«Monte Rotondo, 31 ottobre.»Ieri, alle sei antimeridiane, giunse una scoperta nostra di pochi uomini a cavallo al Castello dei Pazzi, ed una guida nostra assieme ad un ufficiale di Stato Maggiore, entrati per i primi, s’incontrarono petto a petto con una pattuglia di Pontificii, l’attaccarono co’rewolverse la misero in fuga. La guida nostra ebbe una palla nel petto che lo sfiorò felicemente, e fu ferita di poco momento.»La scoperta era seguita dal primo battaglione di bersaglieri nostri che occuparono il castello suddetto ed il Casale Ceccina. Dopo un’ora circa di soggiorno in quel sito, due colonne di Zuavi e di Antiboini sboccarono una dal Ponte Nomentano e l’altra dal Ponte Mammolo.»I nostri, collocati in posizione dal Casale suddetto al Castello, ebbero ordine d’aspettare il nemico a bruciapelo.»I nemici avvicinandosi a destra e sinistra della posizione ci fecero molti tiri da destra a cui non fu risposto; solamente verso sera avvicinandosi alcuni Pontificii per la destra, furono sparati alcuni tiri, i quali uccisero quattro uomini e non si sa quanti feriti.»Noi abbiamo tre feriti leggermente. Così passò la giornata e si tennero le posizioni fino alla notte, a un tiro di carabina dal Ponte Nomentano.»Non essendo l’obiettivo se non che di riconoscere la posizione del nemico sul Teverone, quella notte si diede ordine di ritirarla su Monte Rotondo, lasciando una quantità di fuochi accesi sulla linea. La ritirata si fece in buonissimo ordine, e questa mattina il nemico, credendo che occupassimoancora le nostre posizioni, vi fece una quantità di cannonate al vento.»I nostri Volontari scalzi ed affamati si stanno rifocillando in Monte Rotondo e contorni. Il loro contegno di ieri in presenza del nemico fu ammirabile.»G.Garibaldi.»
«Monte Rotondo, 31 ottobre.
»Ieri, alle sei antimeridiane, giunse una scoperta nostra di pochi uomini a cavallo al Castello dei Pazzi, ed una guida nostra assieme ad un ufficiale di Stato Maggiore, entrati per i primi, s’incontrarono petto a petto con una pattuglia di Pontificii, l’attaccarono co’rewolverse la misero in fuga. La guida nostra ebbe una palla nel petto che lo sfiorò felicemente, e fu ferita di poco momento.
»La scoperta era seguita dal primo battaglione di bersaglieri nostri che occuparono il castello suddetto ed il Casale Ceccina. Dopo un’ora circa di soggiorno in quel sito, due colonne di Zuavi e di Antiboini sboccarono una dal Ponte Nomentano e l’altra dal Ponte Mammolo.
»I nostri, collocati in posizione dal Casale suddetto al Castello, ebbero ordine d’aspettare il nemico a bruciapelo.
»I nemici avvicinandosi a destra e sinistra della posizione ci fecero molti tiri da destra a cui non fu risposto; solamente verso sera avvicinandosi alcuni Pontificii per la destra, furono sparati alcuni tiri, i quali uccisero quattro uomini e non si sa quanti feriti.
»Noi abbiamo tre feriti leggermente. Così passò la giornata e si tennero le posizioni fino alla notte, a un tiro di carabina dal Ponte Nomentano.
»Non essendo l’obiettivo se non che di riconoscere la posizione del nemico sul Teverone, quella notte si diede ordine di ritirarla su Monte Rotondo, lasciando una quantità di fuochi accesi sulla linea. La ritirata si fece in buonissimo ordine, e questa mattina il nemico, credendo che occupassimoancora le nostre posizioni, vi fece una quantità di cannonate al vento.
»I nostri Volontari scalzi ed affamati si stanno rifocillando in Monte Rotondo e contorni. Il loro contegno di ieri in presenza del nemico fu ammirabile.
»G.Garibaldi.»
Se Garibaldi si fosse lasciato tentare a rispondere con una sola fucilata alle tante che il nemico c’inviava, o se un solo volontario lo avesse disubbidito, noi avremmo dovuto accettare il combattimento, trecento contro le migliaia, in un terreno scoperto e in parte sconosciuto, separati dalle nostre linee (almeno fino all’arrivo di Menotti) mediante un vasto tratto di campagna, e non solo la giornata, ma Garibaldi stesso sarebbe stato posto a grave pericolo. E già poco mancò non lo fosse nel mattino stesso, giacchè fra i primi entrati nel cortile de’ Pazzi v’era Garibaldi in persona! Una palla di un mercenario, e Garibaldi spariva oscuramente sotto le volte d’un castellaccio abbandonato della Comarca romana! Ma il colpo d’occhio di quell’uomo e la fede in lui salva tutto. Gli stette sempre al fianco, interprete intelligente e risoluto de’ suoi ordini, un altro veterano di battaglie rivoluzionarie, il generale Fabrizi, arrivato al campo dal mattino soltanto a riprendere il suo posto di capo di stato maggiore, che Garibaldi gli aveva meritamente conservato.
Questa marcia avanti e indietro, quella ritirata su Monte Rotondonon piacqueai Volontari; e se la parola ai militari sembra strana, chi fu volontario la comprenderà. Il piacere o non piacere, il benedire o maledire, il discutere i movimenti, i disegni, i comandi, ilrerum cognoscere causasè uno dei bisogni invincibilie degli abiti incurabili delle baionette intelligenti. Perchè si fosse andati fino a Ponte Nomentano ognuno press’a poco presumeva comprenderlo; ma perchè senza sconfitta, quasi senza combattimento, si desse addietro, e addietro fino a Monte Rotondo, questo nessuno poteva metterselo in capo. E il non intendere rendeva grave e svogliato l’ubbidire. Quindi i commenti, le interpretazioni, le censure, le querimonie infinite. Chi voleva che la ritirata ci fosse imposta dal Governo italiano, e che il ritorno a Monte Rotondo significasse dissoluzione; chi sosteneva che Garibaldi stesso, riconosciuta l’impossibilità di prender Roma con quelle forze, abbandonava l’impresa; e chi andava più innanzi e faceva già sparito, già arrivato a Firenze il Generale, il quale per smentire la puerile diceria, era costretto a mostrarsi e a parlare; chi ci vedeva una tregua, chi un acquartieramento, pochissimi una manovra, ed infine, cosa assai più grave, chi gettava in mezzo ai crocchi dei novellieri e dei disputanti la notizia, vera pur troppo, dell’arrivo in Roma de’ Francesi, e portava così al colmo il malumore, la confusione e lo scoramento.
Pure finchè non erano che ragionari di giovani, o queruli, o curiosi, ma onesti, si potevano presto quetare; una parola di Garibaldi, un ordine del giorno, una promessa qualunque, li avrebbe persuasi: ma in mezzo al fiore degli schietti ed ingenui v’era la mondiglia dei tristi, dei maligni, dei corruttori, degli spacciatori di bugiarde notizie, degli agenti segreti e prezzolati della dissoluzione; peste che aveva ammorbato fin dal loro nascere quelle avveniticcie milizie. Lo sfasciamento pertanto cominciò da costoro e si propagò in breve anco a’ meno peggio; laonde al toccar Monte Rotondo era già visibile e grande. I Volontari,quali col fucile, quali senza, a lor beneplacito, senza chiedere nè accettare licenza, se ne andavano a coppie, a squadre, e per far più presto, giunti alla svolta della strada di Monte Rotondo, non la salivano nemmeno e continuavano su per via Salaria verso il confine. L’onesto partiva dicendo: «Poichè a Roma non si va più, stia ne’ quartieri chi vuole;» il mariuolo partiva pensando: «Poichè non v’è più nulla da bottinare costà, a Roma, ci pensi chi vuole,» e quali istigando, quali scimmiottando, tutti persuadendosi a vicenda che la era finita, e non restava altro da fare, a drappelli, a frotte, se la svignavano. Lo sfacelo durò così vasto e crescente fino alla mattina del 2. In quel giorno però, la voce sparsa d’una marcia in avanti, una rivista passata da Garibaldi, lo sforzo de’ buoni ufficiali rimasti fedeli al posto, lo arrestò. Frattanto potè ben dirsi che circa 2000 uomini erano sfumati a quel modo.[365]
Però finchè la defezione non era che dei tristi, anzichè impedirla era da incuorarla; ma il male era che nè i tristi se n’andavano tutti, nè i buoni restavano tutti; onde si era minacciati dei danni dello sfacelo senza i vantaggi che sarebbero derivati da uno spurgo generale, fatto con criterio e con energia, degli elementi morbosi che infracidavano il corpo anche nelle sue parti più sane. In altre parole, la diserzione complicava anzichè risolvere il problema della riorganizzazione, e lo rendeva sempre più urgente e pericoloso.
A questo problema però quanti avevano coscienza dello stato vero delle cose, da Garibaldi all’ultimoufficiale, s’erano dati gravemente a pensare. Il generale Fabrizi, aiutato da Alberto Mario, lavorava alacremente a ordinare il suo stato maggiore, e la prima opera a cui mostrava intendere era la riorganizzazione. Un tribunale militare con poteri eccezionali era improvvisato, e se non gli fosse venuto meno il tempo, avrebbe fatta rigorosa giustizia; la ferrovia tra Orte e Corese già interrotta, era restaurata, e l’arrivo de’ più indispensabili oggetti d’equipaggiamento, elemento principalissimo d’ogni organizzazione, affrettato. Si tentava inoltre di formare una scelta e numerosa guardia del campo, posta agli ordini d’un capo energico ed autorevole che avrebbe dovuto fare la polizia dell’esercito, che ne avea tanto bisogno, e marciando col quartier generale proteggere la persona di Garibaldi, ad ogni momento esposto a’ più rischiosi sbaragli.
E tutto ciò era un nulla, a petto del vero, del supremo problema dominante tutti gli altri. Che si faceva a Monte Rotondo? Che si faceva oggimai nello stesso Agro romano? Al Cialdini, cui la composizione di un Gabinetto di conciliazione era fallita, subentrava il generale Menabrea con un Ministero così detto diresistenza, il cui primo atto era stato un bando del Re che apertamente sconfessava il conato garibaldino e del quale furono ben tosto chiaro commento lo scioglimento delComitato centrale di soccorso, la fermata al confine dei viveri diretti al campo garibaldino, il consenso all’intervento francese in Roma, e la sottomissione infine a tutti i voleri dell’imperatore Napoleone III e alle disfide oltraggiose de’ suoi ministri.[366]
Infatti tra la sera del 30 e la mattina del 31 la voce era cominciata a propagarsi che i Francesi fossero sbarcati a Civitavecchia, anzi già entrati in Roma, e quantunque al generale Garibaldi nessuno avesse pensato a darne l’annuncio ufficiale, la sola probabilità del fatto era anche per l’eroe più temerario d’una importanza capitale. Infine contemporanea a quella notizia ne era corsa subito un’altra, che le truppe italiane avessero varcato la frontiera pontificia occupandovi i punti più prossimi, col mandato, dicevano i dispacci del Menabrea, di tutelarvi l’ordine, di evitare ogni cozzo colle truppe francesi e di procedere, potendo, d’accordo con esse.
Ora la gravità di questi fatti era manifesta a chicchessia. La impresa garibaldina veniva a trovarsi interamente abbandonata a sè stessa, posta da un giorno all’altro al cimento di dover combattere, insieme al pontificio, l’esercito francese e fors’anco scontrarsi coll’italiano, giacchè le intenzioni del Governo di Firenze non erano su questo proposito ben chiare. Che fare? Garibaldi non era mai stato così cupo e cogitabondo! In quella mattina del 31 parecchi amici, tra i quali Cairoli e Guastalla, venuti da Firenze a visitarlo a Monte Rotondo, l’avevano consigliato a desistere da una lotta, il cui ultimo resultato non poteva essere oramai che un infruttuoso e cruento sacrificio; ma ciò che appariva semplice e chiaro ai più volgari, non lo era altrettanto agli occhi dell’Eroe! Cedere in faccia allo straniero fino allora sfidato; cedere senza aver tentato un supremo sforzo per riafferrare la vittoria, o almeno glorificare la sconfitta, non era da lui! E non era nemmeno il parere degli amici militari che l’avevan seguito fino allora. Anche per essi, come per Garibaldi, l’impresa non per anco era disperata, la resistenzapoteva essere ancora possibile, tanto più che a nessuno era dato prevedere quale sarebbe stato il sentimento dell’Italia innanzi ad una guerra combattuta da’ suoi figli, anco con mediocre fortuna, contro uno straniero invasore! Però Garibaldi, concorde con tutti i principali suoi Luogotenenti, deliberò di continuare la lotta a oltranza; e nel 31 stesso provvide al da farsi.
Se non che prendere quella risoluzione e veder che Monte Rotondo non era più stanza adatta ad una campagna di guerriglie, di volteggiamenti, di meditati indugi e di accorte ritirate, quale era quella cui bisognava prepararsi, fu per Garibaldi un punto.
Posizione forte contro la fanteria Monte Rotondo non lo è più quando abbia di contro un nemico munito d’artiglierie, che possa coronare le alture circostanti e batterlo in breccia da ogni punto. Però i veri pericoli della dimora a Monte Rotondo, senza dire che le lunghe scorrerie militari l’avevan dissanguato d’ogni cosa necessaria al vivere quotidiano, eran principalmente queste: la troppa vicinanza al confine che apriva una comoda via al flusso già cominciato delle diserzioni; la sua posizione isolata e facilmente aggirabile, la quale non lasciava ai difensori altra scelta che di seppellirsi uno ad uno sotto le sue pietre o di capitolare a discrezione.
L’abbandonarlo dunque era più che saggezza, necessità; e poichè d’altro canto Tivoli era città prossima a Roma quanto Monte Rotondo, in posizione ancora più forte, con un fiume davanti, una catena di contrafforti a’ fianchi, due o tre strade di ritirata in caso di rovescio; più lontana da Acerbi, ma più vicina a Nicotera; un vasto territorio alle spalle; popolosa, ampia, fornita di vettovaglie, così Garibaldi prescelse Tivoli.
Tuttavia, convien confessarlo, il Generale prima di risolversi al partito che da ogni parte gli veniva proposto, ed egli stesso aveva chiaramente indovinato, esitò. Qual pensiero lo trattenne? Noi nol potremmo mallevare: appena ci periteremmo a supporre che egli sperasse ad ogni istante di veder l’esercito italiano marciare contro il nuovo invasore e chiedergli così ragione del violato suolo della patria. Nessuno stupisca: son pensieri di Garibaldi! Il condottiero di Volontari che lietamente si sarebbe messo alla coda dell’armi nazionali, non voleva con una mossa apparentemente ostile aggravare la situazione politica, nè guastare quelle che per lui erano buone intenzioni del Governo italiano e nelle quali ancora confidava. Comunque, l’esitazione di Garibaldi, fosse pur figlia d’un’alta e patriottica ragione, pesò sulla bilancia degli eventi che il futuro prossimo maturava.
Nel dopo pranzo del 2 novembre parecchi messaggeri al quartier generale recarono che le truppe pontificie, non si diceva ancora le francesi, si apparecchiavano ad uscir da Roma per venire ad attaccare i Garibaldini a Monte Rotondo. Queste notizie, sebbene non certe, tolsero Garibaldi ad ogni incertezza, e tutte le disposizioni per la marcia su Tivoli furono prese, caute e sapienti come l’arte più rigorosa poteva suggerire.
Il movimento che stava per intraprendere, era una marcia sul fianco sinistro; e ognuno sa i rischi e i pericoli di siffatte manovre. Però Garibaldi era di fronte a due ipotesi ugualmente probabili: che il nemico, già in marcia su Monte Rotondo, ci incontrasse nella nostramarcia su Tivoli: che il nemico, avvertito della nostra partenza, sboccasse da Roma, e scegliendo il luogo e il tempo, ci assalisse sul nostro fianco. Importava quindi parare a queste due eventualità, potrebbesi già dire probabilità, ed ecco come Garibaldi provvide.
A levante della via Nomentana, da Mentana a Tivoli, si spiega un sistema di piccoli poggi popolati di frequenti villaggi, i quali paiono gettati là dalla natura per guardare quella strada fino al suo punto d’incontro colla strada Tiburtina. Qualora perciò fossero state occupate quelle alture, coll’ordine di spingere avamposti e ricognizioni sulle diverse vie che da esse sboccano sulla via Nomentana, si sarebbe stati per lo meno sicuri di queste due cose: o che il nemico sarebbe stato scoperto molto prima che potesse incontrare la colonna marciante, la quale perciò avrebbe avuto tempo di spiegarsi come e dove voleva; o che il nemico anche sfuggendo alle scoperte, comunque e dovunque attaccasse la colonna, avrebbe sempre avuto sul suo fianco destro od alle spalle la minaccia, ed occorrendo anche il peso dei battaglioni stesi lungo tutte quelle posizioni avanzate, e cadendo fra due fuochi si sarebbe inevitabilmente esposto al pericolo di una rotta là dove sperava trovare una vittoria.
Fermo in questi concetti, il generale Garibaldi fin dal 1º novembre avea mandato il colonnello Paggi con tre battaglioni (900 uomini) ad occupare i villaggi di Sant’Angelo in Capoccia e Monticelli e le alture più avanzate di Monte Lupari e Monte Porci con tutte quelle prescrizioni d’avamposti, di sorveglianza e di precauzioni che abbiamo indicate. Date queste disposizioni, Garibaldi stesso, nel pomeriggio del 2, andava a riconoscere le posizioni nuovamente occupate daPaggi e lo stradale da percorrersi, e tranquillo da questo lato tornava a Monte Rotondo per dare in un ordine del giorno, tutto scritto di suo pugno, le disposizioni finali della partenza, che importa trascrivere:
«Colonnello Menotti Garibaldi,»Le colonne da voi comandate marceranno per la sinistra sulla via di Tivoli.»Nella marcia esse si terranno compatte il più possibile ed in ordine.»Sulla destra delle colonne in marcia e sulle strade che conducono a Roma si dovranno spingere delle pattuglie a piedi e degli esploratori a cavallo bastantemente lontani, per essere avvisati a tempo a poter prendere posizioni, in caso dell’approssimarsi del nemico.»Sulle alture di destra della linea di marcia si dovranno pure tenere delle vedette allo stesso scopo.»Una vanguardia precederà le colonne ad una distanza per lo meno di millecinquecento a duemila passi, ed essa sarà preceduta pure da esploratori e fiancheggiatori competenti.»Una retroguardia pure molto importante, con rispettive guide indietro a considerevoli distanze, per avvisare di qualunque cosa utile.»Questa retroguardia non deve lasciare dietro di sè un solo individuo delle colonne ed un solo carro o bagaglio.»L’artiglieria e munizioni marceranno nel centro.»I bagagli, i viveri, ec. potranno marciare in testa od in coda delle rispettive colonne.»Si raccomanda ai comandanti le colonne il buon ordine che col valore dei nostri Volontari deve acquistarci la stima delle popolazioni.»Monte Rotondo, 2 novembre 1867.»Il Capo di Stato Maggiore»N. Fabrizi.»G. Garibaldi.»
«Colonnello Menotti Garibaldi,
»Le colonne da voi comandate marceranno per la sinistra sulla via di Tivoli.
»Nella marcia esse si terranno compatte il più possibile ed in ordine.
»Sulla destra delle colonne in marcia e sulle strade che conducono a Roma si dovranno spingere delle pattuglie a piedi e degli esploratori a cavallo bastantemente lontani, per essere avvisati a tempo a poter prendere posizioni, in caso dell’approssimarsi del nemico.
»Sulle alture di destra della linea di marcia si dovranno pure tenere delle vedette allo stesso scopo.
»Una vanguardia precederà le colonne ad una distanza per lo meno di millecinquecento a duemila passi, ed essa sarà preceduta pure da esploratori e fiancheggiatori competenti.
»Una retroguardia pure molto importante, con rispettive guide indietro a considerevoli distanze, per avvisare di qualunque cosa utile.
»Questa retroguardia non deve lasciare dietro di sè un solo individuo delle colonne ed un solo carro o bagaglio.
»L’artiglieria e munizioni marceranno nel centro.
»I bagagli, i viveri, ec. potranno marciare in testa od in coda delle rispettive colonne.
»Si raccomanda ai comandanti le colonne il buon ordine che col valore dei nostri Volontari deve acquistarci la stima delle popolazioni.
»Monte Rotondo, 2 novembre 1867.
»Il Capo di Stato Maggiore
»N. Fabrizi.
»G. Garibaldi.»
L’ordine di marcia dapprima era fissato per l’alba del 3; se non che il colonnello Menotti, opponendo la necessità di una distribuzione di oggetti di vestiario e specialmente di scarpe, arrivate poco prima, pregava il padre a sospendere la partenza fino alle 11 del giorno stesso.
Garibaldi, pieno di paterna fede nella voce del figlio, si arrese, e quel che gli abbia costato quella condiscendenza l’evento lo dimostrerà. Che cosa era mai il bisogno, fosse pur sentito, di scarpe, davanti alla suprema necessità d’una marcia manovra di quella importanza e natura, gravida di tanti pericoli e di tanti effetti, e fallita la quale, tutto era perduto? Come si poteva posporre il principale all’accessorio? Come intraprendere una marcia, che doveva esser fatta di soppiatto, in pieno mezzogiorno? Basti il dire che alle 11, marciando anche senza scarpe, tutta la colonna sarebbe stata a Tivoli; e che i Pontifici, giungendo in faccia a Mentana, l’avrebbero trovata vuota. Quale scacco per i generali francesi! Quale trionfo per Garibaldi!
Non si potè naturalmente partire che a mezzogiorno. Garibaldi poco prima aveva spedito un altro messo all’Orsini, subentrato al Nicotera, perchè sollecitasse la sua marcia su Tivoli, e quando vennero ad avvertirlo che tutto era pronto per la marcia, si mosse senza dir verbo, pensieroso e triste, zufolando per le scale una sua vecchia canzone d’America,[367]quasi volesse dai ricordi di quei giorni gloriosi trarre gli auspicii del destino al quale andava incontro. Indi montò a cavallo ed al galoppo, cosa insolita in lui, passò via,rapido e silenzioso davanti ai battaglioni schierati in battaglia lungo la strada di Mentana, e poco dopo dietro a lui tutta la colonna si pose in cammino.
Il servizio d’esploratori e fiancheggiatori, oltre ad un manipolo di guide mal montate e per la maggior parte nuove a quel delicatissimo servizio, fu affidato al 1º battaglione dei Bersaglieri genovesi, comandati dal maggiore Stallo. Dietro dovevano seguire, sempre come avanguardia, i due altri battaglioni di bersaglieri, il 2º de’ Genovesi, comandato da Burlando, e il 3º dei Lombardi e Romagnoli comandato da Missori, e con essi la compagnia de’ Carabinieri livornesi, forte non più di 70 uomini, sotto gli ordini del capitano Mayer. Ora senza rivangare qui le molte ragioni che possono avervi influito, ma incontrastabilmente per la principalissima che la distribuzione del mattino avea disturbato le ordinanze, il fatto sta, e importa notarlo, che tra l’avanguardia e il corpo principale sparì, appena staccata la marcia, ogni intervallo, talchè persino l’estrema punta del maggiore Stallo non potè che assai malamente adempiere all’ufficio suo di scoprire il nemico e di proteggere la testa e il fianco della colonna marnante. D’altra parte il colonnello Paggi, che avea spedito al comando generale a prendere nuove istruzioni, riceveva firmato dal signor Berna, capo di stato maggiore del colonnello Menotti, l’ordine di lasciare Monte Porci e Monte Lupari e di andare colle stesse forze ad occupare Palombara (se il Paggi aveva letto bene), paese a settentrione delle posizioni prima occupate, rivolto a tutt’altra direzione e che nulla avea a che fare nè colla via Nomentana nè con nessun’altra via onde il nemico potesse sboccare. Quest’ordine accrebbe nella mente del Paggi la confusione, laonde la sorveglianzache egli stesso dovea esercitare sulla via Nomentana, divenne disforme interamente dalle istruzioni del Generale in capo, e affatto illusoria. A sommar tutto, gli ordini chiari, accurati e precisi dati da Garibaldi non furono che imperfettamente eseguiti e negligentemente sorvegliati, onde non sarà gran meraviglia se il nemico potrà quasi improvviso piombare sulla testa della colonna garibaldina e prima ancora che ella si fosse riavuta dalla sorpresa costringerla a duro cimento.
Garibaldi collo stato maggiore e il quartier generale erano appena entrati in Mentana, che le guide a cavallo venivano ad annunziare la comparsa de’ Pontificii. Nello stesso tempo le fucilate degli avamposti confermavano la notizia. Garibaldi ordinò tosto alla colonna di arrestarsi, ma indarno cercava un luogo onde poter riconoscere l’inimico. Mentana è quasi incassata in un avvallamento, e tutti i poggi circostanti la dominano. Questo solo fatto mostrava già fin dalle prime che la posizione era sfavorevole, e che la difesa di Mentana sarebbe stata difficile. O bisognava avere il tempo e la possibilità di spingersi ad occupare le posizioni davanti il villaggio, o abbandonarlo interamente per difendere le posizioni indietro, tra Mentana e Monte Rotondo, a noi d’altronde già note e in parte non ancora abbandonate. Ci fu allora chi si peritò a profferire al Generale quest’ultimo consiglio.[368]Garibaldi rispose: «Udite quel che ne dice Menotti, e se crede che le posizioni davanti siano tenibili.»Menotti assicurò «che davanti stava benissimo,» e.... un quarto d’ora dopo eravamo tutti ricacciati nel villaggio.
Tuttavia ogni segno rendeva manifesto che il nemico, benchè abilmente coperto dalle macchie e dalle pieghe del suolo, avanzava dalla destra, e Garibaldi non titubò un istante. Ordinò ai battaglioni di Burlando, di Missori ed ai Cacciatori livornesi di spiegarsi prontamente sulle alture di destra; mentre il figlio Menotti portava avanti a sinistra e sul centro altre forze in sostegno dei combattenti. Allora il combattimento si propagò vivo ed energico su tutta la linea dell’avanguardia. In sulle prime però parve che il nemico mirasse a concentrare l’attacco sulla destra e sulla fronte di Mentana, e soltanto dopo avere seriamente impegnati i Garibaldini in questi punti si decise ad assalire anche la sinistra, sulla quale rovesciò il nerbo principale delle sue forze. Frattanto la sua manovra era smascherata: l’attacco di destra e di fronte, benchè gagliardo, non era che una finta per coprire il vero attacco di sinistra e ingannarci sulle sue intenzioni. Ma nessuno cascò nell’inganno, meno poi Garibaldi. A destra e di fronte i battaglioni di Missori, di Burlando, di Carlo Mayer, ai quali si erano venute a riunire le genti di Stallo risospinte, furono lasciati soli a sostenere l’urto, certi che l’avrebbero fatto bravamente, e non furono più rinforzati. D’altronde la strada era stata quasi subitamente perduta, e non restava altro che arrestare l’impeto de’ nemici, asserragliando alla meglio l’entrata del paese. Così fu fatto: e lì dietro poche tavole tarlate e qualche frantume di mobilia, simulacro squallido di barricata, i più volenterosi tenevano testa intanto che col grosso delle forze si provvedeva alla sinistra del villaggio, sempre piùgravemente minacciata. Non v’era un attimo da indugiare. Coperti dalle ortaglie e dai vigneti della villa Santucci, dove era venuto a piantarsi il quartier generale del nemico, fitti gruppi di Zuavi e Carabinieri esteri s’erano spinti fin presso alle prime case, avvolgendo in un arco di fuoco i pochi Garibaldini che al riparo de’ pagliai e delle fronteggianti finestre cercavano di arrestarne la marcia. Ma il numero de’ nemici soperchiava: ufficiali e soldati non s’erano ancora riscossi dalla prima sorpresa dell’inopinato attacco; tutti consigliavano, comandavano, strafacevano: v’erano quelli che gridavano «avanti» rimpiattati dietro le muraglie; v’erano gli altri che stavano soli in mezzo alle palle a sfidare i battaglioni: era un vocío, una confusione, un tumulto, sul quale, anche chi non aveva perduta la testa mal riusciva a dominare. Mentana parve per un istante perduta. Indarno ogni valoroso, soldato od ufficiale che fosse, cercava far testa colla voce, col comando, coll’esempio, colla vita; l’onda de’ nemici invadeva e sospingeva innanzi a sè l’onda non meno rapida dei fuggenti. Molti si rifugiavano nelle case, ma pochi per continuarvi la difesa, i più, doloroso a confessarsi se meritassero pietà, per nascondersi e peggio. Tuttavia i nemici non avevano ancora vinto, e purchè si fosse potuto rimettere un po’ d’ordine, di calma e di silenzio — oh di silenzio soprattutto! — così negli allarmanti come negli allarmati, e formare punta con una schiera di risoluti, le forze fresche erano molte ancora, e le parti potevano essere mutate.
Lo pensò Garibaldi, e sapendo quanto possa e sui nemici non solo, ma sull’anima facilmente elettrizzabile de’ suoi Volontari il tuono del cannone, corse egli stesso a postare e puntare contro il centro nemico i due pezzi predati a Monte Rotondo, onde appena partironoi primi colpi, giusti come in un bersaglio, se ne vide subito il magico effetto. Il nemico si arrestò: i Volontari fra grida di gioia parvero pronti a ripigliare l’assalto. Era il momento decisivo, e Garibaldi slanciò quanta gente avea d’intorno alla baionetta. Fu davvero una carica stupenda. Si rientrò in Mentana, si risalì ai perduti pagliai, si ricaricò il nemico di siepe in siepe, di dosso in dosso, fin dentro la cinta degli orti Santucci. Ancora uno sforzo, e la villa, chiave della posizione, è presa e la giornata è nostra. Ad animare e dirigere questo sforzo, Fabrizi, Menotti, Mario, Bezzi, Canzio, il Generale non sono di troppo; ma una moschetteria diabolica partiva dalle file nemiche sempre rinnovate, che ributtava sul terreno morti e feriti i più audaci. Tuttavia si avanzava, e per un istante la fucilata nemica parve allentare. Che era? Pur troppo non era che una sostituzione di linee.
Ad un tratto, all’estrema nostra sinistra, due zone nere nere apparvero traverso le ondulazioni dei colli di San Sulpizio: erano i due freschi battaglioni del 1º di linea francese che entravano in battaglia. Ma nessuno allora ci pensò, nessuno lo credette. La stragrande uniformità delle assise e la somiglianza di linguaggio e di comando li confondevano cogli Antiboini, e le minute distinzioni non erano in quel momento permesse. Del resto un sentimento, una voce interiore più che una ragione politica, facevan credere quella cosa impossibile. «Io non avrei mai creduto — scriveva Garibaldi a Edgardo Quinet — che i soldati di Solferino sarebbero venuti a combattere i fratelli, che avevano col loro sangue liberati, e questa credenza mi valse una disfatta.»
Comunque erano nemici, e trovarono sulle prime degna resistenza. I Francesi avanzavano su due ordini:davanti una catena di bersaglieri; dietro, in sostegno, un battaglione per divisioni, descrivendo, di mano in mano, una conversione a sinistra sempre più pronunciata, coll’evidente intenzione di avviluppare l’esercito ribelle, di tagliarlo interamente dalla sua ritirata. Garibaldi allora corse di nuovo a puntare i due pezzi contro i nuovi nemici, ma ahi! que’ poveri settanta colpi, unico tesoro del parco, erano esauriti. I nostri, finchè ebbero cartucce, tennero fermo; Menotti tentò una carica, ma fu ributtata, e il bravo maggiore Cantoni vi lasciò la vita. Alberto Mario, che fu sempre in tutta la giornata dove più incalzava il pericolo, tentò girare con un battaglione l’estrema destra francese, ma era tardi: per difetto di forze, di munizioni, di fiato, in una parola, nessun movimento approdava e nessun eroismo valeva più.
I Francesi avanzavano sempre. Villa Santucci, ristorata da nuove forze, non avea ceduto; dalla destra un battaglione del 29º di linea francese subentrava ai Pontificii e serrava dappresso gl’indomiti difensori di quel fianco: non c’era più una compagnia disponibile; la giornata vinta alle due, alle quattro era di nuovo perduta.
E non pareva vero. Fabrizi, il vecchio Fabrizi, sereno ed impassibile in mezzo alle palle, quasi solo talvolta a un trar di pistola dal nemico, implorava, dimentico di sè, quasi pregando ancora, pochi istanti di resistenza; Bezzi, rimasto tutto il giorno con Cella ed altri prodi contro Villa Santucci, e tratto anch’esso nel fiotto de’ fuggenti, si strappava i capelli; Mario, Friggesy, Menotti, Missori (parliamo di quelli che ci passarono davanti in quell’ora) si spingevano dove più ardeva la mischia a contrastare il terreno. Garibaldi, pallido, rauco, cupo, invecchiato di vent’anni,seguíto dall’indivisibile Canzio, ululava ai fuggenti: «Sedetevi, chè vincerete.» Invano! tutto rigurgitava, correva, precipitava sulla via finale della ritirata.
E non parea vero! — Triste ritornello che ci torna sulle labbra e ci riempie ancora di tutta l’amarezza di quell’ora! I Francesi inoltravano così lentamente, con tanta cautela, con tale peritanza da non riconoscergli più; non diciamo poi degli Zuavi, degli Antiboini e di tutta la restante masnada. Non una carica, non una mossa risoluta da que’ superbi soldati dell’Impero! Volevano avvilupparci e non osarono; intendevano pigliarci tutti, compreso Garibaldi, e non seppero. Padroni del campo, baionettarono i feriti; questo sì; ma bravura no! Erano diecimila contro quattromila, e se quando incominciò la nostra rotta, un solo sottotenente avesse cacciato su di noi il suo pelottone, ci avrebbe con pochi uomini presi tutti prigionieri! Ma dov’erano gli ufficiali francesi? dove le cariche decantate di Malakoff e di Solferino! In quel supremo istante un’amara parola ci uscì dalle labbra, e la ripetiamo ancora perchè dipinge Mentana a quattro ore pomeridiane:È un combattimento fra gente che fugge e gente che non s’avanza.
Perocchè, vogliamo dire anco questo a onore della verità e per lasciare ai valorosi una gloria senza mistura, anche fra i Volontari ci furono le centinaia di bravi che pagarono per tutti, ma il grosso del corponon si battè. E infatti come si sarebbe battuto? Il coraggio è dovere, onore, patriottismo, ordine, disciplina, e non era certo da quell’immondo lezzo che potevano scaturire queste virtù. Finchè a vincere bastarono i pochi, i pochi ci furono e ammirandi: quando occorsero tutti, i più mancarono e travolsero nella disfatta i migliori.
Non restava ormai altro partito che la ritirata su Monte Rotondo, e fu operata sotto la sinfoniamerveilleusedei fuciliChassepot. Però, sia ridetto per isbaldanzire ancora una volta un nemico che non seppe aver rispetto nè pei vinti, nè per la verità, i tiratori francesi erano circa a dugento passi dalla via che percorrevamo, vedevano noi a occhio nudo, come noi essi, e non osarono scendere sulla strada.
In Mentana però tutto non era finito: un millecinquecento uomini circa vi restavano sempre; e quali per paura d’uscirne, come coloro che fin da principio corsero a rimpiattarsi nelle case; quali per non saperne trovare la via, come i tardivi o gli sbandati: quali per vender cara la libertà e la vita, come i Bersaglieri di Burlando, che, dopo aver bravamente combattuto tutta la giornata, si buttarono con un centinaio d’altri compagni nel castello e vi si rinchiusero; quali infine per non voler disperare della vittoria, come i Carabinieri livornesi, che già caduto il sole, ultimo quadrato di Waterloo, combattevano ancora; venivano tuttavia per ragioni e con propositi diversi a formare una massa che a prima giunta, a nemico non bene certo della vittoria, poteva parere temibile.
E infatti di fronte a questa folla di feriti, di dispersi, di nascosti, di impotenti, i generali franco-papali s’arrestarono; e non solo non ardirono entrare in Mentana, ma, vedi sapienza! sospesero persino una ricognizione che avevano ordinato per quella sera, accontentandosi di mettere le gran guardie a un mezzo tiro di fucile dal paese.[369]E questo lo scrive proprio il generale francese, e il fatto conferma, almeno in questo punto, il suo rapporto. Una cosa sola inesattasfuggì al signor De Failly, «che egli dormì sul campo di battaglia.» Il valente Generale dimenticò che il campo di battaglia era Mentana stessa, e che egli per quella notte dormì fuori.
Garibaldi non l’avrebbe mai immaginato, e convinto che Mentana sarebbe stata nella sera stessa in potere del nemico, vedendo omai vana, e più per le ragioni politiche che per le militari, ogni altra resistenza, ordinò per la sera stessa la ritirata di tutto il corpo (circa tremila uomini) su Passo Corese. Egli sapeva, come noi tutti, che a Passo Corese l’attendeva la catastrofe, ma non sarebbe stato da uomini, poichè la era inevitabile, il differirla con un infecondo spargimento di sangue, o con un ludo teatrale di gladiatori, mascherarla.
Al mattino seguente, 4 novembre, al primo apparire del 59º reggimento francese, che, sotto gli ordini del tenente colonnello Bresolles, marciava in ricognizione sopra Mentana, una bandiera bianca issata sul castello annunziava che i Garibaldini ivi rinchiusi intendevano capitolare, e furono tosto intavolate le negoziazioni. Il maggiore Burlando per i suoi stipulò chetutti i Volontari chiusi in Mentanaavrebbero deposte le armi e sarebbero stati ricondotti al confine italiano da una scorta francese. I generali franco-papali mostrarono intendere, ed amiamo ancora crederlo, per l’onore di Francia, incolpevole equivoco, che pei solirinchiusi nel castellofosse pattuito il partire così, laonde tutti quelli che trovarono per le vie di Mentana, circa ottocento, li ritennero prigionieri di guerra e li portarono, trofeo non legittimo, in Roma.
Ridire poi tutte le prove di valore e di sacrificio sarebbe impossibile: empirebbero un poema. I settanta Carabinieri livornesi, la vecchia guardia dellagiornata, lasciarono circa la metà de’ loro sul terreno, fra i quali dodici morti, dei quali troviamo in un album pietoso registrati i nomi che ci par sacro ripetere.[370]Era stato degno di comandarli fino all’ultimo istante, fino a che gravemente ferito ad un braccio cadde egli stesso, Carlo Mayer, nome in Livorno onorato, già soldato e ferito d’altre campagne, colto intelletto e nobile cuore, fra i rari superstiti di quella generazione di veri volontari, di veri patriotti, e, sia pur detto, di veri uomini, che le battaglie della vita, più ancora che le battaglie del campo, vennero decimando. Cantoni di Bologna, il conte Bolis romagnuolo, bravamente morirono. Egisto Bezzi, di cui basta il nome, Adami livornese, Stallo genovese, Erba e Vigo Pellizzari di Milano, molti altri de’ quali il nome non si conosce, caddero feriti e con uno stuolo non meno ammirando di usciti illesi per prodigio da ogni più disperato sbaraglio, confermarono al nome italiano l’immortalità del valore.
Che cosa faceva intanto il colonnello Paggi co’ suoi tre battaglioni? Aveva egli scoperto il nemico, aveva visto il combattimento, aveva sentito la fucilata ed il cannone? Tanto Menotti Garibaldi quanto il generale Fabrizi gli mossero ne’ loro rapporti grave censura per non aver prima d’ogni altra cosa avvertita la marcia dell’esercito franco-papale per via Nomentana, e non essere disceso, una volta impegnato il combattimento, ad attaccare il nemico alle spalle.
Ma il colonnello Paggi in un suo rapporto, edito da’ giornali, s’è giustificato adducendo che il nemico, girando per le posizioni di Casale e Romitorio suMentana, passò lontano da’ suoi avamposti otto miglia: che Monte Porci e Monte Lupari, oltre che essere anch’essi assai lontani e fuor d’ogni vista dalle accennate posizioni di Casale e Romitorio, erano stati il giorno prima per ordine di Menotti stesso abbandonati: che egli era stato mandato ad occuparePalombarafuori affatto di linea, mentre dovea occupare il montePalombinodominante la strada; che infine egli avea udito il cannone soltanto verso il tocco e mezzo, ma che non avendo ricevuto alcun ordine di muoversi, stimò di non poterlo fare sulla sua responsabilità.
A noi mancano tuttavia argomenti bastevoli per pronunciare un giudizio. È certo però che il generale Garibaldi contava molto sulla vigilanza e sull’intervento della colonna del Paggi, tanto vero che durante il combattimento spedì guide ed ufficiali di stato maggiore a chiamarlo, ed è altresì certo che se un solo battaglione di quella colonna fosse comparso anche verso le tre alle spalle del nemico, l’effetto ne poteva essere grande e forse decisivo.
Tale fu la giornata di Mentana. In essa si trovarono di fronte, secondo i nostri ed i rapporti dello stato maggiore dell’esercito alleato, 11,000 Franco-papali contro 4652 Garibaldini. Tutto l’esercito pontificio sì mercenario che indigeno era uscito da Roma, ed il generale Fabrizi calcolando ai 5000 uomini si tiene molto al disotto del vero. Dell’esercito francese erano in linea tutto il 1º, il 29º e il 59º reggimento di linea, un battaglione di cacciatori di Vincennes e un’intera batteria d’artiglieria.
Le perdite de’ nostri, secondo le informazioni raccolte dal corpo sanitario, ammontarono a circa 240 feriti e 150 morti, oltre a circa 900 prigionieri. I morti del nemico ascesero a 256, sui quali, fatta la proporzione,si può calcolare il numero dei feriti. La differenza è dunque tutta a danno de’ Franco-papali; i Garibaldini non ebbero altro privilegio che di lasciare un maggior numero d’ufficiali sul campo di battaglia.[371]
La notte era grigia e tetra, la campagna squallida e muta: buffi di vento soffiati dal Tevere penetravano nelle ossa, intirizzendovi quelle ultime ceneri d’energia che l’ambascia e la fatica di quell’aspra giornata non aveano consumate. La colonna seguiva, lunga, serrata, taciturna: non un canto, non un grido, non un colloquio. Garibaldi precedeva a cavallo, silenzioso anch’esso, col cappello sugli occhi, le braccia abbandonate, lugubre, spettrale. Pareva ilNapoleonedi Meissonnier, che batte in ritirata dopo la sconfitta diLaon. Egli non badava ad alcuno, e nessuno a sua volta avrebbe osato interrompere il sacro colloquio di quell’uomo con la sua sventura.
Un istante tuttavia parve accorgersi che qualcuno gli cavalcava più dappresso, guatando ansioso tutti i moti della sua fronte; onde, rotto per poco il silenzio, gli disse: «È la prima volta, Guerzoni, che mi fanno voltare le spalle così, e sarebbe stato meglio....» qui un profondo sospiro gli troncò nella strozza la parola, e spinto avanti il suo cavallo, arrivò poche ore dopo insieme a tutta la colonna a Passo Corese.
Voleva forse dire: «Sarebbe stato meglio morire?» L’evento e l’ora consigliavano siffatti pensieri, e molti forse li covavano come lui.
Ivi il primo ad affacciarglisi fu il volto franco ed ospitale del colonnello Caravà, già suo soldato, ora comandante il 4º Granatieri al confine, e che fin dove glielo avevano concesso i suoi rigorosi doveri, era stato durante tutta la campagna sollecito in ogni guisa de’ nostri sbandati e de’ nostri feriti. Garibaldi gli porse la mano e gli disse:
«Colonnello, siamo stati battuti, ma potete assicurare i nostri fratelli dell’esercito che l’onore delle armi italiane fu salvo.»
E fu quella la più eloquente epigrafe di tutta quella campagna.
Il dì appresso il Generale montava in ferrovia, col proposito di ricondursi diritto alla sua Caprera, quando, «giunto a Figline (lo diremo colle parole stesse della protesta che i seguaci del Generale stesero in quella circostanza),[372]il convoglio fu fatto arrestare e presentossial generale Garibaldi il luogotenente colonnello dei Carabinieri, signor cavalier Camozzi, il quale chiese conferire da solo col Generale stesso. La stazione era occupata militarmente da una divisione di Bersaglieri, comandata dal maggiore Fiastri, e da un forte drappello di Carabinieri.
»Dopo pochi istanti il Generale scese dal convoglio, e tutti noi che lo accompagnavamo con lui.
»A un tratto si udì il generale Garibaldi dire ad alta voce al colonnello Camozzi le seguenti parole:
» — Avete il regolare mandato d’arresto? —
»Il Colonnello rispose: — No. Ho l’ordine d’arrestarla. —
»Il Generale replicò: — Voi sapete di commettere una illegalità. Io non sono colpevole d’alcuna ostilità contro lo Stato italiano, nè contro le sue leggi. Sono deputato italiano, generale romano eletto da un governo legalmente costituito e cittadino americano. Come tale, non essendo colto in flagrante di nessun delitto, non posso essere arrestato, e voi e chi vi manda, violate la legge. Però vi dichiaro che non cederò che ad un atto di violenza, e che, se volete arrestarmi, vi converrà trasportarmi a forza. —
»A queste sue parole noi tutti (s’intendano i sottoscrittori della protesta) eravamo risoluti a difendere anche colle armi, nella persona del Generale, la legge e il diritto. Ma egli ci dichiarò «che alla violenza, che si intendeva usare contro di lui, non voleva si rispondesse con altra violenza; che non avrebbe mai consentito ad un conflitto con soldati italiani, e ci impose di tralasciare ogni pensiero di resistenza armata.»
» — Perchè (soggiunse) se avessi voluto resistere colle armi, io pel primo avrei usato di quelle che aveva sotto i miei ordini. —
»Noi ubbidimmo.
»Accorsa molta gente, la quale poteva far temere una collisione, e nel desiderio di evitare uno spettacolo così umiliante per il paese, il deputato Crispi telegrafò due volte al Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo una revocazione degli ordini in nome d’Italia, ed affermando replicatamente che il Generale voleva andare a casa sua, a Caprera. Perciò fu chiesta al colonnello Camozzi la breve dilazione necessaria per ottenere da Firenze una risposta telegrafica, come era stata domandata.
»Nello stesso tempo molti fra noi insistevano presso il colonnello Camozzi, perchè anch’egli, da parte sua, telegrafasse al Governo, significandogli la risoluzione del generale Garibaldi e chiedendogli, per la nuova e impreveduta circostanza, nuove istruzioni.
»A questo nostro consiglio il colonnello Camozzi oppose il più reciso rifiuto.
»Scorsa un’ora, senza che fosse arrivata da Firenze alcuna risposta al telegramma del deputato Crispi, il colonnello dei Carabinieri dichiarò che doveva far eseguire gli ordini.
»Nemmeno la dichiarazione fatta più volte dal generale Garibaldi d’essere stanco, sofferente, affranto da molti giorni di privazioni e di fatiche, e di non poter sopportare il nuovo e grave disagio d’un lungo viaggio, valse a trattenerlo.
»Allora quattro carabinieri si avvicinarono al Generale, il loro maresciallo lo invitò, in nome de’ suoi superiori, a seguirli. Il Generale, mantenendo ferma la sua prima risoluzione, fu sollevato dai suddetti carabinieri, tolto da dove era seduto nella sala d’aspetto, e così trasportato di peso in mezzo al silenzio più solenne de’ suoi amici sino alla carrozza a lui destinata.
»Solo il deputato Crispi, in nome di tutti, protestò con energiche parole contro la violazione della legge e contro l’oltraggio inflitto al più grande cittadino d’Italia.
»Fu concesso soltanto alla sua famiglia ed a’ suoi domestici d’accompagnarlo, ma solo il genero Canzio rimase con lui.
»Nello stesso compartimento andò a sedersi il colonnello Camozzi; molti vagoni di Bersaglieri precedevano e seguivano il treno.[373]»
E di là continuò fino al Varignano, dove sostenuto tre settimane, il 26 di sera fu imbarcato per Caprera, e quivi colla sola condizione di non uscirne sino al marzo vegnente e di presentarsi al Tribunale, caso mai il processo dovesse aver luogo, posto in libertà.
Le ultime parole da lui scritte, uscendo da quel secondo carcere patito per Roma, furono: «Addio Roma, addio Campidoglio! Chi sa chi e quando a te penserà!»
Ci pensò la Nemesi della Storia, che ai vinti di Mentana preparò la triste, ma giusta, ma fatale rivincita di Sédan!