185.Al Bellazzi aveva scritto sino dal 29 dicembre 1860:«Caprera, 29 dicembre 1860.»Caro Bellazzi,»Per circostanze eccezionali io non posso accettare candidatura alcuna a deputato. Desidero che ciò sia notorio a tutti i Collegi, onde evitare l’inconveniente di dover addivenire ad altre elezioni.»Sono»Suo»G. Garibaldi.»(Pungolo di Milano, 8 gennaio 1861.)186.I giornali moderati avevano stampato che Garibaldi era venuto a Torino per invito del conte di Cavour. Il Generale lo smentì con questa lettera al Direttore delDiritto:«Signore,»Un foglio di Torino pubblica che io venni qui chiamato dal conte di Cavour.»Questa notizia è del tutto inesatta.»Torino, 3 aprile 1861.»G. Garibaldi.»187.Ecco testualmente la lettera:«Signor Presidente,»Alcune mie parole malignamente interpretate hanno fatto supporre un concetto contro il Parlamento e la persona del Re.»La mia devozione ed amicizia per Vittorio Emanuele sono proverbiali in Italia, e la mia coscienza mi vieta di scendere a giustificazioni.»Circa al Parlamento nazionale, la mia vita intera, dedita all’indipendenza e alla libertà del mio paese, non mi permette neppure di scendere a giustificarmi d’irriverenza verso la maestosa Assemblea dei rappresentanti di un popolo libero, chiamata a ricostituire l’Italia e collocarla degnamente accanto alle prime nazioni del mondo.»Lo stato deplorabile dell’Italia meridionale e l’abbandono in cui si trovano così ingiustamente i valorosi miei compagni d’armi, mi hanno veramente commosso di sdegno verso coloro che furono causa di tanti disordini e di tanta ingiustizia.»Inclinato però alla santa causa nazionale, io calpesto qualunque contesa individuale, per occuparmi unicamente ed indefessamente di essa.»Per concorrere quanto io posso a cotesto grande scopo, valendomi dell’iniziativa parlamentare le trasmetto un disegno di legge per l’armamento nazionale e la prego di comunicarlo alla Camera secondo le forme prescritte dal Regolamento.»Nutro la speranza che tutte le frazioni della Camera si accorderanno nell’intento di eliminare ogni superflua digressione, e che il Parlamento italiano porterà tutto il peso della sua autorità nel dare spinta a quei provvedimenti che sono più urgentemente necessari alla salute della patria.»Torino, 12 aprile 1861.»G. Garibaldi.»188.Ed ecco i principali articoli del suo progetto:«Art. 1º La Guardia nazionale sarà ordinata in tutto il Regno giusta le prescrizioni delle leggi vigenti nelle antiche provincie colle modificazioni portate dagli articoli seguenti.»Art. 2º I corpi destinati per far servizio di guerra prenderanno il nome di Guardia mobile. Essa sarà formata in divisioni, in conformità dei regolamenti dell’armata di terra.»Art. 3º Sono chiamati a far parte della Guardia mobile tutti i regnicoli che hanno compiuto il 18º e non oltrepassano il 35º anno di età.»Art. 4º Le armi, il vestito, il corredo, i cavalli e tutto il materiale da guerra necessario alla Guardia mobile sarà fornito interamente a carico dello Stato.»Art. 5º Il contingente della Guardia mobile è ripartito per provincie, per circondari, per mandamenti, a proporzione della popolazione. I militi sono chiamati al servizio in base della legge sul reclutamento dell’esercito e delle altre leggi vigenti. La durata del servizio è regolata dall’art. 8 della legge 27 febbraio 1859.»Con altri articoli erano dichiarati esenti i facenti parte dell’esercito e dell’armata, gl’inabili, gli unici, i primogeniti orfani, ec., e coll’ultimo aprivasi un credito di trenta milioni per l’armamento della Guardia stessa.189.Furono superflue. La questione deiCacciatoriera morta e sepolta, e a nulla giovava il rivangarla. È vero che Garibaldi vi fu provocato dalle parole del conte di Cavour; ma sarebbe stato più generoso e certamente più abile lasciar cadere l’invito. Oltredichè avevan ragione entrambi: ragione il Cavour, che primo istitutore e protettore di quel Corpo fosse stato lui; ragione Garibaldi di dolersi delle difficoltà suscitategli in cammino, e degli scarti dell’esercito mandati a lui, e del Corpo degliAppenninipromessogli dal Re e rifiutatogli dal Ministero, e di tant’altre angheríe. Nei discorsi così di Cavour che di Garibaldi sono però notevoli due cose: la prima che Garibaldi si sia dimenticato d’aver chiesto iCacciatori degli Appennininon una, ma due volte: una a Treponti, e l’altra molto prima a Chivasso nel momento di intraprendere la sua marcia in Lombardia; la seconda che il conte di Cavour per iscusarsi di non avergli mandati iCacciatori degli Appennini, gli abbia dato poi ragione che, avendo egli sempre stimata la Valtellina «un teatro disadatto alla sua capacità,» quella forza su quei gioghi sarebbe stata perduta, come già la furono iCacciatori delle Alpi. Ottima ragione, e che dimostra, oltre a tante altre cose, che il conte di Cavour ne capiva delle faccende della guerra assai più di coloro che avevan l’ufficio di governarle.E finiremo la nota con un’altra osservazione. Il generale Petitti alla fine della seduta del 20 aprile lesse un telegramma del La Marmora, nel quale questi smentiva l’asserzione di Garibaldi, che i Volontari più idonei fossero costretti a entrar nell’esercito e soltanto gli scarti lasciati andare neiCacciatori. Il generale La Marmora diceva il vero, «nessun ordine costringeva i Volontari a entrare piuttosto in un corpo che nell’altro»; ma in ogni ufficio d’arruolamento, me testimonio, c’era uno o più ufficiali che consigliavano i più aitanti a preferire l’esercito ai Volontari.190.I giornali di Sinistra vollero vedervi la mano del conte di Cavour; ma basta la memoria della sua grande accortezza, non che del suo forte ingegno e del suo nobile carattere, per purgarlo d’ogni accusa.Lo Zini invece «sospetta li caporali di parte sua, e principalmente di quel manipolo che intorno al Minghetti s’avvoltacchiava.» (Op. cit.)191.Son testuali parole dellaMonarchia Nazionaledi Torino, organo delterzo partito, e per i suoi intimi rapporti col Depretis, col Rattazzi e gran parte della Sinistra, in grado d’essere bene informato.192.VediNicomede Bianchi,Il conte di Cavour, pag. 83.193.Nizza probabilmente.194.Alludiamo all’assassinio, di cui doveva essere vittima nel 1860. L’ammiraglio Persano nel suoDiario(parte I, pag. 30 e 40) ne parla distesamente. Certo Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica, era partito da Napoli col disegno di uccidere il Generale. Il Persano ne fu avvertito prima dal conte di Cavour, poi dal Villamarina, sicchè corse immediatamente ad informarne il Generale, pregandolo a premunirsi; ma il Generale non se ne volle curare! e solo per compiacere l’Ammiraglio ne fece parola sorridendo ad un suo aiutante di campo.Il Valentini tra il 15 e il 16 sbarcò a Palermo, ma essendosi accorto d’essere tenuto d’occhio dalla Polizia, si gettò in mare e a nuoto riparò sullaPartenope, una delle fregate della marina napoletana che ancoravano a quei giorni nella rada di Palermo.195.DalMovimentodi Genova, 18 agosto 1861.196.Egli mandò per avere il consiglio del Re e dei Ministri il colonnello Trecchi, il quale ne ricevette quella risposta.197.La lettera si legge nei giornali americani, ed era del seguente tenore:«Al Console degli Stati Uniti d’America.»Caprera, 10 settembre 1861.»Caro Signore,»Ho veduto il signor Sanford, e sono dolente d’esser costretto a dire che non posso andare pel presente agli Stati Uniti. Non dubito del trionfo della causa dell’Unione, e che avvenga presto; ma se la guerra dovesse per mala sorte continuare nel vostro paese, io vincerò tutti gli ostacoli che mi trattengono, e mi affretterò a venire alla difesa di quel popolo che mi è tanto caro.«G. Garibaldi.»198.Parole di Celestino Bianchi, segretario generale del Ministero dell’interno, in una sua lettera a Pier Carlo Boggio, deputato al Parlamento, intitolata:Il barone Ricasoli, Mazzini, Garibaldi e i Comitati di provvedimento.Torino, 1862, pag. 11.199.Una notizia dell’Italiegiornale ufficioso, telegrafata il 9 (sera) dall’Agenzia Stefani a tutta la stampa, diceva: «Secondo le nostre informazioni, la conferenza di ieri tra Garibaldi e Rattazzi avrebbe avuto importantissimi risultati, di natura da esercitare grande influenza sui destini del paese.»200.Li dovevano comandare il maggiore Bideschini e il capitano Baghino. Giuseppe Guerzoni doveva tenere le funzioni di Capo di Stato Maggiore. I Carabinieri si organizzavano in Genova, onde il nome diCarabinieri genovesi, e gli arruolati ai primi d’aprile sommavano già a millecinquecento.201.Il fatto fu negato invano. Il Crispi l’affermò recisamente in pieno Parlamento (Seduta del 3 giugno 1861) ed al Rattazzi stesso mancò l’animo di smentirlo. Del resto noi abbiamo l’aneddoto dalle labbra stesse del dottor Ripari, che fu appunto la persona incaricata da Garibaldi di chiedere al commendator Capriolo, segretario generale dell’Interno ealter egodel Rattazzi assente, la consegna della somma promessa.202.VediGiuseppe Pasolini,Memorie raccolte da suo figlio. Imola, tip. I. Galeati, 1880, pag. 297.203.Val la pena di riprodurre qui il discorso di Garibaldi pronunziato nel teatro di Parma che venne dai giornali travisato.Lo togliamo dallaGazzetta di Parmadel 2 aprile:«Io vi spiegherò le condizioni presenti. — Io sono repubblicano — benchè molti credano farsi un delitto il dirlo, non lo nascondo. —Alle grida che s’innalzavano nella sala, soggiunse:Ricordatovi che siamo forti, ma i forti sono tranquilli e calmi e colla calma faremo fatti. Io voglio farvi un’ipotesi — supponete che siamo qui in cento: se sono ottanta che vogliono un governo o venti un altro, i venti che violentano la volontà degli ottanta sono despoti, sono tiranni. Ma quegli ottanta sarà il governo del popolo, quello sarà la mia repubblica. Ora dunque abbiate in mente la concordia, lasciamo da parte i torti ricevuti per la causa italiana. — Io posso esser certo che quando in nome della patria e del Re vi chiamerò, tutti verrete. (Sì, sì prolungati.) Ora tornando all’ipotesi, gli ottanta hanno già accettato quel programma col quale dal Ticino ci accampammo alle falde del Vesuvio; voi ben lo conoscete —Italia e Vittorio Emanuele— e mentre noi esprimiamo il nostro principio, noi seguiremo quel programma. Chi non segue quel programma deve essere considerato come nemico della patria. Siamo leali; se l’abbiamo accettato, seguiamolo. Ricordiamo la concordia.Al grido di viva Mazzinidisse che incaricato di parlare a Rattazzi e al Re per il richiamo di Mazzini, il fece e spera che non vi siano serii ostacoli, non essendovi ormai che un punto legale da sciogliere che egli non saprebbe spiegare.Al grido di viva Mazzini egli ripete:Io vi accompagno, ma io ve l’ho detto: il popolo forte deve essere calmo e concorde —Viva Vittorio Emanuele— (Si ripeterono le grida:Viva Vittorio Emanuele.) Ho fatto un discorso, esso conchiuse, che passa di molto la mia capacità; ma colla vostra fisonomia marziale e franca mi avete dato l’energia di parlare: vi saluto con affetto, o degni figli del lavoro, vi raccomando la concordia: nella concordia sta la salute della patria. Mantenetevi buoni — sarò con voi sino alla morte.»204.Egli infatti scriveva:«Trescorre, 6 maggio 1862.»Nel 5 maggio in Trescorre ho potuto corroborarmi nel concetto che si meritano i miei correligionari politici — confermarmi che non ci può essere democrazia senza onestà d’intendimento e rispetto alla volontà nazionale.»Non più diffidenze dunque in un paese che deve trovarsi compatto nelle ultime battaglie dell’indipendenza. I membri del Consiglio dell’Associazione emancipatrice, eletti nell’adunanza generale di Genova, che si componeva dei delegati di tutte le Associazioni liberali d’Italia, confermarono in questo solenne anniversario il patto fondamentale, su cui posa l’avvenire della patria; il concerto che lega questa nazione, che vuole risorgere tutta, al suo Re leale e galantuomo.»I nostri convincimenti furono trovati da noi tutti consentanei al nobile plebiscito siculo-napolitano, al programma glorioso delle nostre vittorie.»Italia e Vittorio Emanuele!... Ecco la nostra bandiera, ecco il voto consacrato dalle moltitudini, proclamato oggi dall’entusiasmo per il Re guerriero di mezzo milione di popolo, a cui fanno eco tutte le popolazioni. — Ecco la mèta a cui devono tendere tutte le aspirazioni. — Ecco finalmente il vangelo politico su cui posero la destra, ieri — uomini che mi onoro di chiamare fratelli, uomini che l’Italia ed il Re troveranno sempre cooperatori sulla via che conduce alla intera nazionale rigenerazione.»G. Garibaldi.»205.Citiamo i colonnelli Nullo, Missori, Guastalla, Corte, Cattabene, i maggiori Cucchi, Mosto, Lombardi, Bedeschini, il dottor Ripari, Benedetto ed Enrico Cairoli, i trentini Ergisto Bezzi, Filippo Manci, Pietro Martini; Paolo Francesco Savi di Genova, Alberto Mario, e potremmo raddoppiare la schiera.206.Vedi Circolare del Ministero dell’interno, 15 aprile 1862.207.