«Disgustato delle cose di Sarnico — e tornato in Caprera — io non avrei abbandonato la mia solitudine — sele notizie dell’Italia meridionale fossero state men tetre. — I miei amici di quelle parti — massime dalla Sicilia — mi narravano il malcontento crescente ed il pericolo d’un movimento autonomista — coadiuvato certamente da tutti gli altri partiti che col mal governo di Rattazzi avevano alzato la testa. — L’opinione generale era, che al richiamo (qui minacciato) del Pallavicino un’insurrezione sarebbe scoppiata in Sicilia. Tali considerazioni mi fecero decidere a visitare la capitale dell’Isola.»Io sapeva che i Principi erano stati a Palermo — ma confesso che se avessi saputo che essi si trovavano ancora là — io avrei scelto un altro luogo di sbarco.»Avendoli però trovati a Palermo — ed essendo sempre stato ben accolto da loro, mi affrettai a dire al mio amico Pallavicino che mi sarebbe stato carissimo l’incontrarli.»Giunsi in città al principio della notte — e subito che quella cara popolazione seppe del mio arrivo — volle vedermi e mi accolse come un caro della famiglia.»Noi avevamo passato insieme momenti così solenni, tanti pericoli e divise insieme tante glorie, ch’era naturale il rivederci oltremodo commossi.[213]»
«Disgustato delle cose di Sarnico — e tornato in Caprera — io non avrei abbandonato la mia solitudine — sele notizie dell’Italia meridionale fossero state men tetre. — I miei amici di quelle parti — massime dalla Sicilia — mi narravano il malcontento crescente ed il pericolo d’un movimento autonomista — coadiuvato certamente da tutti gli altri partiti che col mal governo di Rattazzi avevano alzato la testa. — L’opinione generale era, che al richiamo (qui minacciato) del Pallavicino un’insurrezione sarebbe scoppiata in Sicilia. Tali considerazioni mi fecero decidere a visitare la capitale dell’Isola.
»Io sapeva che i Principi erano stati a Palermo — ma confesso che se avessi saputo che essi si trovavano ancora là — io avrei scelto un altro luogo di sbarco.
»Avendoli però trovati a Palermo — ed essendo sempre stato ben accolto da loro, mi affrettai a dire al mio amico Pallavicino che mi sarebbe stato carissimo l’incontrarli.
»Giunsi in città al principio della notte — e subito che quella cara popolazione seppe del mio arrivo — volle vedermi e mi accolse come un caro della famiglia.
»Noi avevamo passato insieme momenti così solenni, tanti pericoli e divise insieme tante glorie, ch’era naturale il rivederci oltremodo commossi.[213]»
Ora vi è in questa pagina autobiografica un punto che importa rilevare. Fino ad ora fu detto e creduto che il disegno di far della Sicilia una base all’impresa di Roma fosse già fermo e compiuto nella mente di Garibaldi prima della sua partenza da Caprera. Ecco invece che egli ci disinganna e con grande asseveranza ci assicura nelle più intime sue carte come unico motivo di quel suo viaggio fosse l’idea, tuttora vaga ed oscura, di ravvivarvi colla sua presenza lo spirito unitario, quietarvi il pubblico malcontento, e combattervi le fazioni autonomiste e borboniche che tentavano rialzare la testa. Nè di dubitare della suaparola vi sarebbe ragione; in ogni caso, a noi suoi compagni d’azione non mancherebbero argomenti per confermarla.
Nessuno infatti di quanti, invitati da lui, lo accompagnarono da Caprera a Palermo seppe mai dal suo labbro nè dove s’andasse, nè perchè s’andasse! Soldati, seguivamo il Capitano: credenti, seguivamo l’Apostolo.[214]Soltanto in alto mare nella notte del 7 luglio in vista della costa siciliana, taluno essendosi arrischiato a chiedere timidamente se si facesse rotta per la Sicilia: «Sì, rispose.... andremo a Palermo e là vedremo.» E tuttavia questa indeterminatissima parola «vedremo» era ancora la parte più definita e più certa del programma di Garibaldi in quel momento. Nessuna mèta fissa guidava i suoi passi; nessun proposito chiaro animava la sua volontà; e, a guisa d’uomo che intraprenda un viaggio d’esplorazione in una terra incognita, attendeva dalle scoperte che andrebbe facendo per via la norma del suo cammino ulteriore. Però, lo si tenga per fermo, il concetto di muovere dalla Sicilia al conquisto di Roma, lunge dell’essere stato, come fu scritto, la causa del suo viaggio in Sicilia, non ne fu che l’effetto. Che quel concetto dormisse in embrione in fondo al cervello dell’eroe è più che probabile; ma affinchè quell’embrione si animasse e prendesse forma viva e concreta nel disperato dilemmao Roma o Morte, fu prima mestieri che sentisse i vulcanici influssi del clima e del suolo siciliano, e trovasse in quel medesimo maleficio di insanie, di debolezze, di equivoci d’onde nacque l’aborto di Sarnico, la forza d’ingrandire e di minacciare.
Come accogliesse Palermo il suo primo liberatore lo narrò testè egli stesso, e a chi conosce la forza d’espansione degli entusiasmi siciliani è facile immaginarlo. Incontrato fra i primi dal prefetto Pallavicino-Trivulzio, condotto al Palazzo Reale e ospitato in quella medesima stanza da lui abitata nel 1860, visitato a gara da ogni ceto di cittadini e da ogni ordine di magistrati, applaudito, baciato, benedetto da una moltitudine di popolo delirante che cangiava sempre e non scemava mai; unico nome su tutte le labbra, unico tema a tutti i giornali, gli stessi figli di Vittorio Emanuele parvero dimenticati. Però, quantunque il Generale fosse stato sollecito di rendere loro, appena arrivato, il debito omaggio, essi sentirono il falso della loro posizione, e affrettarono, senza parere, la partenza. E da quell’istante il vero padrone della città fu lui; i partiti pendevano dalle sue labbra; le Autorità facevano a gara ad ossequiarlo; gli Istituti pubblici sollecitavano l’onore d’una sua visita, come quella d’un sovrano; la Guardia Nazionale, fiore della cittadinanza, novellamente comandata dal generale Medici, sembrava trasformarsi in una sua guardia del corpo; il prefetto Pallavicino, supremo rappresentante del Governo, pareva tornato suo prodittatore. Tuttavia per alcuni giorni il Generale non profferì verbo, nè fece un passo che uscisse dalla stretta legalità. Che cosa fosse venuto a fare a Palermo, continuava ad essere un mistero anche pei suoi intimi; e probabilmente non avrebbe saputo dirlo nemmeno lui. Soltanto la domenica del 15 luglio assistendo al Foro Italico, da una tribuna eminente, in compagnia delSindaco, del Prefetto e dei primari Magistrati della città, ad una rassegna della Guardia Nazionale; punto badando al luogo, alla cerimonia, al contorno ufficiale (fors’anco in cuor suo avendo pensato giovarsene) saetta in mezzo alla milizia ed al popolo accalcato a’ suoi piedi questa terribile invettiva:
«Popolo di Palermo,Il padrone della Francia, il traditore del 2 dicembre, colui che versò il sangue de’ fratelli di Parigi, sotto il pretesto di tutelare la persona del Papa, di tutelare la religione, il cattolicismo, occupa Roma. Menzogna! menzogna! Egli è mosso da libidine, da rapina, da sete infame d’impero, egli è il primo che alimenta il brigantaggio. Egli si è fatto capo di briganti, di assassini.Popolo del Vespro, Popolo del 1860, bisogna che Napoleone sgombri Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo Vespro.»
«Popolo di Palermo,
Il padrone della Francia, il traditore del 2 dicembre, colui che versò il sangue de’ fratelli di Parigi, sotto il pretesto di tutelare la persona del Papa, di tutelare la religione, il cattolicismo, occupa Roma. Menzogna! menzogna! Egli è mosso da libidine, da rapina, da sete infame d’impero, egli è il primo che alimenta il brigantaggio. Egli si è fatto capo di briganti, di assassini.
Popolo del Vespro, Popolo del 1860, bisogna che Napoleone sgombri Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo Vespro.»
All’inattesa folgore gli stessi amici impallidirono; giuntane la nuova a Torino, il Parlamento si commosse; il Ministro Rattazzi, incalzato d’interpellanze, negò, arruffò, disdisse, deplorò le insensate parole, censurando apertamente il prefetto Pallavicino d’averle ascoltate senza protesta; ma poichè il Pallavicino pareva non darsene ancora per inteso e Garibaldi non udiva intorno a sè che voci di plauso e di consenso, e vedeva quell’idea di Roma accolta dall’inconsapevole entusiasmo popolare più ch’egli non avesse sperato, così s’afferra a quella e ne fa oramai la stella fissa del suo cammino.
Risoltosi infatti a visitare i luoghi della epopea del 1860, tocca Alcamo, Partinico, percorre, esaltandosi a quei ricordi gloriosi, il campo di Calatafimi, fa una punta a Corleone, a Sciacca, a Mazzara, e dilà ripiega su Marsala, dove parendogli bello riprendere da «quella terra di felice augurio il tronco cammino,[215]» annunzia, più categoricamente che fino allora non avesse fatto, il suo fermo proposito di marciare all’impresa di Roma, ed apertamente invita i Siciliani a dar di piglio alle armi ed a seguirlo. E poichè, a quel bellicoso appello, una voce ignota dalla folla plaudente sclamò:Roma o Morte, «Sì,» ripetè più volte il Generale, «o Roma o Morte;» e questo grido, uscito forse dalle labbra inconscie d’un Picciotto o d’un pescatore marsalese, diventò da quell’istante, per il fato delle parole, il segnacolo in vessillo d’una delle avventure più cimentose a cui mai Garibaldi siasi accinto ed abbia tentato strascinare l’Italia.
