LX.

LX.Come il sole, in un bel dì d'inverno, limpido e purissimo in sul mezzodì, cominciando a calare, già quasi si pone sul volto un tenue velo, e più s'avvalla e più sembra annebbiarsi, sì che finalmente pare che pianga egli stesso il suo tramonto, e poi giunge un punto in cui tramonta nell'oceano; così i limpidi e purissimi occhi dell'Eugenia tramontarono nell'eternità. Assisa notte e dì accanto al suo letticciuolo, io li mirava ogni dì, ogni ora, ogn'istante, e mi parean sempre quelli. E pure ogni dì, ogni ora, ogn'istante quegli occhi si velavano, s'annebbiavano, e poi piangevano essi stessi il loro spengersi; e poi finalmente giunse un punto in cui si spensero.Io non so io stessa di ch'ella morì, nè saprei dirlo altrui. Ma quando lessi, in un libro inglese, d'una giovane mortaof broken heart, di cuore rotto, mi parve che l'Eugenia di quello morisse. Nel volgere di quattro anni e tre mesi ch'io le vissi accanto, ella morì un poco ogni dì, e mai più non mi sarà possibile di mirare così da presso il confine impercettibile che divide la vita dalla morte. Ella non potette mai nè leggere nè scrivere, nè tessere nè ricamare, altro che stancandosi ed affaticandosi gravemente; e ad ogni riga letta, ad ogni fil di refe passato, era tutta rifinita, e traeva il fiato rotto come se non potesse più la vita.Sospirava sempre, e tutto l'annoiava; piangeva sempre, e non sapeva perchè: ed io credo che così com'ella era inconsolabile della vita nell'ospizio de' reietti, così sarebbe stata sul Palatino nella magione dei Cesari. Tutte le angeliche cure di suora Geltrude, la quale non permise mai che dalla sua stanza ella fosse tramutata nell'infermeria, tutto l'amore sviscerato ch'io l'ebbi, non le versarono nel cuore una sola stilla di consolazione. La religione stessa, che pur v'era intensissima, non bastò a raddolcire quel cuore amareggiato, inondato da un mare di dolore: e se vi lasciava un solco, era il solco che lascia un vascello, quantunque grandissimo, nell'oceano.Suora Geltrude, cui dopo la raccomandazione del barbassoro, il duca aveva in sostanza conceduta una piena potestà di operare quel ch'ella volesse intorno alle alunne, anzi intorno all'ospizio tutto insieme, non mancò d'interrogare tutti i più savi medici della città. Gli uni risposero ch'era tisico e attaccaticcio, gli altri ch'era tisico e che non s'attaccava, altri ch'era atrofia irrimediabile, altri ch'era un'ipocondria assai facile a guarire. Ma nè suora Geltrude, nè io rimovemmo il letto di lei o i nostri da quella stanza; e la natura, non consapevole delle varie opinioni di quei gran maestri, perseverò infaticabilmente il suo spietato ed invincibile lavoro.La notte del dì ventitre di ottobre suora Geltrude leggeva chiusa nel suo gabinetto, ed io vegliava l'Eugenia, come avevo fatto quasi tutte le notti di quel mese: e parte leggevo, parte, quand'ella poteva metter fuori qualche tenue parola, l'ascoltavo con intensa attenzione, e mi studiavo di risponderle affettuosamente, ma non tanto che un troppo fervido ritorno d'affettoin lei non avesse potuto, commovendola troppo, dar la pinta a quell'ultimo respiro di vita che le alitava ancora nel petto. Ella era solita quasi ogni cinque o sei minuti di mandare qualche lieve sospiro e dirmi qualche parola, non del suo male, ma così universalmente, della noia della vita. Io leggeva da capo del suo letto, proprio, si può dire, con l'orecchio mio sinistro accosto alla sua bocca, essendo ella inclinata alcun poco sul suo fianco destro, per lasciare più libero il palpitare del suo cuore, ch'era da più dì un cotal poco accelerato. E solo talvolta ne lo discostavo, così naturalmente e senza quasi avvedermene, di qualche dito, inclinando il libro e dietro a quello il capo verso la lampada, che pendendo nel mezzo della camera, s'io teneva il capo e il libro troppo levato, non mi vi riverberava i suoi raggi.Erano le otto ore di notte, ed ella mi disse