«Taluni male interpretarono la mia protesta sulDiritto. Soldato italiano, non ebbi, nè poteva avere, intenzione di lanciare contumelie contro l’esercito italiano, gloria e speranza della nazione. Volli soltanto dichiarare che dovere dei soldati italiani è di combattere i nemici della patria e del Re, e non di uccidere e ferire inermi cittadini. — Se il Comandante di Brescia avesse potuto provvedere secondo gl’impulsi del proprio cuore, non avremmo oggi da maledire chi fu la causa della strage, nè lamentare vittime di quel popolo generoso. Alle frontiere e sui campi di battaglia la milizia — quello e non altro è il suo posto.»Garibaldi.»Supplemento delPungolodi Milano del 23 maggio 1862.208.VediDirittodel 4 giugno 1862.209.Vedi negliAtti parlamentari, Lettera di Garibaldi del 2 giugno 1862.210.Tornata della Camera dei Deputati del 3 giugno 1861.211.Ci conviene tuttavia essere più esatti. Per molto tempo nella mente di Garibaldi l’impresa veneta e la greca andarono di conserva: l’una a’ suoi occhi non escludeva l’altra, a vicenda forse si aiutavano. Anzi fra il 7 e l’8 maggio avendo il Generale ricevuto una visita del generale Di Saint-Front, aiutante di campo del re Vittorio Emanuele, si notò che per due o tre giorni le idee e gli ordini del Generale cambiarono totalmente; talchè la spedizione in Tirolo parve messa in disparte e quella per l’Oriente ripresa più alacremente. Tanto vero che il maggiore Bideschini ebbe l’ordine di scegliere tra i giovani raccoltisi a Genova una grossa schiera, di unire ad essa una mano di marinai e di tenerli tutti preparati ad un imbarco. (VediGaribaldi, perF. Bideschini, pag. 25.) Se non che, prevalendo probabilmente l’impazienza generosa dei Veneti e dei Trentini, e continuando ad affluire in Lombardia nuovi Volontari, Garibaldi lasciò che la prima trama del Trentino fosse ravviata e condotta fino al termine in cui la vedemmo troncata.212.Io era a que’ giorni segretario particolare capo del Gabinetto del ministro dei lavori pubblici, Agostino Depretis; ma, come ognuno sa, ero nello stesso tempo soldato ed amico di Garibaldi, col consenso del quale soltanto mi ero indotto ad accettare il posto di fiducia che l’onorevole Depretis mi aveva offerto. Ora io non appaio certamente questi due fatti per dare a credere che io tenessi nel Governo alcun importante e molto meno segreto ufficio politico; ma li ricordo soltanto per chiarire come la mia origine, il modo della mia elezione, la mutua confidenza di cui mi onoravano il generale Garibaldi e il ministro Depretis, facessero di me qualcosa di diverso, per lo meno, d’un burocratico qualsiasi e mi mettessero quindi in grado di essere più addentro di molti altri miei colleghi in taluni negozi; in quelli specialmente che concernevano la principale materia degli accordi a quei giorni avviati tra il Governo e il Generale.Ora dunque, essendomi recato nell’ultima settimana d’aprile a Desenzano per vedervi il Generale e sentire da lui a che punto stessero le cose circa a queiCarabinieri genovesi, dei quali ero predestinato a diventare il Capo di Stato Maggiore, il Generale mi rispose col suo ordinario laconismo: «Presto spero che faremo qualche cosa; fatene un cenno anche a Depretis, e tenetevi pronto.» Tornato a Torino come il Generale mi aveva detto, riferii il breve dialogo al Ministro, che ascoltò quasi senza rispondere; e non mi lasciò in alcun modo intravedere quello ch’egli pensasse di quella mia confidenza. Io non dirò come de’ particolari fossi informato quasi giorno per giorno dagli altri miei amici e commilitoni. Soltanto ai primi di maggio dovendo io accompagnare il ministro Depretis a Napoli, scrissi al Generale anche a nome di Bixio, che era a parte di tutta la trama (VediVita di Nino Bixio, pag. 306 e seg.), se potevamo fare impunemente il viaggio senza pericolo di perdere il nostro posto nella impresa che tutto faceva credere imminente. Ma egli mi rispose: «Partite pure: occorrendo vi chiamerò.» Ed io, rassicurato come la cosa non fosse così prossima come si vociferava, partii, e soltanto in mare, tornando da Sicilia, seppi con qualche certezza le notizie degli arresti di Palazzolo e di Sarnico. Allora, appena arrivato a Torino, e meglio conosciuti tutti i particolari degli eventi, udito il consiglio de’ miei amici, reputai di non poter più servire convenevolmente un Ministero che dopo aver fino alla vigilia parte congiurato col Generale, parte tollerato ad occhi chiusi ch’egli cospirasse con chi voleva, gli si avventava contro all’improvviso e lo trattava come ribelle e poco meno che nemico. E questa pertanto fu l’unica cagione della dimissione ch’io diedi, in quei termini forse un po’ troppo vivaci che la giovinezza dovrebbe scusare, al ministro Depretis. Se poi in Parlamento taluni Deputati vollero farsi della mia nomina come della mia rinunzia un’arma di partito e tirarne a forza illazioni esorbitanti dalla logica e dalla verità, ciò poteva attristarmi, ma non era in me d’impedirlo. Io m’ero risolto a quell’atto per un profondo sentimento di dovere; ma ero il primo a dolermi del rumore che esso veniva facendo, e non l’avrei certamente voluto ingrossare con nuove polemiche che avrebbero richiesto di necessità nuove rivelazioni e generati scandali maggiori. Però se anche oggi dopo venti anni ne parlo, gli è solo perchè la necessità di questa storia mi vi trascina, e ciò nonostante resta ancora una parte della verità che stimo debito mio il tacere. Spero tuttavia che anche il poco che ne ho detto varrà a consigliare il signor Zini ad una onorevole ammenda. Egli nella suaStoria(vol. I, parte II, pag. 1021) ha tassata la mia rinuncia di «triste vanità;» ma confido che dopo le spiegazioni da me date vorrà dolersi della sua frase e pronunciar di me più benigna sentenza. Quando nol facesse saprei ben passarmene, ma egli m’avrebbe dato il diritto di dire che se tutti gli uomini e tutte le cose, delle quali giudica e manda nella suaStoria, sono trattati colla stessa conoscenza de’ fatti, ponderatezza di giudizio e temperanza di stile con cui trattò il mio minuscolo aneddoto, non c’è più in tutti i suoi quattro volumi una sola parola degna di fede.213.Frammenticitati, pag. 13 e 14.214.Lo accompagnarono a Palermo, oltre il figlio Menotti, Enrico Guastalla, Giuseppe Missori, Giacinto Bruzzesi, Agostino Lombardi, Giuseppe Guerzoni, Giovanni Basso e in qualità di segretario Giuseppe Civinini.215.Troviamo la frase in un periodo dei citatiFrammenti, pag. 16:«Addio Marsala! terra di felice augurio. — Anche questa volta il tuo bravo popolo mi spinse ad opera buona — e rispose con risoluzione ed entusiasmo al mio grido diRoma o Morte— che il dispotismo crede d’aver sepolto con due palle di carabina; ma ch’io spero non passerà molto — udremo risuonare ancora più terribile di prima. — E come riveder Marsala senza concepire il progetto di ripigliare il tronco cammino? Forse perchè Buonaparte lo vietava? Ed io ho mai temuto Buonaparte?»Oh! Italiani — penetratevi una volta delle mie ragioni e persuadetevi che i tiranni hanno paura, se non si temono.»216.Giuseppe Guerzoni, Enrico Guastalla, Giovanni Chiassi. Accennai il fatto anche nella miaVita di Nino Bixio, pag. 309.217.Fu scritto da Giuseppe Civinini, che faceva allora da suo segretario.218.Proclama del Re agl’Italiani, del 3 agosto 1862.219.Così la lettera dell’Albini come la risposta del Generale furono vedute dal generale Cugia e dal deputato Miceli, che l’attestarono nella tornata della Camera dei Deputati del 25 novembre 1862.220.Ciò è attestato, fra gli altri, dall’Autore dellaVerità sul fatto d’Aspromonte per un testimonio oculare. Milano, 1862, pag. 26. Che la lettera poi fosse quella dell’ammiraglio Albini è supposizione nostra, ragionevole crediamo, ma pur sempre supposizione.221.Vedi su questo e molti altri particolariAspromonte, Ricordi storici militaridel marcheseRuggero Maurigi, già aiutante del generale Garibaldi. Torino, 1862; fedele ed accuratissimo diario.222.Ci studieremo di colmar noi le principali, con postille cavate dai nostri personaliRicordie dagli altri documenti che abbiamo fra mano.223.L’interrogativo è di Garibaldi; forse egli non ricordava più i nomi dei due bastimenti, eccoli:Il Generale Abbatuccifrancese della Compagnia Valéry francese, e ilDispacciodella Florio, italiano.224.Così il manoscritto, ma il senso riesce alquanto oscuro; dubitiamo che lo scrittore abbia omesso qualche parola che l’avrebbe schiarito. Certo voleva dire: se le fregate incrociavano al largo, egli (Garibaldi) sarebbe passato fra gli scogli dove le fregate non potevano inseguirlo; se invece ancoravano vicino agli scogli, egli sarebbe marciato diritto su di esse, passando tanto vicino alle loro batterie da metterle nell’impossibilità di colpire.225.Voleva direpenoso, angoscioso, ec. Ma chi s’occuperebbe a riveder la lingua a Garibaldi!226.Vapore con cui era passato il generale Bixio nel 60 colla sua brigata.227.Qui il Generale tace o dimentica che una Deputazione reggiana, composta dei signori Bolani, Ramirez, Bruno Rossi e Grillo, era venuta a Sannazzaro per avvertirlo la città essere posta in istato di assedio; il presidio, triplicato per soccorsi venuti da Messina, forte di circa quattromila uomini, disposto a sbarrargli il passo; scongiurarlo fervidamente a risparmiare alla città lo spettacolo e il danno d’una guerra cittadina. Garibaldi rispose parole concilianti e pacifiche, e sebben non lo promettesse esplicitamente agli oratori, avea già in cuor suo fermato di lasciare in disparte Reggio e prendere il sentiero dei monti.228.Il torrente San Nicolò.229.Devesi aggiungere che la marcia fu molestata da alcune scariche di moschetteria sparate dalla corazzata regiaTerribile, specialmente contro il gruppo in cui marciava Garibaldi. L’avvisaglia poi di retroguardia a cui qui accenna il Generale ebbe luogo la mattina del secondo giorno di marcia, 27 agosto. Ci furono dei feriti e morti da ambe le parti.230.E poteva bastare un giorno solo. La guida, o mal pratica o traditora, aveva fatto fare ai Garibaldini doppio cammino. Da ciò la facilità con cui i Regi poterono presto raggiungerli.231.Eppure lefascineerano così poche e fradice dalla pioggia che non bastarono a cuocere le patate per tutti; e i più le dovettero mangiar crude.232.Intendi:Malgrado ciò; Ciò non ostante.233.La forza che il colonnello Pallavicini capitanava, come si desume dal rapporto ufficiale del generale Cialdini, componevasi di due reggimenti di linea, il 20º e il 1º, e due battaglioni di bersaglieri; in totale sette battaglioni e tremilacinquecento uomini circa. L’ordine che il Pallavicini aveva ricevuto dal generale Cialdini era perentorio; «Raggiunto Garibaldi, attaccarlo senza più, schiacciarlo e non accordargli che la resa a discrezione.» — Vedi nellaGazzetta Ufficiale del Regnodell’8 settembre 1862 iRapportidel generale Cialdini e del colonnello Pallavicini.234.Anche qui intende a modo suo il senso del verboanteporre. Vuol direallegare, addurre, mettere innanzi.235.Crediamo voglia direin gruppo. La formazione che ne risaltava era quella che in linguaggio militare si dicea potenza.236.E questo fu ilvivo fuocodi cui parla nel suo rapporto il colonnello Pallavicini; questo l’accanito combattimentoche magnificò il generale Cialdini. Il fuoco durò poco più di dieci minuti; le perdite d’ambe le parti furono di cinque morti e venti feriti tra i Garibaldini; di sette morti e ventiquattro feriti tra i Regi, e tuttavia le perdite di questi sarebbero state molto minori se non avessero ricevuta la scarica garibaldina a brevissima distanza e quasi a bruciapelo.237.Allude a questo fatto. Il colonnello Pallavicini aveva inviato a parlamentare col Generale un suo ufficiale di Stato Maggiore. Questi però essendosi presentato armato senza farsi precedere da un trombetta o da un segnale qualsiasi, e di più avendo brutalmente intimato al Generale la resa a discrezione, l’atterrato ma ancor fiero Capitano era scoppiato in queste indignate parole: «Faccio la guerra da trent’anni e ne conosco meglio di voi le leggi. Non è così che si presentano i parlamentari. Disarmatelo.» E gli fu infatti tolta la spada, che gli venne però poco dopo restituita. Allora lo stesso generale Garibaldi chiese di vedere il Pallavicini, il quale s’affrettò a lui, ma in atteggiamento ben diverso del suo parlamentario. Si presentò al grande sconfitto in atto riverente col cappello in mano, gli s’inginocchiò dappresso e gli disse, con cortese accento: «Aver l’ordine d’intimargli la resa a discrezione, ma attendere che esprimesse i suoi desiderii.» Al che il Generale avendo chiesto che fosse concesso ai disertori dell’esercito regolare di mettersi in salvo, e per sè di essere imbarcato cogli ufficiali che in quel momento l’attorniavano, su una nave inglese, il colonnello rispose: che ai disertori avrebbe concesso quarantotto ore, e quanto alla seconda domanda ne avrebbe interpellato i suoi capi, non avendo egli autorità di assentirvi.238.Circa al trasporto vanno aggiunti questi particolari. Nella notte, fu trasportato nella cascina dei Forestali della Marchesina. All’alba vegnente, fatta con rami e frasche una barella (la migliore, dice Garibaldi stesso, di quante s’adoperasseronegli ulteriori suoi trasporti), fu trasportato sulle braccia de’ suoi fedeli, che gareggiavano a darsi la muta fino alla marina di Scilla, dove ilDuca di Genovalo attendeva per tradurlo alla Spezia. Quando il Generale vide la nave e ne seppe l’uso, rampognò sdegnato il colonnello Pallavicini che avesse mancato alle sue parole; ma il Pallavicini potè giustamente rispondergli «avergli soltanto promesso di esporre la di lui domanda al Governo, e a questo non aver mancato; il Governo aver risposto rifiutandola e ordinando che il prigioniero fosse tradotto alla Spezia; suo dovere di soldato ubbidire.»L’ultima e forse più penosa scena della tragica catastrofe fu quella di cui fu infelice protagonista il generale Cialdini. Nel punto in cui il ferito d’Aspromonte tragittava dalla spiaggia al mare, dal cassero d’una nave vicina, eretto di tutta la persona, nella posa d’un trionfatore, stava a contemplarlo il generale Cialdini. A che quella mostra, per lo meno superflua? Voleva egli, il non invidiabile vincitore, passare a rassegna quel lacero stuolo di prigionieri? Non era cura da lui. Bearsi della vista del vinto nemico? Era indegno. Ostentare impersonata in lui la maestà della legge vendicatrice e vendicata? Era superbo e crudele insieme.Quanto è più grande, in questo caso, il vinto che passa non vedendo o non curando l’oltraggio, e nelle sue più intimeMemorienon ricordandolo nemmeno! Ma egli poteva perdonare; non lo seppero i suoi compagni, i quali, notata la bravata del Generalissimo regio, gli inviarono, saluto e disfida insieme, il grido diRoma o morte, che gli fu forza ascoltare in silenzio.239.Ecco la lettera del Console e la risposta del Generale:«Al Generale Garibaldi, Spezia (Italia).»Vienna, 1º settembre 1862.»Generale,»Essendovi riuscito impossibile il compiere per ora la grand’opera patriottica che avevate intrapreso nell’interesse della vostra patria diletta, mi prendo la libertà d’indirizzarvi la presente per sapere se non entrasse nei vostri disegni di offrirci il vostro valoroso braccio nella lotta che sosteniamo per la libertà e unità della nostra gran repubblica.»Il combattimento che sosteniamo non interessa noi soli, ma interessa tutto il mondo civile.»La gloria e l’entusiasmo con cui sareste accolto nella nostra patria, ove avete passata una parte della vostra vita, sarebbero immensi, e la vostra missione che sarebbe quella d’indurre i nostri bravi soldati a combattere per lo stesso principio al quale avete consacrato nobilmente tutta la vostra esistenza, sarebbe pienamente conforme alle vostre intenzioni.»Mi stimerei fortunatissimo, o Generale, se potessi ricevere da voi una risposta.»Ho l’onore di essere, ec.»Canisius»Console degli Stati-Uniti d’America.»* * *«Al signor Teodoro Canisius, ec.»Varignano, 14 settembre 1862.»Signore,»Io sono prigioniero e pericolosamente ferito: per conseguenza m’è impossibile di disporre di me stesso. Tuttavia credo che, se io sarò restituito alla libertà e se le mie ferite guariranno, sarà giunta l’occasione favorevole nella quale potrò soddisfare il mio desiderio di servire la Gran Repubblica Americana, di cui io sono cittadino, e che oggi combatte per la libertà universale.»Ho l’onore, ec.»G. Garibaldi.»240.Patriedel 17 settembre 1862.241.Diversa era l’opinione di Massimo d’Azeglio. Ancora due anni dopo Aspromonte scriveva ad Antonio Panizzi: «Dopo Aspromonte (Rattazzi ministro) mi fecero l’onore di chiamarmi con altri al Consiglio dei ministri, che doveva decidere la sorte di Garibaldi. Io dissi:Sottoporlo ad un giudizio come ogni cittadino. E dopo la condanna, grazia del Re immediata. Ma siccome nelle tasche della camicia rossa doveva essere rimasto un certo pezzo di carta, ec. ec., si pensò meglio di dargli l’amnistia, ch’egli rifiutò, dicendo che aveva fatto quel che doveva, ec. ec., e così finì,» — VediLettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani. Firenze, G. Barbèra, 1880, pag. 480.242.Frase infelicissima, ma testuale, dellaRelazionedel ministro Rattazzi al Re. Come la clemenza regia si potesse far dipendere dal beneplacito della Francia spieghi chi può!243.Decreto del 5 ottobre 1862.244.Visitarono e curarono il Generale, il dottor Partridge di Londra, Nélaton di Parigi, e fra i medici e chirurghi italiani: Porta, Bertani, Cipriani, Zannetti, Tommasi, Albanese, Prandina, Ripari, Basile.245.Testuale. Io narrai questo ed altri episodii della malattia del Generale al Varignano in una lettera alMovimento, in data del 14 ottobre, e riprodotta poi da altri giornali.246.Era rimasto a Caprera chirurgo ordinario del Generale il dottor Basile. Altri medici suoi amici non tralasciarono di visitarlo assiduamente, e primo fra tutti il dottor Enrico Albanese, tanto valente chirurgo quanto prode soldato e generosissimo amico. Egli in data del 23 gennaio scriveva della salute del Generale in questi termini:«Il Generale va meglio, e già son sei giorni che, coll’aiuto delle gruccie, cammina qualche poco per la stanza; la ferita non è ancora risanata, ma il pus diminuisce sempre, ed io ho fede che fra due mesi, al maximum, sarà completamente guarito. La fasciatura inamidata, ultimamente applicata, agisce potentemente a migliorare le condizioni locali.»Enrico Albanese.»247.Nel 1862 era stata ordinata la leva generale in tutto l’impero, ma per la Polonia prescritto che fossero esenti dal reclutamento i contadini ed i grandi proprietari rurali, sicchè la legge veniva a cadere soltanto sugli abitanti della città, quanto a dire sulla popolazione più colta e civile. La commozione suscitata dall’iniquo privilegio fu grandissima in tutta la Polonia. Il marchese Wielopolski, governatore di Varsavia, per recidere fin da principio i nervi alla rivolta, deliberò che tutti i designati al reclutamento fossero presi in una notte, e, dove essi mancassero, arrestati in loro vece i fratelli, i parenti, gli amici. A quest’atto di caccia selvaggia i Polacchi non ressero più, e nella notte del 18 gennaio il Comitato nazionale di Varsavia bandì la insurrezione.248.V. ilDirittodel 6 marzo 1863.249.Manifesto aiPopoli dell’Europain data di Caprera 15 febbraio 1863, pubblicato dalDirittodel 21 febbraio.250.Manifesto al popolo inglese da Caprera, 4 febbraio 1863, pubblicato dalMovimentodi Genova.251.Manifesto all’Emigrazione polacca da Caprera, 5 febbraio 1863, pubblicato dalDiritto.252.Vedi l’indirizzo da Capreraai prodi dell’esercito russo, pubblicato dalDirittoe riprodotto nelPungolodi Milano del 7 marzo 1863.253.La lettera del Langievicz a Garibaldi fu pubblicata da parecchi giornali e tra gli altri dallaFrance. La troviamo ricordata anche nell’opera:Fatti della Polonia dal 1863 in poi, Venezia 1863, pag. 161.
185.Al Bellazzi aveva scritto sino dal 29 dicembre 1860:«Caprera, 29 dicembre 1860.»Caro Bellazzi,»Per circostanze eccezionali io non posso accettare candidatura alcuna a deputato. Desidero che ciò sia notorio a tutti i Collegi, onde evitare l’inconveniente di dover addivenire ad altre elezioni.»Sono»Suo»G. Garibaldi.»(Pungolo di Milano, 8 gennaio 1861.)
185.Al Bellazzi aveva scritto sino dal 29 dicembre 1860:
«Caprera, 29 dicembre 1860.
»Caro Bellazzi,
»Per circostanze eccezionali io non posso accettare candidatura alcuna a deputato. Desidero che ciò sia notorio a tutti i Collegi, onde evitare l’inconveniente di dover addivenire ad altre elezioni.
»Sono
»Suo»G. Garibaldi.»
(Pungolo di Milano, 8 gennaio 1861.)
186.I giornali moderati avevano stampato che Garibaldi era venuto a Torino per invito del conte di Cavour. Il Generale lo smentì con questa lettera al Direttore delDiritto:«Signore,»Un foglio di Torino pubblica che io venni qui chiamato dal conte di Cavour.»Questa notizia è del tutto inesatta.»Torino, 3 aprile 1861.»G. Garibaldi.»
186.I giornali moderati avevano stampato che Garibaldi era venuto a Torino per invito del conte di Cavour. Il Generale lo smentì con questa lettera al Direttore delDiritto:
«Signore,
»Un foglio di Torino pubblica che io venni qui chiamato dal conte di Cavour.
»Questa notizia è del tutto inesatta.
»Torino, 3 aprile 1861.
»G. Garibaldi.»
187.Ecco testualmente la lettera:«Signor Presidente,»Alcune mie parole malignamente interpretate hanno fatto supporre un concetto contro il Parlamento e la persona del Re.»La mia devozione ed amicizia per Vittorio Emanuele sono proverbiali in Italia, e la mia coscienza mi vieta di scendere a giustificazioni.»Circa al Parlamento nazionale, la mia vita intera, dedita all’indipendenza e alla libertà del mio paese, non mi permette neppure di scendere a giustificarmi d’irriverenza verso la maestosa Assemblea dei rappresentanti di un popolo libero, chiamata a ricostituire l’Italia e collocarla degnamente accanto alle prime nazioni del mondo.»Lo stato deplorabile dell’Italia meridionale e l’abbandono in cui si trovano così ingiustamente i valorosi miei compagni d’armi, mi hanno veramente commosso di sdegno verso coloro che furono causa di tanti disordini e di tanta ingiustizia.»Inclinato però alla santa causa nazionale, io calpesto qualunque contesa individuale, per occuparmi unicamente ed indefessamente di essa.»Per concorrere quanto io posso a cotesto grande scopo, valendomi dell’iniziativa parlamentare le trasmetto un disegno di legge per l’armamento nazionale e la prego di comunicarlo alla Camera secondo le forme prescritte dal Regolamento.»Nutro la speranza che tutte le frazioni della Camera si accorderanno nell’intento di eliminare ogni superflua digressione, e che il Parlamento italiano porterà tutto il peso della sua autorità nel dare spinta a quei provvedimenti che sono più urgentemente necessari alla salute della patria.»Torino, 12 aprile 1861.»G. Garibaldi.»
187.Ecco testualmente la lettera:
«Signor Presidente,
»Alcune mie parole malignamente interpretate hanno fatto supporre un concetto contro il Parlamento e la persona del Re.
»La mia devozione ed amicizia per Vittorio Emanuele sono proverbiali in Italia, e la mia coscienza mi vieta di scendere a giustificazioni.
»Circa al Parlamento nazionale, la mia vita intera, dedita all’indipendenza e alla libertà del mio paese, non mi permette neppure di scendere a giustificarmi d’irriverenza verso la maestosa Assemblea dei rappresentanti di un popolo libero, chiamata a ricostituire l’Italia e collocarla degnamente accanto alle prime nazioni del mondo.
»Lo stato deplorabile dell’Italia meridionale e l’abbandono in cui si trovano così ingiustamente i valorosi miei compagni d’armi, mi hanno veramente commosso di sdegno verso coloro che furono causa di tanti disordini e di tanta ingiustizia.
»Inclinato però alla santa causa nazionale, io calpesto qualunque contesa individuale, per occuparmi unicamente ed indefessamente di essa.
»Per concorrere quanto io posso a cotesto grande scopo, valendomi dell’iniziativa parlamentare le trasmetto un disegno di legge per l’armamento nazionale e la prego di comunicarlo alla Camera secondo le forme prescritte dal Regolamento.
»Nutro la speranza che tutte le frazioni della Camera si accorderanno nell’intento di eliminare ogni superflua digressione, e che il Parlamento italiano porterà tutto il peso della sua autorità nel dare spinta a quei provvedimenti che sono più urgentemente necessari alla salute della patria.
»Torino, 12 aprile 1861.
»G. Garibaldi.»
188.Ed ecco i principali articoli del suo progetto:«Art. 1º La Guardia nazionale sarà ordinata in tutto il Regno giusta le prescrizioni delle leggi vigenti nelle antiche provincie colle modificazioni portate dagli articoli seguenti.»Art. 2º I corpi destinati per far servizio di guerra prenderanno il nome di Guardia mobile. Essa sarà formata in divisioni, in conformità dei regolamenti dell’armata di terra.»Art. 3º Sono chiamati a far parte della Guardia mobile tutti i regnicoli che hanno compiuto il 18º e non oltrepassano il 35º anno di età.»Art. 4º Le armi, il vestito, il corredo, i cavalli e tutto il materiale da guerra necessario alla Guardia mobile sarà fornito interamente a carico dello Stato.»Art. 5º Il contingente della Guardia mobile è ripartito per provincie, per circondari, per mandamenti, a proporzione della popolazione. I militi sono chiamati al servizio in base della legge sul reclutamento dell’esercito e delle altre leggi vigenti. La durata del servizio è regolata dall’art. 8 della legge 27 febbraio 1859.»Con altri articoli erano dichiarati esenti i facenti parte dell’esercito e dell’armata, gl’inabili, gli unici, i primogeniti orfani, ec., e coll’ultimo aprivasi un credito di trenta milioni per l’armamento della Guardia stessa.
188.Ed ecco i principali articoli del suo progetto:
«Art. 1º La Guardia nazionale sarà ordinata in tutto il Regno giusta le prescrizioni delle leggi vigenti nelle antiche provincie colle modificazioni portate dagli articoli seguenti.
»Art. 2º I corpi destinati per far servizio di guerra prenderanno il nome di Guardia mobile. Essa sarà formata in divisioni, in conformità dei regolamenti dell’armata di terra.
»Art. 3º Sono chiamati a far parte della Guardia mobile tutti i regnicoli che hanno compiuto il 18º e non oltrepassano il 35º anno di età.
»Art. 4º Le armi, il vestito, il corredo, i cavalli e tutto il materiale da guerra necessario alla Guardia mobile sarà fornito interamente a carico dello Stato.
»Art. 5º Il contingente della Guardia mobile è ripartito per provincie, per circondari, per mandamenti, a proporzione della popolazione. I militi sono chiamati al servizio in base della legge sul reclutamento dell’esercito e delle altre leggi vigenti. La durata del servizio è regolata dall’art. 8 della legge 27 febbraio 1859.»
Con altri articoli erano dichiarati esenti i facenti parte dell’esercito e dell’armata, gl’inabili, gli unici, i primogeniti orfani, ec., e coll’ultimo aprivasi un credito di trenta milioni per l’armamento della Guardia stessa.
189.Furono superflue. La questione deiCacciatoriera morta e sepolta, e a nulla giovava il rivangarla. È vero che Garibaldi vi fu provocato dalle parole del conte di Cavour; ma sarebbe stato più generoso e certamente più abile lasciar cadere l’invito. Oltredichè avevan ragione entrambi: ragione il Cavour, che primo istitutore e protettore di quel Corpo fosse stato lui; ragione Garibaldi di dolersi delle difficoltà suscitategli in cammino, e degli scarti dell’esercito mandati a lui, e del Corpo degliAppenninipromessogli dal Re e rifiutatogli dal Ministero, e di tant’altre angheríe. Nei discorsi così di Cavour che di Garibaldi sono però notevoli due cose: la prima che Garibaldi si sia dimenticato d’aver chiesto iCacciatori degli Appennininon una, ma due volte: una a Treponti, e l’altra molto prima a Chivasso nel momento di intraprendere la sua marcia in Lombardia; la seconda che il conte di Cavour per iscusarsi di non avergli mandati iCacciatori degli Appennini, gli abbia dato poi ragione che, avendo egli sempre stimata la Valtellina «un teatro disadatto alla sua capacità,» quella forza su quei gioghi sarebbe stata perduta, come già la furono iCacciatori delle Alpi. Ottima ragione, e che dimostra, oltre a tante altre cose, che il conte di Cavour ne capiva delle faccende della guerra assai più di coloro che avevan l’ufficio di governarle.E finiremo la nota con un’altra osservazione. Il generale Petitti alla fine della seduta del 20 aprile lesse un telegramma del La Marmora, nel quale questi smentiva l’asserzione di Garibaldi, che i Volontari più idonei fossero costretti a entrar nell’esercito e soltanto gli scarti lasciati andare neiCacciatori. Il generale La Marmora diceva il vero, «nessun ordine costringeva i Volontari a entrare piuttosto in un corpo che nell’altro»; ma in ogni ufficio d’arruolamento, me testimonio, c’era uno o più ufficiali che consigliavano i più aitanti a preferire l’esercito ai Volontari.
189.Furono superflue. La questione deiCacciatoriera morta e sepolta, e a nulla giovava il rivangarla. È vero che Garibaldi vi fu provocato dalle parole del conte di Cavour; ma sarebbe stato più generoso e certamente più abile lasciar cadere l’invito. Oltredichè avevan ragione entrambi: ragione il Cavour, che primo istitutore e protettore di quel Corpo fosse stato lui; ragione Garibaldi di dolersi delle difficoltà suscitategli in cammino, e degli scarti dell’esercito mandati a lui, e del Corpo degliAppenninipromessogli dal Re e rifiutatogli dal Ministero, e di tant’altre angheríe. Nei discorsi così di Cavour che di Garibaldi sono però notevoli due cose: la prima che Garibaldi si sia dimenticato d’aver chiesto iCacciatori degli Appennininon una, ma due volte: una a Treponti, e l’altra molto prima a Chivasso nel momento di intraprendere la sua marcia in Lombardia; la seconda che il conte di Cavour per iscusarsi di non avergli mandati iCacciatori degli Appennini, gli abbia dato poi ragione che, avendo egli sempre stimata la Valtellina «un teatro disadatto alla sua capacità,» quella forza su quei gioghi sarebbe stata perduta, come già la furono iCacciatori delle Alpi. Ottima ragione, e che dimostra, oltre a tante altre cose, che il conte di Cavour ne capiva delle faccende della guerra assai più di coloro che avevan l’ufficio di governarle.
E finiremo la nota con un’altra osservazione. Il generale Petitti alla fine della seduta del 20 aprile lesse un telegramma del La Marmora, nel quale questi smentiva l’asserzione di Garibaldi, che i Volontari più idonei fossero costretti a entrar nell’esercito e soltanto gli scarti lasciati andare neiCacciatori. Il generale La Marmora diceva il vero, «nessun ordine costringeva i Volontari a entrare piuttosto in un corpo che nell’altro»; ma in ogni ufficio d’arruolamento, me testimonio, c’era uno o più ufficiali che consigliavano i più aitanti a preferire l’esercito ai Volontari.
190.I giornali di Sinistra vollero vedervi la mano del conte di Cavour; ma basta la memoria della sua grande accortezza, non che del suo forte ingegno e del suo nobile carattere, per purgarlo d’ogni accusa.Lo Zini invece «sospetta li caporali di parte sua, e principalmente di quel manipolo che intorno al Minghetti s’avvoltacchiava.» (Op. cit.)
190.I giornali di Sinistra vollero vedervi la mano del conte di Cavour; ma basta la memoria della sua grande accortezza, non che del suo forte ingegno e del suo nobile carattere, per purgarlo d’ogni accusa.
Lo Zini invece «sospetta li caporali di parte sua, e principalmente di quel manipolo che intorno al Minghetti s’avvoltacchiava.» (Op. cit.)
191.Son testuali parole dellaMonarchia Nazionaledi Torino, organo delterzo partito, e per i suoi intimi rapporti col Depretis, col Rattazzi e gran parte della Sinistra, in grado d’essere bene informato.
191.Son testuali parole dellaMonarchia Nazionaledi Torino, organo delterzo partito, e per i suoi intimi rapporti col Depretis, col Rattazzi e gran parte della Sinistra, in grado d’essere bene informato.
192.VediNicomede Bianchi,Il conte di Cavour, pag. 83.
192.VediNicomede Bianchi,Il conte di Cavour, pag. 83.
193.Nizza probabilmente.
193.Nizza probabilmente.
194.Alludiamo all’assassinio, di cui doveva essere vittima nel 1860. L’ammiraglio Persano nel suoDiario(parte I, pag. 30 e 40) ne parla distesamente. Certo Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica, era partito da Napoli col disegno di uccidere il Generale. Il Persano ne fu avvertito prima dal conte di Cavour, poi dal Villamarina, sicchè corse immediatamente ad informarne il Generale, pregandolo a premunirsi; ma il Generale non se ne volle curare! e solo per compiacere l’Ammiraglio ne fece parola sorridendo ad un suo aiutante di campo.Il Valentini tra il 15 e il 16 sbarcò a Palermo, ma essendosi accorto d’essere tenuto d’occhio dalla Polizia, si gettò in mare e a nuoto riparò sullaPartenope, una delle fregate della marina napoletana che ancoravano a quei giorni nella rada di Palermo.
194.Alludiamo all’assassinio, di cui doveva essere vittima nel 1860. L’ammiraglio Persano nel suoDiario(parte I, pag. 30 e 40) ne parla distesamente. Certo Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica, era partito da Napoli col disegno di uccidere il Generale. Il Persano ne fu avvertito prima dal conte di Cavour, poi dal Villamarina, sicchè corse immediatamente ad informarne il Generale, pregandolo a premunirsi; ma il Generale non se ne volle curare! e solo per compiacere l’Ammiraglio ne fece parola sorridendo ad un suo aiutante di campo.
Il Valentini tra il 15 e il 16 sbarcò a Palermo, ma essendosi accorto d’essere tenuto d’occhio dalla Polizia, si gettò in mare e a nuoto riparò sullaPartenope, una delle fregate della marina napoletana che ancoravano a quei giorni nella rada di Palermo.
195.DalMovimentodi Genova, 18 agosto 1861.
195.DalMovimentodi Genova, 18 agosto 1861.
196.Egli mandò per avere il consiglio del Re e dei Ministri il colonnello Trecchi, il quale ne ricevette quella risposta.
196.Egli mandò per avere il consiglio del Re e dei Ministri il colonnello Trecchi, il quale ne ricevette quella risposta.
197.La lettera si legge nei giornali americani, ed era del seguente tenore:«Al Console degli Stati Uniti d’America.»Caprera, 10 settembre 1861.»Caro Signore,»Ho veduto il signor Sanford, e sono dolente d’esser costretto a dire che non posso andare pel presente agli Stati Uniti. Non dubito del trionfo della causa dell’Unione, e che avvenga presto; ma se la guerra dovesse per mala sorte continuare nel vostro paese, io vincerò tutti gli ostacoli che mi trattengono, e mi affretterò a venire alla difesa di quel popolo che mi è tanto caro.«G. Garibaldi.»
197.La lettera si legge nei giornali americani, ed era del seguente tenore:
«Al Console degli Stati Uniti d’America.
»Caprera, 10 settembre 1861.
»Caro Signore,
»Ho veduto il signor Sanford, e sono dolente d’esser costretto a dire che non posso andare pel presente agli Stati Uniti. Non dubito del trionfo della causa dell’Unione, e che avvenga presto; ma se la guerra dovesse per mala sorte continuare nel vostro paese, io vincerò tutti gli ostacoli che mi trattengono, e mi affretterò a venire alla difesa di quel popolo che mi è tanto caro.
«G. Garibaldi.»
198.Parole di Celestino Bianchi, segretario generale del Ministero dell’interno, in una sua lettera a Pier Carlo Boggio, deputato al Parlamento, intitolata:Il barone Ricasoli, Mazzini, Garibaldi e i Comitati di provvedimento.Torino, 1862, pag. 11.
198.Parole di Celestino Bianchi, segretario generale del Ministero dell’interno, in una sua lettera a Pier Carlo Boggio, deputato al Parlamento, intitolata:Il barone Ricasoli, Mazzini, Garibaldi e i Comitati di provvedimento.Torino, 1862, pag. 11.
199.Una notizia dell’Italiegiornale ufficioso, telegrafata il 9 (sera) dall’Agenzia Stefani a tutta la stampa, diceva: «Secondo le nostre informazioni, la conferenza di ieri tra Garibaldi e Rattazzi avrebbe avuto importantissimi risultati, di natura da esercitare grande influenza sui destini del paese.»
199.Una notizia dell’Italiegiornale ufficioso, telegrafata il 9 (sera) dall’Agenzia Stefani a tutta la stampa, diceva: «Secondo le nostre informazioni, la conferenza di ieri tra Garibaldi e Rattazzi avrebbe avuto importantissimi risultati, di natura da esercitare grande influenza sui destini del paese.»
200.Li dovevano comandare il maggiore Bideschini e il capitano Baghino. Giuseppe Guerzoni doveva tenere le funzioni di Capo di Stato Maggiore. I Carabinieri si organizzavano in Genova, onde il nome diCarabinieri genovesi, e gli arruolati ai primi d’aprile sommavano già a millecinquecento.
200.Li dovevano comandare il maggiore Bideschini e il capitano Baghino. Giuseppe Guerzoni doveva tenere le funzioni di Capo di Stato Maggiore. I Carabinieri si organizzavano in Genova, onde il nome diCarabinieri genovesi, e gli arruolati ai primi d’aprile sommavano già a millecinquecento.
201.Il fatto fu negato invano. Il Crispi l’affermò recisamente in pieno Parlamento (Seduta del 3 giugno 1861) ed al Rattazzi stesso mancò l’animo di smentirlo. Del resto noi abbiamo l’aneddoto dalle labbra stesse del dottor Ripari, che fu appunto la persona incaricata da Garibaldi di chiedere al commendator Capriolo, segretario generale dell’Interno ealter egodel Rattazzi assente, la consegna della somma promessa.
201.Il fatto fu negato invano. Il Crispi l’affermò recisamente in pieno Parlamento (Seduta del 3 giugno 1861) ed al Rattazzi stesso mancò l’animo di smentirlo. Del resto noi abbiamo l’aneddoto dalle labbra stesse del dottor Ripari, che fu appunto la persona incaricata da Garibaldi di chiedere al commendator Capriolo, segretario generale dell’Interno ealter egodel Rattazzi assente, la consegna della somma promessa.
202.VediGiuseppe Pasolini,Memorie raccolte da suo figlio. Imola, tip. I. Galeati, 1880, pag. 297.
202.VediGiuseppe Pasolini,Memorie raccolte da suo figlio. Imola, tip. I. Galeati, 1880, pag. 297.
203.Val la pena di riprodurre qui il discorso di Garibaldi pronunziato nel teatro di Parma che venne dai giornali travisato.Lo togliamo dallaGazzetta di Parmadel 2 aprile:«Io vi spiegherò le condizioni presenti. — Io sono repubblicano — benchè molti credano farsi un delitto il dirlo, non lo nascondo. —Alle grida che s’innalzavano nella sala, soggiunse:Ricordatovi che siamo forti, ma i forti sono tranquilli e calmi e colla calma faremo fatti. Io voglio farvi un’ipotesi — supponete che siamo qui in cento: se sono ottanta che vogliono un governo o venti un altro, i venti che violentano la volontà degli ottanta sono despoti, sono tiranni. Ma quegli ottanta sarà il governo del popolo, quello sarà la mia repubblica. Ora dunque abbiate in mente la concordia, lasciamo da parte i torti ricevuti per la causa italiana. — Io posso esser certo che quando in nome della patria e del Re vi chiamerò, tutti verrete. (Sì, sì prolungati.) Ora tornando all’ipotesi, gli ottanta hanno già accettato quel programma col quale dal Ticino ci accampammo alle falde del Vesuvio; voi ben lo conoscete —Italia e Vittorio Emanuele— e mentre noi esprimiamo il nostro principio, noi seguiremo quel programma. Chi non segue quel programma deve essere considerato come nemico della patria. Siamo leali; se l’abbiamo accettato, seguiamolo. Ricordiamo la concordia.Al grido di viva Mazzinidisse che incaricato di parlare a Rattazzi e al Re per il richiamo di Mazzini, il fece e spera che non vi siano serii ostacoli, non essendovi ormai che un punto legale da sciogliere che egli non saprebbe spiegare.Al grido di viva Mazzini egli ripete:Io vi accompagno, ma io ve l’ho detto: il popolo forte deve essere calmo e concorde —Viva Vittorio Emanuele— (Si ripeterono le grida:Viva Vittorio Emanuele.) Ho fatto un discorso, esso conchiuse, che passa di molto la mia capacità; ma colla vostra fisonomia marziale e franca mi avete dato l’energia di parlare: vi saluto con affetto, o degni figli del lavoro, vi raccomando la concordia: nella concordia sta la salute della patria. Mantenetevi buoni — sarò con voi sino alla morte.»
203.Val la pena di riprodurre qui il discorso di Garibaldi pronunziato nel teatro di Parma che venne dai giornali travisato.
Lo togliamo dallaGazzetta di Parmadel 2 aprile:
«Io vi spiegherò le condizioni presenti. — Io sono repubblicano — benchè molti credano farsi un delitto il dirlo, non lo nascondo. —Alle grida che s’innalzavano nella sala, soggiunse:Ricordatovi che siamo forti, ma i forti sono tranquilli e calmi e colla calma faremo fatti. Io voglio farvi un’ipotesi — supponete che siamo qui in cento: se sono ottanta che vogliono un governo o venti un altro, i venti che violentano la volontà degli ottanta sono despoti, sono tiranni. Ma quegli ottanta sarà il governo del popolo, quello sarà la mia repubblica. Ora dunque abbiate in mente la concordia, lasciamo da parte i torti ricevuti per la causa italiana. — Io posso esser certo che quando in nome della patria e del Re vi chiamerò, tutti verrete. (Sì, sì prolungati.) Ora tornando all’ipotesi, gli ottanta hanno già accettato quel programma col quale dal Ticino ci accampammo alle falde del Vesuvio; voi ben lo conoscete —Italia e Vittorio Emanuele— e mentre noi esprimiamo il nostro principio, noi seguiremo quel programma. Chi non segue quel programma deve essere considerato come nemico della patria. Siamo leali; se l’abbiamo accettato, seguiamolo. Ricordiamo la concordia.
Al grido di viva Mazzinidisse che incaricato di parlare a Rattazzi e al Re per il richiamo di Mazzini, il fece e spera che non vi siano serii ostacoli, non essendovi ormai che un punto legale da sciogliere che egli non saprebbe spiegare.Al grido di viva Mazzini egli ripete:Io vi accompagno, ma io ve l’ho detto: il popolo forte deve essere calmo e concorde —Viva Vittorio Emanuele— (Si ripeterono le grida:Viva Vittorio Emanuele.) Ho fatto un discorso, esso conchiuse, che passa di molto la mia capacità; ma colla vostra fisonomia marziale e franca mi avete dato l’energia di parlare: vi saluto con affetto, o degni figli del lavoro, vi raccomando la concordia: nella concordia sta la salute della patria. Mantenetevi buoni — sarò con voi sino alla morte.»
204.Egli infatti scriveva:«Trescorre, 6 maggio 1862.»Nel 5 maggio in Trescorre ho potuto corroborarmi nel concetto che si meritano i miei correligionari politici — confermarmi che non ci può essere democrazia senza onestà d’intendimento e rispetto alla volontà nazionale.»Non più diffidenze dunque in un paese che deve trovarsi compatto nelle ultime battaglie dell’indipendenza. I membri del Consiglio dell’Associazione emancipatrice, eletti nell’adunanza generale di Genova, che si componeva dei delegati di tutte le Associazioni liberali d’Italia, confermarono in questo solenne anniversario il patto fondamentale, su cui posa l’avvenire della patria; il concerto che lega questa nazione, che vuole risorgere tutta, al suo Re leale e galantuomo.»I nostri convincimenti furono trovati da noi tutti consentanei al nobile plebiscito siculo-napolitano, al programma glorioso delle nostre vittorie.»Italia e Vittorio Emanuele!... Ecco la nostra bandiera, ecco il voto consacrato dalle moltitudini, proclamato oggi dall’entusiasmo per il Re guerriero di mezzo milione di popolo, a cui fanno eco tutte le popolazioni. — Ecco la mèta a cui devono tendere tutte le aspirazioni. — Ecco finalmente il vangelo politico su cui posero la destra, ieri — uomini che mi onoro di chiamare fratelli, uomini che l’Italia ed il Re troveranno sempre cooperatori sulla via che conduce alla intera nazionale rigenerazione.»G. Garibaldi.»
204.Egli infatti scriveva:
«Trescorre, 6 maggio 1862.
»Nel 5 maggio in Trescorre ho potuto corroborarmi nel concetto che si meritano i miei correligionari politici — confermarmi che non ci può essere democrazia senza onestà d’intendimento e rispetto alla volontà nazionale.
»Non più diffidenze dunque in un paese che deve trovarsi compatto nelle ultime battaglie dell’indipendenza. I membri del Consiglio dell’Associazione emancipatrice, eletti nell’adunanza generale di Genova, che si componeva dei delegati di tutte le Associazioni liberali d’Italia, confermarono in questo solenne anniversario il patto fondamentale, su cui posa l’avvenire della patria; il concerto che lega questa nazione, che vuole risorgere tutta, al suo Re leale e galantuomo.
»I nostri convincimenti furono trovati da noi tutti consentanei al nobile plebiscito siculo-napolitano, al programma glorioso delle nostre vittorie.
»Italia e Vittorio Emanuele!... Ecco la nostra bandiera, ecco il voto consacrato dalle moltitudini, proclamato oggi dall’entusiasmo per il Re guerriero di mezzo milione di popolo, a cui fanno eco tutte le popolazioni. — Ecco la mèta a cui devono tendere tutte le aspirazioni. — Ecco finalmente il vangelo politico su cui posero la destra, ieri — uomini che mi onoro di chiamare fratelli, uomini che l’Italia ed il Re troveranno sempre cooperatori sulla via che conduce alla intera nazionale rigenerazione.
»G. Garibaldi.»
205.Citiamo i colonnelli Nullo, Missori, Guastalla, Corte, Cattabene, i maggiori Cucchi, Mosto, Lombardi, Bedeschini, il dottor Ripari, Benedetto ed Enrico Cairoli, i trentini Ergisto Bezzi, Filippo Manci, Pietro Martini; Paolo Francesco Savi di Genova, Alberto Mario, e potremmo raddoppiare la schiera.
205.Citiamo i colonnelli Nullo, Missori, Guastalla, Corte, Cattabene, i maggiori Cucchi, Mosto, Lombardi, Bedeschini, il dottor Ripari, Benedetto ed Enrico Cairoli, i trentini Ergisto Bezzi, Filippo Manci, Pietro Martini; Paolo Francesco Savi di Genova, Alberto Mario, e potremmo raddoppiare la schiera.
206.Vedi Circolare del Ministero dell’interno, 15 aprile 1862.
206.Vedi Circolare del Ministero dell’interno, 15 aprile 1862.
207.«Taluni male interpretarono la mia protesta sulDiritto. Soldato italiano, non ebbi, nè poteva avere, intenzione di lanciare contumelie contro l’esercito italiano, gloria e speranza della nazione. Volli soltanto dichiarare che dovere dei soldati italiani è di combattere i nemici della patria e del Re, e non di uccidere e ferire inermi cittadini. — Se il Comandante di Brescia avesse potuto provvedere secondo gl’impulsi del proprio cuore, non avremmo oggi da maledire chi fu la causa della strage, nè lamentare vittime di quel popolo generoso. Alle frontiere e sui campi di battaglia la milizia — quello e non altro è il suo posto.»Garibaldi.»Supplemento delPungolodi Milano del 23 maggio 1862.
207.«Taluni male interpretarono la mia protesta sulDiritto. Soldato italiano, non ebbi, nè poteva avere, intenzione di lanciare contumelie contro l’esercito italiano, gloria e speranza della nazione. Volli soltanto dichiarare che dovere dei soldati italiani è di combattere i nemici della patria e del Re, e non di uccidere e ferire inermi cittadini. — Se il Comandante di Brescia avesse potuto provvedere secondo gl’impulsi del proprio cuore, non avremmo oggi da maledire chi fu la causa della strage, nè lamentare vittime di quel popolo generoso. Alle frontiere e sui campi di battaglia la milizia — quello e non altro è il suo posto.
»Garibaldi.»
Supplemento delPungolodi Milano del 23 maggio 1862.
208.VediDirittodel 4 giugno 1862.
208.VediDirittodel 4 giugno 1862.
209.Vedi negliAtti parlamentari, Lettera di Garibaldi del 2 giugno 1862.
209.Vedi negliAtti parlamentari, Lettera di Garibaldi del 2 giugno 1862.
210.Tornata della Camera dei Deputati del 3 giugno 1861.
210.Tornata della Camera dei Deputati del 3 giugno 1861.
211.Ci conviene tuttavia essere più esatti. Per molto tempo nella mente di Garibaldi l’impresa veneta e la greca andarono di conserva: l’una a’ suoi occhi non escludeva l’altra, a vicenda forse si aiutavano. Anzi fra il 7 e l’8 maggio avendo il Generale ricevuto una visita del generale Di Saint-Front, aiutante di campo del re Vittorio Emanuele, si notò che per due o tre giorni le idee e gli ordini del Generale cambiarono totalmente; talchè la spedizione in Tirolo parve messa in disparte e quella per l’Oriente ripresa più alacremente. Tanto vero che il maggiore Bideschini ebbe l’ordine di scegliere tra i giovani raccoltisi a Genova una grossa schiera, di unire ad essa una mano di marinai e di tenerli tutti preparati ad un imbarco. (VediGaribaldi, perF. Bideschini, pag. 25.) Se non che, prevalendo probabilmente l’impazienza generosa dei Veneti e dei Trentini, e continuando ad affluire in Lombardia nuovi Volontari, Garibaldi lasciò che la prima trama del Trentino fosse ravviata e condotta fino al termine in cui la vedemmo troncata.
211.Ci conviene tuttavia essere più esatti. Per molto tempo nella mente di Garibaldi l’impresa veneta e la greca andarono di conserva: l’una a’ suoi occhi non escludeva l’altra, a vicenda forse si aiutavano. Anzi fra il 7 e l’8 maggio avendo il Generale ricevuto una visita del generale Di Saint-Front, aiutante di campo del re Vittorio Emanuele, si notò che per due o tre giorni le idee e gli ordini del Generale cambiarono totalmente; talchè la spedizione in Tirolo parve messa in disparte e quella per l’Oriente ripresa più alacremente. Tanto vero che il maggiore Bideschini ebbe l’ordine di scegliere tra i giovani raccoltisi a Genova una grossa schiera, di unire ad essa una mano di marinai e di tenerli tutti preparati ad un imbarco. (VediGaribaldi, perF. Bideschini, pag. 25.) Se non che, prevalendo probabilmente l’impazienza generosa dei Veneti e dei Trentini, e continuando ad affluire in Lombardia nuovi Volontari, Garibaldi lasciò che la prima trama del Trentino fosse ravviata e condotta fino al termine in cui la vedemmo troncata.
212.Io era a que’ giorni segretario particolare capo del Gabinetto del ministro dei lavori pubblici, Agostino Depretis; ma, come ognuno sa, ero nello stesso tempo soldato ed amico di Garibaldi, col consenso del quale soltanto mi ero indotto ad accettare il posto di fiducia che l’onorevole Depretis mi aveva offerto. Ora io non appaio certamente questi due fatti per dare a credere che io tenessi nel Governo alcun importante e molto meno segreto ufficio politico; ma li ricordo soltanto per chiarire come la mia origine, il modo della mia elezione, la mutua confidenza di cui mi onoravano il generale Garibaldi e il ministro Depretis, facessero di me qualcosa di diverso, per lo meno, d’un burocratico qualsiasi e mi mettessero quindi in grado di essere più addentro di molti altri miei colleghi in taluni negozi; in quelli specialmente che concernevano la principale materia degli accordi a quei giorni avviati tra il Governo e il Generale.Ora dunque, essendomi recato nell’ultima settimana d’aprile a Desenzano per vedervi il Generale e sentire da lui a che punto stessero le cose circa a queiCarabinieri genovesi, dei quali ero predestinato a diventare il Capo di Stato Maggiore, il Generale mi rispose col suo ordinario laconismo: «Presto spero che faremo qualche cosa; fatene un cenno anche a Depretis, e tenetevi pronto.» Tornato a Torino come il Generale mi aveva detto, riferii il breve dialogo al Ministro, che ascoltò quasi senza rispondere; e non mi lasciò in alcun modo intravedere quello ch’egli pensasse di quella mia confidenza. Io non dirò come de’ particolari fossi informato quasi giorno per giorno dagli altri miei amici e commilitoni. Soltanto ai primi di maggio dovendo io accompagnare il ministro Depretis a Napoli, scrissi al Generale anche a nome di Bixio, che era a parte di tutta la trama (VediVita di Nino Bixio, pag. 306 e seg.), se potevamo fare impunemente il viaggio senza pericolo di perdere il nostro posto nella impresa che tutto faceva credere imminente. Ma egli mi rispose: «Partite pure: occorrendo vi chiamerò.» Ed io, rassicurato come la cosa non fosse così prossima come si vociferava, partii, e soltanto in mare, tornando da Sicilia, seppi con qualche certezza le notizie degli arresti di Palazzolo e di Sarnico. Allora, appena arrivato a Torino, e meglio conosciuti tutti i particolari degli eventi, udito il consiglio de’ miei amici, reputai di non poter più servire convenevolmente un Ministero che dopo aver fino alla vigilia parte congiurato col Generale, parte tollerato ad occhi chiusi ch’egli cospirasse con chi voleva, gli si avventava contro all’improvviso e lo trattava come ribelle e poco meno che nemico. E questa pertanto fu l’unica cagione della dimissione ch’io diedi, in quei termini forse un po’ troppo vivaci che la giovinezza dovrebbe scusare, al ministro Depretis. Se poi in Parlamento taluni Deputati vollero farsi della mia nomina come della mia rinunzia un’arma di partito e tirarne a forza illazioni esorbitanti dalla logica e dalla verità, ciò poteva attristarmi, ma non era in me d’impedirlo. Io m’ero risolto a quell’atto per un profondo sentimento di dovere; ma ero il primo a dolermi del rumore che esso veniva facendo, e non l’avrei certamente voluto ingrossare con nuove polemiche che avrebbero richiesto di necessità nuove rivelazioni e generati scandali maggiori. Però se anche oggi dopo venti anni ne parlo, gli è solo perchè la necessità di questa storia mi vi trascina, e ciò nonostante resta ancora una parte della verità che stimo debito mio il tacere. Spero tuttavia che anche il poco che ne ho detto varrà a consigliare il signor Zini ad una onorevole ammenda. Egli nella suaStoria(vol. I, parte II, pag. 1021) ha tassata la mia rinuncia di «triste vanità;» ma confido che dopo le spiegazioni da me date vorrà dolersi della sua frase e pronunciar di me più benigna sentenza. Quando nol facesse saprei ben passarmene, ma egli m’avrebbe dato il diritto di dire che se tutti gli uomini e tutte le cose, delle quali giudica e manda nella suaStoria, sono trattati colla stessa conoscenza de’ fatti, ponderatezza di giudizio e temperanza di stile con cui trattò il mio minuscolo aneddoto, non c’è più in tutti i suoi quattro volumi una sola parola degna di fede.
212.Io era a que’ giorni segretario particolare capo del Gabinetto del ministro dei lavori pubblici, Agostino Depretis; ma, come ognuno sa, ero nello stesso tempo soldato ed amico di Garibaldi, col consenso del quale soltanto mi ero indotto ad accettare il posto di fiducia che l’onorevole Depretis mi aveva offerto. Ora io non appaio certamente questi due fatti per dare a credere che io tenessi nel Governo alcun importante e molto meno segreto ufficio politico; ma li ricordo soltanto per chiarire come la mia origine, il modo della mia elezione, la mutua confidenza di cui mi onoravano il generale Garibaldi e il ministro Depretis, facessero di me qualcosa di diverso, per lo meno, d’un burocratico qualsiasi e mi mettessero quindi in grado di essere più addentro di molti altri miei colleghi in taluni negozi; in quelli specialmente che concernevano la principale materia degli accordi a quei giorni avviati tra il Governo e il Generale.
Ora dunque, essendomi recato nell’ultima settimana d’aprile a Desenzano per vedervi il Generale e sentire da lui a che punto stessero le cose circa a queiCarabinieri genovesi, dei quali ero predestinato a diventare il Capo di Stato Maggiore, il Generale mi rispose col suo ordinario laconismo: «Presto spero che faremo qualche cosa; fatene un cenno anche a Depretis, e tenetevi pronto.» Tornato a Torino come il Generale mi aveva detto, riferii il breve dialogo al Ministro, che ascoltò quasi senza rispondere; e non mi lasciò in alcun modo intravedere quello ch’egli pensasse di quella mia confidenza. Io non dirò come de’ particolari fossi informato quasi giorno per giorno dagli altri miei amici e commilitoni. Soltanto ai primi di maggio dovendo io accompagnare il ministro Depretis a Napoli, scrissi al Generale anche a nome di Bixio, che era a parte di tutta la trama (VediVita di Nino Bixio, pag. 306 e seg.), se potevamo fare impunemente il viaggio senza pericolo di perdere il nostro posto nella impresa che tutto faceva credere imminente. Ma egli mi rispose: «Partite pure: occorrendo vi chiamerò.» Ed io, rassicurato come la cosa non fosse così prossima come si vociferava, partii, e soltanto in mare, tornando da Sicilia, seppi con qualche certezza le notizie degli arresti di Palazzolo e di Sarnico. Allora, appena arrivato a Torino, e meglio conosciuti tutti i particolari degli eventi, udito il consiglio de’ miei amici, reputai di non poter più servire convenevolmente un Ministero che dopo aver fino alla vigilia parte congiurato col Generale, parte tollerato ad occhi chiusi ch’egli cospirasse con chi voleva, gli si avventava contro all’improvviso e lo trattava come ribelle e poco meno che nemico. E questa pertanto fu l’unica cagione della dimissione ch’io diedi, in quei termini forse un po’ troppo vivaci che la giovinezza dovrebbe scusare, al ministro Depretis. Se poi in Parlamento taluni Deputati vollero farsi della mia nomina come della mia rinunzia un’arma di partito e tirarne a forza illazioni esorbitanti dalla logica e dalla verità, ciò poteva attristarmi, ma non era in me d’impedirlo. Io m’ero risolto a quell’atto per un profondo sentimento di dovere; ma ero il primo a dolermi del rumore che esso veniva facendo, e non l’avrei certamente voluto ingrossare con nuove polemiche che avrebbero richiesto di necessità nuove rivelazioni e generati scandali maggiori. Però se anche oggi dopo venti anni ne parlo, gli è solo perchè la necessità di questa storia mi vi trascina, e ciò nonostante resta ancora una parte della verità che stimo debito mio il tacere. Spero tuttavia che anche il poco che ne ho detto varrà a consigliare il signor Zini ad una onorevole ammenda. Egli nella suaStoria(vol. I, parte II, pag. 1021) ha tassata la mia rinuncia di «triste vanità;» ma confido che dopo le spiegazioni da me date vorrà dolersi della sua frase e pronunciar di me più benigna sentenza. Quando nol facesse saprei ben passarmene, ma egli m’avrebbe dato il diritto di dire che se tutti gli uomini e tutte le cose, delle quali giudica e manda nella suaStoria, sono trattati colla stessa conoscenza de’ fatti, ponderatezza di giudizio e temperanza di stile con cui trattò il mio minuscolo aneddoto, non c’è più in tutti i suoi quattro volumi una sola parola degna di fede.
213.Frammenticitati, pag. 13 e 14.
213.Frammenticitati, pag. 13 e 14.
214.Lo accompagnarono a Palermo, oltre il figlio Menotti, Enrico Guastalla, Giuseppe Missori, Giacinto Bruzzesi, Agostino Lombardi, Giuseppe Guerzoni, Giovanni Basso e in qualità di segretario Giuseppe Civinini.
214.Lo accompagnarono a Palermo, oltre il figlio Menotti, Enrico Guastalla, Giuseppe Missori, Giacinto Bruzzesi, Agostino Lombardi, Giuseppe Guerzoni, Giovanni Basso e in qualità di segretario Giuseppe Civinini.
215.Troviamo la frase in un periodo dei citatiFrammenti, pag. 16:«Addio Marsala! terra di felice augurio. — Anche questa volta il tuo bravo popolo mi spinse ad opera buona — e rispose con risoluzione ed entusiasmo al mio grido diRoma o Morte— che il dispotismo crede d’aver sepolto con due palle di carabina; ma ch’io spero non passerà molto — udremo risuonare ancora più terribile di prima. — E come riveder Marsala senza concepire il progetto di ripigliare il tronco cammino? Forse perchè Buonaparte lo vietava? Ed io ho mai temuto Buonaparte?»Oh! Italiani — penetratevi una volta delle mie ragioni e persuadetevi che i tiranni hanno paura, se non si temono.»
215.Troviamo la frase in un periodo dei citatiFrammenti, pag. 16:
«Addio Marsala! terra di felice augurio. — Anche questa volta il tuo bravo popolo mi spinse ad opera buona — e rispose con risoluzione ed entusiasmo al mio grido diRoma o Morte— che il dispotismo crede d’aver sepolto con due palle di carabina; ma ch’io spero non passerà molto — udremo risuonare ancora più terribile di prima. — E come riveder Marsala senza concepire il progetto di ripigliare il tronco cammino? Forse perchè Buonaparte lo vietava? Ed io ho mai temuto Buonaparte?
»Oh! Italiani — penetratevi una volta delle mie ragioni e persuadetevi che i tiranni hanno paura, se non si temono.»
216.Giuseppe Guerzoni, Enrico Guastalla, Giovanni Chiassi. Accennai il fatto anche nella miaVita di Nino Bixio, pag. 309.
216.Giuseppe Guerzoni, Enrico Guastalla, Giovanni Chiassi. Accennai il fatto anche nella miaVita di Nino Bixio, pag. 309.
217.Fu scritto da Giuseppe Civinini, che faceva allora da suo segretario.
217.Fu scritto da Giuseppe Civinini, che faceva allora da suo segretario.
218.Proclama del Re agl’Italiani, del 3 agosto 1862.
218.Proclama del Re agl’Italiani, del 3 agosto 1862.
219.Così la lettera dell’Albini come la risposta del Generale furono vedute dal generale Cugia e dal deputato Miceli, che l’attestarono nella tornata della Camera dei Deputati del 25 novembre 1862.
219.Così la lettera dell’Albini come la risposta del Generale furono vedute dal generale Cugia e dal deputato Miceli, che l’attestarono nella tornata della Camera dei Deputati del 25 novembre 1862.
220.Ciò è attestato, fra gli altri, dall’Autore dellaVerità sul fatto d’Aspromonte per un testimonio oculare. Milano, 1862, pag. 26. Che la lettera poi fosse quella dell’ammiraglio Albini è supposizione nostra, ragionevole crediamo, ma pur sempre supposizione.
