PIANO della BATTAGLIA DI MILAZZO (Versione più grande)
PIANO della BATTAGLIA DI MILAZZO (Versione più grande)
Nella mattina del 23, altra e più grande sorpresa: quattro fregate napoletane entravano nelle acque di Milazzo e si schieravano in battaglia dinanzi allacittà. A che venivano esse? Forse ad aiutare i bloccati? Forse a ricominciare la lotta? Tale fu per alcuni istanti il sospetto anche di Garibaldi; ma non andò guari che ogni cagione d’allarme cessò. Quelle quattro navi venivano come quelle del giorno precedente per imbarcare il presidio del Castello, e di più portavano a bordo il colonnello di Stato Maggiore Anzani per trattare della cessione del forte e di tutte le altre condizioni relative all’imbarco ed alla resa.
Ora questo fatto, di cui occorrerà tra breve la spiegazione, vinse tutte le incertezze. Il Bosco, da un lato, non aveva più nè motivo nè diritto di ostinarsi in una difesa che il suo stesso Governo non approvava; Garibaldi doveva benedire quelle quattro fregate che venivano a liberarlo da un grande fastidio, se già non dovesse dirsi da un serio pericolo; poichè se il Comandante borbonico resisteva, prendere a forza di baionette, senza una sol bocca d’assedio, un Castello cortinato e terrapienato, era cosa, anche a Garibaldi, più facile a minacciarsi che a mantenersi.
Ne conseguì che la sera stessa del 23 i negoziati furono ripresi collo stesso colonnello Anzani, e al mattino vegnente una Convenzione era già sottoscritta, per la quale la truppa napoletana abbandonava il Castello di Milazzo in armi e bagaglio e con tutti gli onori della guerra; e il forte veniva consegnato al generale Garibaldi «con cannoni, munizioni, attrezzi da guerra, cavalli, bardature degli stessi e tutti gli accessorii appartenenti al forte, come all’atto della stipulazione della Convenzione si trovavano.[104]»
E si badi che nessuno de’ cavalli, nemmeno quelli degli ufficiali, molto meno quelli del colonnello Bosco,furono eccettuati. Che se a taluno questa condizione a nemico patteggiato sembra insolita e dura, eccone la spiegazione. Avendo i patriotti messinesi presentato il colonnello Medici d’un superbo cavallo, il Bosco, fedele alla sua indole millantatrice, s’era fatto sentire co’ donatori che tra poco sarebbe rientrato in Messina proprio su quel cavallo da essi regalato al suo compatito avversario. Ora come le sorti dell’armi posero il colonnello Bosco tra i vinti, parve giusta rappresaglia ch’egli dovesse cedere al vincitore precisamente quel medesimo onore ch’egli s’era vantato di prendersi da lui, e che invece del Bosco sul cavallo del Medici, i Messinesi dovessero salutare trionfante nella loro città il Medici sul cavallo del Bosco.
E così avvenne. La risoluzione presa dal primo Ministero di Francesco II, di rinunciare alla Sicilia per salvare il rimanente del Regno, stornata un istante, siccome dicemmo, dagli occulti complotti della Corte e dall’inane tentativo del colonnello Bosco, era stata ripresa con più fermo proposito da un secondo Ministero,[105]e quelle quattro navi che vedemmo apparire nelle acque di Milazzo e portarne via i difensori, non erano in fatto che le prime esecutrici di quella nuova politica di sottomissione o rassegnazione che il Gabinetto di Napoli inaugurava. Ora quelle medesime navi avevano portato lo stesso ordine al generale Clary, governatore di Messina, il quale dopo alcune finte di resistenza finiva col sottoscrivere egli pure col generale Medicila resa della città, salva soltanto alle truppe regie la cittadella, la quale però non poteva compiere alcun atto di ostilità fino a che i Garibaldini rispettassero la condizione di non assalirla.
Liberata così tutta la Sicilia, padrone di Messina, Garibaldi affissò tutti i suoi pensieri in un punto solo: la passata dello Stretto e l’invasione delle Calabrie.
Nè da questo scopo nulla valeva a distoglierlo; non le suggestioni politiche, non le difficoltà militari. Alcuni giorni dopo la sua entrata in Messina, il re Vittorio Emanuele gli aveva inviato, per mezzo del conte Giulio Litta, la lettera seguente:
«Generale,»Voi sapete che io non ho approvato la vostra spedizione, alla quale sono rimasto assolutamente estraneo. Ma oggi, la posizione difficile, nella quale versa l’Italia, mi pone nel dovere di mettermi in diretta comunicazione con voi.»Nel caso che il Re di Napoli concedesse l’evacuazione completa della Sicilia dalle sue truppe, se desistesse volontariamente d’ogni influenza e s’impegnasse personalmente a non esercitare pressione di sorta sopra i Siciliani, dimodochè essi abbiano tutta la libertà di scegliersi quel Governo che a loro meglio piacesse, in questo caso io credo che ciò che per noi tornerebbe più ragionevole sarebbe di rinunziare ad ogni ulteriore impresa contro il Regno di Napoli. Se voi siete di altra opinione, io mi riservo espressamente ogni libertà d’azione, e mi astengo di farvi qualunque osservazione relativamente ai vostri piani.»
«Generale,
»Voi sapete che io non ho approvato la vostra spedizione, alla quale sono rimasto assolutamente estraneo. Ma oggi, la posizione difficile, nella quale versa l’Italia, mi pone nel dovere di mettermi in diretta comunicazione con voi.
»Nel caso che il Re di Napoli concedesse l’evacuazione completa della Sicilia dalle sue truppe, se desistesse volontariamente d’ogni influenza e s’impegnasse personalmente a non esercitare pressione di sorta sopra i Siciliani, dimodochè essi abbiano tutta la libertà di scegliersi quel Governo che a loro meglio piacesse, in questo caso io credo che ciò che per noi tornerebbe più ragionevole sarebbe di rinunziare ad ogni ulteriore impresa contro il Regno di Napoli. Se voi siete di altra opinione, io mi riservo espressamente ogni libertà d’azione, e mi astengo di farvi qualunque osservazione relativamente ai vostri piani.»
Ora, fino a qual punto questa lettera potesse ingannare la sonnacchiosa, ma non istupidita Diplomazia, è dubbio assai; certo ella pareva fatta piuttosto per raffermare il proposito del Dittatore che per iscrollarlo. Vecchia d’un mese, essa aveva perduto ognivalore d’opportunità. Il Re vi dava un consiglio a Garibaldi, movendo da fatti che erano totalmente cambiati. Ciò che, in un certo rispetto, poteva esser vero quindici giorni dopo la presa di Palermo, non lo era più dopo la battaglia di Milazzo e l’entrata in Messina. La condizione imposta da Vittorio Emanuele al passaggio del Faro era già in gran parte adempita. I Borboni avevano oramai sgombrata la Sicilia, ed essa era arbitra de’ suoi destini. Garibaldi adunque poteva trovare nella lettera regale piuttosto un nuovo argomento per affrettarsi che per arretrarsi. Restava, è vero, quella clausola che i Siciliani fossero liberi di eleggersi il Governo che loro tornasse più gradito, la quale poi si traduceva ancora nel vecchio programma dell’annessione immediata; ma senza dire che anche questa condizione era annullata dagli stessi argomenti che infirmavano tutta la lettera, sappiamo che su quel punto dell’annessione Garibaldi era incrollabile, e sappiamo altresì che non gliene mancavano le ragioni. Rispose quindi al Re con questa lettera altrettanto celebre:
«Sire,»La Maestà Vostra sa di quanto affetto e riverenza io sia penetrato per la sua persona e quanto brami d’ubbidirla. Però Vostra Maestà deve poi comprendere in quale imbarazzo mi porrebbe oggi un’attitudine passiva in faccia alla popolazione del Continente napoletano, che io sono obbligato di frenare da tanto tempo, ed a cui ho promesso il mio immediato appoggio. L’Italia mi chiederebbe conto della mia passività, e ne deriverebbe immenso danno. Al termine della mia missione io deporrò ai piedi di Vostra Maestà l’autorità che le circostanze mi hanno conferito, e sarò ben fortunato d’obbedire per il resto della mia vita.»
«Sire,
»La Maestà Vostra sa di quanto affetto e riverenza io sia penetrato per la sua persona e quanto brami d’ubbidirla. Però Vostra Maestà deve poi comprendere in quale imbarazzo mi porrebbe oggi un’attitudine passiva in faccia alla popolazione del Continente napoletano, che io sono obbligato di frenare da tanto tempo, ed a cui ho promesso il mio immediato appoggio. L’Italia mi chiederebbe conto della mia passività, e ne deriverebbe immenso danno. Al termine della mia missione io deporrò ai piedi di Vostra Maestà l’autorità che le circostanze mi hanno conferito, e sarò ben fortunato d’obbedire per il resto della mia vita.»
Ora, questo è notabile, che la risposta di Garibaldi non solo corrispondeva ai desiderii mal celati del Re Galantuomo, ma in quel momento s’accordava col pensiero più intimo dello stesso conte di Cavour. Egli infatti fino dal 25 luglio, udita la vittoria di Milazzo, scriveva al Persano:[106]
«Dopo sì splendida vittoria io non vedo come gli si potrebbe impedire di passare sul Continente. Sarebbe stato meglio che i Napoletani compissero, od almeno iniziassero l’opera rigeneratrice; ma poichè non vogliono, o non possono muoversi, si lasci fare a Garibaldi. L’impresa non può rimanere a metà. La bandiera nazionale inalberata in Sicilia deve risalire il Regno ed estendersi lungo le coste dell’Adriatico, finchè ricopra la regina del mare.[107]»
«Dopo sì splendida vittoria io non vedo come gli si potrebbe impedire di passare sul Continente. Sarebbe stato meglio che i Napoletani compissero, od almeno iniziassero l’opera rigeneratrice; ma poichè non vogliono, o non possono muoversi, si lasci fare a Garibaldi. L’impresa non può rimanere a metà. La bandiera nazionale inalberata in Sicilia deve risalire il Regno ed estendersi lungo le coste dell’Adriatico, finchè ricopra la regina del mare.[107]»
Soltanto circa un punto il conte di Cavour non aveva mutato parere, e s’immagina quale: la pronta annessione. Sentendo però quanto fosse vano il tentare la posizione di fronte, pensava come al solito a girarla di costa, sperando che a ciò l’avrebbero aiutato, oltre che l’ingegno e le circostanze, lo stesso Prodittatore che Garibaldi s’era chiamato al fianco. Avremmo infatti dovuto dir prima che il generale Garibaldi fino dalla metà del giugno aveva ceduto al consiglio di chiamare in Sicilia un uomo di grido e di autorità politica, il quale assumesse la grande bisogna dell’ordinamentodello Stato e lo rappresentasse come suo Vicario o Prodittatore in tutti gli attributi del reggimento civile.
Nella scelta della persona ondeggiò alquanto. Egli avrebbe preferito, o Giorgio Pallavicino, o Carlo Cattaneo; il Persano gli suggeriva invece Agostino Depretis; il Re ed il Cavour gli profferivano Valerio; ma infine, essendosi Garibaldi deciso per il Depretis, ogni opposizione alla sua nomina cessò, e verso la metà del luglio questi partì Prodittatore per la Sicilia.
Il conte di Cavour aveva torto di diffidare di lui. Agostino Depretis non era de’ suoi amici, ma circa al problema dell’annessione era pienamente d’accordo con lui; non la voleva, è vero, precipitata e violenta; meditava prepararla a poco a poco, renderla necessaria, ottenerla amichevolmente dalle mani di Garibaldi, non strappargliela: ma infine la voleva quanto il Cavour stesso, e più che ad un Ministro di Garibaldi si convenisse. Però quando il 22 luglio si presentò a Garibaldi in Milazzo il Prodittatore non svelò tutto il suo pensiero; si dimostrò anzi impaziente di dare un assetto stabile allo Stato, promulgandovi al più presto lo Statuto e gli ordinamenti piemontesi (il che fece tosto con molta lode sua); ma delle sue idee annessioniste non fece motto; crescendo così subito nella fiducia del Generale, ma preparandosi a perderla fra breve.