè un cospiratore. Egli era, prima e sopra di ogni cosa, un soldato. Il lavorío paziente, coperto, sedentario delle cospirazioni, non era fatto per lui. Che gli si offrisse un terreno anche angusto, ma franco, e un manipolo d’uomini anche inagguerriti, ma armati e pronti a marciare, ed egli non misurerà il terreno, nè conterà gli uomini, e farà miracoli; ma obbligarlo a prepararsi da sè nel chiuso d’un gabinetto, a forza di lettere, di bollettini, di proclami, il campo, le armi e l’esercito, era un pretendere ch’egli si snaturasse e non fosse più Garibaldi. Egli non aveva la tempra mazziniana.
Utopista in tante altre cose, in fatto d’insurrezioni preparate era un po’ scettico. Andare, come i Bandiera, i Pisacane, i Calvi, seguíto da poche diecine d’uomini a suscitare per primo un paese sconosciuto, inerme, addormentato nella pace, non fu mai affar suo. La sentenza del Maestro: «Il martirio è una battaglia vinta,» lo capacitava fino a un certo segno. Uomo di guerra, era pronto alla morte, ma a patto di vender cara la vita; e quanto alla vittoria, non ne conosceva veramente che una: quella in cuisi atterra il nemico e si dorme sul campo. Per questo nessuno de’ grandi tentativi rivoluzionari d’Italia fu iniziato da lui; molto meno quello di Sicilia. Garibaldi non ambì mai la corona del martire precursore, e non l’avrà.
Tuttavia le notizie della Sicilia tornavano quella volta troppo gravi ed insistenti perchè Garibaldi non dovesse impensierirsene. Il 7 aprile era a Torino, condottovi, come vedemmo, dall’interpellanza sulla cessione di Nizza, quando si presentavano, quasi improvvisi, nella sua stanza Francesco Crispi e Nino Bixio. Venivano entrambi da Genova; avevan recenti novelle dell’insurrezione; chiedevano a nome degli amici comuni, per l’onore della rivoluzione, per carità della povera Isola, per la salute della patria intera, che Garibaldi si mettesse a capo d’una spedizione d’armati e la conducesse egli stesso in Sicilia. L’eroe sfavillò al magnanimo invito, ma il condottiero esitò; e quando finalmente, vinto dalle pertinaci istanze de’ suoi amici, rispose d’accettare, fece ancora una riserva: che la rivoluzione fosse tuttora viva e tenesse fermo fino al suo arrivo.
Partirono paghi della risposta i due amici, e reduci a Genova si accontarono tosto co’ più intimi della parte loro, con Agostino Bertani principalmente, per la scelta e l’allestimento de’ mezzi. Occorreva uno, e forse due piroscafi, e di questi si tolse l’assunto Nino Bixio; occorrevano armi e danari, e per questi fidavano soprattutto nel Comitato delMilione di fucili, fattura, a dir così, di Garibaldi, che chiudeva già in cassa una discreta somma e nascondeva in certi arsenalidi Milano alcune migliaia di carabine colle rispettive cartuccie.
Quanto poi a’ soldati, nessun timore che difettassero. Da mesi migliaia di giovani non facevano che attendere un segnale; bastava che Garibaldi mandasse una voce, facesse un cenno, perchè vedesse balzar dal suolo legioni. E tuttavia, nel primo suo concetto, non era con un Corpo irregolare e improvvisato di Volontari che la spedizione di Sicilia avrebbe dovuto iniziarsi. Anco qui di sotto all’eroe traspariva il capitano. Non che avesse perduto la fede nell’armi popolari, molto meno ne’ suoi vecchi commilitoni; ma unico, forse, fra quanti lo consigliavano, a giudicar con occhio esperto tutte le difficoltà dell’impresa, non gli pareva troppo il tentarla con un’agguerrita e ordinata milizia.
Però, cosa fin qui non risaputa, appena ebbe impegnata co’ Siciliani la sua parola, Garibaldi presentossi al re Vittorio Emanuele, e confidatogli tutto il disegno, gli chiese se avrebbe permesso ch’egli si togliesse seco una delle brigate dell’esercito; precisamente la brigata Reggio, un reggimento della quale era comandato dal Sacchi, e contava così nelle file come ne’ quadri numerosi avanzi delle antiche falangi garibaldine. E Vittorio Emanuele, il quale probabilmente non aveva ancor consultato il conte di Cavour, nè ben ponderate tutte le ragioni della domanda che gli era rivolta, non assentì, ma non dissentì nemmeno apertamente; onde Garibaldi, chiamato con gran diligenza il Sacchi e riferitogli il colloquio avuto col Re, fidando senz’altro sulla devozione del suo più antico luogotenente di Montevideo, gli disse di tenersi pronto a seguitarlo col suo reggimento. Esultò il Sacchi; e tornato ad Alessandria e confidato il segreto a’ più intimisuoi ufficiali, il Pellegrini, il Grioli, l’Isnardi, il Chiassi, il Lombardi, n’ebbe da tutti la stessa risposta ch’egli aveva data a Garibaldi. Se non che, era sogno troppo dorato. Scorsi pochi giorni, Garibaldi richiamava a Torino il Sacchi, e gli annunziava che il re Vittorio non solo negava il suo consenso al noto progetto, ma raccomandava che l’esercito stesse più serrato e disciplinato che mai, pronto a fronteggiare tutti gli eventuali nemici che gli stessi avvenimenti del Mezzodì potevano suscitare.
E così fu che il posto assegnato, nella mente di Garibaldi alla brigata Reggio, toccò ai Mille. Certo che quell’idea rasentava l’utopía; nè era presumibile che Vittorio Emanuele, re prudente ed accorto se mai ve ne fu, e conscio de’ suoi doveri costituzionali, avrebbe impegnato la sua regia parola in un complotto che gettava il suo Stato novello nell’ignoto d’un’avventura, ed equivaleva ad un’aperta dichiarazione di guerra.
Valga piuttosto il fatto, quale sulla fede di non disputabile testimonianza l’abbiamo narrato,[18]a chiariresempre più in quale confidente abbandono d’ogni più riposto loro pensiero vivessero a que’ giorni il Re Galantuomo e il Condottiero popolare, ed a riattestare in faccia alla storia, se pur ve n’ha mestieri, quanto fosse grande la complicità della Monarchia in quella congiura fortunata, che ebbe per prologo Marsala e per lieta catastrofe l’unità nazionale.
E sia pur vero che quella complicità sia stata, in sulle prime segnatamente, peritosa, ambigua, negativa: chiunque abbia senso delle necessità d’uno Stato, e memoria de’ pericoli che attorniavano a que’ giorni l’Italia, intende che non poteva essere diversa. La rivoluzione poteva azzardar tutto su una carta; la Monarchia no. L’alleanza della Monarchia colla rivoluzione non poteva essere effettuabile e fruttuosa che a due patti: che entrambe operassero a seconda della loro natura, e che l’una non usurpasse le parti e non intralciasse l’azione dell’altra. Un partito rivoluzionario che si fosse proposto procedere coi riguardi, le cautele, gli scrupoli d’un governo costituito, si sarebbe esausto nelle sterilità; un Governo che avesse voluto seguir gli andamenti, imitare le audacie e affettare la irresponsabilità d’un partito rivoluzionario, si sarebbe infranto contro la lega di tutti gli altri governi costituiti, e avrebbe trascinato nella propria rovina la causa stessa che voleva difendere. Era lecito a Garibaldi ed a’ suoi tentare il magnanimo giuoco, poichè al postutto si arrischiavano bensì molte vite preziose, ma non la patria tutta; il Governo del nuovo Regno d’Italia, responsabile non solo dell’esistenza sua, ma dell’avvenire della nazione intera, non poteva, senza abiura della sua stessa missione, correre la medesima sorte.
Queste pertanto e non altre le ragioni della politicaall’aspetto obliqua, dubbiosa e talvolta bifronte del conte di Cavour alla vigilia di Marsala. Il problema che per Garibaldi era semplicissimo, per lui era terribilmente complesso ed aggrovigliato. Egli non poteva certo, senza offendere il sentimento della universalità degl’Italiani, guardar con occhio indifferente la sommossa siciliana, molto meno lasciarla strozzare disperata d’ogni soccorso; ma non poteva nemmanco farsene aperto campione, nè recare ostensibilmente un aiuto che avrebbe svelato anzi tempo il fine ultimo della sua politica, e attirato sopra il giovine Regno italiano la collera sino allora delusa e blandita di tutta l’Europa conservatrice. Poteva però permettere che l’aiuto si recasse, o fingere di non poter impedire che fosse recato; ma perchè questa tattica, non grande per fermo, ma certo utilissima, sortisse tutto il suo pieno effetto, gli era mestieri appunto di quell’arte occulta, sottile, prestigiosa, lesta di mano e larga di coscienza che offende le anime rettilinee e cavalleresche, e spiace in sulle prime ad amici e nemici; ma vien poi sempre perdonata, tanto è umana essa pure, in virtù dello scopo e in grazia del successo.
E così fece. Che il conte di Cavour avesse scorto fin da’ primi giorni la grande importanza del moto siciliano, lo accerti questo solo: che prima ancora di conoscere gl’intendimenti di Garibaldi, egli fece chiedere al generale Ribotti[19](quel medesimo che aveva comandato i primi corpi volontari di Modena e di Parma), se, venendo il caso, avrebbe consentito d’andare a capitanare anco gl’insorti di Sicilia. Posciaebbe egli pure, come li avrà più tardi Garibaldi, alcuni giorni di dubbiezza e d’indecisione: le novelle di Sicilia non venivano più così propizie; già correva voce che l’insurrezione agonizzasse nei monti; e naturalmente l’uomo di Stato prima di dar un passo e di scoprire i suoi intendimenti esitava.
Tuttavia, quando intese che la lotta nell’Isola persisteva e che Garibaldi s’era impegnato a soccorrerla; quando udì intorno a sè gli esuli di Napoli e di Sicilia preganti per la loro terra nativa; quando vide tra i complici e i fautori dell’insurrezione i suoi stessi amici e più fidati seguaci; quando s’accorse che il grido per la Sicilia non era artificio d’un sol uomo o d’un sol partito, ma eco schietta e profonda d’un sentimento dell’intera nazione; allora non vacillò più, e concesse a’ soccorritori tutto quello che a governante di Stato ordinato era lecito concedere: la balía di prepararsi, d’armarsi, di salpare all’ombra del suo Governo e sotto l’egida del suo Re.[20]
Così quando il Comitato delMilione di fucilifeceintendere che le armi raccolte a Milano dovevano essere trasportate a Genova, finse di non saperlo; che se poi quell’armi furono negate e sequestrate, l’autore del diniego e del sequestro è noto; una appunto di quelle anime rettilinee e cavalleresche che non sapevano seguire la politica molto curvilinea del conte di Cavour; nè intendere si «potesse avere un rappresentante presso il Re di Napoli e mandar de’ fucili in Sicilia.[21]»
Così quando tra il 18 e il 19 aprile Giuseppe La Masa si presentava al conte di Cavour per chiedergli in nome de’ suoi compagni d’esiglio di voler concedere alla insurrezione un aiuto un po’ più efficace della semplice astensione e di risarcire almeno i fucili staggiti a Milano; ecco il Conte fare un altro passo ancor più decisivo, e ordinare al La Farina di somministrare a Garibaldi quante armi avesse disponibili ne’ suoi depositi la Società nazionale. Che se poi quelle armi parvero scarse e pessime, e furon date con avarizia e mala grazia, e rinfacciate poi con acrimonia e superbia, la colpa ricade sull’uomo che il Cavour s’era tolto a Ministro della sua politica segreta, un uomo di nobile mente, di infaticabile e fervido patriottismo; ma invasato di passione partigiana, infatuato nell’idea d’aver egli solo preparato la spedizione siciliana, e morto col rancore male dissimulato[22]di aver rappresentato sulla scena italiana una parte poco vistosa e poco applaudita.
E così finalmente, quando la spedizione fu in procinto di partire, inviava nelle acque di Sardegna l’ammiraglio Persano, coll’ordine di catturare i volontari se toccavano qualche porto dell’Isola,ma di lasciarli procedere nel loro camminino incontrandoli per mare; ordine, a dir vero, che non imponeva all’Ammiraglio alcuno sforzo straordinario d’acume, nè alcuna prova singolare di coraggio per essere nel suo vero senso interpetrato.[23]
Intanto Garibaldi, visitato nuovamente a Torino dal Crispi, dal Medici, dal Finzi, dal Bertani, e presi con loro gli ultimi accordi, partiva il giorno 20 aprile per Genova, e dalla casa del suo amico Coltelletti passato tostamente nella Villa Spinola presso Quarto, offertagli dall’altro suo amico Candido Augusto Vecchi, piantava colà il Quartier generale della spedizione.
Questa infatti pareva irrevocabilmente deliberata. Il Bixio, cercato indarno un bastimento che assumesse il viaggio periglioso, pel puro noleggio, era riuscito più fortunatamente a persuadere Raffaele Rubattino a lasciarsi rapire, con un simulacro di pirateria, e mercè la sola malleveria della firma di Garibaldi, due de’ suoi piroscafi, e al più era provveduto.
Le carabine di Milano si potevan dire perdute; ma i mille cinquecento fucili e le cinque casse di munizioni, promessi dal La Farina, e qualche diecina di carabine e di rivoltelle raccolte a Genova, parevan bastare al bisogno. I danari penuriavano, ma si contava sulla cassa delMilione di fucilie intanto si suppliva alle prime spese con ottomila lire mandate dai Pavesi e con qualche dono venuto a Garibaldi da Montevideo.
La gioventù abbondava e passeggiava anche tropporumorosamente le strade di Genova: l’accordo infine tra i capi delle varie parti, o meglio dire tra i membri dei varii Comitati patriottici (quello diSoccorso degli Esuli siciliani; quello dellaSocietà nazionale; quello delPartito d’azione), pareva più o meno affettuosamente stabilito; e una voce già correva da Villa Spinola per tutte le fila che la notte del 27 aprile si sarebbero salpate le àncore.
Se non che le Bande siciliane toccavano appunto in que’ giorni la rotta di Carini; e un telegramma in cifra spedito da Malta da Nicola Fabrizi a Francesco Crispi venne interpretato così: