«Malta, 26 aprile 1860.Completo insuccesso nelle provincie e nella città di Palermo. Molti profughi raccolti dalle navi inglesi giunti in Malta.[24]»
«Malta, 26 aprile 1860.
Completo insuccesso nelle provincie e nella città di Palermo. Molti profughi raccolti dalle navi inglesi giunti in Malta.[24]»
Era quanto dire tutto finito; e se i più, gli esuli principalmente, non potevano ancora confessarlo, Garibaldi, il quale fin da principio aveva posto per condizione del suo soccorso la durata dell’insurrezione, e si era mostrato più d’ogni altro impensierito della gravità del cimento, appena udito l’infausto annunziodichiarò che l’impresa era ormai impossibile, e ne disdisse egli stesso gli apparecchi. Con quale animo i principali attori e cooperatori della spedizione accogliessero l’inattesa risoluzione del loro Capitano, non si potrebbe con una sola parola ridire. I consigli e i propositi furono diversi secondo i caratteri e i temperamenti, gl’interessi e le parti. Chi esclamava, come il La Masa: Garibaldi non necessario, e lui essere sempre pronto a prenderne il posto; chi sconsigliava severamente la spedizione come il Sirtori, ma diceva: «se Garibaldi parte io lo seguo;» chi la dava addirittura per fallita e se ne ritornava rassegnato a Torino, come il La Farina; chi infine, come il Crispi, il Bertani, il Bixio persistevano a crederla sempre effettuabile, e con questa nobile ostinazione nell’animo si stringevano intorno al Generale, scongiurandolo a non desistere dal magnanimo voto, a non privare quella povera Isola combattente del poderoso soccorso della sua spada, a pensare a tanta gioventù accorsa d’ogni dove per combattere o morire con lui: a pensare all’Italia.
Generosi consigli, ma vani: Garibaldi ne’ solenni cimenti non li prende mai che da sè stesso. Però ascoltava cortesemente tutti; ma non dava risposta concludente e decisiva a veruno. Fin dall’arrivo di quell’infausto telegramma aveva mutato d’aspetto. Fattosi anche più pensoso e taciturno del consueto, andava solitario lungo la spiaggia del mare e vi restava lunghe ore immobile, silenzioso, cogli occhi fissi ad un punto dell’orizzonte, come se vi scorgesse tra le ultime brume la immagine dolente e insanguinata della Sicilia, e ognuna di quelle ondate che veniva a frangersi a’ suoi piedi gli portasse dal deserto infinito il responso del suo destino.
Così era fatto Garibaldi! Il consiglio decisivo egli non lo chiedeva più oramai ai sillogismi della ragione; ma lo aspettava da que’ moti istintivi, da quelle ispirazioni inconscie, da quei presagi fatidici che sono il sesto senso, la coscienza privilegiata, il Dio ignoto de’ poeti e degli eroi.
Però ripetiamo qui ciò che scrivemmo in altre pagine, per risposta ai tanti che si vantarono d’avergli persuaso Marsala: nessuno lo persuase; nessuno lo dissuase. Garibaldi non può essere misurato al metro comune, e chi lo dimentichi rischierà quasi sempre di sbagliare la giusta grandezza così delle sue colpe, come delle sue virtù. La Poesia, fatidica interprete della storia umana, attribuì sempre ad una volontà divina le gesta solenni degli eroi; e solo al celeste lume della Poesia convien cercare la spiegazione suprema di Marsala. È l’Araldo di Giove che strappa il Dardanide dai molli talami della Cartaginese, e gli rammenta il grande fato di Roma; è l’Angiolo del Signore che scuote in sogno il pio Goffredo e gli addita il Sepolcro di Cristo; son voci arcane dall’alto che suscitan la Vergine di Domrémy e l’armano per il riscatto della patria sua; e fu certo una gran voce echeggiata dentro le profondità più ascose dell’anima sua, quella che troncò tutti i contrasti, vinse tutte le dubbiezze di Garibaldi, e all’improvviso, imperiosamente, inappellabilmente, come un cenno di Dio, gl’intimò la partenza: «Partiamo,» disse il 1º maggio agli amici raccoltisi ancora intorno a lui a iterare le preghiere e supplicare la risposta: «Partiamo, ma purchè sia domani.» E domani non era possibile; ma quel grido subitaneo d’impazienza, quella fretta quasi febbrile, dopo tanti giorni d’indecisione, attesta una volta di più che l’eroe agiva oramai sotto l’impero d’una volontàarcana, e che scendendo nell’arena egli sentiva intorno a sè, come Achille e Rolando, l’egida d’una protezione divina.
La sera del 4 maggio Genova ferveva d’insolito moto. Le vie brulicavano d’una folla straordinaria; capannelli di cittadini si componevano e scomponevano rapidamente in tutti i canti, e la voce: «Partono stanotte,» volava con accenti alterni di ansietà e di gioia su tutte le labbra. Intanto drappelli di giovani, all’aspetto forastieri, traversavano taciti e affrettati la città e si dirigevano tutti insieme, come mossi da un solo pensiero, fuori di Porta Pila. Poche ore dopo il Bixio, finto pirata, saltava con pochi seguaci a bordo delPiemontee delLombardo(i due vapori concessi dal Rubattino) e se ne impadroniva, e Garibaldi in camicia rossa epuncioamericano, il sombrero sugli occhi, la sciabola sulle spalle, ilrewolvere il pugnale alla cintura, scendeva sul far della mezzanotte da Villa Spinola alla spiaggia di Quarto, e colà attorniato tosto da’ suoi volontari giunti prima di lui al convegno, e tornato sereno e quasi ilare, vi attendeva in placidi ragionari l’arrivo dei predati bastimenti. Il Governo solo in tanto tramenío sembrava dormire profondamente.
Era però succeduto un piccolo incaglio. L’operazione de’ bastimenti era stata più lunga del supposto; la macchina delLombardonon funzionava bene, talchè era stato mestieri che ilPiemontese lo attaccasse alla poppa e lo traesse a rimorchio; onde Garibaldi, dubitando di qualche inatteso sinistro, fu preso subitamente da una tal quale impazienza, e buttatosi in uncanotto faceva vogare a forza di poppa verso Genova per verificare co’ suoi occhi la causa dell’indugio. Fortunatamente i bastimenti erano già in cammino; e Garibaldi balzato a bordo delPiemontee preso da quel momento il governo della piccola flottiglia, comandò egli stesso la manovra per accostar la spiaggia di Quarto. Colà tutto era pronto: da Villa Spinola eran già stati calati i mille fucili, non più, dati dal La Farina[25](i viveri, le munizioni e il resto dell’armi dovevano esser presi in mare); il Bertani aveva già consegnato a Garibaldi trentamila franchi in oro, terzo della somma offerta delMilione di fucili;[26]i Legionari«battevano il piede sulla spiaggia, come il corsiero generoso impaziente delle battaglie;[27]» e in brev’ora, senza strepito e senza disordine, tutto fu imbarcato.
Già biancheggiava l’alba del 5 maggio: le camminiere fumavano; la rotta era segnata; tutti gli ordini erano dati; il Bixio al comando delLombardo, il Castiglia a quello delPiemonte, non attendevano più che il segnale; Garibaldi tuonò un sonoro:Avanti; le àncore furono salpate; le ruote si scossero; le prue si drizzarono verso sirocco, e in brev’ora le due navi non furono che due masse nere, sormontate da un pennacchio grigio, sulla glauca conca del Golfo ligure.
O nimis optato sæclorum tempore nati — Heroes salvete.[28]» Voi portate l’Italia e la sua fortuna; voi state per scrivere una delle più stupende pagine del secolo nostro; voi apparecchiate alla patria l’unità, alla poesia la leggenda, al valore latino una novella apoteosi, e felici o sfortunati siete immortali. Peròscegliere tra voi la schiera de’ più eletti sarebbe ingiusto: vi accomuna la fede nella virtù, vi uguaglia la religione del sacrificio, e Omero dovrebbe scrivere il vostro eroico catalogo coll’intero Albo deiMille.
Garibaldi non poteva cimentar sè e la causa d’Italia a sì perigliosa avventura senza chiarire alla nazione ed al suo capo i propri intendimenti e, soprattutto, senza stringere co’ suoi amici lasciati sul Continente tutti gli accordi che valessero ad assicurargli alle spalle una base d’operazione ed una fonte durevole di soccorso.
