NOTE:

NOTE:1.In quell’opuscolo scritto, come è noto, dal visconte A. de La Guerronière, ma evidentemente ispirato da Napoleone, si proponeva la creazione d’un Regno dell’Alta Italia, lasciando al Papa la sola città di Roma.2.Nota-Circolare del conte di Cavour alle Legazioni sarde all’estero, del 27 gennaio 1860.3.Il signor Artom, oggi senatore del Regno, allora capo del gabinetto del grande Ministro. VediŒuvre parlementaire du comte de Cavour, Préface.4.Maintenant nous voilà complices, parole del Cavour al principe Talleyrand, ministro di Francia a Torino, appena fu sottoscritto il Trattato di Nizza e Savoia. Vedile inArtom, De la Rive, Massari.5.Nel 1860 al barone De Martini, inviato di Francesco di Napoli a Napoleone, questi diceva: «Scaltri sono davvero gl’Italiani; essi comprendono a meraviglia che, dopo di aver dato il sangue de’ miei soldati per l’indipendenza del loro paese, giammai non farò tirare il cannone contro di essi. È stata questa convinzione che ha guidata la rivoluzione a compiere l’annessione della Toscana al Piemonte contro i miei interessi, e che ora la sospinge ai danni della Casa di Napoli.» —N. Bianchi,Storia documentata della Diplomazia europea, già citata, pag. 298.6.La frase è d’una lettera diretta allo scrittore di queste pagine in risposta ad una, colla quale, in nome del partito liberale di Brescia, gli aveva offerto la candidatura di quella città.Riporto la lettera per intero:«Caprera, 26 marzo 1860.»Mio caro Guerzoni,»Mi duole di non poter accettare per Brescia, avendo accettato per Nizza. — La città mia natale si trova in pericolo di cadere nelle ugne del protettore padrone — ed il mio dovere mi chiama sulle sponde del Varo. — Trent’anni al servizio della libertà dei popoli — avrò guadagnato il servaggio della mia povera terra! Domani forse dovrò arrossire di chiamarmi Italiano al cospetto de’ miei compagni d’armi — e mi chiamerete suddito del Due Decembre — del protettore del Papa — del bombardatore di Roma.»Ringraziate i vostri bravi concittadini, e credetemi sempre»vostro»G. Garibaldi.»7.Non a primo scrutinio però. Il conte di Cavour nella tornata della Camera del 12 aprile per dimostrare che anche in Nizza il partito italiano avverso all’annessione non era tanto forte quanto si credeva, fece notare che sopra 1596 elettori inscritti, Garibaldi non ottenne che 444 voti, cioè solo il 28 per cento; pel che fu resa necessaria una seconda votazione. La conseguenza tratta da quella cifra non ci pare che corra a fil di logica, poichè nel novero di quegli elettori mancavano appunto le classi popolari, che erano più di tutte avverse all’annessione.8.Non crediamo, per esempio, farina del suo sacco tutta l’argomentazione di costituzionalità; molto meno le parole usate a svilupparla. Ne giudichi il lettore:«Garibaldi. Signori, nell’articolo 5º dello Statuto si dice:»I trattati che importassero una variazione di territorio dello Stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto l’assenso delle Camere.»»Conseguenza di questo articolo della legge fondamentale si è, che qualunque principio d’esecuzione dato ad una diminuzione dello Stato, prima che questa diminuzione sia sancita dalla Camera, è contrario allo Statuto. Che una parte dello Stato voti per la separazione prima che la Camera abbia deciso se questa separazione debba aver luogo, prima che abbia deciso se si debba votare, e come si debba votare pel principio d’esecuzione della separazione medesima, è un atto incostituzionale.»Questa, Signori, è la quistione di Nizza sotto il punto costituzionale, e che io sottopongo al sagace giudizio della Camera.» —Atti del Parlamento italiano, Sessione del 1860. Tornata del 12 aprile 1860.9.Vedi nellaStoria documentata della Diplomazia europea, vol. VIII, pag. 275, leIstruzionial marchese Pes di Villamarina, ministro plenipotenziario di Sardegna presso la Corte di Napoli, e pag. 280, ilDispaccio confidenzialedel Cavour allo stesso colla data del 13 marzo 1860.10.Su queste dimostrazioni vediLa restaurazione borbonica e la rivoluzione del 1860 in Sicilia dal 4 aprile al 18 giugno; Ragguagli storicidiIsidoro La Lumia. Palermo, 1860.Per la parte avuta dai Siciliani del partito d’azione e da Giuseppe Mazzini nell’opera preparatrice della rivoluzione, vedi principalmenteRaffaele Villari,Cospirazione e rivolta. Messina, tip. D’Amico, 1861; ed iCenni biografici e storicidettati daAurelio Saffie da lui premessi a proemio del testo al vol. XI degliScritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini.11.Villari, op. cit., pag. 372.12.Cenni biografici e storici, ProemiodiAurelio Saffisopra citato, pag. 39. Anche sul viaggio di Crispi in Sicilia e sulla parte da lui avuta ad apparecchiarne la riscossa, vedi nello stessoProemiomolti documenti e particolari; tra gli altri una serie cronologica diNote storichedel Crispi medesimo ed uno scritto anonimo di un Siciliano partecipe al lavoro di quegli anni. In quello scritto si legge fra gli altri particolari che il Crispi pel primo insegnò ai Siciliani a fare le bombe all’Orsini, modellandone egli stesso in creta alcuni campioni.13.IlLa Lumia, opera citata, l’attribuisce alla prima cagione; ilCrispinelle sueNote storicheconfidate al Saffi, alla seconda.14.Rosolino Pilo, patita una fiera fortuna di mare ed altre peripezie, non potè approdare a Messina che il 9 aprile. Vedi sul viaggio di Pilo,Relazione esatta della spedizione di Rosolino Pilo e Giovanni Corrao avvenuta nel 1860, scritta daRaffaele Motto, pilota della paranza, pubblicata per cura di Francesco Zannoni. Spezia, novembre 1877.15.Fu scritto per delazione d’uno dei frati della Gancia: pura favola. Il processo chiarì che l’involontario delatore fa uno degli operai affigliati alla congiura che la confidò, credendolo fidato, ad un altro operaio, il quale invece altro non era che un arnese occulto della polizia.16.Vita di Nino Bixio, pag. 173 e segg.17.Vedi lettera di Garibaldi in risposta ai Siciliani nelProemiogià citato diAurelio Saffi, pag. 39 e 46.18.La testimonianza è quella dello stesso colonnello, ora generale Sacchi. Ecco come nel fascicolo de’ suoiRicordiegli racconta l’episodio:«La spedizione in Sicilia doveva prima farsi colla brigata Reggio, 45º e 46º reggimento, quest’ultimo da me comandato; Garibaldi da Alessandria ove io stanziava mi chiamò a Torino; mi parlò di quest’idea che aveva subordinata al parere del Re; mi diede istruzioni pel caso si dovesse effettuare; io misi a parte del segreto Chiassi, Isnardi, Pellegrini, Grioli, Lombardi e qualche altro ufficiale del reggimento; dopo qualche tempo mi richiamò a Torino; in presenza di Trecchi, che ritornava d’aver visto il Re, mi disse che non si pensava più a quanto erasi prima ideato; e non solo non ci si pensava, ma bisognava anche che rimanesse nelle fila chi eravi vincolato, salvo ad accorrer poi; ma che intanto bisognava lavorare ad impedire che si sciogliessero forze organizzate; tale era il parere del Re! Fu allora che io chiesi una parola di Garibaldi perchè fossero conosciuti i suoi intendimenti al proposito, e che egli prima di partire redasse l’Ordine del giorno che ho trascritto.»19.Lettera del generale Fanti, ministro della guerra, al generale Ribotti, Torino, 6 aprile 1860, citata nellaStoria documentata della Diplomazia europea, diN. Bianchi, pag. 289.20.Il dottoreAgostino Bertaninel suo opuscolo:Ire politiche d’oltre tomba(pag. 61), dice che il Sirtori al ritorno d’una visita fatta al Cavour, alcuni giorni prima della spedizione, gli narrò che il Conte stesso interpellato cosa pensasse della fortuna di quegli arditi patriotti, rispose sorridendo e fregandosi le mani: «Io non penso che li prenderanno.»Non vogliamo mettere in dubbio la sincerità del dottor Bertani; ma come si concilierebbe quel racconto del Sirtori con questa lettera da lui stesso diretta nel medesimo giorno al conte Giulini di Milano:«Partiamo per un’impresa risolta contro i miei consigli. Vedi Cavour e fa’ che non ci abbandoni. La nostra bandiera è la vostra. Aiuti efficaci non ci possono venire che da voi, cioè dal Governo. I nostri mezzi sono troppo al di sotto dell’impresa; ma l’impresa merita che il Governo ci aiuti, e lo può senza compromettersi. Giorni sono vidi Cavour a Genova; gli parlai del nostro disegno, toccai dell’insufficienza dei nostri mezzi; il suo discorso mi lascia sperare aiuto. Egli è il solo che possa aiutare efficacemente, e credo che abbia cuore e mente per comprendere quanto bene farà all’Italia aiutandoci.» — Si trova nella citataStoria documentata della Diplomazia europea, vol. VIII, pag. 290.21.Vedi l’ormai famosa Lettera di Massimo D’Azeglio a M. Rendu, del 15 maggio 1860.Il D’Azeglio poi restituì le armi sequestrate, dodicimila carabineEnfields, che servirono per le successive spedizioni.22.Tutto ciò attesta il suoEpistolario; ma avremo occasione di riparlare di questo, quando incontreremo il La Farina a Palermo.23.Leggiamo in parecchi libri e giornali che il conte di Cavour, al Persano che lo interpellava sul vero senso dell’ordine ricevuto, rispondesse: «Navighi tra Garibaldi e gl’incrociatori napoletani;» al che l’Ammiraglio avrebbe risposto: «Ho capito; se sbaglio mi manderà a Fenestrelle.» Ma la verità vuole si dica che ilPersanostesso, nel suo notoDiario politico militare, racconta un po’ diversamente l’aneddoto, e importa ricordarne il vero tenore:«9. — .... Devo arrestare i volontari partiti da Genova per la Sicilia su due piroscafi della Società Rubattino sotto il comando del generale Garibaldi, ove tocchino in qualche porto della Sardegna, e più particolarmente a quelli della Maddalena e del golfo di Cagliari,MA DEVO LASCIARLI PROCEDERE NEL LORO CAMMINO INCONTRANDOLI PER MARE.»Nella via percorsa mi fermo a Tortolì tanto quanto basta ad impostarvi una lettera riservata a S. E. il conte di Cavour, dettatami dall’ambiguità dell’ordine avuto. Gli dico che la spedizione che ho mandato di arrestare non avendo potuto effettuarsi ad insaputa del Governo, ne argomentava non avesse a toccare nè alla Maddalena, nè dove mi si ingiungeva di fermarla; ma siccome potrebbe pur esservi sforzata da eventualità di mare, chiedeva di telegrafarmiCagliari, quando realmente si volesse l’arresto; eMaltanel caso contrario; proferendomi in qualsiasi evento di salvare sempre colla mia persona il Governo del Re col lasciargli facoltà di oppormi ogni operatodella divisione che comando sebbene ordinatomi, e di castigarmi ove occorrano maggiori prove.»10. — S. E. il conte di Cavour mi telegrafa:IlMinistero ha decisoperCagliari. Questo specificarmi che la decisione era stata presa dal Ministero mi fa comprendere che egli, Cavour, opinava diversamente; quindi per tranquillarlo mi faccio premura di ripetergli:Ho capito; e risolvo di lasciar procedere l’ardito condottiero al suo destino, ove mai approdasse nei porti in cui erami ingiunto di arrestarlo; facendo ogni mostra atta a far credere sul serio essere io stato nell’intendimento di trattenerlo.» — VediDiariocitato, pag. 14, 15 e 16.Ma come ognun vede, qui dell’ordinedi navigare tra i Garibaldini e gl’incrociatori non ce n’è parola; quindi la supposta protezione della squadra sarda preparata dal conte di Cavour dilegua in fumo. Il conte di Cavour non voleva impedire la prima spedizione, e faceva certamente voti per la sua riuscita; ma fino al punto di volerla coprire e difendere colle sue navi non era ancor disposto ad arrivare. Oltre di che dicano i marinai, se un ordine dato a una squadra ancorata in Sardegna di coprire dei legni partiti da Genova e diretti Dio sa per quale rotta alla volta di Sicilia, poteva essere dato seriamente e in ogni cosa efficacemente eseguito!24.Ripeto qui una Nota della miaVita di Nino Bixio:«Trascrivo testualmente questo telegramma dalDiariodi Bixio. E così fu interpretato dal Crispi che lo ricevette, così fatto leggere a Garibaldi e a quanti lo circondavano. A me pure, venuto in que’ giorni da Brescia con una schiera di cento Bresciani pronti a partire, fu tradotto così. Ora invece il generale Fabrizi mi avverte che il suo telegramma fu male interpretato, e che suonava invece così:L’insurrezione, vinta nella città di Palermo, si sostiene nelle provincie. L’equivoco nacque certamente dall’essere il telegramma in cifra, e una di quelle cifre rivoluzionarie destinate a passare non intese sotto gli occhi di tante Polizie nemiche, quindi più oscura delle altre. Certo il generale Fabrizi non ebbe intenzione di mandare alcuna notizia che avesse per effetto di sospendere una spedizione da lui prima che da ogni altro aspettata e secondata.»25.Il La Farina aveva ricevuto millecinquecento fucili; ma per quante preghiere gli fossero fatte, non ne volle mai dare più di mille. Ciò è attestato tanto daGaribaldineiMille, quanto dalBertaninelle sueIre d’oltre tomba, e riconfermato poi da questa lettera del signor Enrico Besana, uno dei direttori delMilione di fucili, illibatissimo patriotta, ma di parte moderata, e la cui testimonianza non può in questa cosa essere sospetta:«Pregiatissimo sig. Direttore del GiornaleLa Perseveranza.»Milano, 12 gennaio....»Nell’impossibilità di indirizzarmi al signor Ba.... mi rivolgo a lei, perchè voglia rettificare alcune inesattezze inserite nell’appendice del pregiatissimo di lei giornale del 12 gennaio corrente. Parlando di Giuseppe La Farina, l’appendicista attribuisce al suddetto, come presidente dellaSocietà nazionale, la somministrazione dei mezzi necessari per la spedizione di Marsala; ma il fatto si è che il La Farina, con tutta la più buona volontà del mondo, non potè contribuire che pochi fucili; l’amministrazione delMilione di fucili, di cui io era indebitamente uno dei due direttori, somministrò tutto il materiale che fu imbarcato, non che centomila franchi in contanti. La spedizione Medici poi fu completamente organizzata, vestita, armata e provveduta persino de’ necessari bastimenti a vapore di trasporto dalla suddetta amministrazione.»Tutto ciò in onore al vero. Con tutta la stima»Enrico Besana.»(Bertani, op. cit., pag. 126.)26.Circa ai denari che servirono d’erario alla prima spedizione, così scrive ilBertaninelle sueIre politiche d’oltre tomba, pag. 53 e 54:«I primi danari per la spedizione, cospicua somma che servì appunto alla compra di armi, di munizioni, di viveri e per cento altri bisogni, vennero da Pavia, città sempre esemplare nella iniziativa delle più ardite e patriottiche imprese, altri e molti ne fornì, come dissi già, la cassa delMilione di fucili. Altre migliaia di lire aveva ricevute Garibaldi dall’America, raccolte da amici suoi.»I denariper poter salpareli recò a me il 5 maggio a sera, coll’ultima corsa della ferrovia da Milano, l’avvocato Filippo Migliavacca, già tenente de’ volontari del 1859, maggiore a Milazzo, dove morì combattendo.»Erano le sessantamila lire provenienti dalla cassa delMilione di fucili, e rappresentate da unbuonosulla Banca di Genova. Ma l’ora era già troppo tarda per averne il cambio. Che fare? l’imbarazzo era grande quanto la premura.»Mandai tosto, giacchè io era infermo, presso alcuni ricchi negozianti miei clienti per avere il denaro; ma a quell’ora e con tanta fretta non potei trovare presso di un solo la rilevante somma in metallo.»Fu necessario che mi accontentassi di trentamila lire in marenghi, che consegnai oltre le 11 ore di notte a bordo dei battelli a vapore già venuti nelle mani dei volontari.»27.Parole dello stessoGaribaldinel suo libroI Mille, pag. 7.28.Catullo, nell’Epitalamio di Teti e Peleo, versi 22-23.29.«Quarto, 5 maggio 1860.»Sire,»Il grido di sofferenza che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie, ha commosso il mio cuore e quello di alcune centinaia dei miei vecchi compagni d’arme.»Io non ho consigliato il moto insurrezionale dei miei fratelli di Sicilia; ma dal momento che si sono sollevati a nome dell’unità italiana, di cui Vostra Maestà è la personificazione, contro la più infame tirannide dell’epoca nostra, non ho esitato di mettermi alla testa della spedizione.»So bene che m’imbarco per un’impresa pericolosa, ma pongo confidenza in Dio, nel coraggio e nella devozione de’ miei compagni. Il nostro grido di guerra sarà sempre:Viva l’Unità d’Italia! Viva Vittorio Emanuele, suo primo e bravo soldato!»Se noi falliremo, spero che l’Italia e l’Europa liberale non dimenticheranno che questa impresa è stata decisa per motivi puri affatto da egoismo e interamente patriottici. Se riusciremo, sarò superbo d’ornare la corona di Vostra Maestà di questo nuovo e brillantissimo gioiello, a condizione tuttavia che Vostra Maestà si opponga a ciò che i di lei consiglieri cedano questa provincia allo straniero, come hanno fatto della mia terra natale.»Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Maestà: temeva infatti che per la riverenza che le professo non riuscisse a persuadermi d’abbandonarlo.»Di Vostra Maestà, Sire, il più devoto suddito»G. Garibaldi.»30.