XXIV.

«Siciliani!»Il nemico mi ha proposto un armistizio. Io ne accettai quelle condizioni che l’umanità dettava di accettare; cioè: ritirar famiglie e feriti; ma fra le richieste, una ve n’era umiliante per la brava popolazione di Palermo, ed io la rigettai con disprezzo. Il risultato della mia conferenza di oggi fu dunque di ripigliare le ostilità domani. Io ed i miei compagni siamo festanti di poter combattere accanto ai figli del Vespro una battaglia, che deve infrangere l’ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa terra del genio e dell’eroismo.»

«Siciliani!

»Il nemico mi ha proposto un armistizio. Io ne accettai quelle condizioni che l’umanità dettava di accettare; cioè: ritirar famiglie e feriti; ma fra le richieste, una ve n’era umiliante per la brava popolazione di Palermo, ed io la rigettai con disprezzo. Il risultato della mia conferenza di oggi fu dunque di ripigliare le ostilità domani. Io ed i miei compagni siamo festanti di poter combattere accanto ai figli del Vespro una battaglia, che deve infrangere l’ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa terra del genio e dell’eroismo.»

Alla lettura del fiero bando la città intera, può dirsi, si versò a Palazzo Pretorio per udire dalle labbra del Dittatore, quasi per leggere sul suo viso, la conferma della grande nuova. E Garibaldi, apparso al balcone di Palazzo Pretorio, parlò come sapeva parlare lui tutte le volte che il cuore lo ispirava, e la grandezza degli avvenimenti s’accordava alla lirica intuonazione della sua tribunizia eloquenza. Però quando disse: «Il nemico mi ha fatto delle proposte che io credei ignominiose per te, o Popolo di Palermo, ed io sapendoti pronto a farti seppellire sotto le ruine della tua città le ho rifiutate....» un urlo, un urlo solo fu la risposta di quel popolo divenuto delirante: «Guerra, guerra;» e le donne stesse con parola anche più espressiva: «Grazie, gridavano al Generale, grazie;» e gli inviavano baci e benedizioni.... «E dal fondo della piazza (soggiunge uno de’ Mille testimonio alla gran scena)gli mandai un bacio anch’io. Credo che Garibaldi non sia mai stato visto sfolgorante come in quel momento da quel balcone; l’anima di quel popolo pareva tutta trasfusa in lui.[87]» Nè furono parole soltanto: ogni uomo armato corse a prendere il suo posto di combattimento: quante braccia erano atte lavorarono l’intera notte al compimento delle barricate; e per supplire alla mancata luminaria delle bombe e delle granate, Palermo illuminò tutte le sue case, se non è meglio dir le sue rovine, come fosse alla vigilia di una festa.

Risapute però queste nuove, anche i Generali borbonici vennero a miglior consiglio, e nella mattina del 31 lo stesso generale Letizia tornava al Dittatore per ripigliare gli interrotti negoziati e chiedergli un armistizio indefinito. Tanto non poteva concedere Garibaldi; consentì bensì ad una tregua di tre giorni, e fu in questi capitoli stipulata:

«1º La sospensione delle ostilità resta prolungata per tre giorni, a contare da questo momento che sono le 12 meridiane del dì 31 maggio: al termine della quale S. E. il Generale in Capo spedirà un suo aiutante di campo onde di consenso si stabilisca l’ora per riprendersi le ostilità.»2º Il Regio Banco sarà consegnato al rappresentante Crispi segretario di Stato, con analoga ricevuta, ed il distaccamento che lo custodisce andrà a Castellamare con armi e bagaglio.»3º Sarà continuato l’imbarco di tutti i feriti e famiglie, non trascurando alcun mezzo per impedire qualunque sopruso.»4º Sarà libero il transito dei viveri per le due parti combattenti, in tutte le ore del giorno, dando le analoghe disposizioni per mandar ciò pienamente ad effetto.»5º Sarà permesso di contraccambiare i prigionieri Mosto e Rivalta con il primo tenente Colonna ed altro ufficiale o capitano Grasso.»Il Generale in Capo»Firmato:Ferdinando Lanza.»Il Segretario di Stato»del Governo Provvisorio di Sicilia»Firmato:Francesco Crispi.»

«1º La sospensione delle ostilità resta prolungata per tre giorni, a contare da questo momento che sono le 12 meridiane del dì 31 maggio: al termine della quale S. E. il Generale in Capo spedirà un suo aiutante di campo onde di consenso si stabilisca l’ora per riprendersi le ostilità.

»2º Il Regio Banco sarà consegnato al rappresentante Crispi segretario di Stato, con analoga ricevuta, ed il distaccamento che lo custodisce andrà a Castellamare con armi e bagaglio.

»3º Sarà continuato l’imbarco di tutti i feriti e famiglie, non trascurando alcun mezzo per impedire qualunque sopruso.

»4º Sarà libero il transito dei viveri per le due parti combattenti, in tutte le ore del giorno, dando le analoghe disposizioni per mandar ciò pienamente ad effetto.

»5º Sarà permesso di contraccambiare i prigionieri Mosto e Rivalta con il primo tenente Colonna ed altro ufficiale o capitano Grasso.

»Il Generale in Capo»Firmato:Ferdinando Lanza.

»Il Segretario di Stato»del Governo Provvisorio di Sicilia»Firmato:Francesco Crispi.»

Taluno censurò il vincitore di aver concesso al nemico una tregua troppo lunga; noi pensiamo altrimenti. Per fermo i Regi potevan ricevere nuovi rinforzi; ma che importavano oramai alcune migliaia di nemici di più, se mancava tra di loro la mente che governasse e il cuore che combattesse? Per la rivolta invece ogni ora che passava era un passo alla vittoria: lo scoramento nelle file avversarie cresceva, le diserzioni moltiplicavano, la città s’agguerriva, e s’abituava all’idea della lotta disperata; e frattanto i Mille si ristoravano, le munizioni si risarcivano, le difese si perfezionavano, i soccorsi sperati o promessi dal Continente o arrivavano o potevano arrivare, come sarebbe stato debito loro.[88]

Oltre a ciò nella generosità di Garibaldi s’ascondeva un grande concetto non meno politico che umanitario. Nessuno più di lui sentiva che quella era guerra civile, e quel pensiero fisso di renderla quanto più fosse possibile umana e pietosa sarà, nella calma sentenza de’ posteri, non ultima gloria della sua eroica vita. Quei soldati, lo diceva ad ogni istante, eran nostrifratelli; lo diceva a’ suoi seguaci consigliandoli ad essere miti; lo diceva a’ nemici stessi, se qualcuno gliene compariva dinanzi o prigioniero o disertore; e solo dicendolo faceva proseliti e diradava le file nemiche. La generosità in quel caso era virtù ed arte insieme; e quando vedremo l’esercito borbonico squagliarsi e quasi sfumare innanzi ai passi di Garibaldi che li incalzava col sorriso sulle labbra e l’offerta del ritorno alle loro case, intenderemo quanto quella virtù fosse utile e quell’arte profonda.

Nè quei tre giorni li passò inerti. Intanto che i suoi Luogotenenti attendevano al riordinamento delle milizie, e i Palermitani al perfezionamento delle barricate, e il Crispi a prender possesso del Palazzo di Finanza, dove trovava cinque milioni di ducati, insperato tesoro per quei cenciosi conquistatori partiti da Quarto con trentamila franchi; Garibaldi pensava a dare all’improvvisato Governo di Palermo una forma più regolare e compíta, istituendo un Ministero, in cui il Crispi riteneva il portafoglio dell’interno e delle finanze, il barone Pisani gli esteri, il canonico Ugdulena il culto e la pubblica istruzione, un Raffaele i lavori pubblici, un Guarnieri la giustizia, e l’Orsini, riuscito miracolosamente a traforarsi il giorno 2 in Palermo, con tutti i suoi cannoni e i suoi uomini, il Ministero della guerra.

I Napoletani, all’opposto, non riuscirono che a rendere sempre più manifesta la loro impotenza. Non appena infatti fu conchiuso il primo armistizio, il generale Letizia partiva per Napoli per comunicarne il testo al suo Re ed al suo Governo, dipinger loro il vero stato delle cose, e richiederne le istruzioni per la condotta avvenire. Ruppe in amari rimbrotti il Re, e sola sua risposta fu che si riprendesse Palermo aviva forza, anche a costo di raderla al suolo; ma tale non fu il consiglio nè la risposta de’ suoi Ministri, i quali già affaccendati ad ottenere la mediazione delle estere Potenze, fecero capire al Letizia che quel mezzo del bombardamento sarebbe stato esiziale a tutto il Regno, e che, se altra via non s’apriva per ricuperar Palermo, era minor danno abbandonarlo. Se lo tenne per detto il Letizia; e convinto oramai che il Governo di Napoli non aveva più nè volontà, nè speranza di vincere, riportò queste notizie e impressioni al regio Commissario in Palermo. Il quale, sperimentata già vana la forza delle bombe, non sapendo, nè osando confidar in quella delle baionette, delle quali, se voleva vincere, gli conveniva mettersi alla testa; sconfidando sempre più nella fedeltà delle truppe e temendo una sedizione della flotta;[89]ma tremando forse più per sè stesso, si decise a chiedere un prolungamento all’armistizio d’altri tre giorni, prodromo evidente della resa finale. E Garibaldi accondiscese ancora; ed ancora il suo naturale accorgimento non l’ingannò.

Infatti il 6 giugno i negoziati furono ancora ripresi, e senza molta difficoltà condussero alla Convenzione seguente:

«1º Gl’infermi (dell’armata regia) che giacciono in ambedue gli ospedali od in altri luoghi dovranno essere imbarcati colla maggiore sollecitudine.»2º Le truppe regie che si trovano in Palermo avranno la scelta di abbandonare la città per terra o per mare con equipaggi, materiali da guerra, artiglieria, cavalli, bagagli, famiglie e tutto ciò che loro spetta, comprese le munizioni rinchiuse in Castellamare. A S. E. il tenente generale Lanza viene concesso di abbandonare Palermo per mare o per terra a sua scelta.»3º Qualora si scegliesse la via di mare, si darà principio allo sgombramento caricando i materiali da guerra, gli equipaggi e parte dei cavalli e delle altre bestie da soma; le truppe rimarranno ultime.»4º Tutte le truppe s’imbarcheranno sul Molo, e quindi prenderanno provvisoriamente alloggio nel quartiere dei Quattroventi.»5º Il generale Garibaldi lascierà Castelluccio, il Molo e la batteria del Faro senza atti di ostilità.»6º Il generale Garibaldi consegnerà tutti gl’infermi ed i feriti (delle truppe regie) che si trovassero in suo potere.»7º I prigionieri saranno scambiati da ambe le parti senza distinzione di grado o di numero, e non uomo per uomo.»8º Sette prigionieri (non militari) rinchiusi in Castellamare saranno messi in libertà tosto che sia compíto l’imbarco delle truppe e totalmente sgomberato il forte Castellamare. Questi prigionieri verranno condotti dalla guarnigione sul Molo e quivi consegnati.»Ritenuti tutti i sovraccennati articoli, si aggiunge in una clausola addizionale che la guarnigione sarà spedita per la via di mare ed imbarcata sul Molo di Palermo.»6 giugno 1860.»G. Garibaldi.»Con procura di S. E. il Luogotenente generaleLanza, Comandante del Corpo delle truppe regie:»V.Bonopane,»Colonnello e Capo dello Stato Maggiore.»L.Letizia, march. di Mompellieri,generale.»

«1º Gl’infermi (dell’armata regia) che giacciono in ambedue gli ospedali od in altri luoghi dovranno essere imbarcati colla maggiore sollecitudine.

»2º Le truppe regie che si trovano in Palermo avranno la scelta di abbandonare la città per terra o per mare con equipaggi, materiali da guerra, artiglieria, cavalli, bagagli, famiglie e tutto ciò che loro spetta, comprese le munizioni rinchiuse in Castellamare. A S. E. il tenente generale Lanza viene concesso di abbandonare Palermo per mare o per terra a sua scelta.

»3º Qualora si scegliesse la via di mare, si darà principio allo sgombramento caricando i materiali da guerra, gli equipaggi e parte dei cavalli e delle altre bestie da soma; le truppe rimarranno ultime.

»4º Tutte le truppe s’imbarcheranno sul Molo, e quindi prenderanno provvisoriamente alloggio nel quartiere dei Quattroventi.

»5º Il generale Garibaldi lascierà Castelluccio, il Molo e la batteria del Faro senza atti di ostilità.

»6º Il generale Garibaldi consegnerà tutti gl’infermi ed i feriti (delle truppe regie) che si trovassero in suo potere.

»7º I prigionieri saranno scambiati da ambe le parti senza distinzione di grado o di numero, e non uomo per uomo.

»8º Sette prigionieri (non militari) rinchiusi in Castellamare saranno messi in libertà tosto che sia compíto l’imbarco delle truppe e totalmente sgomberato il forte Castellamare. Questi prigionieri verranno condotti dalla guarnigione sul Molo e quivi consegnati.

»Ritenuti tutti i sovraccennati articoli, si aggiunge in una clausola addizionale che la guarnigione sarà spedita per la via di mare ed imbarcata sul Molo di Palermo.

»6 giugno 1860.

»G. Garibaldi.

»Con procura di S. E. il Luogotenente generaleLanza, Comandante del Corpo delle truppe regie:

»V.Bonopane,»Colonnello e Capo dello Stato Maggiore.

»L.Letizia, march. di Mompellieri,generale.»

La nuova dell’entrata di Garibaldi nella capitale aveva precipitata la sollevazione di tutta l’Isola. Le principali città, quali senza grave sforzo, come Trapani, Girgenti, Noto, Caltanissetta, Modica, Sciacca, Mazzara; quali dopo aspra lotta di popolo e fiero martirio di saccheggi e di stragi, come Catania, s’erano vendicate in libertà; e di tutta la Sicilia al mattino del 7 giugno non restava più in mano del Borbone che Messina e le cittadelle di Milazzo, Augusta e Siracusa.

In Palermo frattanto lo sgombero dei Regi era cominciato e l’aspetto della città si rasserenava. All’ansietà angosciosa della lotta succedeva d’ora in ora il respiro più libero e il moto festivo e chiassoso della vittoria. La gente, come suole accadere ne’ giorni di pubblici commovimenti, viveva più nelle strade che nelle case; le grida, gli assembramenti, le manifestazioni rinascenti per ogni nonnulla non posavano ancora; il variopinto brulicame delle squadre, delle camicie rosse, dei frati in coccarda e cartucciera, dei preti in piuma ed archibugio, continuava tuttavia a mascherare d’una tal quale veste quarantottesca la città; ma intanto le barricate si sfacevano, le rovine degl’incendi si sgomberavano, ai morti tratti dalle macerie si dava onorata sepoltura, ai feriti ricoverati nelle case o negli ospedali si apprestavano cure più ordinate e più sollecite; migliaia di mani lavoravano ad ammannire vesti, scarpe, cartuccie; tutto dimostrava che Palermo respirava a polmoni dilatati la nuova aura di libertà, e guardava con serena fede all’avvenire.

Al tempo stesso il Dittatore provvedeva del suo meglio, come le opportunità consentivano e i suoi Ministri sapevano suggerire, alle più urgenti necessità dello stato novello. Volgendo il primo pensiero ai morti per la patria, decretava ricoveri e pensioni alle loro vedove e ai loro orfani; rivolgendo il secondo all’imperioso problema della forza, si rassegnava a riporre in fondo al cuore la sua bella utopia della leva in massa, ma consentiva tosto all’Orsini una leva più limitata di quarantamila uomini: beato ancora se tutti accorressero!

Frattanto congedava con parole affettuose le squadre divenute più un ingombro che un aiuto, ma invitava ancora una volta quanti Siciliani fosser disposti a restar nell’armi, a prender ferma regolare nei quadri de’ suoi Mille coi quali pensava di formare due brigate, destinate a percorrere l’Isola per impiantarvi il Governo nazionale, reclutar nuova gente e far atto di signoria.

Non meno importanti, se non tutte ugualmente saggie, erano le provvisioni che i suoi Ministri glifacevano firmare(ogni altra parola sarebbe impropria) per l’ordinamento politico e amministrativo.

Il Crispi ceduto il portafoglio delle finanze a Domenico Peranni, e tenutosi per sè l’Interno e la Segreteria della Dittatura, divideva l’Isola in ventiquattro Distretti, ponendo a capo di ciascuno un Governatore; intraprendeva l’organizzazione della Polizia e della Pubblica Sicurezza con questori, delegati, milizie a cavallo; tentava ricostruire le vecchie Municipalità, restaurando in carica i deposti o gli sbanditi del 1848; commetteva il giudizio de’ reati comuni a Commissioni speciali, parte civili e parte militari. Dal canto suo l’Ugdulena otteneva dal Dittatore lo scioglimentodelle compagnie de’ Gesuiti e de’ Liguorini;[90]il Peranni, l’abolizione del macinato, dei dazi d’entrata sui cereali, e di qualunque altra gabella decretata dal Governo borbonico dopo il 15 maggio 1849; indi l’assegnamento d’una quota sui beni pubblici dei Comuni ai soldati della patria e il divieto di pagare qualsiasi tassa al Governo caduto, e l’obbligo di versarle tutte nelle casse del nuovo. Di quando in quando in mezzo a questi decreti di scopo politico e finanziario, parti esclusivi della mente dei Ministri, ai quali Garibaldi non faceva che apporre il suo nome, ne compariva qualcuno di veramente pensato e voluto da lui, che portava manifestamente l’impronta del suo animo generoso e delle sue idee filantropiche, e che si poteva dire, senza tema di fallire, tutto suo.

Ora aboliva il titolo dieccellenza, e l’usanza del baciamano, vergognose reliquie della servitù; ora si volgeva «al bello e gentile sesso di Palermo,» perchè soccorresse della sua carità l’Ospizio dei lattanti e degli orfani di Palermo, «dove novanta su cento lattanti perivano di fame;[91]» ora infine decretava lademolizione del forte di Castellamare, «conservando soltanto le batterie che difendono il porto e battono la rada;» alla qual’opera si videro accorrere, per più giorni, uomini, donne, nobili, plebei, laici, frati, il popolo intero, lieto di offrire quel tributo, quasi direste quella giornata di fatica servile alla patria tornata signora.[92]

Certo ben pochi di questi Decreti passeranno alla posterità come esemplari di sapienza politica o legislativa. Quello che richiamava in ufficio i proscritti del 48, ridesta alla memoria la follía di Vittorio Emanuele I di Sardegna, il quale, ristaurato ne’ suoi Stati, si pensò bastasse ripubblicare l’Almanacco reale del 1815per riavere tutta la sua vecchia magistratura. La istituzione dei tribunali speciali era un’offesa alla giustizia della libertà rinascente; l’abolizione tumultuaria del macinato e d’ogni altra gabella fruttuosa era, per non dirne peggio, una solenne imprudenza; ma per quanto severa voglia essere la storia,essa finirà coll’ascoltare le molte circostanze attenuanti, e conchiuderà con una mite sentenza. Non si dimentichi che la Dittatura era uscita dal seno d’una rivoluzione; che il Governo, privo della consacrazione del tempo e della tradizione, era costretto a cercare il suo principal fondamento sulla popolarità; che infine il paese, inasprito da lunghi dolori, era avido di novità e di riforme, le quali era assai dubbio fino a qual punto fosse saggio il concedere o il rifiutare. Oltre a ciò, nulla di quanto il Governo borbonico lasciava dietro di sè poteva più essere conservato. Magistrati, leggi, consuetudini, tutto era fradicio, e tutto conveniva spazzar via e rinnovare: impresa ardua in tempi calmi anco ai più esperti, ma che ad uomini cresciuti fino allora o nei sogni delle congiure, o nelle speculazioni della dottrina, e affatto nuovi alla pratica dei governi, doveva riuscire difficilissima e quasi invincibile.

Ma nè la loro apologia, nè la loro censura è dell’ufficio nostro. A noi si aspetta soltanto giudicar anche in questo l’opera di Garibaldi; e ne pare che il giudizio si riassuma in queste parole: egli nulla ne intendeva, nè poteva intenderne. Nè la vita del mare, nè quella de’ campi, nè la tebaide di Caprera, nè gli esempi di Bento Gonzales, del Ribera e dell’Oribe, l’avevano per fermo preparato ad essere un reggitore di Stati. Qual fosse per lui l’ideale più eccelso delle società umane, noi lo sappiamo: lo stato di natura; epperò anche il governo patriarcale era il più perfetto modello di governo, cui egli sapesse aspirare. Finanze, polizia, imposte, tribunali, congegni amministrativi, erano per lui meccanismi artificiali, superfetazioni oppressive, inventate dalla nequizia o dall’astuzia umana, delle quali, potendo, avrebbe fatto tavola rasa;non potendolo, si rassegnava a subirle, ma in cuor suo sprezzandole ed abborrendole. Ora con queste idee pel capo, non solo non si governano gli Stati, ma si resta inetti a discernere chi possa meglio governarli per voi; e fu questa la sorte di Garibaldi. Creato dalla meritata fortuna Dittatore di nove milioni d’uomini, egli non sarà mai in effetto che un regolo dimidiato, metà genio, metà automa: nel campo di battaglia sovrano possente ed invincibile; nella corte, nel foro, nel reggimento civile, pupillo e stromento di chi lo attorniava e consigliava. E però ognuno di que’ Decreti che egli aveva già firmati o firmerà, portava a’ piedi il suo nome; ma il suo spirito poteva dirsene assente e la sua coscienza irresponsabile. Nè ciò fa la sua lode; aggiunge solo un chiaroscuro caratteristico alla sua figura. Una cosa sola egli vide, e ben chiara, nella sua Dittatura, dallo sbarco a Marsala all’arrivo in Napoli: differire l’annessione del Regno alla Monarchia di Vittorio Emanuele fino a che la rivoluzione, che doveva gettare le prime basi all’unità dell’Italia, non fosse compiuta. E ciò chiarirà meglio chi non voglia stancarsi di leggere queste pagine.

Frattanto il favore della causa siciliana cresceva nell’opinione europea, ed ogni giorno le arrecava nuovi conforti e nuovi soccorsi.

Fin dal 6 giugno gettava l’àncora nella rada di Palermo l’ammiraglio Persano, il quale, scambiate con Garibaldi visite e cortesie pubbliche ed ufficiali, pareva assumesse la rivoluzione sotto l’egida della bandiera sarda, e accresceva colla sola sua presenza la forza morale del nuovo Governo. Parimenti, il 22 del mesestesso sbarcava a Castellamare Siculo la seconda spedizione capitanata da Giacomo Medici; ordinata più apertamente sotto il patrocinio del Governo sardo, scortata da’ suoi legni di guerra per tutta la traversata, e che ora veniva a recare a Garibaldi il gagliardo soccorso di tremilacinquecento volontari, ottomila carabine rigate (riflesinglesi) e quattrocentomila cartucce.[93]Cosa infine altrettanto importante, il Governo di Francesco II andava stendendo la mano a tutte le Potenze d’Europa, non escluso l’abborrito Piemonte, per mendicare da queste la mediazione, da quellel’alleanza, senza ottenerne altra risposta che di parole evasive, di sterili compianti o di vergognose proposte, le quali tutte parevan ripetergli in vario metro che l’ultima sua ora era suonata.

Garibaldi intanto pensò a trar profitto dei ben venuti soccorsi per dare un passo avanti e preparare la conquista totale dell’Isola. Raccolta colle due brigate del Bixio e del Türr, di cui già dicemmo intrapreso l’ordinamento, e con la novella brigata del Medici, la meglio ordinata ed armata fra tutte, una forza di circa seimila uomini, esercito formidabile per il guerrillero vincitore di Palermo, pose in esecuzione il disegno, fino allora soltanto per mancanza di forza ritardato, di occupare militarmente i centri principali dell’Isola, serrando sempre più dappresso l’estreme trincee dell’esercito borbonico.

A tal uopo manda la brigata Türr per la via di Villafrati, Santa Caterina, Caltanissetta e Caltagirone ad occupare Catania; la brigata Bixio per la via di Corleone a Girgenti, per risalire poi di là la costa orientale; e quella del Medici ad invadere per la strada littoranea di Termini la provincia di Messina, ed a portarsi quanto più vicino le fosse concesso alle linee borboniche. Ora, per la sua posizione più inoltrata, la colonna Medici doveva essere la prima a scontrarsi col nemico, forte ancora di otto in diecimila uomini, assiso in una gagliarda postura militare, padrone del forte di Milazzo, chiave della via che conduce a Messina.

Ma prima di narrare del combattimento di Milazzo, che compì la liberazione dell’Isola, ci è d’uopo dire brevemente una parola d’un accidente, che poco mancò fosse origine di dolorosa discordia; ma di cui se a qualcuno risale la responsabilità e la colpa, non fu certo a Garibaldi.

Era sbarcato a Palermo, coll’ammiraglio Persano, Giuseppe La Farina. Era partito per volontà sua, senza mandato positivo ed ufficiale, in apparenza per osservare, studiare, portare il tributo della sua opera e del suo nome; in realtà per mestare ed intrigare. Appena giunto, cominciò a trovare tutto malfatto e spregevole: il Governo, la negazione d’ogni governo; i Ministri, o ribaldi o inetti; Garibaldi quasi uno scemo. Errori parecchi, lo dicemmo noi pure, erano stati commessi; ma il La Farina, anzichè alleviarli coi consigli amichevoli e leali, coll’aspra e superba censura li ribadiva e peggiorava. Ostentando l’amicizia del conte di Cavour, atteggiandosi a suo unico interprete e rappresentante, anticipava in Sicilia lo scoppio di dissidii partigiani, che ancora non erano nati. Stimando panacea a tutti i mali la subita convocazione d’un’Assemblea siciliana che votasse a precipizio l’annessione dell’Isola alla Monarchia di Vittorio Emanuele, non adoperava nella predicazione di questo suo concetto, per tanti rispetti disputabile, alcuna cautela e misura. Fattosi centro d’una camarilla di nobili e di dottrinari, impazienti di porsi in tutela d’una Monarchia, e più pensosi certamente, in quel momento, del trionfo della lor parte che della redenzione d’Italia e della salute dell’Isola loro, in luogo di dar loro consigli di tolleranza e di prudenza, li pungolava, li aizzava, prestava la mano a tutte le mène o occulte o palesi, colle quali essi tentavano isolare il Dittatore da tutti i suoi amici, e renderlo stromento de’ loro disegni.

Il Crispi, vuoi per la naturale asprezza dell’indole sua, vuoi per l’infelice genía di persone di cuiaveva inondati i pubblici uffici, vuoi per la politica fin troppo rigidamente unitaria con cui sfatava le speranze e rompeva le trame dei regionali, partito antico e sempre potente nell’Isola, era infatti divenuto inviso a moltissimi e quasi impopolare. Però non tardò il giorno in cui i Palermitani, soffiando il La Farina, ne chiesero il congedo al Dittatore. Questi in sulle prime riluttò, repugnandogli giustamente di staccarsi da colui ch’egli reputava uno de’ più energici fattori della spedizione di Sicilia, e nella questione suprema della redenzione ed unità nazionale sapeva fido interprete ed esecutore delle sue più care idee. Tuttavia, per amor di concordia, s’era alla fine rassegnato a togliere a lui ed ai principali suoi compagni il portafoglio, eleggendo in lor vece un nuovo Ministero d’uomini creduti o neutrali o conciliativi, e sui quali per la dignità del nome e del carattere primeggiava il marchese di Torrearsa. Se non che, indi a pochi giorni avendo anche il Torrearsa rassegnato l’ufficio, questo passò subito al barone Natoli, probo Siciliano, appena tornato dall’esilio, ma amicissimo del La Farina. Poteva questi esserne soddisfatto; ma poichè Garibaldi, perdurando a confidare nel Crispi, l’aveva nominato Segretario della Dittatura, ecco riscoppiare anche più accese le ire del La Farina, cagione d’altre agitazioni e di nuove trame. A sentirlo, il Crispi era la rovina della Sicilia; imminente lo scoppio della collera popolare; fra una settimana, fra quindici giorni al più, certa la caduta della Dittatura e la fine di Garibaldi.[94]

Indarno parlava per questi la fedeltà da lui tenuta fino a quel giorno al programma di Marsala; indarno la ragione categorica che, proclamando subitol’annessione, il moto fino allora felicemente avviato arenava e l’Italia, a cui un varco sì insperato s’era dischiuso, veniva arrestata nuovamente al Faro; indarno, infine, lo stesso conte di Cavour faceva raccomandare al La Farina di non affrettarsi ad agire «e di aver pazienza, dovendosi ad ogni costo evitare urti col Generale:[95]» il fervente emissario non sapeva nè avere nè dar pace, fin che venne il giorno in cui Garibaldi, stanco di quel fanatico cadutogli fra i piedi, perduta la pazienza, lo sfrattò dalla Sicilia in 24 ore.

Nè la piena giustizia del bando potrà essere contrastata. Il La Farina non era più che un cospiratore arrabbiato e pericoloso, e il governo nascente d’un paese in guerra non lo avrebbe potuto soffrire più a lungo senza mettere a repentaglio la salvezza dello Stato, di cui gli era stata commessa la Dittatura. Ma se la pena era meritata, il modo aveva offeso. I confini della incolpata tutela erano stati inutilmente violati; le dure necessità della guerra con un brutale oltraggio superfluamente inasprite.

L’articolo del Giornale Ufficiale di Palermo, col quale il bando del La Farina era annunciato assieme a quello di due spioni côrsi,[96]fu una selvaggia rappresaglia,un lusso grossolano di durezza, che Garibaldi non doveva permettere se lo conosceva prima, e conosciutolo dopo doveva sconfessare e punire.[97]

Ciò detto, però, il torto del La Farina non cessa d’essere inescusabile; e chiunque abbia scorso quel suo tristeEpistolario, in cui gli atti ed i pensieri del suo soggiorno in Sicilia sono riflessi come in uno specchio, potrà farne testimonianza. Volere l’annessione della Sicilia prima della sua compiuta liberazione, era un’insania; volerla quando da due mesi non v’era atto o parola di Garibaldi che non bandisse, affermasse, glorificasse il nome di Vittorio Emanuele, era ingiuriosa diffidenza e grossa gratitudine che conchiudeva alla peggiore delle politiche. La poteva giustificare un argomento solo: che l’Isola fosse in piena anarchia; ma quest’anarchia non era che un sogno del La Farina. La confusione era più alla superficie che al fondo; nessun arbitrio scandaloso, nessuna discordia pubblica era accaduta, e il prestigio del nome di Garibaldi era ancora sì grande, che bastava esso solo, come in quei primi mesi bastò, a tener luogo di governo e di leggi. Lo stesso conte di Cavour, che pure ingannato dalle amplificazioni lafariniane non vedeva dapprincipio altra salute che nell’annessione immediata, aveva finito per non reputarla più così urgente e necessaria come da prima aveva stimato, e il 30 giugno scriveva esplicitamente al Persano che, «se il generale Garibaldi non vuole l’annessione immediata, sia lasciato libero di agire a suo talento.[98]» Il La Farina adunque non potevadirsi nemmeno l’interprete fedele del pensiero del suo alto committente; egli lo esagerava, lo svisava, e dicasi pure per innocente zelo, da segnacolo di concordia che doveva essere, ne faceva un’arme di guerra, un tizzone di discordia, un lievito di partiti; rischiando egli per il primo di ritardare o guastare quell’unione, che tutti, e prima d’ogni altro Garibaldi, fermamente volevano.

Frattanto il Medici aveva continuato la sua marcia; se non che giunto a Termini e di là udito che il presidio di Messina muoveva su Barcellona per guadagnarvi quell’importante postura e punire la città di non sappiamo quale riotta liberale, delibera accelerare il passo nella speranza di occupar Barcellona prima del nemico e di contrastargliela. E così accadde. Il Medici, giunto a Barcellona quando appena la vanguardia borbonica appariva a Milazzo, tolse a questa ogni voglia e ragione di procedere oltre; talchè al Comandante garibaldino avanzarono ancora alcuni giorni per dar riposo alle sue milizie e apparecchiar più pensatamente le mosse ulteriori.

A mezza tappa da Barcellona, a poche miglia da Messina, sorge una piccola terra detta Meri, che prende il nome dal torrentello dello stesso nome, il quale calando da’ monti di Santa Lucia mette foce nel mare. Il fiumiciattolo, asciutto molti mesi dell’anno, non oppone, specialmente nell’estate, alcun ostacolo d’acque; ma per il suo letto incassato, rotto e sassoso, e le ripe costeggiate da muraglie di orti o da siepi di aloe, può far le veci in caso di estremo bisogno d’un simulacro di difesa.

Oltre a ciò, di là da Meri correva dinanzi al villaggetto di Coriolo un rio dello stesso nome che veniva a tracciare, meglio che a formare, un’altra linea più avanzata, la quale avrebbe potuto aiutare non diremo ad arrestare, ma a ritardare d’alcun poco un’aggressione nemica. In questa posizione, la migliore che il terreno consentisse, decise di appostarsi il Medici, e barricata la strada presso il Coriolo; piantativiin batteria due pezzi d’artiglieria accattati a Barcellona; colla destra a Santa Lucia; il centro e la sinistra lungo il Meri; gli avamposti tra Coriolo e San Filippo, si tenne, scarso di forze com’era, e conoscendo le soverchianti del nemico, nella più circospetta e serrata difesa.

I Borbonici invece accennavano a voler ripigliare l’offesa, non a dir vero per espresso comando del Governo napoletano, ma per occulta volontà dello stesso Francesco II. Infatti a Napoli erano accaduti, dal giorno della perdita di Palermo, alcune novità che importa brevemente rammentare. Re Francesco, impaurito dal montar sordo della rivoluzione, istigato da’ suoi consiglieri, o inetti o traditori, aggirato dalla Diplomazia, pressato da’ suoi stessi parenti, aveva finito col concedere una Costituzione, a cui nessuno, e primo di tutti il largitore, credeva. Cedendo poi così ai consigli dei suoi nuovi Ministri,[99]come agl’inviti capziosi del conte di Villamarina, ministro di Sardegna e manipolatore in Napoli di tutte le trame del conte di Cavour, s’era già indotto ad entrare in negoziati colla Corte di Torino, accettando per base alle trattative l’abbandono della Sicilia, se Garibaldi rinunciava ad invadere il Regno, l’alleanza col Piemonte e l’accordo con lui nella politica nazionale. A quale poi fra questi giuocatori di vantaggio, che di negoziatori leali avevan perduto ogni titolo, s’aspetti il primato della mala fede, sarebbe difficile il dire. Fra il conte di Cavour, che mentre negoziava con Re Francesco cospirava a subornargli l’esercito e la flotta, armeggiando contemporaneamente contro Garibaldi onde levargli di manol’impresa, e Liborio Romano, abbietto cittadino di Gand, che accettava il potere dalle mani del suo Re per tradirlo più al sicuro; fra il generale Nunziante, che oggi prometteva di farla finita colFilibustiere, e dimani nell’ora del pericolo abbandonava la bandiera che l’aveva fatto nobile e ricco, e non sapendo essere nè apertamente ribelle, nè religiosamente fedele, cospirava ad involgere nella sua perfidia i suoi antichi camerata,[100]e l’ammiraglio Persano che faceva l’assisa della Marina italiana mezzana e complice di tutte codeste frodi e di codesti mercati, la storia sarà incerta a cui dare la palma, ma certo l’ultima fronda non toccherà a Francesco II. Anch’egli, ingannato da tutti, sperava tutti ingannare; e mentre blandiva di promesse il popolo, gli aizzava contro segretamente la sua Guardia del Corpo; mentre giurava la Costituzione, sollecitava aiuti dall’Austria, dal Papa, dalla Russia; infine, mentre inviava i suoi Ministri a Torino per trattare dell’alleanza nazionale, e dicevasi pronto a rinunziare alla Sicilia, eccitava, all’insaputa de’ suoiMinistri, i suoi Generali alla ripresa dell’Isola e li soccorreva per questo di nuove armi ed armati.

Codesto suo desiderio sarebbe rimasto forse inadempiuto, se non avesse trovato un fautore ardente, e un esecutore devoto ed intraprendente nel colonnello Beneventano Del Bosco, che già incontrammo a Salemi, al Parco, a Corleone; più vantatore forse che prode; ma certo uno degli ufficiali più popolari dell’esercito borbonico, il quale, indettatosi col Re, gli promise non solo di conservargli Milazzo, ma di passare sul corpo del Medici alla riconquista di Palermo.

Sbarcato infatti da più giorni a Messina, e compostasi una colonna di circa cinquemila uomini, fra i quali il suo ottavo Cacciatori, muoveva di là alla volta di Milazzo; e lasciato un battaglione di custodia alle importanti posizioni di Gesso, in sul mattino del 17 arrivava col grosso presso Archi, a breve tratto dagli avamposti garibaldini. Siccome però anche il Medici non era stato colle mani alla cintola, e fin dal mattino aveva spedito una delle sue compagnie a riconoscere al di là di Coriolo l’annunciato nemico, accadde che appunto presso Archi l’avanguardia regia e gli esploratori garibaldini si scontrassero e venissero alle mani. Il combattimento fu breve e di poco momento: molto, come al solito, il numero de’ Borbonici; molto il valore de’ Garibaldini; ma nè da una parte nè dall’altra alcun decisivo vantaggio.

Dopo questo però il Comandante borbonico, sia che volesse riconoscere più a fondo le forze e le posizioni dell’avversario; sia che sperasse con un subitaneo assalto sorprenderlo e sgominarlo (ciò è ancora controverso), deliberò di deviare per poco dalla via presae di attaccarlo nel giorno stesso, col grosso delle sue forze, nel centro delle sue linee. Ma o ricognizione o attacco, nulla di quanto il Bosco aveva premeditato gli riuscì. Assaliti quasi contemporaneamente dalla destra e dal centro, nessuno dei posti garibaldini indietreggiò d’un passo. Spiegatosi più furioso l’attacco contro la barricata della strada di Coriolo, questa tenne fermo; accostatosi il nemico e venuto l’istante della baionetta, la carica fu sì concorde, sì impetuosa, che i Regi andarono cacciati colla punta alle reni fino al di là di Coriolo, rischiando di perdere un cannone, che a stento salvarono. Il Medici però non poteva illudersi; era evidente che il Bosco, qual che fosse stato il suo scopo, non aveva impegnato che una parte delle sue forze; e il giorno in cui le avesse spiegate tutte, il rischio poteva esser grave. Telegrafò quindi al Comandante in capo il buon successo del 17, ma insieme i pericoli da cui era minacciato.

Ed all’annunzio Garibaldi deliberò di partir immediatamente pel campo. Fin dal 7 luglio, la terza spedizione del Cosenz, forte di ben millecinquecento uomini, ben armata ed istrutta, era giunta a Palermo e già incamminata per Messina; un altro battaglione, comandato dall’inglese Dunn, grosso non più che di quattrocento uomini, stava pronto alla partenza; il caso volle che proprio nella mattina del 18 quel battaglione, comandato da Clemente Corte, che era stato preso dai Regi in mare e tradotto a Gaeta, ora liberato dalla tediosa prigionía approdasse egli pure a Palermo; infine il 12 luglio il capitano Anguissola, comandante della corvetta regia la Veloce,[101]dando peril primo l’esempio della rivolta, conduceva al Dittatore in Palermo il proprio legno e gliene faceva dedizione. Tutto sommato pertanto, Garibaldi possedeva già un principio di marina da guerra, e poteva portare al Medici un soccorso di circa duemila baionette, forza straordinaria al paragone di quella con cui aveva vinto fino allora.

Lasciata quindi la prodittatura al general Sirtori; avvisata la colonna del Cosenz di affrettare la marcia; presa seco sulla Veloce, ribattezzata col nome di Tükery (quel prode Magiaro, morto nella presa di Palermo), la gente del Dunn e del Corte, salpa il 18, mattina, per Patti; colà preso terra, continua in vettura col Cosenz, che l’aveva raggiunto, per Meri, dove arriva la sera del giorno stesso. Il suo arrivo suonava battaglia, lo intesero e glielo fecero intendere colla loro entusiastica accoglienza i volontari del Medici, e il presagio s’avverò.

Spesa la giornata del 19 ad esplorare co’ suoi Luogotenenti le posizioni del nemico, e ad attendere l’arrivo delle truppe in marcia, decise per l’indomani l’attacco di Milazzo.

Qu’est ce que c’est que Milazzo?chiedeva Napoleone I a suo fratello Giuseppe, quando meditava egli pure una spedizione in Sicilia. Quel che fosse allora esattamente, non sapremmo dire; quel che sia oggi, eccolo. Milazzo sorge alla base d’un istmo sottile, congiunto alla terra mediante tre strade principali, quella d’Archi e Spadafora all’oriente, che lo allaccia a Messina; quella di San Pietro Meri a mezzogiorno, e quella di Santa Marina Meri a occidente, che lo annodano alla strada consolare di Barcellona, quindi all’interno dell’Isola. La città, di circa diecimila abitanti, è cinta da vecchie mura, costrutta in pendío e coronata alla sua estremità settentrionale da un castelloa due piani di fortilizi, capace di alcune migliaia d’uomini e di parecchie batterie. Il terreno che lo circonda più arido a levante, più ubertoso a ponente, è, in generale, basso, coperto, privo d’orizzonte, intersecato da acque frequenti, frastagliato di case e di molini, irretito, a dir così, entro una maglia di viottole che corrono, nella parte coltivata, tra continue muraglie di giardini e di vigneti, e nell’incolta tra folti canneti, che cessano soltanto dove comincia la nuda e sabbiosa spiaggia del mare, detta di San Papino, dominata da tutte le feritoie del Castello. Ora non è chi non veda che siffatto terreno quanto è propizio a chi debba difenderlo di piè fermo, altrettanto è avverso a chiunque tocchi traversarlo palmo a palmo e conquistarlo di viva forza. Tuttavia Garibaldi confidò ancora nel valore de’ suoi, nel suo genio e nella sua stella, e decise la battaglia.

Semplicissimo come al solito, ma logico, chiaro, antiveggente il disegno. Giustamente prevedendo che il Bosco avrebbe rivolto il maggior suo sforzo contro la destra garibaldina, per tentare di sfondarla e piombare sulla sua linea di ritirata; non che temerla, delibera di invogliarlo a quella mossa; ma intanto che il nemico concentrerà il grosso delle sue forze sulla sua sinistra, attaccarlo col maggior nerbo della propria gente sulla destra e pel centro, camminando direttamente su Milazzo. A tal uopo ordina che il Malenchini si porti, per la strada di Santa Marina, contro la sinistra del nemico e appena scopertolo lo assalti; commette al Medici e al Cosenz di avanzare col reggimento Simonetta e il battaglione Gaeta per la strada di San Pietro, spingendosi pel centro e per la destra contro la città; affida a Niccola Fabrizi di occupare con un’improvvisata legione di Siciliani la stradadi Spadafora per antivenire una eventuale sortita del presidio di Messina; delibera infine che il battaglione Dunn e la colonna Cosenz, già partiti fino dall’alba da Patti, col battaglione Guerzoni, lasciato a guardia di Meri, formino la riserva.

Alle 5 del mattino tutti furono in moto: alle 7, il Malenchini aveva già aperto il fuoco presso San Papino; poco dopo anche il Medici incontrava al di là di San Pietro il nemico; e il combattimento s’accendeva su tutta la linea. Se non che il Bosco che, come Garibaldi aveva preveduto, teneva in serbo il massimo delle sue forze sulla sua sinistra, accoglie l’assalto del Malenchini con tale furia di mitraglia, che il prode Colonnello, malgrado i più gagliardi sforzi per contenere e riordinare le sue giovani milizie, è costretto a ripiegare rotto e disordinato sulla strada di Meri. Ciò eccedeva il desiderio di Garibaldi; egli voleva bensì impegnare in serio combattimento il nemico da quel lato; ma non certo lasciarlo padrone del terreno, e molto meno della sua linea di ritirata. Occorreva dunque riparare tostamente all’inatteso rovescio, e lo soccorse ancora il suo prodigioso colpo d’occhio. Ordinato al Cosenz di spingere il battaglione Dunn, arrivato per fortuna in quel punto, in sostegno del Malenchini, si caccia egli stesso, alla testa de’ Carabinieri genovesi e delle poche Guide, sul fianco del nemico per arrestarne la foga irrompente. Ma ibianchidel Dunn non sono in sulle prime più fortunati de’neridel Malenchini:[102]chè uno squadrone di cavalli lanciato a tempo contro di loro, li mette in rotta, sperdendoli fra i canneti e le siepi che lungheggiano la via. In quel punto peròGaribaldi co’ Carabinieri riusciva sul fianco nemico, sicchè gli Usseri reduci dalla carica, poco dianzi vittoriosa, si trovarono fra due fuochi in faccia a Garibaldi, che intimava loro la resa. E accadde allora la famosa lotta a corpo a corpo di Garibaldi, sceneggiata a penna ed a matita in tante guise diverse; ma che sfrondata dalle frasche romanzesche avvenne veramente così.[103]

Il generale Garibaldi era a piedi, in un campo di fichi d’India, seguíto e attorniato dal Missori, dal capitano Statella dello Stato Maggiore, da due o tre altre Guide e da qualche quadriglia di Carabinieri appiattati qua e là dietro le siepi. All’arrivare della cavalleria, quanti erano presso il Generale cercarono di coprirlo del loro meglio; ma il Capitano borbonico galoppò direttamente su di lui, e senza sospettare qual nemico gli stesse di fronte, gli menò un terribile fendente, che l’avrebbe certamente tagliato in due se Garibaldi, parando con maravigliosa agilità e freddezza e ribattendo subito colpo con colpo, non avesse spaccato egli la testa del Capitano. Intanto anche il resto della scorta non si era rimasta inerte: il Missori con alcuni ben appuntati colpi di revolver rovesciava due o tre cavalieri; lo Statella, rimasto poco dopo ferito, ne atterrava un altro; i Carabinieri, le Guide si precipitarono per partecipare alla zuffa; sicchè di tutto quel bello squadrone di Usseri pochissimi rientrarono in Milazzo; la più parte rimasero sul terreno feriti o prigionieri.

Questo episodio aveva arrestato l’irrompere del nemico sulla sinistra; dal canto suo il Medici e il Cosenz,rinforzati da nuovi soccorsi, guadagnavano a prezzo di preziosissime vite (pianta fra tutte la morte del maggiore Filippo Migliavacca, uno dei prodi di Roma e di Varese) nuovo terreno; ma la battaglia era tutt’altro che vinta. Il ponte del Coriolo, gli sbocchi dei canneti, le case dei sobborghi erano ancora in potere dei nemici; e non appariva chiaro nè con quante forze vi stessero, nè con quali avrebbero potuto esserne sloggiati.

A quel punto Garibaldi divinava il segreto della vittoria. Indispettito contro quelle bassure paludose e assiepate che gli impedivano di vedere gli andamenti della giornata, andava cercando intorno a sè un punto culminante d’onde dominare il campo; quando l’occhio gli cadde sulle antenne delTükery, che sbarcata la sua gente a Patti arrivava per l’appunto nelle acque di Milazzo. Ora veder quel bastimento e fabbricarvi sopra un intero stratagemma di guerra, fu un punto. Raccomandata al Cosenz quell’ala della battaglia, si butta con pochi aiutanti in una barca, voga fino alTükery; salitovi, arrampica sulla gabbia dell’albero maestro e di là scoperto finalmente tutto il teatro della battaglia, scende, fa accostare ilTükerya tiro di mitraglia, e aspettato che una colonna sortisse di Milazzo per riassalire la sua sinistra, la fulmina di fianco, l’arresta come tramortita da quell’inatteso attacco, e la costringe poco dopo a rientrare scompigliata in Milazzo.

Il colpo felice ridà tempo e lena ai Garibaldini; il Medici e il Cosenz hanno riordinato le loro truppe e le preparano ad un nuovo assalto. Garibaldi, fatto sbarcare dalTükeryun manipolo d’armati, probabilmente la scorta del bastimento, e mandatili a scaramucciare sul lato settentrionale del forte, ridiscende egli stessoa terra a rianimare il combattimento sulla sinistra; le ultime riserve sono impegnate: il Guerzoni arriva al passo di corsa sul campo di battaglia; un ultimo assalto quindi è ordinato; i canneti a sinistra, il ponte di Coriolo di fronte, le case di destra, terribili strette, son tutte superate: i Cacciatori del Bosco mandano fuori dai loro ripari un fuoco infernale; le perdite degli assalitori sono numerose e dolorosissime; il capitano Leardi morto; il Corte, lo Statella, il Martini, il Cosenz stesso, feriti; ma il nemico è in fuga, la porta di Milazzo è presa; i Garibaldini sono in Milazzo.

Però non è ancora la vittoria: la pianta della città è tale, che un valido difensore ne può rendere esiziale il possesso. L’unica strada, lunga, erta, tagliata a mezzo da una vasta caserma, che potrebbe tener luogo d’un forte, mette, passando sotto un volto della caserma stessa, al Castello che la domina, quindi la spazza a suo beneplacito. Alcune compagnie risolute a difendersi in quella caserma, un fuoco ben nutrito dal Castello, e una nuova battaglia diveniva inevitabile. Fortunatamente il Bosco aveva già rinunciato a vincere. I difensori della caserma, dopo alcune scariche, cercano riparo nel Castello; i cannoni del forte non rallentano ancora, ma i Garibaldini con due rapide corse si son già portati fuori del tiro; già investono, già serrano il Castello da ogni parte, e prima del mezzogiorno piantano le loro sentinelle a’ piedi delle sue mura.

La battaglia di Milazzo fu la più sanguinosa tra le combattute dalle armi garibaldine nel Mezzogiorno. Degli assalitori sopra non più che quattromila combattenti, settecento tra morti e feriti restarono sul campo; più d’un sesto quindi della forza, proporzione enorme nelle guerre moderne. I Regi invece si gloriarono di non aver perduto che centosessantadue uominisopra milleseicento: ridevole menzogna e incauto vanto insieme! Menzogna ridevole, poichè a tutti è noto che il solo Bosco condusse in Milazzo un cinquemila uomini; vanto incauto, più degno di commiserazione che di plauso, poichè se così scarse furono le perdite dei vinti, non ha più giustificazione l’abbandono, in men di tre ore, di posizioni formidabili; e la sconfitta che potrebbe essere giustificata dalla gravità dei danni patiti, non si spiega più se non colla dappocaggine dei vinti.

Il 21 passò in entrambi i campi a contarsi e riposare; il 22 apparvero inaspettati nel porto di Milazzo, prima due grossi legni mercantili francesi, poi un avviso da guerra,La Muette, della stessa bandiera, i quali venivano, noleggiati dallo stesso Governo di Napoli, per imbarcarsi le truppe del Bosco e trasportarle sul Continente. Quando però seppero della giornata antecedente e videro il Bosco bloccato nel suo forte, tre di quelle navi partirono, e solo ilProtisrestò per farsi mediatore, insieme al Capitano del Porto, d’un trattato di resa. E i Comandanti delle due parti non si ricusarono al negoziare; ma Garibaldi chiedeva la resa a discrezione, minacciando far saltare il Bosco e la sua truppa dalle rupi del Castello; il Bosco pretendeva la sortita libera coll’onore delle armi, preferendo, diceva, ad una resa disonorata saltare in aria con una mina; talchè l’accordarsi, se le parole dicevano il vero, pareva impossibile.


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