Al Re aveva scritto: non aver consigliato l’insurrezione dei Siciliani, ma dacchè essi s’erano levati in nome dell’unità italiana non poter più esitare a correre in loro aiuto. Sapeva la spedizione pericolosa, ma confidava in Dio e nel valore de’ suoi compagni. «Suo grido sarebbe sempre: Viva l’Unità d’Italia e Vittorio Emanuele, suo primo e più prode soldato. Non avergli comunicato il suo progetto, perchè temeva che la grande devozione che nutriva per lui l’avesse persuaso ad abbandonarlo.[29]»
All’esercito, memore della promessa fatta al Sacchi, raccomandava di non sbandarsi, di sovvenirsi che anche nel Settentrione avevamo nemici e fratelli, di stringersi sempre più ai suoi valorosi ufficiali ed a quel Vittorio, la di cui bravura «può essere rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà a condurli a definitivi trionfi.[30]»
Finalmente ad Agostino Bertani, creato da lui suoproministro per tutta Italia, lasciava questi amplissimi incarichi:
«Genova, 5 maggio 1860.»Mio caro Bertani,»Spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patrii, io lascio a voi gli incarichi seguenti:»Raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella nostra impresa;»Procurare di far capire agl’Italiani, che, se saremo aiutati dovutamente, sarà fatta l’Italia in poco tempo, con poche spese; ma che non avranno fatto il dovere, quando si limitano a qualche sterile sottoscrizione;»Che l’Italia libera d’oggi, in luogo di centomila soldati deve armarne cinquecentomila, numero non certamente sproporzionato alla popolazione, e che tale proporzione di soldati l’hanno gli Stati vicini, che non hanno indipendenza da conquistare; con tale esercito l’Italia non avrà più bisogno di stranieri, che se la mangiano a poco a poco col pretesto di liberarla;»Che ovunque sono Italiani che combattono oppressori, là bisogna spingere tutti gli animosi e provvederli del necessario per il viaggio;»Che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano, ec., dovunque sono dei nemici da combattere.»Io non consigliai il moto della Sicilia, ma venuti alle mani quei nostri fratelli, ho creduto obbligo di aiutarli.»Il nostro grido di guerra sarà:Italia e Vittorio Emanuele; e spero che la bandiera italiana anche questa volta non riceverà sfregio.»Con affetto»vostroGiuseppe Garibaldi.[31]»
«Genova, 5 maggio 1860.
»Mio caro Bertani,
»Spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patrii, io lascio a voi gli incarichi seguenti:
»Raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella nostra impresa;
»Procurare di far capire agl’Italiani, che, se saremo aiutati dovutamente, sarà fatta l’Italia in poco tempo, con poche spese; ma che non avranno fatto il dovere, quando si limitano a qualche sterile sottoscrizione;
»Che l’Italia libera d’oggi, in luogo di centomila soldati deve armarne cinquecentomila, numero non certamente sproporzionato alla popolazione, e che tale proporzione di soldati l’hanno gli Stati vicini, che non hanno indipendenza da conquistare; con tale esercito l’Italia non avrà più bisogno di stranieri, che se la mangiano a poco a poco col pretesto di liberarla;
»Che ovunque sono Italiani che combattono oppressori, là bisogna spingere tutti gli animosi e provvederli del necessario per il viaggio;
»Che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano, ec., dovunque sono dei nemici da combattere.
»Io non consigliai il moto della Sicilia, ma venuti alle mani quei nostri fratelli, ho creduto obbligo di aiutarli.
»Il nostro grido di guerra sarà:Italia e Vittorio Emanuele; e spero che la bandiera italiana anche questa volta non riceverà sfregio.
»Con affetto
»vostroGiuseppe Garibaldi.[31]»
E questo mandato troppo per sè solo vago e indeterminato, combinato con altre lettere e discorsi di Garibaldi, diverrà poi il primo germe maligno di dissidi che minacceranno più d’una volta di turbar la concordia del partito nazionale e saranno origine di alcuni non lieti episodi che avremo a narrare fra poco.
Se non che la fortuna parve fin dai primi passi corrucciarsi dell’audace disfida, e suscitò ai navigatori una imprevista difficoltà. Una parte delle armi, e tutte le munizioni erano state caricate sopra due paranze, che dovevano aspettare con un fanale alla prua i due vapori all’altezza di Bogliasco e in essi trasbordare il loro carico. E difatti poco lontano dal punto indicato un fioco lume tremola sulle acque e par che navighi esso pure verso i piroscafi; quando, a un tratto che fu, che non fu,[32]il lume dà volta, s’allontana, dilegua, lasciando tutta la costa nella silenziosa oscurità di prima. Indarno Garibaldi fa rallentare le macchine, indarno fruga, quanto gira l’occhio, la costa ed il mare;il mare e la costa non gli danno altra risposta. Era una terribile verità: quella barca portava a bordo la più necessaria parte dell’arsenale della spedizione; senza quella barca anche quel migliaio di grami fucili del La Farina diventava affatto inservibile; i Mille non erano più che una turba di viaggiatori inermi, ed ogni altro capitano avrebbe giudicato la spedizione ineffettuabile e deciso il ritorno. Non Garibaldi. Ordinato ai suoi Luogotenenti, partecipi del segreto, di nascondere a chicchessia il contrattempo, ormai fidente nella sua stella, e avendo probabilmente già trovato nella fervida mente il rimedio del male: «Non importa, esclama, facciamo rotta per il canale di Piombino;» e le due navi ripigliarono all’istante l’interrotto cammino, e i Volontari, che s’erano tutti levati a commentar quella sosta inattesa senza nulla capirne, tornarono inconsci e tranquilli ad accucciarsi sul ponte, a spandersi nelle cabine, a dondolarsi sui bordi; taluno a scriver le prime linee delle sue Memorie; tal altro a battagliare, come Don Giovanni, tra i ricordi della bella lasciata al paese, e gl’ingrati effetti del rollío e del beccheggio.
Poichè v’era tutto un mondo su quel naviglio: la recluta ed il veterano; l’avventuriere e l’eroe; l’artista ed il filosofo; il settario ed il patriotta; il lafariniano intollerante ed il mazziniano arrabbiato: «il Siciliano in cerca della patria, il poeta d’un romanzo, l’innamorato dell’obblío, l’affamato di un pane, l’infelice della morte: mille teste, mille cuori, mille vite diverse; ma la cui lega purificata dalla santità dell’insegna, animata dalla volontà unica di quel Capitano, formava una legione formidabile e quasi fatata.[33]»
Oltrepassato il Canale di Piombino la mattina del 7 maggio, la piccola flottiglia andò a gettar l’ancora innanzi a Talamone, a breve tratto da Porto Santo Stefano, a poche miglia da Capo Argentaro e dalla fortezza d’Orbetello. Nè fu certo per riposarvi.
Parecchie potevano essere le ragioni di quella fermata, ma principale fra tutte quella di cercare su quella costa solitaria, ma spesseggiante di fortilizi e di arsenali terrestri e marittimi, un mezzo, un espediente qualsiasi per risarcire la grave perdita delle munizioni, o predate o smarrite colla paranza di Portofino. E però fu anche questo il primo scopo, cui Garibaldi converse i suoi pensieri. «Talamone (narra egli stesso) aveva un povero porto poveramente armato, comandato da un ufficiale e da pochi veterani. I Mille avrebbero potuto facilmente impadronirsene anche scalandolo; ma non sembrò conveniente, e perchè si sarebbe fatto troppo chiasso, e perchè non si era certi di trovarvi quanto abbisognava.»
Conveniva dunque fidare in qualche stratagemma, e Garibaldi, già, lo sappiamo, non ne fu mai a corto.