«Soldati Italiani,»Per alcuni secoli la discordia e l’indisciplina furono sorgente di grandi sciagure al nostro paese. Oggi è mirabile la concordia che anima le popolazioni tutte dalla Sicilia alle Alpi. Però di disciplina la nazione difetta ancora — e su di voi, che sì mirabile esempio ne daste e di valore — essa conta, per riordinarsi, e compatta presentarsi al cospetto di chi vuol manometterla.»Non vi sbandate, dunque, o giovani! Resto delle patrie battaglie!... Sovvenitevi che anche nel Settentrione abbiamo nemici e fratelli schiavi, e che le popolazioni del Mezzogiorno, sbarazzate dai mercenari del Papa e del Borbone, abbisogneranno dell’ordinato marziale vostro insegnamento per presentarsi a maggiori conflitti.»Io raccomando dunque, in nome della patria rinascente, alla gioventù che fregia le file del prode esercito, di non abbandonarle.... ma di stringersi vieppiù ai loro valorosi ufficiali, ed a quel Vittorio, la di cui bravura può esser rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà molto a condurci tutti a definitiva vittoria!»G. Garibaldi.»31.Questa lettera fu pubblicata ne’ giornali del 1860 con alcune varianti ed ommissioni; ma noi abbiamo preferito il testo di quella che dallo stesso Agostino Bertani fu spedita in copia ad Antonio Panizzi, che si legge nelleLettere ad Antonio Panizzi, e che reputiamo il testo originale e genuino.Nella lezione de’ giornali, precisamente nel periodo che dice: «.... l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque, ec.,» fu ommesso l’inciso:ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano,ec., di cui a nessuno sfuggirà l’importanza. La ragione dell’omissione non sapremmo dire: probabilmente originò da scrupoli o da ritardi politici: certo che da quell’inciso risultava più chiaramente il concetto di Garibaldi di collegare l’impresa di Sicilia colla insurrezione della rimanente Italia e di aiutare l’una coll’altra.32.Si seppe dipoi che fu un vero tradimento. Il capo della spedizione piantò in mare, fuggendo sopra un canotto, le paranze che doveva dirigere nello scopo infame di giovarsi della confusione di quella notte per contrabbandare entro Genova molti colli di seta. VediRelazione inviata al generale Garibaldi sul fatto delle armi sottratte nelle acque di Genova alla spedizione dei Mille. Sampierdarena, 2 novembre 1874. —Firmati: Stefano Lagorara, Giacomo Canepa, Pietro Botto, Francesco Moro (detto Baxaicò), Giuseppe Oneto, Michele Danovaro, Castello Lorenzo, Castello Girolamo. — Nomi dei superstiti tra coloro che erano stati incaricati di scortare il carico delle armi, e che furono le prime vittime del tradimento.33.Vita di Nino Bixio, pag. 160. — Ho scritto altra volta sullo stesso tema e mi accadrà spesso di citare me stesso. Chi conosce l’artificio di travestire con diverse parole i medesimi affetti e pensieri, mi condanni.34.Il fatto è in diversi libri diversamente narrato; Garibaldi stesso ne’Mille, tradito dalla memoria, confonde Santo Stefano con Orbetello, dice di non essersi messo che il berretto da Generale, mentre noi stessi lo vedemmo in completa uniforme; ed altre inesattezze. Noi ci siamo attenuti al racconto che ne fa il maggiorePecorini-ManzoninellaStoria della 15ª Divisione Türr nella Campagna del 1860(Firenze, 1876, pag. 17-18), sembrandoci che un libro riveduto ed approvato dallo stesso generale Türr, in un fatto memorabile che personalmente lo riguarda, debba essere più d’ogni altro esatto e credibile.La colubrina era da sei, montata su d’un affusto di marina; i cannoncini erano: uno da quattro sull’affusto, gli altri due da sei senza affusto.35.«La missione di questo corpo è, come fu, basata sull’abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senz’altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompensa allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata, allorchè scomparve il pericolo; ma, suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila, ilari, volonterosi e pronti a versare il loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino, or sono dodici mesi:Italia e Vittorio Emanuele; e questo grido, ovunque pronunciato da noi, incuterà spavento ai nemici dell’Italia.Comandanti delle Compagnie:Nino Bixio, comandante la prima compagniaOrsini, comandante la seconda compagniaStocco, comandante la terza compagniaLa Masa, comandante la quarta compagniaAnfossi, comandante la quinta compagniaCarini, comandante la sesta compagniaCairoli, comandante la settima compagniaMosto, comandante i Carabinieri genovesi.Sirtori, capo di Stato Maggiore.Türr, primo aiutante di campo del Generale.Acerbi, Intendenza.Ripari, capo del Corpo sanitario.»L’organizzazione è la stessa dell’esercito italiano a cui apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio, al merito, sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.»Giuseppe Garibaldi.»(Oddo, op. cit., pag. 187.)36.Ilsono datil’aggiungiamo noi, fatti per necessità grammatici e linguai. L’Autore dell’Ordine del giorno, che aveva il coraggio d’andare innanzi senz’armi, saprà bene sbarcare a Marsala anche senza unverbo!37.Vedila a pag. 5 dell’opuscolo:Una pagina di storia del 1860, diGiacomo Medici. Palermo, 1869.38.Di queste Istruzioni vidi io stesso a Talamone co’ miei occhi l’originale tutto del Generale. Esse restarono qualche tempo nelle mani dello Zambianchi; poi passarono in quelle del professor I. B. Savi di Genova, il quale lo offerse alGran Bazaraperto in Londra nel 1863 da Giuseppe Mazzini a beneficio di Roma e Venezia. Ma il signor Michele Tassara di Genova, allora incaricato dal Sotto-Comitato delle signore genovesi delle operazioni del sopradettoGran Bazar, ne tenne copia; e fu da esso che i miei amici dottor Cantoni e capitano Pittaluga poterono ricavare quello che qui si stampa.39.Che il generale Medici non ignorasse l’assegnamento che Garibaldi aveva fatto su di lui, lo dimostra, oltre la lettera già citata, anche la seguente, che egli dirigeva al Panizzi due giorni dopo la partenza dei Mille:«Genova, 7 maggio 1860.»Caro Panizzi,»Garibaldi con 1500 uomini corre il mare in due battelli a vapore da ieri mattina, alla volta di Sicilia.»L’impresa è generosa; Dio la proteggerà e la fortuna del fortunato Condottiero.»Io son rimasto per appoggiare l’ardita iniziativa con una seconda spedizione,o meglio con potente diversione altrove; ma i mezzi ci mancano. Bertani ha fatto miracoli di attività che molto hanno prodotto e che la prima spedizione ha completamente esauriti.»Caro Panizzi, non lasciarci soli, non lasciamo solo il nostro Garibaldi e suoi generosi compagni, aiutaci ad aiutarlo, tu puoi molto, procura di raccogliere tra pochi amici almeno per la compera di un battello a vapore e di mandarcelo subito subito, con bandiera ed equipaggio inglese: quanto più di marcia veloce, tanto meglio servirà allo scopo.»Addio; lascio la penna a Bertani.»Tuo affezionatissimo»Medici.»(VediLettere ad Antonio Panizzi, pubblicate daLuigi Fagan. — Firenze, Barbèra editore, 1880, pag. 424-25.)40.La comandava Andrea Sgarallino: eran circa duecento.41.Ci spiace doverlo dire, ma il signor Zini non fece che accogliere nella suaStoriale menzogne pontificie, senza nemmeno darsi la cura di vagliarle e appurarle. Quando dal suo racconto si eccettui il giudizio che egli dà dello Zambianchi, esagerato esso pure, poichè in fondo quel pover’uomo era unmiles gloriosusche faceva colle sue smargiassate credere di sè peggio di quello che faceva; non resta più una sola parola di vero.Dico che «lo Zambianchi passò speditamente il confine colla sua banda ingrossata, Dio sa da quanti venturieri, e volteggiò alquanti giorni attorno al lago di Bolsena e tentò l’Agro viterbese; ma indarno, chè scorrazzando quelle terre e taglieggiando per sostenersi e peggio, ben altro che suscitare quelle popolazioni ignare a levarsi, messe in loro un grandissimo sbigottimento.»Tante parole, tanti spropositi. Lo Zambianchi, lungi dal passare speditamente, vi impiegò dodici giorni; non volteggiò e non poteva volteggiare al lago di Bolsena e sull’Agro viterbese, essendosi diretto su Orvieto; molto meno volteggiò alquanti giorni, avendo passato il confine la mattina ed essendone ripartito la sera. Però tutti quegli altri gerundii,SCORRAZZANDO, TAGLIEGGIANDO,sono borra rettorica del periodo e nulla più.Il signor Zini prosegue: «.... nè guardandosi, improvviso da Montefiascone vennegli addosso polso di Gendarmi e Zuavi pontificii.» (Vennero da Valentano, non da Montefiascone, e soli Gendarmi a cavallo e un reggimento di fanteria svizzera, ma non Zuavi.) «.... La banda, sorpresa al villaggio delle Grotte, andò subitamente fugata e dispersa quasi senza combattere, lasciando parecchi morti nella fuga, li più per mano dei villani infelloniti.»La banda fu sorpresa, come dicemmo, ma non andò subito fugata; fugò anzi, e in che modo, i Pontificii, costringendoli a lasciare i loro morti e feriti sul terreno. È vero che i villani del paese ci erano avversi, e che molti di loro avevano fatto fuoco dalle case; ma non perchè i Garibaldini avessero fatto loro alcun male, ma perchè il villaggio dominato dal Vescovo di Montefiascone era feudo di preti e vecchio nido di barbacani.Del resto, le pagine del signor Zini non hanno oggi più mestieri di confutazione. Dopo diciotto anni d’ingiusto oblío, anche agli sbarcati di Talamone fu resa giustizia, e il Parlamento equiparandoli, colla legge del 26 gennaio 1879, agli sbarcati di Marsala, ha sciolto al tempo stesso una questione di diritto e di storia.42.Così giudicarono i principali storici, come ilLecomte,L’Italie en 1860, pag. 37, e ilRustow,Storia della Campagna del 1860; così credettero i giornali del tempo.... così scrisse Garibaldi nella lettera del 25 maggio 1869, che tronca ogni lite:«Caprera, 25 maggio 1869.»Fu per ordine mio che la spedizione Zambianchi in Talamone si staccò dal corpo principale dei Mille, per ingannare i nemici sulla vera destinazione di detto corpo.»Io sono certo che i componenti la spedizione Zambianchi, Guerzoni, Leardi e tutti loro sarebbero stati degni, come sempre, dei loro compagni, ove avessero avuto la fortuna di partecipare ai gloriosi combattimenti di Calatafimi e di Palermo.»L’onorificenza della medaglia dei Mille accordata dal Municipio di Palermo senza mia richiesta, e la pensione conceduta agli stessi individui fu decretata dal Parlamento nazionale. Io quindi nulla chiedo pei miei fratelli d’armi di Talamone. Ma sarò contento se essi vengono soddisfatti nel loro desiderio.»G. Garibaldi.»43.Vedi miaVita di Nino Bixio, pag. 165-166.44.La città ed il porto furono ricostruiti dagli Arabi, che vi diedero il nome:Marsa-’Alì(Porto d’Alì).45.Non siamo noi che le diciamo, sono i Siciliani. — «All’istante Castiglia discese su d’uno de’ suoi battelli unitamente al bravo marino signor Andrea Rossi; girando tutti i piccoli legni ancorati nel porto, imponevano a quei marinari, colrevolveralla mano, di inviare gli schifi a bordo delPiemonteloro malgrado.»Questo è il brano d’un opuscolo:Memorie relative al marino Castiglia, scritto da un Siciliano, ripubblicato nel libro:Alcuni fatti e documenti della Rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860, riguardanti i Siciliani e La Masa(opera delLa Masastesso). Torino, 1861, pag. 20.46.La diceria fu accolta da parecchi ed anche in molte parti dall’acutissimo Zini. Pure bastava il semplice fatto della posizione rispettiva dei bastimenti per chiarirlodell’errore. I vapori inglesi erano la corvettaArguse l’avvisoIntrepid: il primo era ancorato alla punta del molo; il secondo più entro terra verso scirocco; loStrombolisi mise di traverso al porto; era dunque materialmente impossibile, finchè i bastimenti inglesi stavano fermi nei loro ancoraggi, che essi potessero impedire il tiro dei bastimenti napolitani.Posizione dei bastimentiLa fiaba poi fu smentita, prima da un rapporto del capitano Marryatt, comandante dell’Intrepid; poscia da una esplicita dichiarazione di Lord John Russel, ministro degli esteri di S. M. Britannica, fatta alla Camera dei Comuni nella seduta del 21 maggio 1860:«Lord John Russel. Il mio onorevole amico mi fece una domanda relativa allo sbarco di Garibaldi ed a due vascelli inglesi, che, secondo alcuni telegrammi, dicono avrebbero protetto lo sbarco di quegli uomini. Ebbene, io ricevetti oggi dall’Ammiragliato il dispaccio telegrafico dell’ufficiale comandante uno di questi vascelli, l’Intrepid. Gli onorevoli signori devono sapere che in Marsala vi sono molte case inglesi, e che da tempo, quando si attendeva un’insurrezione nella Sicilia, e specialmente poi quando corse la voce che Garibaldi vi sarebbe andato, erano spôrte dimande al Ministero degli esteri ed all’ammiraglio Fanshawe, che comanda sul Mediterraneo, di mandare vascelli per proteggere le proprietà inglesi nei luoghi dove si trovassero sudditi britannici. Quindi è che l’ammiraglio Fanshawe mandò l’Intrepide l’Argusa Marsala. L’Intrepidvi giunse, io credo, agli 11; ma non ebbe tempo a fermarvisi molto prima che giungessero due vapori mercantili colle forze di Garibaldi, che cominciarono tosto a scendere a terra. Mentre ciò succedeva, due bastimenti da guerra napolitani, un vapore ed una fregata, s’avvicinarono a Marsala. Ma questo ufficiale dice che, sebbene questi bastimenti potessero far fuoco sui vascelli e sugli uomini durante lo sbarco, nol fecero.»Non dice, nulla sapendo della storia, che poi fu messa in giro, che i bastimenti inglesi impedissero i Napolitani da fare fuoco; ma dice che, sebbene questi avessero l’opportunità di far fuoco sui vascelli e sugli uomini, nol fecero.»Dice inoltre che, dopo che gli uomini furono sbarcati, e che i vapori mercantili ebbero sbarcate tutte le truppe di Garibaldi, l’ufficiale comandante il vapore napoletano venne da lui a richiederlo di mandare un battello inglese a prendere possesso di quei vascelli. L’ufficiale inglese, il capitano Marryatt, ben con ragione vi si rifiutò (Hear, hear). Egli non aveva istruzioni che lo autorizzassero a prendere quei vascelli, ed a partecipare in quella faccenda. Le sue istruzioni erano, come sempre è stata la condotta del Governo inglese, di osservare una perfetta neutralità nel conflitto ora insorto (Hear, hear). Perciò, sebbene questo ufficiale non dia formale diniego (per nulla conoscendone l’esistenza) all’allegazione che i suoi bastimenti all’àncora impedissero il fuoco dei vascelli napoletani, possiamo inferire dalla sua relazione che tale non fu il caso. Sembra che il capitano napoletano lo richiedesse di richiamare da Marsala qualunque dei suoi ufficiali fosse a terra, e che egli immediatamente innalzasse un segnale per tal fine, e che quando i suoi ufficiali furono a bordo, sia stato aperto il fuoco contro Marsala dai bastimenti napoletani. Ciò potrebbesi ravvisare come un atto di cortesia internazionale per parte del capitano napoletano, ma punto non implica che i bastimenti inglesi si opponessero al suo fuoco. Non risulta che l’ufficiale inglese eccedesse in modo alcuno il suo dovere. Egli si ritrova colà nello scopo di proteggere gl’interessi britannici e nulla fece di più.»47.Otto secoli precisi. I Normanni di Ruggiero sbarcarono la prima volta in Sicilia nell’inverno, e la seconda nella primavera del 1060. Nessuno de’ vecchi cronisti siciliani accertò il loro numero: chi li fa trecento, chi quattrocento, chi seicento e più; certo che i quaranta sono pura leggenda.48.Noterelle d’uno dei Mille, edite dopo vent’anni, diGiuseppe Cesare Abba. Bologna, 1880, pag. 60.49.Zini,Storia citata, pag. 605.50.VediI Millepag. 26.51.Vita di Nino Bixio, pag. 175.52.Abba,Noterelle citate.53.Vedi Histoire de la Conquête de l’Angleterre, par Augustin Thierry. Lione, vol. III, pag. 199.54.Ricordo che il Davoust ad Aerstaedt diceva: «Les braves mourront ici; les lâches iront mourir en Sibérie.»55.Rustow,La guerra d’Italia del 1860, vol. II, pag. 189 e segg.56.VediI MillediGaribaldi, pag. 36, eGiuseppe Capuzzi(bresciano, de’ Mille egli pure),La spedizione di Garibaldi in Sicilia. — L’Abba,Noterellegià citate, conferma.Un altro assalto di bande subirono pure i Regi a Montelepre.57.«Caro Rosolino. — Ieri abbiamo combattuto ed abbiamo vinto. I nemici fuggono impauriti verso Palermo. Le popolazioni sono animatissime e si riuniscono a me in folla. Domani marcerò verso Alcamo. Dite ai Siciliani che è ora di finirla, e che la finiremo presto; qualunque arma è buona per un valoroso, fucile, falce, mannaia, un chiodo alla punta di un bastone. Riunitevi a noi ed ostilizzate il nemico in quei dintorni, se più vi conviene; fate accendere dei fuochi su tutte le alture che contornano il nemico. Tirate quante fucilate si può di notte sulle sentinelle e sui posti avanzati. Intercettate le comunicazioni. Incomodatelo infine in ogni modo. Spero ci rivedremo presto.»58.Accompagnavano il La Masa i siciliani cav. Fuxa, Curatolo, Di Marco, Nicolosi, i due fratelli La Russa e Rebaudo.