220.Ciò è attestato, fra gli altri, dall’Autore dellaVerità sul fatto d’Aspromonte per un testimonio oculare. Milano, 1862, pag. 26. Che la lettera poi fosse quella dell’ammiraglio Albini è supposizione nostra, ragionevole crediamo, ma pur sempre supposizione.
221.Vedi su questo e molti altri particolariAspromonte, Ricordi storici militaridel marcheseRuggero Maurigi, già aiutante del generale Garibaldi. Torino, 1862; fedele ed accuratissimo diario.
221.Vedi su questo e molti altri particolariAspromonte, Ricordi storici militaridel marcheseRuggero Maurigi, già aiutante del generale Garibaldi. Torino, 1862; fedele ed accuratissimo diario.
222.Ci studieremo di colmar noi le principali, con postille cavate dai nostri personaliRicordie dagli altri documenti che abbiamo fra mano.
222.Ci studieremo di colmar noi le principali, con postille cavate dai nostri personaliRicordie dagli altri documenti che abbiamo fra mano.
223.L’interrogativo è di Garibaldi; forse egli non ricordava più i nomi dei due bastimenti, eccoli:Il Generale Abbatuccifrancese della Compagnia Valéry francese, e ilDispacciodella Florio, italiano.
223.L’interrogativo è di Garibaldi; forse egli non ricordava più i nomi dei due bastimenti, eccoli:Il Generale Abbatuccifrancese della Compagnia Valéry francese, e ilDispacciodella Florio, italiano.
224.Così il manoscritto, ma il senso riesce alquanto oscuro; dubitiamo che lo scrittore abbia omesso qualche parola che l’avrebbe schiarito. Certo voleva dire: se le fregate incrociavano al largo, egli (Garibaldi) sarebbe passato fra gli scogli dove le fregate non potevano inseguirlo; se invece ancoravano vicino agli scogli, egli sarebbe marciato diritto su di esse, passando tanto vicino alle loro batterie da metterle nell’impossibilità di colpire.
224.Così il manoscritto, ma il senso riesce alquanto oscuro; dubitiamo che lo scrittore abbia omesso qualche parola che l’avrebbe schiarito. Certo voleva dire: se le fregate incrociavano al largo, egli (Garibaldi) sarebbe passato fra gli scogli dove le fregate non potevano inseguirlo; se invece ancoravano vicino agli scogli, egli sarebbe marciato diritto su di esse, passando tanto vicino alle loro batterie da metterle nell’impossibilità di colpire.
225.Voleva direpenoso, angoscioso, ec. Ma chi s’occuperebbe a riveder la lingua a Garibaldi!
225.Voleva direpenoso, angoscioso, ec. Ma chi s’occuperebbe a riveder la lingua a Garibaldi!
226.Vapore con cui era passato il generale Bixio nel 60 colla sua brigata.
226.Vapore con cui era passato il generale Bixio nel 60 colla sua brigata.
227.Qui il Generale tace o dimentica che una Deputazione reggiana, composta dei signori Bolani, Ramirez, Bruno Rossi e Grillo, era venuta a Sannazzaro per avvertirlo la città essere posta in istato di assedio; il presidio, triplicato per soccorsi venuti da Messina, forte di circa quattromila uomini, disposto a sbarrargli il passo; scongiurarlo fervidamente a risparmiare alla città lo spettacolo e il danno d’una guerra cittadina. Garibaldi rispose parole concilianti e pacifiche, e sebben non lo promettesse esplicitamente agli oratori, avea già in cuor suo fermato di lasciare in disparte Reggio e prendere il sentiero dei monti.
227.Qui il Generale tace o dimentica che una Deputazione reggiana, composta dei signori Bolani, Ramirez, Bruno Rossi e Grillo, era venuta a Sannazzaro per avvertirlo la città essere posta in istato di assedio; il presidio, triplicato per soccorsi venuti da Messina, forte di circa quattromila uomini, disposto a sbarrargli il passo; scongiurarlo fervidamente a risparmiare alla città lo spettacolo e il danno d’una guerra cittadina. Garibaldi rispose parole concilianti e pacifiche, e sebben non lo promettesse esplicitamente agli oratori, avea già in cuor suo fermato di lasciare in disparte Reggio e prendere il sentiero dei monti.
228.Il torrente San Nicolò.
228.Il torrente San Nicolò.
229.Devesi aggiungere che la marcia fu molestata da alcune scariche di moschetteria sparate dalla corazzata regiaTerribile, specialmente contro il gruppo in cui marciava Garibaldi. L’avvisaglia poi di retroguardia a cui qui accenna il Generale ebbe luogo la mattina del secondo giorno di marcia, 27 agosto. Ci furono dei feriti e morti da ambe le parti.
229.Devesi aggiungere che la marcia fu molestata da alcune scariche di moschetteria sparate dalla corazzata regiaTerribile, specialmente contro il gruppo in cui marciava Garibaldi. L’avvisaglia poi di retroguardia a cui qui accenna il Generale ebbe luogo la mattina del secondo giorno di marcia, 27 agosto. Ci furono dei feriti e morti da ambe le parti.
230.E poteva bastare un giorno solo. La guida, o mal pratica o traditora, aveva fatto fare ai Garibaldini doppio cammino. Da ciò la facilità con cui i Regi poterono presto raggiungerli.
230.E poteva bastare un giorno solo. La guida, o mal pratica o traditora, aveva fatto fare ai Garibaldini doppio cammino. Da ciò la facilità con cui i Regi poterono presto raggiungerli.
231.Eppure lefascineerano così poche e fradice dalla pioggia che non bastarono a cuocere le patate per tutti; e i più le dovettero mangiar crude.
231.Eppure lefascineerano così poche e fradice dalla pioggia che non bastarono a cuocere le patate per tutti; e i più le dovettero mangiar crude.
232.Intendi:Malgrado ciò; Ciò non ostante.
232.Intendi:Malgrado ciò; Ciò non ostante.
233.La forza che il colonnello Pallavicini capitanava, come si desume dal rapporto ufficiale del generale Cialdini, componevasi di due reggimenti di linea, il 20º e il 1º, e due battaglioni di bersaglieri; in totale sette battaglioni e tremilacinquecento uomini circa. L’ordine che il Pallavicini aveva ricevuto dal generale Cialdini era perentorio; «Raggiunto Garibaldi, attaccarlo senza più, schiacciarlo e non accordargli che la resa a discrezione.» — Vedi nellaGazzetta Ufficiale del Regnodell’8 settembre 1862 iRapportidel generale Cialdini e del colonnello Pallavicini.
233.La forza che il colonnello Pallavicini capitanava, come si desume dal rapporto ufficiale del generale Cialdini, componevasi di due reggimenti di linea, il 20º e il 1º, e due battaglioni di bersaglieri; in totale sette battaglioni e tremilacinquecento uomini circa. L’ordine che il Pallavicini aveva ricevuto dal generale Cialdini era perentorio; «Raggiunto Garibaldi, attaccarlo senza più, schiacciarlo e non accordargli che la resa a discrezione.» — Vedi nellaGazzetta Ufficiale del Regnodell’8 settembre 1862 iRapportidel generale Cialdini e del colonnello Pallavicini.
234.Anche qui intende a modo suo il senso del verboanteporre. Vuol direallegare, addurre, mettere innanzi.
234.Anche qui intende a modo suo il senso del verboanteporre. Vuol direallegare, addurre, mettere innanzi.
235.Crediamo voglia direin gruppo. La formazione che ne risaltava era quella che in linguaggio militare si dicea potenza.
235.Crediamo voglia direin gruppo. La formazione che ne risaltava era quella che in linguaggio militare si dicea potenza.
236.E questo fu ilvivo fuocodi cui parla nel suo rapporto il colonnello Pallavicini; questo l’accanito combattimentoche magnificò il generale Cialdini. Il fuoco durò poco più di dieci minuti; le perdite d’ambe le parti furono di cinque morti e venti feriti tra i Garibaldini; di sette morti e ventiquattro feriti tra i Regi, e tuttavia le perdite di questi sarebbero state molto minori se non avessero ricevuta la scarica garibaldina a brevissima distanza e quasi a bruciapelo.
236.E questo fu ilvivo fuocodi cui parla nel suo rapporto il colonnello Pallavicini; questo l’accanito combattimentoche magnificò il generale Cialdini. Il fuoco durò poco più di dieci minuti; le perdite d’ambe le parti furono di cinque morti e venti feriti tra i Garibaldini; di sette morti e ventiquattro feriti tra i Regi, e tuttavia le perdite di questi sarebbero state molto minori se non avessero ricevuta la scarica garibaldina a brevissima distanza e quasi a bruciapelo.
237.Allude a questo fatto. Il colonnello Pallavicini aveva inviato a parlamentare col Generale un suo ufficiale di Stato Maggiore. Questi però essendosi presentato armato senza farsi precedere da un trombetta o da un segnale qualsiasi, e di più avendo brutalmente intimato al Generale la resa a discrezione, l’atterrato ma ancor fiero Capitano era scoppiato in queste indignate parole: «Faccio la guerra da trent’anni e ne conosco meglio di voi le leggi. Non è così che si presentano i parlamentari. Disarmatelo.» E gli fu infatti tolta la spada, che gli venne però poco dopo restituita. Allora lo stesso generale Garibaldi chiese di vedere il Pallavicini, il quale s’affrettò a lui, ma in atteggiamento ben diverso del suo parlamentario. Si presentò al grande sconfitto in atto riverente col cappello in mano, gli s’inginocchiò dappresso e gli disse, con cortese accento: «Aver l’ordine d’intimargli la resa a discrezione, ma attendere che esprimesse i suoi desiderii.» Al che il Generale avendo chiesto che fosse concesso ai disertori dell’esercito regolare di mettersi in salvo, e per sè di essere imbarcato cogli ufficiali che in quel momento l’attorniavano, su una nave inglese, il colonnello rispose: che ai disertori avrebbe concesso quarantotto ore, e quanto alla seconda domanda ne avrebbe interpellato i suoi capi, non avendo egli autorità di assentirvi.
237.Allude a questo fatto. Il colonnello Pallavicini aveva inviato a parlamentare col Generale un suo ufficiale di Stato Maggiore. Questi però essendosi presentato armato senza farsi precedere da un trombetta o da un segnale qualsiasi, e di più avendo brutalmente intimato al Generale la resa a discrezione, l’atterrato ma ancor fiero Capitano era scoppiato in queste indignate parole: «Faccio la guerra da trent’anni e ne conosco meglio di voi le leggi. Non è così che si presentano i parlamentari. Disarmatelo.» E gli fu infatti tolta la spada, che gli venne però poco dopo restituita. Allora lo stesso generale Garibaldi chiese di vedere il Pallavicini, il quale s’affrettò a lui, ma in atteggiamento ben diverso del suo parlamentario. Si presentò al grande sconfitto in atto riverente col cappello in mano, gli s’inginocchiò dappresso e gli disse, con cortese accento: «Aver l’ordine d’intimargli la resa a discrezione, ma attendere che esprimesse i suoi desiderii.» Al che il Generale avendo chiesto che fosse concesso ai disertori dell’esercito regolare di mettersi in salvo, e per sè di essere imbarcato cogli ufficiali che in quel momento l’attorniavano, su una nave inglese, il colonnello rispose: che ai disertori avrebbe concesso quarantotto ore, e quanto alla seconda domanda ne avrebbe interpellato i suoi capi, non avendo egli autorità di assentirvi.
238.Circa al trasporto vanno aggiunti questi particolari. Nella notte, fu trasportato nella cascina dei Forestali della Marchesina. All’alba vegnente, fatta con rami e frasche una barella (la migliore, dice Garibaldi stesso, di quante s’adoperasseronegli ulteriori suoi trasporti), fu trasportato sulle braccia de’ suoi fedeli, che gareggiavano a darsi la muta fino alla marina di Scilla, dove ilDuca di Genovalo attendeva per tradurlo alla Spezia. Quando il Generale vide la nave e ne seppe l’uso, rampognò sdegnato il colonnello Pallavicini che avesse mancato alle sue parole; ma il Pallavicini potè giustamente rispondergli «avergli soltanto promesso di esporre la di lui domanda al Governo, e a questo non aver mancato; il Governo aver risposto rifiutandola e ordinando che il prigioniero fosse tradotto alla Spezia; suo dovere di soldato ubbidire.»L’ultima e forse più penosa scena della tragica catastrofe fu quella di cui fu infelice protagonista il generale Cialdini. Nel punto in cui il ferito d’Aspromonte tragittava dalla spiaggia al mare, dal cassero d’una nave vicina, eretto di tutta la persona, nella posa d’un trionfatore, stava a contemplarlo il generale Cialdini. A che quella mostra, per lo meno superflua? Voleva egli, il non invidiabile vincitore, passare a rassegna quel lacero stuolo di prigionieri? Non era cura da lui. Bearsi della vista del vinto nemico? Era indegno. Ostentare impersonata in lui la maestà della legge vendicatrice e vendicata? Era superbo e crudele insieme.Quanto è più grande, in questo caso, il vinto che passa non vedendo o non curando l’oltraggio, e nelle sue più intimeMemorienon ricordandolo nemmeno! Ma egli poteva perdonare; non lo seppero i suoi compagni, i quali, notata la bravata del Generalissimo regio, gli inviarono, saluto e disfida insieme, il grido diRoma o morte, che gli fu forza ascoltare in silenzio.