Sovvenutosi d’aver seco nel poco bagaglio la sua uniforme da Generale piemontese del 1859, appena sceso a terra la indossò, e fatto chiamare a sè il vecchio Comandante di Talamone, gli fu facile ottenere da lui, parte col prestigio del nome e l’affabilità de’ modi, parte coll’autorità di quell’assisa, tutto quanto gli occorreva. Se non che il Castellano era più volenteroso che ricco; nella sua vecchia bicocca non v’erano piùche pochi fucili arrugginiti e un’antiquata colubrina; buoni pur quelli, pensò il Capitano de’ Mille, ma non certo bastevoli alla sua grande miseria. Fortunatamente però il Comandante di Talamone nel consegnargli que’ poveri rimasugli fece intendere che le scorte di guerra di tutto quel tratto di costa erano raccolte nel forte di Orbetello, e che colà certamente la spedizione avrebbe trovato quanto le poteva occorrere. Bastò. Pochi istanti dopo il colonnello Türr riceveva da Garibaldi l’incarico di chiedere al Comandante d’Orbetello quante armi e munizioni aveva in serbo ne’ suoi arsenali; e due ore dopo, munito di questo biglietto di Garibaldi: — «Credete a tutto quanto vi dice il mio Aiutante di campo, il colonnello Türr, ed aiutateci con tutti i vostri mezzi per la spedizione che io intraprendo per la gloria del nostro re Vittorio Emanuele e per la grandezza d’Italia;» — il Colonnello stesso si presentava al maggiore Giorgini, tale era il nome del Comandante, e gli esponeva l’oggetto del suo mandato. Il Giorgini in sulle prime, sgomento della grave responsabilità cui andava incontro, ne rifuggì apertamente; ma poi il Türr seppe tanto dire e fare e così destramente dimostrargli l’impresa esser voluta dal Re, andarne della Sicilia non solo, ma dell’Italia, ogni ritardo poter riuscire esiziale, infine la responsabilità del concedere essere in quel caso un nulla al paragone di quella del rifiutare, che il buon Giorgini, ascoltando certo più le voci del patriottismo che quelle della rigida disciplina militare, finì col darsi per vinto, e col concedere tutto quanto gli era richiesto. Nè infatti quel giorno era ancora tramontato, che lo stesso Giorgini conduceva a Garibaldi (tenersi dal vedere egli stesso il magico eroe non avrebbe potuto) centomilacartocci, tre pezzi da sei e milleduecento cariche, le quali, unite ai vecchi schioppi e alla barocca colubrina di Talamone, compirono l’armamento ben degno di quei Millepezzentialla conquista di un regno.[34]
Ma di pari passo a questa, un’altra operazione, importantissima fra tutte, era stata compiuta. La gente imbarcata a Quarto non era fino allora che una turba informe e confusa; conveniva darle al più presto una forma ed un aspetto militare. Però anche a questa bisogna poche ore bastarono. Scesi a terra i Legionari, e passata una prima rassegna, millesettantadue risposero all’appello. In seguito, divisa la gente in nove compagnie, ed eletti: a Capo dello Stato Maggiore Giuseppe Sirtori, del Quartier generale Stefano Türr, dell’Intendenza Giovanni Acerbi, del Corpo sanitario il dottor Ripari; fu letto un Ordine del giorno, nel quale, dopo aver stabilito che il corpo riprenderebbe il nome diCacciatori delle Alpi, e raccomandata l’abnegazione e la disciplina, era proclamato che il suo grido sarebbe sempre quello, rimbombato già sulle sponde del Ticino:Italia e Vittorio Emanuele.[35]L’organizzazione poi, soggiungeva l’Ordine del giorno, sarebbe stata «in tutto simile a quella dell’esercito italiano a cui apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio,sono datial merito, e sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.[36]»
A questo solo però non s’eran fermate le cure di Garibaldi. Il pensiero vagheggiato fin dai giorni della Cattolica di un’invasione nelle provincie romane, egli l’aveva sepolto in fondo al cuore, ma deposto nonmai; e la riscossa siciliana non aveva fatto che ridestarlo e richiamarlo a vita novella. Nella mente sua un concetto non escludeva l’altro, anzi a vicenda s’integravano e insieme compievano quel disegno d’insurrezione generale di tutta Italia, che era il suo eroico sogno, e di cui i «cinquecentomila volontari e il milione di fucili» dovevano essere i fattori e gli stromenti.
Poichè l’eroe aveva promesso il suo braccio ai Siciliani, e’ non intendeva ritrarlo; ma pensava sempre che la Sicilia potesse essere soccorsa in due modi: recandole un rinforzo d’armi e d’armati; e suscitando nella restante Italia, rimasta schiava, segnatamente nelle Marche, nell’Umbria e nel Napoletano, una vasta sommossa che mettesse in fiamme tutta la Penisola, e finisse una buona volta, per dirla con lui, «le nostre miserie di tanti secoli.» Da ciò le parole al Bertani «che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque sono nemici;» da ciò la lettera al Medici (Genova, 5 maggio 1860), nella quale consigliandolo a serbarsi per altre imprese ed a fare ogni sforzo per inviare soccorsi di armi e di gente in Sicilia, gli aggiungeva di fare «lo stesso nelle Marche e nell’Umbria, ove presto sarà l’insurrezione, e dove presto conviene promuoverla a tutta oltranza.[37]» Da ciò infine l’appello agl’Italiani bandito da Talamone: «Che le Marche, l’Umbria, la Sabina, Roma, il Napoletano, insorgano per dividere le forze de’ nostri nemici;» e quale ultimo portato di quest’idea, quella diversione o spedizione nell’Umbria, che fu detta di Talamone.
Di questo fatto inesattamente si scrisse, e male si giudicò fin d’allora; ma alieni dall’occupare, con litigiosedigressioni, il posto sacro alla Storia, ci restringeremo a dire del fatto, quanto a noi stessi, testimoni e attori involontari, consta in modo non discutibile, nè confutabile.
Nella mattina stessa del 7 maggio, Garibaldi faceva chiamare nella casa del Gonfaloniere, dove aveva posto il Quartier generale, il colonnello Zambianchi e gli proponeva di mettersi a capo d’una schiera di Cacciatori delle Alpi per tentare un’invasione nell’Umbria dal lato di Orvieto. Gli avrebbe dato, diceva, armi e danari; l’affidava che a poche miglia avrebbe trovato una colonna già in marcia di Livornesi che s’unirebbe a lui; lo lusingava che una spedizione si stesse preparando a Genova dal Cosenz e dal Medici, e ch’egli stesso, Garibaldi, potesse comparire nell’Umbria e pigliare il comando dell’impresa.
E questo fu il primo capitale errore del Duce dei Mille. Lo Zambianchi, colonnello nel 1849 de’ Gendarmi della Repubblica romana, aveva lasciato dietro a sè una fama piuttosto di brutalità che di prodezza; e non possedeva certo alcuna delle doti necessarie a governare una siffatta impresa. Appunto perchè grosso di cervello, quanto spavaldo di cuore, non si rese alcun conto della difficoltà e della responsabilità del mandato, e l’accettò. Garibaldi gli diè facoltà di scegliersi, fra i Mille, una schiera di cinquanta o sessanta volontari, gli assegnò egli stesso due o tre ufficiali (buoni, diceva il Generale), i quali, indarno supplicato di non essere staccati dai camerata coi quali eran partiti, ma non volendo in quell’ora solenne dar l’esempio d’una indisciplinatezza, si rassegnarono al sacrificio; gli pose nelle mani sessanta buone carabine, quarantarevolvere seimila franchi; gli consegnò un Manifesto da bandirsi ai Romani, eun foglio d’Istruzioni tutto di suo pugno e lo mandò con Dio.
Il Manifesto già noto diceva:
«Romani!»Domani voi udrete dai preti di Lamoricière che alcuniMussulmanihanno invaso il vostro terreno. Ebbene, questiMussulmanisono gli stessi che si batterono per l’Italia a Montevideo, a Roma, in Lombardia! quelli stessi che voi ricorderete ai vostri figli con orgoglio, quando giunga il giorno che la doppia tirannía dello straniero e del prete vi lasci la libertà del ricordo!»Quelli stessi che piegarono un momento davanti ai soldati agguerriti e numerosi di Buonaparte, ma piegarono colla fronte rivolta al nemico, ma col giuramento di tornare alla pugna, e con quello di non lasciare ai loro figli altro legato, altra eredità che quella dell’odio all’oppressore ed ai vili!»Sì, questi miei compagni combattevano fuori delle vostre mura, accanto a Manara, Melara, Masina, Daverio, Peralta, Panizzi, Ramorino, Mameli, Montaldi, e tanti vostri prodi che dormono presso alle vostre catacombe, ed ai quali voi stessi deste sepoltura, perchèferiti per davanti.»I vostri nemici sono astuti e potenti, ma noi marciamo sulla terra degli Scevola, degli Orazii e dei Ferrucci; la nostra causa è la causa di tutti gl’Italiani. Il nostro grido di guerra è lo stesso che risuonò a Varese ed a Como:Italia e Vittorio Emanuele!e voi sapete che con noi, caduti o vincenti, sarà illeso l’onore italiano.»G. Garibaldi»Generale romano promosso da un Governoeletto dal suffragio universale.»
«Romani!
»Domani voi udrete dai preti di Lamoricière che alcuniMussulmanihanno invaso il vostro terreno. Ebbene, questiMussulmanisono gli stessi che si batterono per l’Italia a Montevideo, a Roma, in Lombardia! quelli stessi che voi ricorderete ai vostri figli con orgoglio, quando giunga il giorno che la doppia tirannía dello straniero e del prete vi lasci la libertà del ricordo!
»Quelli stessi che piegarono un momento davanti ai soldati agguerriti e numerosi di Buonaparte, ma piegarono colla fronte rivolta al nemico, ma col giuramento di tornare alla pugna, e con quello di non lasciare ai loro figli altro legato, altra eredità che quella dell’odio all’oppressore ed ai vili!
»Sì, questi miei compagni combattevano fuori delle vostre mura, accanto a Manara, Melara, Masina, Daverio, Peralta, Panizzi, Ramorino, Mameli, Montaldi, e tanti vostri prodi che dormono presso alle vostre catacombe, ed ai quali voi stessi deste sepoltura, perchèferiti per davanti.
»I vostri nemici sono astuti e potenti, ma noi marciamo sulla terra degli Scevola, degli Orazii e dei Ferrucci; la nostra causa è la causa di tutti gl’Italiani. Il nostro grido di guerra è lo stesso che risuonò a Varese ed a Como:Italia e Vittorio Emanuele!e voi sapete che con noi, caduti o vincenti, sarà illeso l’onore italiano.