Da quell’istante Garibaldi non s’arresta più. Appena reduce a Palermo affretta colla nativa energia, incuriosa de’ particolari, sempre diretta al fine, gli apparecchi della bandita impresa: manda i suoi più fidati ufficiali a correre il continente, ad avvertirvi gli amici, a fare incetta d’armi e di danaro: ad altri commette lo stesso ufficio nella Capitale: spedisce nei comuni limitrofi il Corrao e il Bentivegna (compagnoil primo di Rosolino Pilo, fratello l’altro dell’infelice Capo della insurrezione del 1856) a chiamare a raccolta i Picciotti; e tutti lo ubbidiscono, tutti argomentando dalla palese acquiescenza del prefetto Pallavicino che si fosse a una ripetizione del sessanta, e che il Governo tacitamente assentisse, tutti lo secondano e gli prestano aiuto. Soltanto tre de’ suoi più intimi, tra tanti che lo circondavano,[216]raccolto tutto il loro coraggio, tentano di far sentire al Generale consigli di prudenza, dimostrandogli la impossibilità di transitare armata mano la Sicilia, senza incontrarvi o prima o poi l’esercito regio, e soggiungendo, allo stremo d’ogni altro argomento, che se la spedizione di Roma era invariabilmente deliberata nell’animo suo, fosse il minor dei mali tentarla, come nel sessanta, per l’ampia via del mare, dove il rischio di esser colati a fondo sarebbe stato sempre minor danno d’una guerra civile, quasi inevitabile per terra. E, fosse la bontà dei ragionamenti, fosse un rimasuglio d’incertezza ancora tenzonante nella sua mente, il Generale, cosa insolita, consentì ad ascoltare e discutere; cosa poi veramente straordinaria e quasi unica, parve anche disposto a seguire il consiglio. Infatti fu notato da chi gli era più vicino che il giorno dopo egli diede ordine di raccogliere le armi e le munizioni in qualche casa presso la costa; e spedì il suo segretario Basso a Messina in cerca di vapori mercantili.
Se non che avendogli taluno de’ più esaltati Siciliani, specie il Corrao ed il Bentivegna, dato l’annunzio che nel bosco della Ficuzza erano già raccolte in armi alcune migliaia di Picciotti, e dipinta la Sicilia tutta pronta a insorgere, il Generale si lasciò trasportareda quelle novelle, e deliberando piede stante, secondo il suo costume, all’insaputa della maggior parte de’ suoi amici, seguíto dai pochissimi che in quel momento gli si trovavan d’attorno, parte per la Ficuzza, dando la posta colà a quanti volessero raggiungerlo. Allora nuovo e più strano spettacolo; Palermo brulica d’armi e d’armati, come alla vigilia d’una campagna; squadre di giovani a piedi, in carrozza, a cavallo, in completo arnese garibaldino traversano a tutte le ore la città; un nerbo di loro, in una casetta a poche miglia dalle porte, piglia le armi e le buffetterie, s’organizza in compagnie e in colonna al suon delle trombe, sfilando a pochi passi da un battaglione di truppe regie, mandate non si sapeva se per fiancheggiarli o sbarrar loro il cammino, s’avvia sicuramente, allegramente al campo designato. Ora dire o far credere al popolo testimonio di quelle scene che non fosse negozio inteso; che quelle mostre di proteste e di proibizioni del Governo fossero altro che commedia, era impossibile. E lo provò subito il prefetto De Ferrari, mandato a surrogare il Pallavicino, dopo che questi, più non potendo reggersi nell’equivoca posizione, aveva rassegnato l’ufficio; lo provò, diciamo, quando essendosi stimato in dovere di pubblicare un suo manifesto, che il Governo disapprovava quella mossa ed era deliberato ad impedirla, si vide strappati, tra le beffe e le minaccie, i suoi bandi e posti in mora tanto egli quanto il generale Righini, Comandante militare della città, o di venire ad aperta battaglia per le vie o di starsene inerti.
La mattina del 1º agosto infatti erano assembrati nei boschi della Ficuzza circa tremila Volontari; talchèil Generale tutto lieto esclamò: «Non ne ebbi tanti nel sessanta.» Eppure la qualità n’era tanto diversa! Quando se ne eccettui il battaglione de’ Palermitani, eletta della cittadinanza, e con esso una piccola mano di continentali e poche reliquie di veterani e di patriotti seminati per le file, il grosso componevasi d’un’accozzaglia di vagabondi e di ragazzacci razzolati a caso fra quel vario elemento che in Sicilia forma, a seconda dei tempi, così il ripieno delle squadre patriottiche, come il fondo delle bande brigantesche, e che diede subito saggio di sè stessa gridando al Generale per primo saluto: «pane pane....» Pure il Generale li accolse tripudiando, compiacendosi quasi di que’ cenci e di quelle faccie con quel sentimento medesimo con cui un altro e ben più grande entusiasta lungo le rive dei laghi galilei compiacevasi delle lacere turbe che lo seguivano. Però dopo averli arringati in un suo Ordine del giorno che cominciava[217]colla formola «Italia e Vittorio Emanuele, Roma o morte» e finiva colla speranza «di dare, riuniti al prode esercito, un ultimo saggio del valore italiano,» partisce la sua gente in tre colonne: una, la più grossa, sotto il suo comando diretto; l’altra sotto gli ordini del Bentivegna, destinata a percorrere, per Girgenti, la costa meridionale della Sicilia; la terza guidata da un Trasselli, diretta per Termini, su Messina; e ciò fatto la mattina del 2 agosto per Corleone, dove un picchetto della truppa regolare gli monta la guardia, s’avvia a Mezzojuso.
E colà soltanto gli giunge la nuova che era messo fuori della legge. Il ministro Rattazzi, veduta l’ostinata impenitenza del Generale, e vani ormai così i mezzi della persuasione, come quelli della repressioneordinaria, si scuote alla fine; propone apertamente al Re di porre la Sicilia in istato d’assedio; manda Commissario a Palermo, con pieni poteri militari e civili, il generale Cugia, e il Re stesso, sancendo la proposta de’ suoi Ministri, pubblica un proclama agli Italiani, nel quale ammonitili «a guardarsi dalle colpevoli impazienze e dalle improvvide agitazioni,» e assicuratili che «giunta l’ora della grande opera la voce del loro Re si farà udire,» dichiara «ogni appello che non sia il suo, appello alla ribellione ed alla guerra civile,» minaccia del rigor della legge quanti non daranno ascolto alle sue parole, e chiude solennemente: «Re acclamato dalla nazione, conosco i miei doveri. Saprò conservare integra la dignità della Corona e del Parlamento per avere il diritto di chiedere all’Europa intera giustizia per l’Italia.[218]»
Primi portatori a Mezzojuso di queste novelle, come del bando regale, furono il duca Della Verdura e il dottor Gaetano La Loggia, vecchi e cari amici del Generale; ma nè i loro affettuosi consigli, nè la voce augusta di Vittorio Emanuele, nè la minaccia della legge, nè i pericoli della guerra civile valsero a smuovere il proposito, ormai incrollabile, dell’indomito Capitano. E n’adduceva le ragioni, o quelle almeno che a lui parevano tali: non credere il Ministero giusto interprete della volontà nazionale; non sgomentarsi, memore d’avervi felicemente disobbedito altra volta, del divieto regio, probabilmente imposto da prepotenza straniera o da intrighi diplomatici: l’esercito poi, lungi dal temerlo nemico, attenderlo aiutatore e alleato, e in ogni evento lasciassero a lui la cura d’evitarlo; finalmente il disputare era tardi; l’alea era tratta; egliaveva giurato a Roma per la vita e per la morte; campione sacro a quella causa, non poteva retrocedere più.
E non retrocesse; e per venticinque giorni precisi egli proseguì la sua via con tanta sicurezza e tanta fortuna che gli Italiani non seppero più se il Governo parlasse per celia o per davvero; se quell’esercito che lo scontrava ad ogni passo e non l’arrestava mai fosse destinato ad una indiretta complicità o ad una comparsa teatrale; se infine in tutto quell’ingarbugliato dramma, che da mesi si svolgeva sotto i loro occhi, essi fossero giuoco d’un occulto protagonista che dirigesse a sua posta la macchina, e di cui Garibaldi non fosse, a dir così, che il confidente e lo stromento.
Udito ilTe Deumnella chiesa di Mezzojuso (a compiere quella shakespeariana tragicommedia d’equivoci non mancava più che preti cattolici in chiesa cattolica benedicessero a Dio per la caduta del poter temporale), Garibaldi leva il campo il 6, mattina; la sera del dì medesimo è ad Allia; il 7 a Valledolmo; l’8 a Villalba, dove gli perviene la notizia che a Santo Stefano la colonna Bentivegna era venuta alle mani a cagione di due disertori con un battaglione di regolari che colà presiedeva; ma aveva evitato più sanguinoso conflitto principalmente per l’ardito e pronto accorrere di Enrico Cairoli, il quale, cacciatosi fra i combattenti, aveva ottenuto si cessasse dal sangue fraterno a patto di lasciare i disertori e sgombrare al più presto la terra.
Ripresa la marcia, traversa il 9 Santa Caterina; il 10, incontrato dalle Guardie nazionali del paese, accampa a Marianopoli; l’11 entra in Caltanisetta, d’onde la truppa regia, udito il suo avvicinarsi, siritira quasi fuggiasca, a Girgenti, la città gli dà un banchetto in cui il Prefetto medesimo beve «alla fortuna della sua impresa;» ed egli saluta Vittorio Emanuele in Campidoglio, e parte regalato d’armi, di danari, di vesti. L’indomani a Villarosa lo raggiunge, con ottocento uomini, il Bentivegna; il 14 a Castrogiovanni un barone varesano si arruola sotto la sua bandiera con una grossa squadra soldata da lui, talchè, ascesa la colonna a quattromila armati, viene divisa in dueLegioni romane, agli ordini, la prima del Menotti, la seconda del Corrao. A Piazza, a Leonforte, a San Filippo le stesse accoglienze. A Regalbuto sopraggiungono i deputati Mordini, Fabrizi, Calvino e Cadolini, venuti di terra ferma per esplorare davvicino il vero stato delle cose ed a seconda dei casi, o ripregare il Generale a desistere dall’impresa, o associarvisi. E fu, se ci apponiamo, in que’ dintorni (non sapremmo tuttavia precisarne il punto) che il Generale stesso ricevette una lettera dell’ammiraglio Albini,[219]nella quale questi a nome del Governo proponevagli di trasportarlo su una fregata regia in quel qualsiasi porto del Regno che meglio gli fosse piaciuto; pronta la fregata ad attendere i suoi ordini fra Acireale e Catania. Offerta benigna, ma imprudente, come quella che dava al Generale un pretesto di più per marciare su Catania, e ch’egli perciò s’affrettò ad accettare.
E così di tappa in tappa era giunto a Centorbi, presso alle rive del Simeta, dove cominciò a riavere notizie dell’esercito regio, di cui da ben otto giorni aveva perduto ogni sentore.
Infatti il generale Mella, comandante il presidiodi Catania, era venuto ad appostarsi coll’intera BrigataPiemontetra Adernò e Paternò, a cavaliere delle due strade che menano a Catania ed a Messina, risoluto, a quanto pareva, a sbarrargliene i passi; mentre il generale Ricotti, spintosi da Girgenti alle spalle della colonna ribelle, arrivava in que’ medesimi giorni a Castrogiovanni e serrava sempre più dappresso il retroguardo garibaldino. Per Capitano deciso a combattere, il cimento sarebbe stato poco temibile; per Capitano deciso a sfuggire ogni battaglia, il frangente era minaccioso. Però Garibaldi non pensò altro mezzo per uscirne che affrettare la marcia, guadar notte tempo il Simeta, traversare a passi celeri e silenziosi Paternò e deludere così la vigilanza de’ suoi custodi. Ma l’intento gli fallì: l’avanguardia del Corrao fu indugiata per via; il Simeta più grosso dell’usato rese difficile il guado; sicchè la colonna non potè arrivare in faccia a Paternò che a giorno già alto. E siccome a Paternò stava di guardia un battaglione regolare, il quale, al primo apparire delle camicie rosse, corse subito a schierarsi in difesa, così tutti pensarono, i più col cuore serrato, che uno scontro fosse ormai inevitabile. Ma, il lettore l’ha già compreso, noi viaggiamo da un pezzo nel mondo ariostesco dei sortilegi e degli incantesimi, e conviene essere apparecchiati a tutte le sorprese. Garibaldi manda in cerca del Maggiore Comandante di quel Battaglione, non si può dire se amico o nemico, e il Maggiore s’affretta all’invito, stavamo per dire all’ordine, del Generale avversario. Questi a sua volta esce dal suo campo incontro al Maggiore e sotto gli occhi dei loro soldati, presti a combattere, si salutano, si stringono la mano ed amichevolmente conversano.
Quel che siansi detto non si seppe; taluno vide ilGenerale mostrare al Maggiore una lettera con un gran suggello rosso;[220]letta la quale l’ufficiale s’inchinò riverentemente e partì. E non è inverosimile; probabilmente la lettera era quella medesima che l’ammiraglio Albini aveva scritto pochi giorni innanzi al Generale, nella quale gli dava convegno nel porto di Catania; d’onde il consenso del Maggiore regio a concedere il passo. Certo è che, appena separatisi, i Volontari poterono mandare i loro furieri a provvedersi di viveri in Paternò; che il battaglione regio non fece un passo fuori della linea già occupata; che infine, verso le quattro pomeridiane, dopo almeno sei ore di sosta, Garibaldi potè levare tranquillamente il campo, e, preso prima per viottole traverse, poi per vigneti e giardini, girare attorno Paternò e riescire franco da ogni molestia sulla strada maestra di Catania, dove, per giunta, un picchetto di Regi, di guardia alla porta, gli presenta l’armi. E tutto gli sarebbe riuscito ancora più a seconda, se una parte della legione Corrao, la meno disciplinata tra tutte, o per capriccio o per errore, non avesse tentato traversare il paese; per il che i Regi furono costretti a far fronte ed a vietare loro il cammino. E certo un conflitto ne sarebbe scoppiato, se, altra e più grande meraviglia di quella favolosa giornata, Garibaldi avvisato del pericolo non fosse tornato sui suoi passi e non avesse ottenuto sempre da quel Maggiore, mercè una sua dichiarazione scritta, il libero passo degli arrestati.[221]
Strana guerra, invero, in cui il Comandante d’una parte stava ai cenni del Comandante dell’altra: il nemico prestava i viveri al nemico; i prigionieri erano liberati sulla parola del Capitano avversario; e coloro che avrebbero dovuto, a rigor de’ termini, passarlo per l’armi, gliele presentavano.
E tuttavia il genio di quella fantastica tregenda non aveva esaurite le sue gherminelle. Nella sera stessa essendosi il Generale avanzato con pochi seguaci verso Misterbianco, vede a un tratto illuminato il paese da una gran luce e pochi istanti dopo una folla festante armata di fiaccole uscirgli incontro, e annunziatagli Catania già libera di Regi, sobbarcarsi alla sua carrozza, e per parecchie miglia portarlo, quasi di peso, come in una sedia gestatoria, nella città.
Tralasciamo le accoglienze, non dissimili, più fervide forse, di quante n’aveva ricevute fin allora. In Catania non c’è più ombra di governo regio: governa Garibaldi. Una o due compagnie di linea sono chiuse in castello quasi prigioniere, e quella volta è Garibaldi che concede la libertà. Il prefetto Tholosano s’è ritirato a bordo dellaVittorio Emanuele, una delle fregate che ancoravano nel porto; e Giovanni Nicotera, fatto Comandante civile e militare della città, tiene il suo luogo. E il più notevole si è che non un partito solo coopera a quella strana rivoluzione, ma la cittadinanza intera. Garibaldi è ospitato nelCasino della Società degli Operai, di cui eran membri cittadini d’ogni colore politico. Il marchese di Casalotto, deputato di parte moderata, Comandante in capo della Guardia nazionale, gli manda una compagnia d’onore; una legionecataniese si recluta fra l’eletta della città: insomma l’inganno che Garibaldi, se pure discorde col Governo, agisse in segreto accordo col Re, confermato in quegli ultimi giorni dalla fiacchezza del generale Mella e dall’inazione della squadra, continua il suo giuoco e travia tutte le menti. Ed a tal segno le travia, che sparsasi, il 22 sera, la novella che il Mella ed il Ricotti marciassero con forze unite e mosse combinate ad assalire Garibaldi, la città si leva in tumulto; le vie e le porte si coprono di barricate; gran parte della Guardia nazionale si mette in armi, pronta a respingere l’assalto; sicchè può dirsi che chi lo teme di più sia lo stesso Garibaldi.
Fortunatamente, a scongiurare il pauroso evento ed a levarlo dall’atroce distretta, apparvero in vista del porto due piroscafi, uno con bandiera francese, l’altro con italiana; laonde Garibaldi, che dall’alto del Convento dei Benedettini era stato il primo a scoprirli, «È un’occasione, sclamò, che non bisogna lasciarci sfuggire;» e in men d’un’ora quelle due navi erano in suo potere.
Ma qui è il tempo di lasciar parlare egli stesso. Nei già notiFrammenti a matitatroviamo di tutto suo pugno la narrazione d’Aspromonte, e quantunque l’autobiografo sorvoli a non pochi particolari, e lasci qua e là qualche lacuna;[222]siam certi che il lettore preferirà sempre queste pagine autografe, scolpite dalla interna stampa dell’eroe, a qualsiasi più veridico e diligente racconto.
«Catania s’era mostrata degna di Palermo e della Sicilia. In Catania trovammo un vulcano di patriottismo. — Uomini, denaro, vettovaglie e vesti per la nuda mia gente.»La Provvidenza c’inviò due vapori ed io, amante del mare, dall’alto della torre del Convento dei Benedettini che domina Catania salutai la venuta de’ due piroscafi collo sguardo appassionato d’un amante. — Uno era italiano, roba nostra — l’altro francese.[223](?) — Buonaparte non ci aveva rubato Roma — che teneva da tredici anni? — e perchè non potrò io disporre d’un suo piccolo legno per una notte? Due fregate italiane custodivano il porto e s’accorsero naturalmente dell’intenzione nostra. — Dovendo traversar lo Stretto di notte bisognava fare i preparativi di giorno. Le fregate vigilavano accuratamente e quasi chiudevano l’entrata del porto di Catania. Esse nella notte — o sarebbero all’àncora, e in quel caso potevano tenersi molto vicine; ma non pronte a proseguirci nella nostra uscita — oppure si terrebbero esse sulla macchina — ed allora impossibile di star così vicini agli scogli — in una notte oscura — poichè tutto intorno al porto di Catania è scoglio e d’una lava che incute timore anche di giorno. Di notte quella costa è d’un oscuro — d’un tetro d’inferno. Ostile l’esercito che circondava Catania, e che aumentava di numero ogni giorno. Ostile la squadra che senza dubbio sarebbe aumentata pure. Non v’era miglior espediente che di profittare de’ due provvidenziali vapori e tentare il passaggio.»Se le fregate crociavano — non potendo esse tenersi vicino agli scogli, a noi gli scogli — e stringerli quanto più si poteva.»Se le fregate ancoravano sulla bocca del porto — diritto su di esse — e passar tanto sotto le loro batterie danon poter colpire — con tutta l’inclinazione data ai cannoni.[224]Io avevo calcolato dall’alto e l’altezza delle batterie delle fregate e l’altezza de’ due piccoli piroscafi — ambi esposti alla mia vista ed a poca distanza.»Presa cotal risoluzione — io scesi dalla torre del Convento e m’incamminai verso il porto per sollecitare l’imbarco ordinato da varie ore. Erano tremila e più i miei compagni — che meco dovevano traversare il mare — ed appena mille ne poterono ricevere i due piroscafi. Quello fu un momento penibile.[225]Nessuno voleva rimanere, eppure molti lo dovevano. Vi era un’assoluta impossibilità di fare altrimenti.»Col cuore lacerato io vidi rimanersi quella cara gioventù, che altro non voleva che precipitarsi nella impresa la più ardua e la più pericolosa, senza chiedere ove si andava — e qual’era il loro guiderdone? Oh! Chi può disperare dell’avvenire d’una patria con uomini tali — eppure quegli stessi uomini che si cercò di schiacciare, di distruggere — erano poco tempo dopo trascinati come malfattori nelle prigioni dello Stato — coi nomi di ribelli, briganti e camorristi!»I piroscafi che non potevano ricevere più di mille uomini — ne ricevettero più di duemila — ma erano stracarichi d’un modo, come non ho mai veduto.»Chi poteva impedire l’imbarco a quella buona, ma disperata gioventù? Non ne entravano più sui bastimenti quando materialmente nè un solo vi poteva più mettere il piede, dalla gran calca. Era cosa spettacolosa!»Così si uscì dal porto di Catania — verso le 10 pomeridiane. Le fregate — come avevo previsto — non tenendosiall’àncora, dovevano tenersi alquanto scostate — e l’espediente fu allora di costeggiare vicinissimo gli scogli al settentrione del porto.»Anche questa volta la fortuna marciò colla spedizione dei Liberi — e prima di giorno noi toccavamo la sponda meridionale della Calabria a pochissima distanza del punto ove sbarcammo nel 60 — ed ove rimaneva lo scheletro delTorino,[226]che per molto tempo si scoprirà ancora, testimonio della rabbia ridicola e sterminatrice dei Borboni. IlTorinoera uno dei più bei piroscafi che io m’avessi veduto. Proprietà nazionale ed individuale italiana — quel bel vapore si sarebbe potuto salvare al paese non essendovi nè necessità, nè gloria militare nel distruggerlo.»Ancora una volta noi salutammo il continente italiano, pieno il cuore di speranze e colla mèta di scuotere a libertà gli schiavi fratelli di Roma. Ma il continente italiano non rispondeva degnamente alla chiamata del risorgimento. Il Moderantismo aveva gettato tra le moltitudini la sua ghiacciata parola — e per sciagura que’ moderati d’oggi erano i corifei della rivoluzione del 60 — e quindi possenti ad ingannare i popoli.»Lo stesso giorno dello sbarco in Calabria si occupò Melito. Da Melito v’erano tre vie da prendere. L’orientale per Gerace — la centrale per San Lorenzo ed i Monti — e l’occidentale per Reggio. Per Reggio fummo fortunati nel 60 e si scelse quella.»Da tutte le notizie raccolte io non dubitava che in quella estremità del continente italiano non si facessero quanti preparativi si potevano per fermarci — e veramente colla direzione su Reggio io avevo poca speranza di penetrarvi.»Ciononostante — il fortunato nostro passaggio e la celerità di cui erimo capaci — ci mettevano nella possibilità d’entrare in Reggio — non avendo potuto ancora i nostri avversarii radunare in quella città forza sufficiente per chiudercenel’entrata. Con un colpo di mano come quello del 60 — e colla simpatia della popolazione di cui non dubitavo noi saressimo entrati in Reggio. Ma molto dubbioso era, se potevamo entrare senza combattere e contrariamente al 60 noi dovevamo evitare i combattimenti.»Tali considerazioni mi obbligarono d’accennare a Reggio — ma poi deviarci — e presimo a destra nella direzione d’Aspromonte.[227]»Il letto del torrente[228]fu la via che si seguitò per raggiungere le alture. Ad onta però di celere marcia la retroguardia nostra fu attaccata da una compagnia di truppa.[229]Io ero già un pezzo sulla montagna quando fui avvertito di tale avvenimento — tornai indietro e vidi che tutto era terminato.»La strada dei monti che avevamo presa ci faceva evitare i corpi di truppa — ma ci lasciava in quasi assoluto difetto di viveri. Il primo giorno si passò con alcune pecore comperate dai pastori, e che furono insufficienti. Bisognava con tuttociò marciare fortemente, sia per trovare de’ viveri — come per oltrepassare Reggio ove si sapevano ingrossare ad ogni momento le truppe.»Quei due giorni di marcia per i monti[230]furono veramentedisastrosi. La gente aveva mangiato pochissimo ed alcuni nulla. Grande difetto di calzatura, per cui si doveva rallentare la marcia. Poi si consideri che la maggior parte de’ giovani che mi accompagnavano — oltre all’essere poco assuefatta alla fatica — perchè gente agiata — erano giovanissimi — ed io avevo l’anima straziata di vederli così in misero stato — trascinarsi piuttosto che camminare.»Qui mi accade ricordarmi di quei bei mobili di preti, che ci tolgono quasi assolutamente la gente della campagna. Indi la mancanza di gente nerboruta e forte per le marcie — quei miei poveri giovani in tutte le epoche hanno fatto marcie forzate e non poche — ma sostenuti più dalla forza morale che dalla fisica e penetrati dall’indomabile amor di patria.»Non è da stupirsi se i sedicenti briganti che con tanta ostinazione tengono testa alle nostre truppe regolari nelle provincie napoletane hanno potuto sostenersi fin oggi e vi si sosterranno forse per un pezzo ancora — se dura loro la protezione del Papa e di Buonaparte.»Tutti questi briganti sono uomini del campo e della montagna — la suola naturale dei loro piedi non si consuma mai. Io ricordo un mio compagno di caccia contadino con cui cacciavo sui monti di Nizza — che quando entravamo in caccia toglieva le scarpe e le poneva in cintura.»Con uomini simili si può fare facilmente trenta miglia in una notte — sorprendere il nemico, batterlo e dopo d’aver bottinato ritirarsi in luoghi sicuri.»Senza preti quella gente svelta, coraggiosa, robusta delle popolazioni sarebbe con noi, ed agevolerebbe immensamente a raggiungere la mèta prefissa dalla nazione italiana.»Io marciavo avanti — e — singolare — l’eletta della mia gente, in numero di circa cinquecento, marciava meco non solo, ma era obbligato di fermarla sovente perchè non passasse avanti, spinta, povera gente, anche dalla fame e dalla speranza di trovare più avanti qualche cosa da mangiare. Si giunse finalmente alla casetta forestale d’Aspromonte ove si credeva trovare alcuni viveri — ma nulla — e vi trovammo porte chiuse.»Un campo di patate sfamò i primi giunti — che avevano pure avuto la previdenza di portare seco loro alcune fascine secche atte ad arrostire le patate, ciocchè fu eseguito in un momento. Per parte mia mangiai quelle patate arrostite deliziosamente.[231]»Il 28 agosto, credo, giunsimo in Aspromonte in numero di circa cinquecento, ed accampammo intorno alla casetta — io dentro. I miei poveri compagni giungevano alla spicciolata in uno stato da far pietà — affranti dalla fatica e dalla fame, e sprovvisti la maggior parte del necessario vestimento. Così stesso[232]tra quella brava gioventù non si sentiva un lamento. Nel decorso della giornata giungevano sempre piccoli drappelli de’ nostri — e nello stesso tempo viveri che si erano mandati cercare — ed altri che la brava popolazione dei paesi circonvicini ci offriva spontaneamente. Così passammo quel giorno.»Mi pare d’aver detto — che l’ultima marcia alquanto forzata — aveva il doppio oggetto di porci presto a settentrione di Reggio — e cercare da mangiare. Quest’ultimo motivo mi poneva nel caso di sollecitare la marcia — inquieto ed impaziente di trovar presto cibo per la gente, quindi immenso allungamento di colonna — e certamente la coda rimaneva indietro. In marcia cotale era impossibile trovare guide per ogni frazione della colonna. Indi deviamenti di direzione. Nella notte poi la scabrosità dei sentieri di montagna ed oscurità de’ boschi. Poi molti, dalle informazioni prese conoscevano ch’io non seguivo sulle traccie de’ paesi, ma bensì verso un campo situato al limitare d’una foresta, e prendendo consiglio dalla fame si dirigevano di preferenza verso i paesi ove si presentasse loro più probabilità di trovare de’ viveri.»Tali e tanti motivi fecero sì che alla fine del giorno 28 ci mancarono ancora più di cinquecento dei nostri. La maggiorparte di quei nostri mancanti caddero in potere della truppa che si avvicinava ad Aspromonte — e gli altri che rimasero liberi si traviavano per non essere colti dalla truppa a Santo Stefano alcune miglia distante e seppero quasi subito ch’essa s’incamminava per Aspromonte.[233]Feci subito toccare a riunione e marciare verso una posizione più conveniente ch’io già aveva riconosciuta. La posizione era magnifica — e se avessimo dovuto combattere de’ nemici anche in numero doppio di quanto era la truppa italiana io non dubitavo della vittoria.»E qui commisi un errore che per deferenza non è citato da nessuno di quanti scrissero sul fatto doloroso d’Aspromonte; ma che in ossequio della verità io devo confessare. Non volendo combattere — perchè aspettare la truppa? Avrebbe dovuto il capo che la comandava mandarmi un parlamentario prima d’attaccare? Ma non dovevo io supporre che finalmente si voleva rompere, e cheun po’ di sangue fraterno non farebbe male, e che per non dar tempo ai soldati di riconoscere chi avevano in fronte si farebbero cominciare il fuoco da lontano e subito giunti al passo di trotto — come fecero.»Io dovevo supporre tutto questo e non lo feci. Io dovevo marciare prima dell’arrivo della truppa — lo potevo e non lo feci.»Avrei molti motivi da anteporre[234]a mio favore: per esempio — la distribuzione dei viveri ch’erano giunti, e che stavano per giungere. Veramente mentre io vedeva giù la truppa avanzare alla nostra volta, delle file di donne ed’uomini si scorgevano in lontananza carichi di provvigioni per noi.»Non è questo sufficiente motivo perchè la gente qualche cosa aveva mangiato — e si poteva fare almeno una piccola marcia sino a Santa Eufemia — distante due ore — ed ove la popolazione con varie deputazioni mi aveva caldamente invitato. Oppure marciare io, con parte della gente a Santa Eufemia, e mandare il generale Corrao in altra direzione. Avrei potuto ancora frazionare di più la gente. Tutte queste misure che potevano almeno momentaneamente allontanare la catastrofe io avevo nella mente di eseguire, ma ciò doveva essere eseguito colla celerità che mi aveva servito in tante occasioni. E non lo feci.»Un altro motivo era quello di aspettare la gente nostra che marciava ancora, e che poteva giungere da un momento all’altro. Motivo anche questo insufficiente poichè chi non s’era riunito a quell’ora, o aveva poca voglia di riunirsi, od era stato arrestato — od era traviato, e si sarebbe riunito in altri luoghi.»Infine un po’ d’irresoluzione da parte mia — posso dire insolita — fu per gran parte colpa di quanto avvenne. Ora devo confessare che quando vidi la forza (e certo nessuno la scoprì prima di me) alla distanza di circa tre miglia che marciava su di noi con sollecitudine, non mi passò nemmeno per idea la ritirata — quando fosse stata quella forza doppia di quello che era.»Solamente ordinai al Capo di Stato Maggiore di rettificare la linea occupata dai nostri — e prendere alcune convenienti posizioni. La foresta d’Aspromonte formava nella posizione in cui ci trovammo un contrafforte di piante che s’avanzava verso la pianura. A ponente del contrafforte il bosco si limitava, in linea retta scendendo dal monte, verso la pianura, ed al di fuori del bosco verso ponente pure, il colle era privo d’alte piante e ricoperto di felce — formando un piano interrotto e convesso che terminava alla nostra destra nella pianura ed al fronte nostro nel letto di un torrente.»Io avevo fatto formare la nostra linea sull’alto del bosco, la sinistra al Monte ove mi collocai io stesso per esserla parte più alta ed ove appoggiavano la loro sinistra alcuni dei battaglioni del corpo di Menotti.»Menotti essendo alla destra del suo corpo si trovava al centro.»La destra comandata dal generale Corrao si stendeva oltre l’estremità.»Avevo ordinato che si schierassero alcune catene al fronte della linea, e che il resto fosse tenuto in colonna nei vuoti che si trovavano nella linea del bosco. Due compagnie furono staccate a crocchietto[235]sulla nostra sinistra formando una perpendicolare colla nostra linea e colla direzione del torrente che dominavano. Una terza compagnia fu inviata pure sulla nostra sinistra ad occupare un’eminenza che dominava tutta la linea — ed ove si temeva che verrebbero a comparire alcune compagnie di bersaglieri — che staccati dalla truppa minacciavano di fiancheggiarci.»Ho già detto: che alla vista della truppa non mi sarei ritirato ancorchè avessi saputo che ci succederebbe peggio di quanto ci successe.»Avevo commesso l’errore di non marciare appena scoperta la truppa — non dovevo più marciare alla vista di essa. Ciò sarebbe stata una fuga — e poca voglia v’era di fuggire.»Dimodochè noi contemplammo tranquillamente il celere avvicinarsi de’ soldati italiani — i quali giunsero al passo di trotto sulla collina che fronteggiava la nostra al di là del torrente — stendersi in linea e cominciare un fuoco d’inferno. Fu cosa d’un momento. Io passeggiavo al fronte delle nostre catene — e certo addolorato dalla piega che prendevano le cose — massime che udivo sulla destra — essere stato risposto continuatamente alle fucilate degli assalitori — continuavo colla raccomandazione di non far fuoco — ed i miei aiutanti percorrendo la linea raccomandavano lo stesso — ed ordinavo alle trombe di comandare ilcessare il fuoco.»Io fui ferito al principio della fucilata — ed accompagnato all’orlo del bosco — ove fui obbligato di sedermi — rimasiquasi nell’impossibilità di più poter distinguere ciò che succedeva sulla linea. Ove avessimo avuto da fare con dei nemici — la cosa andava certo diversamente. Avrei potuto collocare, coperte dalle prime piante, le nostre catene dei bersaglieri e con loro potevo rimanere io stesso. Lasciare avanzare la truppa al di qua del torrente — e dopo d’averla fucilata a bruciapelo — caricarla di fronte — col vantaggio dell’altura, e di fianco sulla sua destra spingendovi, collo stesso vantaggio, le compagnie che si trovavano a crocchietto nella nostra sinistra. Tutto ciò poteva operarsi molto prima che le compagnie de’ bersaglieri che marciavano per il bosco per fiancheggiarci sulla nostra sinistra potessero comparire e prender parte alla pugna.»Io non ho mai dubitato che per valorosi che fossero i soldati che avevamo di fronte — essi non potevano mancare d’essere sbaragliati.»Io ho fatto gli elogi del colonnello Pallavicini — e sono oggi della stessa opinione. In primo luogo — noi potevamo cadere in peggiori mani. In secondo, egli eseguiva gli ordini che aveva, con valore e risoluzione. Ciò nonostante — ripeto — se nemici dell’Italia noi avessimo avuto in faccia da combattere — l’Italia in quel giorno contava una splendida vittoria di più.»Già dissi in un altro luogo che alcuni picciotti dell’ala destra avevano risposto al fuoco della truppa. Io ciò aveva veduto nel momento in cui fui ferito. Ma ciò che non vidi — e seppi dopo — fu che li stessi picciotti e Menotti nel centro — avevano eseguito una scarica.[236]»È positivo però che da tutte le parti della linea dal centro alla sinistra — ove si trovavano in maggioranza i veterani di tutte le pugne — dei volontari italiani, e chepiù immediati erano alla posizione da me occupata — nessuno si mosse nè fece fuoco.»Seduto — attorniato da’ miei prodi fratelli d’armi — io ebbi la prima medicatura al mio piede destro — alla coscia sinistra un’altra palla mi aveva contuso, ma fu poca cosa.»Frattanto giungevano alcuni della truppa — e tra essi varii di coloro che con me avevano servito nei tempi passati — e vidi il cordoglio sulla fisonomia di tutti — meno alcuni giovani ufficiali dell’esercito — che senza dubbio — nuovi nei combattimenti credevano di aver riportato una strepitosa vittoria. Io ebbi ad incomodarmi con alcuni di questi pei spropositi loro — ma fu cosa di momento.[237]»Giungendo la truppa sulla linea nostra — e non sapendo di me — molti de’ nostri si ritiravano per il bosco — dimodochè si rimase in pochi e ciò accelerò il disarmo della gente.»I miei ufficiali di Stato Maggiore col colonnello Pallavicini stipulavano alcune condizioni — fatica inutile — poichè fummo trattati come prigionieri di guerra — come tali accompagnati a Scilla e come tali imbarcati a bordo della fregata il Duca di Genova e condotti alla Spezia.»Da Aspromonte alla Spezia — io devo ricordare con gratitudine il trattamento del colonnello Pallavicini — del maggior Pinelli — del comandante, Whright, delDuca di Genova— del colonnello Santa Rosa, e del comandante Ansaldi al Varignano — e del capitano di Porto, Rossi (uno dei mille), alla Spezia.[238]»
«Catania s’era mostrata degna di Palermo e della Sicilia. In Catania trovammo un vulcano di patriottismo. — Uomini, denaro, vettovaglie e vesti per la nuda mia gente.