238.Circa al trasporto vanno aggiunti questi particolari. Nella notte, fu trasportato nella cascina dei Forestali della Marchesina. All’alba vegnente, fatta con rami e frasche una barella (la migliore, dice Garibaldi stesso, di quante s’adoperasseronegli ulteriori suoi trasporti), fu trasportato sulle braccia de’ suoi fedeli, che gareggiavano a darsi la muta fino alla marina di Scilla, dove ilDuca di Genovalo attendeva per tradurlo alla Spezia. Quando il Generale vide la nave e ne seppe l’uso, rampognò sdegnato il colonnello Pallavicini che avesse mancato alle sue parole; ma il Pallavicini potè giustamente rispondergli «avergli soltanto promesso di esporre la di lui domanda al Governo, e a questo non aver mancato; il Governo aver risposto rifiutandola e ordinando che il prigioniero fosse tradotto alla Spezia; suo dovere di soldato ubbidire.»
L’ultima e forse più penosa scena della tragica catastrofe fu quella di cui fu infelice protagonista il generale Cialdini. Nel punto in cui il ferito d’Aspromonte tragittava dalla spiaggia al mare, dal cassero d’una nave vicina, eretto di tutta la persona, nella posa d’un trionfatore, stava a contemplarlo il generale Cialdini. A che quella mostra, per lo meno superflua? Voleva egli, il non invidiabile vincitore, passare a rassegna quel lacero stuolo di prigionieri? Non era cura da lui. Bearsi della vista del vinto nemico? Era indegno. Ostentare impersonata in lui la maestà della legge vendicatrice e vendicata? Era superbo e crudele insieme.
Quanto è più grande, in questo caso, il vinto che passa non vedendo o non curando l’oltraggio, e nelle sue più intimeMemorienon ricordandolo nemmeno! Ma egli poteva perdonare; non lo seppero i suoi compagni, i quali, notata la bravata del Generalissimo regio, gli inviarono, saluto e disfida insieme, il grido diRoma o morte, che gli fu forza ascoltare in silenzio.
239.Ecco la lettera del Console e la risposta del Generale:«Al Generale Garibaldi, Spezia (Italia).»Vienna, 1º settembre 1862.»Generale,»Essendovi riuscito impossibile il compiere per ora la grand’opera patriottica che avevate intrapreso nell’interesse della vostra patria diletta, mi prendo la libertà d’indirizzarvi la presente per sapere se non entrasse nei vostri disegni di offrirci il vostro valoroso braccio nella lotta che sosteniamo per la libertà e unità della nostra gran repubblica.»Il combattimento che sosteniamo non interessa noi soli, ma interessa tutto il mondo civile.»La gloria e l’entusiasmo con cui sareste accolto nella nostra patria, ove avete passata una parte della vostra vita, sarebbero immensi, e la vostra missione che sarebbe quella d’indurre i nostri bravi soldati a combattere per lo stesso principio al quale avete consacrato nobilmente tutta la vostra esistenza, sarebbe pienamente conforme alle vostre intenzioni.»Mi stimerei fortunatissimo, o Generale, se potessi ricevere da voi una risposta.»Ho l’onore di essere, ec.»Canisius»Console degli Stati-Uniti d’America.»* * *«Al signor Teodoro Canisius, ec.»Varignano, 14 settembre 1862.»Signore,»Io sono prigioniero e pericolosamente ferito: per conseguenza m’è impossibile di disporre di me stesso. Tuttavia credo che, se io sarò restituito alla libertà e se le mie ferite guariranno, sarà giunta l’occasione favorevole nella quale potrò soddisfare il mio desiderio di servire la Gran Repubblica Americana, di cui io sono cittadino, e che oggi combatte per la libertà universale.»Ho l’onore, ec.»G. Garibaldi.»
239.Ecco la lettera del Console e la risposta del Generale:
«Al Generale Garibaldi, Spezia (Italia).
»Vienna, 1º settembre 1862.
»Generale,
»Essendovi riuscito impossibile il compiere per ora la grand’opera patriottica che avevate intrapreso nell’interesse della vostra patria diletta, mi prendo la libertà d’indirizzarvi la presente per sapere se non entrasse nei vostri disegni di offrirci il vostro valoroso braccio nella lotta che sosteniamo per la libertà e unità della nostra gran repubblica.
»Il combattimento che sosteniamo non interessa noi soli, ma interessa tutto il mondo civile.
»La gloria e l’entusiasmo con cui sareste accolto nella nostra patria, ove avete passata una parte della vostra vita, sarebbero immensi, e la vostra missione che sarebbe quella d’indurre i nostri bravi soldati a combattere per lo stesso principio al quale avete consacrato nobilmente tutta la vostra esistenza, sarebbe pienamente conforme alle vostre intenzioni.
»Mi stimerei fortunatissimo, o Generale, se potessi ricevere da voi una risposta.
»Ho l’onore di essere, ec.
»Canisius»Console degli Stati-Uniti d’America.»
* * *
«Al signor Teodoro Canisius, ec.
»Varignano, 14 settembre 1862.
»Signore,
»Io sono prigioniero e pericolosamente ferito: per conseguenza m’è impossibile di disporre di me stesso. Tuttavia credo che, se io sarò restituito alla libertà e se le mie ferite guariranno, sarà giunta l’occasione favorevole nella quale potrò soddisfare il mio desiderio di servire la Gran Repubblica Americana, di cui io sono cittadino, e che oggi combatte per la libertà universale.
»Ho l’onore, ec.
»G. Garibaldi.»
240.Patriedel 17 settembre 1862.
240.Patriedel 17 settembre 1862.
241.Diversa era l’opinione di Massimo d’Azeglio. Ancora due anni dopo Aspromonte scriveva ad Antonio Panizzi: «Dopo Aspromonte (Rattazzi ministro) mi fecero l’onore di chiamarmi con altri al Consiglio dei ministri, che doveva decidere la sorte di Garibaldi. Io dissi:Sottoporlo ad un giudizio come ogni cittadino. E dopo la condanna, grazia del Re immediata. Ma siccome nelle tasche della camicia rossa doveva essere rimasto un certo pezzo di carta, ec. ec., si pensò meglio di dargli l’amnistia, ch’egli rifiutò, dicendo che aveva fatto quel che doveva, ec. ec., e così finì,» — VediLettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani. Firenze, G. Barbèra, 1880, pag. 480.
241.Diversa era l’opinione di Massimo d’Azeglio. Ancora due anni dopo Aspromonte scriveva ad Antonio Panizzi: «Dopo Aspromonte (Rattazzi ministro) mi fecero l’onore di chiamarmi con altri al Consiglio dei ministri, che doveva decidere la sorte di Garibaldi. Io dissi:Sottoporlo ad un giudizio come ogni cittadino. E dopo la condanna, grazia del Re immediata. Ma siccome nelle tasche della camicia rossa doveva essere rimasto un certo pezzo di carta, ec. ec., si pensò meglio di dargli l’amnistia, ch’egli rifiutò, dicendo che aveva fatto quel che doveva, ec. ec., e così finì,» — VediLettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani. Firenze, G. Barbèra, 1880, pag. 480.
242.Frase infelicissima, ma testuale, dellaRelazionedel ministro Rattazzi al Re. Come la clemenza regia si potesse far dipendere dal beneplacito della Francia spieghi chi può!
242.Frase infelicissima, ma testuale, dellaRelazionedel ministro Rattazzi al Re. Come la clemenza regia si potesse far dipendere dal beneplacito della Francia spieghi chi può!
243.Decreto del 5 ottobre 1862.
243.Decreto del 5 ottobre 1862.
244.Visitarono e curarono il Generale, il dottor Partridge di Londra, Nélaton di Parigi, e fra i medici e chirurghi italiani: Porta, Bertani, Cipriani, Zannetti, Tommasi, Albanese, Prandina, Ripari, Basile.
244.Visitarono e curarono il Generale, il dottor Partridge di Londra, Nélaton di Parigi, e fra i medici e chirurghi italiani: Porta, Bertani, Cipriani, Zannetti, Tommasi, Albanese, Prandina, Ripari, Basile.
245.Testuale. Io narrai questo ed altri episodii della malattia del Generale al Varignano in una lettera alMovimento, in data del 14 ottobre, e riprodotta poi da altri giornali.
245.Testuale. Io narrai questo ed altri episodii della malattia del Generale al Varignano in una lettera alMovimento, in data del 14 ottobre, e riprodotta poi da altri giornali.
246.Era rimasto a Caprera chirurgo ordinario del Generale il dottor Basile. Altri medici suoi amici non tralasciarono di visitarlo assiduamente, e primo fra tutti il dottor Enrico Albanese, tanto valente chirurgo quanto prode soldato e generosissimo amico. Egli in data del 23 gennaio scriveva della salute del Generale in questi termini:«Il Generale va meglio, e già son sei giorni che, coll’aiuto delle gruccie, cammina qualche poco per la stanza; la ferita non è ancora risanata, ma il pus diminuisce sempre, ed io ho fede che fra due mesi, al maximum, sarà completamente guarito. La fasciatura inamidata, ultimamente applicata, agisce potentemente a migliorare le condizioni locali.»Enrico Albanese.»
246.Era rimasto a Caprera chirurgo ordinario del Generale il dottor Basile. Altri medici suoi amici non tralasciarono di visitarlo assiduamente, e primo fra tutti il dottor Enrico Albanese, tanto valente chirurgo quanto prode soldato e generosissimo amico. Egli in data del 23 gennaio scriveva della salute del Generale in questi termini:
«Il Generale va meglio, e già son sei giorni che, coll’aiuto delle gruccie, cammina qualche poco per la stanza; la ferita non è ancora risanata, ma il pus diminuisce sempre, ed io ho fede che fra due mesi, al maximum, sarà completamente guarito. La fasciatura inamidata, ultimamente applicata, agisce potentemente a migliorare le condizioni locali.
»Enrico Albanese.»
247.Nel 1862 era stata ordinata la leva generale in tutto l’impero, ma per la Polonia prescritto che fossero esenti dal reclutamento i contadini ed i grandi proprietari rurali, sicchè la legge veniva a cadere soltanto sugli abitanti della città, quanto a dire sulla popolazione più colta e civile. La commozione suscitata dall’iniquo privilegio fu grandissima in tutta la Polonia. Il marchese Wielopolski, governatore di Varsavia, per recidere fin da principio i nervi alla rivolta, deliberò che tutti i designati al reclutamento fossero presi in una notte, e, dove essi mancassero, arrestati in loro vece i fratelli, i parenti, gli amici. A quest’atto di caccia selvaggia i Polacchi non ressero più, e nella notte del 18 gennaio il Comitato nazionale di Varsavia bandì la insurrezione.
247.Nel 1862 era stata ordinata la leva generale in tutto l’impero, ma per la Polonia prescritto che fossero esenti dal reclutamento i contadini ed i grandi proprietari rurali, sicchè la legge veniva a cadere soltanto sugli abitanti della città, quanto a dire sulla popolazione più colta e civile. La commozione suscitata dall’iniquo privilegio fu grandissima in tutta la Polonia. Il marchese Wielopolski, governatore di Varsavia, per recidere fin da principio i nervi alla rivolta, deliberò che tutti i designati al reclutamento fossero presi in una notte, e, dove essi mancassero, arrestati in loro vece i fratelli, i parenti, gli amici. A quest’atto di caccia selvaggia i Polacchi non ressero più, e nella notte del 18 gennaio il Comitato nazionale di Varsavia bandì la insurrezione.
248.V. ilDirittodel 6 marzo 1863.
248.V. ilDirittodel 6 marzo 1863.
249.Manifesto aiPopoli dell’Europain data di Caprera 15 febbraio 1863, pubblicato dalDirittodel 21 febbraio.
249.Manifesto aiPopoli dell’Europain data di Caprera 15 febbraio 1863, pubblicato dalDirittodel 21 febbraio.
250.Manifesto al popolo inglese da Caprera, 4 febbraio 1863, pubblicato dalMovimentodi Genova.
250.Manifesto al popolo inglese da Caprera, 4 febbraio 1863, pubblicato dalMovimentodi Genova.
251.Manifesto all’Emigrazione polacca da Caprera, 5 febbraio 1863, pubblicato dalDiritto.
251.Manifesto all’Emigrazione polacca da Caprera, 5 febbraio 1863, pubblicato dalDiritto.
252.Vedi l’indirizzo da Capreraai prodi dell’esercito russo, pubblicato dalDirittoe riprodotto nelPungolodi Milano del 7 marzo 1863.
252.Vedi l’indirizzo da Capreraai prodi dell’esercito russo, pubblicato dalDirittoe riprodotto nelPungolodi Milano del 7 marzo 1863.
253.La lettera del Langievicz a Garibaldi fu pubblicata da parecchi giornali e tra gli altri dallaFrance. La troviamo ricordata anche nell’opera:Fatti della Polonia dal 1863 in poi, Venezia 1863, pag. 161.
253.La lettera del Langievicz a Garibaldi fu pubblicata da parecchi giornali e tra gli altri dallaFrance. La troviamo ricordata anche nell’opera:Fatti della Polonia dal 1863 in poi, Venezia 1863, pag. 161.