»G. Garibaldi
»Generale romano promosso da un Governoeletto dal suffragio universale.»
Le Istruzioni, ignorate sino ad ora e che per la prima volta si pubblicano, aggiungevano:[38]
Istruzioni al comandante Zambianchi.«1º Il comandante Zambianchi invaderà il territorio pontificio colle forze ai suoi ordini, ostilizzando le truppe straniere mercenarie di quel Governo antinazionale con tutti i mezzi possibili.»2º Egli susciterà all’insurrezione tutte quelle schiave popolazioni contro l’immorale Governo, e procurerà ogni modo per attrarre con lui tutti i soldati italiani che si trovano al servizio del Papa.»3º Egli, campione della causa santa italiana, reprimerà qualunque atto di vandalismo col maggior rigore, e procurerà di farsi amare dalle popolazioni.»4º Chiederà, come è giusto, dai Municipi ogni cosa, di cui possa aver bisogno in nome della Patria, che compenserà alla fine della guerra ogni spesa sopportata da particolari e Comuni.»5º Egli propagherà l’insurrezione dovunque negli Stati del Papa ed in quelli del Re di Napoli, evitando, per quanto è possibile, di percorrere gli Stati italiani del re Vittorio Emanuele, il nome del quale e d’Italia saranno il grido di guerra d’ogni Italiano.»6º Eviterà più che possibile d’accettare soldati dell’esercito nostro regolare, anzi raccomanderà a questi di non abbandonare le loro bandiere, e che non tarderà il loro turno in combattimenti maggiori.»7º Trovandosi con altri corpi italiani nostri, procurerà di accordarsi circa le operazioni. Se alla testa di quei corpi si trovassero i brigadieri Cosenz o Medici, egli si porrà immediatamente ai suoi ordini, e se vi fosse guerra tra VittorioEmanuele e i tiranni meridionali, allora si porrebbe agli ordini del comando superiore del Re o chi per lui.»(Firmato)G. Garibaldi»Generale del Governo di Roma, eletto dal suffragio universalee con poteri straordinari.»
Istruzioni al comandante Zambianchi.
«1º Il comandante Zambianchi invaderà il territorio pontificio colle forze ai suoi ordini, ostilizzando le truppe straniere mercenarie di quel Governo antinazionale con tutti i mezzi possibili.
»2º Egli susciterà all’insurrezione tutte quelle schiave popolazioni contro l’immorale Governo, e procurerà ogni modo per attrarre con lui tutti i soldati italiani che si trovano al servizio del Papa.
»3º Egli, campione della causa santa italiana, reprimerà qualunque atto di vandalismo col maggior rigore, e procurerà di farsi amare dalle popolazioni.
»4º Chiederà, come è giusto, dai Municipi ogni cosa, di cui possa aver bisogno in nome della Patria, che compenserà alla fine della guerra ogni spesa sopportata da particolari e Comuni.
»5º Egli propagherà l’insurrezione dovunque negli Stati del Papa ed in quelli del Re di Napoli, evitando, per quanto è possibile, di percorrere gli Stati italiani del re Vittorio Emanuele, il nome del quale e d’Italia saranno il grido di guerra d’ogni Italiano.
»6º Eviterà più che possibile d’accettare soldati dell’esercito nostro regolare, anzi raccomanderà a questi di non abbandonare le loro bandiere, e che non tarderà il loro turno in combattimenti maggiori.
»7º Trovandosi con altri corpi italiani nostri, procurerà di accordarsi circa le operazioni. Se alla testa di quei corpi si trovassero i brigadieri Cosenz o Medici, egli si porrà immediatamente ai suoi ordini, e se vi fosse guerra tra VittorioEmanuele e i tiranni meridionali, allora si porrebbe agli ordini del comando superiore del Re o chi per lui.
»(Firmato)G. Garibaldi
»Generale del Governo di Roma, eletto dal suffragio universalee con poteri straordinari.»
Ora come Garibaldi potesse dar per cosa quasi certa la prossima entrata del Cosenz e del Medici[39]nelle provincie romane, e molto più come potesse credere che l’esercito regio li avrebbe o preceduti o spalleggiati, è problema che forse Garibaldi stesso non saprebbe risolvere; uno dei tanti enigmi di cui tutte le congiure son piene, e quella del risorgimento italiano è riboccante.
Comunque, lo Zambianchi, radunata la sua piccolaschiera, la sera stessa del 7 maggio spiccò la marcia verso Fontebranda, e incontrata la mattina vegnente la colonna promessagli de’ Livornesi,[40]continuò, attraverso tutta la Maremma grossetana, senza mai incontrare su suoi passi l’ombra d’un ostacolo. Soccorso dai Municipi di viveri, di vesti, e talvolta, come a Scansano, di armi; non molestato dalle Autorità governative, e spesso segretamente secondato, arrivò dopo dodici giorni di viaggio agiato e tranquillo a Pitigliano sul confine della provincia orvietana. Colà ospitato, mantenuto, al solito, festeggiato dagli abitanti, sostò comodamente altri tre giorni; e tra il 20 e il 21 sconfinò. I troppi saggi di volgarità e d’imperizia dati dallo Zambianchi non consentivano più alcuna illusione sull’esito finale dell’impresa, e i pochi che nelle file ragionavano ancora, lo prevedevano e ne tremavano. Ma che fare? Non avrebbero potuto denunciare l’inettitudine del Comandante senza taccia di sediziosi; non sottrarsi al destino de’ loro camerata senza taccia di disertori, e convenne loro rassegnarsi, tacere e marciare sino alla fine. Infatti, giunti alle grotte di San Lorenzo, tra Valentano e Acquapendente, la catastrofe, preveduta, precipitò. Il Colonnello, disposti a rovescio gli avamposti e trascurate le più elementari norme di cautela militare, aveva lasciato i volontari disperdersi tra le case e le cantine, dove col dolce vin di Orvieto gli abitanti medesimi li attiravano; e abbandonatosi egli stesso a copiose libazioni, era caduto, briaco fradicio, in pesantissimo sonno.
Intanto, scorsa poco più d’un’ora, uno squadrone di Gendarmi, condotti da quello stesso colonnello Pimodan che lasciò poi la vita a Castelfidardo, entravadi sorpresa nel villaggio e lo traversava ventre a terra in tutta la sua lunghezza. Se non che non tutti erano venuti a patti coll’Orvietano: una mano di valorosi oppose da un caffè una disperata resistenza; al rumore della zuffa accorrono via via i più vicini e i meno assonnati: la pugna si accende alla spicciolata in più luoghi: una barricata improvvisata dinanzi al caffè sbarra la via ai cavalli nemici; una scarica bene aggiustata, penetrando nei loro fianchi, ne abbatte alcuni, e sgomina gli altri; e in men di due ore gli assalitori sono costretti a dar volta precipitosamente, lasciando dietro a sè non pochi feriti e prigionieri. I Garibaldini dunque non furono sconfitti, siccome i Pontificii spacciarono e molti ripeterono:[41]essirestarono padroni del terreno; essi stettero ancora accampati sul territorio pontificio circa tre ore, e soltanto al calar della sera in ordine minaccioso, trascinando seco lo Zambianchi più come un ostaggio che come un capitano, ripassarono il confine a Sovano, dove il Governo di Ricasoli, che quindici giorni prima li aveva lasciati armare de’ suoi fucili, li disarmò.
E così nacque, procedette e finì la spedizione delle Grotte. Commessa a forze inadeguate, guidata da capo imbelle ed inetto, tentata in ora inopportuna fra popolazioni intorpidite ed avverse, essa doveva fallire al suo fine; ma se non fu vittoriosa nel suo campo, non ne recesse nemmeno disonorata; e fruttò almeno un’utile diversione all’impresa siciliana,[42]tenne incertie confusi più giorni i governi nemici d’Italia sui veri passi di Garibaldi e agevolò, col sacrificio di sessanta dei Mille, la vittoria de’ loro compagni.
