LXIX.

LXIX.Le finestre di quella sala, tutte ingraticolate di ferro, rispondevano sull'ampissima pianta della chiesa dalle cinque navi, che mai non fu terminata. Ora si vedono solo i vestigi delle mura già cominciate a innalzare, e nella piazza che vi rimane in mezzo a scoperto vanno i bambini ed anche i giovani dell'ospizio a baloccarsi un poco i dì di festa, ed a prendere, chi in un modo e chi in un altro, alcun breve ristoro alle crude fatiche durate in tutta la settimana. All'ora medesima che quelli si ricreano giù, le donzelle sogliono farsi alle finestre, e sporgendo, come possono meglio, il capo fra le ferrate, precipitarsi fuori di se medesime e andar cercando, fra quei giovanetti, le misteriose larve della loro fantasia.Non per cercare veruna larva, ma per inghiottire una qualche boccata d'aria incorrotta, e dare una fuga piùrapida ai miei sospiri, io mi faceva talora a quelle finestre. Un dì, era la Pentecoste, e tutte le giovani, raffazzonate alla meglio, ebbero licenza, come era solito nelle grandi solennità, di potere, scortate da assai serventi dell'ospizio, andare il dopo pranzo a spasso nel vicino Orto Botanico. Io parte era e parte, più di quello ch'era, mi finsi malata, per il desiderio infinito ch'avevo di vedermi un qualche istante sola, che diventa una furiosa necessità in chi è sforzato di vivere sempre in branco come le pecore, e per l'odio implacabile che ebbi sempre a quelle maniere di berlina; che mai alla vita mia non misi con le mie compagne il capo fuori della Nunziata o dell'Albergo de' Poveri, ch'io, comunque gli occhi miei non si schiodassero mai dalla terra, non sentissi susurrarmi intorno i nomi di bastarde e di serragliuole. E veramente Iddio, nella sua infinita pietà, potea scagliare una saetta di misericordia ed incenerirmi l'istante stesso ch'io bevvi il primo cielo.Io mi rimasi, adunque, sola in quella mia gran sala ove dormivo, e volti gli occhi al cielo, e benedetto di quell'istante che mi concedeva, cominciai da prima, tutta libera e sciolta, a piangere ed a sospirare come più mi piacque. E sentendomi un poco più scarica dell'angoscia che tutto dì mi strozzava, mi feci alla finestra, e ficcando, come potevo, il capo nei vani di quegli spietatissimi ferri, guardavo, quando dall'un lato e quando dall'altro, il cielo ch'era purissimo quel dì, e più e più sospiravo; e quella serenità e quell'aura vitale addolcirono le mie lacrime per modo, ch'io, non sapendo io stessa perchè, cominciai a piangere, non più di dolore, ma di tenerezza e, direi quasi, di piacere. Stanca alla fine di tener il capo levato a riguardare il cielo, l'inclinai spensieratamente verso la terra, e, fra le migliaia di giovani che quivi si sollazzavano, fermaigli occhi a caso sopra uno che, in disparte dagli altri e sdraiato sur un sedile di pietra viva, avea del braccio sinistro fatto sgabello al capo, ed ora avea gli occhi fissi nel cielo, ora come per lassitudine li chiudeva. E dopo un istante di stupore, come chi sentendosi sciogliere da un lungo sonno, apre gli occhi negli occhi della cara persona che ne lo sciolse, riconobbi in quel bellissimo giovane il mio garzonetto di santa Sofia.

Le finestre di quella sala, tutte ingraticolate di ferro, rispondevano sull'ampissima pianta della chiesa dalle cinque navi, che mai non fu terminata. Ora si vedono solo i vestigi delle mura già cominciate a innalzare, e nella piazza che vi rimane in mezzo a scoperto vanno i bambini ed anche i giovani dell'ospizio a baloccarsi un poco i dì di festa, ed a prendere, chi in un modo e chi in un altro, alcun breve ristoro alle crude fatiche durate in tutta la settimana. All'ora medesima che quelli si ricreano giù, le donzelle sogliono farsi alle finestre, e sporgendo, come possono meglio, il capo fra le ferrate, precipitarsi fuori di se medesime e andar cercando, fra quei giovanetti, le misteriose larve della loro fantasia.

Non per cercare veruna larva, ma per inghiottire una qualche boccata d'aria incorrotta, e dare una fuga piùrapida ai miei sospiri, io mi faceva talora a quelle finestre. Un dì, era la Pentecoste, e tutte le giovani, raffazzonate alla meglio, ebbero licenza, come era solito nelle grandi solennità, di potere, scortate da assai serventi dell'ospizio, andare il dopo pranzo a spasso nel vicino Orto Botanico. Io parte era e parte, più di quello ch'era, mi finsi malata, per il desiderio infinito ch'avevo di vedermi un qualche istante sola, che diventa una furiosa necessità in chi è sforzato di vivere sempre in branco come le pecore, e per l'odio implacabile che ebbi sempre a quelle maniere di berlina; che mai alla vita mia non misi con le mie compagne il capo fuori della Nunziata o dell'Albergo de' Poveri, ch'io, comunque gli occhi miei non si schiodassero mai dalla terra, non sentissi susurrarmi intorno i nomi di bastarde e di serragliuole. E veramente Iddio, nella sua infinita pietà, potea scagliare una saetta di misericordia ed incenerirmi l'istante stesso ch'io bevvi il primo cielo.

Io mi rimasi, adunque, sola in quella mia gran sala ove dormivo, e volti gli occhi al cielo, e benedetto di quell'istante che mi concedeva, cominciai da prima, tutta libera e sciolta, a piangere ed a sospirare come più mi piacque. E sentendomi un poco più scarica dell'angoscia che tutto dì mi strozzava, mi feci alla finestra, e ficcando, come potevo, il capo nei vani di quegli spietatissimi ferri, guardavo, quando dall'un lato e quando dall'altro, il cielo ch'era purissimo quel dì, e più e più sospiravo; e quella serenità e quell'aura vitale addolcirono le mie lacrime per modo, ch'io, non sapendo io stessa perchè, cominciai a piangere, non più di dolore, ma di tenerezza e, direi quasi, di piacere. Stanca alla fine di tener il capo levato a riguardare il cielo, l'inclinai spensieratamente verso la terra, e, fra le migliaia di giovani che quivi si sollazzavano, fermaigli occhi a caso sopra uno che, in disparte dagli altri e sdraiato sur un sedile di pietra viva, avea del braccio sinistro fatto sgabello al capo, ed ora avea gli occhi fissi nel cielo, ora come per lassitudine li chiudeva. E dopo un istante di stupore, come chi sentendosi sciogliere da un lungo sonno, apre gli occhi negli occhi della cara persona che ne lo sciolse, riconobbi in quel bellissimo giovane il mio garzonetto di santa Sofia.


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