»La Provvidenza c’inviò due vapori ed io, amante del mare, dall’alto della torre del Convento dei Benedettini che domina Catania salutai la venuta de’ due piroscafi collo sguardo appassionato d’un amante. — Uno era italiano, roba nostra — l’altro francese.[223](?) — Buonaparte non ci aveva rubato Roma — che teneva da tredici anni? — e perchè non potrò io disporre d’un suo piccolo legno per una notte? Due fregate italiane custodivano il porto e s’accorsero naturalmente dell’intenzione nostra. — Dovendo traversar lo Stretto di notte bisognava fare i preparativi di giorno. Le fregate vigilavano accuratamente e quasi chiudevano l’entrata del porto di Catania. Esse nella notte — o sarebbero all’àncora, e in quel caso potevano tenersi molto vicine; ma non pronte a proseguirci nella nostra uscita — oppure si terrebbero esse sulla macchina — ed allora impossibile di star così vicini agli scogli — in una notte oscura — poichè tutto intorno al porto di Catania è scoglio e d’una lava che incute timore anche di giorno. Di notte quella costa è d’un oscuro — d’un tetro d’inferno. Ostile l’esercito che circondava Catania, e che aumentava di numero ogni giorno. Ostile la squadra che senza dubbio sarebbe aumentata pure. Non v’era miglior espediente che di profittare de’ due provvidenziali vapori e tentare il passaggio.
»Se le fregate crociavano — non potendo esse tenersi vicino agli scogli, a noi gli scogli — e stringerli quanto più si poteva.
»Se le fregate ancoravano sulla bocca del porto — diritto su di esse — e passar tanto sotto le loro batterie danon poter colpire — con tutta l’inclinazione data ai cannoni.[224]Io avevo calcolato dall’alto e l’altezza delle batterie delle fregate e l’altezza de’ due piccoli piroscafi — ambi esposti alla mia vista ed a poca distanza.
»Presa cotal risoluzione — io scesi dalla torre del Convento e m’incamminai verso il porto per sollecitare l’imbarco ordinato da varie ore. Erano tremila e più i miei compagni — che meco dovevano traversare il mare — ed appena mille ne poterono ricevere i due piroscafi. Quello fu un momento penibile.[225]Nessuno voleva rimanere, eppure molti lo dovevano. Vi era un’assoluta impossibilità di fare altrimenti.
»Col cuore lacerato io vidi rimanersi quella cara gioventù, che altro non voleva che precipitarsi nella impresa la più ardua e la più pericolosa, senza chiedere ove si andava — e qual’era il loro guiderdone? Oh! Chi può disperare dell’avvenire d’una patria con uomini tali — eppure quegli stessi uomini che si cercò di schiacciare, di distruggere — erano poco tempo dopo trascinati come malfattori nelle prigioni dello Stato — coi nomi di ribelli, briganti e camorristi!
»I piroscafi che non potevano ricevere più di mille uomini — ne ricevettero più di duemila — ma erano stracarichi d’un modo, come non ho mai veduto.
»Chi poteva impedire l’imbarco a quella buona, ma disperata gioventù? Non ne entravano più sui bastimenti quando materialmente nè un solo vi poteva più mettere il piede, dalla gran calca. Era cosa spettacolosa!
»Così si uscì dal porto di Catania — verso le 10 pomeridiane. Le fregate — come avevo previsto — non tenendosiall’àncora, dovevano tenersi alquanto scostate — e l’espediente fu allora di costeggiare vicinissimo gli scogli al settentrione del porto.
»Anche questa volta la fortuna marciò colla spedizione dei Liberi — e prima di giorno noi toccavamo la sponda meridionale della Calabria a pochissima distanza del punto ove sbarcammo nel 60 — ed ove rimaneva lo scheletro delTorino,[226]che per molto tempo si scoprirà ancora, testimonio della rabbia ridicola e sterminatrice dei Borboni. IlTorinoera uno dei più bei piroscafi che io m’avessi veduto. Proprietà nazionale ed individuale italiana — quel bel vapore si sarebbe potuto salvare al paese non essendovi nè necessità, nè gloria militare nel distruggerlo.
»Ancora una volta noi salutammo il continente italiano, pieno il cuore di speranze e colla mèta di scuotere a libertà gli schiavi fratelli di Roma. Ma il continente italiano non rispondeva degnamente alla chiamata del risorgimento. Il Moderantismo aveva gettato tra le moltitudini la sua ghiacciata parola — e per sciagura que’ moderati d’oggi erano i corifei della rivoluzione del 60 — e quindi possenti ad ingannare i popoli.
»Lo stesso giorno dello sbarco in Calabria si occupò Melito. Da Melito v’erano tre vie da prendere. L’orientale per Gerace — la centrale per San Lorenzo ed i Monti — e l’occidentale per Reggio. Per Reggio fummo fortunati nel 60 e si scelse quella.
»Da tutte le notizie raccolte io non dubitava che in quella estremità del continente italiano non si facessero quanti preparativi si potevano per fermarci — e veramente colla direzione su Reggio io avevo poca speranza di penetrarvi.
»Ciononostante — il fortunato nostro passaggio e la celerità di cui erimo capaci — ci mettevano nella possibilità d’entrare in Reggio — non avendo potuto ancora i nostri avversarii radunare in quella città forza sufficiente per chiudercenel’entrata. Con un colpo di mano come quello del 60 — e colla simpatia della popolazione di cui non dubitavo noi saressimo entrati in Reggio. Ma molto dubbioso era, se potevamo entrare senza combattere e contrariamente al 60 noi dovevamo evitare i combattimenti.
»Tali considerazioni mi obbligarono d’accennare a Reggio — ma poi deviarci — e presimo a destra nella direzione d’Aspromonte.[227]
»Il letto del torrente[228]fu la via che si seguitò per raggiungere le alture. Ad onta però di celere marcia la retroguardia nostra fu attaccata da una compagnia di truppa.[229]Io ero già un pezzo sulla montagna quando fui avvertito di tale avvenimento — tornai indietro e vidi che tutto era terminato.
»La strada dei monti che avevamo presa ci faceva evitare i corpi di truppa — ma ci lasciava in quasi assoluto difetto di viveri. Il primo giorno si passò con alcune pecore comperate dai pastori, e che furono insufficienti. Bisognava con tuttociò marciare fortemente, sia per trovare de’ viveri — come per oltrepassare Reggio ove si sapevano ingrossare ad ogni momento le truppe.
»Quei due giorni di marcia per i monti[230]furono veramentedisastrosi. La gente aveva mangiato pochissimo ed alcuni nulla. Grande difetto di calzatura, per cui si doveva rallentare la marcia. Poi si consideri che la maggior parte de’ giovani che mi accompagnavano — oltre all’essere poco assuefatta alla fatica — perchè gente agiata — erano giovanissimi — ed io avevo l’anima straziata di vederli così in misero stato — trascinarsi piuttosto che camminare.
»Qui mi accade ricordarmi di quei bei mobili di preti, che ci tolgono quasi assolutamente la gente della campagna. Indi la mancanza di gente nerboruta e forte per le marcie — quei miei poveri giovani in tutte le epoche hanno fatto marcie forzate e non poche — ma sostenuti più dalla forza morale che dalla fisica e penetrati dall’indomabile amor di patria.
»Non è da stupirsi se i sedicenti briganti che con tanta ostinazione tengono testa alle nostre truppe regolari nelle provincie napoletane hanno potuto sostenersi fin oggi e vi si sosterranno forse per un pezzo ancora — se dura loro la protezione del Papa e di Buonaparte.
»Tutti questi briganti sono uomini del campo e della montagna — la suola naturale dei loro piedi non si consuma mai. Io ricordo un mio compagno di caccia contadino con cui cacciavo sui monti di Nizza — che quando entravamo in caccia toglieva le scarpe e le poneva in cintura.
»Con uomini simili si può fare facilmente trenta miglia in una notte — sorprendere il nemico, batterlo e dopo d’aver bottinato ritirarsi in luoghi sicuri.
»Senza preti quella gente svelta, coraggiosa, robusta delle popolazioni sarebbe con noi, ed agevolerebbe immensamente a raggiungere la mèta prefissa dalla nazione italiana.
»Io marciavo avanti — e — singolare — l’eletta della mia gente, in numero di circa cinquecento, marciava meco non solo, ma era obbligato di fermarla sovente perchè non passasse avanti, spinta, povera gente, anche dalla fame e dalla speranza di trovare più avanti qualche cosa da mangiare. Si giunse finalmente alla casetta forestale d’Aspromonte ove si credeva trovare alcuni viveri — ma nulla — e vi trovammo porte chiuse.
»Un campo di patate sfamò i primi giunti — che avevano pure avuto la previdenza di portare seco loro alcune fascine secche atte ad arrostire le patate, ciocchè fu eseguito in un momento. Per parte mia mangiai quelle patate arrostite deliziosamente.[231]
»Il 28 agosto, credo, giunsimo in Aspromonte in numero di circa cinquecento, ed accampammo intorno alla casetta — io dentro. I miei poveri compagni giungevano alla spicciolata in uno stato da far pietà — affranti dalla fatica e dalla fame, e sprovvisti la maggior parte del necessario vestimento. Così stesso[232]tra quella brava gioventù non si sentiva un lamento. Nel decorso della giornata giungevano sempre piccoli drappelli de’ nostri — e nello stesso tempo viveri che si erano mandati cercare — ed altri che la brava popolazione dei paesi circonvicini ci offriva spontaneamente. Così passammo quel giorno.
»Mi pare d’aver detto — che l’ultima marcia alquanto forzata — aveva il doppio oggetto di porci presto a settentrione di Reggio — e cercare da mangiare. Quest’ultimo motivo mi poneva nel caso di sollecitare la marcia — inquieto ed impaziente di trovar presto cibo per la gente, quindi immenso allungamento di colonna — e certamente la coda rimaneva indietro. In marcia cotale era impossibile trovare guide per ogni frazione della colonna. Indi deviamenti di direzione. Nella notte poi la scabrosità dei sentieri di montagna ed oscurità de’ boschi. Poi molti, dalle informazioni prese conoscevano ch’io non seguivo sulle traccie de’ paesi, ma bensì verso un campo situato al limitare d’una foresta, e prendendo consiglio dalla fame si dirigevano di preferenza verso i paesi ove si presentasse loro più probabilità di trovare de’ viveri.
»Tali e tanti motivi fecero sì che alla fine del giorno 28 ci mancarono ancora più di cinquecento dei nostri. La maggiorparte di quei nostri mancanti caddero in potere della truppa che si avvicinava ad Aspromonte — e gli altri che rimasero liberi si traviavano per non essere colti dalla truppa a Santo Stefano alcune miglia distante e seppero quasi subito ch’essa s’incamminava per Aspromonte.[233]Feci subito toccare a riunione e marciare verso una posizione più conveniente ch’io già aveva riconosciuta. La posizione era magnifica — e se avessimo dovuto combattere de’ nemici anche in numero doppio di quanto era la truppa italiana io non dubitavo della vittoria.
»E qui commisi un errore che per deferenza non è citato da nessuno di quanti scrissero sul fatto doloroso d’Aspromonte; ma che in ossequio della verità io devo confessare. Non volendo combattere — perchè aspettare la truppa? Avrebbe dovuto il capo che la comandava mandarmi un parlamentario prima d’attaccare? Ma non dovevo io supporre che finalmente si voleva rompere, e cheun po’ di sangue fraterno non farebbe male, e che per non dar tempo ai soldati di riconoscere chi avevano in fronte si farebbero cominciare il fuoco da lontano e subito giunti al passo di trotto — come fecero.
»Io dovevo supporre tutto questo e non lo feci. Io dovevo marciare prima dell’arrivo della truppa — lo potevo e non lo feci.
»Avrei molti motivi da anteporre[234]a mio favore: per esempio — la distribuzione dei viveri ch’erano giunti, e che stavano per giungere. Veramente mentre io vedeva giù la truppa avanzare alla nostra volta, delle file di donne ed’uomini si scorgevano in lontananza carichi di provvigioni per noi.
»Non è questo sufficiente motivo perchè la gente qualche cosa aveva mangiato — e si poteva fare almeno una piccola marcia sino a Santa Eufemia — distante due ore — ed ove la popolazione con varie deputazioni mi aveva caldamente invitato. Oppure marciare io, con parte della gente a Santa Eufemia, e mandare il generale Corrao in altra direzione. Avrei potuto ancora frazionare di più la gente. Tutte queste misure che potevano almeno momentaneamente allontanare la catastrofe io avevo nella mente di eseguire, ma ciò doveva essere eseguito colla celerità che mi aveva servito in tante occasioni. E non lo feci.
»Un altro motivo era quello di aspettare la gente nostra che marciava ancora, e che poteva giungere da un momento all’altro. Motivo anche questo insufficiente poichè chi non s’era riunito a quell’ora, o aveva poca voglia di riunirsi, od era stato arrestato — od era traviato, e si sarebbe riunito in altri luoghi.
»Infine un po’ d’irresoluzione da parte mia — posso dire insolita — fu per gran parte colpa di quanto avvenne. Ora devo confessare che quando vidi la forza (e certo nessuno la scoprì prima di me) alla distanza di circa tre miglia che marciava su di noi con sollecitudine, non mi passò nemmeno per idea la ritirata — quando fosse stata quella forza doppia di quello che era.
»Solamente ordinai al Capo di Stato Maggiore di rettificare la linea occupata dai nostri — e prendere alcune convenienti posizioni. La foresta d’Aspromonte formava nella posizione in cui ci trovammo un contrafforte di piante che s’avanzava verso la pianura. A ponente del contrafforte il bosco si limitava, in linea retta scendendo dal monte, verso la pianura, ed al di fuori del bosco verso ponente pure, il colle era privo d’alte piante e ricoperto di felce — formando un piano interrotto e convesso che terminava alla nostra destra nella pianura ed al fronte nostro nel letto di un torrente.
»Io avevo fatto formare la nostra linea sull’alto del bosco, la sinistra al Monte ove mi collocai io stesso per esserla parte più alta ed ove appoggiavano la loro sinistra alcuni dei battaglioni del corpo di Menotti.
»Menotti essendo alla destra del suo corpo si trovava al centro.
»La destra comandata dal generale Corrao si stendeva oltre l’estremità.
»Avevo ordinato che si schierassero alcune catene al fronte della linea, e che il resto fosse tenuto in colonna nei vuoti che si trovavano nella linea del bosco. Due compagnie furono staccate a crocchietto[235]sulla nostra sinistra formando una perpendicolare colla nostra linea e colla direzione del torrente che dominavano. Una terza compagnia fu inviata pure sulla nostra sinistra ad occupare un’eminenza che dominava tutta la linea — ed ove si temeva che verrebbero a comparire alcune compagnie di bersaglieri — che staccati dalla truppa minacciavano di fiancheggiarci.
»Ho già detto: che alla vista della truppa non mi sarei ritirato ancorchè avessi saputo che ci succederebbe peggio di quanto ci successe.
»Avevo commesso l’errore di non marciare appena scoperta la truppa — non dovevo più marciare alla vista di essa. Ciò sarebbe stata una fuga — e poca voglia v’era di fuggire.
»Dimodochè noi contemplammo tranquillamente il celere avvicinarsi de’ soldati italiani — i quali giunsero al passo di trotto sulla collina che fronteggiava la nostra al di là del torrente — stendersi in linea e cominciare un fuoco d’inferno. Fu cosa d’un momento. Io passeggiavo al fronte delle nostre catene — e certo addolorato dalla piega che prendevano le cose — massime che udivo sulla destra — essere stato risposto continuatamente alle fucilate degli assalitori — continuavo colla raccomandazione di non far fuoco — ed i miei aiutanti percorrendo la linea raccomandavano lo stesso — ed ordinavo alle trombe di comandare ilcessare il fuoco.
»Io fui ferito al principio della fucilata — ed accompagnato all’orlo del bosco — ove fui obbligato di sedermi — rimasiquasi nell’impossibilità di più poter distinguere ciò che succedeva sulla linea. Ove avessimo avuto da fare con dei nemici — la cosa andava certo diversamente. Avrei potuto collocare, coperte dalle prime piante, le nostre catene dei bersaglieri e con loro potevo rimanere io stesso. Lasciare avanzare la truppa al di qua del torrente — e dopo d’averla fucilata a bruciapelo — caricarla di fronte — col vantaggio dell’altura, e di fianco sulla sua destra spingendovi, collo stesso vantaggio, le compagnie che si trovavano a crocchietto nella nostra sinistra. Tutto ciò poteva operarsi molto prima che le compagnie de’ bersaglieri che marciavano per il bosco per fiancheggiarci sulla nostra sinistra potessero comparire e prender parte alla pugna.
»Io non ho mai dubitato che per valorosi che fossero i soldati che avevamo di fronte — essi non potevano mancare d’essere sbaragliati.
»Io ho fatto gli elogi del colonnello Pallavicini — e sono oggi della stessa opinione. In primo luogo — noi potevamo cadere in peggiori mani. In secondo, egli eseguiva gli ordini che aveva, con valore e risoluzione. Ciò nonostante — ripeto — se nemici dell’Italia noi avessimo avuto in faccia da combattere — l’Italia in quel giorno contava una splendida vittoria di più.
»Già dissi in un altro luogo che alcuni picciotti dell’ala destra avevano risposto al fuoco della truppa. Io ciò aveva veduto nel momento in cui fui ferito. Ma ciò che non vidi — e seppi dopo — fu che li stessi picciotti e Menotti nel centro — avevano eseguito una scarica.[236]
»È positivo però che da tutte le parti della linea dal centro alla sinistra — ove si trovavano in maggioranza i veterani di tutte le pugne — dei volontari italiani, e chepiù immediati erano alla posizione da me occupata — nessuno si mosse nè fece fuoco.
»Seduto — attorniato da’ miei prodi fratelli d’armi — io ebbi la prima medicatura al mio piede destro — alla coscia sinistra un’altra palla mi aveva contuso, ma fu poca cosa.
»Frattanto giungevano alcuni della truppa — e tra essi varii di coloro che con me avevano servito nei tempi passati — e vidi il cordoglio sulla fisonomia di tutti — meno alcuni giovani ufficiali dell’esercito — che senza dubbio — nuovi nei combattimenti credevano di aver riportato una strepitosa vittoria. Io ebbi ad incomodarmi con alcuni di questi pei spropositi loro — ma fu cosa di momento.[237]
»Giungendo la truppa sulla linea nostra — e non sapendo di me — molti de’ nostri si ritiravano per il bosco — dimodochè si rimase in pochi e ciò accelerò il disarmo della gente.
»I miei ufficiali di Stato Maggiore col colonnello Pallavicini stipulavano alcune condizioni — fatica inutile — poichè fummo trattati come prigionieri di guerra — come tali accompagnati a Scilla e come tali imbarcati a bordo della fregata il Duca di Genova e condotti alla Spezia.
»Da Aspromonte alla Spezia — io devo ricordare con gratitudine il trattamento del colonnello Pallavicini — del maggior Pinelli — del comandante, Whright, delDuca di Genova— del colonnello Santa Rosa, e del comandante Ansaldi al Varignano — e del capitano di Porto, Rossi (uno dei mille), alla Spezia.[238]»
La commozione suscitata dall’annuncio d’Aspromonte fa grandissima, e non in Italia soltanto, ma in quante contrade era giunto il nome del mondiale condottiero e l’eco della catastrofe. Strano destino di quest’uomo: egli raccoglieva dalla sua disfatta una mèsse di gloria che mai sì grande dai trionfi di Palermoe di Napoli! Finchè fu in piedi col vessillo della rivolta in pugno, egli non era, agli occhi dei più, che un ribelle dissennato, che pareva lecito anzi doveroso combattere e schiacciare al più presto; appena fu atterrato, egli diventò a quegli occhi medesimi il martire d’un’idea, reso dalla sventura inviolabile e sacro.
Perseguitato, temuto, da molti esecrato fino a ieri come un bandito pericoloso, oggi è ricerco, glorificato, staremmo per dire, adorato come un santo. Un incessante pellegrinaggio di devoti assedia il suo carcere; una gara d’affetti circonda il suo capezzale; un concento di compianti e di voti vola a lui da ogni angolo della terra, e ne dice l’apoteosi. E quel che è più meraviglioso, prima in quel torneo di pietà la fredda, compassata, calcolatrice Inghilterra. A Londra, a Birmingham, a New-Castle, a Dundey, a Birkenhead imeetingssi succedono aimeetings, nè solo per esprimere all’eroe la simpatia del popolo britannico, ma per protestare insieme contro la Potestà temporale de’ Papi e l’occupazione francese di Roma. Uno de’ più celebri chirurghi inglesi parte a pubbliche spese per visitare il ferito; una colletta popolare d’unpenny, destinata a costituire un fondo di soccorso a Garibaldi, raccoglie in pochi giorni 40,000 franchi; i giornali d’ogni parte riboccano di notizie del ferito, di particolari della sua vita, d’apologie della sua causa; da tutti i porti del Regno Unito partono per la Spezia lettere, telegrammi, doni, visitatori e visitatrici; un Comitato permanente di notabili governa nella metropoli le onoranze a Garibaldi; ad Hyde Park in unmeetingdi quarantamila persone si combatte tra Irlandesi ed Inglesi pro e contro Garibaldi, pro e contro il Papa più che non si fosse combattuto ad Aspromonte; la questione garibaldina par divenuta una questione inglese.
Diverse di forma, non di sostanza, sono le manifestazioni degli altri popoli. A Lipsia si getta in oro per sottoscrizione pubblica una corona d’alloro al Campione della libertà umana; a Stocolma per lo stesso fine, per il medesimo uomo, si tiene nel palazzo della Borsa un immenso Comizio popolare; in America rinasce il pensiero di affidare a Garibaldi il comando dell’esercito federale, e il Console degli Stati-Uniti a Vienna ha l’incarico di ripetergliene la proposta.[239]In Francia finalmente, quantunque il regime imperiale non tolleri manifestazioni politiche, gli operai sottoscrivono indirizzi e mandano deputazioni; i diari dell’Opposizione esaltano le virtù dell’eroe e chiedono la sua liberazione; e quel che più sorprende, taluno fra gli stessi organi napoleonici ne consiglia l’amnistia.[240]
E codesta dell’amnistia era il più intricato de’ problemi che il prigioniero del Varignano imponesse ai suoi custodi. Che si faceva di lui? Graziarlo? Processarlo? Condannarlo come un reo volgare e un ribelle comune? Certo i pareri erano divisi a seconda delle passioni e delle idee, ma una sovrastava manifestamente a tutte le altre e veniva sempre più raccogliendo il suffragio degli uomini moderati di tutte le parti: Garibaldi non si tocca.[241]E i più espliciti in questa sentenza erano ancora i giornali stranieri. IlDaily News, appena udito il fatto d’Aspromonte, esclamava: «Se Napoleone è stanco di regnare e di vivere, basta ch’egli tocchi un capello della testa di Garibaldi;» ilMorning Post, di tendenze napoleoniche, chiedeva che «gli fosse permesso di ritirarsi in un paese di sua scelta:» l’Opinion Nationalepiù esplicitamente diceva: «Garibaldi infatti non è un ribelle ordinario. Quand’anche non si voglia tener conto dei suoi immensi servigi, della sua devozione senza limiti alla causa italiana,del suo disinteresse assoluto, del suo coraggio, di tutto ciò ch’egli ha fatto col suo prestigio e colla sua popolarità; è tuttavia permesso di dire a suo discarico ch’egli colla sua rivolta ha espresso, in un modo illegale, irregolare, e sia pure inammissibile, il sentimento di tutta l’Italia.»
Tale non fu in sulle prime il pensiero del Governo. Come non aveva saputo arrestare a tempo il ribelle, così ora pareva risoluto a tutte le audacie per annientarlo. Però con infelice consiglio elevava al grado di generale il Pallavicini, decorava i suoi ufficiali, tollerava che un Maggiore in Sicilia fucilasse, senza processo, veri e supposti disertori; inaspriva, coi vani rimbrotti de’ suoi portavoce, la piaga del ferito, annunziava finalmente il suo proposito di abbandonarlo al rigor della legge; discuteva soltanto se tradurlo innanzi ad un Tribunale ordinario o innanzi al Senato convocato in Alta Corte di giustizia. Di mano in mano però che i fumi della facile vittoria si dileguavano e i voti della pubblica opinione si facevano più manifesti, e i pericoli di quello straordinario processo politico più certi, anche il Governo cominciò a piegare a più miti e prudenti consigli, fino a che, stimando cessata la causa della severità, e restaurato l’impero della legge, e domo Garibaldi, e «risorta la fiducia della Francia,[242]» facendosi interprete del voto del Parlamento, sottoponeva alla firma del Re Vittorio Emanuele un decreto d’amnistia, e, colto il destro delle fauste nozze della principessa Maria Pia col re di Portogallo, lo promulgava.[243]
Il decreto di amnistia però, aveva fatto grazia aGaribaldi della libertà, non del suo piede. La palla d’Aspromonte era certamente annidata nella profondità dell’arto, ma non era stato finora possibile ai più valenti chirurghi d’Italia e d’Europa[244]il determinarne la posizione precisa. Da ciò la gravità sempre pericolosa della ferita; da ciò una tortura quotidiana di specillazioni, di tagli, di esplorazioni, che il martoriato sapeva sopportare con spartana fortezza, ingannando quelle lunghe giornate di decubito e di inerzia colla lettura di pochi libri e la scrittura de’ suoi ricordi; sorridendo e conversando placidamente sotto il bisturi e lo specillo; tollerando con serena cortesia il fastidio delle interminabili visite, più tormentose, sovente, della sua piaga; mostrandosi talora più sensibile a un raggio di sole che scherzasse per la sua camera, o ad un alitar di brezza marina che gli carezzasse la fronte, che a tutti gli strazi della mano chirurgica, ed esclamando un giorno, durante una di quelle dolorose medicazioni, che facevano impallidire i suoi infermieri: «Che magnifica bonaccia![245]»
Finalmente però, mercè lo specillo del dottor Nélaton (dotato della proprietà di tingersi in nero al contatto del metallo), l’ubicazione della palla potè con sicurezza essere accertata (stava incuneata a quattro centimetri e mezzo, sotto l’estremità inferiore della tibia), e la mattina del 22 novembre, senza sforzo, senza lacerazioni, senza grave dolore dell’infermo, l’esperto dottor Ferdinando Zannetti riuscì ad estrarla.
Ed era questo, dopo ottantasei giorni di cura incertae temporeggiatrice, la prima vittoria certa, condizione indispensabile della guarigione; ma la guarigione appariva tuttora assai lontana. Prima che l’opera restauratrice della natura sia compiuta, che la piaga sia rimarginata, che il malato abbia ricuperate le sue forze, molti mesi dovranno trascorrere, ed anche quando i medici lo licenzieranno per il ritorno a Caprera, non potranno tacergli il pronostico che egli rimarrà zoppo per tutta la vita. S’ingannerebbe però chi, giudicando dalle sole apparenze, conchiudesse che l’unico frutto raccolto da Garibaldi sulla vetta di Aspromonte, sia stato un piede di meno e un disinganno di più! Si torni al finire del 1862, si paragoni, in quell’anno, Garibaldi che si trascina sulle gruccie pei greppi di Caprera, al Papato che troneggia e minaccia da Roma, e si dica quale dei due fosse allora più ferito e più zoppicante! La palla del 29 agosto 1862 abbattè il corpo del temuto Capitano, ma l’idea animatrice del suo pensiero percorse in quell’ora un cammino che forse la più splendida sua vittoria non avrebbe potuto. Aspromonte non soccorse alla soluzione della questione romana che in un modo indiretto, ma pur decisivo; la liberò dalle ambagi della diplomazia e la ripropose, in tutta la sua fiera nudità, al tribunale delle nazioni civili. IlRoma o mortedi Garibaldi aveva detto al mondo che la Penisola non avrebbe posa, nè la rivoluzione tregua, nè l’Europa pace, finchè la mostruosa lega dei due Reggimenti non fosse spezzata, e Roma rivendicata alla sua terza gloria di capitale d’Italia; e non vi sarà oramai prepotenza principesca o astuzia clericale, che possa sfuggire all’implacabile dilemma.