I Cacciatori delle Alpi erano già tornati a bordo; i cannoni di Talamone già imbarcati; i vapori passati nella mattina dell’8 dal Porto di Talamone in quel vicino di Santo Stefano, vi prendevano il resto delle provvigioni da guerra e da bocca, e nel pomeriggio del giorno stesso il naviglio sferrava nuovamente con mare placido alla volta di Sicilia. E per due giorni e due notti nessun accidente notevole. Sulla prua delPiemonteerano stati posti in batteria la colubrina e sul casseretto della sua poppa il cannone da quattro; i Legionari pigliavano le armi e le munizioni: l’Orsini, nominato capo dell’Artiglieria, piantava in un camerino un laboratorio pirotecnico; c’era un po’ di maretta e qualche volontario pagava il tributo; ma nel rimanente tutto andava a seconda. Soltanto a una cert’ora del giorno: «Un uomo, un uomo in mare,» si udì gridare a prua delPiemonte; ed infatti un volontario, chi disse caduto per caso, chi buttatosi per accesso subitaneo di pazzia, dal bastimento, compariva e scompariva sull’onde, sì che fu mestieri che ilPiemontesciasse e mettesse in acqua una lancia per pescare, non si seppe mai di certo, se il naufrago o il suicida. Episodio insignificante, e che certo avremmo taciuto, se Garibaldi, combinando insieme il ritardo cagionato da quel salvataggio col perditempo occorsogli per la paranza delle munizioni e colla conseguitane deviazione per Talamone, non avesse tratto da tutti quegl’indugi la conseguenza che essi, anzichènuocere, giovarono provvidenzialmente all’impresa; sia continuando l’incertezza del nemico sulla vera rotta dei due piroscafi, sia facendo in guisa che essi arrivassero allo scoperto di Marettimo proprio nel momento, in cui la crociera borbonica lasciava i paraggi di Marsala e correva a levante verso Capo San Marco.
Garibaldi invece non nota nemmen di sfuggita altro più grave caso avvenutogli tra la notte del 10 e 11 maggio, e che per poco non cagionò un cozzo rovinoso fra i due legni fratelli. Infatti era accaduto che ilLombardo, filando due nodi meno delPiemonte, aveva perduto tanta strada sul suo compagno, che al calar della notte era scomparso affatto dalla sua vista. Era un grave inconveniente tanto più che nelle tenebre il viaggiar di conserva diveniva indispensabile. Garibaldi però decide di aspettare lo smarrito; ma poichè era già nelle acque di Marettimo e poco lunge probabilmente dalla crociera nemica, così aveva fatto spegnere a bordo tutti i fanali e intimato il più rigoroso silenzio. Ma ilLombardo, che intanto aveva fatto strada, «giunto a poche miglia da Marettimo vide a un tratto davanti a sè una massa nera, immobile con tutto l’aspetto d’un nemico in agguato. Chi può essere, che cosa può volere a quell’ora in quelle acque un bastimento a vapore senza lumi, senza segnali, senza voci? Però è già da un quarto d’ora che Bixio è fisso con tutti i sensi su quell’inerte e cieco fantasma; ma più guarda, più ascolta e più il legno s’avanza e più gli cresce nell’animo il sospetto, che sin dal primo istante gli era balenato. Certo è una fregata nemica alla posta della preda. Che fare? Che fare? Bisogna risolvere, e presto, finchè ne avanza il tempo. Madido di freddo sudore, tremante di rabbia, macoll’animo sacrato ad ogni più mortale cimento, il Bixio ha deciso. Si rammenta che Garibaldi fin da Genova gli mormorò all’orecchio: — Bixio, se mai.... all’arembaggio, — e credendo giunta l’ora di eseguire l’ordine del suo Generale, urla al macchinista di spingere a tutta forza, al pilota di drizzar la prua sul supposto incrociatore, e sveglia con un disperato ululo d’allarmi tutto il bastimento. In un baleno la voce corre che si è caduti nella crociera borbonica; i volontari, che dormivano sicuri, si svegliano in sussulto, danno di piglio alle armi, si schierano instintivamente lungo i parapetti, si preparano a combattere contro chi, perchè, come, non lo sanno; ripetendo macchinalmente quella parolaall’arembaggio, che molti non sanno nemmeno che cosa voglia dire, che i più, capaci appena di tenersi ritti su un bastimento, non avrebbero nemmen saputo come si tenti. Ma hanno fede in Bixio, e la disperazione opera l’usato effetto di dar valore anche ai più imbelli.
»E Bixio, dal canto suo, continua a camminare in tutta furia sull’immaginario nemico, che immobile sempre pare che l’attenda e lo sfidi. A un tratto una voce sonora, piena, calda come un bramito, parte dal legno misterioso e rompe la silenziosa tenebra del mare: — Oh capitano Bixiooo! — Garibaldi! — scoppia in una voce sola ilLombardo. E Bixio già curvo all’estrema punta di prua per esser primo all’assalto, tremante ancora del disperato passo che era per dare, tremante anche più per l’irreparabile disastro che stava per cagionare, Bixio trova tuttavia la forza di rispondere:
» — Generale!
» — Ma cosa fate, volete mandarci a fondo?
» — Generale, non vedevo più i segnali.
» — Eh! non vedete che siamo in mezzo alla crociera nemica?... Faremo rotta per Marsala.
» — Va bene, Generale.[43]»
Marsala infatti era il punto che fin dalla sera del 10 era stato scelto per lo sbarco. In sulle prime Garibaldi aveva titubato tra Porto Palo e Sciacca; ma poi un esame più diligente della costa e degli andamenti della crociera, e soprattutto i consigli pratici d’un bravo pescatore trovato nelle vicinanze di Marettimo, lo indussero a preferire, fra quei tre punti, il primo. Sciacca infatti era troppo lontano; Porto Palo non aveva pescaggio sufficiente; mentre Marsala, oltre alla bontà dell’ancoraggio ed all’abbondanza di battelli da sbarco, offriva questo importantissimo vantaggio, che navigando tra Marettimo e Favignana vi si poteva accostar più facilmente al coperto e trovarvi men pericoloso l’approdo.
Oltre a ciò, spiando Garibaldi nella sera del 10 le mosse dei legni borbonici, li aveva veduti incamminarsi placidamente verso scirocco e levante, sicchè n’aveva argomentato che, quand’anche al suo uscire dall’Arcipelago delle Egadi fosse stato subito scoperto, egli si trovava però sempre assai più vicino a Marsala che gli incrociatori, quindi nella possibilità di afferrarvi molto prima che al nemico fosse bastato il tempo di traversargli il passo.
Tutto ciò ben ponderato e considerato, le navi corrono per la rotta indicata; scivolano tra Marettimo e Favignana, e girato il Capo della Provvidenza, mai come in quell’istante meritevole del suo nome, ecco apparire dalla cima dell’Erice alla punta del Lilibeo tutta la costa siciliana, e tra breve, entro una cerchiadi mura merlate le bianche case di Marsala, ilPorto d’Alì.[44]
Se non che quasi nel punto medesimo emersero alla vista, ancorate innanzi a Marsala stessa, due grosse navi. Erano, senza tema d’inganno, navi da guerra; ma di qual bandiera, con quali propositi? Un gran silenzio si fa a bordo. Tutti gli occhi son fissi sui due legni sospetti; il dubbio d’essere incapati nella crociera nemica accende la fantasia de’ più inesperti, e fa battere i cuori de’ più intrepidi; sullo stesso volto di Garibaldi passa una nube. Quando unoschooneringlese, che veniva facendo la rotta opposta al nostro naviglio, risponde al capitano Castiglia, che l’aveva interrogato, nella lingua sua:They are two vassel of the british squadron. — «Son due legni della squadra britannica.» — Un respiro allarga tutti i petti: le macchine sono spinte a tutta forza; l’onda fugge sotto le rapide ruote; l’ambito lido si disegna:crebrescunt optatæ aures portusque potescit; giù verso scirocco tre incrociatori nemici, richiamati dai telegrafi ottici della costa, rimontano col massimo della loro velocità verso i legni ribelli, ma è ormai troppo tardi: ilPiemonte, già sorpassata la punta del molo, infila il porto; ilLombardo, sforzando la vaporiera fin ad investire la costa, lo segue a breve tratto; e al tocco dell’11 maggio 1860, i novelli Argonauti afferrano gloriosamente la lor Colchide agognata.
Nè l’opera dello sbarco fu tardata un istante: numerose barche, quali prese a forza,[45]quali volontarie,s’affollano intorno alle due navi, e prima ancora che i legni nemici, sempre accorrenti a tutto vapore, sian giunti a tiro de’ loro cannoni, il grosso della truppa, delle armi, delle provvigioni è già trasportato a terra. Anche gli incrociatori però ebbero tempo di sopraggiungere, e loStromboli, lasciata la Partenope che si trascinava al rimorchio, per nullaimpedito, come fu novellato,[46]dai legni inglesi, rimastisi neutrali, venivaa postarsi traverso, cominciando tosto a fulminare l’acqua, i bastimenti, le barche, la rada, il molo, di furiose e disordinate bordate.
Vano rumore! Spreco impotente di polvere e di ferro! Ogni colpo, fosse la fretta, l’imperizia o la trepidazione de’ tiratori, muore nell’acqua o passa innocuo per l’aria, e leCamicie rossesfilano in perfetta ordinanza fino alla città, salutando di viva, di motteggi, di risate la vana mitraglia.