1.In quell’opuscolo scritto, come è noto, dal visconte A. de La Guerronière, ma evidentemente ispirato da Napoleone, si proponeva la creazione d’un Regno dell’Alta Italia, lasciando al Papa la sola città di Roma.

1.In quell’opuscolo scritto, come è noto, dal visconte A. de La Guerronière, ma evidentemente ispirato da Napoleone, si proponeva la creazione d’un Regno dell’Alta Italia, lasciando al Papa la sola città di Roma.

2.Nota-Circolare del conte di Cavour alle Legazioni sarde all’estero, del 27 gennaio 1860.

2.Nota-Circolare del conte di Cavour alle Legazioni sarde all’estero, del 27 gennaio 1860.

3.Il signor Artom, oggi senatore del Regno, allora capo del gabinetto del grande Ministro. VediŒuvre parlementaire du comte de Cavour, Préface.

3.Il signor Artom, oggi senatore del Regno, allora capo del gabinetto del grande Ministro. VediŒuvre parlementaire du comte de Cavour, Préface.

4.Maintenant nous voilà complices, parole del Cavour al principe Talleyrand, ministro di Francia a Torino, appena fu sottoscritto il Trattato di Nizza e Savoia. Vedile inArtom, De la Rive, Massari.

4.Maintenant nous voilà complices, parole del Cavour al principe Talleyrand, ministro di Francia a Torino, appena fu sottoscritto il Trattato di Nizza e Savoia. Vedile inArtom, De la Rive, Massari.

5.Nel 1860 al barone De Martini, inviato di Francesco di Napoli a Napoleone, questi diceva: «Scaltri sono davvero gl’Italiani; essi comprendono a meraviglia che, dopo di aver dato il sangue de’ miei soldati per l’indipendenza del loro paese, giammai non farò tirare il cannone contro di essi. È stata questa convinzione che ha guidata la rivoluzione a compiere l’annessione della Toscana al Piemonte contro i miei interessi, e che ora la sospinge ai danni della Casa di Napoli.» —N. Bianchi,Storia documentata della Diplomazia europea, già citata, pag. 298.

5.Nel 1860 al barone De Martini, inviato di Francesco di Napoli a Napoleone, questi diceva: «Scaltri sono davvero gl’Italiani; essi comprendono a meraviglia che, dopo di aver dato il sangue de’ miei soldati per l’indipendenza del loro paese, giammai non farò tirare il cannone contro di essi. È stata questa convinzione che ha guidata la rivoluzione a compiere l’annessione della Toscana al Piemonte contro i miei interessi, e che ora la sospinge ai danni della Casa di Napoli.» —N. Bianchi,Storia documentata della Diplomazia europea, già citata, pag. 298.

6.La frase è d’una lettera diretta allo scrittore di queste pagine in risposta ad una, colla quale, in nome del partito liberale di Brescia, gli aveva offerto la candidatura di quella città.Riporto la lettera per intero:«Caprera, 26 marzo 1860.»Mio caro Guerzoni,»Mi duole di non poter accettare per Brescia, avendo accettato per Nizza. — La città mia natale si trova in pericolo di cadere nelle ugne del protettore padrone — ed il mio dovere mi chiama sulle sponde del Varo. — Trent’anni al servizio della libertà dei popoli — avrò guadagnato il servaggio della mia povera terra! Domani forse dovrò arrossire di chiamarmi Italiano al cospetto de’ miei compagni d’armi — e mi chiamerete suddito del Due Decembre — del protettore del Papa — del bombardatore di Roma.»Ringraziate i vostri bravi concittadini, e credetemi sempre»vostro»G. Garibaldi.»

6.La frase è d’una lettera diretta allo scrittore di queste pagine in risposta ad una, colla quale, in nome del partito liberale di Brescia, gli aveva offerto la candidatura di quella città.

Riporto la lettera per intero:

«Caprera, 26 marzo 1860.

»Mio caro Guerzoni,

»Mi duole di non poter accettare per Brescia, avendo accettato per Nizza. — La città mia natale si trova in pericolo di cadere nelle ugne del protettore padrone — ed il mio dovere mi chiama sulle sponde del Varo. — Trent’anni al servizio della libertà dei popoli — avrò guadagnato il servaggio della mia povera terra! Domani forse dovrò arrossire di chiamarmi Italiano al cospetto de’ miei compagni d’armi — e mi chiamerete suddito del Due Decembre — del protettore del Papa — del bombardatore di Roma.

»Ringraziate i vostri bravi concittadini, e credetemi sempre

»vostro

»G. Garibaldi.»

7.Non a primo scrutinio però. Il conte di Cavour nella tornata della Camera del 12 aprile per dimostrare che anche in Nizza il partito italiano avverso all’annessione non era tanto forte quanto si credeva, fece notare che sopra 1596 elettori inscritti, Garibaldi non ottenne che 444 voti, cioè solo il 28 per cento; pel che fu resa necessaria una seconda votazione. La conseguenza tratta da quella cifra non ci pare che corra a fil di logica, poichè nel novero di quegli elettori mancavano appunto le classi popolari, che erano più di tutte avverse all’annessione.

7.Non a primo scrutinio però. Il conte di Cavour nella tornata della Camera del 12 aprile per dimostrare che anche in Nizza il partito italiano avverso all’annessione non era tanto forte quanto si credeva, fece notare che sopra 1596 elettori inscritti, Garibaldi non ottenne che 444 voti, cioè solo il 28 per cento; pel che fu resa necessaria una seconda votazione. La conseguenza tratta da quella cifra non ci pare che corra a fil di logica, poichè nel novero di quegli elettori mancavano appunto le classi popolari, che erano più di tutte avverse all’annessione.

8.Non crediamo, per esempio, farina del suo sacco tutta l’argomentazione di costituzionalità; molto meno le parole usate a svilupparla. Ne giudichi il lettore:«Garibaldi. Signori, nell’articolo 5º dello Statuto si dice:»I trattati che importassero una variazione di territorio dello Stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto l’assenso delle Camere.»»Conseguenza di questo articolo della legge fondamentale si è, che qualunque principio d’esecuzione dato ad una diminuzione dello Stato, prima che questa diminuzione sia sancita dalla Camera, è contrario allo Statuto. Che una parte dello Stato voti per la separazione prima che la Camera abbia deciso se questa separazione debba aver luogo, prima che abbia deciso se si debba votare, e come si debba votare pel principio d’esecuzione della separazione medesima, è un atto incostituzionale.»Questa, Signori, è la quistione di Nizza sotto il punto costituzionale, e che io sottopongo al sagace giudizio della Camera.» —Atti del Parlamento italiano, Sessione del 1860. Tornata del 12 aprile 1860.

8.Non crediamo, per esempio, farina del suo sacco tutta l’argomentazione di costituzionalità; molto meno le parole usate a svilupparla. Ne giudichi il lettore:

«Garibaldi. Signori, nell’articolo 5º dello Statuto si dice:

»I trattati che importassero una variazione di territorio dello Stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto l’assenso delle Camere.»

»Conseguenza di questo articolo della legge fondamentale si è, che qualunque principio d’esecuzione dato ad una diminuzione dello Stato, prima che questa diminuzione sia sancita dalla Camera, è contrario allo Statuto. Che una parte dello Stato voti per la separazione prima che la Camera abbia deciso se questa separazione debba aver luogo, prima che abbia deciso se si debba votare, e come si debba votare pel principio d’esecuzione della separazione medesima, è un atto incostituzionale.

»Questa, Signori, è la quistione di Nizza sotto il punto costituzionale, e che io sottopongo al sagace giudizio della Camera.» —Atti del Parlamento italiano, Sessione del 1860. Tornata del 12 aprile 1860.

9.Vedi nellaStoria documentata della Diplomazia europea, vol. VIII, pag. 275, leIstruzionial marchese Pes di Villamarina, ministro plenipotenziario di Sardegna presso la Corte di Napoli, e pag. 280, ilDispaccio confidenzialedel Cavour allo stesso colla data del 13 marzo 1860.

9.Vedi nellaStoria documentata della Diplomazia europea, vol. VIII, pag. 275, leIstruzionial marchese Pes di Villamarina, ministro plenipotenziario di Sardegna presso la Corte di Napoli, e pag. 280, ilDispaccio confidenzialedel Cavour allo stesso colla data del 13 marzo 1860.

10.Su queste dimostrazioni vediLa restaurazione borbonica e la rivoluzione del 1860 in Sicilia dal 4 aprile al 18 giugno; Ragguagli storicidiIsidoro La Lumia. Palermo, 1860.Per la parte avuta dai Siciliani del partito d’azione e da Giuseppe Mazzini nell’opera preparatrice della rivoluzione, vedi principalmenteRaffaele Villari,Cospirazione e rivolta. Messina, tip. D’Amico, 1861; ed iCenni biografici e storicidettati daAurelio Saffie da lui premessi a proemio del testo al vol. XI degliScritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini.

10.Su queste dimostrazioni vediLa restaurazione borbonica e la rivoluzione del 1860 in Sicilia dal 4 aprile al 18 giugno; Ragguagli storicidiIsidoro La Lumia. Palermo, 1860.

Per la parte avuta dai Siciliani del partito d’azione e da Giuseppe Mazzini nell’opera preparatrice della rivoluzione, vedi principalmenteRaffaele Villari,Cospirazione e rivolta. Messina, tip. D’Amico, 1861; ed iCenni biografici e storicidettati daAurelio Saffie da lui premessi a proemio del testo al vol. XI degliScritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini.

11.Villari, op. cit., pag. 372.

11.Villari, op. cit., pag. 372.

12.Cenni biografici e storici, ProemiodiAurelio Saffisopra citato, pag. 39. Anche sul viaggio di Crispi in Sicilia e sulla parte da lui avuta ad apparecchiarne la riscossa, vedi nello stessoProemiomolti documenti e particolari; tra gli altri una serie cronologica diNote storichedel Crispi medesimo ed uno scritto anonimo di un Siciliano partecipe al lavoro di quegli anni. In quello scritto si legge fra gli altri particolari che il Crispi pel primo insegnò ai Siciliani a fare le bombe all’Orsini, modellandone egli stesso in creta alcuni campioni.

12.Cenni biografici e storici, ProemiodiAurelio Saffisopra citato, pag. 39. Anche sul viaggio di Crispi in Sicilia e sulla parte da lui avuta ad apparecchiarne la riscossa, vedi nello stessoProemiomolti documenti e particolari; tra gli altri una serie cronologica diNote storichedel Crispi medesimo ed uno scritto anonimo di un Siciliano partecipe al lavoro di quegli anni. In quello scritto si legge fra gli altri particolari che il Crispi pel primo insegnò ai Siciliani a fare le bombe all’Orsini, modellandone egli stesso in creta alcuni campioni.

13.IlLa Lumia, opera citata, l’attribuisce alla prima cagione; ilCrispinelle sueNote storicheconfidate al Saffi, alla seconda.

13.IlLa Lumia, opera citata, l’attribuisce alla prima cagione; ilCrispinelle sueNote storicheconfidate al Saffi, alla seconda.

14.Rosolino Pilo, patita una fiera fortuna di mare ed altre peripezie, non potè approdare a Messina che il 9 aprile. Vedi sul viaggio di Pilo,Relazione esatta della spedizione di Rosolino Pilo e Giovanni Corrao avvenuta nel 1860, scritta daRaffaele Motto, pilota della paranza, pubblicata per cura di Francesco Zannoni. Spezia, novembre 1877.

14.Rosolino Pilo, patita una fiera fortuna di mare ed altre peripezie, non potè approdare a Messina che il 9 aprile. Vedi sul viaggio di Pilo,Relazione esatta della spedizione di Rosolino Pilo e Giovanni Corrao avvenuta nel 1860, scritta daRaffaele Motto, pilota della paranza, pubblicata per cura di Francesco Zannoni. Spezia, novembre 1877.

15.Fu scritto per delazione d’uno dei frati della Gancia: pura favola. Il processo chiarì che l’involontario delatore fa uno degli operai affigliati alla congiura che la confidò, credendolo fidato, ad un altro operaio, il quale invece altro non era che un arnese occulto della polizia.

15.Fu scritto per delazione d’uno dei frati della Gancia: pura favola. Il processo chiarì che l’involontario delatore fa uno degli operai affigliati alla congiura che la confidò, credendolo fidato, ad un altro operaio, il quale invece altro non era che un arnese occulto della polizia.

16.Vita di Nino Bixio, pag. 173 e segg.

16.Vita di Nino Bixio, pag. 173 e segg.

17.Vedi lettera di Garibaldi in risposta ai Siciliani nelProemiogià citato diAurelio Saffi, pag. 39 e 46.

17.Vedi lettera di Garibaldi in risposta ai Siciliani nelProemiogià citato diAurelio Saffi, pag. 39 e 46.

18.La testimonianza è quella dello stesso colonnello, ora generale Sacchi. Ecco come nel fascicolo de’ suoiRicordiegli racconta l’episodio:«La spedizione in Sicilia doveva prima farsi colla brigata Reggio, 45º e 46º reggimento, quest’ultimo da me comandato; Garibaldi da Alessandria ove io stanziava mi chiamò a Torino; mi parlò di quest’idea che aveva subordinata al parere del Re; mi diede istruzioni pel caso si dovesse effettuare; io misi a parte del segreto Chiassi, Isnardi, Pellegrini, Grioli, Lombardi e qualche altro ufficiale del reggimento; dopo qualche tempo mi richiamò a Torino; in presenza di Trecchi, che ritornava d’aver visto il Re, mi disse che non si pensava più a quanto erasi prima ideato; e non solo non ci si pensava, ma bisognava anche che rimanesse nelle fila chi eravi vincolato, salvo ad accorrer poi; ma che intanto bisognava lavorare ad impedire che si sciogliessero forze organizzate; tale era il parere del Re! Fu allora che io chiesi una parola di Garibaldi perchè fossero conosciuti i suoi intendimenti al proposito, e che egli prima di partire redasse l’Ordine del giorno che ho trascritto.»

18.La testimonianza è quella dello stesso colonnello, ora generale Sacchi. Ecco come nel fascicolo de’ suoiRicordiegli racconta l’episodio:

«La spedizione in Sicilia doveva prima farsi colla brigata Reggio, 45º e 46º reggimento, quest’ultimo da me comandato; Garibaldi da Alessandria ove io stanziava mi chiamò a Torino; mi parlò di quest’idea che aveva subordinata al parere del Re; mi diede istruzioni pel caso si dovesse effettuare; io misi a parte del segreto Chiassi, Isnardi, Pellegrini, Grioli, Lombardi e qualche altro ufficiale del reggimento; dopo qualche tempo mi richiamò a Torino; in presenza di Trecchi, che ritornava d’aver visto il Re, mi disse che non si pensava più a quanto erasi prima ideato; e non solo non ci si pensava, ma bisognava anche che rimanesse nelle fila chi eravi vincolato, salvo ad accorrer poi; ma che intanto bisognava lavorare ad impedire che si sciogliessero forze organizzate; tale era il parere del Re! Fu allora che io chiesi una parola di Garibaldi perchè fossero conosciuti i suoi intendimenti al proposito, e che egli prima di partire redasse l’Ordine del giorno che ho trascritto.»

19.Lettera del generale Fanti, ministro della guerra, al generale Ribotti, Torino, 6 aprile 1860, citata nellaStoria documentata della Diplomazia europea, diN. Bianchi, pag. 289.

19.Lettera del generale Fanti, ministro della guerra, al generale Ribotti, Torino, 6 aprile 1860, citata nellaStoria documentata della Diplomazia europea, diN. Bianchi, pag. 289.

20.Il dottoreAgostino Bertaninel suo opuscolo:Ire politiche d’oltre tomba(pag. 61), dice che il Sirtori al ritorno d’una visita fatta al Cavour, alcuni giorni prima della spedizione, gli narrò che il Conte stesso interpellato cosa pensasse della fortuna di quegli arditi patriotti, rispose sorridendo e fregandosi le mani: «Io non penso che li prenderanno.»Non vogliamo mettere in dubbio la sincerità del dottor Bertani; ma come si concilierebbe quel racconto del Sirtori con questa lettera da lui stesso diretta nel medesimo giorno al conte Giulini di Milano:«Partiamo per un’impresa risolta contro i miei consigli. Vedi Cavour e fa’ che non ci abbandoni. La nostra bandiera è la vostra. Aiuti efficaci non ci possono venire che da voi, cioè dal Governo. I nostri mezzi sono troppo al di sotto dell’impresa; ma l’impresa merita che il Governo ci aiuti, e lo può senza compromettersi. Giorni sono vidi Cavour a Genova; gli parlai del nostro disegno, toccai dell’insufficienza dei nostri mezzi; il suo discorso mi lascia sperare aiuto. Egli è il solo che possa aiutare efficacemente, e credo che abbia cuore e mente per comprendere quanto bene farà all’Italia aiutandoci.» — Si trova nella citataStoria documentata della Diplomazia europea, vol. VIII, pag. 290.

20.Il dottoreAgostino Bertaninel suo opuscolo:Ire politiche d’oltre tomba(pag. 61), dice che il Sirtori al ritorno d’una visita fatta al Cavour, alcuni giorni prima della spedizione, gli narrò che il Conte stesso interpellato cosa pensasse della fortuna di quegli arditi patriotti, rispose sorridendo e fregandosi le mani: «Io non penso che li prenderanno.»

Non vogliamo mettere in dubbio la sincerità del dottor Bertani; ma come si concilierebbe quel racconto del Sirtori con questa lettera da lui stesso diretta nel medesimo giorno al conte Giulini di Milano:

«Partiamo per un’impresa risolta contro i miei consigli. Vedi Cavour e fa’ che non ci abbandoni. La nostra bandiera è la vostra. Aiuti efficaci non ci possono venire che da voi, cioè dal Governo. I nostri mezzi sono troppo al di sotto dell’impresa; ma l’impresa merita che il Governo ci aiuti, e lo può senza compromettersi. Giorni sono vidi Cavour a Genova; gli parlai del nostro disegno, toccai dell’insufficienza dei nostri mezzi; il suo discorso mi lascia sperare aiuto. Egli è il solo che possa aiutare efficacemente, e credo che abbia cuore e mente per comprendere quanto bene farà all’Italia aiutandoci.» — Si trova nella citataStoria documentata della Diplomazia europea, vol. VIII, pag. 290.

21.Vedi l’ormai famosa Lettera di Massimo D’Azeglio a M. Rendu, del 15 maggio 1860.Il D’Azeglio poi restituì le armi sequestrate, dodicimila carabineEnfields, che servirono per le successive spedizioni.

21.Vedi l’ormai famosa Lettera di Massimo D’Azeglio a M. Rendu, del 15 maggio 1860.

Il D’Azeglio poi restituì le armi sequestrate, dodicimila carabineEnfields, che servirono per le successive spedizioni.

22.Tutto ciò attesta il suoEpistolario; ma avremo occasione di riparlare di questo, quando incontreremo il La Farina a Palermo.

22.Tutto ciò attesta il suoEpistolario; ma avremo occasione di riparlare di questo, quando incontreremo il La Farina a Palermo.

23.Leggiamo in parecchi libri e giornali che il conte di Cavour, al Persano che lo interpellava sul vero senso dell’ordine ricevuto, rispondesse: «Navighi tra Garibaldi e gl’incrociatori napoletani;» al che l’Ammiraglio avrebbe risposto: «Ho capito; se sbaglio mi manderà a Fenestrelle.» Ma la verità vuole si dica che ilPersanostesso, nel suo notoDiario politico militare, racconta un po’ diversamente l’aneddoto, e importa ricordarne il vero tenore:«9. — .... Devo arrestare i volontari partiti da Genova per la Sicilia su due piroscafi della Società Rubattino sotto il comando del generale Garibaldi, ove tocchino in qualche porto della Sardegna, e più particolarmente a quelli della Maddalena e del golfo di Cagliari,MA DEVO LASCIARLI PROCEDERE NEL LORO CAMMINO INCONTRANDOLI PER MARE.»Nella via percorsa mi fermo a Tortolì tanto quanto basta ad impostarvi una lettera riservata a S. E. il conte di Cavour, dettatami dall’ambiguità dell’ordine avuto. Gli dico che la spedizione che ho mandato di arrestare non avendo potuto effettuarsi ad insaputa del Governo, ne argomentava non avesse a toccare nè alla Maddalena, nè dove mi si ingiungeva di fermarla; ma siccome potrebbe pur esservi sforzata da eventualità di mare, chiedeva di telegrafarmiCagliari, quando realmente si volesse l’arresto; eMaltanel caso contrario; proferendomi in qualsiasi evento di salvare sempre colla mia persona il Governo del Re col lasciargli facoltà di oppormi ogni operatodella divisione che comando sebbene ordinatomi, e di castigarmi ove occorrano maggiori prove.»10. — S. E. il conte di Cavour mi telegrafa:IlMinistero ha decisoperCagliari. Questo specificarmi che la decisione era stata presa dal Ministero mi fa comprendere che egli, Cavour, opinava diversamente; quindi per tranquillarlo mi faccio premura di ripetergli:Ho capito; e risolvo di lasciar procedere l’ardito condottiero al suo destino, ove mai approdasse nei porti in cui erami ingiunto di arrestarlo; facendo ogni mostra atta a far credere sul serio essere io stato nell’intendimento di trattenerlo.» — VediDiariocitato, pag. 14, 15 e 16.Ma come ognun vede, qui dell’ordinedi navigare tra i Garibaldini e gl’incrociatori non ce n’è parola; quindi la supposta protezione della squadra sarda preparata dal conte di Cavour dilegua in fumo. Il conte di Cavour non voleva impedire la prima spedizione, e faceva certamente voti per la sua riuscita; ma fino al punto di volerla coprire e difendere colle sue navi non era ancor disposto ad arrivare. Oltre di che dicano i marinai, se un ordine dato a una squadra ancorata in Sardegna di coprire dei legni partiti da Genova e diretti Dio sa per quale rotta alla volta di Sicilia, poteva essere dato seriamente e in ogni cosa efficacemente eseguito!

23.Leggiamo in parecchi libri e giornali che il conte di Cavour, al Persano che lo interpellava sul vero senso dell’ordine ricevuto, rispondesse: «Navighi tra Garibaldi e gl’incrociatori napoletani;» al che l’Ammiraglio avrebbe risposto: «Ho capito; se sbaglio mi manderà a Fenestrelle.» Ma la verità vuole si dica che ilPersanostesso, nel suo notoDiario politico militare, racconta un po’ diversamente l’aneddoto, e importa ricordarne il vero tenore:

«9. — .... Devo arrestare i volontari partiti da Genova per la Sicilia su due piroscafi della Società Rubattino sotto il comando del generale Garibaldi, ove tocchino in qualche porto della Sardegna, e più particolarmente a quelli della Maddalena e del golfo di Cagliari,MA DEVO LASCIARLI PROCEDERE NEL LORO CAMMINO INCONTRANDOLI PER MARE.

»Nella via percorsa mi fermo a Tortolì tanto quanto basta ad impostarvi una lettera riservata a S. E. il conte di Cavour, dettatami dall’ambiguità dell’ordine avuto. Gli dico che la spedizione che ho mandato di arrestare non avendo potuto effettuarsi ad insaputa del Governo, ne argomentava non avesse a toccare nè alla Maddalena, nè dove mi si ingiungeva di fermarla; ma siccome potrebbe pur esservi sforzata da eventualità di mare, chiedeva di telegrafarmiCagliari, quando realmente si volesse l’arresto; eMaltanel caso contrario; proferendomi in qualsiasi evento di salvare sempre colla mia persona il Governo del Re col lasciargli facoltà di oppormi ogni operatodella divisione che comando sebbene ordinatomi, e di castigarmi ove occorrano maggiori prove.

»10. — S. E. il conte di Cavour mi telegrafa:IlMinistero ha decisoperCagliari. Questo specificarmi che la decisione era stata presa dal Ministero mi fa comprendere che egli, Cavour, opinava diversamente; quindi per tranquillarlo mi faccio premura di ripetergli:Ho capito; e risolvo di lasciar procedere l’ardito condottiero al suo destino, ove mai approdasse nei porti in cui erami ingiunto di arrestarlo; facendo ogni mostra atta a far credere sul serio essere io stato nell’intendimento di trattenerlo.» — VediDiariocitato, pag. 14, 15 e 16.

Ma come ognun vede, qui dell’ordinedi navigare tra i Garibaldini e gl’incrociatori non ce n’è parola; quindi la supposta protezione della squadra sarda preparata dal conte di Cavour dilegua in fumo. Il conte di Cavour non voleva impedire la prima spedizione, e faceva certamente voti per la sua riuscita; ma fino al punto di volerla coprire e difendere colle sue navi non era ancor disposto ad arrivare. Oltre di che dicano i marinai, se un ordine dato a una squadra ancorata in Sardegna di coprire dei legni partiti da Genova e diretti Dio sa per quale rotta alla volta di Sicilia, poteva essere dato seriamente e in ogni cosa efficacemente eseguito!

24.Ripeto qui una Nota della miaVita di Nino Bixio:«Trascrivo testualmente questo telegramma dalDiariodi Bixio. E così fu interpretato dal Crispi che lo ricevette, così fatto leggere a Garibaldi e a quanti lo circondavano. A me pure, venuto in que’ giorni da Brescia con una schiera di cento Bresciani pronti a partire, fu tradotto così. Ora invece il generale Fabrizi mi avverte che il suo telegramma fu male interpretato, e che suonava invece così:L’insurrezione, vinta nella città di Palermo, si sostiene nelle provincie. L’equivoco nacque certamente dall’essere il telegramma in cifra, e una di quelle cifre rivoluzionarie destinate a passare non intese sotto gli occhi di tante Polizie nemiche, quindi più oscura delle altre. Certo il generale Fabrizi non ebbe intenzione di mandare alcuna notizia che avesse per effetto di sospendere una spedizione da lui prima che da ogni altro aspettata e secondata.»

24.Ripeto qui una Nota della miaVita di Nino Bixio:

«Trascrivo testualmente questo telegramma dalDiariodi Bixio. E così fu interpretato dal Crispi che lo ricevette, così fatto leggere a Garibaldi e a quanti lo circondavano. A me pure, venuto in que’ giorni da Brescia con una schiera di cento Bresciani pronti a partire, fu tradotto così. Ora invece il generale Fabrizi mi avverte che il suo telegramma fu male interpretato, e che suonava invece così:L’insurrezione, vinta nella città di Palermo, si sostiene nelle provincie. L’equivoco nacque certamente dall’essere il telegramma in cifra, e una di quelle cifre rivoluzionarie destinate a passare non intese sotto gli occhi di tante Polizie nemiche, quindi più oscura delle altre. Certo il generale Fabrizi non ebbe intenzione di mandare alcuna notizia che avesse per effetto di sospendere una spedizione da lui prima che da ogni altro aspettata e secondata.»

25.Il La Farina aveva ricevuto millecinquecento fucili; ma per quante preghiere gli fossero fatte, non ne volle mai dare più di mille. Ciò è attestato tanto daGaribaldineiMille, quanto dalBertaninelle sueIre d’oltre tomba, e riconfermato poi da questa lettera del signor Enrico Besana, uno dei direttori delMilione di fucili, illibatissimo patriotta, ma di parte moderata, e la cui testimonianza non può in questa cosa essere sospetta:«Pregiatissimo sig. Direttore del GiornaleLa Perseveranza.»Milano, 12 gennaio....»Nell’impossibilità di indirizzarmi al signor Ba.... mi rivolgo a lei, perchè voglia rettificare alcune inesattezze inserite nell’appendice del pregiatissimo di lei giornale del 12 gennaio corrente. Parlando di Giuseppe La Farina, l’appendicista attribuisce al suddetto, come presidente dellaSocietà nazionale, la somministrazione dei mezzi necessari per la spedizione di Marsala; ma il fatto si è che il La Farina, con tutta la più buona volontà del mondo, non potè contribuire che pochi fucili; l’amministrazione delMilione di fucili, di cui io era indebitamente uno dei due direttori, somministrò tutto il materiale che fu imbarcato, non che centomila franchi in contanti. La spedizione Medici poi fu completamente organizzata, vestita, armata e provveduta persino de’ necessari bastimenti a vapore di trasporto dalla suddetta amministrazione.»Tutto ciò in onore al vero. Con tutta la stima»Enrico Besana.»(Bertani, op. cit., pag. 126.)

25.Il La Farina aveva ricevuto millecinquecento fucili; ma per quante preghiere gli fossero fatte, non ne volle mai dare più di mille. Ciò è attestato tanto daGaribaldineiMille, quanto dalBertaninelle sueIre d’oltre tomba, e riconfermato poi da questa lettera del signor Enrico Besana, uno dei direttori delMilione di fucili, illibatissimo patriotta, ma di parte moderata, e la cui testimonianza non può in questa cosa essere sospetta:

«Pregiatissimo sig. Direttore del GiornaleLa Perseveranza.

»Milano, 12 gennaio....

»Nell’impossibilità di indirizzarmi al signor Ba.... mi rivolgo a lei, perchè voglia rettificare alcune inesattezze inserite nell’appendice del pregiatissimo di lei giornale del 12 gennaio corrente. Parlando di Giuseppe La Farina, l’appendicista attribuisce al suddetto, come presidente dellaSocietà nazionale, la somministrazione dei mezzi necessari per la spedizione di Marsala; ma il fatto si è che il La Farina, con tutta la più buona volontà del mondo, non potè contribuire che pochi fucili; l’amministrazione delMilione di fucili, di cui io era indebitamente uno dei due direttori, somministrò tutto il materiale che fu imbarcato, non che centomila franchi in contanti. La spedizione Medici poi fu completamente organizzata, vestita, armata e provveduta persino de’ necessari bastimenti a vapore di trasporto dalla suddetta amministrazione.

»Tutto ciò in onore al vero. Con tutta la stima

»Enrico Besana.»

(Bertani, op. cit., pag. 126.)

26.Circa ai denari che servirono d’erario alla prima spedizione, così scrive ilBertaninelle sueIre politiche d’oltre tomba, pag. 53 e 54:«I primi danari per la spedizione, cospicua somma che servì appunto alla compra di armi, di munizioni, di viveri e per cento altri bisogni, vennero da Pavia, città sempre esemplare nella iniziativa delle più ardite e patriottiche imprese, altri e molti ne fornì, come dissi già, la cassa delMilione di fucili. Altre migliaia di lire aveva ricevute Garibaldi dall’America, raccolte da amici suoi.»I denariper poter salpareli recò a me il 5 maggio a sera, coll’ultima corsa della ferrovia da Milano, l’avvocato Filippo Migliavacca, già tenente de’ volontari del 1859, maggiore a Milazzo, dove morì combattendo.»Erano le sessantamila lire provenienti dalla cassa delMilione di fucili, e rappresentate da unbuonosulla Banca di Genova. Ma l’ora era già troppo tarda per averne il cambio. Che fare? l’imbarazzo era grande quanto la premura.»Mandai tosto, giacchè io era infermo, presso alcuni ricchi negozianti miei clienti per avere il denaro; ma a quell’ora e con tanta fretta non potei trovare presso di un solo la rilevante somma in metallo.»Fu necessario che mi accontentassi di trentamila lire in marenghi, che consegnai oltre le 11 ore di notte a bordo dei battelli a vapore già venuti nelle mani dei volontari.»

26.Circa ai denari che servirono d’erario alla prima spedizione, così scrive ilBertaninelle sueIre politiche d’oltre tomba, pag. 53 e 54:

«I primi danari per la spedizione, cospicua somma che servì appunto alla compra di armi, di munizioni, di viveri e per cento altri bisogni, vennero da Pavia, città sempre esemplare nella iniziativa delle più ardite e patriottiche imprese, altri e molti ne fornì, come dissi già, la cassa delMilione di fucili. Altre migliaia di lire aveva ricevute Garibaldi dall’America, raccolte da amici suoi.

»I denariper poter salpareli recò a me il 5 maggio a sera, coll’ultima corsa della ferrovia da Milano, l’avvocato Filippo Migliavacca, già tenente de’ volontari del 1859, maggiore a Milazzo, dove morì combattendo.

»Erano le sessantamila lire provenienti dalla cassa delMilione di fucili, e rappresentate da unbuonosulla Banca di Genova. Ma l’ora era già troppo tarda per averne il cambio. Che fare? l’imbarazzo era grande quanto la premura.

»Mandai tosto, giacchè io era infermo, presso alcuni ricchi negozianti miei clienti per avere il denaro; ma a quell’ora e con tanta fretta non potei trovare presso di un solo la rilevante somma in metallo.

»Fu necessario che mi accontentassi di trentamila lire in marenghi, che consegnai oltre le 11 ore di notte a bordo dei battelli a vapore già venuti nelle mani dei volontari.»

27.Parole dello stessoGaribaldinel suo libroI Mille, pag. 7.

27.Parole dello stessoGaribaldinel suo libroI Mille, pag. 7.

28.Catullo, nell’Epitalamio di Teti e Peleo, versi 22-23.

28.Catullo, nell’Epitalamio di Teti e Peleo, versi 22-23.

29.«Quarto, 5 maggio 1860.»Sire,»Il grido di sofferenza che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie, ha commosso il mio cuore e quello di alcune centinaia dei miei vecchi compagni d’arme.»Io non ho consigliato il moto insurrezionale dei miei fratelli di Sicilia; ma dal momento che si sono sollevati a nome dell’unità italiana, di cui Vostra Maestà è la personificazione, contro la più infame tirannide dell’epoca nostra, non ho esitato di mettermi alla testa della spedizione.»So bene che m’imbarco per un’impresa pericolosa, ma pongo confidenza in Dio, nel coraggio e nella devozione de’ miei compagni. Il nostro grido di guerra sarà sempre:Viva l’Unità d’Italia! Viva Vittorio Emanuele, suo primo e bravo soldato!»Se noi falliremo, spero che l’Italia e l’Europa liberale non dimenticheranno che questa impresa è stata decisa per motivi puri affatto da egoismo e interamente patriottici. Se riusciremo, sarò superbo d’ornare la corona di Vostra Maestà di questo nuovo e brillantissimo gioiello, a condizione tuttavia che Vostra Maestà si opponga a ciò che i di lei consiglieri cedano questa provincia allo straniero, come hanno fatto della mia terra natale.»Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Maestà: temeva infatti che per la riverenza che le professo non riuscisse a persuadermi d’abbandonarlo.»Di Vostra Maestà, Sire, il più devoto suddito»G. Garibaldi.»

29.

«Quarto, 5 maggio 1860.

»Sire,

»Il grido di sofferenza che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie, ha commosso il mio cuore e quello di alcune centinaia dei miei vecchi compagni d’arme.

»Io non ho consigliato il moto insurrezionale dei miei fratelli di Sicilia; ma dal momento che si sono sollevati a nome dell’unità italiana, di cui Vostra Maestà è la personificazione, contro la più infame tirannide dell’epoca nostra, non ho esitato di mettermi alla testa della spedizione.

»So bene che m’imbarco per un’impresa pericolosa, ma pongo confidenza in Dio, nel coraggio e nella devozione de’ miei compagni. Il nostro grido di guerra sarà sempre:Viva l’Unità d’Italia! Viva Vittorio Emanuele, suo primo e bravo soldato!

»Se noi falliremo, spero che l’Italia e l’Europa liberale non dimenticheranno che questa impresa è stata decisa per motivi puri affatto da egoismo e interamente patriottici. Se riusciremo, sarò superbo d’ornare la corona di Vostra Maestà di questo nuovo e brillantissimo gioiello, a condizione tuttavia che Vostra Maestà si opponga a ciò che i di lei consiglieri cedano questa provincia allo straniero, come hanno fatto della mia terra natale.

»Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Maestà: temeva infatti che per la riverenza che le professo non riuscisse a persuadermi d’abbandonarlo.

»Di Vostra Maestà, Sire, il più devoto suddito

»G. Garibaldi.»

30.«Soldati Italiani,»Per alcuni secoli la discordia e l’indisciplina furono sorgente di grandi sciagure al nostro paese. Oggi è mirabile la concordia che anima le popolazioni tutte dalla Sicilia alle Alpi. Però di disciplina la nazione difetta ancora — e su di voi, che sì mirabile esempio ne daste e di valore — essa conta, per riordinarsi, e compatta presentarsi al cospetto di chi vuol manometterla.»Non vi sbandate, dunque, o giovani! Resto delle patrie battaglie!... Sovvenitevi che anche nel Settentrione abbiamo nemici e fratelli schiavi, e che le popolazioni del Mezzogiorno, sbarazzate dai mercenari del Papa e del Borbone, abbisogneranno dell’ordinato marziale vostro insegnamento per presentarsi a maggiori conflitti.»Io raccomando dunque, in nome della patria rinascente, alla gioventù che fregia le file del prode esercito, di non abbandonarle.... ma di stringersi vieppiù ai loro valorosi ufficiali, ed a quel Vittorio, la di cui bravura può esser rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà molto a condurci tutti a definitiva vittoria!»G. Garibaldi.»

30.

«Soldati Italiani,

»Per alcuni secoli la discordia e l’indisciplina furono sorgente di grandi sciagure al nostro paese. Oggi è mirabile la concordia che anima le popolazioni tutte dalla Sicilia alle Alpi. Però di disciplina la nazione difetta ancora — e su di voi, che sì mirabile esempio ne daste e di valore — essa conta, per riordinarsi, e compatta presentarsi al cospetto di chi vuol manometterla.

»Non vi sbandate, dunque, o giovani! Resto delle patrie battaglie!... Sovvenitevi che anche nel Settentrione abbiamo nemici e fratelli schiavi, e che le popolazioni del Mezzogiorno, sbarazzate dai mercenari del Papa e del Borbone, abbisogneranno dell’ordinato marziale vostro insegnamento per presentarsi a maggiori conflitti.

»Io raccomando dunque, in nome della patria rinascente, alla gioventù che fregia le file del prode esercito, di non abbandonarle.... ma di stringersi vieppiù ai loro valorosi ufficiali, ed a quel Vittorio, la di cui bravura può esser rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà molto a condurci tutti a definitiva vittoria!

»G. Garibaldi.»

31.Questa lettera fu pubblicata ne’ giornali del 1860 con alcune varianti ed ommissioni; ma noi abbiamo preferito il testo di quella che dallo stesso Agostino Bertani fu spedita in copia ad Antonio Panizzi, che si legge nelleLettere ad Antonio Panizzi, e che reputiamo il testo originale e genuino.Nella lezione de’ giornali, precisamente nel periodo che dice: «.... l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque, ec.,» fu ommesso l’inciso:ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano,ec., di cui a nessuno sfuggirà l’importanza. La ragione dell’omissione non sapremmo dire: probabilmente originò da scrupoli o da ritardi politici: certo che da quell’inciso risultava più chiaramente il concetto di Garibaldi di collegare l’impresa di Sicilia colla insurrezione della rimanente Italia e di aiutare l’una coll’altra.

31.Questa lettera fu pubblicata ne’ giornali del 1860 con alcune varianti ed ommissioni; ma noi abbiamo preferito il testo di quella che dallo stesso Agostino Bertani fu spedita in copia ad Antonio Panizzi, che si legge nelleLettere ad Antonio Panizzi, e che reputiamo il testo originale e genuino.

Nella lezione de’ giornali, precisamente nel periodo che dice: «.... l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque, ec.,» fu ommesso l’inciso:ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano,ec., di cui a nessuno sfuggirà l’importanza. La ragione dell’omissione non sapremmo dire: probabilmente originò da scrupoli o da ritardi politici: certo che da quell’inciso risultava più chiaramente il concetto di Garibaldi di collegare l’impresa di Sicilia colla insurrezione della rimanente Italia e di aiutare l’una coll’altra.

32.Si seppe dipoi che fu un vero tradimento. Il capo della spedizione piantò in mare, fuggendo sopra un canotto, le paranze che doveva dirigere nello scopo infame di giovarsi della confusione di quella notte per contrabbandare entro Genova molti colli di seta. VediRelazione inviata al generale Garibaldi sul fatto delle armi sottratte nelle acque di Genova alla spedizione dei Mille. Sampierdarena, 2 novembre 1874. —Firmati: Stefano Lagorara, Giacomo Canepa, Pietro Botto, Francesco Moro (detto Baxaicò), Giuseppe Oneto, Michele Danovaro, Castello Lorenzo, Castello Girolamo. — Nomi dei superstiti tra coloro che erano stati incaricati di scortare il carico delle armi, e che furono le prime vittime del tradimento.

32.Si seppe dipoi che fu un vero tradimento. Il capo della spedizione piantò in mare, fuggendo sopra un canotto, le paranze che doveva dirigere nello scopo infame di giovarsi della confusione di quella notte per contrabbandare entro Genova molti colli di seta. VediRelazione inviata al generale Garibaldi sul fatto delle armi sottratte nelle acque di Genova alla spedizione dei Mille. Sampierdarena, 2 novembre 1874. —Firmati: Stefano Lagorara, Giacomo Canepa, Pietro Botto, Francesco Moro (detto Baxaicò), Giuseppe Oneto, Michele Danovaro, Castello Lorenzo, Castello Girolamo. — Nomi dei superstiti tra coloro che erano stati incaricati di scortare il carico delle armi, e che furono le prime vittime del tradimento.

33.Vita di Nino Bixio, pag. 160. — Ho scritto altra volta sullo stesso tema e mi accadrà spesso di citare me stesso. Chi conosce l’artificio di travestire con diverse parole i medesimi affetti e pensieri, mi condanni.

33.Vita di Nino Bixio, pag. 160. — Ho scritto altra volta sullo stesso tema e mi accadrà spesso di citare me stesso. Chi conosce l’artificio di travestire con diverse parole i medesimi affetti e pensieri, mi condanni.

34.Il fatto è in diversi libri diversamente narrato; Garibaldi stesso ne’Mille, tradito dalla memoria, confonde Santo Stefano con Orbetello, dice di non essersi messo che il berretto da Generale, mentre noi stessi lo vedemmo in completa uniforme; ed altre inesattezze. Noi ci siamo attenuti al racconto che ne fa il maggiorePecorini-ManzoninellaStoria della 15ª Divisione Türr nella Campagna del 1860(Firenze, 1876, pag. 17-18), sembrandoci che un libro riveduto ed approvato dallo stesso generale Türr, in un fatto memorabile che personalmente lo riguarda, debba essere più d’ogni altro esatto e credibile.La colubrina era da sei, montata su d’un affusto di marina; i cannoncini erano: uno da quattro sull’affusto, gli altri due da sei senza affusto.

34.Il fatto è in diversi libri diversamente narrato; Garibaldi stesso ne’Mille, tradito dalla memoria, confonde Santo Stefano con Orbetello, dice di non essersi messo che il berretto da Generale, mentre noi stessi lo vedemmo in completa uniforme; ed altre inesattezze. Noi ci siamo attenuti al racconto che ne fa il maggiorePecorini-ManzoninellaStoria della 15ª Divisione Türr nella Campagna del 1860(Firenze, 1876, pag. 17-18), sembrandoci che un libro riveduto ed approvato dallo stesso generale Türr, in un fatto memorabile che personalmente lo riguarda, debba essere più d’ogni altro esatto e credibile.

La colubrina era da sei, montata su d’un affusto di marina; i cannoncini erano: uno da quattro sull’affusto, gli altri due da sei senza affusto.

35.«La missione di questo corpo è, come fu, basata sull’abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senz’altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompensa allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata, allorchè scomparve il pericolo; ma, suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila, ilari, volonterosi e pronti a versare il loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino, or sono dodici mesi:Italia e Vittorio Emanuele; e questo grido, ovunque pronunciato da noi, incuterà spavento ai nemici dell’Italia.Comandanti delle Compagnie:Nino Bixio, comandante la prima compagniaOrsini, comandante la seconda compagniaStocco, comandante la terza compagniaLa Masa, comandante la quarta compagniaAnfossi, comandante la quinta compagniaCarini, comandante la sesta compagniaCairoli, comandante la settima compagniaMosto, comandante i Carabinieri genovesi.Sirtori, capo di Stato Maggiore.Türr, primo aiutante di campo del Generale.Acerbi, Intendenza.Ripari, capo del Corpo sanitario.»L’organizzazione è la stessa dell’esercito italiano a cui apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio, al merito, sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.»Giuseppe Garibaldi.»(Oddo, op. cit., pag. 187.)

35.«La missione di questo corpo è, come fu, basata sull’abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senz’altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompensa allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata, allorchè scomparve il pericolo; ma, suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila, ilari, volonterosi e pronti a versare il loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino, or sono dodici mesi:Italia e Vittorio Emanuele; e questo grido, ovunque pronunciato da noi, incuterà spavento ai nemici dell’Italia.

Comandanti delle Compagnie:

»L’organizzazione è la stessa dell’esercito italiano a cui apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio, al merito, sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.

»Giuseppe Garibaldi.»

(Oddo, op. cit., pag. 187.)

36.Ilsono datil’aggiungiamo noi, fatti per necessità grammatici e linguai. L’Autore dell’Ordine del giorno, che aveva il coraggio d’andare innanzi senz’armi, saprà bene sbarcare a Marsala anche senza unverbo!

36.Ilsono datil’aggiungiamo noi, fatti per necessità grammatici e linguai. L’Autore dell’Ordine del giorno, che aveva il coraggio d’andare innanzi senz’armi, saprà bene sbarcare a Marsala anche senza unverbo!

37.Vedila a pag. 5 dell’opuscolo:Una pagina di storia del 1860, diGiacomo Medici. Palermo, 1869.

37.Vedila a pag. 5 dell’opuscolo:Una pagina di storia del 1860, diGiacomo Medici. Palermo, 1869.

38.Di queste Istruzioni vidi io stesso a Talamone co’ miei occhi l’originale tutto del Generale. Esse restarono qualche tempo nelle mani dello Zambianchi; poi passarono in quelle del professor I. B. Savi di Genova, il quale lo offerse alGran Bazaraperto in Londra nel 1863 da Giuseppe Mazzini a beneficio di Roma e Venezia. Ma il signor Michele Tassara di Genova, allora incaricato dal Sotto-Comitato delle signore genovesi delle operazioni del sopradettoGran Bazar, ne tenne copia; e fu da esso che i miei amici dottor Cantoni e capitano Pittaluga poterono ricavare quello che qui si stampa.

38.Di queste Istruzioni vidi io stesso a Talamone co’ miei occhi l’originale tutto del Generale. Esse restarono qualche tempo nelle mani dello Zambianchi; poi passarono in quelle del professor I. B. Savi di Genova, il quale lo offerse alGran Bazaraperto in Londra nel 1863 da Giuseppe Mazzini a beneficio di Roma e Venezia. Ma il signor Michele Tassara di Genova, allora incaricato dal Sotto-Comitato delle signore genovesi delle operazioni del sopradettoGran Bazar, ne tenne copia; e fu da esso che i miei amici dottor Cantoni e capitano Pittaluga poterono ricavare quello che qui si stampa.

39.Che il generale Medici non ignorasse l’assegnamento che Garibaldi aveva fatto su di lui, lo dimostra, oltre la lettera già citata, anche la seguente, che egli dirigeva al Panizzi due giorni dopo la partenza dei Mille:«Genova, 7 maggio 1860.»Caro Panizzi,»Garibaldi con 1500 uomini corre il mare in due battelli a vapore da ieri mattina, alla volta di Sicilia.»L’impresa è generosa; Dio la proteggerà e la fortuna del fortunato Condottiero.»Io son rimasto per appoggiare l’ardita iniziativa con una seconda spedizione,o meglio con potente diversione altrove; ma i mezzi ci mancano. Bertani ha fatto miracoli di attività che molto hanno prodotto e che la prima spedizione ha completamente esauriti.»Caro Panizzi, non lasciarci soli, non lasciamo solo il nostro Garibaldi e suoi generosi compagni, aiutaci ad aiutarlo, tu puoi molto, procura di raccogliere tra pochi amici almeno per la compera di un battello a vapore e di mandarcelo subito subito, con bandiera ed equipaggio inglese: quanto più di marcia veloce, tanto meglio servirà allo scopo.»Addio; lascio la penna a Bertani.»Tuo affezionatissimo»Medici.»(VediLettere ad Antonio Panizzi, pubblicate daLuigi Fagan. — Firenze, Barbèra editore, 1880, pag. 424-25.)

39.Che il generale Medici non ignorasse l’assegnamento che Garibaldi aveva fatto su di lui, lo dimostra, oltre la lettera già citata, anche la seguente, che egli dirigeva al Panizzi due giorni dopo la partenza dei Mille:

«Genova, 7 maggio 1860.

»Caro Panizzi,

»Garibaldi con 1500 uomini corre il mare in due battelli a vapore da ieri mattina, alla volta di Sicilia.

»L’impresa è generosa; Dio la proteggerà e la fortuna del fortunato Condottiero.

»Io son rimasto per appoggiare l’ardita iniziativa con una seconda spedizione,o meglio con potente diversione altrove; ma i mezzi ci mancano. Bertani ha fatto miracoli di attività che molto hanno prodotto e che la prima spedizione ha completamente esauriti.

»Caro Panizzi, non lasciarci soli, non lasciamo solo il nostro Garibaldi e suoi generosi compagni, aiutaci ad aiutarlo, tu puoi molto, procura di raccogliere tra pochi amici almeno per la compera di un battello a vapore e di mandarcelo subito subito, con bandiera ed equipaggio inglese: quanto più di marcia veloce, tanto meglio servirà allo scopo.

»Addio; lascio la penna a Bertani.

»Tuo affezionatissimo»Medici.»

(VediLettere ad Antonio Panizzi, pubblicate daLuigi Fagan. — Firenze, Barbèra editore, 1880, pag. 424-25.)

40.La comandava Andrea Sgarallino: eran circa duecento.

40.La comandava Andrea Sgarallino: eran circa duecento.

41.Ci spiace doverlo dire, ma il signor Zini non fece che accogliere nella suaStoriale menzogne pontificie, senza nemmeno darsi la cura di vagliarle e appurarle. Quando dal suo racconto si eccettui il giudizio che egli dà dello Zambianchi, esagerato esso pure, poichè in fondo quel pover’uomo era unmiles gloriosusche faceva colle sue smargiassate credere di sè peggio di quello che faceva; non resta più una sola parola di vero.Dico che «lo Zambianchi passò speditamente il confine colla sua banda ingrossata, Dio sa da quanti venturieri, e volteggiò alquanti giorni attorno al lago di Bolsena e tentò l’Agro viterbese; ma indarno, chè scorrazzando quelle terre e taglieggiando per sostenersi e peggio, ben altro che suscitare quelle popolazioni ignare a levarsi, messe in loro un grandissimo sbigottimento.»Tante parole, tanti spropositi. Lo Zambianchi, lungi dal passare speditamente, vi impiegò dodici giorni; non volteggiò e non poteva volteggiare al lago di Bolsena e sull’Agro viterbese, essendosi diretto su Orvieto; molto meno volteggiò alquanti giorni, avendo passato il confine la mattina ed essendone ripartito la sera. Però tutti quegli altri gerundii,SCORRAZZANDO, TAGLIEGGIANDO,sono borra rettorica del periodo e nulla più.Il signor Zini prosegue: «.... nè guardandosi, improvviso da Montefiascone vennegli addosso polso di Gendarmi e Zuavi pontificii.» (Vennero da Valentano, non da Montefiascone, e soli Gendarmi a cavallo e un reggimento di fanteria svizzera, ma non Zuavi.) «.... La banda, sorpresa al villaggio delle Grotte, andò subitamente fugata e dispersa quasi senza combattere, lasciando parecchi morti nella fuga, li più per mano dei villani infelloniti.»La banda fu sorpresa, come dicemmo, ma non andò subito fugata; fugò anzi, e in che modo, i Pontificii, costringendoli a lasciare i loro morti e feriti sul terreno. È vero che i villani del paese ci erano avversi, e che molti di loro avevano fatto fuoco dalle case; ma non perchè i Garibaldini avessero fatto loro alcun male, ma perchè il villaggio dominato dal Vescovo di Montefiascone era feudo di preti e vecchio nido di barbacani.Del resto, le pagine del signor Zini non hanno oggi più mestieri di confutazione. Dopo diciotto anni d’ingiusto oblío, anche agli sbarcati di Talamone fu resa giustizia, e il Parlamento equiparandoli, colla legge del 26 gennaio 1879, agli sbarcati di Marsala, ha sciolto al tempo stesso una questione di diritto e di storia.

41.Ci spiace doverlo dire, ma il signor Zini non fece che accogliere nella suaStoriale menzogne pontificie, senza nemmeno darsi la cura di vagliarle e appurarle. Quando dal suo racconto si eccettui il giudizio che egli dà dello Zambianchi, esagerato esso pure, poichè in fondo quel pover’uomo era unmiles gloriosusche faceva colle sue smargiassate credere di sè peggio di quello che faceva; non resta più una sola parola di vero.

Dico che «lo Zambianchi passò speditamente il confine colla sua banda ingrossata, Dio sa da quanti venturieri, e volteggiò alquanti giorni attorno al lago di Bolsena e tentò l’Agro viterbese; ma indarno, chè scorrazzando quelle terre e taglieggiando per sostenersi e peggio, ben altro che suscitare quelle popolazioni ignare a levarsi, messe in loro un grandissimo sbigottimento.»Tante parole, tanti spropositi. Lo Zambianchi, lungi dal passare speditamente, vi impiegò dodici giorni; non volteggiò e non poteva volteggiare al lago di Bolsena e sull’Agro viterbese, essendosi diretto su Orvieto; molto meno volteggiò alquanti giorni, avendo passato il confine la mattina ed essendone ripartito la sera. Però tutti quegli altri gerundii,SCORRAZZANDO, TAGLIEGGIANDO,sono borra rettorica del periodo e nulla più.

Il signor Zini prosegue: «.... nè guardandosi, improvviso da Montefiascone vennegli addosso polso di Gendarmi e Zuavi pontificii.» (Vennero da Valentano, non da Montefiascone, e soli Gendarmi a cavallo e un reggimento di fanteria svizzera, ma non Zuavi.) «.... La banda, sorpresa al villaggio delle Grotte, andò subitamente fugata e dispersa quasi senza combattere, lasciando parecchi morti nella fuga, li più per mano dei villani infelloniti.»La banda fu sorpresa, come dicemmo, ma non andò subito fugata; fugò anzi, e in che modo, i Pontificii, costringendoli a lasciare i loro morti e feriti sul terreno. È vero che i villani del paese ci erano avversi, e che molti di loro avevano fatto fuoco dalle case; ma non perchè i Garibaldini avessero fatto loro alcun male, ma perchè il villaggio dominato dal Vescovo di Montefiascone era feudo di preti e vecchio nido di barbacani.

Del resto, le pagine del signor Zini non hanno oggi più mestieri di confutazione. Dopo diciotto anni d’ingiusto oblío, anche agli sbarcati di Talamone fu resa giustizia, e il Parlamento equiparandoli, colla legge del 26 gennaio 1879, agli sbarcati di Marsala, ha sciolto al tempo stesso una questione di diritto e di storia.

42.Così giudicarono i principali storici, come ilLecomte,L’Italie en 1860, pag. 37, e ilRustow,Storia della Campagna del 1860; così credettero i giornali del tempo.... così scrisse Garibaldi nella lettera del 25 maggio 1869, che tronca ogni lite:«Caprera, 25 maggio 1869.»Fu per ordine mio che la spedizione Zambianchi in Talamone si staccò dal corpo principale dei Mille, per ingannare i nemici sulla vera destinazione di detto corpo.»Io sono certo che i componenti la spedizione Zambianchi, Guerzoni, Leardi e tutti loro sarebbero stati degni, come sempre, dei loro compagni, ove avessero avuto la fortuna di partecipare ai gloriosi combattimenti di Calatafimi e di Palermo.»L’onorificenza della medaglia dei Mille accordata dal Municipio di Palermo senza mia richiesta, e la pensione conceduta agli stessi individui fu decretata dal Parlamento nazionale. Io quindi nulla chiedo pei miei fratelli d’armi di Talamone. Ma sarò contento se essi vengono soddisfatti nel loro desiderio.»G. Garibaldi.»

42.Così giudicarono i principali storici, come ilLecomte,L’Italie en 1860, pag. 37, e ilRustow,Storia della Campagna del 1860; così credettero i giornali del tempo.... così scrisse Garibaldi nella lettera del 25 maggio 1869, che tronca ogni lite:

«Caprera, 25 maggio 1869.

»Fu per ordine mio che la spedizione Zambianchi in Talamone si staccò dal corpo principale dei Mille, per ingannare i nemici sulla vera destinazione di detto corpo.

»Io sono certo che i componenti la spedizione Zambianchi, Guerzoni, Leardi e tutti loro sarebbero stati degni, come sempre, dei loro compagni, ove avessero avuto la fortuna di partecipare ai gloriosi combattimenti di Calatafimi e di Palermo.

»L’onorificenza della medaglia dei Mille accordata dal Municipio di Palermo senza mia richiesta, e la pensione conceduta agli stessi individui fu decretata dal Parlamento nazionale. Io quindi nulla chiedo pei miei fratelli d’armi di Talamone. Ma sarò contento se essi vengono soddisfatti nel loro desiderio.

»G. Garibaldi.»

43.Vedi miaVita di Nino Bixio, pag. 165-166.

43.Vedi miaVita di Nino Bixio, pag. 165-166.

44.La città ed il porto furono ricostruiti dagli Arabi, che vi diedero il nome:Marsa-’Alì(Porto d’Alì).

44.La città ed il porto furono ricostruiti dagli Arabi, che vi diedero il nome:Marsa-’Alì(Porto d’Alì).

45.Non siamo noi che le diciamo, sono i Siciliani. — «All’istante Castiglia discese su d’uno de’ suoi battelli unitamente al bravo marino signor Andrea Rossi; girando tutti i piccoli legni ancorati nel porto, imponevano a quei marinari, colrevolveralla mano, di inviare gli schifi a bordo delPiemonteloro malgrado.»Questo è il brano d’un opuscolo:Memorie relative al marino Castiglia, scritto da un Siciliano, ripubblicato nel libro:Alcuni fatti e documenti della Rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860, riguardanti i Siciliani e La Masa(opera delLa Masastesso). Torino, 1861, pag. 20.

45.Non siamo noi che le diciamo, sono i Siciliani. — «All’istante Castiglia discese su d’uno de’ suoi battelli unitamente al bravo marino signor Andrea Rossi; girando tutti i piccoli legni ancorati nel porto, imponevano a quei marinari, colrevolveralla mano, di inviare gli schifi a bordo delPiemonteloro malgrado.»

Questo è il brano d’un opuscolo:Memorie relative al marino Castiglia, scritto da un Siciliano, ripubblicato nel libro:Alcuni fatti e documenti della Rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860, riguardanti i Siciliani e La Masa(opera delLa Masastesso). Torino, 1861, pag. 20.

46.La diceria fu accolta da parecchi ed anche in molte parti dall’acutissimo Zini. Pure bastava il semplice fatto della posizione rispettiva dei bastimenti per chiarirlodell’errore. I vapori inglesi erano la corvettaArguse l’avvisoIntrepid: il primo era ancorato alla punta del molo; il secondo più entro terra verso scirocco; loStrombolisi mise di traverso al porto; era dunque materialmente impossibile, finchè i bastimenti inglesi stavano fermi nei loro ancoraggi, che essi potessero impedire il tiro dei bastimenti napolitani.Posizione dei bastimentiLa fiaba poi fu smentita, prima da un rapporto del capitano Marryatt, comandante dell’Intrepid; poscia da una esplicita dichiarazione di Lord John Russel, ministro degli esteri di S. M. Britannica, fatta alla Camera dei Comuni nella seduta del 21 maggio 1860:«Lord John Russel. Il mio onorevole amico mi fece una domanda relativa allo sbarco di Garibaldi ed a due vascelli inglesi, che, secondo alcuni telegrammi, dicono avrebbero protetto lo sbarco di quegli uomini. Ebbene, io ricevetti oggi dall’Ammiragliato il dispaccio telegrafico dell’ufficiale comandante uno di questi vascelli, l’Intrepid. Gli onorevoli signori devono sapere che in Marsala vi sono molte case inglesi, e che da tempo, quando si attendeva un’insurrezione nella Sicilia, e specialmente poi quando corse la voce che Garibaldi vi sarebbe andato, erano spôrte dimande al Ministero degli esteri ed all’ammiraglio Fanshawe, che comanda sul Mediterraneo, di mandare vascelli per proteggere le proprietà inglesi nei luoghi dove si trovassero sudditi britannici. Quindi è che l’ammiraglio Fanshawe mandò l’Intrepide l’Argusa Marsala. L’Intrepidvi giunse, io credo, agli 11; ma non ebbe tempo a fermarvisi molto prima che giungessero due vapori mercantili colle forze di Garibaldi, che cominciarono tosto a scendere a terra. Mentre ciò succedeva, due bastimenti da guerra napolitani, un vapore ed una fregata, s’avvicinarono a Marsala. Ma questo ufficiale dice che, sebbene questi bastimenti potessero far fuoco sui vascelli e sugli uomini durante lo sbarco, nol fecero.»Non dice, nulla sapendo della storia, che poi fu messa in giro, che i bastimenti inglesi impedissero i Napolitani da fare fuoco; ma dice che, sebbene questi avessero l’opportunità di far fuoco sui vascelli e sugli uomini, nol fecero.»Dice inoltre che, dopo che gli uomini furono sbarcati, e che i vapori mercantili ebbero sbarcate tutte le truppe di Garibaldi, l’ufficiale comandante il vapore napoletano venne da lui a richiederlo di mandare un battello inglese a prendere possesso di quei vascelli. L’ufficiale inglese, il capitano Marryatt, ben con ragione vi si rifiutò (Hear, hear). Egli non aveva istruzioni che lo autorizzassero a prendere quei vascelli, ed a partecipare in quella faccenda. Le sue istruzioni erano, come sempre è stata la condotta del Governo inglese, di osservare una perfetta neutralità nel conflitto ora insorto (Hear, hear). Perciò, sebbene questo ufficiale non dia formale diniego (per nulla conoscendone l’esistenza) all’allegazione che i suoi bastimenti all’àncora impedissero il fuoco dei vascelli napoletani, possiamo inferire dalla sua relazione che tale non fu il caso. Sembra che il capitano napoletano lo richiedesse di richiamare da Marsala qualunque dei suoi ufficiali fosse a terra, e che egli immediatamente innalzasse un segnale per tal fine, e che quando i suoi ufficiali furono a bordo, sia stato aperto il fuoco contro Marsala dai bastimenti napoletani. Ciò potrebbesi ravvisare come un atto di cortesia internazionale per parte del capitano napoletano, ma punto non implica che i bastimenti inglesi si opponessero al suo fuoco. Non risulta che l’ufficiale inglese eccedesse in modo alcuno il suo dovere. Egli si ritrova colà nello scopo di proteggere gl’interessi britannici e nulla fece di più.»

46.La diceria fu accolta da parecchi ed anche in molte parti dall’acutissimo Zini. Pure bastava il semplice fatto della posizione rispettiva dei bastimenti per chiarirlodell’errore. I vapori inglesi erano la corvettaArguse l’avvisoIntrepid: il primo era ancorato alla punta del molo; il secondo più entro terra verso scirocco; loStrombolisi mise di traverso al porto; era dunque materialmente impossibile, finchè i bastimenti inglesi stavano fermi nei loro ancoraggi, che essi potessero impedire il tiro dei bastimenti napolitani.

Posizione dei bastimenti

La fiaba poi fu smentita, prima da un rapporto del capitano Marryatt, comandante dell’Intrepid; poscia da una esplicita dichiarazione di Lord John Russel, ministro degli esteri di S. M. Britannica, fatta alla Camera dei Comuni nella seduta del 21 maggio 1860:

«Lord John Russel. Il mio onorevole amico mi fece una domanda relativa allo sbarco di Garibaldi ed a due vascelli inglesi, che, secondo alcuni telegrammi, dicono avrebbero protetto lo sbarco di quegli uomini. Ebbene, io ricevetti oggi dall’Ammiragliato il dispaccio telegrafico dell’ufficiale comandante uno di questi vascelli, l’Intrepid. Gli onorevoli signori devono sapere che in Marsala vi sono molte case inglesi, e che da tempo, quando si attendeva un’insurrezione nella Sicilia, e specialmente poi quando corse la voce che Garibaldi vi sarebbe andato, erano spôrte dimande al Ministero degli esteri ed all’ammiraglio Fanshawe, che comanda sul Mediterraneo, di mandare vascelli per proteggere le proprietà inglesi nei luoghi dove si trovassero sudditi britannici. Quindi è che l’ammiraglio Fanshawe mandò l’Intrepide l’Argusa Marsala. L’Intrepidvi giunse, io credo, agli 11; ma non ebbe tempo a fermarvisi molto prima che giungessero due vapori mercantili colle forze di Garibaldi, che cominciarono tosto a scendere a terra. Mentre ciò succedeva, due bastimenti da guerra napolitani, un vapore ed una fregata, s’avvicinarono a Marsala. Ma questo ufficiale dice che, sebbene questi bastimenti potessero far fuoco sui vascelli e sugli uomini durante lo sbarco, nol fecero.

»Non dice, nulla sapendo della storia, che poi fu messa in giro, che i bastimenti inglesi impedissero i Napolitani da fare fuoco; ma dice che, sebbene questi avessero l’opportunità di far fuoco sui vascelli e sugli uomini, nol fecero.

»Dice inoltre che, dopo che gli uomini furono sbarcati, e che i vapori mercantili ebbero sbarcate tutte le truppe di Garibaldi, l’ufficiale comandante il vapore napoletano venne da lui a richiederlo di mandare un battello inglese a prendere possesso di quei vascelli. L’ufficiale inglese, il capitano Marryatt, ben con ragione vi si rifiutò (Hear, hear). Egli non aveva istruzioni che lo autorizzassero a prendere quei vascelli, ed a partecipare in quella faccenda. Le sue istruzioni erano, come sempre è stata la condotta del Governo inglese, di osservare una perfetta neutralità nel conflitto ora insorto (Hear, hear). Perciò, sebbene questo ufficiale non dia formale diniego (per nulla conoscendone l’esistenza) all’allegazione che i suoi bastimenti all’àncora impedissero il fuoco dei vascelli napoletani, possiamo inferire dalla sua relazione che tale non fu il caso. Sembra che il capitano napoletano lo richiedesse di richiamare da Marsala qualunque dei suoi ufficiali fosse a terra, e che egli immediatamente innalzasse un segnale per tal fine, e che quando i suoi ufficiali furono a bordo, sia stato aperto il fuoco contro Marsala dai bastimenti napoletani. Ciò potrebbesi ravvisare come un atto di cortesia internazionale per parte del capitano napoletano, ma punto non implica che i bastimenti inglesi si opponessero al suo fuoco. Non risulta che l’ufficiale inglese eccedesse in modo alcuno il suo dovere. Egli si ritrova colà nello scopo di proteggere gl’interessi britannici e nulla fece di più.»

47.Otto secoli precisi. I Normanni di Ruggiero sbarcarono la prima volta in Sicilia nell’inverno, e la seconda nella primavera del 1060. Nessuno de’ vecchi cronisti siciliani accertò il loro numero: chi li fa trecento, chi quattrocento, chi seicento e più; certo che i quaranta sono pura leggenda.

47.Otto secoli precisi. I Normanni di Ruggiero sbarcarono la prima volta in Sicilia nell’inverno, e la seconda nella primavera del 1060. Nessuno de’ vecchi cronisti siciliani accertò il loro numero: chi li fa trecento, chi quattrocento, chi seicento e più; certo che i quaranta sono pura leggenda.

48.Noterelle d’uno dei Mille, edite dopo vent’anni, diGiuseppe Cesare Abba. Bologna, 1880, pag. 60.

48.Noterelle d’uno dei Mille, edite dopo vent’anni, diGiuseppe Cesare Abba. Bologna, 1880, pag. 60.

49.Zini,Storia citata, pag. 605.

49.Zini,Storia citata, pag. 605.

50.VediI Millepag. 26.

50.VediI Millepag. 26.

51.Vita di Nino Bixio, pag. 175.

51.Vita di Nino Bixio, pag. 175.

52.Abba,Noterelle citate.

52.Abba,Noterelle citate.

53.Vedi Histoire de la Conquête de l’Angleterre, par Augustin Thierry. Lione, vol. III, pag. 199.

53.Vedi Histoire de la Conquête de l’Angleterre, par Augustin Thierry. Lione, vol. III, pag. 199.

54.Ricordo che il Davoust ad Aerstaedt diceva: «Les braves mourront ici; les lâches iront mourir en Sibérie.»

54.Ricordo che il Davoust ad Aerstaedt diceva: «Les braves mourront ici; les lâches iront mourir en Sibérie.»

55.Rustow,La guerra d’Italia del 1860, vol. II, pag. 189 e segg.

55.Rustow,La guerra d’Italia del 1860, vol. II, pag. 189 e segg.

56.VediI MillediGaribaldi, pag. 36, eGiuseppe Capuzzi(bresciano, de’ Mille egli pure),La spedizione di Garibaldi in Sicilia. — L’Abba,Noterellegià citate, conferma.Un altro assalto di bande subirono pure i Regi a Montelepre.

56.VediI MillediGaribaldi, pag. 36, eGiuseppe Capuzzi(bresciano, de’ Mille egli pure),La spedizione di Garibaldi in Sicilia. — L’Abba,Noterellegià citate, conferma.

Un altro assalto di bande subirono pure i Regi a Montelepre.

57.«Caro Rosolino. — Ieri abbiamo combattuto ed abbiamo vinto. I nemici fuggono impauriti verso Palermo. Le popolazioni sono animatissime e si riuniscono a me in folla. Domani marcerò verso Alcamo. Dite ai Siciliani che è ora di finirla, e che la finiremo presto; qualunque arma è buona per un valoroso, fucile, falce, mannaia, un chiodo alla punta di un bastone. Riunitevi a noi ed ostilizzate il nemico in quei dintorni, se più vi conviene; fate accendere dei fuochi su tutte le alture che contornano il nemico. Tirate quante fucilate si può di notte sulle sentinelle e sui posti avanzati. Intercettate le comunicazioni. Incomodatelo infine in ogni modo. Spero ci rivedremo presto.»

57.«Caro Rosolino. — Ieri abbiamo combattuto ed abbiamo vinto. I nemici fuggono impauriti verso Palermo. Le popolazioni sono animatissime e si riuniscono a me in folla. Domani marcerò verso Alcamo. Dite ai Siciliani che è ora di finirla, e che la finiremo presto; qualunque arma è buona per un valoroso, fucile, falce, mannaia, un chiodo alla punta di un bastone. Riunitevi a noi ed ostilizzate il nemico in quei dintorni, se più vi conviene; fate accendere dei fuochi su tutte le alture che contornano il nemico. Tirate quante fucilate si può di notte sulle sentinelle e sui posti avanzati. Intercettate le comunicazioni. Incomodatelo infine in ogni modo. Spero ci rivedremo presto.»

58.Accompagnavano il La Masa i siciliani cav. Fuxa, Curatolo, Di Marco, Nicolosi, i due fratelli La Russa e Rebaudo.

58.Accompagnavano il La Masa i siciliani cav. Fuxa, Curatolo, Di Marco, Nicolosi, i due fratelli La Russa e Rebaudo.


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