che il lume di quella lampada l'offendeva troppo più che il solito, e che proprio l'era un sentimento amaro, e non poteva patirlo, e che volgersi dall'altra parte nè pure poteva, non potendo giacere sul suo cuore che le palpitava assai concitato. Ed ella stessa mi pregò, che mutandomi un tantino di dove io era, avessi interposto il mio capo fra gli occhi suoi e il lume; e così feci: ma discostai un poco più l'orecchio dalla sua bocca.Io leggeva ilFiore del desertodel Leopardi, e m'era alquanto profondata in una meditazione malinconica della noverca natura, e della incomprensibile nullità dell'uomo, e della sua grandezza ancora più incomprensibile; e quando mi risentii da quella specie di sonno, mi sovvenne ch'era forse un quarto d'ora che o l'Eugenia non aveva sospirato, o io non l'aveva udita. Senza quasi muovermi dond'io era, mi volsi così unpoco, ed accostai il mio orecchio sinistro alla sua bocca, e mi parve che non respirasse. Subito le diedi un bacio sulla sua sinistra guancia ch'era inclinata. Ah padre! chi non ha ancora baciato un cadavere credendolo persona viva, non si attenti d'immaginare quel ch'io sentii.Io aveva letto in vari libri varie descrizioni di morti seguíte. Quella notte seppi per prova che le cose sono nell'esistenza assai diverse da quelle che appaiono nelle descrizioni. Le descrizioni sono sempre poesia, e i fatti sono sempre prosa; e chi da quelle si argomenta di desiderare o d'abbominare questi, va assai di lungi dal vero.L'impressione che mi fece sulle labbra e sul viso la particolare specie di freddo ond'era compreso quel cadavere, mi causò uno sfinimento. Io rimasi collata sopra lui non so quanto tempo; ma so che quando mi risentii, il lume a cui leggeva suora Geltrude traspariva ancora dalle fessure dell'usciuolo del suo gabinetto, e ch'io mi trovai di nuovo sola, e di nuovo mi sentiva quel medesimo freddo, ed anche maggiore, ed anche più spaventevole, sulle labbra e sul viso, nè mi veniva la forza di levarmi. Finalmente serrando sforzatamente gli occhi, e coi due pugni stretti pigiando forte sulla sponda, mi spiccai come d'un salto da quel funesto letto; e passatogli dappiedi, volgendo come impaurita il viso dall'altra parte, mi condussi all'usciuolo di suora Geltrude, e lo spinsi furiosamente, e fui dentro, e, gittatomele al collo, la baciai mille volte, e la bagnai delle mie lacrime. Ed ella m'intese; e per quella notte non venne fuori a coricarsi, nè sofferse ch'io v'andassi.La mattina seguente suora Geltrude non uscì giànella stanza, perchè dopo l'inenarrabile sua sventura di Parigi, ella, d'altra parte coraggiosissima e vittoriosa d'ogni opinione pregiudicata, aveva come un orrore dei cadaveri. Ma dal suo gabinetto ordinò assai cose; acciocchè la spoglia dell'Eugenia fosse onoratamente seppellita. Alle ore ventitrè del dì seguente l'Eugenia fu levata dalla sua stanza, e condotta convenevolmente nella chiesa, e quivi esposta insino alle ventiquattro dell'altro dì, che tornò per sempre alla terra.Quando fu levata dalla stanza io ebbi un desiderio irrefrenabile di contemplare per l'ultima volta quelle amatissime forme. Suora Geltrude mi ammonì di non farlo. Ma io non potetti contenermi, e al tacito scalpitare dei confrati apersi un pochetto l'usciolino, e vidi, mentre la sollevavano nella bara, tremolare quel viso di movimento non suo; ed al primo vederlo ritrassi il capo inorridita.La morte strappa l'uomo dalle mani di lui stesso, e lo gitta fra gli artigli della natura, che si precipita sulla sua vittima e la disforma in un baleno. O voi che siete condannati a rimanervi sulla terra senza la persona che vi fu cara, non v'inducete a mirarla in quegli istanti ch'ella si trattiene ancora quivi, e non è più. La nuova immagine sformata e brutta di morte vi turberà per sempre nella mente quella che già v'era tutta bella e scintillante del lume della vita; ch'è pure la sola cosa che può sopravvivere di lei.

Come il sole, in un bel dì d'inverno, limpido e purissimo in sul mezzodì, cominciando a calare, già quasi si pone sul volto un tenue velo, e più s'avvalla e più sembra annebbiarsi, sì che finalmente pare che pianga egli stesso il suo tramonto, e poi giunge un punto in cui tramonta nell'oceano; così i limpidi e purissimi occhi dell'Eugenia tramontarono nell'eternità. Assisa notte e dì accanto al suo letticciuolo, io li mirava ogni dì, ogni ora, ogn'istante, e mi parean sempre quelli. E pure ogni dì, ogni ora, ogn'istante quegli occhi si velavano, s'annebbiavano, e poi piangevano essi stessi il loro spengersi; e poi finalmente giunse un punto in cui si spensero.

Io non so io stessa di ch'ella morì, nè saprei dirlo altrui. Ma quando lessi, in un libro inglese, d'una giovane mortaof broken heart, di cuore rotto, mi parve che l'Eugenia di quello morisse. Nel volgere di quattro anni e tre mesi ch'io le vissi accanto, ella morì un poco ogni dì, e mai più non mi sarà possibile di mirare così da presso il confine impercettibile che divide la vita dalla morte. Ella non potette mai nè leggere nè scrivere, nè tessere nè ricamare, altro che stancandosi ed affaticandosi gravemente; e ad ogni riga letta, ad ogni fil di refe passato, era tutta rifinita, e traeva il fiato rotto come se non potesse più la vita.Sospirava sempre, e tutto l'annoiava; piangeva sempre, e non sapeva perchè: ed io credo che così com'ella era inconsolabile della vita nell'ospizio de' reietti, così sarebbe stata sul Palatino nella magione dei Cesari. Tutte le angeliche cure di suora Geltrude, la quale non permise mai che dalla sua stanza ella fosse tramutata nell'infermeria, tutto l'amore sviscerato ch'io l'ebbi, non le versarono nel cuore una sola stilla di consolazione. La religione stessa, che pur v'era intensissima, non bastò a raddolcire quel cuore amareggiato, inondato da un mare di dolore: e se vi lasciava un solco, era il solco che lascia un vascello, quantunque grandissimo, nell'oceano.

Suora Geltrude, cui dopo la raccomandazione del barbassoro, il duca aveva in sostanza conceduta una piena potestà di operare quel ch'ella volesse intorno alle alunne, anzi intorno all'ospizio tutto insieme, non mancò d'interrogare tutti i più savi medici della città. Gli uni risposero ch'era tisico e attaccaticcio, gli altri ch'era tisico e che non s'attaccava, altri ch'era atrofia irrimediabile, altri ch'era un'ipocondria assai facile a guarire. Ma nè suora Geltrude, nè io rimovemmo il letto di lei o i nostri da quella stanza; e la natura, non consapevole delle varie opinioni di quei gran maestri, perseverò infaticabilmente il suo spietato ed invincibile lavoro.

La notte del dì ventitre di ottobre suora Geltrude leggeva chiusa nel suo gabinetto, ed io vegliava l'Eugenia, come avevo fatto quasi tutte le notti di quel mese: e parte leggevo, parte, quand'ella poteva metter fuori qualche tenue parola, l'ascoltavo con intensa attenzione, e mi studiavo di risponderle affettuosamente, ma non tanto che un troppo fervido ritorno d'affettoin lei non avesse potuto, commovendola troppo, dar la pinta a quell'ultimo respiro di vita che le alitava ancora nel petto. Ella era solita quasi ogni cinque o sei minuti di mandare qualche lieve sospiro e dirmi qualche parola, non del suo male, ma così universalmente, della noia della vita. Io leggeva da capo del suo letto, proprio, si può dire, con l'orecchio mio sinistro accosto alla sua bocca, essendo ella inclinata alcun poco sul suo fianco destro, per lasciare più libero il palpitare del suo cuore, ch'era da più dì un cotal poco accelerato. E solo talvolta ne lo discostavo, così naturalmente e senza quasi avvedermene, di qualche dito, inclinando il libro e dietro a quello il capo verso la lampada, che pendendo nel mezzo della camera, s'io teneva il capo e il libro troppo levato, non mi vi riverberava i suoi raggi.

Erano le otto ore di notte, ed ella mi disse che il lume di quella lampada l'offendeva troppo più che il solito, e che proprio l'era un sentimento amaro, e non poteva patirlo, e che volgersi dall'altra parte nè pure poteva, non potendo giacere sul suo cuore che le palpitava assai concitato. Ed ella stessa mi pregò, che mutandomi un tantino di dove io era, avessi interposto il mio capo fra gli occhi suoi e il lume; e così feci: ma discostai un poco più l'orecchio dalla sua bocca.

Io leggeva ilFiore del desertodel Leopardi, e m'era alquanto profondata in una meditazione malinconica della noverca natura, e della incomprensibile nullità dell'uomo, e della sua grandezza ancora più incomprensibile; e quando mi risentii da quella specie di sonno, mi sovvenne ch'era forse un quarto d'ora che o l'Eugenia non aveva sospirato, o io non l'aveva udita. Senza quasi muovermi dond'io era, mi volsi così unpoco, ed accostai il mio orecchio sinistro alla sua bocca, e mi parve che non respirasse. Subito le diedi un bacio sulla sua sinistra guancia ch'era inclinata. Ah padre! chi non ha ancora baciato un cadavere credendolo persona viva, non si attenti d'immaginare quel ch'io sentii.

Io aveva letto in vari libri varie descrizioni di morti seguíte. Quella notte seppi per prova che le cose sono nell'esistenza assai diverse da quelle che appaiono nelle descrizioni. Le descrizioni sono sempre poesia, e i fatti sono sempre prosa; e chi da quelle si argomenta di desiderare o d'abbominare questi, va assai di lungi dal vero.

L'impressione che mi fece sulle labbra e sul viso la particolare specie di freddo ond'era compreso quel cadavere, mi causò uno sfinimento. Io rimasi collata sopra lui non so quanto tempo; ma so che quando mi risentii, il lume a cui leggeva suora Geltrude traspariva ancora dalle fessure dell'usciuolo del suo gabinetto, e ch'io mi trovai di nuovo sola, e di nuovo mi sentiva quel medesimo freddo, ed anche maggiore, ed anche più spaventevole, sulle labbra e sul viso, nè mi veniva la forza di levarmi. Finalmente serrando sforzatamente gli occhi, e coi due pugni stretti pigiando forte sulla sponda, mi spiccai come d'un salto da quel funesto letto; e passatogli dappiedi, volgendo come impaurita il viso dall'altra parte, mi condussi all'usciuolo di suora Geltrude, e lo spinsi furiosamente, e fui dentro, e, gittatomele al collo, la baciai mille volte, e la bagnai delle mie lacrime. Ed ella m'intese; e per quella notte non venne fuori a coricarsi, nè sofferse ch'io v'andassi.

La mattina seguente suora Geltrude non uscì giànella stanza, perchè dopo l'inenarrabile sua sventura di Parigi, ella, d'altra parte coraggiosissima e vittoriosa d'ogni opinione pregiudicata, aveva come un orrore dei cadaveri. Ma dal suo gabinetto ordinò assai cose; acciocchè la spoglia dell'Eugenia fosse onoratamente seppellita. Alle ore ventitrè del dì seguente l'Eugenia fu levata dalla sua stanza, e condotta convenevolmente nella chiesa, e quivi esposta insino alle ventiquattro dell'altro dì, che tornò per sempre alla terra.

Quando fu levata dalla stanza io ebbi un desiderio irrefrenabile di contemplare per l'ultima volta quelle amatissime forme. Suora Geltrude mi ammonì di non farlo. Ma io non potetti contenermi, e al tacito scalpitare dei confrati apersi un pochetto l'usciolino, e vidi, mentre la sollevavano nella bara, tremolare quel viso di movimento non suo; ed al primo vederlo ritrassi il capo inorridita.

La morte strappa l'uomo dalle mani di lui stesso, e lo gitta fra gli artigli della natura, che si precipita sulla sua vittima e la disforma in un baleno. O voi che siete condannati a rimanervi sulla terra senza la persona che vi fu cara, non v'inducete a mirarla in quegli istanti ch'ella si trattiene ancora quivi, e non è più. La nuova immagine sformata e brutta di morte vi turberà per sempre nella mente quella che già v'era tutta bella e scintillante del lume della vita; ch'è pure la sola cosa che può sopravvivere di lei.


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