La prima prova era vinta. Otto secoli prima,[47]i Normanni di Ruggiero sbarcavano in Sicilia a fondarvi sullo sfacelo della dominazione mussulmana una monarchia cristiana, ma feudale; ora altri Normanni guidati da un eroe, non men famoso del nipote di Tancredi, scendevano nella medesima Isola non più conquistatori, ma liberatori, a fondarvi una monarchia civile e redentrice, pietra angolare dell’Unità d’Italia.
«Siciliani!»Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all’eroico grido della Sicilia — resto delle battaglie lombarde. — Noi siamo con voi — e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. — Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. — All’armi dunque; chi non impugna un’arma, è un codardo o un traditore della patria. Non vale il pretestodella mancanza d’armi. Noi avremo fucili, ma per ora un’arma qualunque ci basta, impugnata dalla destra d’un valoroso. I Municipi provvederanno ai bimbi, alle donne ed ai vecchi derelitti. — All’armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori, colla potente volontà d’un popolo unito.»G. Garibaldi.»
«Siciliani!
»Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all’eroico grido della Sicilia — resto delle battaglie lombarde. — Noi siamo con voi — e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. — Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. — All’armi dunque; chi non impugna un’arma, è un codardo o un traditore della patria. Non vale il pretestodella mancanza d’armi. Noi avremo fucili, ma per ora un’arma qualunque ci basta, impugnata dalla destra d’un valoroso. I Municipi provvederanno ai bimbi, alle donne ed ai vecchi derelitti. — All’armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori, colla potente volontà d’un popolo unito.
»G. Garibaldi.»
Con queste parole annunziava ai Siciliani la sua calata nell’Isola, e il gagliardo appello diffuso prestamente da mani fidate in tutte le terre circostanti, correva come caldo soffio sulle ceneri semispente della rivoluzione, e ne sprigionava una vampa novella.
Intanto però una cosa urgeva: marciare avanti al più presto. Marsala tanto propizia all’approdo, non lo era del pari alla dimora. Confinata in un angolo estremo dell’Isola, segregata dai maggiori centri dell’insurrezione, esposta ad essere circuita in brev’ora così dalla terra come dal mare, ogni buona cagione politica e militare consigliava a levarne senza indugio le tende.
Oltre a ciò Garibaldi aveva compreso che, se v’era impresa in cui confidarsi alla celerità delle mosse, era quella; e provetto di quell’arte, fu risoluto di usarla da par suo. Comandò quindi che alla prima alba dell’indomani fosse suonato a raccolta e tutta la Colonna pronta alla partenza. Non aveva ancora fermo in mente alcun disegno preciso; ma vedeva però già chiara questa necessità: camminare diviato, per la più retta, su Palermo, salvo a prender più tardi consiglio dai casi e dalle fortune. Ora la via più retta era quella appunto che da Marsala va per Salemi, Alcamo, Partinico, Monreale, e che correndo fra due altre strade conducenti con giri più tortuosi al medesimo scopo, gli lasciava aperto il campo a quei volteggiamenti ed a quelle finte, di cui era maestro.
Con questa semplice idea nella mente, la mattina del 12 fece dare nelle trombe. Nessuna marcia di esercito potente e vittorioso fu più allegra, come la prima di que’ poveri Mille, cui poteva attendere tra poco l’ultimo sterminio. Gli è che per essi il solo esser sbarcati su quella terra, era già una conquista, e il passeggiarla co’ loro piedi un trionfo. Alla lor testa camminava Garibaldi stesso. A Marsala erano stati presi alcuni cavalli, e il Generale aveva ricevuto in dono un’eccellente puledra; tuttavia dopo averla montata per breve tratto fuori della città, ne era sceso per marciare a piedi co’ suoi commilitoni e dividere con essi la fatica gioconda di quella prima tappa. E i Mille seguivano, alacri e giulivi quali mai non erano stati, ballando, avreste detto, più che camminando, burlandosi della canicola, non avvertendo la sete, cantando in dieci dialetti diversi le loro vecchie canzoni di guerra; osservando, paragonando, illustrando più come una brigata di viaggiatori artisti che come una colonna di soldati, gli spettacoli dell’insolita natura; apostrofando ogni Siciliano, e più, s’intende, ogni Siciliana, che incontrassero per via, di cui ammiravano e commentavano, secondo i gusti, il vernacolo melodioso, i grand’occhi neri, la tinta olivigna, i fieri aspetti de’ maschi, la selvaggia bellezza delle donne, l’orrendo sfacelo delle vecchie, la innocente nudità dei bambini.
Così la Colonna era giunta a Rampagallo, feudo di un barone Mistretta, a mezza via tra Marsala e Salemi, e colà fu ordinato ilgrand’alto. Se non che, considerato l’ora tarda, la stanchezza già incipiente della truppa, l’inopportunità di arrivare in Salemi di notte, la scarsezza di notizie del paese circostante, Garibaldi deliberò di fermarsi nel luogo stesso dove era giunto e di pernottarvi. E fu a Rampagallo checominciarono a comparire i primi segni di quella insurrezione siciliana, di cui sino allora, a dir vero, eran corse più le novelle che apparse le prove. Infatti i due fratelli Sant’Anna e il barone Mocarta, che campeggiavano coi resti delle bande del Carini sui monti del Trapanese, appena udito lo sbarco del Liberatore, si erano affrettati, con una mano dei loro, sulle sue traccie, e raggiuntolo al bivacco di Rampagallo gli si eran presentati. Non eran più di cinquanta; coperti la più parte di pelli di caprone, e armati di vecchie scoppette e di pistole arrugginite; ma se Garibaldi avesse veduto arrivargli il soccorso d’un intero esercito, non sarebbe stato più radiante. Questi abbracciava, a quelli stringeva la mano, per tutti trovava qualcuna di quelle sue maliarde parole, di quelle sue note carezzevoli, di quei suoi sorrisi fascinatori che furono dovunque, ma saranno principalmente fra i Siciliani, il maggior segreto del suo trionfo.
Occupato pertanto il rimanente della giornata a riordinare la Legione, che fu ripartita in otto compagnie e due battaglioni ai comandi del Bixio e del Carini, e ad organizzare coi marinai del Piemonte e del Lombardo una compagnia di cannonieri; la mattina appresso la Colonna riparte per Salemi, e dopo una marcia alquanto più faticosa della precedente, in sulle prime ore del meriggio vi arrivò. E colà i Mille cominciarono ad avere una prima idea delle ovazioni siciliane. Intanto che da tutti i campanili della città le campane volavano a gloria, una turba di popolo, accompagnato da una musica, moveva incontro ai liberatori, dando loro un primo saggio di quel pittoresco linguaggio tutto meridionale, fatto insieme di mimica e di suoni, più dipinto, direste, che parlato e che nei momenti delle grandi ebbrezze scoppia in un tumultobacchico di urla selvaggie, di gesti vertiginosi, di contorsioni quasi epilettiche, che ora direste un’eco lontana delle orgie dionisiache, ora vi dà l’immagine d’un ballo di Dervisch urlanti e danzanti al suono delladarbouka, testimonianza a tutti sensibile che una ricca vena di sangue greco ed arabo scorre sempre sotto le carni infocate del Siculo nativo.
«Quando poi giunse il Generale (scrive uno dei Mille),[48]fu proprio un delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che braccia alzate e armi brandite; chi giurava, chi s’inginocchiava, chi benediceva; la piazza, le vie, i vicoli erano stipati, ci volle del bello prima che gli facessero un po’ di largo. Ed egli, paziente e lieto, salutava e aspettava sorridendo.»
Entrato in città, dato quel resto di giornata al riposo, ed alla pulizia della sua truppa, raccolto il Consiglio de’ suoi maggiori Luogotenenti e dei capi delle Deputazioni inviategli a fargli omaggio, emanava due solennissimi decreti. Coll’uno assumeva, per la volontà dei principali cittadini e dei liberi Comuni della Sicilia, e in nome di Vittorio Emanuele re d’Italia, la Dittatura; coll’altro bandiva la leva in massa di tutti gli uomini atti alle armi dai diciassette ai cinquant’anni, partendoli in tre classi di milizie: attiva, distrettuale e comunale, ordinamento che più tardi l’Italia crederà di apprendere dagli eserciti germanici, e le era antico e naturale. Che se quel secondo decreto, infrangendosi contro l’inveterata dissuetudine de’ Siciliani da ogni milizia obbligatoria, restò lettera morta, non affrettiamoci per questo a giudicarlo, come parve a taluno, sragionevole ed improvvido. Poteva essere, quanto a’ modi ed al tempo, meglio elaborato ed apparecchiato;ma quanto al concetto attestava, per dirlo con uno storico,[49]«della mente del Dittatore» e fa il suo miglior elogio. Garibaldi aveva compreso quant’altri che primo fondamento all’impresa d’Italia era una grande, stabile ed ordinata milizia. Che se più tardi fu costretto dalla necessità d’una guerra, che non permetteva tregua, a combattere con bande tumultuarie ed eserciti improvvisati, egli può gloriarsi d’aver saputo vincere con quelli, non essere accusato di non aver saputo ordinarne di migliori. E non vogliamo accusare nemmeno la Sicilia. Educata dalla funesta signoria borbonica a non vedere nelle milizie stanziali che gli stromenti della sua oppressione, era naturale che essa non discernesse subitamente la differenza che correva tra un pretoriano della tirannide e il difensore d’una libera patria, e si spiega senza colpa d’alcuno, fuorchè della triste eredità del passato, come essa non intendesse il grande diritto che il suo Liberatore le conferiva, chiamandola all’adempimento di quel supremo dovere.
A modo suo però, conforme le sue forze e il suo costume, la Sicilia aveva risposto all’appello. La rivoluzione si rianimava. Se le città ferreamente compresse da forti presidii non ardivano ancora rialzar la testa; le campagne, specialmente nelle provincie più occidentali dell’Isola, cominciavano a riscuotersi; e se altro non potevano, allargavano intorno alla Colonna liberatrice il terreno, su cui vivere e combattere. Il La Masa, popolarissimo in Sicilia pei ricordi del 48, inviato a sommuovere i distretti di Santa Ninfa e Partanna, correva quelle terre annunziando Garibaldi, rovesciando e istituendo governi, fugando i birri borbonici, raccogliendoi primi nuclei di quelle nuove bande che tra poco egli stesso comanderà.
Una banda di circa seicento, comandata da Giuseppe Coppola, era già calata dai ricoveri di Monte San Giuliano, e fin dalla sera del 13 arrivata a Salemi per offrire il suo braccio al Dittatore; un’altra squadra di un centinaio, la conduceva il giorno seguente quel frate Pantaleo, divenuto per brev’ora famoso, incontrato dai Mille presso a Rampagallo, che era ben lunge dal meritare il titolo di «novello Ugo Bassi,» da Garibaldi conferitogli; ma che però in quel momento colla simpatica figura, la scorrevole parlantina, il carattere non per anco sconsacrato e il bizzarro accoppiamento della cocolla e della camicia rossa, giovava ad apostolare quegl’ingenui Isolani ed a persuadere loro che Garibaldi non era quel Saracino che era stato loro dipinto, e che egli veniva non a spiantar la croce, ma a rassodarne nella giustizia e nella libertà il santo stelo.
Da lontano poi arrivavano non meno promettenti novelle. Rosolino Pilo (riuscito finalmente, dopo lunghe peripezie, ad unirsi agli insorti) teneva sempre con una mano di prodi le alture di San Martino nei dintorni di Monreale; e formava da quel lato un’estrema avanguardia utilissima; nel contado di Ventimiglia, di Ciminna, di Misilmeri, il La Porta, il Firmaturi, il Piediscalzi, il Paternostro, battevano ancora la montagna; infine, cosa nuova per Garibaldi e per vero significantissima, il Clero faceva quasi dovunque causa comune colla rivolta; anzi in molti luoghi ne era il principale istigatore e condottiero egli stesso; tanto profondo, universale, superiore ad ogni precetto di rassegnazione e ad ogni legge di perdono, era l’odio del nome borbonico.
E fu sotto l’impressione di quello spettacolo che Garibaldi bandì da Salemi stesso quel suo proclama ai «buoni preti» (un arguto disse: «Sarebbe stato meglio dire,ai preti buoni»), nel quale, «consolatosi che la vera religione di Cristo non fosse perduta,» li incoraggiava a perseverare nella loro santa crociata, «fino alla totale cacciata dello straniero dal suolo d’Italia.» E non solo tentava affezionarsi quei buoni preti coi proclami; ma li cercava, li voleva d’attorno, li festeggiava, li seguiva nelle loro chiese, s’inginocchiava ai loro altari; azioni codeste che in tutt’altri che Garibaldi si potrebbero dire volgari furberíe politiche; ma che in lui erano una riprova, un documento di più che una sola fede dominava veramente nel suo spirito: la patria; e che chiunque gli paresse disposto a dargli mano per redimerla, Papa o Re, zoccolante o soldato, angelo o demone, egli era pronto a celebrarlo, e, se occorreva, ad adorarlo.
Il Governo borbonico conosceva fin da’ primi suoi apparecchi la spedizione garibaldina; ma pur movendone qualche lagno al Governo sardo, l’aveva superbamente disprezzata, credendo che la sua crociera sarebbe bastata a colarla a fondo. Quando invece la vide sbarcar felicemente sotto gli occhi delle sue fregate, non potendo più negare il fatto, si provò a svisarlo, dipingendo gli sbarcati come una mano di filibustieri, annunciando come una vittoria la cattura de’ loro bastimenti, già abbandonati, consolandosi colla illusione che li avrebbe tutti esterminati, se non fosse stato l’impedimento de’ due legni inglesi. Finalmente quando i filibustieri presero terra, e malgrado i telegrammide’ suoi Luogotenenti che li davano per distrutti e annichilati, li vide avanzare e ingrossare più vivi e baldanzosi che mai, allora scosse il letargo, e intanto che la sua Diplomazia protestava contro la perfidia del Gabinetto piemontese ed empiva di lai tutte le Corti dell’Europa; dava ordine a Palermo di inviare contro gl’invasori il nerbo delle sue truppe migliori, e di schiacciarli rapidamente in un sol colpo.
Per effetto di questi ordini, una colonna di tremila fanti, cento cavalli e quattro pezzi di artiglieria, agli ordini del generale Landi, marciava tosto per Partinico ed Alcamo alla volta di Salemi; mentre altre truppe navigavano per Trapani o salivano da Girgenti col proposito di mettere i filibustieri tra due fuochi e toglier loro ogni scampo.
Come però il Landi fu giunto, in sul pomeriggio del 14, a Calatafimi, vista la gagliardía del sito, deliberò di appostarvisi e di aspettare a quel varco inevitabile il nemico. Nè la postura, dato il concetto di una difensiva, poteva essere migliore. Essa offriva in un punto il doppio vantaggio tattico e strategico. Calatafimi, vecchia città saracena, giace sul dorso di un colle, dal quale mediante un’agevole sella se ne spicca un altro che serve quasi di spalla al primo, e scendendo a terrazze, degradanti fino ad un’aperta e brulla pianura, domina le due strade di Palermo e di Trapani, e come un bastione bifronte la serra. Tutto quel luogo porta ancora il funebre nome diPianto de’ Romani, in memoria della rotta inflitta dagli Egestani al console Appio Claudio, nel 263 avanti Cristo, ed ora attende che un altro pianto lo ribattezziPianto de’ tiranni.
Un cozzo adunque appariva inevitabile; tuttavia il Capitano de’ Mille, non sperando di poter espugnarecolle scarse sue forze quella formidabile altura, fermò da principio di tenersi in sulla difensiva sulle colline di Vita, provandosi, se gli riusciva, di tirar il nemico al piano per combatterlo quivi con maggior probabilità di fortuna.
Concepito pertanto questo disegno, stese in catena i Carabinieri genovesi, sostenuti da una compagnia del Carini, coll’ordine di non rispondere al fuoco nemico che assai da vicino, e assaliti da presso, di ripiegare scaramucciando; pose al centro il restante del battaglione del Carini; tenne in riserva quello del Bixio; lasciò l’Artiglieria sulla strada; spinse sulle estreme alture di destra e di sinistra le squadre siciliane dei Sant’Anna e del Coppola, e stette a sua volta ad aspettare.
Intanto verso le 10 del mattino anche la Colonna garibaldina era giunta a Vita a un’ora incirca da Calatafimi, e pochi istanti dopo le Guide del Missori, spinte innanzi ad esplorare, riportavano d’aver scoperto su per quelle cime il luccicare delle baionette nemiche. All’annunzio Garibaldi spronò avanti per riconoscere egli pure il nemico, e vide chiaramente che fitte colonne di Napoletani uscivano da Calatafimi per coronare il colle vicino e scaglionarvisi in battaglia. Nel frattempo però anche la catena dei Cacciatori borbonici era già discesa verso le falde del monte, e di là, colle sue eccellenti carabine rigate bersagliando la nostra avanguardia, aveva cominciato a farle patire qualche perdita. Per alcuni istanti i bravi Genovesi si ricordarono dell’ordine ricevuto e ressero, pazienti ed inerti, ai molesti saluti; ma poi, a poco a poco infastiditi e irritati, principiarono a ribattere colpo per colpo, fino a che, infocandosi l’azione, si gettarono a testa bassa, traverso la nuda vallata, contro l’inimico.
Non era quella l’intenzione di Garibaldi; però scrive egli stesso: «Chi fermava più quei focosi e prodi volontari, una volta lanciati sul nemico? Invano le trombe toccarono:Alto!I nostri o non le udirono o fecero i sordi, e portarono a baionettate l’avanguardia nemica sino a mischiarla col grosso delle forze borboniche che coronavano le alture.[50]»
Allora il Generale vide che non c’era più tempo da perdere, o «perduto sarebbe stato quel pugno di prodi,» e ordinò una carica generale di tutte le sue forze. Il Bixio da sinistra, le rimanenti compagnie da destra; i Carabinieri, le Guide, lo Stato maggiore, Garibaldi stesso, s’avventano a baionetta calata sulla catena borbonica; traversano senza balenare un istante l’arsa pianura tempestata dalla moschettería e dalla mitraglia nemica; e nel solo tempo richiesto al tragitto, sforzano il nemico a riparare sulle prime falde del monte. Era il prologo della battaglia; ma il dramma e la catastrofe eran lontani, in alto, molto in alto, là sulla cima di quel monte che il nemico occupava, e per giungere alla quale era mestieri salire per sette ardui scaglioni, custoditi da forti battaglioni squisitamente armati e da quattro bocche d’artiglieria, e ai quali que’ poveri Mille non potevano opporre che le punte arrugginite delle loro baionette, il loro ardimento e i loro petti.
Lo vide Garibaldi, ma intendendo che la vittoria era a quel patto, e che in quel giorno, su quel monte, si decidevano le sorti della Sicilia, deliberò di tentare il cimento.
Concesso pertanto un po’ di riposo a’ suoi Legionari; prescritto lo stesso ordine di battaglia; avvisatele bande di appoggiare dalle loro cime il movimento; fece dar nuovamente nelle trombe, e si slanciò contro il primo scaglione. Era il tocco e mezzo! incominciava allora la vera battaglia.
Noi non presumiamo descriverla. In siffatti combattimenti, dove tutta l’arte riducesi a chi primo avanza o retrocede, e tutto lo spettacolo in un succedersi alternato di assalti e di fughe, di singolari certami e di epiche mischie, lo storico militare non ha più voce; la tavolozza d’un Meissonier, la fantasia d’un Victor Hugo dovrebbero parlare per lui.
«Ad ogni terrazza una scarica, una corsa fremebonda sotto la mitraglia nemica, una mischia rapida, muta, disperata, un momento di riposo a’ piedi della terrazza conquistata, e daccapo un’altra scarica, un’altra corsa, un’altra mischia, altri prodigi di valore, altro nobile sangue che gronda, altri Italiani che uccidono Italiani;[51]» finchè viene un punto, in cui il coraggio avendo ragione del numero, e la costanza della morte, il nemico, scacciato da altura in altura, abbandona il campo: ecco Calatafimi.
Svariati, invece, e mirabili gli episodi del valore personale. Qua il Bixio che urla, tempesta, fiammeggia, galoppa contra il nemico colla furia del Telamonio; là il Sirtori, montato su uno squallido cavalluccio, tutto vestito di nero, abbottonato fino al mento come un quacquero, che s’avanza in mezzo alla mischia, lento, impassibile, melanconico, più somigliante ad un sacerdote che benedica que’ bravi, o all’apostolo che cerchiil martirio, anzichè ad un soldato; mentre poco lunge, a render più vivo il contrasto, «un frate francescano caricava un trombone con manate di palle e di pietre, si arrampicava e scaricava a rovina.[52]» Altrove Deodato Schiaffino, da Camogli, leonardesca figura di Genovese, più biondo di Garibaldi, ma più alto e tarchiato di lui, presa in mano una piccola bandiera, s’avventa, seguito dal Menotti, dall’Elia e da altri pochi nel fitto de’ battaglioni napoletani; ma ad un tratto eccolo spalancare le braccia, abbandonare la bandiera e stramazzare crivellato il largo petto da una scarica intera, fra una cerchia di nemici. A quella vista il Menotti si precipita per ricuperare la bandiera e vendicar l’amico; ma una palla gli fracassa la destra, e lo costringe a sua volta a lasciare al nemico la contrastata insegna; preda male decantata dai Regi, poichè quella pretesa bandiera non era che un umile cencio tricolore improvvisato da qualche gregario, e di cui lo Schiaffino s’era fatto in quel momento dell’assalto volontario alfiere. Incontrastabile invece, glorioso il trofeo del cannone da montagna, centro per parecchi minuti d’una zuffa accanita, strappato finalmente ai Regi a prezzo delle vite più preziose.
E girando per il campo avreste incontrato ancora, ora il Bandi di Siena, grondante da più ferite; ora il Majocchi di Milano, fracassato un braccio; ora l’elegante Missori, l’occhio livido da una sassata; e qua e là stesi a terra, placidi, composti, colla faccia vòlta al nemico, il Sartori di Sacile, morto; il Pagani di Borgomanero, morto; il Montanari, veterano di Montevideo e di Roma, morto.
E non parliamo di Garibaldi. In quella pugna, doveil Capitano s’identificava all’eroe, egli era gigante. A piedi colla sciabola inguainata sopra una spalla, il mantello ripiegato sull’altra, inerpicandosi su per que’ greppi coll’agilità d’un montanaro e l’ardore d’un gregario; gridando di quando in quando uno squillanteAvanti, che echeggiava nel petto dei Mille come un clangore di trombe; incoraggiando con amorose parole i feriti che trovava per via; pagando d’un sorriso i forti e invitandoli a riposarsi, egli seguiva, sereno, imperturbato, infaticabile, tutte le peripezíe della pugna; ed ora partecipandovi, ora dominandola, attento a tutti i casi, esposto a tutti i pericoli, e pronto a tutti i consigli, ne era davvero, per la sola sua presenza, l’anima invisibile e il Genio tutelare.
Finchè egli era vivo, la speranza viveva; lui morto, tutto era perduto. E lo sentivano i suoi Mille; lo sentivan così quelli che da lontano vedevano sparire e ricomparire nella zuffa il suo mantello grigio, come quelli che l’attorniavano e gli facevano scudo de’ loro corpi; l’aveva sentito il suo Bixio che fin dai primi assalti lo scongiurava a ritirarsi, per amor d’Italia; l’aveva sentito l’Elia, quando al vederlo preso di mira da un Cacciatore regio balzava davanti a lui e riceveva egli nella bocca la ferita quasi mortale, destinata forse al cuore del suo Generale.
Ma egli un’altra cosa anche più grande sentiva: che in quel giorno, su quel monte, bisognava vincere o morire; e che qual si fosse la sorte, egli doveva correrla tutta coll’ultimo de’ suoi. E fu anche quella l’idea salvatrice della battaglia. A un certo punto, dopo il secondo o il terzo assalto, affranti, sfiniti gli assalitori; sempre rinnovati, sempre più forti gli assaliti; parendo ormai impossibile la vittoria, e disperata la giornata, il Bixio stesso s’arrischiò a susurrargli:«Generale, temo che bisognerà ritirarsi.» — «Ma che dite mai, Bixio!» rispose, sereno e solenne, Garibaldi: «Qua si muore.» Sul campo d’Hastings, la Calatafimi normanna, Guglielmo il conquistatore gridava a’ suoi: «Qui fuira sera mort, qui se battra bien sera sauvé.[53]» Garibaldi esprimeva con diverse parole lo stesso pensiero; il pensiero di tutti i grandi Capitani,[54]il pensiero vincitore di tutte le battaglie: la più difficile delle vittorie appartiene sempre ai più costanti.
E l’ultimo sforzo della loro costanza i Mille non l’avevano fatto ancora. Sei terrazze erano conquistate, restava la settima. I nostri, decimati dalle perdite, dalla stanchezza, dal diradamento naturale che avviene su tutti i campi di battaglia, eran ridotti a poco più che tre o quattro centinaia; ma restava pur sempre quell’ultima terrazza, ed era forza espugnarla. «Ancora quest’assalto, figliuoli (disse loro Garibaldi), e sarà l’ultimo. Pochi minuti di riposo; poi tutti insieme alla carica.»
E quel pugno d’uomini, trafelato, pesto, insanguinato, sfinito da tre ore di corsa e di lotta, trovata ancora in quelle maliarde parole la forza di risollevarsi e tenersi in piedi, riprese, come gli era ordinato, la sua ascesa micidiale; rigando ancora ogni palmo dell’erta terribile d’altro nobile sangue; scrollando ancora senza vacillare il nembo infocato della moschettería nemica; risoluto all’estremo cimento, risoluto all’ecatombe. Ma come l’eroe aveva preveduto, la fortuna fu coi costanti. Incalzati nuovamente di fronte da quel branco di indemoniati che pareva uscissero di sotterra, sgomentidall’improvviso rombo dei nostri cannoni che il bravo Orsini era finalmente riuscito a portare in linea, turbati dal clamore crescente delle squadre sui loro fianchi, i Borbonici disperano di vincere, e voltate per la settima volta le spalle, abbandonano il monte combattuto e non s’arrestano più che dentro Calatafimi.
Il miracolo era compiuto; la giornata era vinta; e all’indomani Garibaldi stesso lo annunciava ai suoi Mille, da Calatafimi già vuota di nemici, con quest’Ordine del giorno: